Destra di Popolo.net

BRACCIO DI FERRO TRA SALVINI E MELONI SUL VIMINALE E LA MINACCIA DELL’APPOGGIO ESTERNO DELLA LEGA AL GOVERNO

Settembre 29th, 2022 Riccardo Fucile

SALVINI VUOLE UN POSTO , A SAN VITTORE C’E ANCORA SPAZIO

Come accade ogni qualvolta si deve dare vita a un nuovo esecutivo, le varie anime che compongono una maggioranza hanno non poche difficoltà nel trovare un accordo per spartirsi le poltrone dei vari Ministeri, Presidenze parlamentari e sottosegretariati.
Il totoministri, anche questa volta – nonostante la netta maggioranza ottenuta da Fratelli d’Italia alle ultime elezioni -, continua a rivelarsi una disciplina faticosa. A complicare le cose sono i rapporti interni, come quello decollato solo davanti alle telecamere tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Perché, ed è una cosa nota, il leader della Lega (conscio del calo dei consensi) ha puntato la sua campagna elettorale sul Viminale. Ma la prossima Presidente del Consiglio non sembra essere d’accordo con lui.
“Di poltrone e ministeri parleremo solo dopo il voto”. Questo è il ritornello che il duo Meloni-Salvini hanno ripetuto nel corso degli ultimi due mesi. Ma le campagne elettorali si sono districate su binari differenti. Con obiettivi differenti. E una volta passato all’incasso (non esaltante) delle urne, il leader della Lega è tornato a chiedere con insistenza il ritorno a Viminale.
Come riporta il quotidiano “La Repubblica”, sarebbe arrivato anche un aut aut da parte del segretario del Carroccio:
Alcuni fedelissimi di Salvini fanno sapere alla vincitrice delle elezioni che per il segretario il Viminale è una pregiudiziale: quel posto non può che andare a lui, visto quanto si è speso sui temi della sicurezza e della lotta all’immigrazione clandestina. Non ci sono alternative. È una questione strettamente legata alla presenza del Carroccio nel governo. Nell’aria tesa dei Palazzi romani viaggia addirittura la minaccia di appoggio esterno da parte della Lega.
Tensioni che, come riporta lo stesso quotidiano, sarebbero trapelate anche da fonti interne a Fratelli d’Italia. Poi, nel pomeriggio, l’incontro a Montecitorio e il comunicato stampa in cui si parla di “comunione di intenti” tra i due leader di partito.
Ma il posto di Salvini al Viminale, almeno per il momento, sembra essere vincolante. Perché martedì scorso, il segretario del Carroccio ha riottenuto la “fiducia” del consiglio federale – che si è tenuto nella sede milanese di via Bellerio – con un vincolo: la sconfitta è stata brutta, ma occorre che lui sia (di nuovo) Ministro dell’Interno.
Giorgia Meloni, però, sembra avere un’idea diversa. Perché sul capo di Salvini pendono ancora le accuse – e il processo – per il caso Open Arms. E le stesse perplessità sul bis arrivano anche dal Quirinale che, ovviamente, sta monitorando la situazione attorno alla formazione del nuovo governo. La strada, dunque, sembra essere ancora in salita.
Chi se non Salvini?
Per la prima volta nella sua vita politica, dunque, Giorgia Meloni si trova ad affrontare un ruolo di alta responsabilità e le prime grane padane sono già state messe sulla tavola imbandita a festa dopo la vittoria di domenica scorsa.
Le soluzioni nel menù potrebbero essere tante: se non sarà Salvini al Viminale, la poltrona di Ministro dell’Interno potrebbe andare al leghista Nicola Molteni, già sottosegretario dello stesso dicastero durante il mandato di Salvini e quello doppio (nel Conte-2 e nel governo Draghi) di Luciana Lamorgese. Ma dagli ambienti di Fratelli d’Italia circola anche il nome di Matteo Piantedosi, prefetto di Roma ed ex capo di Gabinetto al Viminale proprio nell’anno in cui Salvini ha guidato il Ministero dell’Interno.
Dalla padella alla brace.
(da agenzie)

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LA RIVELAZIONE DELLA STAMPA SPAGNOLA SUL PADRE DELLA MELONI: “FU CONDANNATO PER TRAFFICO DI DROGA”

Settembre 29th, 2022 Riccardo Fucile

IL DIARIO DE MALLORCA: “NEL 1995 CONDANNATO A 9 ANNI, VENNE FERMATO CON 1.500 CHILI DI HASHISH SU UNA BARCA A VELA”

Il padre di Giorgia Meloni è stato condannato a 9 anni per traffico di droga in Spagna. Lo sostiene la stampa iberica che, a pochi giorni dalla vittoria delle elezioni politiche da parte di Fratelli d’Italia, pubblica un articolo dettagliato in cui ripercorre la vicenda, ormai lontana del tempo: l’arresto del padre della Meloni, infatti, risale al 1995.
Va detto che Francesco Meloni ha abbandonato la moglie Anna Paratore e le figlie Arianna e Giorgia quando l’attuale leader di Fdi aveva ancora un anno.
Negli anni ’80 si era trasferito alle Isole Canarie, dove aveva aperto alcune attività: secondo il quotidiano Diario de Mallorca gestiva il ristorante Marqués de Oristano nell’isola di La Gomera e aveva altre due aziende nella provincia di Santa Cruz de Tenerife.
Questo almeno fino al 25 settembre del 1995. Quel giorno – come racconta oggi giornale del gruppo Prensa Ibérica – Francesco Meloni fu arrestato dagli agenti del Servizio di sorveglianza doganale nel porto di Maó, a Minorca, con 1.500 chili di hashish su una barca a vela, la Cool star, che batteva bandiera francese. Con lui c’erano due figli nati da un’altra relazione e suo genero.
Quel sequestro, sostiene la giornalista Elena Valles, fu uno dei più grossi operati all’epoca nelle isole Baleari. Al processo, Meloni si era riconosciuto colpevole del trasferimento di droga dal Marocco a Minorca e nel 1996 era stato condannato a nove anni. I suoi figli e suo genero furono condannati a quattro anni, nonostante Meloni si assunse tutta la responsabilità, spiegando di averli condotti in Marocco con la scusa di un viaggio di piacere.
All’epoca il padre della futura leader di Fdi sostenne di essere in bancarotta, di aver perso la sua attività alberghiera e per questo di aver voluto accettare quell’incarico da un marocchino, che lo avrebbe pagato con cinquanta milioni di pesetas in cambio del trasferimento della droga dal Marocco alla Spagna. Oltre alla droga, sulla barca a vela furono sequestrate 7.533.000 lire italiane e 74.000 peseta.
Nel suo libro Io sono Giorgia, l’aspirante presidente del consiglio ha raccontato di come suo padre abbandonò la famiglia quando lei aveva ancora un anno. E di aver completamente smesso di vederlo quando aveva circa 11 anni, e quindi nel 1988, sette anni prima che venisse arrestato
(da Il Fatto Quotidiano)

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ONORE ALLA PATRIOTA MARYANA, LA DONNA UCRAINA RESIDENTE IN VENETO, MORTA IN COMBATTIMENTO

Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

ERA TORNATA NEL SUO PAESE ALL’INIZIO DEL CONFLITTO, AVEVA 37 ANNI, LASCIA DUE FIGLI DI 14 E 10 ANNI

Una donna ucraina residente in Veneto da 14 anni, Maryana Triasko, 37 anni, sarebbe morta in combattimento nel proprio Paese.
Lo riferisce la Tgr Rai del Veneto. La donna, originaria di Ivano-Frankivsk, risiedeva a Villorba (Treviso), era sposata con un italiano e aveva un figlio di 10 e una figlia di 14 anni. Quando è iniziato il conflitto, è tornata in Ucraina.
L’ex sindaco di Villorba Marco Serena, contattato dall’ANSA, ha confermato che la donna risulta risiedere con la famiglia nel Comune trevigiano, ed è cittadina italiana.
Pochi i riscontri sulla sua vita nella cittadina, che si trova alla periferia nord di Treviso.
Secondo quanto riporta il sito della Tribuna di Treviso, la morte risale a lunedì. Il compagno della donna di professione è una guardia giurata. Maryana Triasko, sempre stando alle notizie riportate dalla Tribuna è andata a prestare servizio nella 102esima brigata separata C del Territoriale Forze di difesa delle forze armate della regione di Ivano-Frankivsk.
Il quotidiano locale riporta anche le parole che al donna ha detto alla televisione dell’esercito il 21 settembre: “Sono stata sul territorio italiano per 14 anni. Quando il dolore si è abbattuto sulla mia terra natale, ho capito che dovevo proteggerla…Chi, se non noi, proteggerà la terra natale . Ho lasciato in Italia i miei figli minorenni, di 14 e 10 anni. E ora sono qui in prima linea perché loro, i miei figli, possano venire nella loro casa natale, per la mia Patria, nella libertà, nella prosperità colore blu-giallo. Non importa quanto male, il bene prevale sempre. Quindi siamo gentili, siamo sinceri e – alla Vittoria!”.
(da La Repubblica)

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COMINCIANO BENE: E’ ANDATO MALISSIMO L’INCONTRO TRA MELONI E TAJANI

Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

FORZA ITALIA HA CHIESTO UN MINISTERO TRA ECONOMIA, INTERNI O ESTERI… TAJANI HA PROPOSTO LICIA RONZULLI, INFERMIERA, MINISTRO DELLA SANITA’ O DELL’ISTRUZIONE E BOCCIATO L’IDEA DI LASCIARE LA PRESIDENZA DELLA CAMERA ALL’OPPOSIZIONE, COME VUOLE LA PRASSI

La corsa di Giorgia Meloni verso palazzo Chigi è in salita, ripida e scivolosa. Un percorso ad ostacoli in cui non dovrà farsi azzoppare dalle paure dei mercati, dallo scetticismo internazionale, dalle difficoltà economiche dell’Italia o dalle minacce degli Europoteri. In questa gincana, la trappola più pericolosa è rappresentata dai suoi stessi alleati.
Lega e Forza Italia, bastonati dagli elettori, hanno un disperato bisogno di coprire i lividi, magari incassando, nei posti di governo, più di quanto i voti gli suggeriscano di chiedere.
Non è un mistero che Berlusconi senta di avere in tasca la “golden share” del governo che verrà. I suoi parlamentari, soprattutto al Senato, sono determinanti. D’altro canto Salvini, dal basso del suo consenso, non puo’ più giocare da playmaker ma deve sgomitare da outsider.
Il ruolo in commedia che gli è rimasto è quello del guastatore capriccioso che puo’ usare quel poco che ha in Parlamento per disturbare il manovratore.
Si capisce allora perché per Giorgia Meloni la strada sia in salita, al netto dei sorrisi di circostanza e delle dichiarazioni confortanti. Il suo faccia a faccia con Antonio Tajani, che le agenzie hanno descritto come “uno scambio di idee”, in realtà è stata una mini-scazzottata.
Tajani ha prima intessuto un pippardone sulla necessaria “rappresentatività” che tutte le forze della coalizione dovranno avere nel futuro governo e poi ha presentato la lista delle richieste: ministeri pesanti per Forza Italia (uno tra Economia, Esteri o Interni).
La Ducetta ha rintuzzato le suggestioni dell’ex monarchico Tajani facendo presente che i tre dicasteri, che rappresentano il cuore del potere dello Stato, vanno “discussi” (e possibilmente concordati) con il presidente della Repubblica Mattarella. Parola d’ordine: evitare subito conflitti con il Colle.
Il coordinatore di Forza Italia si è un po’ stizzito per il rifiuto. Ha masticato amaro e fatto trapelare il suo malcontento. Della serie: così non andiamo lontano. Il boccone è diventato ancora più indigesto quando Giorgia Meloni ha detto di voler seguire la prassi per l’elezione dei presidenti delle Camere, ovvero lasciare la guida di Montecitorio all’opposizione. Tajani si è irrigidito: “Non penso sia il caso, ma ne parlerò con Berlusconi”.
Nel botta e risposta che ne è seguito, l’ex presidente del Parlamento europeo ha provato a scucire alla Meloni qualche nome per il futuro governo. La Meloni si è fatta Sfinge: “Finché non avrò ufficialmente l’incarico, preferisco non sbilanciarmi”.
Tajani ha insistito ma davanti a tanta pervicace ostinazione, il nome alla fine lo ha fatto lui. Ha proposto, tra gli altri, il profilo di Licia Ronzulli, infermiera prestata alla politica, come ministro della Sanità. In alternativa, visto lo spessore culturale della “badante” del Cav, ministro dell’Istruzione.
Risposta della Meloni? Silenzio e gelo.
(da Dagoreport)

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REGIONALI LOMBARDIA, NE VEDREMO DELLE BELLE: FONTANA CONFERMA LA SUA CANDIDATURA “DEL CENTRODESTRA”, MORATTI SI PRESENTA LO STESSO (FAVORITA DAI SONDAGGI)

Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

SULLA LISTA CIVICA DELLA MORATTI POTREBBE CONVERGERE ANCHE IL TERZO POLO… L’IMBARAZZO DELLA MELONI

Sarà Attilio Fontana il candidato del centrodestra alle Regionali in Lombardia previste per la primavera del 2023. Ad assicurarlo è lo stesso presidente uscente, il preferito dalla Lega, ai microfoni di TeleBoario: «La mia ricandidatura è assolutamente riconfermata», ha spiegato dal lago d’Iseo dov’era in visita, «ieri abbiamo fatto un’analisi serena del voto in via Bellerio e ripartiamo con lo stesso o anzi maggiore entusiasmo».
Ogni dubbio, o bivio, sulla scelta di chi correrà per la presidenza della Lombardia sembra ormai dissolto, quindi.
Il Corriere della Sera ha raccontato che, comunque, si candiderà anche Letizia Moratti e lo farà con una sua lista civica.
Concluse le elezioni politiche, ora la palla passa dunque alle Regionali dove l’esito delle urne del 25 settembre potrebbe avere degli strascichi. I dati, infatti, parlano di un vero ribaltamento di forze rispetto al 2018: la Lega è crollata dal 29,6% di consensi al 13,9%, mentre Fratelli d’Italia è passata dal 3,6% al 27,6%. Tuttavia, la conferma annunciata da Fontana farebbe pensare che, almeno per il momento, Giorgia Meloni non voglia far sentire più di tanto la sua voce nella scelta del candidato di coalizione.
Sembra, quindi, tramontata l’ipotesi che vedeva Moratti prendere il posto di Fontana, nonostante la vicepresidente quest’estate avesse dichiarato apertamente la propria disponibilità.
Poco male, fanno sapere quelle fonti a lei vicine al Corriere, l’ex ministra non esiterà a offrire il «valore aggiunto» di una lista civica «che si sta ultimando in alcune piccole cose, ma che ormai di fatto è pronta» a un altro schieramento. Una rete nata «dalle richieste giunte dai territori», e costruita con contatti «a tutti i livelli e in tutti i settori: mondo industriale, artigianale, agricolo, terzo settore, mondo della cultura», che potrebbe affiancarsi alle ambizioni di Azione e Italia Viva. Sull’argomento, però, Carlo Calenda rimane ancora vago: «Vedremo le proposte, ne proporremo anche di nostre», ha detto questa mattina a RaiNews, ribadendo che la loro sarà una scelta presa «sempre nell’ottica del buon governo».
Ad escludere una possibile candidatura di Moratti per un posto ministeriale nel prossimo governo ci pensa il sindaco di Milano, Beppe Sala: «Conoscendola bene, credo che continui la sua corsa. Il vero dubbio è se rimarranno in due».
(da agenzie)

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A SCAMPIA LA SOLA IDEA DELL’ABOLIZIONE DEL REDDITO DI CITTADINANZA TOGLIE IL SONNO ALLE PERSONE

Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

“IL REDDITO HA PORTATO ANCHE UN PO’ DI TRANQUILLITÀ SOCIALE FACENDO DIMINUIRE LA MICROCRIMINALITÀ, NON RISCHI DI FARE CAZZATE”… LE TESTIMONIANZE CHE DOVREBBERO LEGGERE TANTI FIGHETTI DI SEDICENTE DESTRA

«Il voto di domenica? No. E a chi lasciavo la cassa del bar? Se non ci dividiamo i turni, io e mio fratello, dalle sei del mattino all’una di notte, tra bollette salate e clienti che calano, mica ti permetti altri dipendenti?». Pasticceria mignon e ciambelle, che qui chiamano “graffe”: oasi dopo chilometri di grigi, e di verde esteso ma abbandonato.
La Caffetteria Zeus è a 200 metri dal carcere “nuovo” di Secondigliano e a 600 dalla Vela (un tempo celeste), non ancora abbattuta
Attraversato lo stradone di via Roma verso Scampia, dietro al bancone di una caotica accogliente merceria, c’è un imprenditore che ha dato la sua preferenza a Giuseppe Conte. «C’era il nubifragio, ma ci sono andato solo per i Cinque Stelle», confessa Angelo Maisto, 49 anni, in mezzo a montagne di piatti, tazze, bicchieri, sedioline in plastica, ma anche detersivi green, «sì, li vendiamo sfusi, 80 centesimi o un euro a litro, per non inquinare». Piacerebbe a Grillo. «Ecco. Io con 600 euro di bolletta Enel e mille euro di Iva trimestrale, avrei dovuto votare per la destra della flat tax o dei condoni fiscali? Ma sono cresciuto con idee sociali, anche se la sinistra è morta. Qui tantissimi ricevono il sussidio: ma li ho visti cercare un lavoro. Da poco si è aperto un concorso al Comune di Napoli, a decine non usavano il computer e li ho aiutati io dal mio, al banco».
Angelo è sposato, due figli, aveva studiato Architettura, «ma poi sono rimasto in negozio. Se non nasci con le spalle coperte, che fai? O emigri come tanti amici, o mi salvavo così».
La Scampia del voto bulgaro al M5S, che qui è arrivato a quota 64 per cento. E la Scampia che con le urne ha chiuso i conti: a che serve. Il quartiere con 120 mila abitanti e un solo giardiniere: nonostante la “ricchezza” d’avere il 60 per cento del verde urbano.
Ma su undici che ne incontri, otto hanno sbarrato le cinque stelle sulla scheda. Come Sharon De Luca, genitori separati, 20 anni, studentessa universitaria che di pomeriggio arrotonda tenendo la cassa di una piccola e seminterrata sala slot, pareti nere e grandi scritte. «Quanto mi pagano? Lasciamo stare. Sì ho votato M5s, ma non per il reddito, a casa lavoriamo tutti. Il Movimento c’ha facce giovani e pulite, ma a me piace proprio Conte, mi dà sicurezza, non mi dimentico quelle conferenze stampa durante il Covid. E poi questa destra non mi piace. I miei? Ho convinto pure mio padre, anche se non vive con me».
A mezzo sorriso, come se spiegarlo fosse di default: «Ché poi è colpa sua se mi chiamo così: gli piaceva troppo Sharon Stone». Se però vuoi penetrare i gironi del Reddito, dei “dimenticati”, devi tornare al lotto P., alias “Case dei Puffi”, sede di una delle piazze di spaccio più potenti del Sud Italia, milioni di euro a settimana peri boss di camorra, fino a 15 di anni fa. Un pezzo di Scampia entrato nella storia criminale del Paese. Dai cui viali, vuoti e bonificati, oggi ti viene incontro Salvatore Porcellano, un sopravvissuto.
Un altro elettore 5 Stelle. Percepiva il sussidio, certo. «Solo per 18 mesi, poi ho dovuto pagare un debito con la giustizia, e me l’hanno tolto. I pezzi grossi che ho conosciuto io? O stanno al 41 bis (il carcere duro, ndr), o al cimitero».
Addosso gli è rimasto attaccato il soprannome, Pollicino: perché era il più piccolo delle vedette (vari processi per spaccio) e sperperava migliaia di euro in Befane al rione. «Non eravamo nati criminali. Ma deboli, ignoranti, con padri ammalati, mamme indaffarate con gli invalidi. Il denaro faceva gola. Qui, c’erano 7 mila famiglie che vivevano tra narcos, spaccio e indotto. Chi faceva la ronda, chi organizzava i panini. Lo vede adesso tutto il quartiere? Calmo. Ma pure senza altra economia. Allora bene il reddito, è chiaro che votano per Conte: quelli ti fanno sentire meno solo, non rischi di fare cazzate. Come me, adesso: che senza il sussidio, sono tornato con moglie e figli a casa di mia madre che prende 660 euro di pensione».
E il lavoro, si cerca? «L’ultima proposta: dalle le 2 di notte alle 5 del mattino, per cinque giorni, al Vomero, il quartiere ricco, a scaricare pacchi in un market, per 400 euro al mese. Ci volevano solo di benzina, ho detto no». Passa il presidente della municipalità, è un 5S, l’avvocato Nicola Nardella, ascolta, prova a risolvere. «Quest’ area ha fatto un grande sforzo di rigenerazione, da sola – dice Nardella. L’incidenza del reddito ha un suo peso, certo. Ma io che entro nelle case, ormai da un anno, mi accorgo che hanno abbracciato anche un messaggio di liberazione dall’illegalità. Anche quelli che ne erano dentro, percepivano l’oppressione di quel dominio. Andrebbero aiutati, adesso: andrebbe coltivato di più questa apertura che è dovuta anche al lavoro silenzioso fatto per anni dalle forze dell’ordine».
Rumore di piallatrice, a pochi metri. Nel lotto P. il falegname Michele Cappabianca, 48 anni, sposato e due figli, sta lavorando pezzi di abete Douglas. «Per me il reddito di cittadinanza è una misura di grande civiltà, perciò li ho votati. Non mi incantano più gli altri, questa almeno è una cosa utile: e qui ne vedo parecchie di situazioni di disagio. Dovrebbero però stangare con durezza chi ne approfitta».
E con l’artigiano c’è Gennaro, apprendista volenteroso, altro ex detenuto, 28enne, a casa tre bambini piccoli, un altro a cui hanno sospeso il sussidio dopo una lieve condanna. «Ora mi sto imparando il mestiere. Ma a Conte l’ho votato lo stesso, magari poi se ho bisogno tornano a darmelo il sussidio».
A dieci metri, rientra con l’auto in garage Anna Di Flora, 55 anni, dipendente di una ditta di pulizie. «Sto tornando dal lavoro. Anche io ho votato per il Movimento. La gente che ha bisogno si aiuta. Qui ha portato anche un po’ di tranquillità sociale». È una chiave di lettura che, a sorpresa, trovi anche in un posto semplice e magico.
È la Scugnizzeria fondata da Rosaria Esposito La Rossa, 34enne scrittore (per Einaudi), editore e attivista: libreria, casa editrice, palestra per giovani attori, attività curate anche con sua moglie, Maddalena Stornaiuolo. «Non mi ha stupito il plebiscito per il Movimento . ragiona Rosario -. Per chi soffre la mancanza di un lavoro vero, chi ingoia rabbia e frustrazione, quella misura è stata una manna dal cielo: poi bisognerà migliorare la legge, ma per me ha prodotto una concreta diminuzione della microcriminalità sul territorio. Un’ancora, ecco: sotto la tempesta ti tiene salvo».
In libreria, tra i suoi giovani collaboratori c’è Luca Arenella, 19 anni, occhi azzurri, studi di recitazione. «E per chi dovevo votare, se non i 5 Stelle? Mi sono sembrati un’alternativa alla destra più del Pd. Al di là del sussidio».
Equazioni che sposa perfino Mariarosaria Marino. Una che conosce «molti drammi del territorio», è consigliera di municipalità per una lista di destra, ma ormai più famosa come «la mamma di Zeudi», la Miss Italia 2021, orgoglio e occhi di velluto di Scampia.
«Da sola, in fasi drammatiche, ho tirato su i miei figli, con un Isee pari a zero. Come avrei voluto allora un reddito di cittadinanza, a placare le mie notti insonni», mormora. E racconta che decine di donne sono venute da lei, in queste ore, dopo il risultato delle urne. Mamma mia, abbiamo votato Conte e non è servito a niente? Adesso ci levano tutto?

(da La Repubblica)

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REDDITO DI CITTADINANZA, LA COMMISSIONE UE INVITA GLI STATI A RAFFORZARLO: “SVOLGE UN RUOLO CHIAVE DURANTE I PERIODI DI RECESSIONE”

Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

IN ITALIA I SOVRANISTI VOGLIONO MASSACRARE I POVERI PER FORNIRE SCHIAVI ALLE IMPRESE, IN EUROPA LA POVERTA’ LA COMBATTONO

Il reddito di cittadinanza deve essere rafforzato, perché “è necessario un sostegno più efficace per combattere la povertà e promuovere l’occupazione“. Mentre in Italia Giorgia Meloni ha attaccato la misura di sostegno alle persone indigenti per tutta la campagna elettorale, promettendo il suo smantellamento da parte del futuro governo di centrodestra, dall’Europa arriva un’indicazione che va esattamente in senso opposto.
Oggi la Commissione invita gli Stati membri a modernizzare i loro regimi di reddito minimo, presentando la sua proposta di una raccomandazione del Consiglio per avere in ciascun Stato membro un reddito di cittadinanza adeguato, che garantisca l’inclusione, sollevando le persone dalla povertà e promuovendo al contempo l’integrazione nel mercato del lavoro di coloro che possono lavorare.
Perché? Delle adeguate misure di sostegno al reddito, spiega la Commissione, svolgono “un ruolo chiave durante le recessioni economiche, quando possono mitigare l’impatto sui redditi delle famiglie, prevenire un aumento della povertà e dell’esclusione sociale, promuovendo al contempo una ripresa sostenibile e inclusiva. Reti di sicurezza sociale robuste sono anche essenziali per realizzare il pieno potenziale delle transizioni verde e digitale, attraverso l’attivazione e l’aiuto alle persone ad apprendere nuove competenze in modo da trovare lavoro più facilmente”.
Mentre in Italia il reddito di cittadinanza viene osteggiato, a Bruxelles viene considerato lo strumento principale per raggiungere l’obiettivo di ridurre di almeno 15 milioni di persone entro il 2030 il numero di persone a rischio povertà.
“Un reddito minimo adeguato è estremamente rilevante nell’attuale contesto di aumento dei prezzi dell’energia e dell’inflazione in seguito all’invasione russa dell’Ucraina, poiché le misure di reddito possono essere mirate a favorire in modo specifico i gruppi vulnerabili“.
La Commissione raccomanda di adeguare il sussidio entro il 2030 (pur salvaguardando la sostenibilità delle finanze pubbliche). Inoltre, migliorare la copertura e la fruizione degli aiuti. Ad esempio, nell’Unione europea circa un disoccupato su 5 a rischio di povertà non è idoneo a ricevere alcun sostegno al reddito e stime comprese tra il 30% e il 50% circa della popolazione ammissibile non cerca il sostegno al reddito di cui avrebbe diritto. Bruxelles raccomanda anche un miglioramento delle misure per l’ingresso nel mercato del lavoro. Il Rdc “dovrebbero aiutare le persone a trovare un lavoro e a mantenerlo, ad esempio attraverso l’istruzione e la formazione inclusiva“.
Ma dovrebbe essere anche possibile combinare la fruizione del sussidio con lavori di breve durata. Allo stesso modo, vanno migliorati anche gli altri servizi che dovrebbero accompagnare il reddito: assistenza, formazione e istruzione. Infine, il sostegno dovrebbe essere fornito su base individuale, non solo per nucleo familiare.
(da agenzie)

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SE MANCA MANODOPERA E’ COLPA DEL REDDITO DI CITTADINANZA? E’ FALSO

Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

I DATI UFFICIALI LO DIMOSTRANO

L’erogazione media del reddito e di 580 euro e lo percepiscono poco meno di tre milioni di persone.
Solo un terzo di questi, ovvero 900.000, sulla base dei parametri di legge, è occupabile.
Di qtesti 900.000 il 20-22% ha già un impiego che però non gli consente di superare la soglia di povertà.
Ne restano 750.000, il 55% dei quali sono donne, molte con bambini, difficilmente occupabili in settoricome edilizia e agricoltura.
Nelle aree in cui c’e’ carenza di manodopera, ci sono 300.000 percettori del reddito di cittadinanza, molti però hanno un livello di scolarizzazione che non raggiunge la terza media.
(da agenzie)

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SALVINI HA SEQUESTRATO PURE LA LEGA E MINACCIA DI ESPELLERE TUTTI

Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

PASSATO DA FORZA PUTIN A FORZA STALIN, IL “CAPITONE” NON SI DIMETTE DA SEGRETARIO NONOSTANTE IL FLOP ELETTORALE… DIETRO LE QUINTE SONO VOLATI INSULTI CON I GOVERNATORI: “SE VUOI LA RIVOLUZIONE, LA AVRAI”

La Lega è ormai la nave Diciotti di Matteo Salvini: l’ha sequestrata. Domenica sera, in via Bellerio, lo hanno sentito insultare Fedriga, Zaia e Giorgetti: “Mi hanno fatto perdere”. Ieri mattina ha dato mandato alle sue squadracce di “picchiarli” sui social. Di pomeriggio ha convocato un federale. Non si dimette. Non lascia.
Offre però di condividere con il partito i nomi dei ministri e “più collegialità”. Ha fatto una conferenza post elezioni dove ha detto tutto il contrario. Fa Stalin quando serve e Nelson Mandela quando occorre.
Il Salvini vero è quello di lunedì, quello che privatamente ha parlato con i governatori. I leghisti di governo spiegavano a Salvini che è necessario un cambio: “Non lo vedi che raccolgono le firme nei territori?”. Proponevano: “Prendiamoci insieme responsabilità del fallimento e ricominciamo”. Salvini invece replicava: “Abbiamo pagato il governo Draghi. Da adesso io caccio chi parla con i giornali, chi lavora contro.”. E loro: “Bene, il miglior modo per favorire una rivoluzione”.
Dall’ufficio organizzativo si vuole mandare via Aldo Morniroli. E’ una figura importantissima. E’ il leghista che conosce gli statuti e i regolamenti. Stesso trattamento sarebbe riservato a Sofia Guanziroli, una calderoliana.
Non sono semplici dipendenti, ma ingranaggi della Lega, una Lega che ancora una volta, Salvini, ha requisito. Al suo staff ha fatto inoltrare questa versione. Diceva che il partito gli ha chiesto di “andare al governo in modo da recuperare il consenso perso”. Come merce di scambio ha offerto l’autonomia differenziata e i congressi provinciali.
Si parte con quello di Bergamo e poi quelli regionali da tenere entro il 30 gennaio. Ma il vero capolavoro è “la campagna d’ascolto” che sarebbe pronto a intraprendere in giro per le sezioni, roba da Gianni Cuperlo, con rispetto per Cuperlo. Salvini resta ancora segretario della Lega, una Lega che avrà ancora dei ministri che non la pensano come Salvini. Resta la Lega, il partito che non è di Salvini, ma di Andreotti: doppiezza italiana.
(da Il Foglio)

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