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SONO ALMENO SEI MILIONI GLI ITALIANI CHE QUESTA ESTATE RINUNCERANNO ALLE VACANZE: L’ITALIA È TRA I PAESI CON PIÙ LAVORATORI CHE NON POSSONO PERMETTERSI LE FERIE, DOPO ROMANIA, GRECIA E UNGHERIA

Luglio 24th, 2023 Riccardo Fucile

IN EUROPA, IL PREZZO PER UN PACCHETTO TURISTICO DI QUATTRO O PIÙ NOTTI SI AGIRA SUI 1.474 EURO… IN 14 PAESI SU 27 IL COSTO DELLE AGOGNATE VACANZE È PIÙ ALTO DI UN MESE DEL SALARIO SALARIO MINIMO

Secondo l’osservatorio prestiti di Prestitionline.it nel secondo trimestre di quest’anno l’incidenza dei prestiti destinati alle vacanze è aumentata dell’83,3% rispetto ai tre mesi precedenti raggiungendo il 2,2% del totale a cui si aggiunge poi lo stock dei cosiddetti prestiti di liquidità con cui molte famiglie finanziano varie spese, vacanze comprese, prestiti che a fine giugno avevano toccato quota 42,7% (dal 41,6% di 12 mesi prima). Un vero e proprio boom per i viaggi coi prestiti per andare in vacanza in aumento del 26% rispetto allo stesso periodo del 2022, anno in cui questa voce era già cresciuta addirittura del 302%.
La somma di salari bassi e inflazione alta costringe un italiano su 3 a rinunciare alle vacanze, oppure a fare i salti mortali per potersi concedere qualche giorno, magari indebitandosi o riducendo all’osso il numero di giorni da prendere. In tutto sono circa sei milioni gli italiani che si trovano in questa situazione, 38 milioni in tutta Europa secondo le stime della Confederazione europea dei sindacati (Ces), che elaborando gli ultimi dati di Eurostat ha calcolato che ben il 19,5% dei lavoratori europei quest’anno non può permettersi una settimana fuori casa.
Questo perché il prezzo medio dei pacchetti vacanza, quelli che possono offrire le soluzioni più convenienti, tra gennaio e maggio è aumentato del 12,4% in tutta l’Ue, dopo il +11,5% dello scorso anno. Si tratta dell’aumento più forte dal 1996 a questa parte.
A causa dei salari troppo bassi l’Italia è tra i paesi dove questo fenomeno pesa di più, dopo Romania (dove il 43% dei lavoratori non può permettersi vacanze, Grecia (37%) e Ungheria (34%). L’Italia col 30,75% si piazza al quarto posto al pari della Croazia e subito davanti a Cipro (30,1%). In media, ha calcolato la Ces, nel nostro paese un pacchetto vacanze quest’anno costa 1.319 euro
La nostra percentuale è ben oltre il doppio di quella che si registra in Francia e in Germania, dove solo il 13% dei lavoratori non può godersi un periodo di ferie estive». «Evidentemente, parliamo di persone che hanno, sì, un posto di lavoro, ma salari non adeguati o addirittura poveri – spiega Bombardieri – nel nostro Paese c’è una questione salariale in tantissimi settori, a cominciare, peraltro, proprio da quello del turismo, dove si stanno registrando considerevoli profitti, mentre restano al palo i rinnovi di molti contratti collettivi».
In base allo studio della Ces nell’Europa a 27 il costo medio di un pacchetto turistico di quattro o più notti è pari a circa 1.474 euro (si va da un minino di 498 in Romania ad un massimo di 3.932 in Danimarca).
E a conti fatti in ben 14 paesi su 27 il prezzo medio di un pacchetto turistico vale più di un mese di paga per chi guadagna il salario minimo. In Italia nell’ultimo anno il costo delle vacanze è aumentato del 14,1% battendo nettamente il record precedente del 2004 quando toccò il +10%.
Restare a casa risolve solo in parte il problema vacanze, perché anche il costo delle attività ricreative e culturali, comprese le visite al cinema o ai musei, è aumentato in media nei 27 paesi del 6,5%, un terzo in più rispetto alla crescita salariale nominale.
«Una vacanza è importante per il benessere dei lavoratori, ma l’aumento record dei prezzi significa che milioni di persone quest’estate non potranno concedersi una pausa – commenta il segretario generale della Ces, Esther Lynch -. Nel frattempo gli amministratori delegati che hanno causato l’inflazione usando la scarsità di offerta come scusa per aumentare i loro margini di profitto si prenderanno il sole nei resort di lusso. Lungi dall’essere una pausa, questa estate fa luce sulla profonda disuguaglianza che esiste nella nostra economia e società».
Di qui la richiesta che la Ces rivolge all’Unione europea ed ai governi nazionali di «porre fine alla crisi del costo della vita imponendo tasse straordinarie sui super profitti, che rappresentano i due terzi dell’inflazione, e ripristinando il potere d’acquisto dei lavoratori attraverso aumenti salariali dignitosi».
(da La Stampa)

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COSI’ IL SISTEMA ROSSI-SERGIO HA MELONIZZATO LA RAI

Luglio 24th, 2023 Riccardo Fucile

BENVENUTI A TELEMELONI, DOVE LA LOTTIZZAZIONE HA SUPERATO OGNI LIMITE, ANCHE QUELLO DELL’INDECENZA

«Non pensavo sarebbe stato così difficile». La frase è di un dirigente di primo piano della nuova Rai di stampo sovranista, Telemeloni l’hanno rinominata. Metterla in piedi in due mesi non è stato facile, neanche per chi della squadra aveva già familiarità con l’azienda, figurarsi per chi programmi non ne ha mai fatti e arriva da società collegate al servizio pubblico, come la nuova doppia punta alla guida della Rai per volere di Giorgia Meloni, composta da Roberto Sergio e Giampaolo Rossi.
Il risultato, alla fine, è stato raggiunto, la Rai è stata melonizzata. Perché chi non è andato via di sua sponte – sono stati tanti già nelle prime settimane, ma il telemercato di autori, redattori e inviati è lontano dalla conclusione – è stato allontanato, perfino fisicamente, in qualche caso. In azienda, hanno assistito perplessi. L’occupazione non è cosa nuova in Rai, ma la misura della lottizzazione della destra ha superato ogni precedente. Sia rispetto ai tempi del governo gialloverde Conte I che nel confronto con i governi Berlusconi. Anche se, ovviamente, Giorgia Meloni non ha tre televisioni a propria disposizione.
A colpire, nei corridoi di viale Mazzini e Saxa Rubra, è stato soprattutto il rancore e la voglia di rivalsa dei nuovi padroni: un sentimento che nella narrazione sovranista è un riscatto meritato dopo la cronica penalizzazione di giornalisti e conduttori di destra in Rai. Peccato sia un racconto che non corrisponde a realtà. E per averne prova, basta guardare alle carriere di tre punti di riferimento della destra in Rai.
PETRECCA, SANGIULIANO & CO.
Paolo Petrecca, direttore di RaiNews, per esempio, è diventato caporedattore politico nel 2017, sotto la direzione di Antonio Di Bella e durante il governo Gentiloni.
Gennaro Sangiuliano, oggi ministro della Cultura, è stato nominato vicedirettore del Tg1 nel 2009 e direttore del Tg2 nel 2018: momenti in cui la destra era al potere, ma nessun governo di sinistra ha poi messo bocca sui suoi incarichi.
Stesso discorso per Nicola Rao: oggi direttore della comunicazione della Rai (e a lungo in ballo come nome alternativo a Gian Marco Chiocci al Tg1), è stato responsabile della redazione del Lazio della TgR dal 2010 al 2017. Da lì è passato alla vicedirezione della TgR fino al 2021, per poi traslocare alla vicedirezione del Tg1 e, nel 2022, alla direzione del Tg2. Nessuno dei tre ha dovuto svolgere mansioni da Cenerentola, insomma.
Arrivati al potere, però, i meloniani non hanno avuto lo stesso riguardo per i loro avversari politici. Anzi, è partita una campagna alla conquista di più poltrone possibili, nelle direzioni come nei palinsesti.
Arrivando a creare spazi utili soltanto a rafforzare la presa – già salda – della destra sul servizio pubblico, come il numero sempre più alto di vicedirettori (in Radio sono arrivati addirittura a otto, anche se da viale Mazzini ci tengono a dire che ai tempi della direzione di Antonio Caprarica erano altrettanti), oppure ritoccando la durata dei programmi in modo da trovare strisce da assegnare a volti e penne amici.
Senza troppa compassione per chi ha dovuto fare le valigie e magari, a prescindere dall’orientamento politico, poteva fornire una professionalità utile all’azienda. Una decisione che si è poi rivelata un boomerang per Sergio e Rossi.
Fare fuori chi conosceva a fondo i meccanismi che mandano avanti tv e radio di stato ha lasciato i vertici soli anche nella stesura dei nuovi piani editoriali. E, potendo contare su pochissimi interlocutori interni disposti a dare una mano ai due meloniani, Rossi ha deciso di rivolgersi a consulenti esterni, ovviamente retribuiti a dovere e, mormora qualcuno, non esattamente di comprovata fede meloniana.
SCOMMESSE RISCHIOSE
Da viale Mazzini sottolineano che mettere in piedi i palinsesti autunnali in poche settimane è stata impresa quasi impossibile, ma si è riusciti ad arrivare in fondo, alla riunione del Consiglio d’amministrazione di questo martedì, che chiuderà anche la trattativa sulle squadre dei direttori di testata e di genere. I nuovi dirigenti si danno pacche sulle spalle, alla fine è andato quasi tutto come doveva.
Gli uomini di Meloni sono riusciti anche a riempire i buchi che si sono aperti con le defezioni di chi non voleva più lavorare in quel contesto. Come è successo nel caso di Bianca Berlinguer, migrata verso Mediaset a poche ore dalla presentazione dei palinsesti. Per farlo, le prime file della Rai sovranista non hanno esitato ad aprire parecchie trattative anche fuori dai confini dell’azienda. Ma i volti non Rai che i sovranisti di viale Mazzini desiderano di più restano – per il momento – sogni irrealizzati.
Come quello di Nicola Porro. A cui, nonostante i tempi strettissimi per chiudere la programmazione autunnale erano state dedicate ben due settimane di trattativa. Tutto in fumo, alla fine il giornalista, che può vantare un legame solido sia con Meloni che con Matteo Salvini (e che compariva, non è chiaro a che titolo, nel video dell’incontro tra il ministro degli Esteri Antonio Tajani e l’imprenditore Elon Musk) ha deciso di restare a Mediaset per ottenere, oltre al suo programma in prima serata, anche la conduzione dell’access time dei giorni feriali.
La decisione di chiudere la trattativa per quello che, nei sogni della Lega, sarebbe dovuto diventare un “anti-Report” ha lasciato l’amaro in bocca al settimo piano di viale Mazzini, dove si cita spesso l’incapacità di competere economicamente con le reti private per conduttori e giornalisti. «Gli stipendi Rai devono rispettare un tetto a cui altri non sono vincolati. Certo, bisogna valutare per chi vale la pena spenderli».
MASSIMO GILETTI
Uscito di scena Porro, l’altro nome su cui la Rai vorrebbe mostrarsi competitiva è quello di Massimo Giletti. Ma è ancora presto: troppo incerta la situazione che avvicina il conduttore di Non è l’arena alla vicenda dell’indagine della procura di Firenze.
Ma da agosto, fanno sapere, l’intenzione di viale Mazzini è quella di esplorare la disponibilità del giornalista per qualche evento singolo, in prima serata. Più avanti, è il ragionamento, se non dovessero esserci rischi di sorta, per il conduttore tornerebbe in ballo la prima serata del giovedì di Rai 2, lo spazio che la rete dedica tradizionalmente all’approfondimento e che fu di Michele Santoro.
Non si vuole rischiare un altro Facci, che ha scottato i vertici aziendali nelle ultime settimane. C’è chi non nasconde una certa incomprensione per quella scelta e forse un filo di sollievo nel sapere che l’imprevedibilità dell’editorialista di Libero è stata disinnescata.
Quel nome, calato dall’alto, avrebbe potuto provocare ulteriori imbarazzi, nonostante nella pianificazione del programma siano state prese una serie di precauzioni per mettere al riparo il servizio pubblico da eventuali passi falsi di Facci.
Ma la verità è che se i direttori sperano di delegare la messa a terra dei programmi ideati in queste settimane ai loro vice freschi di nomina, la nuova stagione si preannuncia rischiosa su tanti piani.
Già il palinsesto estivo, per certi versi, non sta dando i risultati sperati: la settimana scorsa, per la prima volta nella storia della sfida tra i due programmi del mattino, Omnibus di La7 ha scavalcato Agorà, su Rai 3, in termini di share. Ma i vertici rischiano di andare incontro a un autunno caldo nei rapporti con le redazioni.
Per ribilanciare gli investimenti in nomi esterni all’azienda, infatti, la Rai, che già si trascina dietro conti in profondo rosso, mette in conto di compensare altrove. Vero è che con la chiusura di tanti programmi molti collaboratori potranno essere sostituiti da figure più in linea con il nuovo corso, ma Sergio e Rossi hanno comunque intenzione di sbloccare le immatricolazioni di esterni, un modo per portare in azienda persone di fiducia.
Ma il problema dei soldi rimane. Un discorso che riguarda soprattutto la testata giornalistica radiofonica, dove i circa 200 giornalisti ora in mano al soldato di Salvini, Francesco Pionati, rischiano di vedersi meno valorizzati a favore di numerosi (e costosi) colleghi esterni all’azienda e potrebbero dover rinunciare alla possibilità di lavorare in trasferta. Stesso discorso per i programmi di approfondimento, dove il timore di molti è che, per tagliare i costi, si intervenga drasticamente sui contributi che oggi arrivano da fuori dalla redazione.
«Duemila giornalisti sono tanti, forse troppi» è una frase che si sente ripetere spesso ai piani alti di viale Mazzini, e il clima che si è creato nei primi mesi di Telemeloni riflette i dubbi che circolano sul valore delle testate. Certo, l’antipatia per la categoria che condividono sia Rossi sia Sergio non aiuta
IL CANONE
Resta poi la questione del canone. Per Salvini, ispirato dal suo responsabile Editoria Alessandro Morelli, la rimozione dalla bolletta (o almeno un ritocco al ribasso) resta una delle bandiere da sventolare in vista delle elezioni europee per superare a destra Meloni. Anche se per il momento Fratelli d’Italia è riuscita a contenere le ambizioni della Lega relegando la questione a un tavolo istituto al ministero dell’Impresa.
Per avere un’ulteriore assicurazione sui flussi di denaro, Rossi e Sergio si sono però anche tutelati inserendo un articolo che difende la Rai nel nuovo contratto di servizio, in modo da garantire all’azienda i fondi necessari per realizzare tutte le attività previste dal perimetro attuale.
IL TELECOMANDO NON SERVE
Se chiudere i palinsesti in poche settimane è stata un’impresa, figurarsi farlo mentre si stende il manifesto di una nuova narrazione per il paese. Ma Rossi è riuscito a distillare la sua visione del mondo – quella contenuta anche nel suo storico blog – nel contratto di servizio, dal quale sono stati cancellati tutti i riferimenti ad accoglienza e giornalismo d’inchiesta, introducendo piuttosto la celebrazione di sport e «gusto italico». L’impianto del documento dà una prima idea della Rai che verrà. E, a dispetto dei proclami, ha poco a che fare con il pluralismo.
L’azienda esce impoverita dall’intervento dei meloniani: la spartizione politica, che ha infarcito i palinsesti dei volti più cari alla destra, ha stravolto in maniera drastica anche delle reti tradizionalmente punto di riferimento dell’elettorato di sinistra, come Rai 3 e Radio 1.
Una prova di «pluralismo», nell’interpretazione meloniana del termine, sempre in virtù di un’“occupazione” della sinistra da compensare. Con il rischio che la fetta di telespettatori che sceglieva la Rai per seguire programmi come quelli di Fabio Fazio, Lucia Annunziata e Berlinguer, alla fine, si rivolga alla concorrenza, con la certezza che le tre principali reti Rai – complice anche la riforma Renzi, che ha cancellato le direzioni verticali in favore di quelle orizzontali – hanno ormai rinunciato alle proprie identità.
La sinistra, in Rai, sopravvive soltanto dove la destra non è ancora riuscita a intervenire. Marco Damilano resta un altro anno grazie alla protezione che gli garantisce il suo contratto, Serena Bortone copre il suo spazio nel fine settimana, mentre Monica Giandotti si occuperà di giovani (ma forse per lei si aprirà uno spazio nel lunedì sera di Rai 3). Ma quel che resta di “Telekabul” è tutto qui.
Anche nella partita delle vicedirezioni di rete e di testata, che a Saxa Rubra vengono considerate, a torto o a ragione, le briciole che la maggioranza di turno lascia alle opposizioni, il Pd rischia di non avere le soddisfazioni che si aspettava. Basta guardare RaiNews. Sotto Petrecca – forse non il più alto campione del pluralismo, considerato l’intervento drastico sul pezzo di una redattrice a proposito del caso La Russa – la sinistra è sparita, con l’uscita di scena dei vicedirettori di area, tra cui Diego Antonelli, al quale si deve la realizzazione del nuovo portale web della Rai.
GEMELLI DIVERSI
L’assalto alla diligenza che ha caratterizzato i primi mesi della destra al timone della Rai emerge anche in questa partita. Sergio e Rossi sono riusciti a presidiare persino le seconde file della dirigenza di viale Mazzini, sintomo evidente del complesso di accerchiamento che vivono. I due combattono uniti verso gli attacchi che arrivano dalle opposizioni, anche se per la verità non sono tantissimi, visto che in Consiglio d’amministrazione possono contare sulla “non opposizione” del consigliere di area M5s, Alessandro di Majo. “Ammorbidito” con una serie di concessioni ai Cinque stelle. Ma non è detto che Sergio e Rossi continuino a marciare compatti.
C’è un dettaglio che ha colpito chi assisteva alla presentazione dei palinsesti autunnali andata in scena al centro di produzione di Napoli, che quest’anno celebra il suo sessantesimo compleanno. Il sette luglio, alla conferenza stampa condotta dal capo ufficio stampa Fabrizio Casinelli c’erano inizialmente cinque poltroncine: dopo che si sono seduti Sergio, il direttore della distribuzione, Stefano Coletta, la direttrice di RaiPlay, Elena Capparelli, e Gian Paolo Tagliavia, ad di Rai Pubblicità, una è rimasta vuota. Era destinata al dg Rossi che però, all’ultimo, ha preferito salire sul palco soltanto quando chiamato in causa dalle domande dei giornalisti.
Una decisione che mostra quali siano i rapporti di forza nella diarchia che, dicono i più generosi, rallenta ulteriormente un’azienda già di per sé elefantiaca. Sergio in prima fila e Rossi nelle retrovie. Con il risultato che spesso i due abbiano idee molto difficili da conciliare.
L’idealista contro il pragmatico, come ha mostrato il caso Facci. Sergio lo avrebbe voluto liquidare fin da subito, dopo le sue parole inaccettabili sul caso La Russa, mentre Rossi ha voluto tenere il punto, almeno per qualche giorno. Alla fine, però, l’ad ha avuto la meglio. E forse, a posteriori, ha fatto un favore alla maggioranza: il precedente può diventare un’arma nelle mani della destra, che ha promesso di portare in commissione di Vigilanza il caso di Roberto Saviano, che ha dato della «bastarda» alla premier e del «ministro della Mala Vita» a Salvini.
La prossima scadenza dei due dioscuri meloniani è maggio 2024. Il piano originario prevede che la prossima primavera Sergio e Rossi si scambino i posti, in modo da garantire all’ideologo della presidente del Consiglio un intero mandato per portare a termine la trasformazione del servizio pubblico in uno strumento a sua disposizione.
Sergio si sta mostrando però meno mansueto di quanto la destra si aspettasse e ha approfittato del suo ruolo per risolvere qualche conto in sospeso o proteggere chi voleva salvare dalla scure della destra. Anche nella gestione delle prime crisi, alla fine ha preso lui in mano la situazione, consapevole del fatto che la faccia da mettere sulle decisioni della nuova Rai era sempre la sua. Il rischio, dal punto di vista di Rossi, è quello di far accumulare troppi crediti con la maggioranza al vecchio democristiano sull’orlo della pensione, che potrebbe essere interessato a qualche poltrona dell’universo Rai (come quella di Rai Cinema o quella di Radiorai) al termine dell’incarico che ha accettato «per senso di responsabilità», come ha detto lui stesso.
L’altra partita che deve giocarsi Rossi è quella del suo rapporto personale con la presidente del Consiglio. Che, attualmente, è altalenante. Non è l’unico, considerata l’ambizione della premier di avere sempre tutto sotto controllo. Un atteggiamento che lascia a chi collabora con lei pochissime possibilità di sbagliare.
Le prime settimane in Rai però non sono andate benissimo e Rossi, che pretende di essere l’unico ufficiale di collegamento tra palazzo Chigi e viale Mazzini ed esclude l’ad dai suoi confronti con Meloni, ha dovuto prendersi tutte le responsabilità del caso.
Certo, ci sono rapporti personali della premier che sfuggono al controllo dell’ideologo accentratore, come quello con Bruno Vespa e Chiocci, ma a livello dirigenziale è per lui essenziale rimanere l’uomo di Meloni in Rai. Per poter aspirare, più avanti nella legislatura, ad assaporare gli effetti della riforma della governance che nei ragionamenti della destra sparsa tra parlamento e viale Mazzini rimbalza già da un po’. L’intenzione è quella di portare la durata del mandato dell’ad almeno a quattro anni. E rendere così la Rai «di tutti», come recita il nuovo slogan aziendale, ma soprattutto di Rossi.
(da editorialedomani.it)

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MILANO, LA GUARDIA MEDICA DIVENTA A PAGAMENTO PER CHI NON E’ RESIDENTE

Luglio 24th, 2023 Riccardo Fucile

ENNESIMO BALZELLO PER I FUORISEDE

Da oggi, lunedì 24 luglio, chi lavora, studia o è in vacanza a Milano senza avere la residenza in Lombardia dovrà pagare per accedere ai servizi della guardia medica.
Il costo per una visita in ambulatorio è di 20 euro, mentre per i controlli a domicilio la cifra sale a 35. Ad annunciare la novità, richiesta a gran voce per anni dai sindacati dei medici, è una stringata nota pubblicata da Ats Milano.
La vicenda che ha portato alle nuove regole inizia in realtà nel 2007, quando Regione Lombardia e i sindacati – ricorda il Corriere – decidono di eliminare il pagamento cash delle visite per i cittadini non residenti e i compensi extra. In cambio, i camici bianchi ottengono un aumento della tariffa oraria da 22 a 23 euro l’ora. Un aumento modesto, che viene giudicato però «ingiustificato» dalla procura della Corte dei Conti. Si arriva così al 2019, quando l’accordo viene sospeso e i medici iniziano a visitare gratuitamente anche chi non ha la residenza in Lombardia ma abita a Milano.
Il nuovo accordo con i sindacati
A fine 2020, la situazione cambia. Regione Lombardia, tramite le Ats, chiede ai medici di restituire i soldi ricevuti negli anni precedenti come contributo aggiuntivo. Ne nasce un contenzioso, con alcuni camici bianchi che accettano di pagare e altri che chiamano in causa gli avvocati. Alla fine la Corte dei Conti raggiunge il suo verdetto definitivo: quell’aumento di un euro del 2007 è legittimo. Di conseguenza, non c’è nulla da restituire. Archiviati i contenziosi e le battaglie legali, nel 2022 si arriva a un nuovo accordo che prevede la tariffa extra per chi non ha la residenza in Lombardia e non è iscritto – neppure in via provvisoria – al servizio sanitario regionale. La cifra fissata dal nuovo accordo prevede un costo di 20 euro per le visite in ambulatorio e di 35 euro per quelle a domicilio, da pagare sempre tramite pos. Chi risiede in un’altra regione può chiedere il rimborso del ticket alla propria Asl, ma solo se previsto.
Le proteste delle opposizioni
La novità annunciata in questi giorni da Ats Milano ha scatenato la protesta delle opposizioni in consiglio regionale. «La guardia medica (servizio pessimo sul quale ho già presentato interrogazioni) diventerà a pagamento per gli studenti fuori sede. Nota categoria di persone che navigano nell’oro. Che vergogna», commenta il consigliere di centrosinistra Luca Paladini. Il timore è che il costo di queste nuove regole finisca per essere scaricato su chi, soprattutto a Milano, già fatica a fare i conti con il caro affitti e con l’inflazione sempre più alta. Secondo le stime dell’Unione degli Universitari, a gennaio 2022, erano circa 66mila gli studenti fuori sede a Milano. L’introduzione di una tariffa extra per l’accesso alla guardia medica rischia anche di intasare i pronto soccorso, che restano gratuiti. L’unica alternativa, come ricorda Regione Lombardia, è chiedere l’iscrizione temporanea al Servizio sanitario regionale. Una procedura totalmente gratuita e che permetterebbe a chi risiede a Milano di accedere alle visite in guardia medica senza dover pagare una tariffa extra.
(da agenzie)

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IL GOVERNO MELONI E GLI EVASORI

Luglio 24th, 2023 Riccardo Fucile

QUEL PATTO DEI SOVRANISTI CON L’ITALIA PEGGIORE

Sarebbe ingenuo sorprendersi delle uscite di Giorgia Meloni e Matteo Salvini su tasse ed evasione fiscale. Attenzione: quando la premier usa parole mafiose per giustificare chi non paga il dovuto all’erario («pizzo di stato») l’indignazione è una reazione appropriata.
Così come naturale sdegno provocano gli ammiccamenti del segretario della Lega ai predoni che si rifiutano di saldare le cartelle esattoriali dovute all’Agenzia delle entrate.
Alla stizza, però, va aggiunta una riflessione sulla base elettorale della destra di governo. E sulle sue strategie per gestire il consenso.
Meloni ha vinto le elezioni firmando un patto esplicito con l’elettorato di riferimento, fondato su due pilastri fondamentali.
Uno securitario (contro i migranti in primis) e uno, in campo economico, incentrato sulla flat tax in varie salse, l’eliminazione del reddito di cittadinanza e laissez-faire per le categorie di riferimento. Arrivata a palazzo Chigi, la destra nero-verde non riesce però a tagliare le tasse come promesso. Dunque alliscia il suo popolo come può.
Con dichiarazioni che piacciono a lavoratori autonomi, piccoli imprenditori e professionisti (secondo gli ultimi dati del Mef è la loro evasione a pesare maggiormente sul mancato gettito); e attraverso lo scudo politico concesso alle partite iva, i cui comportamenti abusivi vengono tollerati per puro tornaconto elettorale.
Il patto della destra con l’Italia peggiore è poi incentrato su un’altra contraddizione. Anche gli operai e gli impiegati che subiscono sulla propria pelle gli effetti nefasti dell’evasione lo scorso settembre hanno infatti votato in massa il partito di Meloni.
Com’è possibile che persino gli insegnanti delle scuole che guadagnano in media la miseria di 1.600 euro al mese, salario tra i più bassi d’Europa, premino – secondo Ipsos – una coalizione che non protegge loro, ma corporazioni (quella dei tassisti, per fare un esempio di attualità) che incassano senza versare i tributi e danneggiando la collettività?
La risposta è nell’altra parte dell’offerta politica di Lega e Fratelli d’Italia. Incentrata sulla propaganda che ha convinto i ceti meno abbienti, quelli che un tempo votavano a sinistra, che le disuguaglianze economiche non sono colpa di una cattiva distribuzione delle ricchezze tra chi ha di più e chi di meno. Ma è dovuta alla concorrenza di stranieri e migranti che delinquono, e che «rubano il lavoro agli italiani».
Un disegno che al fine provoca un conflitto sociale tra deboli, e che consente alla destra di sviare l’attenzione dalla vera sperequazione in atto. Quella, cioè, che vede ricchi sempre più ricchi pagare meno tasse di quello che dovrebbero, e poveri sempre più poveri che si fanno la guerra tra loro per un osso. Quando le opposizioni progressiste concentreranno ogni sforzo per svelare questo imbroglio di successo, non sarà mai troppo presto.
(da editorialedomani.it)

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MOSCA COLPITA CON DUE DRONI

Luglio 24th, 2023 Riccardo Fucile

KIEV RIVENDICA: “PUTIN HA PERSO IL CONTROLLO ANCHE DEI SUOI CIELI, SUBIRA’ ALTRI ATTACCHI”

L’intelligence militare ucraina ha rivendicato gli attacchi compiuti con droni su Mosca nelle prime ore di lunedì 24 luglio. La capitale si è svegliata infatti questa mattina con due esplosioni. Ad essere colpito, secondo quanto riportato dall’agenzia russa Tass, è stato un centro commerciale in via Likhacheva, vicino a una delle principali tangenziali di Mosca, mentre un secondo drone sarebbe caduto su Komsomolsky Prospekt, a poco distanza dalla sede del ministero della Difesa russo. «Gli attacchi contro infrastrutture chiave del settore di sicurezza russo a Mosca sono la prova che il regime di Putin non è in grado di controllare completamente il cielo, neppure per neanche per la protezione delle sue strutture più importanti», ha affondato il colpo il portavoce dell’intelligence militare ucraina (Gur) Andriy Yusov.
Parlando al Kyiv Post, Yusov ha aggiunto minaccioso che attacchi di questo genere «continueranno e aumenteranno di portata».
Per motivi di sicurezza, riporta la Tass, alcuni voli in arrivo all’aeroporto di Vnukovo sono stati dirottati su altri aeroporti. Non è la prima volta che Mosca si trova a dover fare i conti con un attacco dronistico. L’ultimo episodio risale al 4 luglio scorso. Anche in quell’occasione il Cremlino ha accusato Kiev di aver orchestrato l’attacco.
(da agenzie)

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IGNAZIO LA RUSSA E DANIELA SANTANCHE’: “UN PATTO INDISSOLUBILE” TRA AMICIZIA, FESTE E AFFARI

Luglio 24th, 2023 Riccardo Fucile

I PARERI LEGALI DI LUI E IL SODALIZIO CON VERDINI

La loro storia è da sempre un intreccio di politica, salotti e lavoro: quest’ultimo volgarmente definito, in alcuni casi con sottotesto, come «occuparsi di affari reciproci».
E a intuirne l’intreccio oltre dieci anni fa, quindi ben prima delle cronache di questi giorni, è stato il missino e «nobile dandy fascista» Tomaso Staiti di Cuddia.
Acerrimo avversario della corrente dei siculi sbarcati a Milano
«Ligresti-La Russa», cresciuti tra i neri dell’Etna, in una intervista al sito della casa editrice cattolica-evoliana Effedieffe nel 2010 descriveva così l’arrivo di Daniela Garnero in Santanchè nell’area della destra-destra milanese: «Lei e Ignazio la Russa hanno siglato un patto politico-mondano-commerciale. Ignazio le ha aperto le porte della Provincia, lei quelle dei salotti».
Un patto, un legame fatto di vacanze insieme, amici comuni, Milano festaiola e Parlamento. Un legame che stona con la fredda presa di distanza dalle vicende che stanno coinvolgendo la ministra-imprenditrice con indagini sulle sue società, dipendenti che denunciano irregolarità e soldi da raccattare e in fretta per evitare fallimenti e bancarotte: «Mai lavorato per le società di Santanchè», ha detto il presidente del Senato. Non proprio così, come ha dovuto ammettere la stessa ministra in Senato nell’arringa difensiva che non le ha evitato la mozione di sfiducia che sarà discussa mercoledì su proposta dei 5 stelle: «Lo studio legale La Russa ha curato una diffida a uno dei miei soci in Visibilia», ha detta la ministra. Non proprio così ancora una volta: La Russa da avvocato ha firmato altre due diffide inviate a Milanotoday per conto di Visibilia e del fondo di Dubai Negma che ha prestato soldi alle società della ministra. E in una assemblea dei revisori di Visibilia a verbale è scritto che per un consulto è stato chiamato «l’avvocato La Russa».
Il presidente del Senato è stato visto in un ristorante con Santanchè prima dell’intervento in Senato e poi ci sono altre vicende che riportano all’intreccio La Russa-Santanchè sul lato degli affari: l’acquisto e la rivendita in un’ora con guadagno da un milione di euro della villa del sociologo Francesco Alberoni da parte della moglie del presidente del Senato, Laura De Cicco, e del compagno e socio in affari della Santanchè, Dimitri Kunz. A proposito di Alberoni, chi lo ha introdotto alla corte di La Russa anni fa? Ma lei, la Garnero Santanchè.
Daniela e Ignazio, una coppia politica che a Milano fa vita comune da decenni. Sua assistente nei primi anni Novanta, La Russa nel 1995 la fa entrare in An. Diventa quindi consulente di un’assessora a Milano, Serena Manzin, e nel ‘99 viene eletta consigliera provinciale.
Nel 2001 il grande salto a Roma alla Camera e l’ingresso nel Pdl quando a guidare le creatura nata dalla fusione tra An e Forza Italia sono la triade Sandro Bondi, La Russa e Denis Verdini: quest’ultimo grande amico e tessitore di relazioni per entrambi. La Russa e Santanchè vanno a trovarlo insieme in carcere e ancora oggi hanno un filo diretto con lui. Scrive nella sua autobiografia «Sono una donna, sono una santa» l’odierna ministra: «Sono entrata in politica grazie a La Russa, che ritengo uno dei miei pochissimi amici. Insieme a Denis Verdini».
La Russa nel 2003 fa fare l’assessore al Turismo a Daniela nel Comune di Ragalna, sull’Etna, dove il presidente del Senato ha una casa di famiglia e allora villeggiava spesso lì prima dei lussi della Sardegna e delle tante case comprate nel borgo di Zoagli in Liguria anche dal Comune e a buon prezzo.
Venti anni fa l’allora assessora di Ragalna sognava comunque già in grande e annunciava un progetto faraonico: quello di costruire alle pendici del vulcano un resort «a metà fra Hollywood e il safari in Kenya». Non se ne farà nulla, per fortuna. Ma pochi anni dopo La Russa spinge per premiarla e farla eleggere vice presidente della Camera: non ci riuscirà, ma grazie ai buoni uffici di Ignazio diventerà sottosegretaria dell’ultimo governo Berlusconi.
A parte una parentesi con La Destra di Francesco Storace, che la separa per un po’ da La Russa, la “Santa” torna nel partito di Giorgia Meloni e grazie all’asse con Mario Mantovani, l’amico di mamma Rosa Berlusconi, si prende il partito a Milano con i buoni uffici proprio di Ignazio, che con lei si fa vedere ovunque, anche in piccoli eventi in provincia. Sull’altra sponda l’ala di Carlo Fidanza, che oggi osserva con un certo sorrisino di piacere le disavventure del tandem.
Ma anche durante la parentesi con La Destra, La Russa e Santanchè sono spesso insieme, dalla Toscana a Cortina, dove vanno a sciare con mogli e compagni. Sempre insieme, legati, fino ai giorni nostri.
Lo scorso settembre sui divanetti di A’Riccione Terrazza 12 a Milano Santanchè attende l’esito del voto insieme a Mantovani e al figlio più grande del presidente del Senato, Geronimo La Russa: oggi alls guida dell’Aci, un ente che collabora con il ministero del Turismo per la programmazione dei fondi europei 2023-2030. Per dire i casi della vita e gli intrecci dei “Larussanchè”, come ormai li chiamano a Milano.
(da La Repubblica)

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LA FOBIA DELLO STRANIERO NELL’ITALIA CHE MUORE

Luglio 24th, 2023 Riccardo Fucile

LA NOSTRA MALATTIA E’ LO SPOPOLAMENTO, NON UNA INVASIONE CHE NON ESISTE SE NON NEI CERVELLI MALATI

Alla grande conferenza di Roma su sviluppo e migrazioni i governanti europei, a cominciare dai nostri, non parlano che di fermare i migranti irregolari. Comprensibile e persino commendevole, magari cominciando a rendere meno impossibile approdare in Italia e in Europa per via regolare. Finora pare non si riesca a inventare nulla di meglio che finanziare regimi arabi mediterranei perché sbarrino la loro frontiera terrestre con l’Africa profonda, facendo leva sul diffuso disprezzo per i neri. Il caso tunisino è modello.
Morire pugnalati nel Sahara come alternativa ad affogare nel Mediterraneo? Confidiamo che persuasione morale e incentivi economici del nostro governo nei confronti del presidente Saied – non più né meno dittatore di quasi tutti i suoi colleghi nordafricani – migliorino il clima a Sfax e dintorni.
Eppure la grande nuvola mediatica alimentata da esponenti e ministri della destra continua a battere sull’incubo dell’invasione. E anche a sinistra ogni tanto uno squillo rimbomba. Fino a scivolare nel puro complottismo, evocando il mostro della “sostituzione etnica”. Sempreverde teoria per cui misteriose élite cosmopolitiche organizzerebbero la liquidazione della razza bianca per imporre il dominio di neri e alieni vari nel Vecchio Continente. Italia in testa. Come se noi italiani, per fortuna uno dei popoli più “impuri” al mondo, fossimo gli eredi diretti di Giulio Cesare o i greci discendessero da Pericle.
Fin qui classico razzismo. Ma colpisce il tentativo di mettere insieme migrazioni e complotto anti-italiano in un Paese che ha nel declino demografico il suo tallone di Achille.
La nostra priorità dovrebbe consistere in robuste politiche di sostegno alla famiglia e alla natalità insieme a costanti flussi migratori, regolari e gestiti per quote con Paesi stranieri, per evitare la desertificazione del Belpaese.
Altro che sostituzione etnica: qui rischiamo lo spopolamento, con una popolazione anziana di proporzioni insostenibili, sufficienti a sovvertire l’equilibrio sociale.
Oggi un italiano su quattro ha almeno 65 anni, fra vent’anni sarà uno su tre. Le classi scolastiche si svuotano – i ragazzi fra i 3 e i 18 anni sono oggi 8 milioni e mezzo, saranno 7 fra vent’anni – e le iscrizioni alle università calano di brutto.
Bassa natalità e invecchiamento della popolazione ci spingono verso un drastico declino, non solo economico. E noi ci preoccupiamo del colore della pelle di chi abita lo Stivale?
Forse converrebbe spendere almeno parte delle energie con cui alimentiamo la paura dei migranti per studiare e combattere la vera emergenza nazionale. Né possiamo ridurla alla dimensione economica e sociale, che pure pesa. È un’emergenza culturale che riguarda il nostro modo di (non) convivere, la concentrazione autistica su se stessi, quasi fossimo noi lo scopo della nostra vita.
La miscela fra emergenza demografica e fobia del migrante – o dell’altro in genere – può innescare circuiti culturali devastanti. I movimenti estremisti violenti e razzisti che hanno insanguinato l’Europa nella prima metà dello scorso secolo sono fioriti sulla narrazione dell’aggressione aliena contro una minoranza minacciata, che intanto dominava il mondo e colonizzava Afriche e Asie. Per tacere del segregazionismo americano, tutt’altro che domato.
È difficile affrontare con piglio propositivo questioni esistenziali di tanto calibro, coscienti come siamo di non poterle risolvere nel breve periodo. Ma per poterle gestire e curare non con magie improbabili ma via terapie da affinare è meglio concentrarci sulla realtà. E scacciare i fantasmi. Specie in tempo di guerra.
(da La Stampa)

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SALARIO MINIMO, LO DICE LA COSTITUZIONE: L’INIZIATIVA PRIVATA NON PUO’ ANDARE CONTRO L’UTILITA’ SOCIALE

Luglio 24th, 2023 Riccardo Fucile

LA DESTRA ASOCIALE SI RILEGGA L’ART 36 DELLA COSTITUZIONE

La lotta per il salario a nove euro come richiede l’opposizione al governo Meloni è poca cosa in confronto alla velocità con cui corre la povertà in Italia. Questa piaga sociale si affaccia prepotentemente alle porte della classe media e nessuno può negare che in questo modo la distribuzione della ricchezza viene inesorabilmente erosa.
La perdita dei valori umani e costituzionali delle leadership di questo Paese è un dato di fatto e ha contagiato quella classe media a cui tutta la politica cerca di parlare. Se gli italiani si abituano a ragionare: “ciò che accade agli altri non mi riguarda, l’importante è che mi salvi io” dimostrano di rifiutare i valori fondanti dei padri costituenti. Ci siamo forse persi per strada qualcosa che le destre hanno raccolto e buttato nella spazzatura: le libertà costituzionali.
A milioni di salariati che non hanno i soldi per finire il mese cosa può interessare della Costituzione? I poveri assoluti non sanno cosa sia la Costituzione e i super ricchi riconoscono solo il valore del denaro.
Va presa coscienza che la battaglia sul salario minimo è di fondamentale importanza per la ripresa economica, ma soprattutto per la rinascita di quei valori sociali che il sistema sta voracemente divorando. Il principio che deve essere avanzato è la garanzia delle minime necessità (cibo, vestiti, casa, servizio sanitario, istruzione), articoli 25 e 26 della Dichiarazione universale dei diritti umani, che è poi l’applicazione dell’art. 36 della Costituzione.
Se fai una battaglia sul salario minimo esso deve coprire le minime necessità, perché è questo il valore umano che l’economia deve garantire. Solo se la lotta si farà per questo valore i lavoratori prenderanno coscienza costituzionale. L’opposizione si deve muovere in questa direzione: M5s, sinistre, sindacati sbagliano a fare la lotta con l’obbiettivo dei nove euro perché è priva di valore etico ed economico. Il sindacato non può nemmeno pensare: “la congiuntura non è favorevole non bisogna troppo scomodare gli imprenditori”. Ragionare in questa maniera non solo provoca da anni la diminuzione di lavoratori e iscritti, ma proliferano i lavoratori sottopagati e precari.
Il problema della povertà è strutturale, cioè ci sono meccanismi socio-economici che producono il rischio di povertà. Altrimenti non sarebbe possibile spiegare perché, mentre gli imprenditori aumentano i profitti, i lavoratori hanno sempre meno potere d’acquisto e la povertà avanza. Se la garanzia delle minime necessità è un valore universalmente riconosciuto, perché imprenditori e super ricchi non dovrebbero rispettare la Costituzione? Non potranno giustificare di fronte all’opinione pubblica i loro lauti profitti mentre pagano stipendi da fame ai loro lavoratori e la povertà attanaglia il 25% della popolazione.
Se la Confindustria e tutte le sue “sorelle minori” negheranno tali valori, bisogna lottare e richiedere la modifica esplicita in tal senso dell’articolo 36 della Costituzione. “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente a garantire le minime necessità (cibo, vestiario, casa, sanità e istruzione) a sé e alla famiglia, necessarie per un’esistenza libera e dignitosa”.
Non basterà portare i lavoratori in piazza, bisogna risvegliare le coscienze degli italiani. Bisogna mettere su una bilancia il valore della dignità umana e il valore del denaro, allora sì che i super ricchi e le loro schiere di cortigiani inizieranno a preoccuparsi. La lotta per il salario minimo avrà un risultato positivo solo se si inizierà a rivendicare il limite dell’iniziativa economica privata come prevede l’art. 41 della Costituzione “… Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
Se non saremo capaci di trasmettere questi valori agli italiani la battaglia si perde. Se la lotta alla povertà salariale diventa un valore si vince.
(da Il Fatto Quotidiano)

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OPERAZIONE PULIZIA DEI RICH KIDS LONDINESI: DAI PROFILI SPARISCONO LE FOTO DEL DJ INDAGATO PER VIOLENZA SESSUALE CON LA RUSSA JR

Luglio 24th, 2023 Riccardo Fucile

DOPO LA NOTIZIA DELL’INDAGINE, CANCELLATE LE IMMAGINI CON IL FIGLIO DI MADONNA E UN ALTRO NOME DEI SALOTTI BENE

Operazione pulizia sui social da quando il nome di Tommaso Gilardoni è finito sul registro degli indagati assieme a quello di Leonardo La Russa. Entrambi i ventenni sono al centro di un’inchiesta della procura di Milano a seguito del racconto di una 22enne, che ha denunciato una violenza sessuale dopo una notte in discoteca. Oltre al figlio del presidente del Senato, in questi giorni è emerso un profilo più delineato del 24enne di origine comasche, il quale sembra fosse poco avvezzo agli ambienti notturni del capoluogo lombardo, preferendo di gran lunga quelli di Londra, città dove si era trasferito a vivere da alcuni anni e dove avrebbe incontrato proprio Leo Apache, qui per studi universitari.
Nella capitale inglese dj Tommy, così come è conosciuto, era riuscito ad entrare nel giro dei “rich kids”, figli di vip ed imprenditori di successo che non disdegnano la bella vita e le ore piccole, come ampiamente documentato sui rispettivi profili social.
Gli stessi che ora sembrano voler prendere le distanze da Gilardoni fin quando l’inchiesta della Procura non farà chiarezza sul suo coinvolgimento. Tra tutti spicca il nome di Rocco Ritchie, il figlio 22enne di Madonna e del regista inglese Guy, con il quale più volte dj Tommy aveva condiviso varie occasioni di svago. Occasioni che, fino a poche ore fa, erano documentate sul profilo Instagram del figlio della popstar e che invece ora sono state cancellate in una sorta di “operazione pulizia”.
Il riferimento è alla serie di foto e video con i quali Rocco Ritchie ha raccontato, in un post pubblicato lo scorso 26 giugno, la sua escursione in motocross lungo le strade sterrate della Romania, nella regione della Transilvania, proprio insieme a Gilardoni, taggato dallo stesso Rocco nei vari scatti pubblicati, ora spariti.
Non era la prima volta che i due si ritrovavano insieme in situazioni di piacere; era già accaduto il 14 dicembre del 2022 e, anche in questo caso, niente più traccia sui social. Gilardoni è intento ad accendersi una sigaretta, Rocco Ritchie tiene in mano una pipa, con loro c’è anche Guy Belot, un altro nome dei salotti buoni della Londra by night. Tutti e tre elegantissimi, ma di loro ora non c’è più traccia, almeno sui social. Ad aver pubblicato la foto, rimossa nelle ultime ore, il fotografo Robin Hunter Blake, noto per raccontare in immagini il mondo della notte londinese e i suoi protagonisti
Lo scatto era avvenuto in uno studio a Chelsea, come spiegava la geolocalizzazione inserita nel post. Rimosso anche un secondo scatto sempre ad opera di Blake, pubblicato il 17 ottobre del 2021, in cui aveva dedicato a Tommaso Gilardoni un primo piano, immortalato in giacca, cravatta pochette e occhiali scuri. Anche di questa foto niente più traccia.
Sul profilo Instagram di Blake rimane giusto una foto in cui Gilardoni è ancora taggato: è il 22 agosto del 2022, dj Tommy è di spalle su uno yacht ad Ibiza come recita la geolocalizzazione. Una foto che forse, per distrazione, è sfuggita alla ”operazione pulizia”.
(da Open)

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