Destra di Popolo.net

RAVENNA, ALBERTO ALBONETTI DAL VIDEO CON LA MELONI ALLA DENUNCIA PER IL SALONE DI BELLEZZA ABUSIVO

Luglio 19th, 2023 Riccardo Fucile

IL FAN DELLA PREMIER MULTATO PER UN’ATTIVITA’ IN CASA SENZA LE NECESSARIE AUTORIZZAZIONI

Un salone di bellezza, con un locale dedicato all’attività di parrucchiere e uno a quella di estetista con tanto di sala d’attesa e pure diversi clienti che aspettavano il loro turno. Il tutto ricavato nel ripostiglio di un’abitazione di San Pietro in Vincoli, senza autorizzazioni.
L’abitazione dove sono arrivati gli agenti della Polizia locale di Ravenna è quella di un volontario, divenuto celebre per un video dei giorni dell’alluvione, che lo vedeva impegnato a raccogliere il fango a Ghibullo, salutando con entusiasmo l’arrivo del premier Giorgia Meloni.
Lui è Alberto Albonetti e ora è stato multato per 1.700 euro con tanto di chiusura del salone di bellezza, che aveva allestito a casa senza le necessarie autorizzazioni, e rischia una segnalazione all’Autorità giudiziaria, qualora i locali non risultassero idonei a ospitare un’attività commerciale.
Durante l’alluvione, immortalato in un video, l’uomo aveva accolto il premier Meloni, dividendo il popolo del web per le sue critiche all’Amministrazione locale.
(da agenzie)

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SU “VISIBILIA” NESSUNO HA VISTO NIENTE: DAL 2019 I SOCI DI MINORANZA DEL GRUPPO EDITORIALE DI DANIELA SANTANCHÉ HANNO INIZIATO A SEGNALARE ANOMALIE GESTIONALI CHIEDENDO CHIARIMENTI A CONSOB, BORSA D’ITALIA, BANKITALIA E AGENZIA DELLE ENTRATE. INDOVINATE CHI HA RISPOSTO? NESSUNO

Luglio 19th, 2023 Riccardo Fucile

DOPO I LUNGHI SILENZI DELLE AUTORITA’ DI VIGILANZA, IL 10 GIUGNO 2022 I SOCI HANNO PRESENTATO DENUNCIA AL TRIBUNALE DI MILANO CHE HA DI FATTO SANCITO L’AVVIO DELLE INDAGINI

C’è un’altra omissione che lardella ulteriormente l’informativa tenuta il 5 luglio in Senato dal ministro del Turismo Daniela Santanchè sul suo disastrato gruppo editoriale-pubblicitario Visibilia.
Dietro la decisione datata 5 ottobre dei pm milanesi Roberto Fontana e Maria Gravina di iscrivere Santanchè, il compagno Dimitri Kunz, gli amministratori Fiorella Garnero (sorella della ministra), Massimo Cipriani e Davide Mantegazza insieme all’ex sindaco Massimo Gabelli nel registro degli indagati per falso in bilancio e bancarotta, ci sono tre anni di richieste di chiarimento inviate da alcuni azionisti di minoranza non solo alla società quotata, che sino a fine 2021 fu controllata e gestita dalla senatrice, ma anche agli organismo di vigilanza: Consob, Borsa Italia, Banca d’Italia e Agenzia delle Entrate.
L’infinito carteggio, rimasto senza esito, è confluito nella denuncia al Tribunale di Milano presentata il 10 giugno 2022 dai soci di minoranza capitanati da Giuseppe Zeno.
Si scopre cosìche Zeno e altri azionisti non sono spuntati dal nulla nelle vicende di Visibilia, ma che sin dal 2019 avevano inviato “una serie di comunicazioni rimaste totalmente prive di riscontro” agli amministratori e sindaci della società di Santanchè e ai suoi revisori di Bdo Italia per chiedere lumi su una serie di operazioni del gruppo Visibilia, a partire dall’emissione di obbligazioni convertibili a favore dei fondi Bracknor e Negma, il valore degli avviamenti e del conferimento delle testate ad altre società del gruppo sino ai controlli “in merito al rischio di riciclaggio ed autoriciclaggio”.
Per questi motivi Zeno & C. chiedevano l’intervento della Consob il 29 dicembre 2021 e poi il 10 febbraio 2022, inviando le richieste “per conoscenza anche alla Banca d’Italia e all’Agenzia delle Entrate”, ma “tali comunicazioni rimanevano prive di riscontro”. Non basta: l’intervento della Banca d’Italia era richiesto perché “le azioni erano detenute da Visibilia Holding srl in Banca Generali e da Visibilia Concessionaria srl in Banca Popolare di Sondrio filiale di Sondrio.
Pertanto, si richiedeva di accertare se gli istituti di credito dove erano avvenute le transazioni, relative a tali acquisti, avevano proceduto alle opportune e dovute verifiche, ponendo in essere tutti i controlli prescritti dalla legge, anche in considerazione della circostanza che sia Visibilia Editore Holding che Visibilia Concessionaria sono riconducibili a ‘persone politicamente esposte’”, ovvero a Santanchè.
Solo al termine di questa sequenza di comunicazioni, quasi tutte senza risposta di merito, che gli azionisti di minoranza il 10 giugno 2022 hanno presentato […] denuncia al Tribunale di Milano che ha di fatto sancito l’avvio delle indagini. Un silenzio delle autorità di vigilanza che fa ancor più rumore se lo si guarda oggi, a indagini in corso su quelle “persone politicamente esposte”.
(da Il Fatto Quotidiano)

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PIANTEDOSI PRESENTA IL LIBRO DI BISIGNANI E MADRON: È NORMALE CHEUN MINISTRO DEGLI INTERNI PORTI I SUOI OMAGGI A BISIGNANI, GIÀ ISCRITTO ALLA LOGGIA MASSONICA P2 E CONDANNATO NEL PROCESSO SULLA P4?

Luglio 19th, 2023 Riccardo Fucile

COME INSEGNA SANGIULIANO, IN QUESTO GOVERNO I LIBRI SI CELEBRANO, MA NON SI LEGGONO

A fare sudare Meloni in questo torrido luglio non sono solo le uscite allegre del ministro Nordio sulla giustizia.
C’è un altro tecnico che sembra provare un piacere perverso nel metterla in difficoltà: l’ex prefetto Matteo Piantedosi (che oggi presidia l’Interno, tanto caro all’omonimo Salvini).
Dopo essersi distinto per certe gaffe terrificanti – tipo la definizione di “carico residuale” per i migranti delle ong – Piantedosi ne combina un’altra: venerdì sarà ospite d’onore alla presentazione del libro di Luigi Bisignani e Paolo Madron, I potenti al tempo di Giorgia.
Che c’è di male? Nulla, è perfettamente normale che un ministro porti i suoi omaggi a Bisignani, già iscritto alla loggia massonica P2 e condannato, tra le altre cose, nel processo sulla P4. Ma c’è un altro dettaglio diabolico: nel suo libro Bisignani è critico feroce di Giorgia e del circo che le orbita attorno. Piantedosi lo sa? Forse no: come insegna Gennaro Sangiuliano, in questo governo i libri si celebrano, ma non si leggono.
(da Il Fatto Quotidiano)

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SALARIO MINIMO, COME GARANTIRE DIGNITA’ AL LAVORO

Luglio 19th, 2023 Riccardo Fucile

IL QUADRO DELLA POVERTA’ SEMPRE PIU’ DRAMMATICO

“Non vogliamo diventare come l’Unione Sovietica”, ha incongruamente dichiarato il vicepresidente del Consiglio Tajani per spiegare i motivi del governo nel sostenere l’emendamento soppressivo della proposta di legge delle opposizioni tesa ad introdurre un salario minimo di 9 euro lordi all’ora. Come se l’introduzione di un minimo legale, presente in molti Paesi europei e Ocse certamente non imputabili di vetero-comunismo, impedisse la contrattazione e la diversificazione verso l’alto.
Sembra che la maggioranza di governo, a partire dalla presidente del Consiglio e dai leader di partito, viva in un mondo che non esiste, non solo perché i regimi comunisti sono finiti da un pezzo e non c’è all’orizzonte alcun rischio che ritornino, ma perché ignora i milioni di lavoratori che, pur lavorando, non riescono a guadagnare abbastanza da sottrarsi alla povertà.
Eppure, salari da fame, che non consentono di vivere dignitosamente, sono in contrasto con l’articolo 36 della Costituzione. Proprio per questo una recente sentenza del tribunale di Milano ha condannato una società di servizi a risarcire sostanziosamente un lavoratore che per contratto riceveva un compenso di 3,96 euro l’ora. Altre sentenze hanno colpito contratti che non arrivavano a 6 euro l’ora. Situazioni simili sono tutt’altro che rare in Italia.
Secondo l’Istat, compensi orari inferiori ai 9 euro lordi riguardano almeno 3 milioni e mezzo di lavoratori, concentrati tra giovani di ambo i sessi e donne di ogni età, tra le lavoratrici e i lavoratori del turismo (servizi di alloggio, ristorazione, agenzie di viaggio), della logistica, ma anche tra chi lavora nelle attività artistiche, sportive di intrattenimento, ove, accanto ai compensi stellari di pochi, vi sono quelli spesso bassissimi nei servizi di supporto e tra gli operai in ogni settore.
Nel Mezzogiorno questa situazione riguarda un lavoratore/lavoratrice su quattro, come ha denunciato l’ultimo rapporto Svimez, spingendo chi può ad emigrare, sguarnendo così di risorse preziose quelle regioni.
Sempre Istat documenta che non si tratta solo di contratti pirata, ma anche di contratti firmati dai sindacati confederali, a dimostrazione del fatto che non basta che la maggior parte dei lavoratori sia coperta da contratti collettivi nazionali a garantire compensi decorosi.
Solo di recente i sindacati hanno iniziato una riflessione autocritica, che li ha portati a non osteggiare più l’introduzione di un salario minimo legale, pur con qualche distinguo.
Se si aggiunge che i lavoratori a bassa retribuzione coincidono spesso con i più vulnerabili, e non standard (che non hanno cioè contratti a tempo pieno e a tempo indeterminato), il quadro della povertà nonostante il lavoro appare ancora più drammatico. Altro che fantasticare su “salari ricchi” legati allo sviluppo come ha fatto Tajani. Qui siamo di fronte a salari poveri che spesso sono anche parziali.
Rispetto a tutto ciò, a quello che significa per la vita delle persone, per la loro possibilità di condurre una vita dignitosa, fare progetti, dar seguito all’eventuale desiderio di avere figli, la furia soppressiva del governo non dice nulla, nascondendosi dietro la fantasia di un futuro meraviglioso e il presente della mancanza di fondi per attuare quella parte della proposta di legge delle opposizioni che prevede una compensazione per le imprese nella fase transitoria.
Un’ammissione che tuttavia stride a fronte non solo del ritorno dei vitalizi e dell’aumento dell’indennità dei capogruppo per far fronte all’inflazione, ma anche ai condoni fiscali e alla promessa di introdurne altri.
Eppure, un governo che, giustamente, rivendica la legittimità delle proprie decisioni sulla base del mandato elettorale, dovrebbe interrogarsi sul perché gli stessi sondaggi che confermano la persistenza della maggioranza relativa dei consensi, rilevano anche un consenso larghissimo alla proposta di introduzione di un salario minimo legale. A differenza della maggioranza di governo, anche i suoi elettori hanno esperienza diretta di quanto siano diffusi, e insopportabili, salari da fame.
Alle opposizioni spetta ora la responsabilità di ripresentare la loro proposta, con le eventuali modifiche e specificazioni, allo stesso tempo allargando il dibattito e il consenso nel Paese. Ma un governo responsabile, che ha tolto il reddito di cittadinanza in nome della dignità del lavoro, forse qualche domanda su come garantire questa dignità dovrà pure farsela.
(da La Repubblica)

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TRENI LUMACA, PASSEGGERI DIMENTICATI E COLLEGAMENTI UNA VOLTA AL MESE

Luglio 19th, 2023 Riccardo Fucile

IL GOVERNO TAGLIA NASTRI, MA LE NUOVE TRATTE SONO UNA BEFFA

Per il Roma-Pompei si sono spostati la premier e il ministro della Cultura: una parata con codazzo di fotografi ufficiali, mega-forbici per l’inaugurazione e toni trionfali. Il collegamento Bari-Napoli invece è stato rivendicato con forza da Matteo Salvini, perché la sinistra “non è stata in grado di realizzarlo”. Gratta e gratta però sotto la patina di annunci mirabolanti, resta poco quanto nulla. Perché il collegamento in Frecciarossa tra la capitale gli scavi romani era stato stato annunciato come operativo una volta al mese – poi, almeno ad agosto, opererà una volta a settimana – e perfino la tratta diretta tra il capoluogo pugliese e quello campano rischia di essere un flop perché l’Intercity di Trenitalia è più lento delle soluzione già disponibili. I nuovi treni decantati dal governo, insomma, sono un bluff. E una beffa per chi immaginava tempi più rapidi e maggiore frequenza.
Per non parlare del tragicomico ritorno della Freccia della Versilia, il treno che dagli Anni 50 fino al 2020 ha trasportato decine di migliaia di cremonesi a Forte dei Marmi, Marina di Pietrasanta e così via: lo scorso week end è tornato a coprire la tratta da Cremona al mare il sabato e i festivi dopo tre anni e mezzo di stop. E l’esordio è stato da incubo, perché il personale di Trenitalia e di Trenord non ha concordato la stazione in cui avrebbe dovuto darsi il cambio, lasciando a terra, a Fornovo di Taro, circa 300 passeggeri che rientravano dalla Toscana. Un disguido tecnico che rappresenta solo l’ultimo dei disagi riscontrati sulla linea ferroviaria italiana, dove otto treni su dieci – i dati sono di Rete ferroviaria italiana – arrivano puntuali o con un ritardo inferiore ai dieci minuti. Una percentuale al di sotto degli standard dei principali Paesi europei, come raccontato da Il Fatto Quotidiano.
Intanto il governo taglia nastri. Domenica la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano si sono accomodati nelle carrozze del Frecciarossa 1000 che porterà i turisti da Roma Termini a Pompei in 107 minuti. Nessuno però ha chiarito che il treno era in programma una volta ogni 30 giorni, nella terza domenica del mese. Il trambusto è stato così forte da spingere a una correzione: “Dal 6 agosto sarà attivo tutte le domeniche”, hanno precisato Sangiuliano e Salvini. Non una manovra spot, ma poco ci manca, per il treno che si muoverà da Termini alle 8.53 e dopo una fermata a Napoli Centrale prevista alle 10.03 giungerà a Pompei trentasette minuti dopo. Da lì è prevista una navetta fino agli scavi. Al ritorno andrà anche peggio perché il percorso inverso verrà coperto in 2 ore e 15 minuti. Solo una sola volta al giorno. Tra l’altro, anche senza il Frecciarossa 1000, Pompei è già raggiungibile cambiando a Napoli e utilizzando poi i treni regionali (circa un’ora di percorrenza) o la ferrovia Circumvesuviana. Le opzioni in campo? Erano già una quarantina.
Ma vuoi mettere la comodità di salire a Termini e scendere dal treno a pochi chilometri dagli scavi? Che poi è un po’ la stessa filosofia di cui si è innamorato Matteo Salvini negli ultimi mesi a proposito del treno diretto Bari-Napoli. I due capoluoghi di regione sono finalmente collegati senza necessità di effettuare il cambio a Caserta. In attesa dell’Alta velocità, però, il collegamento verrà garantito da un’Intercity più lento della soluzione con il cambio. Chi deciderà di salire sul convoglio diretto ci metterà mezz’ora in più: 4 ore e 10 minuti invece di 3 ore e 38.
Aspetti che forse Salvini non conosceva, nonostante sia ministro delle Infrastrutture, quando a giugno annunciava: “A luglio sarò orgoglioso di fare il primo viaggio con il collegamento ferroviario diretto Bari-Napoli perché un treno, un ponte, un aeroporto non sono di destra o di sinistra”. Con tanto di bordata alla sinistra: “L’ha promesso senza mai realizzarlo”. In realtà i lavori – sbloccati dal governo Renzi quasi nove anni fa – sono in corso e a Salvini sarebbe bastato aspettare invece di annunciare un treno diretto “lumaca” e per giunta che collega le due città una sola volta al giorno. I primi tratti ad “alta velocità” dovrebbero entrare in funzione a dicembre 2024, assicura Ferrovie dello Stato, e in ogni caso il progetto da 5,8 miliardi di euro – finanziato per circa il 25% con i fondi del Pnrr – dovrà essere ultimato entro il 2026. A quel punto ci vorranno solo 2 ore per trasferirsi da Bari a Napoli. Ben che vada Salvini, se sarà ancora ministro, potrà esultare di nuovo.
(da Il Fatto Quotidiano)

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IL NUOVO REGALO DEL GOVERNO AI BALNEARI, INVECE CHE RISPETTARE LE NORME EUROPEE I SOVRANISTI CERCANO DI AGGIRARLE

Luglio 19th, 2023 Riccardo Fucile

SI INVENTANO NUOVI PARAMETRI VUOLE SOSTENERE CHE NON SERVONO GARE PUBBLICHE PER ASSEGNARE LE SPIAGGE… IN REALTA’ UNA MAPPA C’ERA GIA’

Il governo Meloni vuole portare avanti la riforma delle concessioni balneari, ma solo all’apparenza. Nel Consiglio dei Ministri del 17 luglio 2023 è stato approvato il decreto legislativo “per la mappatura e la trasparenza dei regimi concessori di beni pubblici”.
Lo scopo è avere dati aggiornati sulla presenza di stabilimenti balneari che hanno in affidamento le spiagge italiane, parte del demanio pubblico: quindi un bene di tutti. Il problema è che queste concessioni sono state date senza regole chiare e a tariffe molto vantaggiose per gli stabilimenti, meno per lo Stato.
Una riforma è attesa da anni anche perché l’Italia non è in regola con la direttiva Bolkestein, la norma europea secondo cui la gestione dei beni pubblici – come le spiagge – va assegnata con una procedura di gara. La mappatura annunciata rischia di tutelare le concessioni esistenti, aggirando ancora una volta la direttiva e diminuendo il numero delle spiagge libere, persino.
L’allergia italiana alla direttiva Bolkestein
Nel 2020 la Commissione europea aveva avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia per il mancato recepimento della direttiva Bolkestein sulla gestione dei beni pubblici. Per le leggi europee le spiagge andrebbero infatti assegnate con una gara “aperta, pubblica e basata su criteri non discriminatori, trasparenti e oggettivi”, nel caso in cui “il numero di autorizzazioni disponibili per una determinata attività sia limitato per via della scarsità delle risorse naturali”.
Lo scopo della Bolkestein è “promuovere l’innovazione e la concorrenza leale e offrire vantaggi ai consumatori e alle imprese, proteggendo nel contempo i cittadini dal rischio di monopolizzazione di tali risorse”.
Con le spiagge in Italia accade l’opposto: il loro uso viene assegnato agli stabilimenti balneari tramite concessioni di lunga durata e a canoni di affitto molto vantaggiosi. Le ultime mosse del governo recepiscono un delega che il Governo ha ricevuto dalla legge del 5 agosto 2022, approvata dal governo Draghi, in cui si indicava di adottare, entro undici mesi, un decreto legislativo per “la costituzione e il coordinamento di un sistema informativo di rilevazione delle concessioni di beni pubblici al fine di promuovere la massima pubblicità e trasparenza, anche in forma sintetica, dei principali dati e delle informazioni relativi a tutti i rapporti concessori, tenendo conto delle esigenze di difesa e sicurezza”.
Il governo ha così avviato una nuova mappatura delle spiagge occupate dagli stabilimenti più per aggirare la direttiva che per rispettarla, oltre a dimostrarne l’inapplicabilità al contesto italiano perché le “risorse naturali”, cioè le spiagge, non sarebbero “scarse”. Anzi: nella nuova mappatura del governo ci sarebbero ancora spiagge libere che potrebbero essere messe a gara e assegnate.
Le spiagge italiane “occupate”: la mappa c’è già
A inizio giugno 2023, Palazzo Chigi ha dato il via al tavolo tecnico sulla questione con esponenti di ministeri, Regioni e associazioni di categoria. In una riunione del 4 luglio, i primi dati forniti dal Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti mostrano che “non emergerebbe la scarsità della risorsa spiaggia”. In realtà la mappa delle spiagge italiane occupate dagli stabilimenti c’è già, è del 2021 ed è molto dettagliata: sappiamo a quanto ammonta ogni singola concessione.
Secondo gli ultimi dati della Corte dei Conti, nel 2020 lo Stato ha incassato 92,5 milioni di euro da 12.166 concessioni “a uso turistico”, a fronte di un giro d’affari quantificato in circa 15 miliardi di euro – anche se è difficile fare stime esatte -. Dal 2021 è stato deciso che l’importo annuo del canone non può essere inferiore a 2.500 euro. Con l’adeguamento Istat dal 2022 il minimo è salito a 2.698,75 euro. Secondo l’ultimo “Rapporto Spiagge” di Legambiente, in alcune regioni la percentuale di spiagge occupate da stabilimenti sfiora il 70 per cento.
Ora, il tavolo tecnico del governo vuole produrre una nuova mappatura con parametri diversi che dimostrerebbero, comune per comune, l’opportunità di poter lasciare le cose come sono. Il problema è che ogni regione ha imposto una diversa percentuale di spiagge da dover lasciare libere, mentre il governo vorrebbe imporre una percentuale valida a livello nazionale. I dati sarebbero diversi da quelli attualmente disponibili perché il governo starebbe usando i metri lineari e non i metri quadri.
L’ultima proroga sulle concessioni era arrivata con il decreto Milleproroghe, che aveva spostato la scadenza al 31 dicembre 2024, differibile di un ulteriore anno in caso di “contenziosi o impedimenti per i Comuni che devono mettere a gara le coste”, norma poi dichiarata illegittima dal Consiglio di Stato. E proprio i contenziosi non dovrebbero mancare. Infatti, le concessioni balneari sono affidate alle regioni, che a loro volta le hanno affidate ai comuni. C’è il rischio che ognuno vada per conto suo, magari per mettere a bando le gare entro il 2023, come previsto dallo stesso Consiglio di Stato.
In generale, la sensazione è che, dopo aver voluto guadagnare tempo posticipando per anni l’attuazione della direttiva, ora il governo Meloni voglia fare un passo in avanti per aggirarne le disposizioni. Mappare sì, secondo però criteri che manterrebbero le concessioni attuali e ne darebbero addirittura di nuove. E nel frattempo le spiagge continuano a essere “concesse”: nell’ ultimo rapporto della Corte dei Conti “I canoni attualmente imposti non risultano, in genere, proporzionati ai fatturati conseguiti dai concessionari attraverso l’utilizzo dei beni demaniali dati in concessione, con la conseguenza che gli stessi beni non appaiono, allo stato attuale, adeguatamente valorizzati”. Il governo ha annunciato che la mappatura verrà terminata entro l’estate 2023.
(da today.it)

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INTERVISTA ALL’AVVOCATO DI SALVATORE BORSELLINO: “L’AGENZA ROSSA L’HA SEMPRE AVUTA LO STATO”

Luglio 19th, 2023 Riccardo Fucile

FABIO REPICI: “IL PIU’ GRANDE DEPISTAGGIO DELLA STORIA ITALIANA”

Era il 19 luglio del 1992. A Palermo la terrà tremò in via D’Amelio, 57 giorni dopo aver già tremato in autostrada allo svincolo per Capaci. In quella calda giornata d’estate siciliana morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Le indagini sulla strage di via D’Amelio vengono considerate il più grande depistaggio della storia d’Italia. Perché non si è mai arrivati a scoprire se vi fossero, e chi fossero, i mandanti esterni di Cosa Nostra della strage? Cosa resta ancora oggi di irrisolto? E chi è ancora vivo e potrebbe parlare? A Fanpage.it spiega tutto l’avvocato di Salvatore Borsellino, il legale Fabio Repici.
Il 26 settembre del 1992 su disposizione del capo della Squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera venne sottoposto a misura cautelare Vincenzo Scarantino, perché considerato uno degli esecutori materiali della strage di via D’Amelio e quindi importante membro di Cosa Nostra. Processi e indagini negli anni non riconosceranno il suo coinvolgimento nella strage, qui è il centro del depistaggio?
Bastava guardare gli atti di polizia e tutti gli archivi della Procura per capire subito che l’ipotesi che Scarantino fosse coinvolto nella strage, e addirittura con ruolo di rilievo, era assurda. Le dichiarazioni sul suo conto erano assolutamente farlocche perché basate sulle parole di Salvatore Candura, in carcere per violenza sessuale, ritenute poi assolutamente non attendibili. I riscontri sulle dichiarazioni venivano poi ricostruisti dalla Squadra Mobile di Palermo con a capo Arnaldo La Barbera. Qui arriviamo a un altro punto determinante: Arnaldo La Barbera era arrivato a Palermo nell’agosto del 1988 ed era stato già protagonista di un altro depistaggio che riguardava l’omicidio del poliziotto Nino Agostino e della moglie incinta Ida Castelluccio. La polizia impostò le indagini dichiarando che l’unica causale di quel delitto era una pista passionale. L’omicidio sarebbe stato voluto dalla famiglia di un’ex fidanzata del poliziotto. A uccidere Nino Agostino e la moglie la storia dirà che sarà Cosa Nostra.
Sulla strage di via D’Amelio le indagini si concentrarono su Scarantino. Nell’estate del 1993 Scarantino, dopo essere stato arrestato, fu portato al carcere di Venezia dove venne messo in cella con un confidente di Arnaldo La Barbera, ovvero un rapinatore veneziano. L’intenzione era quello di provocare delle confessioni, seppur false, a Scarantino. Ma il rapinatore aveva confermato che il suo compagno di cella non sapesse nulla sulla strage. Non contenti, Scarantino fu trasferito al carcere di Busto Arsizio in cella con un ergastolano: quest’ultimo poco dopo ha raccontato di aver raccolto le confessioni di Scarantino dando indicazioni sulla fase esecutive della strage di via D’Amelio. Tutto falso.
Perché quindi tutto questo accanimento su Vincenzo Scarantino?
Perché bisogna trovare qualcuno su cui costruire una falsa collaborazione che servisse a dare vita al più grande depistaggio della storia giudiziaria d’Italia. Non potevano scegliere un vero uomo d’onore di Cosa Nostra a collaborare con la giustizia e fare dichiarazioni false accusando i suoi associati. Ci voleva una persona fragile, estranea a Cosa Nostra: Scarantino era un piccolo criminale siciliano ma nulla a che vedere con l’organizzazione criminale.
La strategia riuscì il 24 giugno 1994 quando Scarantino inizia a rendere dichiarazioni mentre si trovava al carcere di Pianosa. Per convincerlo a dare false collaborazioni venne rinchiuso al 41 bis in condizioni disumane. Tutto confermato poi durante il processo Borsellino Quater da importanti collaboratori di giustizia come Giovanni Brusca e Gaspare Spatuzza: questi dichiararono che Scarantino era stato sottoposto a vere torture pur di farlo parlare.
Chi scoprì il depistaggio?
Lo svelò il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza durante il processo Borsellino Quater: il depistaggio non è stato scoperto dallo Stato ma da un uomo di Cosa Nostra. Spatuzza disse che nel garage dove venne preparata l’auto con l’esplosivo non ci fossero solo gli uomini della mafia, ma anche un (o più) rappresentate dello Stato. Nelle sue dichiarazioni Scarantino parla solo di uomini di Cosa Nostra.
Chi si voleva proteggere con i depistaggi?
Con Scarantino si è costruito un processo in cui scomparivano le deviazioni istituzionali. La sentenza del Borsellino Quater lo conferma: il depistaggio su via D’Amelio è stato finalizzato a tenere nascoste le complicità di esponenti delle istituzioni. Perché è evidente che La Barbera ha potuto fare quello che ha fatto avendo sopra di lui una filiera gerarchia che lo indirizzava in tutto. Grazie a quella attività di depistaggio La Barbera fece una brillante carriera. Non venne mai indagato: morì nel 2002, Spatuzza iniziò a parlare nel 2008.
A distanza di anni quali sono i misteri irrisolti della strage di via D’Amelio?
Mancano i nomi dei mandanti esterni a Cosa Nostra. Mancano i mandanti dei depistaggi che appartengono ai vertici del Viminale, della polizia.
Chi è che oggi sa questi nomi ed è ancora vivo per parlare?
Uno che ben potrebbe parlare e lo ha dimostrato con la sua strategia di ricatti è Giuseppe Graviano. I comportamenti di Giuseppe Graviano con quelle sue dichiarazioni lanciate a brandelli sono gli ultimi tentativi di ricatto che riesce a fare per cercare di essere salvato da qualcuno che lo ritiene possa essere in grado di farlo uscire dal carcere.
Graviano in alcune sue dichiarazioni ha fatto il nome di Silvio Berlusconi, l’ex premier poteva “salvarlo”? Berlusconi sapeva i nomi dei mandanti esterni a Cosa Nostra su via D’Amelio?
Non c’è dubbio che Graviano abbia fatto il nome di Silvio Berlusconi nella intercettazioni mentre parlava con il suo compagno di cella. Sono convinto però che l’uomo decisivo nello snodo tra il mondo berlusconiano e Cosa Nostra si chiama Marcello Dell’Utri. Lo dice una sentenza della Cassazione: Dell’Utri ha avuto un contatto con i fratelli Graviano.
Oggi c’è una possibilità che qualche uomo politico “salvi” Graviano?
Le richieste partono dall’ultimo anello, da chi dice che non resiste più in carcere. Via via si sale la catena e si può arrivare al centro del potere. La storia ci insegna che la mafia è diventata potente perché è stata il braccio armato del potere politico. In questo Paese, però, il carico di certe lotte ricade quasi sempre sulle spalle dei famigliari delle vittime.
Oggi osservo un fenomeno pericolosissimo. Si è creata una saldatura tra un certo mondo dello stragismo eversivo di estrema destra e un certo mondo della alta mafia, dei vertici di Cosa Nostra e delle altre importanti organizzazioni criminali. E un certo mondo fraudolentemente che si può definire garantista.
Matteo Messina Denaro sa ma non parlerà mai sulla strage di via D’Amelio?
Certo che Matteo Messina Denaro sa, ma per lui sono scattate le manette quando le sue condizioni di salute non gli permetteranno molti altri anni da vivere.
Se potesse fare un’unica domanda sulla strage di via D’Amelio a Matteo Messina Denaro quale sarebbe?
Lui conosce alcuni dei nomi dei responsabili istituzionali della strage. Basterebbe fare questi nomi. Ma non li farà mai.
Altro mistero è l‘agenda rossa, chi l’ha preso subito dopo la strage?
Sull’agenda rossa abbiamo un elemento indiscutibile: una fotografia e delle immagini video che mostrano un allora militare dei carabinieri prendere la borsa di Borsellino estratta dall’auto in fiamme e portarla fuori da via D’Amelio. Non vi è dubbio quindi che l’agenda rossa sia stata prelevata da mani dell’Arma dei carabinieri.
L’agenda rossa è stata mai utilizzata dopo la strage?
Non vi è dubbio anche che sia stata utilizzata in questi decenni per fare i peggiori ricatti. E non c’è dubbio che sia stata sottratta per questo. Paolo Borsellino è stato ucciso prima di essere sentito dalla Procura di Caltanissetta come testimone della strage di Capaci. Se non fosse stata sottratta l’agenda rossa l’eliminazione di Borsellino sarebbe stato un mezzo fallimento perché le parole del giudice scritte a penna sull’agenda rossa avrebbero avuto un peso devastante.
L’agenda rossa oggi è in mano a Cosa Nostra o allo Stato?
È ovvio che almeno l’originale ce l’ha qualche soggetto istituzionale. Non credo alle dichiarazioni di Graviano e Baiardo sul loro possesso di una copia dell’agenda rossa: è certo che non hanno l’originale e non vedo per quale motivo personaggi del potere legale avrebbero potuto cedere una copia mettendosi così sotto ricatto.
L’agenda rossa dove si trova secondo lei: a Roma o a Palermo?
È stata al centro del potere e lì è rimasta.
(da Fanpage)

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FA TROPPO CALDO, AL PNRR CI PENSIAMO IN AUTUNNO: FITTO FA SAPERE CHE, PER METTERE A PUNTO LE RICHIESTE DI REVISIONE DEL RECOVERY, IL GOVERNO ITALIANO HA BISOGNO DI “DUE O TRE MESI”

Luglio 19th, 2023 Riccardo Fucile

TRADOTTO: SALTA LA SCADENZA FISSATA DA BRUXELLES AL 31 AGOSTO – DALLA COMMISSIONE EUROPEA NON LA PRENDONO BENE. IL COMMISSARIO AL BILANCIO HANS: “COSÌ C’È IL RISCHIO DI PERDERE I FONDI”

Raffaele Fitto dice di «non avere fretta». Per un quadro completo delle modifiche al Recovery Plan saranno necessari «due o tre mesi». Negli uffici della Commissione europea si sono subito chiesti se la dichiarazione del ministro degli Affari comunitari significhi che l’Italia abbia già deciso di non rispettare la scadenza legale del 31 agosto per le richieste di revisione complessiva del Piano.
Il problema fra Roma e Bruxelles sul maxi-finanziamento da 200 miliardi però è a monte: con la terza rata ancora in sospeso e la richiesta di modifica della quarta, le istituzioni comunitarie si interrogano soprattutto sulle reali intenzioni del governo italiano a ormai meno di un anno dalle elezioni europee.
Ieri, incontrando un gruppo di testate europee fra cui La Stampa, il commissario al Bilancio Johannes Hans ha mandato un messaggio che suona come un avvertimento: «Gli Stati dovrebbero concentrarsi sull’attuazione dei piani e non impegnarsi troppo in una loro revisione completa. Più ci si distrae dall’attuazione del piano, maggiore è il rischio di perdere i fondi».
Fitto ha più volte promesso entro il 31 agosto una revisione complessiva del Piano, e per questo ha sospeso tutta la programmazione dei fondi ordinari di coesione del settennato iniziato l’anno scorso, normalmente appannaggio delle Regioni.
Nelle intenzioni del ministro – che ha il mandato pieno di Giorgia Meloni – alcuni progetti, soprattutto le infrastrutture che non saranno terminate entro giugno 2026, andrebbero cancellate dalla lista del Pnrr e spostate nel capitolo dei fondi ordinari. Queste ultime sono risorse che è possibile rendicontare fino al 2029, e senza il faticoso do ut des di target e milestone, gli impegni che il governo in questi mesi ha faticato a raggiungere.
Hahn ieri ha sostanzialmente dato uno stop a questa soluzione rivoluzionaria: «Il mio consiglio, da ex commissario ai fondi strutturali, è che i Paesi con grandi progetti pluriennali, dovrebbero pensare già a suddividerli in una prima parte che può essere finanziata con il Recovery Fund e poi finanziare la parte finale con i fondi strutturali». Ciò perché «i primi possono essere spesi soltanto fino al 2026, mentre i fondi strutturali possono essere spesi fino al 2029».
E poi ha aggiunto: «Per essere chiari, io non sostengo l’idea di spostare la deadline del 2026. Ogni volta che è stata presa una misura simile, si è aperta la strada al compiacimento. Il mio consiglio è di non discutere già nel 2023 di una possibile proroga oltre il 2026 e di non cercare di negoziare ogni singola cosa di nuovo, ma di concentrarsi su ciò che è necessario per l’attuazione».
Dando un’occhiata al calendario, si intuisce anche il sottofondo politico delle parole di Hahn. Con l’inverno inizierà la campagna elettorale per le elezioni di giugno 2024, e molto difficilmente la Commissione uscente avrà la forza di negoziare una così complicata revisione del piano italiano. Ecco dunque che con il passare delle settimane le ipotesi rivoluzionarie vagheggiate dall’Italia vengono respinte con il consiglio a ritocchi, gli unici che possono garantire di ricevere ancora regolarmente le rate del Pnrr.
L’impressione è che a Palazzo Chigi si alternino sentimenti di preoccupazione a mosse dal sapore tattico. Martedì, in un’intervista a Libero, il fedelissimo sottosegretario di Giorgia Meloni Giovanbattista Fazzolari ha attaccato frontalmente l’ex premier Pd – e oggi delegato europeo al Pnrr – Paolo Gentiloni: «Rilevo l’anomalia di un commissario che si sente ogni volta in dovere di fare il controcanto al governo italiano con dichiarazioni che mettono in difficoltà la nazione e credo comincino a sorprendere molti a Bruxelles». Non sembra il caso del sopracitato Hahn.
(da Il Fatto Quotidiano)

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PRESTO AVREMO RAI-RINASCIMENTO

Luglio 19th, 2023 Riccardo Fucile

OGNI TAGLIO DI NASTRO DEL NULLA UNA FOLLA PLAUDENTE

Il treno ad Alta Velocità Roma-Pompei, giunto trionfalmente a destinazione domenica 16 luglio con un prestigioso carico di ministri, viceministri, giornalisti e troupe della Rai, visto il grande successo di pubblico e di critica (i tigì della Rai non parlavano d’altro) avrà cadenza settimanale e non mensile, e sarà aperto anche a non ministri.
Per il governo questo è solo un primo passo verso la rinascita del Paese, le cui tappe, una per una, saranno documentate dal nuovo dipartimento della tivù di Stato, Rai-Rinascimento.
Ogni nuova opera, tra due ali di folla plaudente, sarà sorvolata dalle Frecce Tricolori e salutata dall’Amerigo Vespucci in gran pavese.
Nelle città sprovviste di porto, la Vespucci sarà sostituita dal carosello dei Carabinieri a cavallo. Nelle città prive di cavalli, dalla fanfara dei bersaglieri. Nelle città senza trombe, da un tweet del ministro dei Lavori Pubblici, Sua Eccellenza il Salvini.
Ecco un provvisorio elenco delle nuove opere. Ponte sullo Stretto (si suppone già realizzato: la prima pietra venne posata da Berlusconi nel 2001 a Porta a Porta). La seconda corsia sarà aperta entro il 2050 (l’attuale progetto è a senso unico).
Funicolare Torino-Cervino, a trazione elettrica in salita, a caduta libera in discesa, con enorme risparmio energetico. Strada sottomarina Napoli-Cagliari, adagiata sul suggestivo fondo dei nostri mari. Consigliata automobile 4×4 e finestrini ben chiusi.
Autostrada Milano-Roma (già esistente, è presente nel piano del governo per una svista). Ripristino del Colosseo con chiusura buchi e impermeabilizzazione totale per consentire naumachie e la presenza dell’Amerigo Vespucci.
(da La Repubblica)

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