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NEL FEUDO DEI LA RUSSA A ZOAGLI: “QUI LE VACANZE NELLE VILLE PRESE ALL’ASTA”

Luglio 20th, 2023 Riccardo Fucile

L’ULTIMO ACQUISTO PER LA FAMIGLIA L’HA FATTO GERONIMO

Giornali e caffè in piazzetta, i limoni da raccogliere nel giardino di casa, il profilo del Monte di Portofino a fare da quinta sul mare. Anche in queste settimane di burrasca, passate tra Roma e Milano a seguire i passi dell’inchiesta sul presunto caso di stupro di cui è accusato Leonardo Apache, il terzogenito e più giovane della dinastia, per la famiglia La Russa la piccola Zoagli parrebbe essere rimasta il rifugio dorato di sempre.
Il presidente del Senato ha passato qui lo scorso weekend, «di sicuro — c’è chi garantisce in paese — tornerà per il prossimo». Questo porto sicuro di riviera, meta delle vacanze di altri villeggianti illustri, il sindaco di Milano Beppe Sala tra i tanti, per il clan La Russa rischia però di trasformarsi in paradiso sfiorito.
Con l’inchiesta milanese a fare più ingombrante la famiglia, e i rapporti con la nuova amministrazione comunale a rendere il borgo un po’ meno ospitale. Niente politica di mezzo, però: in ballo ci sarebbe più che altro una vecchia questione di appartamenti e immobili in vendita, che non lo sono più.
Tremila anime che in estate neanche raddoppiano, Zoagli fa da placido buen ritiro della famiglia della seconda carica dello Stato da quasi sessant’anni. Dalla mattonata che sale dalla piazza del municipio sono passate tre generazioni di La Russa: i genitori di Ignazio ci portavano i figli in albergo, oggi “tengono casa” in tre, lui in particolare ne ha fatto un quartier generale per i tempi di ferie e non solo.
Non è un caso, del resto, se un amico fraterno come Augusto Sartori, fedelissimo dai tempi del Fronte della gioventù a Milano e ristoratore di successo a Santa Margherita, a due passi da qui, è diventato il nuovo assessore al Turismo della Regione Liguria. Al governatore Giovanni Toti, si sa in Fdi, «la telefonata è arrivata dal presidente». Del paese, si dice, «La Russa ha fatto un feudo». Un piccolo regno da colonizzare, anche acquistando appartamenti per sistemare una famiglia che nel frattempo si è allargata. E sfruttando, in passato è successo, i buoni rapporti con i sindaci amici.
A far mormorare il paese, anche in questi giorni quasi più della brutta storia che ha coinvolto «il piccolo di famiglia, che qua noi abbiamo visto più che altro bambino» — si sente raccontare di Leonardo al mercato comunale, dove l’imbarazzo per la vicenda si misura in tutte le domande evitate sul tema — è infatti ancora l’ultimo investimento della famiglia, risalente a quasi quattro anni fa.
Un appartamento di cento metri quadrati circa all’ultimo piano di un’antica villetta sulla spiaggia del paese, acquistato dal primogenito Geronimo dal Comune per poco più di 330mila euro. Una cessione tramite asta pubblica, certificata da tutte le perizie tecniche del caso, che però l’attuale vicesindaco Cesare Macciò definisce «quantomeno un ottimo prezzo, se non un regalo, per una casa con la vista più bella della riviera». Un regalo del vecchio sindaco di centrodestra, l’allora primo cittadino Franco Rocca, dicono i maligni. E forse, non l’unico a rientrare tra le ambizioni della famiglia.
A fare gola a molti, a Zoagli, da circa 15 anni sono infatti le decine di “pezzi” del lascito Vicini, ricca eredità lasciata all’amministrazione pubblica da un noto avvocato del paese. Ville, appartamenti, terreni. Un patrimonio di cui faceva parte l’ultimo investimento di Geronimo, e che la gestione Rocca ha utilizzato per anni «evidentemente in modo poco saggio, senza arricchire più di tanto la comunità» — fa notare l’attuale sindaco, Fabio De Ponti, civico di centrosinistra — per coprire i disavanzi del bilancio comunale.
Ma soprattutto, nei confronti del quale la famiglia del presidente del Senato, si fa capire in Comune, aveva dichiarato interesse «in termini di nuove acquisizioni». Dopo l’acquisto a ottimo prezzo della casa in passeggiata, insomma, la tentazione di un bis. Una possibilità, però, che con il passaggio di consegne in municipio non pare più praticabile.
«Non venderemo più nulla delle nostre proprietà», si conferma in Comune. «Una scelta di campo», la definisce il vicesindaco: «gli immobili saranno valorizzati e destinati a spazi e attività di carattere pubblico e sociale». Oppure, come pensano i più, un’ultima forma di resistenza all’idea di un paese fatto feudo di una famiglia. Più o meno ingombrante che sia.
(da La Repubblica)

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API SUL TETTO E FEDELISSIMI ASSUNTI

Luglio 20th, 2023 Riccardo Fucile

LOLLOBRIGIDA IL MINISTRO CHE NON C’E’

In quella che può sembrare una gara tra membri del governo a chi la spara più grossa, lui è sicuramente nel gruppo di testa. Non ha perso tempo, cominciando subito dopo la vittoria elettorale: «La Costituzione è bella, ma va cambiata». Lancia il sasso, poi nasconde la mano. Anche da ministro ha continuato, senza sosta. Come ad aprile: «Non possiamo arrenderci alla sostituzione etnica». Citazione di una teoria suprematista? Macché: «Non sono razzista, ma ignorante».
È facile ricordarsi sparate e arrampicate sugli specchi, un po’ meno avere a mente qualche misura che ha caratterizzato i primi nove mesi di attività di Francesco Lollobrigida. Chi frequenta il ministero dell’Agricoltura della sovranità alimentare e delle foreste lo descrive come un «ministro distratto, che vorrebbe occuparsi di altra e di “alta” politica». Anche per questo il dicastero è gestito «da una zarina e un triumvirato». Ma soprattutto è l’uomo che ha spalancato le porte a Coldiretti, e riempito gli uffici di consulenti e collaboratori, arrivando a spendere quasi 1,2 milioni di euro di stipendi.
Lui è il cognato d’Italia, marito di Arianna Meloni, sorella della premier. Cinquantaduenne di Tivoli, ha una lunghissima carriera politica: Fronte della gioventù, Msi, An, Pdl e Fratelli d’Italia. Prima di entrare in parlamento nel 2018, e di diventare capogruppo dei deputati di FdI, è stato consigliere comunale a Subiaco, poi alla provincia di Roma, assessore allo Sport ad Ardea, consigliere e assessore regionale.
Quando Giorgia Meloni ha fondato il partito ne è diventato il responsabile nazionale “organizzazione”. Ha due figlie adolescenti con Arianna. Cognato di premier, e parente di diva: il nonno del padre del ministro e quello di Gina Lollobrigida, l’attrice scomparsa lo scorso gennaio, erano fratelli. E come le star, anche lui investito da veleni e falsi gossip: come quello che ha costretto la deputata Rachele Silvestri, di Fratelli d’Italia e prima donna nel plurinominale in Abruzzo, con un passato nei Cinque stelle, a esporsi pubblicamente e a sottoporre il figlio a un test di paternità.
LA ZARINA E IL TRIUMVIRATO
Nella scorsa legislatura Lollobrigida era il potentissimo capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia. Un ruolo che gli piaceva e che – racconta chi gli è vicino – non solo avrebbe lasciato con dispiacere, ma a cui tornerebbe volentieri.
A capo della sua segreteria c’era Maria Modaffari, avvocata, 42 anni. Collabora con il ministro dal 2010, ai tempi in cui era assessore alla Mobilità della regione Lazio nella giunta Polverini. Ha un ruolo anche nel partito, dove è componente della commissione di disciplina e garanzia. A fine ottobre ha seguito il neo ministro a via XX settembre. Ruolo: segretaria particolare. Compenso: 84.772 euro l’anno. Al ministero tutto passa da lei, tanto che viene chiamata la “zarina”.
Ma il «ministro distratto» si affida anche a un triumvirato. C’è Giacomo La Pietra, senatore toscano di Fratelli d’Italia, nominato sottosegretario con delega alle filiere di olive, vivai, tabacco e caccia. E poi ci sono due deputati. Uno è Angelo Rossi, consigliere a titolo gratuito del ministro, membro del Copasir, della commissione Bilancio, della giunta per il regolamento, già funzionario della regione Lazio, alla prima legislatura ma tesoriere del gruppo di FdI alla Camera.
L’altro è Marco Cerreto, anche lui per la prima volta in parlamento, è stato eletto in Campania, ed è membro della commissione Agricoltura: il ministero lo conosce bene, essendone stato funzionario. Cerreto è entrato in FdI nel 2019, con la federazione del suo Movimento nazionale per la sovranità, di cui era da poco diventato segretario al posto del fondatore Gianni Alemanno. I triumviri, insieme a Modaffari, hanno un ruolo centrale sia nella gestione del ministero, sia come cinghia di trasmissione con il parlamento.
L’UOMO DI URSO
A gestire il giorno per giorno ci sono due importanti funzionari: il capo di gabinetto Giacomo Aiello e il responsabile della segreteria tecnica Sergio Marchi. Aiello, avvocato dello stato, ricopre il ruolo a titolo gratuito. Ha un curriculum lunghissimo: tra gli ultimi incarichi ci sono la presidenza del Consiglio di vigilanza di Open Fiber, il ruolo di consulente di una società di infrastrutture che lavora per le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, e anche per Cassa depositi e prestiti. Tra il 2011 e il 2013 è stato membro del collegio difensivo dei due marò Salvatore Girone e Massimilano La Torre. Lavora per la politica dalla Prima repubblica: consulente giuridico per il ministero del Turismo nel biennio 1992-1993. L’ultimo ruolo è stato quello di capo di gabinetto della ministra per il Sud Marta Carfagna nel governo Draghi.
Il responsabile della segreteria tecnica Marchi è invece un uomo di Adolfo Urso, di cui è stato capo della segreteria politica nella scorsa legislatura, quando era presidente del Copasir. Tra il 2013 e il 2019, Marchi è stato anche nel cda di Farefuturo, fondazione dell’attuale ministro del Made in Italy. Tra il 2008 e il 2013 è stato presidente dell’Osservatorio parlamentare, fondato sempre da Urso. Nel suo curriculum Marchi vanta anche una collaborazione con Area, il mensile diretto Marcello De Angelis, l’ex estremista di Terza posizione e senatore di An.
Ma sono tantissimi, trentatré, i nuovi collaboratori e consulenti al ministero. Guardando i profili, spiccano in tre: Marina Tucci, ultime esperienze come «scrutatrice alle elezioni europee del 2019» e commessa; Sofia Cerqua, ancora iscritta all’università, e come unico lavoro un anno e mezzo nella segreteria di Lollobrigida nella scorsa legislatura; e Karin Lynn Walls, docente di inglese per ministeri ed enti pubblici, al ministero per migliorare lo “speaking” dello staff del ministro. Tutte e tre sono pagate 30mila euro l’anno.
IL MINISTERO COLDIRETTI
Mentre il ministro pensa ad altro, sul dicastero ha messo le mani Coldiretti. Chi frequenta le sue stanze parla di «definitiva consacrazione di quello che è rimasto l’unico vero partito italiano per capillarità e radicamento territoriale». Potere però è responsabilità: «Anche loro, dietro le quinte, si lamentano dell’inazione del ministro». L’associazione avrebbe accesso a ogni dossier, «però evita che ci sia una deriva, soprattutto sulle nomine: gli agricoltori sono persone pragmatiche, non permetterebbero impresentabili o non qualificati». Non tutti sono contenti: Cia, Copagri e Confagricoltura storcono il naso, ma la loro opposizione è al momento silente. Tocca palla solo Coldiretti, che ha sussurrato al ministro le recenti nomine di Livio Proietti, commissario di Ismea, e di Mario Pezzotti, commissario di Crea.
In molti criticano i ritardi sulla gestione degli aiuti per l’alluvione in Emilia-Romagna, soprattutto sull’attivazione della riserva di crisi della politica agricola comune europea. O la lentezza dei decreti attuativi delle misure della legge di Bilancio di sette mesi fa: tra queste c’è la social card da 382 euro presentata in pompa magna la scorsa settimana.
Ma le grandi paure sono soprattutto per i ritardi dei progetti del Pnrr. Su questi inciderebbe anche la gestione dell’unità di missione all’interno del ministero. Il direttore generale è Marco Lupo, dal 2014 direttore generale di Arpa Lazio. Lupo si è insediato lo scorso 24 gennaio al posto di Paolo Casalino, funzionario molto conosciuto a Bruxelles, che per il governo Conte ha seguito le trattative per il Recovery fund come dirigente di collegamento del ministero dello Sviluppo nelle istituzioni europee.
Nel 2022 ha lasciato il Mise ed è stato chiamato all’Agricoltura dall’allora ministro Stefano Patuanelli. Lollobrigida però ha deciso di sostituirlo con un fedelissimo. Ne ha approfittato il ministro Urso, che lo ha ripreso molto volentieri al dicastero del Made in Italy, sempre per l’attuazione del Pnrr. Nei corridoi del ministero sembra però che in molti si siano pentiti di questa scelta.
PANICO TOTALE
C’è un’altra iniziativa che ha portato il panico a via XX settembrei: il 19 maggio il ministero è diventato il «primo palazzo istituzionale in Europa» a ospitare un apiario sul proprio tetto. Presentazione in pompa magna, photo opportunity, tanta retorica. Lollobrigida: «L’ape pur vivendo poco produce miele sin dal primo giorno, vive in comunità, produce cera, è operosa e sente il senso della appartenenza».
Il sottosegretario D’Eramo: «Bisogna proteggere e tutelare le api italiane». Risultato: fa troppo caldo, il tetto del ministero è rovente e le api scappano. Invadono i cortili del palazzo in cerca di ombra, spaventano i dipendenti, che vedono api muoversi in sciami, invadere le pareti del cortile, e così non possono aprire nemmeno le finestre.
Sui cellulari di chi lavora a via XX settembre girano foto che fanno impressione. Nemmeno un mese dopo il lancio dell’iniziativa, nei primi giorni di giugno, inondato dalle email di reclamo, un direttore generale ha scritto una circolare in cui ha invitato tutti a non preoccuparsi, che la situazione è sotto controllo, e che un’associazione apicola presto arriverà a risolvere la situazione. Chissà se il «ministro distratto» se n’è accorto.
(da editorialedomani.it)

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LE SOCIETA’ A LONDRA, LE FESTE, IL JET–SET: CHI E’ TOMMASO GILARDONI, ACCUSATO DI STUPRO INSIEME A LEONARDO LA RUSSA

Luglio 20th, 2023 Riccardo Fucile

VIVE TRA PARIGI E L’INGHILTERRA… IL SUO SOCIO ITALIANO E L’AVVISO DI GARANZIA ANCORA NON CONSEGNATO

Tommaso Gilardoni, il dj accusato con Leonardo La Russa di stupro, a Londra è una vera star. Di origini comasche, ha scelto la capitale della Gran Bretagna come residenza. E qui il 15 novembre scorso ha costituito due società. Una di queste insieme a Luigi Spitalieri.
Gilardoni è direttore dal 2022 della “Artful Inc Limited”. Che si trova in Seymour Place. Lo stesso indirizzo dell’altra, ovvero la “Spitalieri e Gilardoni entertainment limited”. Intanto l’inchiesta sulla violenza sessuale nella notte tra il 18 e il 19 maggio scorsi è a un bivio. Gli inquirenti devono consegnare l’avviso di garanzia a Gilardoni. Che però finora non ha ancora nominato un avvocato. Si attende anche il sequestro del suo telefonino. O la consegna, come è capitato nel caso del figlio di La Russa.
Parigi, Londra, le società e le comunità
La Repubblica racconta oggi che Dj Tommy, 24 anni, è molto a suo agio nel jet set internazionale. Ha una rete di contatti che va da Londra a Parigi. Nella capitale della Francia ha partecipato il 3 marzo scorso alla campagna di lancio dei prodotti Isamaya. A fianco a lui il creativo Tom Burkitt. A Parigi invece ha fatto il deejay insieme al collega Wolfram Amadeus, star austriaca dell’elettronica. Spesso si è fatto fotografare insieme alla modella Jordan Grant. È anche tra i testimonial di Onda, una comunità globale che vuole «promuovere connessioni significative e contribuire al bene superiore». La società è stata fondata dall’imprenditore Luca Del Bono. L’ultima partecipazione agli eventi di Onda risale alla fine dello scorso giugno. Ovvero proprio quando intanto la ragazza che lo accusa di stupro inviava la sua denuncia ai magistrati.
Il playboy e il socio italiano
Nato a Como nel 1999, Gilardoni secondo il padre è un playboy. Il figlio è rimasto in Italia fino alla settimana scorsa. E il 5 luglio ha partecipato alla sua festa di compleanno. Ma quando due giorni dopo è uscita la notizia dell’accusa di stupro non ne hanno parlato: «Lo siamo andati a prendere noi all’aeroporto alle 6 o alle 7 di sera e ci siamo fermati a Cernobbio in un ristorante di loro amici. Non abbiamo discusso di questi argomenti».
Lo scatto di Repubblica lo ritrae durante una serata a Londra. La Verità invece ne pubblica un altro che lo ritrae con un Hoverboard. Il socio Spitalieri si è diplomato all’Istituto Maria Consolatrice di Milano. Ha continuato gli studi all’Hult International Business School nel campus di Cambridge. Sul suo profilo Linkedin si presenta anche come produttore di film. Tra questi c’è Proxy di Ravenwood Film. Ma è stato anche scrittore e produttore di Hustle&Heels, short branded film sulla nascita di una startup.
I social network di Tommy
I social network di Gilardoni invece sono congelati dal 2018. Il sindaco di San Fedele Claudio Pozzi dice di non conoscerlo. Il titolare di uno studio fotografico invece sì ma non vuole parlare con i giornalisti. La centralinista di un’azienda agricola di zona, che produce vini, dice qualcosa in più: «Sì, lo conosciamo. Ma che io sappia non ha mai suonato da noi». Lo zio Marco invece la pensa come papà Massimo: «Mio nipote è un ragazzo bravo, più che bravo. Questa vicenda è tutta una balla». La madre e il padre sono lavoratori del settore agrario in pensione. La ragazza, ex compagna di liceo di La Russa, aveva fatto riferimento nella querela a un certo “Nico“. Perché così lo aveva chiamato Leonardo. Anche per questo investigatori e inquirenti hanno avuto problemi per giorni ad identificarlo.
L’indagine
Intanto ieri accusa e difesa hanno organizzato la tempistica per l’effettuazione della copia forense del telefono, senza Sim, sequestrato venerdì scorso a La Russa junior. Ci vorranno, a quanto pare, altri due, tre giorni per completare l’invio degli avvisi necessari per l’accertamento irripetibile, che dovranno arrivare oltre che a Leonardo e alla sua difesa, alla ragazza e al suo legale Stefano Benvenuto, anche a Gilardoni.
Gli inquirenti puntano a rintracciare elementi utili, come foto, video, messaggi e telefonate sui social, nel cellulare del 21enne, ma anche in quello della ragazza. Importanti saranno anche alcune testimonianze di amici e partecipanti alla serata nel club esclusivo raccolte in questi giorni, con le audizioni che stanno andando avanti a partire da un elenco di un centinaio di ragazzi individuati.
La chiusura indagini dopo l’estate
Conclusa tutta la fase degli accertamenti, per la quale serviranno ancora settimane, anche dopo la pausa estiva, la Procura dovrà valutare i dati raccolti per eventualmente decidere, poi, se risentire la ragazza con la formula dell’incidente probatorio in vista della chiusura indagini e di una richiesta di processo. Un quadro tutto ancora da definire.
(da Open)

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VOLEVANO VENDERE A FABRIZIO CORONA DOCUMENTI SEGRETI SULLA CATTURA DI MESSINA DENARO

Luglio 20th, 2023 Riccardo Fucile

ARRESTATI UN CARABINIERE E UN CONSIGLIERE COMUNALE DI FRATELLI D’ITALIA

Un carabiniere e un politico di Mazara del Vallo hanno tentato di vendere documenti segreti sulle indagini che riguardavano la cattura di Matteo Messina Denaro. Si sono rivolti anche a Fabrizio Corona. Oggi sono stati arrestati e posti ai domiciliari. Il militare si chiama Luigi Pirollo ed è accusato di accesso abusivo a sistema informatico e violazione del segreto d’ufficio. Il complice è Giorgio Randazzo, consigliere della Lega di Mazara del Vallo poi approdato in Fratelli d’Italia. L’accusa nei suoi confronti è quella di ricettazione.
L’indagine è stata coordinata dal procuratore di Palermo Maurizio de Lucia e dall’aggiunto Paolo Guido. Le forze dell’ordine hanno anche perquisito la casa di Corona. «Ho fatto il mio lavoro e mi sono comportato da cittadino onesto e corretto e nonostante tutto eccomi ancora qua in questa situazione», ha fatto sapere lui attraverso il suo avvocato Ivano Chiesa.
Il maresciallo e il fotografo dei vip
Pirollo è maresciallo. Secondo la ricostruzione dei pm il carabiniere, in servizio al N.O.R. della Compagnia di Mazara del Vallo, si è introdotto illegalmente nel sistema informativo dell’Arma. Poi ha estratto una copia di 786 file riservati relativi alle indagini sulla cattura del padrino, arrestato dal Ros il 16 gennaio scorso. Infine li ha consegnati a Randazzo. Quest’ultimo ha contattato Corona e ha cercato di vendergli i documenti top secret. Poi, su indicazione dello stesso fotografo si è rivolto a Moreno Pisto, direttore del quotidiano online MowMag, proponendogli di acquistare il materiale. I due, secondo la ricostruzione di Repubblica, dicevano di avere tra le mani un grande scoop. Ma erano solo teorie complottistiche sulla cattura. Secondo la ricostruzione delle indagini le intercettazioni disposte a carico di Fabrizio Corona hanno consentito la scoperta della trattativa.
Il precedente
Corona infatti venne in possesso di una serie di audio di chat tra il boss e alcune pazienti da lui conosciute in clinica durante la chemioterapia quando, ancora ricercato, usava l’identità del geometra Andrea Bonafede. Quei file finirono poi a Non è l’Arena. La circostanza spinse gli inquirenti a mettere sotto controllo il telefono di Corona. In una delle conversazioni intercettate, che risale al 2 maggio scorso, il fotografo fece riferimento a uno «scoop pazzesco» di cui era in possesso un consigliere comunale, poi identificato in Randazzo, grazie a non meglio specificati carabinieri che avevano perquisito i covi del capomafia e che volevano vendersi il materiale.
Il tentativo di vendita
Nei giorni successivi Corona ha continuato a manifestare l’intenzione di rivendere il materiale che il consigliere gli avrebbe procurato. Il 25 maggio Pisto, Randazzo e il fotografo si sono incontrati.
In quella occasione il giornalista di Mow, con uno stratagemma, è riuscito in segreto a fare copia dei file a lui mostrati e offerti dal politico. Dopo averli visionati si è reso conto della delicatezza del materiale si è rivolto a un collega che gli ha consigliato di parlare con la polizia. Pisto, allora, è andato alla Mobile di Palermo e ha raccontato tutta la vicenda.
La scoperta
Sulla base delle sue testimonianze gli investigatori hanno cominciato a indagare e hanno scoperto, attraverso indagini informatiche, che i documenti copiati dal giornalista ad insaputa del consigliere erano stati rubati e che l’autore del furto era Pirollo che aveva lasciato tracce del suo “ingresso” nel sistema e che era uno dei soli due ufficiali che avevano avuto accesso al server della Stazione di Campobello (l’altro carabiniere è risultato estraneo ai fatti).
Continuando a indagare gli inquirenti hanno inoltre scoperto che il carabiniere aveva rapporti di frequentazione con il consigliere. Il tentativo di piazzare i file è stato così sventato e sono state chiarite a quel punto le parole di Corona intercettate a maggio.
(da Open)

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800 EURO AL MESE PER SCARICARE 1.000 BAGAGLI AL GIORNO: LA VITA DI UN AEROPORTUALE ITALIANO

Luglio 20th, 2023 Riccardo Fucile

DIETRO LO SCIOPERO DEI LAVORATORI DI SABATO SCORSO, CONDIZIONI INACCETTABILI

Migliaia di lavoratori aeroportuali sabato scorso, 15 luglio, hanno incrociato le braccia per otto ore nell’ambito di uno sciopero proclamato da Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti e Ugl per chiedere il rinnovo del contratto di lavoro scaduto da più di 6 anni.
L’astensione dal lavoro ha visto un’ampissima partecipazione: secondo i sindacati ha aderito quasi il 100% dei lavoratori e delle lavoratrici a dimostrazione che le questioni poste sul tavolo non possono essere più ignorate. Se ciò avverrà – spiega a Fanpage.it Fabrizio Cuscito, Coordinatore del dipartimento Trasporto Aereo della FILT Cgil – nei prossimi mesi verrà proclamata una nuova mobilitazione: “Negli aeroporti lavorano persone che guadagnano meno di 800 euro al mese e che devono scaricare migliaia di bagagli al giorno per un salario da fame. Non possiamo più accettare questa situazione. Se le aziende non accoglieranno le nostre richieste sciopereremo di nuovo”.
Sabato scorso, 15 luglio, i lavoratori del settore del trasporto aereo hanno scioperato per otto ore. Centinaia di voli sono stati cancellati in tutta Italia e decine di migliaia di passeggeri hanno subito gravi disagi. Ci ricorda le ragioni di questa mobilitazione, proclamata in piena estate?
Il contratto di questi lavoratori è scaduto da oltre sei anni e gli attuali salari medi negli aeroporti sono eccessivamente bassi per le esigenze delle persone e per il tipo di lavoro che svolgono, senza considerare il carovita, l’inflazione e tutto ciò che ne consegue. Come se non bastasse dopo il Covid la mole di lavoro è sensibilmente aumentata, mentre il personale scarseggia. Insomma, a queste condizioni non è più possibile lavorare.
Lei parla di salari bassi. Quanto guadagnano i lavoratori aeroportuali?
Negli aeroporti ci sono lavoratori e lavoratrici che guadagnano meno di 800 euro al mese, soprattutto se precari, mentre quelli con maggior anzianità di servizio possono arrivare a percepire fino 1.200 euro. Le cifre sono queste. E i turni che si effettuano sono massacranti. Prendiamo gli addetti al carico e scarico bagagli: quando arriva un volo intercontinentale con 300 passeggeri due persone devono scaricare 300 bagagli che possono arrivare a pesare 20/30 chili. Naturalmente finita questa mansione non vanno mica a casa: gli aerei da scaricare possono essere 4/5 nell’arco di un turno di lavoro. Parliamo di oltre mille bagagli. Tutto questo a fronte di un salario di meno di 800 euro al mese. È oggettivamente inaccettabile.
Negli ultimi giorni le temperature stanno sfiorando, e talvolta superando, i 40 gradi…
Sul piazzale di un aeroporto ci sono i fumi del cherosene, il cemento caldo della pista e i 40 gradi all’ombra. Pensate scaricare centinaia di bagagli di un aereo in queste condizioni, soprattutto nei velivoli più vecchi che non dispongono dell’ausilio di sistemi automatici di carico e scarico. Parliamo, per fare un esempio, di tutti i voli Ryanair.
Alla luce di queste condizioni di lavoro qual è stata l’adesione allo sciopero di sabato scorso?
È stata pressoché del 100% in tutti gli scali italiani. Tutti quelli che hanno potuto scioperare l’hanno fatto: si è trattato di una mobilitazione molto sentita da lavoratori e lavoratrici, che ha unito anche il mondo sindacale e che ci ha fornito una grande forza contrattuale. Penso che anche le parole di Salvini ci abbiano aiutato… Faccio notare che mentre il Ministro dei Trasporti cercava di limitare il nostro diritto allo sciopero e minacciava provvedimenti a Londra Gatwick i lavoratori aeroportuali hanno proclamato otto giorni consecutivi di sciopero in piena estate. Insomma, ricordo che mentre in Italia abbiamo scioperato per otto ore in un Paese vicino come il Regno Unito si sciopera per otto giorni…
Dopo lo sciopero di sabato è stato riaperto un tavolo di trattativa con le aziende?
Domani avremo la prima riunione post sciopero con le aziende del settore handling (biglietteria, check-in, carico e scarico bagagli, ecc.): si tratta di 4/5 società pressoché sconosciute all’opinione pubblica che tuttavia si avvalgono della maggior parte dei lavoratori aeroportuali. Parliamo di grandi aziende come Swissport, Aviapartner, Aviation Services, GH Italia e Airport handling, alle quali chiediamo di impegnarsi per garantire ai dipendenti condizioni di lavoro migliori. Quelle attuali, come detto, sono semplicemente inaccettabili.
Se le vostre richieste non verranno accolte prevedete altre giornate di sciopero nei prossimi mesi?
Sì, certo, se non raggiungeremo un accordo soddisfacente saremo costretti a indire un altro sciopero dopo l’estate. Mi auguro, tuttavia, che le aziende abbiano capito le ragioni dei lavoratori e la loro forza. Chiediamo che gli stipendi mensili vengano aumentati mediamente di 270 euro, escluse ovviamente le sei stagioni di vacanza contrattuale perse, per le quali faremo una richiesta a parte.
(da Fanpage)

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TAGLI DEI CONFINI E DEL PERSONALE: LA CROCIATA SOVRANISTA CONTRO I PARCHI

Luglio 20th, 2023 Riccardo Fucile

INTERVISTA AL PROFESSOR PICCIONI, DOCENTE DI STORIA ECONOMICA ALL’UNIVERSITA’ DELLA CALABRIA: “CETO GOVERNATIVO INDIFFERENTE SE NON OSTILE”

Riduzione dei finanziamenti, in molti casi già quasi totalmente assorbiti delle spese di personale, mancanza di un’organica politica statale, tentativi di ridimensionamento dei confini come quello della Regione Abruzzo (che nel 2021 ha provato a tagliare di un quinto la superficie Parco del Velino-Sirente): le aree protette italiane – che coprono attualmente il 12% del territorio, tra parchi nazionali (24), parchi regionali (134), aree protette marine, riserve naturali statali, oasi naturali delle associazioni ambientaliste -vivono una fase molto difficile. Ai problemi finanziari e gestionali si aggiungono inoltre i crescenti attacchi all’integrità ambientale dei loro territori, attacchi “non contestati o persino favoriti dagli amministratori, come costruzione di strade e parcheggi, tagli boschivi, eventi spettacolari con impatto ambientale, cave, autorizzazione di nuovi impianti scioviari, mancata repressione di abusi edilizi”.
Lo racconta in un bel libro che ripercorre la storia dei parchi – Parchi nazionali. Storia delle aree protette in Italia (Il Mulino) – Luigi Piccioni, docente di Storia economica nell’Università della Calabria, che denuncia anche il “progressivo spostamento di attenzione e di risorse dai compiti di conservazione, ricerca, educazione a pratiche piuttosto convenzionali di branding del territorio e delle attività esistenti, anche quando prive di qualificazioni ambientali”.
La crisi degli anni Cinquanta e la progressiva rinascita
La storia dei parchi nazionali è avvincente e al tempo stesso turbolenta. Le prime aree protette nascono negli anni Venti e Trenta sulla base di una forte spinta dal basso e dotandosi di enti di gestione democratici, che prevedono la presenza delle rappresentanze locali, dei ministeri, del mondo scientifico e delle associazioni protezionistiche e turistiche. Il fascismo però abolisce nel 1933 gli enti di gestione e passa i due parchi nazionali “storici” alla Milizia nazionale forestale, attuando una gestione di profilo molto basso, in molti casi con effetti negativi di lunga durata.
Con la rinascita della democrazia i parchi nazionali restano in un limbo e per oltre un ventennio “ci si limita alla faticosa conservazione dell’esistente”. L’unica eccezione è costituita dall’operato di Renzo Videsott, artefice del ritorno del Parco del Gran Paradiso all’autonomia e poi suo direttore per molti anni, che tenta oltretutto di fare della protezione della natura una grande questione nazionale, anticipando la nascita – tra gli anni Cinquanta e Sessanta – di nuove associazioni ambientaliste come Italia Nostra e il Wwf. L’affermazione di queste associazioni coincide oltretutto con la crescita popolarità dell’ecologia e con essa della domanda natura integra e di aree protette, che in Italia come in tutto il mondo dalla fine degli anni Sessanta finiscono col vivere un vero e proprio boom.
La legge fondamentale del 1991
Questi processi vanno di pari passo con l’iter parlamentare della legge quadro che dura trent’anni e culmina nella famosa legge quadro del 1991, che porta a sintesi tutte le proposte e le discussioni dei decenni precedenti. La legge stabilisce che l’istituzione e la gestione dei parchi nazionali spetta allo Stato mentre alle Regioni è demandata la creazione e la gestione di propri parchi che vengono considerati allo stesso livello dei primi, conciliando le richieste delle associazioni e quelle delle regioni. Alle associazioni ambientaliste e ai rappresentanti del mondo scientifico viene garantita un’adeguata presenza nei consigli direttivi dei parchi nazionali, mentre la Comunità del parco è prevista come organo dell’Ente con un’ampia rappresentanza delle comunità locali. A dispetto dei tempi lunghi, l’“impatto di questi provvedimenti sul mondo delle aree protette italiane è formidabile”, scrive Piccioni.
Parchi come monadi: manca un coordinamento nazionale
Ma allora perché quella spinta propulsiva si è fermata? Secondo l’autore, tra le cause ci sono l’affermazione di un ceto governativo indifferente se non ostile alla protezione della natura, la riduzione della rappresentanza della politica ambientalista in parlamento e l’incapacità dei Verdi italiani di rappresentare la propria presenza nella società. Così, ad oggi, spiega l’autore, “quello che era il sistema previsto dalla legge quadro è stato infatti avviato ma poi nel giro di pochi anni depotenziato”. L’Italia non dispone più neanche di un organismo di promozione, sostegno e coordinamento dei soli parchi nazionali. In effetti, “non c’è nessuna politica organica dei parchi nazionali, i parchi sono monadi, ognuno va avanti per conto suo”.
Dal 2010 in poi, oltretutto, una serie di proposte di legge – fortunatamente abortite – hanno tentato di rafforzare il controllo dei partiti sui parchi, di ridurre la componente scientifica nei consigli degli Enti parco introducendo quella dei portatori di vari interessi economici, di consentire attività ecologicamente insostenibili, circostanza che ha provocato, tra l’altro, una profonda spaccatura all’interno del mondo ambientalista.
Aree protette percepite come preziose. Ma meno di un tempo
Fortunatamente l’intelaiatura normativa della legge quadro del 1991 continua a funzionare da scudo contro i molti tentativi di attacco all’integrità, all’autonomia e all’identità dei parchi italiani.
I parchi, dunque, non possono essere aboliti o ridotti? “Arrivare a una loro abolizione o a un loro completo snaturamento è molto difficile, qui come altrove”, spiega l’autore, “basti ricordare lo scandalo del Parco nazionale d’Abruzzo degli anni Sessanta, quando l’attacco speculativo all’area fu fermato da inchieste di tutte le testate giornalistiche e divenne anche un catalizzatore della coscienza ambientale”. Possono però riuscire delle operazioni di defunzionalizzazione, come è avvenuto nel caso dello Stelvio, un parco nazionale creato nel 1934, molto esteso e profondamente osteggiato sin dall’inizio dalla minoranza di lingua tedesca. Oggi esso è frammentato in tre amministrazioni provinciali diverse. O possono essere adottate scelte paradossali come nel caso del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, dove è l’Ente parco che promuove oggi il taglio di tremila esemplari del raro Pino nero di Villetta Barrea grazie ai finanziamenti del Pnrr, mentre associazioni locali e nazionali si oppongono tenacemente.
In ogni caso a “dispetto di promesse non mantenute, di compiti non assolti, di attacchi politici, di malfunzionamenti, di sabotaggi e tentativi di stravolgimento della legislazione, lo scombinato mondo delle aree protette costituisce oggi a livello nazionale un elemento imprescindibile della protezione della natura”. E, ancora per fortuna, nell’immaginario collettivo italiano i parchi rimangono serbatoi di riconciliazione con la natura, fonti di serenità e di salute, luoghi di godimento di paesaggi integri e maestosi. “La formidabile spinta dal basso degli anni Sessanta-Ottanta però si è esaurita” conclude Piccioni, “e nell’opinione pubblica col tempo è diminuita anche la consapevolezza dell’importanza delle aree protette come luoghi di partecipazione democratica e di costruzione di un futuro collettivo più sostenibile. Questi arretramenti implicano un rischio grave per le aree protette perché in questo modo si allentano le pressioni positive sul mondo della politica. Che finisce così coll’assecondare sempre di più interessi che vanno in direzione opposta”.
(da Il fatto Quotidiano)

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ALL’INDOMANI DELLA NOTTE VIOLENTA IN CASA LA RUSSA, LA 22ENNE SI SAREBBE SOTTOPOSTA A UNA VISITA MEDICA, CHE AVREBBE RILEVATO GRAFFI SULLE GAMBE ED ECCHIMOSI SU ALTRE PARTI DEL CORPO E SAREBBERO STATE RILEVATE – COME DENUNCIATO DALLA RAGAZZA – TRACCE BIOLOGICHE APPARTENENTI A DUE PERSONE

Luglio 19th, 2023 Riccardo Fucile

IL PADRE HA IMPIEGATO 40 GIORNI PER CONVINCERE LA FIGLIA, CHE NON NE VOLEVA SAPERE DI FINIRE SBATTUTA SUI GIORNALI, A SPORGERE DENUNCIA CONTRO APACHE… OGGI È STATO INDAGATO PER VIOLENZA SESSUALE ANCHE IL DJ 24ENNE TOMMY GILARDONI, AMICO DI LEONARDO

A Milano non si sparla d’altro. L’accusa di stupro al figlio della seconda carica dello Stato ha sconvolto i salotti del danè sotto la Madunina. Le voci, i commenti, le maldicenze si rincorrono e alimentano il tam-tam su una brutta storia i cui contorni sono ancora da definire.
Si vocifera che, all’indomani della notte violenta in casa La Russa, la 22enne fanciulla si sia sottoposta a una visita medica, la quale avrebbe rilevato graffi sulle gambe ed ecchimosi su altre parti del corpo. Ma soprattutto sarebbero state rilevati su di lei tracce biologiche appartenenti a due persone.
Dopodiché, il padre ha impiegato 40 giorni per convincere la figlia, che non ne voleva sapere di finire sbattuta sui giornali, a sporgere denuncia contro La Russa Jr.
“Oggi – come scrive l’Ansa – è stato iscritto per violenza sessuale anche il dj 24enne Tommy Gilardoni, amico del figlio dell’esponente di Fratelli d’Italia. Anche lui sarebbe rientrato a casa La Russa quel mattino del 19 maggio, dopo aver suonato, tra l’altro, nel corso della serata in discoteca, in cui si alternavano tre dj”.
Un nome, quello di Gilardoni, che lavora in un club di Londra e che anche al momento si troverebbe all’estero, a cui i pm sono arrivati grazie alle analisi dei telefoni, dal momento che Leonardo Apache, come indagato, si è avvalso della facoltà di non rispondere alla domanda degli inquirenti di rivelare il nome dell’amico che era con lui la notte tra il 18 e il 19 maggio.
“Gli inquirenti – si legge sempre sull’Ansa – hanno deciso di contestare anche a Gilardoni l’accusa di violenza sessuale e di non optare per un’imputazione di abusi di gruppo a carico suo e di Leonardo Apache, anche perché le indagini dovranno appurare non solo se la ragazza sia stata violentata in stato di incoscienza, come lei ha raccontato, ma anche se quelle violenze siano avvenute in fasi diverse”.
“La 22enne – prosegue l’Ansa – nella denuncia arrivata il 3 luglio sul tavolo dell’aggiunto Letizia Mannella e del pm Rosaria Stagnaro, ha scritto di avere “ricordi della notte vaghi” perché “drogata”.
L’unico “dato certo”, ha messo nero su bianco, “è che Leonardo mi ha dato un drink, mi ha portato a casa sua, senza che io fossi nelle condizioni tali da poter scegliere” e, quando lei si è svegliata, lui “ha ammesso di aver avuto rapporti sessuali, lui e l’amico, sempre a mia insaputa”.
Gli investigatori hanno raccolto altri elementi utili all’inchiesta, tra cui l’analisi di alcuni contatti telefonici e le testimonianze di ragazzi che erano presenti alla festa del 18 maggio all’Apophis.
Il locale, che è un club a ingressi molto selezionati, sarebbe il punto di ritrovo della gioventù danarosa di quella che fu la Milano-bene. Infatti si insinua che nel giro dei clienti del club ci siano anche figli e nipoti di personaggi molto noti nel mondo dell’imprenditoria
(da Dagoreport)

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IL SALARIO MINIMO NON PASSERA’, MA SCHLEIN STAVOLTA HA FATTO CENTRO, PER DUE MOTIVI

Luglio 19th, 2023 Riccardo Fucile

OCCORRE RAFFORZARE LA PARTE PIU’ DEBOLE

Nonostante la maggioranza si appresti a respingere in Parlamento la proposta di salario minimo a 9 euro, l’azione delle opposizioni – ed in particolare del PD che è riuscito ad intestarselo politicamente – ha fatto centro.
Ha fatto centro per due ordini di motivi: uno di natura politica e uno di sostanza.
Da un punto di vista politico, la novità è la capacità delle opposizioni di fare fronte comune su un problema reale che coinvolge i cittadini, ed in particolare, il loro elettorato: alcuni milioni di lavoratori hanno una remunerazione oraria che non garantisce una vita dignitosa.
Chiedere un salario minimo per legge ha fatto breccia sull’elettorato (due terzi dei cittadini sono a favore) e ha trovato l’adesione – non scontata fino a qualche tempo fa – dei sindacati.
Il governo ha accusato il colpo, è stato costretto sulla difensiva, ha tenuto un profilo basso sostenendo che l’istituzione di un salario minimo per legge non sia un buon modo per risolvere la questione dei bassi salari. Non ha avanzato però alcuna proposta alternativa.
Quindi, politicamente 1 a 0 per l’opposizione. La sostanza è quella che più deve interessarci. L’obiettivo è combattere il cosiddetto ‘‘lavoro povero’’, il lavoro non retribuito adeguatamente. Un intervento per legge sul salario minimo può aiutare, anche se non è la bacchetta magica.
Partiamo da un punto che le organizzazioni datoriali e il governo hanno portato contro l’iniziativa: storicamente, la definizione del salario nel nostro paese non è stata affidata ad un intervento legislativo. La ragione è presto detta: il salario orario è solo una parte della retribuzione, ci sono altre componenti molto rilevanti, che possono essere definite soltanto tramite la contrattazione collettiva tra le organizzazioni datoriali e le forze sindacali.
Si tratta del pilastro che sta alla base delle relazioni sociali in Italia dal dopoguerra in avanti. La contrattazione tra le parti sociali rimanda alla divisione del valore generato tramite i fattori produttivi (capitale e lavoro). La loro remunerazione deve essere demandata alla libera contrattazione tra le parti in quanto dipende da tanti fattori, tra cui la produttività. Un intervento normativo (come l’istituzione del salario minimo) potrebbe essere motivato soltanto dalla volontà delle forze politiche di rafforzare/tutelare una delle due parti nel caso in cui la contrattazione non funzioni bene. Bisogna stare attenti, ad esempio, un intervento per legge potrebbe minare la competitività delle imprese se rendesse il costo del lavoro troppo elevato.
Occorre quindi capire se la contrattazione collettiva funzioni bene o male in Italia.
In termini puramente numerici funziona ancora: il 99% dei lavoratori è coperto dalla contrattazione collettiva, un dato ben superiore alla soglia critica individuata dall’Unione Europea (80%).
Ciononostante, il sistema è in crisi, e non da oggi, e sono i lavoratori ad avere la peggio. La crisi trova due ragioni principali.
In primo luogo, la diffusione di forme di lavoro non standard (tempo determinato-indeterminato; part time-tempo pieno). La casistica è molto variegata, la quota di lavoro non standard è oramai pari al 40% con un incremento significativo nel nuovo millennio. Questi lavoratori non rientrano pienamente nell’alveo della contrattazione collettiva. Via via, la giurisprudenza nel mondo del lavoro ha posto in essere una serie di tutele per i lavoratori non standard ma questi si sono rilevati poco efficaci. Il risultato è che circa il 30% dei lavoratori (cinque milioni) ha una bassa retribuzione, inferiore cioè a 12.000 euro annui, il 60% del valore mediano. La gran parte di questi lavoratori si colloca nell’ambito dei servizi di alloggio e ristorazione, supporto alle imprese, supporto alla persona.
Il secondo motivo è il proliferare di contratti stipulati da organizzazioni sindacali diverse da CGIL, CISL e UIL, contratti che spesso vengono etichettati come ‘‘pirata’’ in quanto sono siglati da organizzazioni sindacali non rappresentative. I contratti stipulati dai sindacati confederali (202 a fine 2022) coprono il 96,6% deli lavoratori, ma ci sono ben 687 contratti firmati da altre organizzazioni sindacali. Questi contratti sono poco rappresentativi, coprono meno di mezzo milione di lavoratori ma complicano significativamente il quadro soprattutto in tema di applicazione dei minimi tabellari nei contenziosi nel mondo del lavoro. La questione chiama in causa il nervo scoperto della rappresentanza delle organizzazioni sindacali nel mondo del lavoro e la necessità di individuare i contratti dei diversi settori stipulati dalle organizzazioni datoriali e sindacali maggiormente rappresentative. Una questione spinosa che nessun governo ha mai voluto affrontare per la divisione tra le forze sociali stesse.
Le analisi e i commenti della proposta di salario minimo si sono concentrati sugli effetti diretti. Una soglia di 9 euro l’ora aumenterebbe la remunerazione per circa un quinto dei lavoratori (3 milioni) coinvolgendo soprattutto giovani, donne e residenti nelle regioni del sud. La soglia di 9 euro ‘‘morderebbe’’, ci sono valori minimi nelle retribuzioni contrattuali di alcuni settori produttivi che prevedono livelli ben inferiori.
Le forze politiche a sostegno della proposta la fanno facile: si stabilisce 9 euro come salario minimo e il problema scompare. Le cose non stanno così. C’è più di un problema.
In primo luogo ci sono problemi tecnici: quale sarebbe il livello di salario minimo? con quale frequenza e secondo quali regole verrebbe aggiornato in presenza di una inflazione elevata? Coinvolgerebbe solo la remunerazione oraria e non il trattamento economico complessivo che costituisce larga parte della remunerazione? A quali categorie si estenderebbe, anche ai precari?
Ci sono poi due effetti indesiderati. L’aumento dei minimi retributivi porterebbe un effetto trascinamento sulle classi più elevate di retribuzione con un aumento del costo del lavoro. Le imprese potrebbero reagire all’aumento del costo del lavoro riducendo la forza lavoro. In secondo luogo, il salario minimo potrebbe offrire una strada al ribasso per le imprese che potrebbero fuggire dalla contrattazione collettiva, che in alcuni settori industriali è più onerosa di 9 euro. Per ovviare a questo problema le proposte rimandano all’applicazione del contratto nazionale nel caso in cui fornisca una retribuzione superiore. 9 euro rappresenterebbe di fatto una soglia minima per tutti i contratti, il punto è capire se i sindacati avranno sufficiente forza contrattuale per ottenere di più. Non è detto.
I problemi ci sono, l’introduzione del salario minimo richiederebbe gioco forza un attento monitoraggio ma enfatizzarli per mantenere uno status quo, come fa il governo, non è onesto intellettualmente e politicamente. Occorre prendere atto che il mondo del lavoro e della contrattazione è cambiato e che occorre rafforzare la parte più debole (il mondo del lavoro). Dire che il salario minimo non è la soluzione, senza avanzare una proposta alternativa, equivale semplicemente a buttare la palla in tribuna e non ce lo possiamo permettere.
(da Huffingtonpost)

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SANTANCHÈ SEMPRE PIÙ ISOLATA: PERFINO L’AMICO BRIATORE È SPARITO DAI RADAR E LA DIFENDE PIÙ

Luglio 19th, 2023 Riccardo Fucile

LA MELONI È FREDDISSIMA CON LA “PITONESSA”: LUNEDÌ IN CONSIGLIO DEI MINISTRI NON L’HA NEMMENO SALUTATA… IN CASO DI RINVIO A GIUDIZIO LA SORA GIORGIA CHIEDERÀ ALLA REGINA DEL TWIGA UN PASSO INDIETRO

In molti hanno notato che Flavio Briatore, dopo una timida e vaga dichiarazione di sostegno alla sua amica, Daniela Santanchè, è un po’ sparito dai radar.
Si è trincerato in un silenzio inusuale per un tipo così ciarliero, che non disdegna di solito riflettori e polemiche.
Il sospetto è che il “Bullonaire” non voglia essere trascinato nei guai della “Pitonessa”, che ha dovuto persino vincolare la sua villa in centro, a Milano, da 6 milioni di euro, per garantire i creditori di “Visibilia”.
La ministra del turismo non è più certa neanche del sostegno di Giorgia Meloni. All’ultimo consiglio dei ministri, di lunedì 17 luglio, qualcuno ha notato una certa freddezza da parte della Ducetta, che non avrebbe neanche salutato la Santanchè.
La premier è furiosa, per non essere stata messa al corrente a tempo debito dei guai che avrebbero potuto colpire la ministra, e quindi il governo.
Danielona passerà indenne il voto della mozione di sfiducia avanzata dal M5s previsto per il 26 luglio, poi la palla passerà alla procura di Milano. Spetterà al pm Laura Pedio decidere se e quando richiedere il rinvio a giudizio.
Fra l’altro l’Agenzia delle Entrate non ha ancora preso una decisione sulla proposta del gruppo Visibilia di rateizzare in 10 anni del debito da 1,2 milioni, quindi resta sul tavolo l’ipotesi accusatoria di bancarotta e quella di falso in bilancio.
Cosa potrebbe accadere, dunque? In caso di rinvio a giudizio, Giorgia Meloni chiederà un passo indietro alla Santanchè, descrivendo come “insostenibile” politicamente la sua permanente al governo e calcando la mano sul mancato sostegno della Lega, che fin dal primo momento è stata tiepida (eufemismo) nella difesa della ministra. Salvini, infatti, non vede l’ora di sfruttare il caso “Visibilia” e quello che coinvolge il figlio di La Russa per partire lancia in resta e indebolire la sora Giorgia.
Se la Pitonessa dovesse puntare i piedi e negare le sue dimissioni, la Meloni avrebbe soltanto due possibilità: o la maggioranza presenta una sua mozione di sfiducia, con Fratelli d’Italia che scarica completamente la Santanché, oppure salire al Quirinale per una crisi-flash, e chiedere a Mattarella il reincarico. A quel punto, potrebbe approfittarne per un più ampio rimpasto di governo e sostituire i ministri che non l’hanno pienamente soddisfatta. E sono molti a temere il siluramento…
(da Dagoreport)

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