Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile
LA PERDITA’ DI CREDIBILITA’ DEI MEDIA TRADIZIONALI E LA POLIRALIZZAZIONE DEL DIBATTITO
Gli italiani sono sempre meno interessati a leggere le notizie, di qualsiasi genere. Tutte le ricerche di mercato lo confermano. Due fra le più importanti pubblicate negli ultimi mesi sono il Reuters Institute Digital News Report 2023, uscito a giugno, e il Sistema Audipress, la cui ultima edizione è stata diffusa lo scorso settembre.
Le rilevazioni di Audipress si basano su interviste personali realizzate – per mano degli istituti di ricerca Doxa e Ipsos – su un campione statisticamente rappresentativo di tutta la popolazione italiana adulta (14 anni e oltre). Le risultanze sono particolarmente affidabili poiché sono sottoposte alla verifica di una società di controllo esterna (Reply Consulting) e vengono poi trasmessi all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni.
Ebbene, dall’ultimo rapporto Audipress emerge che, se nel 2018 il 76% degli italiani sopra i 14 anni leggeva o almeno sfogliava una versione cartacea o digitale di quotidiani, settimanali o mensili (in media almeno una volta in un giorno nel corso di una settimana, almeno un settimanale negli ultimi 7 giorni e almeno un mensile negli ultimi 30 giorni), nel 2023 questa percentuale è scesa al 61%. In particolare, in questi cinque anni i quotidiani sono scesi dal 31% di lettori al 23%, i settimanali dal 26 al 17% e i mensili dal 23 al 16%.
Se osserviamo il fenomeno di allontanamento dall’informazione in base al ceto sociale di appartenenza, scopriamo che sono gli imprenditori e i liberi professionisti ad avere ridotto più drasticamente le loro abitudini di lettura dei quotidiani: dal 2018 al 2023 questa categoria mostra un crollo di 14 punti percentuali, seguita da negozianti, artigiani, lavoratori in proprio e impiegati, con un calo di 11 punti, dagli, operai (-10 punti) e da studenti, casalinghe e pensionati (-5 punti).
Emorragia
L’appiattimento crescente dei comportamenti tra i vari ceti sociali è lo specchio di una società che sta cambiando, che si ritrova ad essere sempre più frammentata (a prescindere dai problemi con i media) e caratterizzata da un’elevata polarizzazione, in cui il ceto medio sta scomparendo e crescono solo le differenze tra la parte altissima e bassissima della società.
A spiegarlo è Luca De Biase, giornalista, fondatore e direttore di Nòva, settimanale di scienza, tecnologia e innovazione del Sole 24 Ore e presidente del Comitato scientifico dell’associazione MediaCivici.
Ospite del convegno “Non ci vogliamo più informare” di Glocal, che si è tenuto lo scorso novembre a Varese, De Biase ha sottolineato come, in una comunità che non sta insieme, che non possiede più un luogo in cui comunicare qualcosa su cui siano d’accordo tutti, è difficile trovare una modalità univoca e credibile per informare tutti.
Ciò che vede e percepisce il vertice della piramide è diverso da ciò che vede e percepisce chi sta alla base. Le persone si ritrovano chiuse nelle “echo chambers”, bolle in cui vengono riconfermati i propri bias. Il fenomeno, alimentato anche dalle politiche decennali di cookies e oggi ancor di più dall’intelligenza artificiale, porta i lettori a consolidare sempre più le proprie convinzioni, ritrovandosi continuamente esposti allo stesso tipo di informazione.
Eccoci allora al nocciolo della questione: la perdita di credibilità dei media tradizionali. Secondo il Rapporto 2023 del Reuters Institute, in Italia la fiducia nelle notizie nel 2021 aveva ripreso forza (40%) dopo il drastico crollo nel 2020 in periodo di pandemia (in cui era scesa al 29%), ma oggi è tornata a calare: nel 2023 solo il 34% della popolazione italiana si fida dei media.
Per De Biase i giornalisti, impotenti di fronte a problemi come la polarizzazione economica e la frammentazione della società, possono e devono invece contrastare la radicalizzazione delle idee. Vanno ricercati e alimentati quei luoghi in cui tutti sono d’accordo almeno sui fatti e in cui le uniche divergenze devono riguardare le opinioni su questi.
Per raggiungere l’obiettivo, è necessario che si combatta per l’utilizzo del giusto metodo giornalistico, che si combatta la tentazione di amalgamarsi alla massa, di seguire la corrente, di farsi sedurre dal successo e dall’approvazione collettiva.
«Non si tratta soltanto di deontologia professionale, fondamentale ma non sufficiente, ma di epistemologia, cioè di conoscenza di come conosciamo», osserva De Biase. «Cito l’ultimo grande filosofo in materia, cioè Woody Allen, che in un suo corso di epistemologia proponeva la domanda: “è conoscibile la conoscenza, e se non lo è come facciamo a saperlo?”».
Una seconda ragione alla base di questa emorragia di lettori è poi la difficile congiuntura economica in atto, peraltro non solo in Italia ma su scala globale. Il Reuters Institute evidenzia come il 77% delle persone del mondo sia colpito da inflazione dilagante, insicurezza lavorativa e crescenti livelli di povertà.
E dall’indagine dell’istituto britannico emerge che un abbonato su cinque (in media il 23%) ha cancellato almeno uno degli abbonamenti alle notizie in corso, mentre un numero simile afferma di aver negoziato un prezzo più basso.
In un contesto di ristrettezze economiche, in cui molti utenti devono scegliere quali spese tagliare, il 51% degli intervistati dal Reuters Institute afferma che ci si abbona a un quotidiano o a un periodico solo se esso consente l’accesso ad un giornalismo di migliore qualità o più distintivo.
Che fare?
Riccardo Sorrentino, presidente dell’Ordine dei Giornalisti di Milano, anche lui relatore al convegno “Non ci vogliamo più informare”, la vede così: «C’è una domanda molto forte da parte dei nostri lettori affinché noi trasformiamo il nostro ruolo in quello di traduttore culturale, cioè di persone in grado di mettere in collegamento le competenze degli esperti (avvocati, magistrati, giudici, eccetera) e il grande pubblico, che non è per forza fatto solo dalla casalinga ma anche e soprattutto da medici e liberi professionisti che non sanno nulla di diritto o altre materie specialistiche non di loro competenza».
È aumentata infatti negli ultimi anni l’insofferenza verso le notizie, anche per la mancanza di chiarezza e per un’esposizione troppo tecnica e poco comprensibile su argomenti che solo gli esperti del settore conoscono.
«Carlo Goldoni – osserva Sorrentino – veniva accusato di non dire la verità nelle sue commedie, perché la realtà di Venezia era molto più grave di quella che lui raccontava criticandola. Poi in una lettera confessò che, se avesse scritto la verità, non gli avrebbero creduto». Si pone dunque un interrogativo: verosimiglianza o verità? Esiste sempre una narrativa, un frame che corrisponde al racconto verosimile accettato dalla collettività. Se il giornalista esce fuori da quel frame, raccontando la pura verità dei fatti senza filtri, rischia di non essere preso sul serio. Il professionista che segue la corrente riscontra sicuramente un maggior successo – fa notare il presidente dell’Ordine milanese – ma non fa bene il suo mestiere: diventa più commediografo che giornalista e questo, alla lunga, si paga con la perdita di credibilità.
Sorrentino invita poi a riflettere invece sull’efficacia di un’altra modalità di raccontare le notizie che potrebbe riavvicinare il lettore al mondo dell’informazione: il giornalismo d’inchiesta.
Si lavora su ipotesi giornalistiche e non su tesi, su ogni tema si impiegano settimane di ricerca grazie al sostegno di professionalità esterne quali statistici, programmatori e commercialisti specializzati in lettura di bilanci e documenti contabili per indagare su situazioni di tipo patologico e poter quindi corroborare le ipotesi iniziali. Questo modo di lavorare piace al lettore e, secondo Sorrentino, potrà aiutare a ridare credibilità ai media, non soltanto perché dà più sicurezza e fiducia sulla veridicità dei fatti, ma anche perché rende l’accaduto più facile da comprendere.
(da TPI)
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Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile
LA COSA PEGGIORE È CHE “BUONA PARTE DI QUESTO AMMONTARE NON È RECUPERABILE PER LIMITAZIONI ALLA RISCOSSIONE PER INTERVENTI DEL LEGISLATORE. RIMANGONO 101 MILIARDI DA RISCUOTERE”
Per il magazzino della riscossione gli ultimi dati, riferibili al 31
dicembre 2023, “ammontano complessivamente a oltre 1.200 miliardi, e sono contenuti in circa 163 milioni tra cartelle, avvisi di addebito e avvisi di accertamento esecutivo, una mole imponente”. Lo afferma il direttore Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, ‘Telefisco 2024’ del Sole 24 ore. “Buona parte di questo ammontare non è recuperabile” e “rimangono 101 miliardi da riscuotere”, ma va considerato, spiega, che per i soggetti debitori ci sono “limitazioni alla riscossione per interventi del legislatore”.
Questi prevedono, per esempio, l’inimpugnabilità della prima casa o dei beni strumentali a tutela del contribuente. I dati riportati dal direttore dell’Agenzia delle Entrate indicano inoltre che il 40% di questi crediti in magazzino, 483 miliardi, sono irrecuperabili perché intestati a persone decedute, nullatenenti o imprese già cessate o interessate da procedure concorsuali chiuse.
Un altro 42%, circa 502 miliardi, sono intestati a soggetti verso i quali l’agenzia ha già svolto attività di riscossione senza risultato, per circa 100 miliardi l’attività di riscossione è stata sospesa da provvedimenti o altri interventi e 18,8 miliardi sono invece oggetto di pagamenti rateali. I crediti in magazzino si riferiscono complessivamente a 22 milioni e 400 mila contribuenti dei quali 3 milioni e mezzo sono società, fondazioni ed enti e 18,9 milioni sono persone fisiche, 3 milioni di questi sono titolari di attività economica.
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile
L’INTERROGAZIONE DEL PARTITO DEMOCRATICO AL MINISTRO DELLA SALUTE, ORAZIO SCHILLACI: “COSA STA FACENDO IL GOVERNO?” LE CARENZE PIÙ ACCENTUATE RIGUARDANO I FARMACI
«Sono mesi ormai che nelle farmacie mancano alcuni medicinali, spesso salvavita. Secondo i dati forniti da Aifa, sono circa 3.500 i prodotti carenti, per motivazioni molto diverse: discontinuità di fornitura, problemi produttivi, interruzioni temporanee nella catena distributiva. Quello che chiediamo al ministro della salute è: cosa sta facendo il governo?». La denuncia parte da alcuni senatori del Pd (Beatrice Lorenzin, vicepresidente del gruppo, Filippo Sensi e Alfredo Bazoli) ed è stata messa nero su bianco in una interrogazione al ministro della Salute, Orazio Schillaci.
Spiegano: «Per alcuni farmaci di uso comune la mancanza viene supplita da altri farmaci alternativi, ma per molti altri, come […] gli enzimi pancreatici o le insuline, l’alternativa non è presente. Le carenze più accentuate riguardano il fenobarbital per la cura dell’epilessia, il semaglutide per la cura del diabete ed il liraglutide.
Trenta di questi farmaci comportano peraltro una maggiore criticità: antibiotici, antitumorali, antidiabetici, farmaci che agiscono sul sistema nervoso centrale. Farmaci dei quali i pazienti non possono fare a meno».
Nei giorni scorsi si era parlato molto del caso della carenza di enzimi pancreatici denunciato da Fedez. Si tratta di un problema globale visto che l’Organizzazione mondiale della sanità ha spiegato: «Da settembre 2021 il numero di molecole segnalate in carenza in due o più Paesi è aumentato del 101 per cento».
Nel 2023 i farmacisti di tutti i Paesi europei si sono confrontati con la scarsità di medicinali e nel 65 per cento dei Paesi la situazione è peggiorata […] Nei giorni scorsi il Ministero della Salute ha spiegato che si sta intervenendo per ridurre i contraccolpi
Ha detto il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato: «Quella dell’indisponibilità di alcuni farmaci nel nostro Paese è stato uno dei temi che ho voluto affrontare […] tramite l’istituzione di un tavolo […]». Il sottosegretario Gemmato è intervenuto anche nel caso specifico del farmaco Creon, medicinale contenente enzimi pancreatici: «La situazione è da tempo all’attenzione del ministero della Salute e dell’Agenzia italiana del farmaco [ Continueremo a dialogare con l’azienda».
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile
MOLTE LE AFFERMAZIONI PRIVE DI QUALSIASI FONDAMENTO STORICO E SCIENTIFICO
Sono andato a Tregnago, in provincia di Verona, per intervistare
il generale Roberto Vannacci, e mi ha raccontato la sua tecnica per portare un figlio dall’omosessualità all’eterosessualità, una sorta di guarigione, cambiandogli le amicizie e i programmi TV da vedere.
Dopo l’intervista mi sono fermato ad ascoltare l’intervento pubblico del generale, e fra le affermazioni fatte dal palco ne ho scelte alcune e sottoposte a un debunking, le trovate qua sotto. Si tratta di affermazioni che, come vedremo, non possono rientrare nel campo delle opinioni o della dialettica, perché semplicemente sono false, da un punto di vista scientifico o talvolta storico.
“Paola Egonu non ha le caratteristiche somatiche che rappresentano l’italianità. Quando l’ho detto mi hanno detto “sei razzista”. Eppure una razza, o un’etnia… Diciamo “etnia” perché adesso anche la parola “razza” non si può più usare, nonostante sia presente sulla Costituzione italiana. All’articolo 3 c’è proprio scritta a chiare lettere. Però oggi è considerata una parola non opportuna.”
Chiariamo questo aspetto: il motivo per cui in Costituzione è scritto “razza” non è per legittimarne l’uso, non era questa l’intenzione dei padri e delle madri costituenti. Per dirla come Togliatti: “Serviva a dimostrare costituzionalmente che si voleva ripudiare quella politica razziale che il fascismo aveva instaurato”.
“Io definisco le cose minoritarie “non normali”, così come le definiscono tutti i dizionari della lingua italiana.”
Oxford Languages è il più importante editore di dizionari al mondo, e definisce la parola “minoranza” come “inferiorità numerica”. In nessun vocabolario del mondo è riportata la dizione “minoranza” come “non normale”
“Negli ultimi 500 milioni di anni ci sono state 5 estinzioni di massa. 500 milioni di anni fa non c’era l’Uomo, eppure 5 estinzioni di massa sono avvenute. Il proverbio dice “non c’è due senza tre”, secondo voi c’è il cinque senza sei? Secondo me no. Quindi la sesta estinzione di massa ci sarà e non la potremo evitare noi, ci sarà, rassegnamoci.”
“Non possiamo farci niente, il clima è sempre cambiato”, è la definizione da vocabolario del negazionista climatico
“Il pianeta evolve, non ci ha mai chiesto di essere salvato. E io ritengo che sia anche molto presuntuoso, che il genere umano si consideri così forte e così potente da invertire quella che è l’evoluzione dell’Universo.”
Il cambiamento climatico in cui oggi siamo immersi non è l’evoluzione dell’Universo, è un cambiamento climatico di natura antropica, cioè deriva dall’azione dell’Uomo, questo è per la scienza un dato assodato.
“Ci sono svariate normative che vorrebbero imporci, per essere sempre più verdi. E guarda caso quasi tutte queste normative sono liberticide. Per esempio: “Non puoi più avere la macchina a combustione interna, devi comprarti la macchina elettrica, e lo devi fare”.
Una legge, una norma che ti vieta di avere un altro tipo di macchina a propulsione diversa, capite?
“Non puoi più entrare nel centro delle città con il tuo veicolo, perché inquini, e quindi lo devi lasciare a casa”, altra legge liberticida, perché mi vieta i movimenti.
“Devi mettere il cappotto termico alla casa, devi spendere i tuoi soldi per mettere il cappotto termico alla casa perché altrimenti inquini di più”, altra legge liberticida!
Ma certo, come no, facciamo anche altri esempi
“Non posso fumare nei locali al chiuso”, legge liberticida.
“Non posso fare la cacca in mezzo alla strada”, altra legge liberticida.
“Non posso mangiare in pizzeria senza pagare”, legge liberticida.
La verità è che tutte le leggi contengono una quota parte di divieto, per permettere a tutti di fruire di una libertà maggiore, avviene così con tutte le leggi del mondo. Per esempio: “È vietata la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista”. Così, per dirne una.
“Parliamo di questo “politicamente corretto”. Capiamo subito che è un pensiero unico imposto da qualcuno, ma non capiamo davvero come funziona. Ora ve lo spiego io. Questa che vedete è una bottiglia (il generale afferra una bottiglia dal tavolo, ndr), e tutti siamo d’accordo, è una bottiglia.
Poi viene qualcun altro e dice: “No, questa bottiglia è una donna”
Io gli rispondo: “Ma cosa dici? Guarda che questa bottiglia è una bottiglia”
“No, non dirlo più, perché se lo dici ancora prendi delle sanzioni, questa bottiglia è una donna”
Questo è l’esempio di che cosa è il politicamente corretto!”
È interessante notare che secondo il generale Vannacci il politicamente corretto è un pensiero unico imposto da qualcuno. In realtà il politicamente corretto nasce negli anni ’80 nelle Università americane. Lo spiega benissimo la filosofa Maura Gangitano, riflettendo ad esempio sul fatto che per includere persone nere o asiatiche all’interno delle Università, non bastasse aprire le iscrizioni, ma fosse necessaria anche un’attenzione linguistica, un’inclusività nel linguaggio, la scelta delle parole. Valeva per le persone di origine non caucasica, ma poi anche per quelle persone con un corpo cosiddetto non conforme. Dunque il politicamente corretto non è un pensiero unico imposto da chissà chi, ma un pensiero nato negli strati culturalmente più fertili delle università americane, e poi diffusosi in tanti altri Paesi e soggetto a continua riflessione.
“Nella mia esperienza personale, ma anche di quella che io vedo normalmente nella società che io frequento, io una realtà di patriarcato non l’ho mai vista, e sinceramente non la vedo. Per me non esiste.”
Generale, se non vede il patriarcato mi verrebbe da dire “guardi meglio”. Lo dico sorridendo e le cito un esempio: il gender pay gap in Italia. Cioè la differenza di retribuzione fra uomini e donne, che secondo la Commissione europea nel 2021 si attestava al 5%, cioè le donne sono pagate in media il 5% in meno. Se invece guardiamo la differenza salariale fra uomo e donna nel settore privato, secondo l’Osservatorio sui lavoratori dipendenti del settore privato INPS, è addirittura di 7922 euro l’anno. Le sembra normale?
E non credo che “patriarcato” sia chiamare il sindaco “sindachessa”, questa secondo me è un’idiozia.”
La parola “sindachessa” in effetti non esiste, nessuno l’ha mai utilizzata, mentre viene utilizzata la parola “sindaca”. E chi la usa, per citare l’enciclopedia Treccani: “Adopera con efficacia le risorse flessive messe tranquillamente a disposizione della lingua italiana”.
“Voi qua siete in Veneto, terra di Alpi e di guide alpine. Pensateci: “la guida”, ma chi è che si è mai lamentato per chiamarlo “il guido”?”
Anche qui, facciamo chiarezza: “guida” è un termine promiscuo, cioè possiede un solo genere e vale per tutti e due, come tantissime altre parole, come per esempio “vittima”, “braccio destro”, “pedone”, “stella del cinema”, e tantissime altre. Linguisticamente, infatti, il termine “guida” sta in una sezione separata dalle parole mobili, come possono essere cameriere-cameriera, oppure sindaco-sindaca, che invece hanno sia la forma maschile che la forma femminile.
Capito perché “guida” termina con la “a”
Per la spiegazione ringrazio la linguista Vera Gheno.
Riguardo all’omosessualità, là dove crescono probabilmente le problematiche è dove c’è l’ostentazione, dove c’è il tentativo di prevaricare sulla maggioranza, dove c’è il tentativo di imporsi, allora là nasce il problema.
Io non so a cosa si riferisse il generale parlando di prevaricazione. Sarebbe interessante conoscere anche soltanto un episodio di prevaricazione della comunità gay rispetto ai diritti della comunità eterosessuale. Riguardo invece all’ostentazione credo si riferisse al Pride. E allora vi racconto come sono nati i Pride. Siamo a Manhattan, nel 1969, e le incursioni della polizia nei gay bar avvengono con regolarità. La dinamica è sempre la stessa: la polizia entra, fa confusione, picchia chi ci lavora e chi frequenta il locale. La polizia urla, minaccia, manganella, e in questa maniera spinge le persone fuori dal locale. Così, una volta in strada, li può arrestare per ostentazione. A proposito di “ostentazione”
Era l’alba del 28 giungo 1969, quando però allo Stonewall le cose andarono diversamente. Gli avventori, la clientela dello Stonewall si ribellò, e quella rivolta passò alla Storia come la rivolta di Stonewall, il momento di inizio della moderna battaglia per i diritti civili. Era il mese di giugno, e proprio da allora giugno è divenato il mese del Pride, cioè il simbolo che si cambia la Storia facendosi vedere, raccontandosi, ostentando!
Vi ricordate l’omicidio di Saman Abbas? La prima attenuante che è stata chiesta dalla difesa è stata l’attenuante culturale. Eccole le basi della società multiculturale.”
“Attenuante culturale” non esiste come forma giuridica, perciò non possono averla chiesta. In ogni caso gli avvocati di coloro che hanno ucciso Saman Abbas sono italiani.
Hanno invece richiesto le attenuanti generiche facendo riferimento a un substrato culturale, però attenzione, non vuol dire “sei del Pakistan e allora pensi che sia giusto ammazzare la figlia”, significa essere cresciuti in un ambiente degradato che ti ha portato a pensare quella cosa lì. Addirittura la Procura, cioè l’accusa, aveva chiesto per i due cugini le attenuanti generiche perché ritenuti succubi dello zio. E’ quello il substrato culturale, è un tantinello diverso da quello che ha racconato Vannacci.
“Per spostarsi da un Paese a un Paese, c’è sempre stato un vincolo legale. C’era il visto, c’erano le frontiere, c’era il permesso, noi siamo il Paese delle città-Stato, c’erano le dogane, non è che la gente si poteva muovere in maniera totalmente libera, da sempre c’è stato bisogno di avere dei permessi.”
Questo non è vero. Le frontiere per come le conosciamo oggi, sono un’invenzione assolutamente recente, anche molto successiva alla nascita degli Stati-nazione, che comunque in Europa occidentale avviene fra il XVesimo e il XVIesimo secolo, prevalentemente
Anche nel Medioevo esistevano i confini, ce n’erano tantissimi, lo racconta splendidamente Alessandro Barbero, ma erano confini che si potevano attraversare, magari pagando una gabella. Ma non è che ti bloccavano il passaggio o la migrazione. Ancora quarant’anni fa, quando ero piccolo io, le prime migrazioni avvenivano in maniera completamente diversa da ora, perché erano completamente diverse le leggi e l’idea della frontiera. Pensate che il primo passaporto è stato inventato soltanto nel XVesimo secolo, ed era soltanto, in tutto il mondo, per i cittadini inglesi. Soltanto in anni recentissimi il passaporto è diventato il mezzo per scindere i salvati dai sommersi, per citare Primo Levi in “Se questo è un uomo”.
Per concludere: è bello avere idee diverse, vi è democrazia quando non tutte le idee collimano, quando c’è possibilità di discutere, ma certe idee non sono idee, sono cose che non sono vere.
(da Fanpage)
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