Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile
BRUXELLES PENALIZZA LE IMPORTAZIONI PROVENIENTI DAI PAESI TERZI, CREANDO COSÌ UN MERCATO ARTIFICIALE CHE NON È A COSTO ZERO PER I CONSUMATORI
Gli agricoltori che ieri hanno occupato e devastato Bruxelles, e
che da giorni assediano le città d’Europa, sono spinti da difficoltà reali . Essi incolpano di queste difficoltà l’Europa fingendo di dimenticare che, se non esistesse l’Europa che da oltre mezzo secolo li sostiene e li finanzia con i soldi dei contribuenti, probabilmente non esisterebbero neppure loro. Ma il problema va ben oltre la lista dei torti e delle ragioni . È ormai divenuto un enorme problema politico e, allo stesso tempo, culturale.
La politica agricola europea (Pac) assorbiva fino a qualche tempo fa il cinquanta per cento del bilancio comunitario. Oggi questa percentuale è scesa al 25 per cento ma, in cifra assoluta, gli stanziamenti a favore dell’agricoltura non sono calati di molto e si collocano attorno ai 55 miliardi di euro all’anno.
Il dato, però, è ingannevole. Infatti la tutela che l’Europa offre agli agricoltori si manifesta soprattutto nei forti dazi doganali con cui Bruxelles penalizza le importazioni provenienti dai Paesi terzi, molto più competitive, creando così un mercato artificiale che tiene in vita l’Europa verde.
Una simile politica commerciale non è, evidentemente, a costo zero sia per i consumatori, che pagano più cari i prodotti, sia per le ambizioni politiche della Ue. Gli accordi di libero scambio con l’America latina, per esempio, che aprirebbero all’industria europea un mercato enorme, sono bloccati dall’impossibilità di dare libero accesso alle carni e ai cereali prodotti in Brasile e Argentina per non mettere fuori gioco la nostra agricoltura.
La questione agricola è stata di inciampo anche nel fallito negoziato commerciale con gli Stati Uniti. E quando la Ue, per solidarietà, ha abolito i dazi sul grano ucraino a buon mercato, i contadini di Polonia, Ungheria e Romania sono insorti bloccando coi trattori le frontiere e costringendo Bruxelles a una parziale marcia indietro.
A fronte di sovvenzioni che assorbono il 25 per cento del bilancio comunitario, il settore agricolo rappresenta l’1,4 per cento del Pil europeo. E produce il 10,5 per cento del gas a effetto serra emesso in tutta la Ue.
Nel 2022 il Pil dell’Europa verde è stato di 220 miliardi, di cui circa un quarto sono fondi comunitari. Secondo le cifre della Commissione europea, il reddito pro capite degli addetti all’agricoltura in Europa è cresciuto nel 2022 dell’11 per cento. Rispetto al 2015, l’aumento è stato del 44 per cento.
Ovviamente ci sono molte buone ragioni che hanno fatto degli agricoltori europei una categoria altamente protetta.
La prima è la manutenzione del territorio, Un’altra ottima ragione è quella di evitare il totale spopolamento delle campagne e un eccessivo inurbamento della popolazione. Infine la preoccupazione di mantenere una «sovranità alimentare», cioè di riuscire a produrre abbastanza cibo per sfamare la popolazione
Un altro aspetto positivo della sovranità alimentare è la possibilità di accedere a prodotti che rispettino norme qualitative, igieniche e sanitarie che gli europei si sono liberamente e sovranamente dati: niente carne agli ormoni, niente polli lavati in candeggina, limiti all’uso di pesticidi e diserbanti e anche alla produzione di cibo geneticamente modificato.
Ma storicamente un altro e determinante motivo per cui l’Europa ha strenuamente deciso di sovvenzionare i propri agricoltori è essenzialmente politico. Questi, infatti, per oltre sessant’anni, hanno costituito il principale serbatoio elettorale del voto moderato, tradizionalmente monopolizzato dai partiti popolari e democristiani.
Le campagne hanno fatto da contrappeso al voto socialmente più progressista degli agglomerati urbani. Il risultato è stato la lunga, antagonistica ma fruttuosa cooperazione tra Popolari e Socialisti che ha governato l’Europa, e la maggior parte dei suoi Stati nazionali, nell’ultimo mezzo secolo.
Oggi, però, questo dato politico sta rapidamente cambiando. Il popolo dei trattori contesta l’Europa perché si rende conto che una realtà globale e globalizzata come la Ue non potrà difendere per sempre tutti i privilegi che finora ha garantito. Si genera così l’idea, totalmente illusoria, che solo gli stati nazione possano offrire le tutele corporative
Nasce da questo corto-circuito ideologico l’alleanza tra il mondo rurale e le forze della destra populista e sovranista. Ciò pone i partiti tradizionali di fronte ad un dilemma. Possono cercare di recuperare il consenso di quella frangia della popolazione pagando un prezzo economico e politico sempre più alto. Oppure possono voltarle le spalle contando che il progresso selezionerà i pochi in grado di continuare a produrre con profitto
Non sarà comunque una scelta facile, né indolore.
(da La Repubblica)
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Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile
“PIU’ SI PARLA E PIU’ LA SI DANNEGGIA, MI RIFERISCO ANCHE A SALVINI”… INFATTI LO SCOPO DEI SEDICENTI “PATRIOTI” E’ QUELLO, PROTEGGERE I REGIMI ILLIBERALI E FREGARSENE DELLE VITTIME ITALIANE
Per arrivare a riportare Ilaria Salis in Italia, più si sta zitti e meglio è. È questo il senso delle dichiarazioni del ministro degli Esteri e leader di Forza Italia Antonio Tajani in un colloquio riportato dal Fatto quotidiano: “Chiedo a tutti di fare silenzio e di parlare il meno possibile di questa questione”.
Tajani ha confermato che si riferisce anche a Matteo Salvini, leader leghista che negli ultimi giorni ha attaccato Salis più volte: “Salvini commette un errore. Si sta politicizzando una questione che non va politicizzata”.
La 39enne Ilaria Salis è detenuta in Ungheria, nel carcere di Budapest, da quasi un anno e la prima udienza si è svolta solo a fine gennaio. I suoi genitori denunciano da tempo le condizioni degradanti in cui è detenuta, ma il caso ha attirato l’attenzione in Italia soprattutto quando Salis è stata portata in un’aula di tribunale con manette ai piedi e ai polsi, “trascinata come un cane”, nelle parole del suo avvocato.
È così partito lo scontro politico sulla possibilità di riportare Salis in Italia. Il ministro Tajani ha spiegato quale potrebbe essere la strategia del governo italiano: “La nostra idea è quella di chiedere all ’Ungheria che il processo si faccia in tempi brevi, entro un mese, e poi riportare la donna in Italia. Possono concederci questo: una sentenza di condanna o assoluzione in 30 giorni e poi la riportiamo qui”.
Per il momento, infatti, non c’è modo di riportare la cittadina italiana nel suo Paese: “Non possiamo chiedere gli arresti domiciliari fino a che l’avvocato della sua famiglia non lo fa, e finora non lo ha fatto perché teme possibili ritorsioni da parte dei neo-nazisti ungheresi”.
Dall’altra parte, “non possiamo chiedere di fare il carcere in Italia in attesa della sentenza perché non ha commesso reati nel nostro Paese. Quindi al momento non abbiamo alcun appiglio legale”.
L’importante, per Tajani, è che la situazione venga gestita con un profilo basso: “Chiedo a tutti di fare silenzio e di parlare il meno possibile di questa questione, solo così si potrà risolvere come successo con Zaki e Alessia Piperno”.
Tajani ha confermato che Salvini sbaglia: “Mi riferisco anche a lui. In questo modo si sta facendo un danno alla Salis. Più si parla e più la si danneggia”
Infatti lo scopo di Salvini è quello
(da agenzie)
(da Fanpage)
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Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile
CON IL NUOVO GOVERNO EUROPEISTA IN POLONIA, IL PREMIER UNGHERESE NON HA PIÙ ALLEATI IN GRADO DI EVITARGLI LA PROCEDURA DELL’ARTICOLO 7, CHE PREVEDE LA SOSPENSIONE DEL DIRITTO DI VOTO A UN PAESE SE TUTTI GLI ALTRI SONO D’ACCORDO. E COSÌ, HA ACCETTATO IL COMPROMESSO
«Alla fine, convincerlo è stato più facile del previsto». La
sentenza, con tono un po’ sornione, è di un’autorevole fonte Ue che, al termine del Consiglio europeo straordinario, racconta cosa è successo dietro le quinte di un vertice finito presto, senza lacerazioni e senza troppi drammi.
Viktor Orban ha capitolato quasi subito. Lo ha fatto dopo aver capito di non avere scampo, e che questa volta sarebbero andati fino alla fine.
La ricostruzione è un racconto in pochi atti. E comincia la sera di due giorni fa, quando Orban varca la soglia dell’albergo Amigo, per raggiungere Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio e il primo ministro di Budapest sono buoni amici, e a breve la loro alleanza sarà saldata nella famiglia dei Conservatori europei, il gruppo Ecr.
Si siedono per un’ora a parlare da soli. Discutono del caso di Ilaria Salis ma per gran parte del tempo parlano dell’accordo sul bilancio pluriennale e sugli aiuti all’Ucraina che il veto di Orban tiene congelato da dicembre, e che ha costretto i leader a ritrovarsi per un vertice straordinario.
All’Amigo arriva anche Macron, appena atterrato da Parigi. Il tempo di un rapido saluto e a Orban diventa chiaro di avere pochi margini. Si sente isolato.
Lo è, perché Meloni è pronto a mollarlo, ma anche perché non può più fare affidamento sull’asse di ferro con Mateusz Morawiecki e sullo scudo che l’ex premier polacco gli aveva garantito all’interno del Consiglio, fino a pochi mesi fa, fino a quando cioè la destra di Varsavia non è stata sconfitta dai popolari di Donald Tusk.
Un patto non scritto per un sostegno reciproco che, per anni, ha messo i due al riparo dalla sospensione del diritto di voto. Una decisione drastica ai danni di un Paese membro, per cui è necessaria l’unanimità tra tutti gli altri. Polonia e Ungheria si sono sempre coperte a vicenda, rendendo dunque impossibile un simile scenario.
È stata questa l’arma principale usata per scoraggiare Orban: l’articolo 7 del trattato fondativo dell’Unione europea, che può prevedere in ultima istanza la perdita del diritto di voto. Così i leader hanno modellato, passo dopo passo, attorno a Orban una strategia di isolamento. Con un ultimatum inequivocabile.
Da un lato la ventilata ipotesi di portare avanti quella procedura punitiva, dall’altra il “bazooka” fatto filtrare con perfetto tempismo tramite un articolo del Financial Times che ha pronosticato scenari catastrofici per l’economia ungherese in caso di uno stop totale dei fondi Ue.
L’arma dell’articolo 7 è rimasta sul tavolo fino a ieri mattina, quando l’ungherese si è ritrovato di nuovo da solo con Meloni, e poi in un vertice ristretto con Macron, il cancelliere tedesco Olaf Scholz e la presidente dell’Unione europea Ursula von der Leyen.
Fonti diplomatiche parlano di un dialogo schietto, ma raccontano anche di battute più ironiche che sono servite a rompere il ghiaccio. «Ci hai costretto a tornare a Bruxelles, per una cosa che potevamo chiudere tranquillamente a dicembre» dicono i leader a Orban. «Siete voi che continuate a gestire le cose senza avere rispetto per il mio Paese», è la sua risposta piccata.
L’impressione di alcuni testimoni è che le “minacce” abbiano in qualche modo sortito il loro effetto. Durante i negoziati il premier ungherese è parso molto meno baldanzoso del solito.
Anche quando ripeteva come un lamento: «La colpa è vostra», sottolineando, come ha fatto nei colloqui con Meloni, di sentirsi trattato come un ospite sgradito.
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile
GLI ESPERTI: “NESSUN PROFILO PREVALE”… MISTERO SU CHI SIA IL TERZO… TUTTI UOMINI DELLE ISTITUZIONI MA VERSIONI DIVERSE
Sarebbero state almeno tre le persone che hanno toccato la pistola di Emanuele Pozzolo, il deputato sospeso (dal partito e dal gruppo parlamentare) di Fratelli d’Italia, indagato per lo sparo che ha colpito un invitato alla festa di Capodanno di Rosazza, a cui ha partecipato anche il sottosegretario alla giustizia, Andrea Delmastro.
È quanto emerge dalla relazione finale dei Ris di Parma, inviata ieri alla procura di Biella, relativa agli accertamenti biologici e dattiloscopici.
Dunque a toccare il grilletto, il cane e il tamburo dell’arma – una North American Arms Lr 22 – non sarebbe stato soltanto Pozzolo, che è l’unico indagato.
Saranno necessarie altre verifiche e comparazioni, che l’autorità giudiziaria potrà ordinare, per capire chi fossero gli altri individui ad avere impugnato l’arma. Inoltre, nessuno dei tre profili sarebbe presente in misura maggiore rispetto agli altri, scrivono i Ris. Quindi, il caso si complica.
E la posizione di Pozzolo si alleggerisce. Non si comprende, da questa analisi, chi possa avere sparato. Come aveva sostenuto all’inizio il suo avvocato difensore, Andrea Corsaro. I Ris denotano, così c’è scritto nelle conclusioni della consulenza, “assetti genotipici complessi di tipo misto, riconducibili verosimilmente ad almeno tre individui, dai quali non è possibile estrapolare alcun profilo di un evidente contributore maggioritario”.
Oltre a Pozzolo, aveva toccato la pistola anche Pablito Morello, il caposcorta di Delmastro, che al momento dello sparo era a fianco del deputato. Non si sa se Morello abbia preso l’arma in mano prima o durante l’esplosione del colpo, ma senz’altro lo ha fatto dopo. Ha messo lui in sicurezza il revolver, dopo l’incidente, afferrandolo dal tavolo e riponendolo sulla mensola in alto di uno scaffale.
Questo dettaglio emerge anche dal primo verbale dei carabinieri stilato sul posto. È lo stesso Morello ad accompagnare i militari di Vigliano Biellese ed Andorno Micca verso la mensola dove c’è l’arma. La pistola a quel punto viene sequestrata e spedita ai Ris.
Resta il mistero, però, su chi possa essere la terza persona che ha impugnato il revolver. Il ferito, Luca Campana, difeso dall’avvocato Marco Romanello, aveva subito chiarito: “Io la pistola non l’ho mai toccata”. Potrebbe anche essere un soggetto estraneo alla festa. In ogni caso, se non c’è un profilo ‘maggioritario’, nemmeno questo esame, come lo Stub, inchioda Pozzolo. E il caso resta complesso, e in parte avvolto dal mistero, quasi quanto prima.
(da Open)
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Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile
SALVINI NON SA COSA FARE. VIVE ALLA GIORNATA, CREA CONTINUI MOTIVI D’INCIAMPO, SULLA CARTA LA LEGA PUO’ ROVESCIARE IL TAVOLO DELL’ESECUTIVO. MA SALVINI È UN LEADER SOTTO ESAME NEL SUO PARTITO. E IL CARROCCIO RISCHIA DI NON TOCCARE IL 10% ALLE PROSSIME EUROPEE
È un esercizio un po’ futile eppure necessario, quello di
segnalare le quotidiane rincorse a destra di Salvini, volte a innervosire la premier e a garantirsi un po’ di spazio elettorale. Le parole incongrue rivolte a Ilaria Salis non costituiscono il primo episodio […] Ora ci sono gli agricoltori anti-Ue da sostenere, se possibile l’ala intransigente. […] Ogni giorno un caso, da ora a quando si voterà. […] la vera domanda da porsi non è se il dissidio nel centrodestra è destinato a proseguire (senza dubbio continuerà fino all’esasperazione), bensì quale sarà il suo sbocco politico.
Insomma, cosa vuole ottenere Salvini, al di là di qualche titolo di giornale e di un po’ di visibilità? Non manca chi si augura o addirittura prevede la spallata finale in grado di mandare in crisi l’esecutivo Meloni. Tuttavia la risposta all’interrogativo deluderà chi attende il colpo di scena, un Papeete fuori stagione. Con ogni probabilità nemmeno Salvini sa cosa fare. Per ora vive alla giornata, crea continui motivi d’inciampo, esibisce l’espressione corrucciata da uomo forte della maggioranza, quello che ispira la linea dura
L’esperienza recente dimostra che il nostro uomo forte raramente ottiene quello che chiede. Clamorosa la vicenda della Sardegna: anche in quel caso Salvini aveva lasciato intravedere sfracelli a livello nazionale, se il suo candidato alla Regione fosse stato accantonato. Ma è proprio quello che è accaduto e il capo della Lega ha dovuto chinare la testa. Salvo aggiungere lo smacco sardo alle altre mortificazioni subite, in attesa del fatidico “redde rationem”, insomma il duello finale in cui solo uno sopravvive.
Ma questo esito, tipico di un film western, non sembra profilarsi per domani. Si torna alla domanda: cosa farà Salvini? È lui il giustiziere del governo Meloni? Chi lo pensa rischia di illudersi. O semplicemente di sbagliare i calcoli. Certo, sulla carta la Lega è in grado di rovesciare il tavolo dell’esecutivo. Ma la questione non è solo un problema di numeri, tutt’altro. Salvini è un leader sotto esame nel suo partito e si capisce. Le sue mosse stravaganti, in un passato ancora recente, poggiavano pur sempre su di una cospicua forza parlamentare specchio di un’analoga solidità elettorale.
Mettere in crisi il cosiddetto “destra-centro” è possibile, ma occorre un notevole consenso nel paese. È necessario essere forti oggi, non tre anni fa. Viceversa si parla di un partito, il Carroccio, che rischia di non toccare il 10 per cento alle prossime europee. Un partito che nelle regioni sa già di dover rendere una fetta consistente del potere accumulato negli anni scorsi. E un partner indebolito avrà il suo daffare nel tenere a bada collaboratori e proconsoli, è difficile che abbia la forza di organizzare una manovra anti-premier. La voglia, sì, ci sarebbe, ma la leva politica manca. Il futuro comunque dipende dal voto e dagli equilibri che ne deriveranno.
(da La Repubblica)
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Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile
TRA I CANDIDATI POTREBBERO ANCHE ESSERCI CECILIA STRADA, FIGLIA DI GINO, E SANDRO RUOTOLO
Metti un giornalista in lista. Sarà anche vero che «i nomi sono l’ultima cosa», come ha più volte ripetuto Elly Schlein. Ma, in attesa che la segretaria sciolga la riserva sulla sua candidatura, nel Pd c’è chi si sta divertendo con il puzzle dei candidati per le elezioni europee. E, come già avvenuto in passa-to, sul tavolo ci sono anche i nomi di noti giornalisti: alcuni hanno declinato l’offerta, altri ci stanno pensando.
Uno che sembra pronto a correre verso Bruxelles è Paolo Berizzi, cronista di Repubblica dal profilo antifascista, da alcuni anni sotto scorta per le minacce ricevute in seguito alle sue inchieste sui movimenti di estrema destra in Italia. A novembre era intervenuto dal palco della manifestazione Pd a piazza del Popolo a Roma. Un altro papabile è Marco Tarquinio, ex direttore di Avvenire, una delle firme più conosciute dell’informazione cattolica: la sua candidatura è stata proposta dal vice capogruppo Pd, Paolo Ciani, per conto del movimento “Demos”.
Ma lui e Schlein sono stati visti parlare per diversi minuti durante l’ultima marcia per la pace ad Assisi, lo scorso 10 dicembre. Rimanendo nell’ambito dei candidati espressione della società civile, ma anche in quello degli addetti alla comunicazione, appare quasi certa la corsa di Cecilia Strada. Figlia di Gino, fondatore di Emergency, di cui lei stessa è stata presidente, ora si occupa della comunicazione per “ResQ-People”, Ong impegnata nei soccorsi ai barconi dei migranti nel mar Mediterraneo.
Schlein potrebbe affidare a lei il delicato dossier sul Patto migrazioni e asilo e sulla riforma del regolamento di Dublino. Indizio: lo scorso 12 gennaio era tra i relatori dell’evento organizzato a Roma dai socialisti europei in memoria di David Sassoli.
Infine, viene dato per certo un posto in lista, nella circoscrizione sud, per Sandro Ruotolo, che però va ormai conteggiato non come giornalista, ma come candidato interno, in quanto responsabile Informazione e Cultura nella segreteria Schlein. La sua corsa per Bruxelles potrebbe emulare quella compiuta 20 anni fa da Michele Santoro, con cui Ruotolo ha collaborato a lungo in tv.
(da La Stampa)
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Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile
“MI HANNO DETTO CHE SE NE FREGAVANO DEL REGOLAMENTO”
Il 30 gennaio scorso il dirigente scolastico dell’istituto Europa-
Dante Alighieri di Taranto Marco Cesario è stato aggredito dal padre di un’alunna. Il tutto a causa di una discussione con la madre della bambina. Il preside ha sporto denuncia nei confronti del genitore. E oggi racconta la sua storia in un’intervista al Corriere della Sera: «Una docente aveva chiamato, secondo il regolamento, la mamma di questa bimba di tre anni per cambiarle la biancheria. La signora s’è presentata già in preda al nervosismo perché stufa di essere chiamata ripetutamente per questa incombenza». A quel punto lui ha spiegato alla donna che i bimbi della materna devono essere autonomi: «Ma lei mi ha risposto che se ne infischiava del regolamento
Abbassare i toni
A quel punto, dice Cesario, l’ha invitata ad abbassare i toni «altrimenti avrei dovuto chiamare i carabinieri per riportare la situazione alla normalità. Ed è a questo punto che ha dato in escandescenze. Allora me ne sono tornato in presidenza per evitare ogni tipo di conflittualità. Dopo cinque minuti mi ritrovo davanti il marito, la moglie dietro a spalleggiarlo. L’uomo mi ha afferrato e sbattuto a terra colpendomi con calci e pugni. Mentre ero a terra anche la signora ha tentato di darmi un calcio e ha gridato “ora chiamali i carabinieri”. Sono scappato. Avevo il maglione strappato tanta è stata la violenza dell’uomo. La vice preside ha cercato di fermarli e s’è presa anche lei qualche colpo».
Cambiare rotta
Il dirigente scolastico spiega che questi episodi sono sempre più numerosi «perché i genitori non fanno più i genitori, non educano. Ovviamente è un discorso generale. Prendono sempre le loro difese. Accade nella scuola come nella sanità: dovrebbero essere i servizi più importanti della società, ma sono trascurati». Secondo Cesario bisogna avere il coraggio di cambiare rotta: «Deve essere la scuola a dettare le regole e dire cosa si può fare e cosa no. Noi accogliamo e facciamo di tutto per aiutare i ragazzi a star bene. Ma l’inclusione è un mito perché basata sull’uguaglianza che, occorre ammettere, non esiste. Inoltre il genitore si sente padrone: non deve entrare e uscire da scuola a proprio piacimento».
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile
MAURO ATTURO: “PER NOI LA MATERNITA’ E’ UNA RISORSA”… ANCHE 50 EURO MENSILI PER FARE COLAZIONE
Si chiama Mauro Atturo, ha 48 anni ed è a capo di Problem Solving, azienda di servizi di call center a Roma. E ha deciso di premiare le sue dipendenti che fanno figli con 700 euro di bonus e 150 euro in più al mese. Oltre al servizio di maggiordomo aziendale una volta a settimana per supportare nel pagamento delle bollette e per le altre mansioni esterne.
In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera Roma Atturo spiega che si è ispirato «ad Adriano Olivetti. Oggi anche a Brunello Cucinelli. Molti imprenditori sono spaventati dalla maternità e vedono le mamme come un rischio per l’azienda. Mentre per noi sono una risorsa: consideriamo le qualità femminili un ingrediente prezioso. L’energia, che una donna, in particolare una mamma, riesce a sprigionare nel lavoro, se si sente apprezzata, è incredibile. Siamo pazzi delle nostre neomamme, per noi rappresentano una ricchezza, non un problema».
Atturo ha introdotto il baby bonus durante la pandemia. «Dal 2009 al 2019, quando siamo arrivati anche a 450 lavoratori tra dipendenti e collaboratori, ci sono state 9 nascite. Dopo il bonus, in due anni, dal 2019 al 2021 sono nati 10 bambini. Siamo come un laboratorio, dimostrando che un aiuto alle madri fa la differenza».
E in azienda ci sono anche altri strumenti di welfare: «50 euro mensili da spendere in due bar vicino all’azienda per fare colazione favorendo la socialità. E lo“you salus”, la polizza sanitaria integrata dal “we care program”, una serie di iniziative di prevenzione.
E c’è anche l’Orto 2.0 su un terreno in affitto a Tor Tre Teste coltivato senza pesticidi, da cui, una volta al mese, arriva il rifornimento di ortaggi per tutti i dipendenti. Per il futuro vorrei aiutare chi soffre di fragilità psicologica, sempre più diffusa nelle famiglie».
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DEL QUOTIDIANO ISRAELIANO HAARETZ
Non bastavano i bombardamenti incessanti, né la privazione di
cibo, acqua, medicinali e altri beni di prima necessità: la popolazione palestinese residente nella Striscia di Gaza è infatti costretta a subire altri crimini di guerra da parte dell’esercito israeliano, che da settimane sta incendiando le (poche) case che non sono state completamente distrutte o danneggiate da missili e bombe: si tratta di abitazioni prevalentemente appartenenti a civili scappati nel sud della Striscia, che quando la guerra finirà non avranno un luogo dove andare.
A renderlo noto il quotidiano Haaretz, secondo cui i soldati starebbero seguendo ordini provenienti direttamente dai vertici delle forze armate. “Nell’ultimo mese – spiega il quotidiano – i militari hanno distrutto diverse centinaia di edifici utilizzando questo metodo. Dopo che la struttura è stata data alle fiamme insieme a tutto ciò che contiene, viene lasciata bruciare fino a renderla inutilizzabile”.
Interrogato al riguardo, l’esercito israeliano ha dichiarato che la distruzione degli edifici viene effettuata solo previa autorizzazione da parte dei comandi. Un ufficiale ha confermato che le strutture da incendiare vengono selezionate sulla base di informazioni provenienti dai servizi d’intelligence e che i roghi non verrebbero appiccati in maniera indiscriminata: “Devono essere fornite informazioni sul proprietario, o sul contenuto dell’edificio”. Una tesi, quella degli incendi “selettivi”, che ben presto è stata smentita direttamente da altri tre ufficiali israeliani.
Intervistati da Haaretz, hanno infatti affermato che dare fuoco alle case dei palestinesi è da tempo diventata una pratica comune. La settimana scorsa, mentre stavano concludendo le operazioni in una specifica area di Gaza, il comandante di un battaglione dell’IDF ha detto alle sue truppe: “Portate via le vostre cose dalla casa e preparatela per l’incenerimento”.
Nelle prime settimane dell’invasione di terra della Striscia di Gaza Israele aveva spiegato che sarebbero state distrutte solo case di leader e membri di Hamas, nonché edifici che contenevano armi o munizioni. Col passare del tempo, però, è emerso ben altro ed è stato svelato un piano di pulizia etnica dei palestinesi, progetto che non può andare a buon fine se non vengono distrutte indiscriminatamente anche le case dei civili: si tratta di una pratica illegale, secondo il diritto internazionale. Ma è evidente che Israele non sta prestando nessuna attenzione alla salvaguardia della popolazione non belligerante, come dimostrano d’altro canto gli oltre 27mila morti.
Secondo un’analisi delle immagini satellitari pubblicata di recente dalla BBC, dall’inizio della guerra nella Striscia di Gaza sono stati danneggiati tra i 144.000 e i 170.000 edifici. Un’indagine del Washington Post pubblicata il mese scorso e citata da Haaretz ha scoperto che intere aree della Striscia sono state cancellate: a Beit Hanoun, a Jabalya e nel quartiere Al-Karama di Gaza City. Il rapporto rileva inoltre che alla fine di dicembre 350 scuole e circa 170 moschee e chiese erano state danneggiate o distrutte.
(da agenzie)
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