Febbraio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
CRESCONO I PUNTI OSCURI: DOV’ERA DAVVERO? PERCHE’ LA SCORTA LO AVREBBE LASCIATO SOLO?
Dov’era Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, nel
momento in cui Luca Campana, genero del suo caposcorta, è stato ferito da un colpo di pistola alla festa di Capodanno nella Pro Loco di Rosazza, esploso dal revolver di Emanuele Pozzolo, deputato sospeso di Fratelli d’Italia e unico indagato? Sono sempre di più i punti che non tornano nelle dichiarazioni dell’esponente di Fratelli d’Italia che ora, nelle dichiarazioni ai magistrati, arriva al punto di contraddirsi rispetto a quanto dichiarato nell’intervista “a caldo” che rilasciò a Repubblica dopo il fatto. “Ero a 200 metri di distanza dalla Pro Loco, stavo portando in auto le buste con gli avanzi della cena”.
Davanti alla pm Paola Francesca Ranieri della procura di Biella guidata da Teresa Angela Camelio, l’8 gennaio Delmastro ha però bruscamente cambiato direzione: era sì andato a portare le buste, ma al momento dello sparo partito , come riferisce anche il quotidiano Domani, “ero fuori con due conoscenti di mia figlia, ho solo sentito il rumore dello sparo e ho pensato fosse un petardo. Poco prima avevo caricato la mia macchina, ero risalito e mi stavo trattenendo a fumare una sigaretta con gli amici di mia figlia (V.B e A.B., ndr), dopo il petardo non mi ero allarmato particolarmente e ho terminato la sigaretta per poi rientrare e rendermi conto di ciò che era successo”.
Era “risalito”: dunque era appena fuori dalla Pro Loco e non a duecento metri di distanza come riferito testualmente a Repubblica: “«Stavo raccogliendo il cibo avanzato per andare via. Avevo quattro buste da portare in auto. Dalla Pro Loco alla macchina saranno 200 metri. Ero uscito con le prime due. Ritorno indietro per prendere le altre due e sento la moglie di quello che è stato ferito, che poi è il marito della figlia di uno della mia scorta, che grida ‘un botto… un botto’. Mi si gela il sangue e cerco di capire. E cosa ha fatto?, è la domanda da Liana Milella. Risposta di Delmastro: “Ho pensato che fosse esploso un petardo… e invece sento la moglie che dice ‘ma allora non hai capito… era un colpo di pistola’. La mia scorta voleva che andassi via subito, ma io ho detto che volevo sapere cosa fosse successo al ragazzo e sincerarmi della sua situazione”.
Quindi: delle due l’una. O vale il Delmastro che racconta “Non mi ero allarmato particolarmente e ho terminato la sigaretta per poi rientrare e rendermi conto di ciò che era successo”, oppure quello che subito, appena gli viene spiegato che non è stato un petardo ma uno sparo, preoccupato rifiuta la proposta della scorta di andare via subito per “sincerarmi delle condizioni del ragazzo”, visto che addirittura gli si è “gelato il sangue”.
E poi: la scorta. Perché Delmastro si sarebbe allontanato per ben duecento metro dalla Pro Loco senza la scorta?
Dei quattro agenti di scorta che gli erano stati assegnati, nessuno affiancava il sottosegretario alla giustizia quando all’una e mezza di quella notte di Capodanno è partito il proiettile che ha ferito Campana. Questo punto è centrale perché gli agenti erano in servizio e dovevano assicurare la protezione dell’obiettivo. Il sottosegretario ha spiegato ai pm che si trattava di una situazione “protetta e tranquilla” e ha così lasciato i due agenti di scorta all’interno: uno era vicino a Pozzolo, l’altro nella cucina secondaria.
Una circostanza che Repubblica ha sottolineato pochi giorni fa in un articolo di Elisa Sola, e che Pablito Morello, caposcorta di Delmastro, spiega ai carabinieri così: “Siamo saliti a Rosazza in quattro, alle ore 18. Noi quattro siamo i componenti effettivi della scorta di Delmastro. Quella sera però, siccome si trattava di una festa privata con un livello di pericolo basso o nullo, siamo rimasti con il sottosegretario esclusivamente io (che sono responsabile del servizio) e Salvatore Mangione. Abbiamo così fatto rientrare i colleghi di supporto”.
Ecco perché a Rosazza all’inizio erano state viste due auto della scorta, parcheggiate per la strada, e dopo soltanto più una. “Una macchina – ha chiarito il capo scorta di Delmastro parlando alla procura – è andata via con i due poliziotti e sarebbe dovuta tornare per gli spostamenti finali, alla fine della festa”.
Morello ha fatto infine una precisazione: “Quella sera io e Mangione eravamo in servizio e pertanto a tutti gli effetti come ufficiali di pg. Anche dopo il fatto abbiamo svolto funzioni di polizia giudiziaria”.
E’ stato proprio Pablito Morello, non appena sono arrivati i carabinieri di Vigliano Biellese e di Andorno Micca, a mostrare ai militari dove fosse l’arma che aveva messo in sicurezza. “E’ stato Pozzolo a sparare”, ha detto il caposcorta. Ma Pozzolo ha sempre respinto ogni accusa: “Non sono stato io, non sono un pistolero: è una manovra contro di me”, ha dichiarato ieri a Repubblica in un’intervista esclusiva garantendo che spiegherà tutto ai magistrati.
Anche se finora, davanti ai pm, non ha chiarito proprio nulla di una storia che appare sempre più piena di misteri e con una sola chiara circostanza: il tentativo, tra mille contraddizioni, di “allontanare” il più possibile il sottosegretario Delmastro, fedelissimo di Giorgia Meloni, dal compromettente teatro di quello sparo.
(da agenzie)
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Febbraio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
NON POTENDO RICANDIDARSI, LUCA ZAIA DAL 2025 SARÀ IN LIBERA USCITA, E PER LA CLAUDICANTE LEADERSHIP DI SALVINI SARANNO GUAI
Respinto l’emendamento della Lega al dl elezioni sul terzo mandato per i governatori delle regioni. In commissione Affari costituzionali, dove il provvedimento è all’esame, si sono espressi contro la proposta di modifica leghista, Fratelli d’Italia e Forza Italia sostenuti da Pd, M5s, Avs. A sostegno della Lega ha votato Italia viva. Azione non ha partecipato al voto. In tutto ci sono stati 4 voti favorevoli, 16 contrari, un astensione e un non ha partecipato.
I quattro voti favorevoli all’emendamento sul terzo mandato per i governatori presentato dai leghisti al dl elezioni appartengono a Lega e Italia viva, mentre i 16 contrari sono di Fdi, Fi, Udc, Pd, M5S, Avs, un astenuto è di Svp mentre Azione non ha partecipato. La commissione prosegue con il voto degli emendamenti.
La Lega in mattinata aveva ritirato l’emendamento per introdurre il terzo mandato per i sindaci delle grandi città, ossia i Comuni con più di 15mila abitanti. Lasciando invece quello sui presidenti di regione.
Resta alta la tensione tra gli alleati. Il nodo della ricandidabilità degli amministratori, Luca Zaia in testa, ha creato più di un mal di pancia nella maggioranza con FdI e FI contrari. Alla riunione hanno partecipato anche il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani e la sottosegretaria all’interno Wanda Ferro.
Per Francesco Boccia, presidente dei senatori del Pd, è “evidente che stiamo assistendo ancora una volta a un gioco della destra sulla pelle delle istituzioni: emendamenti presentati, ritirati… non è rispettoso nei confronti dei cittadini e degli amministratori locali. In un provvedimento che doveva solo stabilire la data del voto delle elezioni amministrative si è cercato di fare una riforma pasticciata e parziale degli enti locali. Ci preoccupa questo approccio della destra che non cambia mai che non rispetta le istituzioni e faremo opposizioni molto dura”, commenta al termine dei lavori della Commissione Affari costituzionali in Senato.
E il deputato democratico Stefano Graziano su X commenta: “La coerenza puntigliosa e adamantina della Lega, come è noto, si limita alla Russia. Fuori dai confini di Putin si esercita tutta la libertà di Salvini” aggiungendo l’hashtag “La paura fa 90″ riferendosi al braccio di ferro in corso tra la premier e il vicepremier sulle prossime candidature alle presidenze regionali.
I senatori di Alleanza Verdi e Sinistra votano contro il terzo mandato ai governatori. E “siamo contrari anche a quello per i sindaci sotto i 15mila abitanti”, osserva il capogruppo di Avs in Senato Peppe De Cristofaro. Anche il Movimento 5 Stelle in commissione Affari costituzionali vota “decisamente no” all’emendamento della Lega sul terzo mandato ai presidenti di Regione, come ribadisce la senatrice Alessandra Maiorino.
(da agenzie)
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Febbraio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
INTERVISTA A BEN NOBLE: “LA RISPOSTA DELL’OCCIDENTE DEVE ESSERE RAPIDA E SEVERA, ALTRIMENTI PUTIN SI SENTIRA’ INCORAGGIATO AD AGGREDIRE”
“È sorprendente quanto il commento di Salvini sia simile a quel
che dice sempre il Cremlino su Navalny, e quanto sia sbagliato”, replica Ben Noble quando Fanpage.it gli cita una dichiarazione data dall’attuale vicepremier nel marzo 2017 alla Stampa. Salvini definiva il dissidente come un blogger senza alcuna importanza. “Tutt’altro”, spiega lo storico britannico: “Il suo movimento rappresentava una minaccia significativa per Putin”.
Noble è professore di Politica russa alla Scuola di Slavistica ed Europa dell’Est all’University College di Londra. È anche un ricercatore del Royal Institute of International Affairs, meglio noto come Chatam House. Soprattutto, Noble è l’autore, insieme a Jan Matti Dollbaum e Morvan Lallouet di Navalny: Putin’s Nemesis, Russia’s Future? (London, 2021), un libro essenziale per capire chi è stato Alexei Navalny. Un attivista contro la corruzione imperante in Russia, un politico e un contestatore. La cui importanza in quel che resta della società civile del Paese di Putin non può esser sottovaluta.
La risposta al punto interrogativo con cui finisce il titolo del libro di Noble e dei suoi coautori è arrivata: Navalny non sarà il futuro del suo Paese. La residua speranza di chi così avrebbe voluto è stata brutalmente cancellata da quanto avvenuto il 16 febbraio nella colonia penale Ik-3, meglio nota come “Lupo polare”, a Kharp, città della Siberia nord occidentale costruita dai prigionieri del gulag ai tempi di Stalin.
Professor Noble, con Navalny è morto il futuro della Russia?
“Immagino che lo stesso Navalny direbbe che la risposta è “no”. Infatti, quando gli è stato chiesto quale sarebbe stato il suo messaggio al popolo russo se fosse stato ucciso, ha risposto semplicemente: Non vi arrendete. Non vorrebbe che la gente chinasse la testa, spaventata dalle azioni del regime di Vladimir Putin. E, in linea con il suo appello, vediamo già persone come la moglie Yulia Navalnaya e il prigioniero politico Ilya Yashin affermare decisi che non hanno paura. E che non si arrenderanno”.
È comunque la fine di un periodo storico?
“La morte di Alexei Navalny sembra la fine di un’era. La fine di un’epoca in cui in Russia era ancora possibile un’opposizione politica autonoma. Naturalmente, quest’era è finita qualche tempo fa, in particolare dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina. Ma la continua presenza di Navalny, anche dietro le sbarre, ricordava quel periodo. E finché è rimasto in vita c’era una lontana possibilità che un giorno potesse essere libero e resuscitare una Russia che ora si sente perduta”.
Chi era Navalny? Eroe democratico o ultra-nazionalista come dicono i suoi detrattori?
“Rispondiamo citando testualmente brani del libro su di lui: “Era un liberale che talvolta ha fatto dichiarazioni nazionaliste, o addirittura razziste”. E ancora: “Nel 2008, la conferenza del Nuovo nazionalismo politico, a cui partecipò anche il gruppo Narod di cui Navalny faceva parte, adottò una risoluzione che voleva offrire agli elettori un nazionalismo dalla faccia umana. Niente ‘folli patrioti sovietici’ né skinheads […]. Alcuni liberali, come Ilya Yashin — amico di Navalny ma non certo simpatizzante del nazionalismo — approvarono questo trend […]. Era un tentativo di creare una fusione tra liberalismo e nazionalismo — una dottrina che potesse unire la maggioranza della popolazione contro il regime di Putin”.
Non era un estremista, quindi. D’altra parte basta leggere i suo “Quindici punti”, che tracciano un programma politico liberale in cui il nazionalismo è proprio assente, Ma allora perché prese parte alla Marcia Russa, che periodicamente raduna a Mosca estrema destra e un bel po’ di neonazisti?
“Evgenia Albats (una delle più famose giornaliste russe, di idee liberali, anti-regime, ndr) ha raccontato di avergli suggerito lei di parteciparvi e che lo accompagnò. Questa strategia è stata definita come “normalizzazione” del nazionalismo”.
L’attuale nostro vice-premier Matteo Salvini — criticato per aver detto di fidarsi dei medici e dei giudici russi per capire come è morto Navalny — una volta lo ha definito “un blogger anti-Putin venduto come leader dell’opposizione”. Praticamente, un personaggio senza reale importanza. Era davvero così?
“È sorprendente come il commento di Salvini sia simile alla ricorrente narrativa del Cremlino. Ed è anche un commento chiaramente sbagliato. Navalny era molto più di un blogger: era uno la cui carriera pubblica è iniziata come blogger di successo che conduceva indagini sulla corruzione, si è poi trasformato in un attivista, nel leader della protesta e in un politico che ha costruito un movimento che rappresentava una minaccia significativa per il Cremlino”.
Si può dire che Navalny abbia in qualche modo plasmato la Russia che conosciamo?
“Navalny ha sicuramente contribuito a plasmare la moderna politica russa. Ha fortemente influenzato il significato di essere un attivista, un leader della protesta e un politico, utilizzando i suoi numerosi talenti – tra cui il carisma e la capacità di utilizzare i social media – per costruire un movimento nazionale. Ispirando altri a unirsi al suo appello per una “Russia senza Putin”. Ha anche contribuito a definire i confini dell’accettabilità — o inaccettabilità — del discorso politico presso diverse comunità, con i suoi sporadici commenti nazionalisti, razzisti e xenofobi che hanno accompagnato le sue ben più coerenti posizioni liberali. Proprio come la Russia post-sovietica è cambiata molto, anche Navalny è cambiato in molti modi. L’ influenza è andata in entrambe le direzioni. È stata reciproca”.
Quindi anche la Russia ha plasmato Navalny. E quale sarà il prossimo passo di Putin? Non si porrà più alcun limite?
“Se la risposta alla morte di Navalny da parte dei paesi occidentali non sarà rapida, severa e sostenuta, Putin si sentirà incoraggiato. E chissà come potrebbe estendere l’aggressione già in atto nella sua guerra all’Ucraina”.
(da Fanpage)
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Febbraio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
“NAVALNY E’ STATO UCCISO CON UN PUGNO DRITTO AL CUORE. È UN VECCHIO METODO DEGLI AGENTI SPECIALI DEL KGB. PRIMA DI MORIRE LO HANNO TENUTO PER PIU’ DI 2 ORE E MEZZO A MENO TRENTA GRADI PER RALLENTARE AL MASSIMO LA CIRCOLAZIONE DEL SANGUE”
Non gli agenti nervini del Novicok, né le molecole impalpabili del sarin, ma un pugno ha ucciso Alexei Navalny: un pugno solo, secco, dritto in mezzo al cuore. Ne è sicuro Vladimir Osechkin: «È una vecchia tecnica degli agenti del Kgb».
Osechkin assicura di aver avuto le informazioni da fonti che conosce bene: attivista russo rifugiato dal 2016 in Francia, a Biarritz, nel 2011 ha creato il sito gulagu.net proprio per denunciare le violazioni dei diritti umani nelle carceri di Putin. Ci ha passato qualche anno anche lui.
Osechkin ha riportato al britannico Times quello che gli ha raccontato qualcuno che lavora all’IK-3, il carcere oltre il circolo polare artico dove Navalny è morto alle 14 e 17 di venerdì 16 febbraio. Prima di morire Navalny era stato lasciato al gelo per più di due ore e mezzo.
La temperatura quel giorno è scesa anche sotto i meno trenta. In condizioni così estreme, i detenuti resistono in genere molto meno all’aperto, lui invece era stato lasciato terribilmente a lungo, in un cortile da solo, senza nessun altro detenuto, senza testimoni, in una sorta di cella senza tetto, un buco nel cemento dove si intravede appena il cielo di cui si ricordano bene tanti prigionieri tornati da quel penitenziario: in quel cortile, dicono tutti, è ancora più insopportabile stare fuori d’inverno, non passa nessuna luce, soltanto il gelo».
«Penso che lo abbiamo stremato dal freddo, rallentando al massimo la circolazione del sangue. A quel punto diventa molto facile uccidere: se hai esperienza, bastano pochi secondi, un colpo secco, devi solo essere addestrato. È un vecchio metodo degli agenti speciali del KGB».
Secondo Osechkin, Navalny non è stato il primo a morire così dentro le mura dell’IK-3: questo significa che nel penitenziario ci sono guardiani addestrati a uccidere col pugno al petto. L’assassinio sarebbe stato preparato da giorni, con «l’evidente coinvolgimento delle autorità di Mosca». «Da quello che so dalle mie fonti – ha detto ancora Osechkin al Times – l’operazione è stata preparata. È stato un ordine arrivato direttamente da Mosca, altrimenti nessuno avrebbe potuto mettere fuori servizio le telecamere».
Al Times Osechkin ha riportato anche la testimonianza di un uomo che è riuscito a vedere il corpo di Navalny, ormai inghiottito da qualche laboratorio di medicina legale nonostante le ripetute richieste della famiglia di poter riavere la salma. I «lividi» di cui si è parlato fin dall’inizio, sarebbero in realtà concentrati sul petto, e del tutto «compatibili» con l’ipotesi di una morta causata dal pugno al cuore. Un addetto dell’ambulanza che ha trasportato il corpo di Navalny aveva invece parlato di ecchimosi compatibili con un tentativo di rianimazione con massaggio cardiaco. Sempre di ieri è la notizia che il vice direttore del Servizio penitenziario federale russo Valery Boyarinev è stato promosso colonnello e che un altro alto funzionario dei servizi di sicurezza,
I russi hanno dichiarato che l’esame autoptico del corpo di Navalny durerà almeno 14 giorni. «Una contro-autopsia sarà difficile da effettuare – ha commentato ieri Philippe Charlier, un esperto francese – tutto dipenderà da come sarà riconsegnato il corpo. I russi potrebbero addirittura consegnare alla famiglia soltanto le ceneri».
(da Messaggero)
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Febbraio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
LA FIGLIA STUDIA A STANFORD, IL FIGLIO È IN COLLEGIO IN GERMANIA… IL CREMLINO DA ANNI CERCA DI SCREDITARLA SPARGENDO FAKE NEWS SU SUOI PRESUNTI AMANTI O SUI RAPPORTI CON LA CIA
Nessuno è più sicuro, in Russia come all’estero, nella fase finale
assassina e ultra stalinista del putinismo. Figurarsi la «regina della dissidenza russa», come molti chiamano adesso Yulia Navalnaya, la coraggiosa moglie di Alexey, una donna che il Cremlino non può piegare, né controllare. Ecco come vivere quando si è un target del regime. Da anni, e peggio che mai adesso.
Come Stalin faceva ammazzare anche all’estero i suoi nemici (Lev Trozky a Città del Messico fu solo il più famoso, tra l’altro colpito a picconate un 20 agosto, stesso giorno in cui tanti anni dopo, nel 2020, venne avvelenato per la prima volta Alexey Navalny), così sotto la dittatura di Putin sono stati colpiti all’estero, variamente avvelenati o presi a pistolettate, nemici di Putin da Alexander Livtinenko (a Londra, polonio) a Sergey Skripal (a Salisbury, Regno Unito, novichok), fino all’ultimo «traditore», Maxim Kuzminov, il giovane pilota russo che dirottò e consegnò all’Ucraina un elicottero militare russo Mi-8 (trovato morto due giorni fa a Villajoyosa, Alicante, colpi di pistola).
Sotto Putin, si muore non solo nelle prigioni russe al Circolo polare artico, si muore anche assassinati in piena Europa (con i Paesi europei distratti dinanzi al dilagare degli agenti russi). Ora però succederà come non mai.
Per questo, la routine di Yulia Navalnaya non sarà mai più – ma non lo è da anni – quella di una donna al sicuro. E lei lo sa benissimo, «se avessi avuto paura non sarei la moglie di Alexey». Ora però è evidente che le cose sono cambiate.
Un Putin senza freni, senza più nessuna parvenza di volontà dialogante con il mondo “libero”, può ordinare di ammazzare in primis i due grandi dissidenti rimasti in carcere, come spiega Christo Grozev a Meduza: «Le mie fonti mi hanno già avvertito che potrebbe esserci un’ondata di repressioni e omicidi, che Putin ha “piani speciali” per i leader dell’opposizione russa. Se questo è vero, gli imprigionati ILYA Yashin e VLADIMIR Kara-Murza saranno particolarmente vulnerabili».
Certamente rischia tantissimo anche lei, Yulia, bersaglio mobile in un raggio di fuoco che ormai comprende tutta l’Europa. Nulla trattiene ormai Putin. Come Stalin – e a differenza invece della fase brezneviana in cui l’Unione sovietica comunque si ritraeva dall’assassinare i grandi dissidenti (da Solzhenitsyn a Sakharov e Sharansky).
Cosa fa Yulia Navalnaya per andare avanti, e proteggersi?
La sua scelta ostinata è stata quest’anno quella di esserci il più possibile in Russia, dov’era rinchiuso Alexey. Primo accorgimento: quando il Cremlino ha fatto etichettare l’Fbk, la Fondazione di Navalny, come «organizzazione estremista», e gli associati di Navalny sono stati costretti a sciogliere i loro uffici sul campo – il quartier generale è da tempo tra Vilnius e la Germania – Navalnaya ha mantenuto un formale non coinvolgimento nel Fbk, e meticolosamente tiene separato il suo ruolo dal lavoro della Fondazione.
A differenza del marito, però, Navalnaya si trova al momento fuori dalla Russia, come ha spiegato Tatiana Stanovaya, senior fellow al Carnegie Russia Eurasia Center. «Per il regime russo, questa è una pessima notizia». Non diremo ovviamente dove. Yulia si sposta molto. Con estrema riservatezza.
Ha due figli in Paesi che, si spera, possano proteggerli sia a livello di intelligence che di forze di polizia, perché i luoghi sono noti, Dasha è tornata a studiare a Stanford, Zakhar è rimasto in collegio in Germania. «Yulia ha dimostrato grande coraggio perché è chiaro che sarà il prossimo bersaglio del Cremlino», ha dichiarato Lyubov Sobol (che vive in esilio, in Germania).
La moglie di Navalny continua la sua sfida di libertà (ieri ha detto «non mi interessa come commenta le mie parole l’addetto stampa dell’assassino. Restituite il corpo di Alexey e lasciatelo sepolto con dignità, non impedite alla gente di salutarlo»).
Putin però continua – anzi espande – la sua sfida, questo è il problema, per una donna comunque sola: perché è una fantasia che servizi occidentali la proteggano. Come sa chiunque conosca qualcuno del team Navalny e li abbia visti girare soli e indifesi, in qualche capitale europea.
Il Cremlino ha a lungo cercato di distruggerla calunniandola, dandole della protetta dalla Cia, inventando storie sentimentali extramatrimoniali con oligarchi “filo occidentali”, costruendo un inesistente padre agente del Kgb, o spargendo in giro che Yulia ha la cittadinanza tedesca. Altra balla.
Lei però non è donna che puoi piegare con la disinformazia. E la partita sarà guardarsi dagli sgherri di Mosca. Quelli che lui encomia solennemente. Tre giorni dopo l’assassinio di Alexey Navalny nella colonia penale “Polar wolf”, Putin ha conferito il grado di colonnello generale al primo vicedirettore del servizio penitenziario federale Valery Boyarinev.
(da “La Stampa”)
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Febbraio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
INTERVISTA A PAOLO BONELLI: “PER ANDARE DA SIRACUSA A TRAPANI LE FERROVIE IMPIEGANO 11 ORE E MEZZA E TRE CAMBI PER FARE 300 KM. BASTA SPUTTANARE SOLDI NEL PONTE SULLO STRETTO, OPERA INUTILE, PERICOLOSA E COSTOSA”
«Nel 2016 Matteo Salvini sul Ponte sullo Stretto la pensava come Angelo Bonelli: cosa è cambiato in questi anni?», dice lui stesso, Angelo Bonelli, leader dei Verdi e autore dell’esposto firmato anche da Nicola Fratoianni, leader di Sinistra italiana, e Elly Schlein, segretaria del Partito democratico. Spiega: «Ho dovuto farlo questo esposto: per tre volte ho chiesto all’amministratore delegato Ciucci l’accesso ai documenti relativi al Ponte e per tre volte mi sono sentito dire che erano riservati. Ma non posso ricevere questa risposta, sono un parlamentare».
Matteo Salvini, leader della Lega, che è il ministro delle Infrastrutture oltre che vicepremier, dice che la sinistra non vuole il Ponte, perché è contro il progresso. Bonelli scuote la testa: «È lui che va contro il progresso. Sta letteralmente buttando a mare dodici miliardi, perché non è quel Ponte che gli italiani vogliono ma scuole che non cadano a pezzi, una sanità che funzioni, un trasporto pubblico efficiente. Ma anche interventi sul dissesto idrogeologico, strutture per l’acqua potabile».
Il leader dei Verdi porta esempi concreti, uno per tutti: «Ma lo sa Salvini come funzionano le ferrovie in Sicilia? Lo sa che per andare in treno da Siracusa a Trapani ci vogliono undici ore e mezza e tre cambi? Sono trecento chilometri che collegano due tra i siti archeologici più belli del mondo. Nemmeno con la littorina ci voleva tanto tempo».
Secondo il leader dei Verdi questo progetto del Ponte sullo Stretto non è soltanto inutile, dannoso e costoso, ma soprattutto pericoloso. Dice: «È un Ponte a campata unica che non è mai stato realizzato in nessuna parte del mondo: 3 mila e 300 metri con sopra la ferrovia. Una follia. Bisogna calcolare che il Ponte che nel mondo ad oggi ha la campata più grande del mondo è Akashi. una campata di 1900 metri. Ma sopra non hanno voluto mettere la ferrovia».
(da agenzie)
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Febbraio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
COSA C’E’ DIETRO L’INCHIESTA SUL PONTE SULLO STRETTO DI MESSINA…. L’ITER CHE HA RIMESSO IN PIEDI LA SOCIETA’ E I PRESUNTI CONFLITTI DI INTERESSE
L’indagine sul Ponte sullo Stretto di Messina mette sotto la lente
l’iter autorizzativo dell’opera voluta dal ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini.
L’esposto presentato dall’opposizione chiede di indagare sull’iter che ha rimesso in piedi la società ex Iri Stretto di Messina. E a far rivivere i contratti della gara del 2008. Quella vinta dal consorzio Eurolink. Perché lo Stato ha deciso la caducazione del contenzioso con i privati. Mentre l’aggiornamento del progetto è stato consegnato 24 ore dopo la stipula dell’atto formale.
E si concentra anche sugli incontri di Salvini prima dell’ok. In particolare quelli con l’ex ministro di Berlusconi Pietro Lunardi. E quelli con Pietro Salini, a capo della cordata Eurolink. Mentre, fa sapere Angelo Bonelli dei Verdi, le sue richieste di vedere i documenti dell’opera sono sempre finite frustrate.
Ad indagare nel fascicolo aperto per ora contro ignoti e senza ipotesi di reato sarà la pubblica ministera Alessia Natale, che si occupa di reati contro la pubblica amministrazione.
Il Corriere della Sera spiega che secondo l’esposto «l’opera è una pura rivisitazione del tramontato progetto dei primi anni duemila, portato avanti dal medesimo Pietro Lunardi, già ministro delle Infrastrutture del governo Berlusconi, in una serie di incontri assieme allo stesso Salvini e all’imprenditore Pietro Salini (l’amministratore delegato di Webuild, incaricata della realizzazione dell’opera)». E ci sono due circostanze da approfondire: Giuseppe Busia dell’Autority anticorruzione ha detto che «è stato assegnato al privato un notevole potere contrattuale che va bilanciato modificando il decreto in sede di conversione di legge».
Cosa c’è che non va
E poi c’è il nome di Omar Mandosi. È il responsabile delle risorse umane della società Stretto di Messina. Ma il suo nome compare nelle carte dell’inchiesta Anas, anche se non da indagato, come trait d’union tra Denis Verdini e il nuovo governo.
Piazzale Clodio ha affidato le indagini al Nucleo di Polizia Economico Finanziaria
(da agenzie)
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Febbraio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
L’ULTIMO SHOW DELLA MELONI IN SARDEGNA E’ STATO ALL’ALTEZZA DELLA SUA FAMA DI CANTASTORIE
Per gli appassionati del genere, ieri è andato in onda uno dei migliori film fantasy di sempre. Tutto merito di una star che l’intero globo terracqueo ci invidia, anche perché poche attrici raccontano le barzellette restando serie come fa Giorgia Meloni.
E l’ultimo show in Sardegna, a chiusura della campagna elettorale, è stato all’altezza della sua fama di cantastorie.
Lasciamo perdere, dunque, le frottole sulla granitica unità delle destre, visto che sono sotto gli occhi di tutti gli scazzi continui con Salvini e Forza Italia.
Ma sentirle dire di aver fatto scendere lo spread al livello record di 150 punti, quando Conte lo prese a 228 e lo lasciò a 89,8 supera il limite della decenza, al pari dei successi rivendicati sui migranti proprio nell’anno del boom negli sbarchi.
Per i sardi che invece volevano sentire cosa farà per loro, il capo del governo non ha detto niente, se non che vuole portare un telescopio europeo in mezzo ai monti.
Zero idee su come ripristinare la continuità territoriale, che oggi rende onerosissimo spostarsi dall’Isola, solo un rinvio generico ai soldi impegnati sulla sanità nazionale mentre la regione è scesa agli ultimi posti per le prestazioni e ai primi per l’eternità delle liste d’attesa negli ospedali.
E neppure una sillaba per spiegare come mai è stato messo alla porta il governatore uscente di destra, Solinas, che ha lasciato le macerie. Le stesse che il governo nazionale sta accumulando nel Paese, nascondendole sotto cumuli di balle. Bugie che i sardi domenica prossima potranno smettere di doversi bere.
(da La Notizia)
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Febbraio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
I DUE SONO DIVISI SU TUTTO: LA DUCETTA E’ INCAZZATA PER LE AMBIGUITA’ DEL LEGHISTA SUL CASO NAVALNY… LE SPACCATURE SUL TERZO MANDATO
L’ultimo a salire sul palco è Matteo Salvini. Suona Mameli,
sventolano bandiere. Il leghista si ritrova ai margini della foto di famiglia. Guarda la premier, che gli fa cenno: «Vieni». Lui va. E le sussurra: «Non mi volevi vicino, eh?». Lei sorride mentre canta — «l’Italia s’è destaaa » — e gli tira un colpetto di gomito all’altezza del costato. Sorrisi e falli di reazione, veleni e ipocrisie. I due si giurano «un governo di cinque anni», tutto facile perché «in Giorgia ho trovato un’amica». E intanto litigano. Costruiscono trappole dietro le quinte. E non si fidano.
Non perché lo scrivono «i giornaloni », ma perché — non è un mistero — preparano la resa dei conti dopo le Europee. E rischiano di frantumarsi già oggi sul terzo mandato.
Sul volo Az delle 14.15 che decolla da Fiumicino i due leader si ignorano. Meloni siede davanti, l’alleato è dieci file più indietro. Neanche sulla scaletta si ritrovano. Si parlano dietro al palco del comizio di Cagliari, cinque minuti e una foto. Non sufficienti a ritrovarsi sul terzo mandato: se la Lega non ritirerà l’emendamento — si vota oggi, aleggia un rinvio — FdI dirà no e farà scattare la conta.
La verità? Alessandra Todde, candidata dei giallorossi in Sardegna, ha già compiuto un miracolo: costringere la destra a cessare le ostilità per un giorno, mentre in Parlamento pianificano assalti. Evocare la pace, per paura di perdere un’Isola già vinta.
I sondaggi non si possono citare, ma insomma: i meloniani giurano di essere avanti, temendo però la rimonta. Soprattutto se Renato Soru dovesse fare flop, riducendo l’emorragia a sinistra.Ecco perché Meloni si trasforma.
Davanti ai militanti sceglie un tono teatrale: voce in falsetto, battute, un breve balletto, smorfie studiate, attacchi mirati. Performance di oggettivo livello scenico, toni durissimi. Contro il centrosinistra: «Il campo largo? Ma che è, un campo da calcio? I sardi non meritano di essere cavie di un esperimento che mette insieme gente che a Roma manco si guarda».
Ma non basta. C’è un fossato grande come la Russia a dividerli. Ci sono le tesi di Salvini su Navalny a imbarazzare Meloni. Da quando il dissidente è stato ucciso, Palazzo Chigi si è limitato a quattro righe di comunicato. Neanche ieri la premier condanna l’alleato, però. Poco prima del comizio, si concede un riposino in un hotel di Cagliari. Alcuni giornalisti l’attendono per chiederle di Navalny. Lo staff la fa uscire dal retro.
Nel faccia a faccia con Salvini però Meloni avrebbe chiesto all’alleato di «evitare ambiguità», anche in vista del G7 che presiederà sabato.
In Sardegna il massimo che la leader concede alla realtà conflittuale della destra è un brevissimo passaggio, «a volte discutiamo o ci sono specificità». Per il resto, il comizio diventa una piccola gara a chi spara il mortaretto più rumoroso. Utile magari a respingere l’appello alla resistenza antifascista di Todde. Tajani che fa finta di cercare cosa si ritrova in testa e dice: «Non vedo fez, né camicia nera, manganello e olio di ricino ». Salvini che rilancia: «Dirsi fascisti nel 2024 è fuori dal tempo». Meloni che spinge sul premierato: «Se passa, posso smettere di fare questo lavoro. Scherzo! Governeremo cinque, dieci anni…». Salvini che parla della droga: «È una merda. E chi si droga è coglione!».
Per poi aggiungere, forse la vetta di giornata: per fortuna le tv locali parlano della Sardegna, perché quelle nazionali non fanno «servizio pubblico» e l’hanno «cancellata». Sì, la Rai, in mano alla destra. Chiude Meloni, attaccando la sinistra: «Lo spread sale, dicevano, così mettiamo un altro governo tecnico, un inciucione… si sono svegliati sudati!». Domenica si vota, poi si torna a litigare.
(da La Repubblica)
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