Destra di Popolo.net

EX MINISTRI, AMICI E PEONES: L’ASSALTO DEI RICICLATI NEL CDA

Febbraio 18th, 2024 Riccardo Fucile

IN PRIMAVERA SONO PREVISTI NOMINE IN SOIETA’ DI PESO, DA CDP A FERROVIE DELLO STATO E MELONI E SALVINI GIA’ LITIGANO

Aggiungi un posto nei cda, che c’è un amico in più. Tra profili di spicco del passato e alcuni meno noti, catalogabili alla voce peones, sono decine e decine i nomi di politici piazzati nei consigli di amministrazione delle società pubbliche. A dispetto di curriculum quasi sempre poco attinenti ai compiti richiesti. Perché, come spesso accade in Italia, conta più la tessera di partito, la presenza negli organi dirigenziali, per ottenere una poltrona.
Nella lista dei ripescati dalla politica ci sono per esempio l’ex sottosegretario berlusconiano, Gioacchino Alfano, che ha trovato posto in una società del ministero della Difesa e l’ex sindaco di Lecce, Paolo Perrone, vicino al ministro Raffaele Fitto, ora al timone dell’Istituto poligrafico e zecca dello stato.
Così come sventola sul ponte, è il caso di dire, la bandiera del commissario regionale in Calabria della Lega, Giacomo Saccomanno (25mila euro annui lordi), componente del consiglio di amministrazione della società Ponte sullo Stretto, il progetto-bandiera di Salvini.
E sempre il leader leghista ha incassato la nomina di Davide Bordoni – consigliere comunale della Lega a Roma e leader del partito nel Lazio – ad amministratore unico (per 120mila euro annui, non fruiti almeno fino all’ultimo aggiornamento) della Rete autostrade mediterranee (Ram), società in house del ministero di Salvini, con le quote detenute dal Mef di Giancarlo Giorgetti. Tutto in casa Lega.
IL BRACCIO DI FERRO
Sono solo alcuni esempi, tra i tanti, di una destra che nel 2023 ha piazzato vecchie glorie, amici in politica, spesso ex peones, nelle varie società controllate o partecipate pubbliche. La galleria dell’amichettismo potrebbe allungarsi con il prossimo giro di nomine. In primavera scadono, infatti, decine di consigli di amministrazione, tra cui alcuni molto appetiti come Cassa depositi e prestiti e Ferrovie dello Stato.
Il braccio di ferro tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini è già in atto sulla tempistica. La premier vuole fare con calma, il leghista prima delle Europee. Teme che l’esito del voto porti la premier a fare bottino pieno.
La partita è già iniziata. Da febbraio, alla guida della Ales (146mila euro era il compenso del precedente presidente e ad), società del ministero della Cultura, è finito il meloniano, Fabio Tagliaferri, fresco di dimissioni da assessore comunale a Frosinone, uomo forte di Fratelli d’Italia in Ciociaria. Prima si occupava di tutt’altro, adesso gestirà, tra le varie cose, le Scuderie del Quirinale. A capo dell’Ismea è invece appena arrivata la nomina dell’ex deputato di Alleanza nazionale, Livio Proietti, dirigente di FdI nel Lazio.
PROSSIME SCADENZE
Nei prossimi mesi sono in scadenza varie poltrone. È il caso del cda del Gse (Gestore servizi energetici), che si occupa della promozione e dello sviluppo delle fonti rinnovabili. Il presidente in carica (27mila euro) è Paolo Arrigoni, senatore leghista dal 2013 al 2022. Alle ultime elezioni non è stato rieletto e dal marzo dello scorso anno è al vertice della controllata dal Mef. Nello stesso cda siede, da componente semplice (13.500 euro), Roberta Toffanin. Anche lei è stata senatrice, ma di Forza Italia, nella scorsa legislatura e non è tornata in parlamento.
Mandato agli sgoccioli poi per la società Cinecittà, dove è arrivata qualche mese fa, come consigliera di amministrazione (14mila euro), Isabella Ciolfi, con un cursus honorum politico da segretaria organizzativa della Lega nel Lazio. Nel curriculum non ha esperienze parlamentari ma vanta collaborazioni con due big della Lega: i sottosegretari Claudio Durigon e Federico Freni. Dagli uffici di una segreteria e una produzione cinematografica il salto è stato notevole.
Finora i nomi in attesa di conferme nel prossimo giro di nomine. Altri, però, si sono già accaparrati un posto nel 2023 con il governo Meloni e hanno davanti a sé prospettive pluriennali.
È il caso di Gregorio Fontana, eletto a Montecitorio con Forza Italia per cinque legislature, fino a guadagnarsi i galloni di deputato-questore: da ottobre scorso è finito nel cda di Infratel (soggetto attuatore della strategia nazionale per la banda ultralarga), società di Invitalia che a sua volta fa capo al Mef.
A Infratel Fontana ha trovato un compagno di partito, Donato Toma, ex presidente della regione Molise, non ricandidato dal centrodestra: adesso è a capo del collegio sindacale della società. Il presidente del cda di Infratel è Alfredo Maria Becchetti, notaio di professione con la passione della politica, già coordinatore romano della Lega e candidato non eletto alla Camera, nel 2022, sotto le insegne salviniane.
DIFESA DEL POSTO
Una collocazione ambita dai reduci del parlamento è la società Difesa e Servizi, controllata dal ministero della Difesa. Il presidente (80mila euro) è Gioacchino Alfano, deputato dal 2001 al 2018, prima con Forza Italia e poi nel nuovo Centrodestra, fondato dal suo illustre omonimo (non sono parenti), Angelino Alfano. Nei governi Renzi e Gentiloni è stato sottosegretario alla Difesa. Almeno, in questo caso, c’è qualche competenza acquisita nella materia.
Nel cda, come consigliere (32mila euro) c’è un’altra vecchia conoscenza della Camera, Mauro Fabris, deputato dell’Udeur di Clemente Mastella per due legislature (dal 1996 al 2008). Sempre in Difesa e Servizi spunta Anna Carmela Minuto, ex senatrice di Forza Italia, con una storia singolare: è stata a Palazzo Madama per soli tre anni. Nel 2021 è decaduta, perché il seggio spettava in realtà al compagno di partito Michele Boccardi. C’è pure un nome meno noto alla platea nazionale: Francesca Gerosa, esponente di spicco di Fratelli d’Italia a Trento, vicepresidente della giunta Fugatti.
Discorso diverso in un altro settore, quello di Sport e Salute, che annovera nel cda Maria Spena (16mila euro), già deputata di Forza Italia dal 2018 al 2022. Si era occupata di agricoltura a Montecitorio, in passato era stata assessora ai Lavori pubblici nella giunta Alemanno a Roma. Poi la folgorazione verso lo sport, finendo in una società decisamente a trazione berlusconiana, almeno nei nomi.
Nell’ambito di FI, invece, compare il nome di Giuseppe Moles, ex parlamentare di Forza Italia e sottosegretario all’editoria del governo Draghi, ora ad di Acquirente Unico (120mila euro) che è emanazione del Gse. Anche qui, prima i problemi dei giornali – nelle vesti di politico, poi l’energia da tecnico. Nonostante nel suo curriculum non compaia mai la parola energia.
RITORNI AL PASSATO
Spiccano inoltre profili rampanti del centrodestra del passato, spariti dai radar da qualche tempo. In particolare, il berlusconiano Antonio Martusciello, ex viceministro ai Beni culturali e deputato di FI dal 1994 al 2008, attuale presidente di Grandi stazioni, società del gruppo Ferrovie dello Stato che gestisce il patrimonio immobiliare delle principali stazioni.
Il manager-politico è il fratello di Fulvio Martusciello, eurodeputato di Forza Italia e deus ex machina dei forzisti in Campania. L’ex finiano Andrea Ronchi, ministro degli affari europei del governo Berlusconi e più volte parlamentare (dal 2001 al 2013), è invece alla presidenza di Ferservizi, che interviene sulla gestione operativa delle società del gruppo Fs. Nel cda di Trenitalia trova spazio Federica Zanella, deputata nell’ultima legislatura, ex Forza Italia passata nella Lega nel 2020.
All’Istituto poligrafico e Zecca dello stato non figura solo l’ex sindaco di Lecce Perrone (31mila euro). Come consigliera (16mila euro) spicca un’altra esponente pugliese del partito di Meloni: Stella Mele, già capogruppo di FdI al consiglio comunale di Barletta e candidata con il partito di Meloni al Senato nel 2022.
Nello stesso organismo ha trovato posto Stefano Corti, senatore di rito leghista. Di lui si ricorda l’anomalia di aver messo piede a Palazzo Madama con oltre un anno di ritardo: un seggio ottenuto solo grazie al riconteggio dei voti. La candidatura alle ultime elezioni è andata male. E non c’era riconteggio che tenesse. Il paracadute è stato aperto per un posto in un cda.
CONSAP AMBITA
Altra roccaforte di politici è la Consap, che si occupa dei servizi assicurativi di rilievo pubblico. Alla presidenza (86mila euro) è approdato Sestino Giacomoni, parlamentare fedelissimo di Berlusconi per quattro legislature. Almeno lui si è occupato spesso di finanza nei trascorsi a Montecitorio.
Nell’organo di vertice spiccano due leghisti di diversa estrazione: Antonio Zennaro, eletto nel 2018 con il Movimento 5 stelle e passato poi alla Lega. Candidato in una posizione ineleggibile, ha dovuto rinunciare al Transatlantico ma ha incassato successivamente il ruolo di consigliere alla Consap (16mila euro), insieme a Francesca Ceruti, ex consigliera regionale in Lombardia della Lega.
E ancora: nel cda di Leonardo (80mila euro) c’è Nuccio Altieri approdato alla Camera, nel 2014, in quota Forza Italia. Dopo si è trasferito nel gruppo della Lega. Curriculum da leghista doc quello del presidente (27mila euro) della Sogesid (società di servizi in ambito ambientale ed economico), Roberto Mantovanelli, golden boy leghista a Verona: spesso è stato indicato come possibile candidato sindaco.
A chiudere il cerchio, nella Sogin (19mila euro), chiamata a smantellare le centrali nucleari in Italia, figura Jacopo Vignati, punto di riferimento e già segretario a Pavia della Lega. Perché, parafrasando uno sketch di Corrado Guzzanti, bisogna ricordarsi sempre degli amici.
(da editorialedomani.it)

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FLOP LICEO DEL MADE IN ITALY, MARCIA INDIETRO DEL PRESIDE A CREMA

Febbraio 18th, 2024 Riccardo Fucile

NON CI SARA’ IL SORTEGGIO DEGLI. STUDENTI, MA NESSUNO ACCETTA… “SENZA ADESIONI VOLONTARIE NON PARTIRA'”

Ufficialmente non c’è ancora una comunicazione, dopo la lettera inviata ai genitori. Ma, forse per le polemiche e le proteste sollevate, la marcia indietro è stata almeno annunciata.
Crema, Istituto Munari, una delle scuole in Italia che ha attivato la possibilità per gli studenti di iscriversi al ‘liceo del Made in Italy’, la novità fortemente voluta dal governo Meloni che – come si legge sul sito del ministero dell’Istruzione, “offre un percorso formativo nuovo e completo, integrando scienze economiche e giuridiche con le scienze matematiche, fisiche e naturali. Con il nuovo liceo gli studenti potranno, in particolare, acquisire gli strumenti necessari per la ricerca e l’analisi degli scenari storico-geografici e artistico-culturali, nonché della dimensione storica e dello sviluppo industriale ed economico dei settori produttivi del made in Italy”.
Ma nonostante il battage di questi mesi, al momento delle iscrizioni tra i futuri studenti del Munari solo 1 ha scelto il nuovo percorso (e in tutta la Lombardia sono solo 31 gli allievi di terza media che l’hanno opzionato), mentre 48 hanno preferito l’indirizzo alternativo al Made in Italy, il liceo delle scienze umane opzione economico sociale (Les). A tutte le famiglie dei 48 ragazzi nei giorni scorsi è arrivata una comunicazione dalla scuola che offriva due possibilità: scegliere volontariamente di spostarsi all’altro corso o partecipare al sorteggio con cui sarebbero stati estratti a sorte i 24 studenti necessari per far partire la classe del Made in Italy, così da avere due classi, una di Les e una di Made in Italy.
Proteste dei genitori e dei sindacati – che parlano di “operazione forzata ed ideologica” – hanno portato però in serata, ieri, a una parziale retromarcia del dirigente scolastico Pierluigi Tadi che alla Provincia di Cremona ha inviato una nota: “Stiamo terminando la fase di valutazione delle domande, prevista alla conclusione delle iscrizioni online. Confermo che, senza adesioni volontarie da parte delle famiglie, il liceo del Made in Italy non partirà, ma attiveremo due classi di liceo economico-sociale, come richiesto dalle famiglie”. Niente più sorteggio, quindi, ma una classe che si formerà soltanto in presenza di adesioni spontanee di studenti che dopo aver indicato l’opzione economico sociale dovrebbero cambiare idea e passare al Made in Italy. Forse le proteste, ma più probabilmente il timore di ricorsi al Tar e trasferimenti in massa in altri licei della zona, hanno convinto il preside a tornare sui suoi passi.
Tadi ha aggiunto che, dopo aver ricevuto poche adesioni al liceo Made in Italy, “ho scritto ai genitori degli alunni di economia informandoli che il corso sarebbe andato a morire e che, nel caso, avrebbero potuto trasferire i figli al Made in Italy anche a iscrizioni già chiuse. I genitori non hanno accettato e così tutti restano nell’indirizzo economico e per il Made in Italy se ne riparlerà”.
(da agenzie)

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ORARI, MACCHINE E VIDEO: PERCHE’ LA VERSIONE UFFICIALE DELLA MORTE DI NAVALNY NON TORNA

Febbraio 18th, 2024 Riccardo Fucile

L’OPPOSITORE DI PUTIN SAREBBE MORTO IL 15 FEBBRAIO E NON IL 16… GLI STRANI MOVIMENTI NOTTURNI NEL CORTILE DEL CARCERE E L’FSB CHE DUE GIORNI PRIMA AVEVA MESSO FUORI USO LE TELECAMERE

Molte cose non tornano nella ricostruzione fatta dalle autorità russe della fine di Alexey Navalny. Se si può parlare di ricostruzione. Perché per ora ci sono solo risposte balbettanti e contraddittorie e da alcune testimonianze raccolte da media e organizzazioni autorevoli emergono fatti che, se confermati, potrebbero creare qualche imbarazzo anche a un regime come quello di Putin. Che degli imbarazzi sembra da tempo infischiarsene e comunque non ha problemi a rispondere a ognuno di questi con le menzogne più spudorate.
“Ormai al Cremlino non hanno più alcuna remora”, dice a Fanpage. it Anton Barbashin, direttore editoriale del think tank Riddle. “Lo dimostra il fatto che non gli importa che tutto questo accada solo un mese prima delle elezioni presidenziali. Danno versioni diverse perché non c’è un coordinamento efficiente. Ma tutti diranno sempre e solo che è stata una morte naturale. Cosa a cui è impossibile credere”.
Spiegazioni di comodo
“Sindrome da morte improvvisa”, recita il referto verbale consegnato dalla colonia penale di Kharp alla madre e a un avvocato di Alexey Navalny, rende noto la storica portavoce del leader dell’opposizione russa Kyra Yarmysh. Una sindrome rara, dicono i medici rianimatori sentiti da diverse testate russe. Soprattutto se, come nel caso di Navalny, non ci fosse una predisposizione ereditaria o non avesse avuto precedentemente arresti cardiaci. E poi con questa sindrome si perde conoscenza e si muore subito. Non si ha prima “un malore”, come recitava l’annuncio ufficiale.
Quella di Kharp sembra una versione di comodo. Le autorità, nel Paese di Putin, tendono ad andare nel pallone quando hanno a che fare con compiti dai quali può dipendere il futuro professionale o semplicemente il futuro del funzionario interessato. Una fonte citata dal canale televisivo propagandistico Rt aveva invece indicato come causa della morte un “coagulo sanguigno”. Una trombosi, insomma. Strano, vista anche la dieta delle carceri russe: due piatti di polentina d’avena o di grano saraceno al giorno, acqua e poco altro. Ma, si sa, “queste cose succedono”, come ha subito detto il presidente della Commissione esteri del Senato russo Vladimir Dzhabarov.
Interessante quello che ha scritto su X Nadya Tolokonnikova, componente delle Pussy Riot che ha passato qualche anno nelle galere di Putin per aver tentato di cantare una canzone punk in una chiesa ortodossa di Mosca: “Dalla mia purtroppo notevole esperienza nelle prigioni russe — scrive Nadya — so bene che ‘coagulo sanguigno’ è la dicitura utilizzata dalle autorità carcerarie quando non hanno intenzione di investigare sulle cause della morte”. Secondo Tolokonnikova, è la firma sotto quello che ritiene senza dubbio “un omicidio politico”.
Un viaggio inutile
Molto più aperta la diagnosi post-mortem dell’obitorio di Salekhard, che si trova non lontano dal carcere di Navalny. “Non conosciamo la causa della morte”, ha detto candidamente il comitato investigativo alla madre e all’avvocato di Navalny. Poi, un’oretta più tardi, ha spiegato che comunque non era stato riscontrato alcun reato durante l’ispezione sul corpo. All’inizio, avevano premesso che il cadavere comunque non si trovava lì. Roba da far girar la testa. “Mentono ogni volta, girano in tondo e coprono le loro tracce”, è stato il commento di Kyra Yarmysh su X.
Il viaggio dell’anziana signora Lyudmila Navalnaya e dell’avvocato (sorvoliamo sul nome perché tutti i precedenti legali di Navalny sono stati arrestati, fuorché una che si è rifugiata all’estero) nel remoto carcere siberiano conosciuto come “Lupo Solitario” non è servito a molto. Non hanno potuto vedere il corpo di Alexey. Sarà restituito ai parenti “solo quando sarà stata completata l’autopsia e l’indagine”, è stato detto ai due a Salekhard. Quindi tra poco. Forse. Perché, come ha riferito un detenuto alla Novaya Gazeta Europe, “all’obitorio di Salekhard c’è un forno crematorio: se portano lì il corpo, in genere è perché le autorità hanno qualcosa da nascondere e vogliono far sparire ogni traccia nel fuoco”.
Chi sta investigando davvero sulla morte di Navalny è proprio Novaya Gazeta Europe. Un compagno di prigione del dissidente defunto ha detto al giornale che con ogni probabilità la morte risale al 15 e non al 16 febbraio. Servivano alcune ore per organizzare qualcosa o per coprire qualche evento che non doveva diventare noto, secondo la fonte.
Auto misteriose nella notte
Questo il racconto fatto dal detenuto: “Un inspiegabile subbuglio è iniziato la sera del 15 febbraio”. In particolare, l’ispezione serale è stata notevolmente accelerata, poi tutti sono stati chiusi nei dormitori e la sicurezza è stata aumentata. “Abbiamo sentito alcune macchine entrare nella ‘zona’ (il cortile esterno, nel gergo carcerario russo, ndr) per tre volte la sera tardi e in piena notte”, ha detto la fonte. “Ma cosa esattamente abbiano fatto non sono riuscito a vederlo dalla mia finestra”.
La mattinata del 16 febbraio è iniziata nella più totale confusione. I secondini della colonia penale hanno perquisito i detenuti e sequestrato telefonini (illegali, ma grazie alla diffusa corruzione molti carcerati li hanno, ndr), carte di credito e persino pentole. Dalle frasi delle guardie si è pensato che ci fosse un’ispezione ministeriale in arrivo. Però di solito le ispezioni vengono annunciate un mesetto prima e preparate con cura. Non certo come accaduto in questo caso.
La fonte della Novaya Gazeta ha aggiunto che la mattina del 16 febbraio nella colonia penale non sono arrivate ambulanze: ne è apparsa una solo nel pomeriggio, dopo che si era già saputo della morte di Navalny. Il Fsin, l’ente carcerario russo, sostiene che l’ambulanza è arrivata la mattina, sei minuti dopo il malore di Navalny e che per mezz’ora medici e paramedici abbiano tentato di rianimarlo. “Penso che Navalny sia morto molto prima dell’ora annunciata ufficialmente”, conclude il detenuto sentito dal giornale russo. “Molto probabilmente ieri sera”. Ovvero il 15 e non il 16 febbraio.
Telecamere sparite o fuori uso
Il sistema carcerario russo deriva dai lager nati in Sudafrica al tempo delle guerre boere, messi a punto nell’ Urss di Stalin e perfezionati dalla Germania nazista. Il regime è più severo che non nelle attuali carceri europee. E le strutture sono fisicamente diverse. Tra le “baracche” dove dormono i detenuti, l’area punitiva dove si trova la micro-cella che ospitava Navalny, e le recinzioni murarie esterne, c’è la cosiddetta “zona”, dove i prigionieri non in punizione possono circolare per buona parte della giornata. Naturalmente, la “zona” è piena zeppa di telecamere.
I redattori della Novaya Gazeta che, come ci dice il direttore Kirill Martinov, “purtroppo hanno una vasta esperienza nella lotta contro le autorità per il rilascio dei corpi di giornalisti e politici assassinati”, hanno subito chiesto accesso alle registrazioni video per poter capire cosa è davvero successo tra il 15 e il 16 febbraio nella colonia penale di Kharp. Ma, ovviamene, c’è un problema. Vedi caso, nelle ore precedenti e seguenti la more di Alexei Navalny molte delle telecamere del Fsin in quella struttura carceraria non funzionavano, secondo quanto afferma la Ong russa specializzata in diritti dei detenuti, Gulagu.net. Che ha potuto visionare un rapporto in merito redatto dalla direzione del Fsin della regione autonoma di Yamal-Nenets, dove si trova la colonia penale di Kharp.
Secondo una fonte di Gulagu.net, due giorni prima della morte di Navalny sono arrivati nel carcere agenti dell’Fsb, il servizio di sicurezza interna erede del Kgb sovietico, ed hanno spento o smantellato i dispositivi di ascolto e le telecamere “che avrebbero potuto registrare quello che è successo ad Alexei Navalny tra il 15 e il 16 febbraio”.
(da Fanpage)

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LE ULTIME ORE DI NAVALNY PRIMA DI MORIRE

Febbraio 18th, 2024 Riccardo Fucile

LA “PASSEGGIATA” A – 40 GRADI, LE TELECAMERE ROTTE E IL CORPO NASCOSTO

Fino a due giorni prima di morire, Alexei Navalny li ha trascorsi in una cella di massimo isolamento del carcere di Kharp, oltre il circolo polare artico. L’Ik3 è l’istituto penitenziario russo più a Nord, ricostruito nel 1961 sulle rovine di un gulag di Stalin. Viene chiamato «Lupo polare», intorno solo tundra ghiacciata da un lato e gli Urali dell’Artico dall’altra. Nella vicina città di Kharp ci sono quasi solo famiglie di dipendenti del carcere, tra guardie e impiegati. Nella cella di massimo isolamento Navalny era finito per la ventisettesima volta da quando è stato arrestato, secondo il conteggio dei suoi collaboratori citato dal Messaggero. Il dissidente russo aveva passato 295 giorni in punizione, su 1126 passati in carcere. Lo scorso dicembre, lo stesso Navalny aveva fatto dei cenni a quel loculo ghiacciato e umido che in inverno non ha mai luce: «Quando guardo dalla finestra è notte – aveva scritto sui social quando ha fatto sapere di essere stato trasferito – poi sera, poi di nuovo notte». Lo scorso 14 febbraio è tornato in cella, dopo 15 giorni di isolamento.
Le telecamere fuori uso
Fino al giorno prima, Navalny veniva descritto in buona salute. Il giorno dopo, il 16 febbraio, secondo le autorità russe sarebbe stato colpito da «sindrome da morte improvvisa». Ai suoi collaboratori, ricorda il Corriere della Sera, aveva raccontato che l’ora d’aria gli veniva concessa alle 6.30 del mattino, cioè il momento più gelido della giornata a Kharp. La versione ufficiale indica invece le 13 come l’ora del malore, avvenuto «durante la passeggiata» nel minuscolo cortile di 12 metri quadri a -40, con addosso al massimo un cappotto. Un detenuto ha confidato a Novaya Gazeta che già nella notte tra il 15 e il 16 febbraio nel carcere c’era un certo via vai. Come se fosse successo qualcosa di grave, con i detenuti riportati tutti nelle loro celle. Difficile che emergano altri dettagli, visto che anche le telecamere di sorveglianza da giorni pare fossero fuori uso.à
L’avvelenamento
C’è anche l’ipotesi avanzata da più parti dell’avvelenamento, come già accaduto ad altri dissidenti politici e nemici giurati di Vladimir Putin. Lo ribadisce anche il sito di opposizione, Sota, secondo cui da almeno quattro mesi Navalny era vittima di un lento avvelenamento. Un’eventuale conferma pare al momento improbabile, visto che a svolgere l’autopsia saranno esclusivamente operatori sotto gli ordini del Cremlino. E il corpo di Navalny non sarà restituito alla famiglia fino alla fine delle indagini, come hanno ribadito le autorità russe. Sempre che venga mai consegnato.
(da repubblica.it)

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NON E’ OBBLIGATORIO ESSERE DEMOCRATICI

Febbraio 18th, 2024 Riccardo Fucile

L’IPOCRISIA DELLA LEGA SUL CASO NAVALNY

Sono scarso in dietrologia, ma sarei curioso di capire perché la Lega, con un dispaccio Ansa di mezza riga, annuncia che manderà una sua delegazione alla manifestazione romana in memoria di Navalny.
Colpo di mano dei “moderati” contro il Salvini? Mossa del Salvini per darsi una patina di rispettabilità democratica?
Visti i precedenti, non sarebbe più onesto rivendicare la simpatia per l’autocrate, l’equidistanza (eufemismo) sul conflitto con l’Ucraina, l’indifferenza di fronte alla repressione dell’opposizione e della libertà di stampa in quel grande e infelice Paese, il cui regime avvelena e uccide i nemici interni come nelle corti medievali?
Non è mica obbligatorio, essere democratici. Il Salvini e i suoi sottoposti (in prima fila il Crippa) danno la netta impressione di fingersi tali solo per convenienza o per ipocrisia, o peggio perché non hanno la forza morale, politica e culturale di sostenere a viso aperto: la democrazia non ci piace, l’Europa non ci piace, l’Occidente è decadente e vizioso, meglio la vigorosa figura di un Capo che rimette le cose a posto, alzando la croce della Tradizione contro la deriva morale.
Più schietto del Salvini è il prete Cirillo, che dice a chiare lettere che chi entra in Europa sarà obbligato a celebrare il gay-pride, e lancia il suo anatema senza fare finta di essere tollerante, o addirittura democratico.
Bravo Calenda che, su questo punto, non arretra di un passo, e rinfaccia al Salvini nient’altro che le sue idee politiche professate lungo gli anni.
Nella manifestazione in morte di Navalny, la presenza della delegazione leghista sarà una specie di curiosità esotica. Gli allibratori pagheranno quotazioni altissime per chi scommette sulla presenza del Salvini in persona.
(da repubblica.it)

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PERCHE’ I PICCOLI AGRICOLTORI NON SALGONO SUL “TRATTORE” DELLA PROTESTA

Febbraio 18th, 2024 Riccardo Fucile

LE MICRO-IMPRESE SONO PIU’ AVANTI E NON VIVONO DI SUSSIDI: “LA TRANSIZIONE ECOLOGICA E’ GIA’ DENTRO IL NOSTRO LAVORO”

Siamo forse abituati a pensare l’agricoltura come unica entità, ma le proteste in atto nelle strade italiane in questi giorni svelano quanto in realtà il mondo agricolo sia composito.
Gli agricoltori che hanno deciso di scendere in strada coi trattori appartengono al circuito agricolo industriale. Si tratta di quelle produzioni intensive, orientate allo sfruttamento dei terreni in modo da massimizzare le produzioni, quella che oggi chiamiamo “agricoltura convenzionale”. Per oltre 50 anni le politiche agricole nazionali ed europee hanno incoraggiato questa modalità di coltivazione e allevamento, che all’epoca doveva sembrare innovativa e all’avanguardia e che oggi ha rivelato tutti i suoi limiti, dal punto di vista della sostenibilità ambientale, della salute dei suoli e della salubrità del cibo prodotto. Questi agricoltori protestano perché le nuove norme scombineranno via via le regole del gioco a cui sono abituati e non sono pronti. Per tutti questi anni le loro principali fonti di formazione e aggiornamento professionale sono stati corsi e consulenze erogati da aziende produttrici di mangimi, fertilizzanti e pesticidi con precisi interessi commerciali e non particolarmente inclini alla transizione ecologica
Nondimeno, sebbene i finanziamenti legati alla PAC abbiano indubbiamente supportato il settore fino ad ora, hanno anche avuto l’effetto collaterale di drogare il mercato dei beni agricoli, consentendo di soprassedere ai prezzi iniqui dettati dall’industria e lasciando le aziende agricole prive di quella cultura imprenditoriale che permette alle imprese di altri settori di far fronte ai cambiamenti con maggiore elasticità. Il risultato è una protesta reazionaria contro il Green Deal e le politiche agricole comunitarie.
Poi ci sono quelli che in silenzio sono rimasti a guardare, non condividendo del tutto le ragioni della protesta. Sono l’agricoltura di quelle micro-imprese rispettose dell’ambiente e degli animali, che non sono interessate dalla transizione ecologica perché il loro approccio è già dentro quei cardini.
Per capire meglio il sentire di queste piccole ma numerose realtà sparse in tutto il territorio, ho sottoposto ai membri dell’Associazione delle Casare e dei Casari di Azienda Agricola un breve sondaggio. Dall’indagine è emerso che queste aziende, pur appartenendo al mondo agricolo, per il 94% non si sentono rappresentate dalla protesta in corso o lo sono solo in parte. In particolare circa l’80% si dichiara in disaccordo con le istanze contro il Green Deal, è quindi favorevole alla riduzione dei pesticidi e alla transizione ecologica. Alle micro-imprese agricole di filiera corta sembrano interessare maggiormente incentivi alle produzioni sostenibili, l’attenzione alla concorrenza sleale derivata dalle importazioni da paesi con regole diverse e soprattutto la riduzione del carico burocratico.
La percezione generale è che nonostante le ingenti risorse economiche destinate ai grandi produttori, il settore agricolo sia stato a lungo “trascurato” sia dalle politiche che dalla nostra cultura in generale. A partire dall’idea che il mestiere dell’agricoltore potesse essere adatto anche a chi non aveva particolare inclinazione allo studio fino al valore economico che siamo disposti a dare al cibo. Oggi come non mai tutti noi abbiamo bisogno di invertire questa tendenza: la produzione di cibo necessita di persone formate e capaci, in grado di far fronte alle sfide che il settore deve affrontare.
Se dovessi formulare richieste all’Unione Europea, chiederei politiche orientate a gratificare le aziende virtuose, un sistema di conoscenze condiviso e strumenti utili alle imprese per procedere nella transizione verde con consapevolezza.
(da agenzie)

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INFORTUNI SUL LAVORO, SETTE SU DIECI ACCADONO IN SUBAPPALTO

Febbraio 18th, 2024 Riccardo Fucile

IL TREND E’ IN CONTINUO AUMENTO; INCREMENTO DEL 4%

La logica del subappalto è strettamente legata al massimo ribasso. L’azienda che ha ottenuto la commessa delega parti dell’opera ad altre ditte, che con propri mezzi e maestranze realizzano il lavoro subappaltando a loro volta l’intervento ad altri soggetti, così avanti fino all’infinito. Ma tutte le parti chiamate in causa devono ovviamente fare profitto, e per riuscirci risparmiano sulla qualità, ricorrono al lavoro nero e ignorano le norme di sicurezza. La Fillea Cgil, il sindacato dei lavoratori delle costruzioni, stima che il 70% degli infortuni nei cantieri avviene in regime di subappalto. La cronaca, purtroppo, conferma giorno dopo giorno i rischi che gli operai vivono in settori come le costruzioni e l’agricoltura, tra i più pericolosi guardando le tabelle dell’Inail. Il crollo del cantiere all’ex panificio militare di Firenze ha coinvolto i lavoratori in subappalto, come era successo ad agosto dell’anno scorso per la strage ferroviaria di Brandizzo, o per il crollo della gru a Torino a dicembre 2021.
«Nei cantieri l’Inail registra l’81% degli infortuni gravi e mortali dell’edilizia privata, partendo da questo dato noi abbiamo stimato su un campione di 100 infortuni che oltre il 70% avviene nel primo o nel secondo livello di subappalto», spiega Alessandro Genovesi, segretario della Fillea Cgil. «Ci sono più di 65 mila imprese che dichiarano zero dipendenti, il che vuol dire che è tutto subappaltato, ci sono vere e proprie squadre di persone originarie della Romania e dell’Egitto, ma anche tanti italiani, che lavorano a cottimo», continua Genovesi che aggiunge: «Poi è sempre più evidente il fenomeno delle imprese individuali, ovvero operai che non vengono assunti ma costretti ad aprire la Partita Iva e presi in subappalto per realizzare l’impianto elettrico o la colata di cemento».
Tagli alla sicurezza
Le denunce di infortuni nelle costruzioni sono in costante aumento, l’Inail ne conta oltre 32.700 nel 2020, quasi 39mila nel 2021 e 40.135 nel 2022. Nel 2023 i risultati provvisori segnano un incremento del 4,1%. «Il subappalto ha una funzione specifica dal punto di vista imprenditoriale ed economico, serve a far fare dei lavori a delle ditte specializzate, ma nella prassi dei cantieri edili è diventato un modo per parcellizzare il lavoro», ricorda il magistrato Bruno Giordano, ex capo dell’Ispettorato nazionale del lavoro. «E questo è economicamente paradossale perché più sono le imprese e più sono i passaggi in cui qualcuno deve avere un legittimo profitto: se un’azienda delega il lavoro ad altre 30 imprese, tutte ci devono guadagnare. Il subappalto non accompagnato da una specializzazione è un modo per abbattere i costi distribuendo il lavoro a imprese sempre più piccole», continua. «Perciò le aziende scaricano sui lavoratori più deboli i costi della sicurezza. La ditta che entra nella commessa spesso ricorre al lavoro nero e cerca di realizzare l’opera il più velocemente possibile, con una qualità scarsa». A chi in questi giorni dice che il subappalto a cascata è stato reintrodotto nel Codice degli appalti su richiesta dell’Unione europea – perché il divieto era in contraddizione con i principi di parità di trattamento – Giordano risponde così: «L’Europa non ha chiesto di liberalizzare tutti i subappalti all’infinito, che è quello che è successo. Non ci ha chiesto di violare la sicurezza ammazzando gli operai. Rendere lecito il subappalto a cascata nei lavori pubblici non può far venire meno le normative in materia di sicurezza. Dire “dovevamo farlo” non significa uccidere le persone sotto tonnellate di cemento armato».
Pochi controlli
Le ispezioni in Italia sono poche, l’Istituto nazionale del lavoro è ancora sotto organico e la Fp Cgil rilancia una stima choc: «Un’azienda viene controllata una volta ogni 14 anni». Giordano, da ex capo dell’Ispettorato, racconta le difficoltà nel fare i controlli in presenza di subappalti: «Quando si arriva nei cantieri gli operai scappano perché sono irregolari o stranieri, molte volte per fare le ispezioni è necessario andare con i carabinieri e accerchiare il cantiere». Quando le verifiche vengono fatte i lavoratori irregolari trovati arrivano al 90%: «Vuol dire che in molti cantieri è la regola non essere in regola. Se non si fanno controlli, e purtroppo se ne fanno troppo pochi, si gode di un senso di impunità», sottolinea il magistrato.
Morire di subappalto
A Brandizzo persero la vita 5 persone per un subappalto da meno di mille euro. Come loro tre lavoratori rimasero vittime del crollo della gru a Torino. E ancora, altre tragedie. A dicembre, a La Spezia, un ragazzo egiziano di 24 anni è caduto da quasi dieci metri di altezza e sopra di lui è piombato il pannello su cui stava lavorando all’interno di un’azienda agricola. A Monopoli, nel maggio scorso, due operai di 64 e 62 anni rimasero sepolti sotto le macerie in uno scavo di un impianto fognario. A novembre un operaio di 59 anni fu colpito da una pala meccanica nel polo petrolchimico di Ravenna. È la spoon river dei morti sul lavoro, un’emergenza terribile e quotidiana che sembra non finire mai.
(da agenzie)

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LE VITTIME DEL CROLLO DEL CANTIERE ESSELUNGA, MOHAMED E GLI ALTRI TRASFERTISTI DEL CEMENTO: “SU E GIU’ PER L’ITALIA PER UN PUGNO DI EURO”

Febbraio 18th, 2024 Riccardo Fucile

IN LACRIME IL PADRE DI MOHAMED EL FERHANE, 24 ANNI: “ERA SOLO UN RAGAZZO…”

Il più giovane aveva 24 anni. «Era solo un ragazzo — sussurra il padre in lacrime davanti al cantiere — il mio ragazzo. E gli è crollato tutto addosso». Si chiamava Mohamed El Ferhane, era originario del Marocco, e come i suoi colleghi operai morti nella strage del cantiere Esselunga a Firenze, abitava nel bresciano. Da due anni e mezzo stava a Palazzolo sull’Oglio. Quelle vittime straniere, provenienti tutte dal nord Africa, dopo un giorno di scavi senza sosta tra le macerie hanno ritrovato finalmente un nome. Un’età. E una storia. Erano trasfertisti, si spostavano su e giù per l’Italia spediti in nuovi cantieri da costruire. Se riuscivano, mettevano da parte qualche soldo che poi spedivano in patria per mantenere le famiglie. Lo faceva Taoufik Haidar, 43 anni, anche lui a lungo a Palazzolo sull’Oglio prima di spostarsi a Chiuduno in provincia di Bergamo.
«Un gran lavoratore» raccontano dalla sua cittadina. Da un paio di mesi aveva cambiato ditta. Viaggiava settimana dopo settimana. E poi inviava parte dello stipendio alla moglie e i due figli, di 12 e 9 anni, in Marocco. «Mi ha mandato un messaggio vocale venerdì alle 6.40 — dice suo cugino — . Stava per entrare in cantiere. Mi ha detto “Stasera torno. E poi sabato ci vediamo”. Invece è morto». La sera del crollo, la sorella e il nipote di Taoufik, entrambi residenti a Perugia, sono stati avvisati. E ieri mattina sono corsi a Firenze. Sono arrivati anche altri amici e colleghi dal nord Italia. «Lui era una brava persona — racconta suo nipote — . Non so come possa stare mia mamma, il dolore che prova non si può spiegare».
Haidar conosceva bene El Ferhane: erano nati nello stesso paese in Marocco e qui si erano ritrovati occupati per la stessa ditta. Dal loro paesino c’è chi li ricorda anche per la passione per il calcio, con le serate a festeggiare la loro nazionale durante i Mondiali di calcio. Mohamed Toukabri aveva invece 54 anni, radici tunisine, ed era partito da Genova prima di trovare la morte nel cantiere di Firenze. L’ultimo operaio disperso è stato identificata solo ieri: Bouzekri Rachimi, 56 anni e originario del Marocco. Ma il suo corpo, finito sotto il peso di tonnellate di macerie, ieri sera non era stato ancora recuperato. Venerdì mattina, poco prima delle 9, il gruppo degli operai stava facendo una colata di cemento. Poi quella trave, posta a 10-15 metri di altezza, ha ceduto ed è venuto giù tutto. Ogni cosa è stata travolta. Tre i feriti soccorsi. Poi una prima vittima, riconosciuta ed estratta dalle macerie: Luigi Coclite, 60 anni e già con gli occhi rivolti alla pensione. Gli mancavano una manciata di anni. Aveva una moglie, due figli, era originario dell’Abruzzo ma aveva casa da anni in provincia di Livorno. La magistratura ora svolgerà le indagini. Dovrà capire se gli operai nel cantiere, e in particolare vittime e feriti, avessero contratti a norma, anche come inquadramento e formazione. E nel caso dei tanti stranieri se possedessero la documentazione per stare in Italia. Sembra, dalle prime informazioni, che due di loro non avessero il regolare permesso di soggiorno. Un sospetto importante, che potrebbe indirizzare le indagini anche verso nuovi scenari. El Ferhane dicono suoi parenti, aveva fatto richiesta ma era ancora in attesa di ricevere il permesso. Alcuni sindacati raccontano anche di un fenomeno in Lombardia di permessi di soggiorno modificati, e intestati ad altri, per permettere anche ad alcuni irregolari di lavorare. Non è detto che questo il caso, ma verranno esaminate le posizioni di tutti. Come molti immigrati in Italia, anche le vittime di Firenze avevano trovato in questi anni un impiego nell’edilizia. A volte suggerendosi le ditte con i passaparola. Ultimamente erano occupati in due ditte tra Brescia e Bergamo, che avevano ricevuto in subappalto parte della costruzione del nuovo supermercato Esselunga. Accanto a loro, venerdì mattina alcuni dipendenti si sono salvati per caso. C’è chi è arrivato più tardi del solito nel cantiere. Un ragazzo poco più che ventenne è sfuggito alla morte perché quel giorno aveva scambiato la sua postazione con un altro che si era allontanato poco prima. «Io ho lavorato come carpentiere in Svezia, Austria, Francia — racconta il giovane fuori dalla medicina legale di Careggi, dove sono state portate le salme — . La sicurezza là c’era. In questo cantiere secondo me no». Il giorno dopo la tragedia davanti al cantiere sono arrivati amici e famigliari. Stretti uno accanto a l’altro. Le lacrime. Una frase ripetuta per tutta la mattina: «È troppo il dolore». Poi il viaggio all’obitorio. E la rabbia per la sicurezza. «Sono 20 anni che vedo cantieri. Qui c’era qualcosa che non andava — dice il cugino di Taoufik — . Mancavano i parapetti. Ho pensato a cosa sarebbe successo se il supermercato fosse stato aperto. Sarebbero morte centinaia di persone».
(da La Repubblica)

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IN ITALIA OGNI GIORNO QUATTRO PERSONE PERDONO LA VITA MENTRE SONO AL LAVORO: NEL 2023 LE MORTI BIANCHE SONO STATE 1485

Febbraio 18th, 2024 Riccardo Fucile

SOLO NEI PRIMI 50 GIORNI DEL 2024, DOPO LA STRAGE DI FIRENZE IN CUI ALMENO CINQUE OPERAI HANNO PERSO LA VITA, I MORTI SUL LAVORO SONO 181… IL 18% DI CHI RIMANE UCCISO DURANTE IL PROPRIO TURNO LAVORA NELLA CATEGORIA DELLE COSTRUZIONI

Una strage continua che miete quattro morti al giorno. È quella che si consuma quotidianamente in Italia, semplicemente andando a lavorare. Una strage silenziosa che solo nel 2023 ha causato 1.485 caduti: più di 4 al giorno, tra decessi sul luogo di lavoro e quelli in itinere, vale a dire nel percorso da e verso il posto di lavoro.
Ed è così da almeno quindici anni, da quando l’Osservatorio Nazionale morti sul lavoro di Bologna è stato creato su iniziativa di Carlo Soricelli (metalmeccanico in pensione e artista sociale), che nel 2008 ha fondato questo centro studi per ricordare le sette vittime della ThyssenKrupp di Torino morte nel tragico incidente del 6 dicembre 2007 con un monitoraggio permanente da oltre 30mila ore di lavoro volontario.
Il dramma di Firenze ha riportato i riflettori su questa strage continua, le cui proporzioni vanno ben oltre i dati ufficiali e quelli forniti dall’Inail, riguardanti solo i lavoratori regolari: i casi mortali denunciati nel 2023 mostrerebbero una diminuzione del 4,5% rispetto al 2022, passati da 1.090 a 1.041 in seguito al calo dei decessi avvenuti proprio in itinere (da 300 a 242) nonostante l’aumento delle morti sul luogo di lavoro (da 790 a 799). Ma il caso è ben più ampio prendendo in esame tutti i lavoratori non riconosciuti come tali o magari finiti fuori statistica in quanto “figli del nero”, ma che in realtà incidono per circa il 35-40% del conteggio complessivo: secondo i dati raccolti dall’Osservatorio sono stati appunto 1.485 i lavoratori morti nel 2023, nel tentativo di non dimenticare nessuno andando oltre i soli contratti regolari. […] E da inizio anno il contatore non ha di sicuro smesso di girare: la strage di Firenze ha portato il numero dei lavoratori morti in Italia già a quota 140, che salgono a 181 considerando quelli scomparsi in itinere, in meno di cinquanta giorni anche in questo 2024 la media continua a fornire il drammatico dato di circa 4 morti al giorno (3,85).
Dal 1° gennaio 2008 al 31 dicembre 2023, solo in Italia, si contano 21.050 morti bianche, circa la metà (10.474) a causa di infortuni su luogo di lavoro, tutti gli altri in strada o itinere per un conteggio a cui potrebbero essere sfuggite molte altre vittime.
A tale proposito, il 18,4% dei morti tra i lavoratori regolari rientra nella categoria delle costruzioni, il 13,6% del trasporto e magazzinaggio, il 12,6% delle attività manifatturiere, l’8% del commercio all’ingrosso e dettaglio, riparazione di autoveicoli e motocicli, il 28,4% in settori economici non determinati. Nel 2023, secondo i dati forniti dall’Osservatorio Nazionale morti sul lavoro, una sola provincia italiana è riuscita a chiudere l’anno senza registrare alcun morto sul lavoro: è quella di Livorno. I numeri assoluti invece riguardano la regione Lombardia come quella più colpita: 123 i morti sul luogo di lavoro che salgono a 185 considerando quelli in itinere. Poi il Veneto con 142, la Campania con 124, la Puglia con 122, Lazio ed Emilia Romagna con 112.
(da agenzie)

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