Febbraio 29th, 2024 Riccardo Fucile
L’ARTICOLO DI CAZZULLO SU LUCA DE CARLO, CANDIDATO MELONIANO A GOVERNATORE DEL VENETO
Mi domando che Paese siamo diventati, se un sindaco di una
grande città che si candida a governare la sua Regione può dichiarare di non essere antifascista. Sento dire: basta con questo fascismo, è roba d’altri tempi, parliamo di turismo, di tasse aeroportuali, dei problemi della Sardegna.
Appunto: bastano due, ovvie parole — «sono antifascista» —, e così ci si può confrontare liberamente sulle questioni attuali
Leggo che al posto di Luca Zaia — ottimo amministratore di centrodestra, rieletto nel 2020 con quasi l’80% — dovrebbe andare un signore che festeggia (o festeggiava) il compleanno di Mussolini, da lui chiamato confidenzialmente «zio Benny». In Germania se festeggi il compleanno di Hitler ti mandano in galera; in Italia ti fanno presidente del Veneto. (Il Duce e il Veneto mi rievocano un ricordo d’infanzia. In una casa di amici sul Garda incontrai un uomo anziano che si chiamava come me, Aldo, e aveva le gambe di legno. Le gambe vere le aveva perdute a 19 anni in Grecia, congelato come altre migliaia di alpini, in una guerra d’aggressione che fu un crimine contro il popolo greco e, viste le condizioni in cui fu condotta, anche contro il nostro stesso popolo. Quel signore aveva condotto una vita mutila ma dignitosa: il suo cruccio era di non aver mai trovato moglie, non aver avuto figli. Non chiamava il Duce zio Benny, e non ne festeggiava il compleanno).
(da Il Corriere della Sera)
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Febbraio 29th, 2024 Riccardo Fucile
UN CASO MONTATO AD ARTE CHE IN UN PAESE CIVILE DOVREBBE PORTARE ALL’INCRIMINAZIONE DI CHI HA COSTRUITO LA CATENA DELLE TESTIMONIANZE PILOTATE E FASULLE
Dopo quasi 7 anni dall’inizio del procedimento, la procura di Trapani cambia idea e chiede l’archiviazione per i quattro membri dell’equipaggio di Iuventa, la nave dell’Ong tedesca Jugend Rettet, accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, oltre al dissequestro della nave.
A sua volta il governo italiano, che si era costituito parte civile e aveva chiesto un risarcimento, si è rimesso alla decisione del tribunale e ha abbandonato l’udienza svoltasi ieri. È andato in scena mercoledì l’ultimo atto di quello che le organizzazioni non governative hanno definito come «il più imponente e costoso» dei procedimenti intentati contro i soggetti che si occupano di soccorso in mare.
Il caso Iuventa nasce nell’estate del 2017, quando l’allora governo guidato da Paolo Gentiloni, con ministro dell’Interno Marco Minniti, vara il cosiddetto “codice di condotta” per le Ong impegnate nel soccorso in mare. La Ong, tedesca, insieme ad altre organizzazioni, non firma e il successivo 2 agosto viene sottoposta a sequestro per «assistenza alla migrazione illegale» e collusione con i trafficanti, durante tre diverse operazioni di salvataggio avvenute durante il 2016 e il 2017. «Ci sono gravi indizi di colpevolezza» disse l’allora procuratore Ambrogio Cartosio. La Procura di Trapani ha chiesto ieri il non luogo a procedere, perché il fatto non costituisce reato. Il giudice si è riservato la decisione. Secondo l’accusa gli indagati non avrebbero prestato soccorso ai profughi ma avrebbero fatto loro da tramite, trasbordandoli dalle navi dei trafficanti libici e consentendo poi agli stessi, una volta presi a bordo i migranti, di tornare indietro indisturbati.
Immediata la reazione della società civile, accusata per anni, anche con i governi successivi, da forze come la Lega, Fratelli d’Italia e lo stesso Movimento 5 Stelle, di agire come “taxi” del mare.
«La Iuventa non avrebbe mai dovuto essere confiscata – ha affermato Sascha Girke, imputato di Iuventa – e le persone non sarebbero dovute essere lasciate a morire. Ora il tribunale di Trapani ha l’opportunità di fermare il tossico effetto di questa criminalizzazione della solidarietà, una situazione che non avrebbe mai dovuto essere permessa». Per un’altra imputata, Kathrin Schmidt, «dobbiamo essere chiari: le persone in movimento continuano ad affrontare una repressione sistematica e incarcerazioni di massa. Nessuno sarà libero finché tutti saranno liberi».
L’accusa, hanno spiegato i legali della difesa, ha «ammesso la mancanza di credibilità dei principali testimoni e l’assenza di prove che dimostrino l’esistenza di un illecito da parte degli imputati».
Gli avvocati hanno ricordato peraltro di aver presentato una mozione già nel 2019, chiedendo l’archiviazione dell’indagine, fornendo «tutte le prove e il materiale su cui l’accusa sta ora basando la propria decisione, a distanza di anni. Mi sento – ha detto Dariush Beigui, uno degli imputati – sollevato e triste allo stesso tempo. Se la Procura avesse esaminato le prove fin dall’inizio, non sarebbe mai stata autorizzata a sequestrare la Iuventa e ci sarebbero stati risparmiati 7 anni di stress. Un occhio piange, l’altro ride»
«Siamo soddisfatti» ha detto Francesca Cancellaro, legale degli imputat, ma «non è così che funziona uno stato di diritto. Le accuse dovrebbero essere formulate solo dopo un’indagine approfondita e la raccolta di tutte le prove disponibili. Iniziare un processo senza le dovute basi è ingiusto e comporta un onere indebito per gli imputati».
(da Avvenire)
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Febbraio 29th, 2024 Riccardo Fucile
I MANIFESTI APPARSI IN DIVERSE CITTA ITALIANE
Questa mattina alcune città italiane sono state tappezzate con
dei poster che mostrano i disastrosi effetti del cambiamento climatico.
Sono immagini realizzate con l’intelligenza artificiale e che ci mostrano come potrebbero essere le città europee tra qualche anno, se non verranno messe in campo efficaci politiche di contrasto al cambiamento climatico.
Si vede ad esempio Roma diventare una città del deserto: “Se l’Italia non cambia, il clima cambierà l’Italia”, si legge. Un monito chiaro: se non si riesce a contenere il riscaldamento globale e invertire la rotta, il nostro Paese non si troverà presto più in una fascia di clima temperato, ma dovrà affrontare condizioni più simili a quelle tipiche dell’altra sponda del Mediterraneo, quelle del deserto.
Oppure, in un altro poste ancora, si vedono i famosi canali di Amsterdam completamente essiccati, un effetto della siccità. In questo caso si legge: “Se l’Europa non cambia, il clima cambierà l’Europa”. I poster affissi in lungo e in largo nelle principali città italiane non portano una firma, non sono ancora stati rivendicati da associazioni o partiti politici: è chiaro però che fanno parte di una campagna che esige politiche più incisive di contrasto al climate change. E il fatto che siano state incluse città europee, fa pensare che l’orizzonte sia quello del voto per il rinnovo del Parlamento Ue, in calendario il prossimo giugno.
el resto, in un angolo di questi poster si legge anche “Per cambiare osa!”, affiancato dal sito “iovadoavotare.eu”.
Un’altra delle città ritratte in questi poster è Pisa, completamente allagata: si vede la famosa torre emergere da una radura inondata, forse per effetto delle piogge torrenziali sempre più frequenti in un clima che, anche alla nostra latitudine, si sta tropicalizzando.
E ancora, in un altro poster ancora si vede Venezia sommersa, in conseguenza dell’innalzamento del livello del mare, causato a sua volta dall’aumento delle temperature e dallo scioglimento dei ghiacciai.
In queste immagini non si vedono solo le conseguenze del cambiamento climatico sul territorio, ma anche quelle sociali. Viene ad esempio ritratta una via di Milano piena zeppa di persone accampate in delle tende. Uno degli aspetti forse meno discussi del climate change è del resto lo stretto rapporto tra giustizia climatica e sociale: in una realtà dove le risorse naturali vengono spolpate e dove le emissioni inquinanti innescano eventi climatici estremi, la ricaduta economica sarà brutale. E chi ne risentirà, ancora una volta, saranno i più vulnerabili.
(da Fanpage)
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Febbraio 29th, 2024 Riccardo Fucile
DOPO LO SCOPPIO DELLA GUERRA IN UCRAINA, LE GRANDI AZIENDE ENERGETICHE HANNO AUMENTATO I MARGINI DI PROFITTO PER TUTELARSI E ADESSO NESSUNO VUOLE TAGLIARLI…PER LUCE E GAS SI SPENDE IN MEDIA IL 48% IN PIÙ RISPETTO AL 2021
Il prezzo del gas è tornato ai livelli di maggio 2021, quando l’Europa (e l’Italia) ancora combatteva contro il Covid tra lockdown e zona rosse. Il prezzo dell’elettricità però è ancora molto più alto rispetto a tre anni fa: per luce e gas si spende, in media, il 48% in più. Se allora luce e gas erano commodities, oggi sono un problema per migliaia di famiglie al punto che nel 2022 le famiglie in povertà energetica erano 2 milioni. Basti pensare che secondo l’Osservatorio Italiano sulla Povertà Energetica, nel 2022 c’è stato un rincaro di 500 euro rispetto al 2021, che ha spinto la spesa annua media per energia elettrica e riscaldamento delle famiglie a 1.915 euro.
Un +32%, secondo l’analisi Oipe, a fronte di prezzi al consumo cresciuti del 50% e del 34,7%, rispettivamente per energia elettrica e gas. Per il solo riscaldamento, invece, la spesa è salita del 29%, moderata anche dall’aumento generale delle temperature. «Con la ripresa della domanda industriale e lo scoppio della guerra i costi e rischi finanziari per gli operatori sono esplosi. Abbiamo dovuto aumentare i margini per coprirci e adesso nessuno vuole tagliarli» rivela il manager di un’importante azienda energetica del nord Italia
L’aumento delle bollette è confermato dai dati raccolti dall’Osservatorio Segugio.it che evidenziano due trend marcati. Il primo: drastico aumento della quota fissa delle bollette, ovvero l’importo che può essere considerato come un canone mensile richiesto dai fornitori. Il secondo: l’incremento del prezzo materia prima per le tariffe bloccate rispetto a quelle indicizzate.
«Prima la quota fissa valeva pochi euro, oggi si paga 10-12 euro al mese ed è aumentata del 24% per la luce e del 48% per il gas» dice Paolo Benazzi, responsabile Utilities di Segugio.it che poi aggiunge: «I fornitori hanno aumentato il valore della quota fissa, più dell’inflazione, per assicurarsi un margine di guadagno a difesa delle oscillazioni del mercato».
E adesso che il mercato del gas è entrato in fase ribassista non hanno intenzione di tornare indietro. Certo, la stabilità delle quotazioni ha fatto tornare di moda le tariffe a prezzo fisso, ma restano meno convenienti di quelle indicizzate: in assenza di una penale di recesso, gli operatori sono restii a garantire condizioni più vantaggioso. Anche perché a ogni contratto deve corrispondere un acquisto di gas e nessuno vuole impegnarsi correndo il rischio che il consumatore cambi fornitore all’improvviso
(da La Stampa)
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Febbraio 29th, 2024 Riccardo Fucile
NEL CURRICULUM DI FERA NON C’È TRACCIA DI ESPERIENZE CON I MEDICINALI. NELLA SUA SCELTA PESA IL LEGAME STRETTO CON GEMMATO (ENTRAMBI SONO BARESI) E L’ANTICA CONOSCENZA CON GIORGIA MELONI
Un’Aifa sempre più pugliese, caratterizzata da alte dosi di
“amichettismo”. Da quando il farmacista e esponente di spicco di Fdi Marcello Gemmato è al ministero alla Salute come sottosegretario, si moltiplicano le nomine di suoi conoscenti. Ovviamente un occhio particolare Gemmato lo riserva all’agenzia del farmaco.
Visto che pochi giorni fa se ne è andato, sbattendo la porta, il presidente Giorgio Palù, al momento, come prevede lo statuto, il reggente è il consigliere di amministrazione nominato appunto dal ministero. Si tratta di Francesco Fera, barese pure lui, che è ritratto in una foto pubblicata alcuni anni fa dallo stesso Gemmato su Facebook insieme a colei che il termine “amichettismo” lo ha coniato di recente, cioè Giorgia Meloni. Però per gli altri.
Eppure, a giudicare dalla foto lei è buona amica di Fera, pure da molto tempo. Come spiega il sottosegretario nella didascalia, infatti, l’immagine risale a una decina di anni prima e l’occasione era proprio il compleanno di Fera.
La scena è ripresa a Putignano, dove viene fatto un brindisi di ritorno da alcune manifestazioni. Oggi, l’uomo che siede al tavolo tra i due politici sorridenti guida l’Agenzia del farmaco. Non si sa ancora per quanto tempo, dipende se il ministro alla Salute Orazio Schillaci deciderà di nominare un commissario straordinario oppure indicherà alle Regioni il nome che vorrebbe come nuovo presidente.
Perché Fera è stato scelto come membro del cda dell’agenzia regolatoria? Non certo per il suo curriculum. Di sanità si occupa da poco, dal 2019, quando è entrato all’Aress, l’agenzia regionale strategica per la salute e il sociale della Regione Puglia. Adesso è nell’area amministrativa, inizialmente era responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza.
Prima di arrivare all’agenzia pugliese, si è occupato di politiche giovanili, politiche europee, sistemi informativi, valutazione delle performance della pa e ancora altri temi. Da giovane è passato dalla onlus Modavi e tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010 per Novapuglia, agenzia nazionale per i giovani si è occupato dell’organizzazione a Bari del Meeting mondiale dei giovani promosso dal ministero della Gioventù. A quel tempo retto proprio da Giorgia Meloni.
Insomma, non c’è traccia di esperienza con i medicinali, anche se va detto i membri del cda non devono essere necessariamente dei farmacologi o dei medici. Anzi, spesso sono stati assessori regionali, esperti di diritto, tecnici che hanno lavorato al ministero. Tutte cose che comunque Fera non è. Evidentemente la sua amicizia con Gemmato e con Meloni ha giocato un ruolo che va oltre le conoscenze specifiche.
Con Fera sono due i pugliesi finiti dentro Aifa in ruoli di rilievo. Pochi giorni Gemmato ha infatti piazzato uno sconosciuto farmacista di Bari, Vincenzo Lozupone, dentro la nuova Commissione tecnico economica, cioè nel gruppo che decide sicurezza, efficacia e prezzi dei farmaci che entrano nel sistema italiano. Un lavoro difficile, da super tecnici.
(da La Repubblica)
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Febbraio 28th, 2024 Riccardo Fucile
MA PER “CONQUISTARE” IL DOGE, TOCCA RISOLVERE LA GRANA DEL TERZO MANDATO: CON UNA LEGGE DI RIORDINO DEGLI ENTI LOCALI: LE REGIONI DECIDERANNO SUL NUMERO DEI MANDATI… LA ”CONCESSIONE” CHE SI MATERIALIZZERÀ PER ZAIA SOLTANTO DOPO LA DETRONIZZAZIONE DI SALVINI DALLA GUIDA DELLA LEGA. DELLA SERIE: FRIGGERE IL “CAPITONE”, VEDERE CAMMELLO
La sconfitta del centrodestra in Sardegna è scivolata via indenne solo nella Fiamma Magica di Fazzolari – il braccio destro (e teso) della Melona insardinata l’ha derubricata, nel suo Mattinale, a “fatto locale”.
In realtà, l’inattesa vittoria di Alessandra Todde, profetizzata in solitudine solo da questo disgraziato sito in data 18 febbraio, ha lasciato ferite profonde nella maggioranza di governo, che si dimostra sempre più un pollaio di galletti in lotta tra loro.
Nel commentare la batosta sarda, Giorgia Meloni ha ammesso la sconfitta, mostrando un apparente rinsavimento nel post su X: “Le sconfitte sono sempre un dispiacere, ma anche un’opportunità per riflettere e migliorarsi. Impareremo anche da questo”.
Poi però, alla cena con la Stampa estera, tra un balletto che a molti ha ricordato la scomparsa premier finlandese Sanna Marin e una battuta romanesca, ha lasciato debordare quella sua arroganza al limite del patologico, mandando un chiaro “pizzino”: “Non bisogna mai sottovalutare la potenziale cattiveria di un buono, costretto a essere cattivo. La cosa che mi fa arrabbiare di più? La slealtà”. Il “pizzino” aveva come destinatario Matteo Salvini, il suo nemico più intimo.
La Sorella d’Italia, dopo aver ingoiato la sconfitta del suo Paolo Truzzu, maturata ai danni del decapitato Solinas, governatore uscente sostenuto dalla Lega, non pensa ad altro che alla vendetta, tremenda vendetta verso chi l’ha ruzzolare dall’altare alla polvere.
Alla fine, il suo piano per ristabilire l’ordine e restaurare il suo monumento ammaccato è questo: come indebolire, giorno dopo giorno, l’odiato Salvini fino a buttarlo fuori dalla leadership del Carroccio.
La strada da percorrere, secondo la Ducetta, è questa: una graduale erosione di consenso e credibilità all’interno della Lega, tramite un patto di ferro con quell’ala moderata, che da tempo non si riconosce più nella linea politica destrorsa del “Truce”.
Da Fedriga a Zaia, sono molti i “legaioli” che non comprendono, ad esempio, l’alleanza in Europa con i nazistelli di Afd, i rapporti (non solo familiari) con Denis Verdini, la tigna con cui Salvini spinge per costruire il ponte sullo Stretto di Messina (come se i voti la Lega li prendesse in Calabria e in Sicilia) e la probabile candidatura di un destrorso come il generale Vannacci alle europee.
Senza contare il già affondato progetto di trasformare la Lega Nord in un partito salviniano ad estensione nazionale. Un graduale cambio di pelle al fu Carroccio bossiano, che mette a disagio i leghisti della prima ora e delle “leghe” associate, rimasti a una concezione della politica localista.
Per nebulizzare Salvini all’interno della Lega, Melona ha bisogno di conquistare la fiducia dell’unico che può disarcionare il ministro dei Trasporti, cioè il governatore del Veneto, Luca Zaia. Un’alleanza, questa, che potrà cementarsi solo risolvendo l’ormai spinosissima questione del terzo mandato per i governatori.
Zaia, in più di un’intervista, ha mostrato la sua insofferenza per la scarsa attenzione al tema da parte della premier e di Fratelli d’Italia. Come riuscire, dunque, ad accontentare il Doge per coinvolgerlo nella “cospirazione” contro Salvini? Il progetto è quello di offrire in dote una legge di riordino degli enti locali che permetta alle Regioni di legiferare in autonomia sulla normativa elettorale.
Una concessione che, nell’idea della premier, si materializzerà soltanto dopo la detronizzazione di Salvini dalla guida della Lega. Della serie: friggere il “Capitone”, vedere cammello.
La premier ha un progetto politico chiaro: vuole proporre ai “democristiani” della Lega, tra i quali, oltre a Fedriga e Zaia, è incluso il ministro dell’Economia, Giorgetti, di portare avanti con Forza Italia un governo moderato, a guida Fratelli d’Italia, con una Lega a puntellare il Nord nel rispetto della tradizione bossiana di un partito attento alle istanze settentrionali.
Zaia per ora ha mangiato la foglia e, nel frattempo, sono stati mandati avanti a fare guerriglia contro Salvini i duri e puri del “Senatur”.
Ne è un esempio l’intervista, rilasciata oggi, dall’ex ministro della Giustizia, Roberto Castelli, a “Repubblica”, in cui viene consegnato un avviso di sfratto al fidanzato di Francesca Verdini: “La sua parabola è finita . Noi della vecchia Lega con le stesse percentuali avevamo un progetto forte, il federalismo, lui non ha nulla, ha la stessa identità politica di Meloni, è un doppione senza prospettiva».
Castelli poi ci mette il carico: “La prossima batosta sarà alle Europee, poi Salvini si chiuderà nel suo fortino. Sta venendo giù tutto, i militanti al Nord sono in subbuglio. Zaia? Aspetterà il redde rationem, a nuove elezioni politiche”.
Parallelamente alla manovra di disturbo tutta interna alla Lega, Giorgia Meloni, nel suo discorso alla stampa estera, ha affondato un altro colpo contro Salvini: nel suo sfogo quasi psicanalitico (“Avrei voluto fare la cantante ma sono stonata. Avrei voluto giocare nella nazionale di pallavolo, ma sono nana. Avrei voluto conoscere Michael Jackson ma è morto troppo presto”), la Ducetta ha usato, volutamente, la parola “nana”: è consapevole, la premier, che Salvini va in giro a sbertucciarla con l’epiteto poco affettuoso di “nana bionda”. Il chiaro riferimento allo sfottò del segretario della Lega è una scoperchiata di altarini. Della serie: caro Matteo, so che dici peste e corna di me in giro, ma me ne frego!
Il leader del Carroccio ha incassato queste affettuosità da parte della Regina della Garbatella, e prepara la sua contromossa.
Sotto sotto convinto che anche i domiciliari del cognato, Tommaso Verdini, e i nuovi guai del suocero Denis, non siano del tutto “casuali”, Salvini ha in mente di giocare le sue carte dopo il voto regionale in Abruzzo, previsto per il 10 marzo. L’ex truce del Papeete potrebbe chiedere al consiglio federale della Lega un mandato politico per chiarire con Giorgia Meloni lo stato di salute dell’alleanza con Fratelli d’Italia.
Anche perché, dopo il voto in Sardegna, con la vittoria a sorpresa del centrosinistra, si rischia una nuova batosta. Dopo l’effetto Todde, si è materializzato un traino psicologico per gli elettori: è divenuto più evidente che nessuna competizione elettorale è scontata e che ogni voto può cambiare anche lo scenario apparentemente più granitico.
In Abruzzo, fino a qualche mese fa, la rielezione di Marsilio era data per certa, con un distacco nei confronti del candidato del “campo larghissimo” (Pd+M5S+Calenda) di almeno 10-15 punti. Le ultime rilevazioni, invece, certificano un vantaggio del candidato della destra in una forchetta tra i 4 e i 5 punti percentuali.
A complicare la rielezione del fedelissimo di Giorgia Meloni (il secondo governatore di Fratelli d’Italia dopo il marchigiano Francesco Acquaroli), c’è una malcelata insofferenza dei camerati abruzzesi nei confronti dello stesso Marco Marsilio. Già quando fu eletto, nel 2019, fu vissuto come corpo estraneo al territorio perché nato a Roma, città in cui vive e ha continuato a vivere anche nei 5 anni da Presidente della Regione.
La speranza di Salvini, ambiziosa al limite della follia, è raggiungere il 10% di consensi in Abruzzo. Obiettivo complesso, forse dopato dal 27,5% raccolto alle regionali di 5 anni fa, e reso quasi irrealistico se si considera che in Sardegna il Carroccio si è fermato a un modestissimo 3,7%.
Ps. Giorgia Meloni non deve solo gestire le conseguenze della sconfitta politica in Sardegna, ma deve affrontare, e dovrà farlo ancora di più in futuro, le beghe derivanti dalla sua “intellighenzia”: il ceto riflessivo a cui si è affidata per dare un tono culturale alla sua destra (Gennaro Sangiuliano, Alessandro Giuli, Pietrangelo Buttafuoco), non sta ottemperando alla causa di Giorgia, ma si sta dimostrando una brigata di “maestri pasticcioni”.
Viste le gaffe di “Genny”, gli scivoloni di Giuli e i guai del musulmano Buttafuoco alla Biennale di Venezia (da ultimo, la questione del contestato padiglione Israeliano) la sora Giorgia si renderà conto che gestire il potere con una banda di fedelissimi e “yes-men” non porta molto lontano? Per consulenze, chiedere a Renzi e al suo “Giglio tragico”…
(da Dagoreport)
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Febbraio 28th, 2024 Riccardo Fucile
UN’INDAGINE COSTATA 3 MILIONI DI EURO, ACCUSE INFAMANTI SMENTITE DAI FATTI, ORA DOVRA’ ANCHE ESSERE RESTITUATA LA NAVE ORMAI DISTRUTTA… UN CONSIGLIO ALLE ONG: D’ORA INNANZI IL PRIMO COGLIONE CHE SI PERMETTE DI DEFINIRVI “D’ACCORDO CON I TRAFFICANTI” UNA BELLA QUERELA E RICHIESTA DI UN MILIONE DI EURO DI DANNI, NESSUNA PIETA’, DEVONO FINIRE A MENDICARE AGLI ANGOLI DELLE STRADE
Per le Ong (tutte) è una clamorosa vittoria soprattutto perché
arriva nell’unico processo in cui esponenti delle organizzazioni umanitarie e le stesse ong sono state portate alla sbarra con l’infamante accusa di aver soccorso migranti dietro accordi con le organizzazioni di trafficanti.
Sette anni dopo, al processo Iuventa (dal nome della nave umanitaria sotto sequestro e ormai distrutta dal 2017) è la stessa procura (quella di Trapani) ad arrendersi all’evidenza e a chiedere il non luogo a procedere contro tutti gli imputati “perché il fatto non costituisce reato”.
Dunque, ammettono anche gli accusatori, salvare vite in mare non è reato. Un assunto da sempre sostenuto dalle Ong e a cui, dopo un processo durato ben sette anni, intercettazioni senza regole tra indagati e avvocati, indagati e giornalisti, spese per milioni di euro, una nave umanitaria fatta andare in malora, decine di soccorritori tenuti sul filo dal 2017 ad oggi, anche i pm ammettono.
Il ministero dell’Interno, costituitosi parte civile contro le Ong, ha dichiarato che si rimetterà alla decisione del tribunale. La sentenza del processo, dopo le arringhe dei legali di parte civile e della difesa, è atteso per il 2 marzo.
La Procura ha chiesto anche la restituzione alla Ong tedesca della nave umanitaria sequestrata nel 2017 e ormai distrutta. “Che in 8 anni siano stati spesi 3 milioni di euro di denaro pubblico per perseguire persone che salvavano vite umane è ancora una vergogna – il commento a caldo di Iuventa crew – La richiesta non è vincolante per il giudice, ma è un passo nella giusta direzione”.
Dice Francesca Cancellaro, una degli avvocati di Iuventa: “Siamo contenti che la procura abbia cambiato idea dopo 7 anni. Tuttavia, non è così che funziona uno stato di diritto. Le accuse dovrebbero essere formulate solo dopo un’indagine approfondita e la raccolta di tutte le prove disponibili. Iniziare un processo senza le dovute basi è ingiusto e comporta un onere indebito per gli imputati”. “Oggi il governo, che aveva di fatto chiesto un risarcimento danni ai soccorritori, ha lasciato la decisione al tribunale e ha abbandonato l’aula”, aggiunge l’avvocato Nicola Canestrini.
(da agenzie)
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Febbraio 28th, 2024 Riccardo Fucile
IL CANDIDATO DC IN SOSTEGNO A TRUZZO, DOPO GLI AUDIO SESSISTI, HA PRESO SONO 27 VOTI
Non è servita a nulla la propaganda elettorale sessista in Sardegna fatta «con sei donne, tutto molto belle, che durante gli incontri mi sostengono e mi danno grande sollievo».
Pietro Pinna, 56 anni, ex militare in pensione, candidato gallurese alla carica di consigliere regionale tra le fila della Dc di Rotondi, ha infatti ottenuto soltanto 27 voti nella circoscrizione Olbia-Tempio.
Come conferma La nuova Sardegna, Pinna ha racimolato appena 21 voti a Olbia e il resto in un paio di altri Comuni. Pochi giorni fa, Gallura Oggi aveva pubblicato i suoi messaggi audio – girati ad amici e sostenitori galluresi – nei quali Pinna confidava loro di essere sempre accompagnato da ragazze vestite con minigonna, scollature e leopardate nei suoi vari incontri elettorali.
Ma non solo: il candidato della Dc aveva fatto inoltre sapere che «la gente trova l’attrazione durante i miei discorsi, seguono fino all’ultima virgola – si sentiva negli audio -. Ho fatto un incontro dove penso che qualcuno è tornato a casa e ha messo incinta la moglie». Messaggi che hanno scatenato forti reazioni tra gli elettori e che lo stesso ex militare aveva bollato come «una goliardata». La polemica, alimentata sui social, era finita anche all’attenzione del candidato alla presidenza del centrodestra, Paolo Truzzo, (sconfitto dalla pentastellata Alessandra Todde), che da subito ne ha preso le distanze.
(da agenzie)
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Febbraio 28th, 2024 Riccardo Fucile
“GLI ATTI DI INDAGINE DOCUMENTANO UNA VITA SOCIALE E DI RELAZIONE IMPEGNATIVA COMPORTANTE USCITE NOTTURNE, INCONTRI CON IMPRENDITORI, POLITICI E PUBBLICI FUNZIONARI CHE SEMBRANO SMENTIRE UNA CONDIZIONE DI SALUTE CRITICA”
Denis Verdini entra in carcere. Di nuovo. E stavolta ci ritorna
perché ha violato le prescrizioni dei domiciliari: stava scontando la pena definitiva a sei anni e mezzo per il crac dell ’ex Credito Cooperativo Fiorentino (Ccf). E dai domiciliari – secondo i giudici – continuava a fare il “Mr. Wolf ”della politica italiana, colui che tutto risolve, stavolta però nelle retrovie, tra i tavoli del ristorante “Pastation” del figlio Tommaso.
Perché a Roma, dove era stato autorizzato ad andare per le visite odontoiatriche, non ha resistito: partecipava a cene, parlava al telefono con soggetti estranei al suo nucleo familiare, incontrava dirigenti, politici e imprenditori. E così ieri il Tribunale di sorveglianza di Firenze ha deciso che deve tornare in carcere.
Mentre indagava sul figlio per altre vicende, la Guardia di Finanza aveva notato e ascoltato la presenza del buon padre di famiglia. Denis era stato autorizzato a seguire le cure dal suo dentista di fiducia nella capitale e dunque poteva dormire a casa del figlio. Una volta a Roma però gli investigatori lo hanno visto il 26 ottobre 2021 alle 20.30 al “Pa station” con il figlio, l’ex Ad di Anas Massimo Simonini, l’imprenditore ed ex politico Udc Vito Bonsignore e Fabio Pileri, socio di Tommaso nella Inver.
Si intratteneva in una saletta riservata dove viene rivisto il 30 novembre 2021: stavolta alla presenza del figlio, di Simonini e di Pileri, ma anche del sottosegretario leghista al Mef Federico Freni. E di nuovo l’11 gennaio 2022 Denis viene visto entrare a casa del figlio con Pileri e Simonini. Questi tre incontri sono costati all’ex senatore l’accusa di evasione.
A dicembre poi scattano i domiciliari per il figlio Tommaso per altre vicende: è indagato in un’inchiesta sui presunti appalti Anas pilotati. Anche Denis è iscritto per corruzione, ma non è raggiunto da misure. Per gli investigatori il 26 febbraio 2022 Verdini “viene costantemente informato telefonicamente delle attività della Inver”, il “30 marzo 2022 incontra Pileri”, con il quale conversa il 12 aprile, il 3 giugno e il 12 luglio 2022 (circostanze queste non contestate).
In udienza a Firenze, Denis ha detto che pensava “fosse lecito parlare con ‘soci’ e ‘conoscenti’ del figlio al quale aveva dato consigli per aiutarlo nella sua attività imprenditoriale, come un qualunque padre avrebbe fatto”. I suoi legali poi hanno spiegato che l’ex senatore oggi è ultrasettantenne e ha problemi di salute, come una “cardiopatia ischemica cronica”.
Per i giudici di sorveglianza “gli atti di indagine documentano una vita sociale e di relazione impegnativa comportante uscite notturne, incontri con imprenditori, politici e pubblici funzionari che sembrano smentire una condizione di salute critica quale quella descritta dal consulente”. Non solo. I giudici parlano di un “fondato dubbio (…) che le autorizzazioni richieste al Magistrato per svolgere le lunghe e ripetute cure dentarie a Roma fossero in realtà uno strumento per poter più facilmente eludere il vincolo delle prescrizioni”. E così Denis ieri è tornato in carcere, stavolta a Sollicciano.
(da Fatto quotidiano)
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