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GIORGIA È SOTTO OSSERVAZIONE: GLI ISPETTORI DELL’UNIONE EUROPEA SONO ARRIVATI A ROMA PER AGGIORNARE IL REPORT SULLO STATO DI DIRITTO IN ITALIA

Febbraio 12th, 2024 Riccardo Fucile

METTONO NEL MIRINO LE RIFORME DEL GOVERNO, A PARTIRE DAL PREMIERATO E DALLA LIBERTÀ DI STAMPA: LA COMMISSIONE È IN ALLARME PER L’AUMENTO DELLE QUERELE, PER LA RAI E L’ABUSO D’UFFICIO… SULLA “MADRE DI TUTTE LE RIFORME” C’È GRANDE PREOCCUPAZIONE

Questa volta non è l’opposizione a chiedere conto al governo delle sue decisioni sulle riforme che stravolgono la giustizia, la libertà dei media, la nostra Carta costituzionale. Ora entra in campo l’Europa. Perché oggi arrivano a Roma gli ispettori della Commissione Ue che si sono fatti precedere da un nutrito pacchetto di domande destinate a mettere in imbarazzo chi dovrà rispondere.
Diciannove quesiti su cui il governo sarà costretto a barcamenarsi. Tra via Arenula e Palazzo Chigi stamattina si svolgeranno i colloqui riservati tra i funzionari italiani ed europei per aggiornare il report sullo “Stato di diritto” nel nostro Paese. Gli interrogativi sono già sul tavolo. Eccoli, uno dopo l’altro. Tenendo a mente che nel 2023 l’Italia è già uscita male dall’esame europeo.
Il premierato
Grande preoccupazione emerge dalle domande degli esperti Ue sulla riforma costituzionale del governo Meloni, battezzata premierato. Chiede l’Europa: «Potete spiegare l’obiettivo di questa riforma e in quale modo migliorerà la situazione alla luce dei timori espressi da molti esperti?».
La giustizia azzoppata
L’Europa ci chiede cosa sta facendo l’Italia sulla separazione delle carriere. Perché il ministro Nordio la considera «necessaria e urgente »? E che passi avanti ha fatto rispetto all’anno scorso? Nulla sfugge alla Ue tant’è che vuole sapere a che punto è il provvedimento disciplinare di Nordio contro i giudici di Milano che avevano dato gli arresti domiciliari all’imprenditore russo Artem Uss. Ma l’Europa è preoccupata anche per la digitalizzazione dei processi.
Conflitto d’interessi
Conflitti d’interessi, lobby e finanziamento ai partiti: l’Europa vuole un aggiornamento politico e legislativo, e informazioni sulla proposta di M5S del 13 ottobre 2022 che giace in commissione Affari costituzionali. La Ue chiede se siano inclusi i deputati e se l’esecutivo intenda prevederli.
Abuso d’ufficio
L’Europa ha già espresso i suoi timori sull’abuso d’ufficio e sull’iniziativa di Nordio di cancellarlo, che poi ne ha parlato con il commissario Ue alla Giustizia Didier Reynders dicendogli che «nel codice penale italiano ci sono già molti reati di corruzione».§
Dubbi anche sulla riduzione del traffico d’influenze. Gli ispettori vogliono sapere «quali sono i prossimi passi legislativi e i tempi per l’entrata in vigore».
Chiedono come sarà coperta in futuro nel codice penale la cancellazione dell’abuso d’ufficio. Ma soprattutto chiedono «se questo passo ridurrà effettivamente la lotta contro la corruzione a tutti i livelli, inclusi i casi più gravi».
La nuova prescrizione
La Commissione vuole informazioni dettagliate sulla nuova prescrizione e sulle ragioni che hanno spinto il governo e il Guardasigilli a negare la norma transitoria per l’entrata in vigore . Non solo: vogliono conoscere «le conseguenze della nuova prescrizione sui processi per corruzione».
Le intercettazioni
L’Europa parte dalla decisione di proibire l’uso della microspia Trojan nelle indagini sulla corruzione e vuole sapere che conseguenze potrà comportare una scelta come questa. E proprio sulla corruzione l’Europa chiede anche le statistiche per verificare il trend dei fenomeni corruttivi degli ultimi anni.
Libertà di stampa
La Commissione è in allarme per l’aumento delle cause, anche promosse da esponenti politici, contro i giornalisti. E vuole conoscere se il governo pensa di introdurre «misure per proteggere i giornalisti dalle liti temerarie e la riservatezza delle fonti e il segreto professionale ».
La Commissione sa già che esiste la norma Costa, che vieta ai giornalisti di pubblicare l’ordinanza di custodia cautelare, un atto di cui per la stampa resta solo il riassunto. Qui l’Europa pone molti interrogativi e chiede a Nordio se può fornire «ulteriori informazioni sul contenuto di questa iniziativa così come sulla sua ratio e i suoi obiettivi». E inoltre vuole sapere quali misure intenda adottare il governo per «garantire la libertà di stampa e il diritto dei cittadini a essere informati».
La Rai
Il capitolo dell’informazione è uno dei più dettagliati. La Commissione chiede se l’Italia «può fornire ulteriori informazioni sui tempi di costituzione del fondo per evitare il progressivo deteriorarsi delle condizioni di lavoro dei giornalisti e supportare i media locali ». Ecco un capitolo ad hoc per la Rai. Il rapporto dell’anno scorso già sollecitava una riforma della governance e del finanziamento «con l’obiettivo di garantire la sua indipendenza dai rischi di interferenze politiche».
E adesso gli esperti si chiedono se «il governo sta preparando una risposta». E in particolare «se può indicare quali misure prevede di adottare contro le interferenze politiche sull’indipendenza della Rai». E vengono chieste spiegazioni sulla decisione presa con l’ultima legge di bilancio di ridurre il canone da 90 a 70 euro. E che misure intende prendere il governo per assicurare l’autonomia e l’indipendenza finanziaria della tv di Stato.
(da La Repubblica)

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FATE SAPERE AL GOVERNO DEL MADE IN ITALY CHE CI SONO 180 MILA LAVORATORI A RISCHIO LICENZIAMENTO

Febbraio 12th, 2024 Riccardo Fucile

I TAVOLI DI CRISI APERTI AL MINISTERO GUIDATO DA URSO SONO BEN 59. I SETTORI DOVE I TAGLI POSSONO ESSERE PIÙ PESANTI SONO LA MECCANICA E LA SIDERURGIA…A SOFFRIRE È ANCHE L’INDUSTRIA AD ALTA SPECIALIZZAZIONE, VEDI MARELLI, O LE ECCELLENZE COME LA PERLA

L’ultimo annuncio è arrivato a fine gennaio da Rieti, dove una azienda della cosiddetta “Pump valley”, la Etatron, specializzata nella produzione di pompe di dosaggio ha deciso di fermare l’attività licenziando i suoi 15 dipendenti. L’industria, anche a quella ad alta specializzazione, per varie ragioni continua a soffrire, come ha confermato venerdì anche l’Istat soffrono le grandi aziende come le piccole ed in parallelo si trascinano crisi ormai vecchie anche di anni che non hanno ancora trovato una soluzione.
Secondo le stime della Cgil sono ben 183.193 le lavoratrici e i lavoratori travolti dagli effetti di crisi aziendali o di settore nel comparto dell’industria e delle reti, a partire dai 58.026 addetti di aziende per le quali presso il ministero delle Imprese e del Made in Italy sono stati attivati i tavoli di crisi, a oggi 59 in tutto (37 attivi e 22 in monitoraggio).
«Diamo la cifra esatta – ha spiegato nei giorni scorsi Pino Gesmundo della segreteria nazionale della Cgil, illustrando i dati elaborati dall’Area delle politiche industriali della confederazione – perché si tratta di persone, non di semplici statistiche, e a questi si aggiungono le decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori di aziende in crisi che hanno tavoli aperti a livello regionale, per i quali non esiste una mappatura nazionale»
Tra le vertenze che «parlano di una incapacità totale del pubblico di indirizzare le politiche industriali in settori strategici e rilevanti per il Paese», solo per citarne alcune fra i dossier aperti in questi giorni, la Cgil ricorda «La Perla, che fa corsetteria di alto livello ed è vittima di speculazione finanziaria; Fos Prysmian, che produce fibra ottica di qualità e rischia di essere messa in crisi dall’utilizzo in Italia di fibra cinese e indiana; Marelli, che apre una crisi annunciata viste le trasformazioni presenti nell’automotive» e poi c’è l’Ilva, coi suoi 10.700 addetti che salgono a 20 mila con l’indotto che tiene banco ormai da settimane.
Ad essere a rischio di crisi a causa delle trasformazioni in atto sono infatti altri 120.026 lavoratori: 70.000 nell’automotive, 25.459 nella siderurgia, 8.500 nelle telecomunicazioni, 8.000 nel settore della produzione dell’energia (centrali a carbone e cicli combinati), 4.094 nella chimica di base, 3.473 nel petrolchimico e nella raffinazione e 2.000 nel settore elettrico a causa della fine del mercato tutelato.
Il cuore di questa crisi, che in molti casi si trascina da tempo, è rappresentato dal settore metalmeccanico. Secondo l’ultimo rapporto della Fim Cisl appena pubblicato ed aggiornato a tutto il secondo semestre 2023 solo in questo comparto le crisi interessano in totale 84.817 lavoratori, 1.200 in più del primo semestre dell’anno.
In tutto la Fim ha conteggiato 334 vertenze, di queste 112 riguardano aziende con meno di 50 dipendenti e 222 aziende con più di 50 dipendenti attive prevalentemente nell’automotive, nei campi della siderurgia, degli elettrodomestici e della termomeccanica. Più della metà dei posti a rischio (47.358) è legato a crisi di settore, 20.632 sono invece vittime di crisi finanziarie che hanno colpito le loro imprese, 4.157 scontano il conflitto Russia-Ucraina, 2.903 la crisi dell’indotto e 2.605 le delocalizzazioni (1.000 in più rispetto al primo semestre dell’anno).
(da agenzie)

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THE ECONOMIST: CON I DRONI KILLER LA TECNOLOGIA MILITARE SI DIFFONDERA’ ALLE MILIZIE, AI TERRORISTI E AI CRIMINALI

Febbraio 12th, 2024 Riccardo Fucile

COSA CI ASPETTA IN FUTURO NEL CAMPO DELLE TECONOLOGIE MILITARI

Le armi a guida di precisione sono apparse per la prima volta nella loro forma moderna sul campo di battaglia in Vietnam poco più di 50 anni fa. Da allora le forze armate hanno cercato di ottenere precisione e distruttività, ma il costo di queste armi è aumentato. I proiettili d’artiglieria a guida GPS americani costano 100.000 dollari ciascuno. Poiché le armi intelligenti sono costose, sono scarse. Per questo motivo i Paesi europei le hanno esaurite in Libia nel 2011.
Israele, più desideroso di conservare le proprie scorte che di evitare danni collaterali, ha fatto piovere bombe senza pilota su Gaza. Cosa succederebbe, però, se si potesse combinare precisione e abbondanza?
Per la prima volta nella storia della guerra, questa domanda sta trovando risposta sui campi di battaglia dell’Ucraina. Il nostro reportage di questa settimana mostra come i droni con visuale in prima persona (fpv) stiano crescendo a dismisura lungo le linee del fronte. Si tratta di velivoli piccoli, economici e carichi di esplosivo, adattati da modelli di consumo, che stanno rendendo la vita dei soldati ancora più pericolosa. Questi droni si infilano nelle torrette dei carri armati o nelle trincee. Si aggirano e inseguono la loro preda prima di ucciderla. Stanno infliggendo un pesante tributo alla fanteria e ai mezzi corazzati.
La guerra sta anche rendendo onnipresenti i droni fpv e i loro parenti marittimi. A gennaio si sono verificati 3.000 attacchi di droni fpv. Questa settimana Volodymyr Zelensky, presidente dell’Ucraina, ha creato la Forza dei sistemi senza pilota, dedicata alla guerra con i droni. Nel 2024 l’Ucraina è pronta a costruire 1-2 milioni di droni. Sorprendentemente, ciò corrisponderà alla riduzione del consumo di proiettili da parte dell’Ucraina (che è in calo perché i repubblicani al Congresso stanno vergognosamente negando all’Ucraina le forniture di cui ha bisogno).
Il drone non è un’arma miracolosa, che non esiste. È importante perché incarna le grandi tendenze della guerra: lo spostamento verso armi piccole, economiche e usa e getta, l’uso crescente della tecnologia di consumo e la deriva verso l’autonomia in battaglia.
Grazie a queste tendenze, la tecnologia dei droni si diffonderà rapidamente dagli eserciti alle milizie, ai terroristi e ai criminali. E migliorerà non al ritmo del ciclo di bilancio del complesso militare-industriale, ma con l’urgenza di rottura dell’elettronica di consumo.
I droni fpv di base sono rivoluzionariamente semplici. Discendenti dei quadricotteri da corsa, costruiti con componenti di serie, possono costare anche poche centinaia di dollari. I droni fpv tendono ad avere un raggio d’azione ridotto, a trasportare piccoli carichi utili e a fare fatica in caso di maltempo. Per questi motivi non sostituiranno (ancora) l’artiglieria.
Ma possono comunque fare molti danni. In una settimana, lo scorso autunno, i droni ucraini hanno contribuito a distruggere 75 carri armati russi e 101 grossi cannoni, oltre a molto altro. La Russia ha i suoi droni fpv, anche se tendono a colpire le trincee e i soldati. I droni aiutano a spiegare perché entrambe le parti trovano così difficile organizzare offensive.
La crescita esponenziale del numero di droni russi e ucraini indica una seconda tendenza. Sono ispirati e adattati alla tecnologia di consumo ampiamente disponibile. Non solo in Ucraina, ma anche in Myanmar, dove negli ultimi giorni i ribelli hanno messo in fuga le forze governative, i volontari possono utilizzare le stampanti 3D per produrre componenti chiave e assemblare le scocche in piccole officine. Purtroppo, è improbabile che i gruppi criminali e i terroristi siano molto lontani dalle milizie.
Questo riflette un’ampia democratizzazione delle armi di precisione. Nello Yemen, il gruppo ribelle Houthi ha utilizzato kit di guida iraniani a basso costo per costruire missili antinave che rappresentano una minaccia mortale per le navi commerciali nel Mar Rosso.
L’Iran stesso ha dimostrato come un assortimento di droni e missili balistici d’attacco a lungo raggio possa avere un effetto geopolitico di gran lunga superiore al loro costo. Anche se il kit necessario per superare l’inceppamento dei droni aumenterà notevolmente il costo delle armi, come alcuni prevedono, esse saranno comunque considerate a basso costo.
Il motivo è da ricercare nell’elettronica di consumo, che spinge l’innovazione a un ritmo incalzante mentre le capacità si accumulano in ogni ciclo di prodotto. Questo pone problemi di etica e di obsolescenza. Non ci sarà sempre il tempo di sottoporre le nuove armi ai test che i Paesi occidentali si prefiggono in tempo di pace e che sono richiesti dalle Convenzioni di Ginevra.
L’innovazione porta anche all’ultima tendenza, l’autonomia. Oggi l’uso dei droni fpv è limitato dalla disponibilità di piloti qualificati e dagli effetti del jamming, che può interrompere la connessione tra un drone e il suo operatore. Per superare questi problemi, Russia e Ucraina stanno sperimentando la navigazione autonoma e il riconoscimento dei bersagli. L’intelligenza artificiale è disponibile da anni nei droni di consumo e sta migliorando rapidamente.
Un certo grado di autonomia esiste da anni nelle munizioni di alto livello e da decenni nei missili da crociera. La novità è che microchip e software a basso costo permetteranno all’intelligenza di stare all’interno di milioni di munizioni di basso livello che stanno saturando il campo di battaglia. La parte che per prima padroneggia l’autonomia su scala in Ucraina potrebbe godere di un vantaggio temporaneo ma decisivo in termini di potenza di fuoco, condizione necessaria per qualsiasi svolta.
I Paesi occidentali hanno tardato ad assimilare queste lezioni. Armi semplici ed economiche non sostituiranno le grandi piattaforme di fascia alta, ma le integreranno. Il Pentagono si sta imbarcando tardivamente in Replicator, un’iniziativa per costruire migliaia di droni e munizioni a basso costo in grado di affrontare le enormi forze cinesi.
L’Europa è ancora più indietro. I suoi ministri e generali sono sempre più convinti di poter affrontare un’altra grande guerra europea entro la fine del decennio. Se così fosse, gli investimenti in droni di fascia bassa devono crescere con urgenza. Inoltre, i droni onnipresenti richiederanno difese onnipresenti, non solo sui campi di battaglia ma anche nelle città in pace.
Kalashnikov nei cieli
I droni intelligenti solleveranno anche questioni sul modo in cui gli eserciti conducono le guerre e sulla possibilità che gli esseri umani controllino il campo di battaglia. Con la moltiplicazione dei droni, saranno possibili sciami auto-coordinati. Gli esseri umani faticheranno a monitorare e comprendere i loro interventi, per non parlare di autorizzarli.
L’America e i suoi alleati devono prepararsi a un mondo in cui le capacità militari in rapido miglioramento si diffondono più rapidamente e più ampiamente. I cieli sopra l’Ucraina si riempiono di armi spendibili che coniugano precisione e potenza di fuoco, ma servono da monito. I velivoli cacciatori-assassini prodotti in serie stanno già ridisegnando l’equilibrio tra uomini e tecnologia in guerra
(The Economist)

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IN ITALIA CI SONO 1,1 MILIONI DI UNDER 35 CONSIDERATI AD ALTO RISCHIO DI DIPENDENZA DAI SOCIAL

Febbraio 12th, 2024 Riccardo Fucile

SEMPRE PIU’ GIOVANI AMMETTONO CHE VORREBBERO LIMITARE IL TEMPO TRASCORSO SUI PROPRI TELEFONINI, MA NON RIESCONO A FARLO

Tornare a guardarsi negli occhi, senza più comunicare solo attraverso uno schermo digitale. È questo il sogno della piccola comunità francese di Seine-Port. La maggior parte del comune, che conta 2000 abitanti, vorrebbe che negli spazi pubblici del piccolo borgo venisse vietato l’uso degli smartphone.
Una scelta che non è stata presa autonomamente dalle autorità cittadine ma è frutto della volontà popolare: è stato infatti indetto un referendum sulla materia e su 277 partecipanti alla consultazione, il 54% ha votato a favore. Alla luce dell’esito del voto, il sindaco ha già fatto sapere che inviterà gli esercizi commerciali locali ad apporre in vetrina un adesivo con il divieto di utilizzo dei telefoni cellulari. Inoltre, gli esercenti sono invitati a non servire i clienti che sono al telefono all’interno dei loro negozi. «L’obiettivo principale di questa misura è combattere la dipendenza. Al giorno d’oggi non riusciamo a staccare gli occhi dagli schermi», spiega il sindaco.
Sono circa 1,1 milioni gli italiani con meno di 35 anni ad alto rischio di dipendenza dai social media. È quanto emerge da una ricerca realizzata dall’istituto Demoskopika. Più a rischio di tutti i giovanissimi della fascia 18-23 (oltre 430 mila, il 38% del totale), seguiti dai 390 mila di età compresa tra 24 e 29 anni (34,5%) e dai 308 mila della fascia 30-35 (27,5%). Tra i social più utilizzati Instagram (76,9%), Youtube (73,1%) e TikTok (67.3%), mentre il 90,4% dei ragazzi afferma di usare Whatsapp tutti i giorni per scambiarsi messaggi. In Sicilia, Campania, Umbria e Lazio i bacini di utenza maggiormente vulnerabili.
Dal bisogno ossessivo di consultare i device per controllare le notifiche e gli aggiornamenti all’incapacità di smettere di usarli anche dopo ripetuti tentativi, fino a uno stato diffuso di ansia e irritabilità dovuti al loro mancato utilizzo. Secondo un report realizzato dall’associazione “Social Warning”, oltre la metà dei 20mila studenti italiani di età compresa tra 11 e 18 anni coinvolti nella ricerca vorrebbe limitare il tempo trascorso sui propri device, ma non ha ancora adottato misure concrete per farlo.Per affrontare questa crisi, potrebbe essere utile secondo Rio «avviare una capillare campagna di comunicazione della Presidenza del Consiglio», campagna finalizzata a promuovere, specialmente tra i ragazzi, una «cultura digitale più consapevole» che li metta in guardia sui potenziali rischi legati a un uso eccessivo delle piattaforme.
§Non sarebbe la prima volta che la politica entra a gamba tesa sui social. Già lo scorso mese il sindaco di New York, Eric Adams, aveva definito le piattaforme «una tossina ambientale», precisando che non starà a guardare mentre «Big Tech monetizza sulla privacy dei nostri figli, mettendo a rischio la loro salute mentale» e giurando di trattare i social come un «pericolo per la salute pubblica» alla stregua di «tabacco e pistole […] In attesa delle prime direttive, l’ufficio del sindaco ha già divulgato alcune raccomandazioni: niente social prima dei 14 anni e controlli più severi in famiglia.
Dalla stessa ricerca emerge però come quegli stessi ragazzi, abbandonati al web dall’assenza di controlli genitoriali e da un vuoto normativo non più trascurabile, abbiano deciso di rimboccarsi le maniche e prendere in mano la situazione. Il 73% non condivide informazioni sensibili, il 61% verifica tutte le richieste di amicizia, il 58% utilizza strumenti come il blocco degli utenti o la rimozione dei follower. Oltre la metà dei teenager per proteggersi dai rischi dei social oggi rende il proprio account privato, mentre il 39% sceglie di attivare uno o più filtri sui contenuti.
(da agenzie)

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COME LE PEN DIVENTA RISPETTABILE

Febbraio 12th, 2024 Riccardo Fucile

E PERCHE’ NON BISOGNA FARSI INGANNARE

Nel 1987, a un politico strabico, senza labbra e dai capelli biondi di nome Jean Marie Le Pen fu chiesto in un programma radiofonico francese se credeva che 6 milioni di ebrei fossero stati uccisi nelle camere a gas naziste. La sua risposta è stata uno studio sull’incertezza.
Ha iniziato a riflettere sulla domanda, come se gli avessero appena chiesto la sua opinione sull’esistenza degli UFO, ha trascorso diversi secondi a cercare le parole giuste, poi ha trovato una formula che sembrava soddisfarlo: la morte di 6 milioni di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, dichiarò, era un “point de détail” (un dettaglio minore, un dettaglio tecnico) nella storia più ampia della guerra, nonché un argomento di dibattito tra gli storici.
Non era certo la prima volta che l’ex paracadutista della guerra d’Algeria si scontrava con l’indignazione. Fino all’inizio degli anni ’80, Le Pen si è entusiasticamente definito una sorta di cattivo dei cartoni animati della politica francese, con tanto di benda da pirata.
Come leader del partito di estrema destra Front National, nel 1987 era stato ripetutamente dichiarato colpevole di varie accuse di incitamento all’odio razziale, oltre alla sua famigerata difesa dell’uso della tortura da parte delle forze francesi in Algeria. (Negli anni Cinquanta, Le Pen aveva affermato di aver ordinato la tortura dei detenuti, salvo poi ritrattare. La questione se l’abbia fatto o meno è ancora oggetto di una controversia viva). Tuttavia, è stata la battuta “point de détail” che, per qualche motivo, si è insinuata nella coscienza collettiva come una sorta di meme pre-internet.
Da bambino cresciuto in Francia, ero troppo giovane per aver sentito Le Pen pronunciare quelle parole in tempo reale. Ma a 8 o 10 anni ero già consapevole del fatto che le avesse pronunciate, così come ero consapevole della sua valenza nella cultura popolare. Informato da uno spettacolo di satira politica a base di pupazzi chiamato Les Guignols de l’Info, io – come milioni di altri francesi – sono cresciuto con l’immagine di Le Pen come un bigotto ringhioso con un morso sotto il naso, uno spauracchio politico che raccoglieva ordinatamente in sé tutte le brutture della storia recente della Francia, dalla collaborazione con i nazisti alla brutale campagna per mantenere l’Algeria francese.
Una reputazione così radicata che si è facilmente trasmessa alla figlia Marine. Presentata come nuovo presidente del Fronte Nazionale nel 2011, la giovane Le Pen è stata ampiamente considerata come una versione femminile e con i capelli più lunghi del padre. Non guastava il fatto che, all’epoca, molti dei luogotenenti del padre fossero ancora tra i vertici del Fronte Nazionale. E nemmeno il fatto che, come il padre, la giovane Le Pen sembrasse esperta nell’arte di creare indignazione, come nel 2010 quando paragonò le preghiere in strada dei musulmani a una “occupazione” della Francia. (Alla fine è stata assolta dall’accusa di incitamento all’odio razziale per quel commento).
Con il passare degli anni, però, Marine ha imparato a evitare i polémiques – piccoli scandali – che hanno riportato in auge l’associazione con Jean-Marie. Ha preso di mira concetti astratti, come l’Islam fondamentalista, piuttosto che alcuni gruppi di persone. (Ci sono eccezioni, ma la maggior parte degli esempi risale alla metà degli anni 2000).
Durante le sue tre candidature alla presidenza, il momento che ha causato alla Le Pen il maggiore imbarazzo politico è stata la sua incapacità di difendere un piano di uscita dall’eurozona durante un dibattito con Emmanuel Macron, non qualcosa che riguardasse le questioni scottanti della guerra culturale che hanno segnato il mandato di suo padre come massimo paria politico del Paese. Nel corso del tempo, la macchia del suo legame con l’anziano Le Pen – e la potenza del meme point de détail – si è affievolita con l’ingresso di nuovi elettori che non avevano esperienza personale dell’orco di Les Guignols. La Le Pen più giovane è diventata qualcosa che il padre 95enne non è mai stato: un po’ affermata e un po’ noiosa.
Non si tratta di un errore da parte di Le Pen. Nel corso di oltre un decennio, ha compiuto uno sforzo meticoloso per rilanciare il suo partito come un veicolo populista a favore della Francia, che si batte per i più poveri, senza l’indignazione legata a suo padre. La vecchia guardia di accoliti di Jean-Marie è stata messa da parte. Nel 2015, la Le Pen più giovane ha espulso il padre dal partito dopo uno scontro pubblico sulla sua moderazione pubblica. “Mi chiedo: L’hai fatto davvero?”. Si è chiesta la Le Pen, secondo quanto ha raccontato alla televisione francese nel 2019. “Perché sembrava così folle. Ma non avevamo scelta. O così o il movimento sarebbe scomparso”.
Nel 2018, ha fatto un ulteriore passo avanti cambiando il nome del partito dallo storico “Front National” allo stesso ma diverso “Rassemblement National”. Il sostegno del partito è forte tra gli elettori più giovani e Le Pen si è circondata di lealisti che devono la loro carriera a lei, non a suo padre. Infatti, l’attuale presidente del partito, a cui Le Pen ha ceduto il controllo nel 2022, è il 28enne Jordan Bardella.
In un certo senso, almeno per quanto riguarda l’accusa di antisemitismo, gli sforzi della Le Pen hanno raggiunto una pietra miliare alla fine dello scorso anno, quando si è unita a una marcia contro l’antisemitismo tenutasi sulla scia dell’attacco di Hamas a Israele il 7 ottobre.
Mentre il partito di sinistra La France Insoumise ha invocato la presenza della Le Pen alla manifestazione come ragione per non partecipare, e anche il Presidente Macron era assente, la presenza della figlia di Jean-Marie Le Pen non ha suscitato grandi proteste. Al contrario: un ex ministro dell’Istruzione di centro-destra, Luc Ferry, si è spinto a proclamare che RN è ora un partito “repubblicano”, cioè non più al di fuori di ogni logica.
“La maggior parte degli attivisti e gran parte dell’elettorato non ricordano l’epoca di Jean-Marie Le Pen”, ha dichiarato Jean-Yves Camus, specialista dei movimenti di estrema destra in Europa per il think tank IRIS. “Gli eventi che lo hanno plasmato sono stati la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra d’Algeria. Ma questi vecchi riferimenti dell’estrema destra sono ormai storia antica. Non ha senso accusarla di essere a capo del partito di Jean-Marie Le Pen”.
Parlando ai giornalisti durante una conferenza stampa annuale a gennaio, Le Pen ha suggerito che, in questa fase, continuare a invocare la storia del partito e il ruolo di suo padre in esso quando si discute delle sue politiche è “inelegante”.
“Sono anni che frequentiamo i nostri colleghi legislatori in modo proficuo e rispettoso”, ha detto. “Chi si ostina a continuare a chiamarci Fronte Nazionale dimostra di non avere molto da dire su di noi”. Le circa tre dozzine di giornalisti non hanno posto domande su questo aspetto del suo discorso.
Meloni 2.0?
E così sia. Tredici anni dopo aver rilevato il vecchio Front National dal padre, e 18 mesi dopo aver ceduto la presidenza del Rassemblement National a Bardella, la Le Pen è riuscita a tagliare i ponti con il suo occhiuto predecessore, o almeno a renderlo irrilevante nella politica quotidiana. Benjamin Haddad, un legislatore del partito Renaissance di Macron, concorda con Camus sul fatto che non ha più senso politico trattare la Le Pen più giovane come un’entità al di fuori della realtà – o svergognare i suoi milioni di seguaci con ammonimenti sulla presunta mancanza di valori repubblicani.
“È un partito che combattiamo”, ha detto. “Combattiamo la sua piattaforma e i suoi valori. Crediamo che i suoi piani siano pericolosi per il Paese e per l’Europa. Ma non credo che dovremmo combatterlo con un approccio moralizzante perché non funziona. Fare riferimenti alla storia è meno efficace che dire cosa c’è nel loro programma e argomentare contro di esso, punto per punto”.
Ma per molti francesi e non pochi stranieri che guardano dall’estero, la domanda rimane: Quanto è davvero “normale” la Le Pen e il suo partito del Rassemblement National? Si tratta, in fondo, di un’organizzazione di estrema destra che, se raggiungerà il potere, scatenerà l’inferno sui gruppi di minoranza in Francia, oltre a far saltare i legami della Francia con l’UE e la NATO? Oppure si tratta di un movimento populista di destra sulla falsariga del governo di coalizione del Primo Ministro italiano Giorgia Meloni, il cui abbaiare è molto peggiore del suo morso?
La questione è più urgente ora che il Rassemblement National, guidato da Bardella, sembra pronto a raggiungere un’altra pietra miliare nella sua lunga marcia verso il potere. In vista delle elezioni del Parlamento europeo che si terranno a giugno, i sondaggi indicano che il partito otterrà fino al 28% dei voti, superando di gran lunga la coalizione di centro e centro-destra guidata da Renaissance di Macron, che dovrebbe ottenere solo il 19%, secondo il sondaggio di POLITICO. Non solo Le Pen e Bardella potrebbero mettere in imbarazzo il campo presidenziale, ma potrebbero anche superare il loro precedente risultato massimo del 23% alle elezioni europee del 2019.
La Francia stessa è divisa sulla questione della rispettabilità della Le Pen. Mentre l’agenzia di stampa nazionale, Agence France-Presse, e i quotidiani continuano a descrivere il RN come “estrema destra”, altre testate hanno aggiornato il loro vocabolario a “destra populista” o “destra nazionalista”.
Nel 2022, un giornalista della televisione pubblica francese, Valery Lerouge, ha dichiarato a RTBF: “Il termine che usiamo più comunemente [per parlare del RN] è destra nazionalista. Perché se si guarda alla storia dell’estrema destra, si parla di un partito razzista, antisemita e omofobo. L’estrema destra si rifà al fascismo, e non siamo più a quel punto”, ha detto.
Camus, lo specialista dell’estrema destra, è della stessa idea. “Il RN non sta preparando un ritorno al fascismo”, ha detto. “È un partito che agisce in un contesto repubblicano. Accetta la Repubblica. Rispetta la legge. Partecipa attivamente alla vita democratica. In questo senso, sì, è un partito repubblicano”. Per molti aspetti, aggiunge, Eric Zemmour, capo del partito di estrema destra “Reconquest”, è “molto più radicale di Le Pen”.
Tuttavia, Camus si qualifica sottolineando che su alcuni aspetti della sua piattaforma, il partito di Le Pen mantiene una linea diretta con i giorni di Jean-Marie. Tra questi, il più importante è La promessa di istituire una politica di “priorità nazionale”, in base alla quale i cittadini francesi avrebbero un accesso preferenziale a posti di lavoro, sussidi e alloggi sociali rispetto agli stranieri, anche a quelli che pagano le tasse in Francia. “Questo non rientra nella tradizione repubblicana della Francia”, ha detto. “Sta creando una distinzione tra cittadini francesi e altri che va contro la Costituzione”.
Su questo punto, le truppe di Macron sono in difficoltà. Alla fine dell’anno scorso, il partito del presidente ha presentato una legge sull’immigrazione che assomigliava stranamente, in diverse parti, al programma del Rassemblement National. Il Parlamento ha approvato la legge con il sostegno del partito di Le Pen – un evento raro, vista la consueta posizione di opposizione generalizzata del partito. Il partito di Macron ha fatto del suo meglio per minimizzare l’aiuto della sua ex rivale presidenziale. “Ci preoccupiamo di non dipendere mai dal sostegno del RN per approvare una legge”, ha dichiarato Haddad. Ma questo non ha impedito a Le Pen e Bardella di rivendicare la vittoria. “Questo è un trionfo ideologico per il RN”, ha detto il primo in TV poco dopo il voto.
Altri sostengono che, sebbene la Le Pen possa aver rotto con l’antisemitismo del padre, i suoi commenti sui musulmani e gli immigrati sfiorano l’islamofobia. I suoi commenti sulle “incessanti richieste delle minoranze” (2021), sul fatto che il velo musulmano sia un marcatore ideologico “pericoloso quanto il nazismo” (2022), sulla fine dell’accesso alla cittadinanza per diritto di nascita e sul rimpatrio forzato dei criminali nati all’estero sono la prova, come minimo, di un’agenda radicale anti-Islam.
Secondo l’ufficio statistico nazionale, i musulmani rappresentano circa il 10% della popolazione francese. Non c’è dubbio che, se Le Pen venisse eletta presidente, questa popolazione ne risentirebbe come minimo attraverso restrizioni alle manifestazioni pubbliche di religiosità.
“Se si considerano i commenti di Marine Le Pen… per me non c’è dubbio che appartenga all’estrema destra”, ha dichiarato al quotidiano economico Les Echos Cécile Alduy, specialista e ricercatrice linguistica che ha scritto libri sul linguaggio di Le Pen.
“Lei sposa una visione organicista della società in cui l’individuo si piega alle gerarchie sociali tradizionali che sfuggono al suo controllo: il determinismo del sangue, della famiglia e della nazione. Anche se cerca di cancellare l’aspetto stigmatizzante del suo programma nei confronti di alcuni gruppi, ha un’ideologia di estrema destra e i suoi funzionari eletti sono di estrema destra. Suo padre sarebbe in disaccordo con qualche aspetto del suo programma? No”.
Non aiuta il fatto che Le Pen condivida proprietà politiche con partiti comunemente considerati di estrema destra. Nel Parlamento europeo, appartiene allo stesso gruppo di Alternativa per la Germania, che attualmente sta affrontando massicce manifestazioni contro l’estrema destra in tutta la Germania.
Sebbene la Le Pen abbia ripudiato il piano di espulsione dei tedeschi nati all’estero, di cui alcuni esponenti dell’AfD hanno parlato, affermando che ciò sollevava dubbi sulla comune appartenenza dei due partiti al gruppo Identità e Democrazia, non ha ancora tagliato i ponti. Al contrario, Le Pen appare spesso con alleati di estrema destra in Italia, in particolare con Matteo Salvini, capo del movimento della Lega.
La Le Pen ha finalmente raggiunto la normalità politica, scrollandosi di dosso l’eredità del padre? Non c’è dubbio che la sua lunga campagna volta a ripulire la reputazione del suo partito sia stata, in larga misura, un successo.
Ma non si è mai spinta fino a ripudiare completamente l’eredità paterna, ad esempio denunciando pubblicamente il razzismo, l’antisemitismo e la xenofobia degli anni precedenti del suo partito. Ha invece cercato di cambiare l’immagine del suo marchio senza mai abbandonare parti fondamentali della sua piattaforma, come il piano di priorità nazionale, o allontanarlo dal suo DNA fondamentalmente nazionalista.
Per gran parte della popolazione francese – i musulmani, ma anche i nati all’estero e chiunque cerchi la cittadinanza francese – una presidenza Le Pen rappresenterebbe una minaccia. E per il più ampio ordine occidentale ed europeista, c’è un evidente pericolo nella sua continua simpatia per Putin, che sostiene apertamente la Le Pen e l’ha ricevuta in visita ufficiale nel 2017.
Una banca ceco-russa ha anche concesso al suo partito un’ancora di salvezza finanziaria sotto forma di un prestito di 9 milioni di euro. Sul palcoscenico europeo, la Le Pen può aver abbandonato i piani di uscita dall’Unione Europea, ma rimane un potenziale di profonda rottura.
Ha giurato di sfidare l’autorità della Commissione europea (che un tempo si era impegnata ad abolire) e di trasformare l’UE in una sorta di conferenza intergovernativa. Unendo le forze con il primo ministro ungherese Viktor Orbán, il primo ministro slovacco Robert Fico e, forse, l’italiana Meloni, non è difficile immaginare come la Le Pen potrebbe neutralizzare efficacemente la funzione esecutiva dell’UE, riducendola a un raduno di leader più simile al G20 che agli Stati Uniti.
La Le Pen non sarà l’orco politico che era suo padre, ma incarna comunque una forma di politica molto più radicale e trasgressiva di quanto vorrebbe far credere. Per i suoi avversari, l’apparenza morbida della Le Pen rende il compito di affrontarla politicamente sempre più impegnativo. “Stiamo combattendo contro di loro”, aggiunge Haddad. “Ma è importante essere sempre rispettosi degli elettori. Il controesempio sono i ‘deplorevoli’ di Hillary Clinton”.
Con l’avvicinarsi delle elezioni europee, la questione della normalizzazione di Le Pen non è più un argomento che attirerà molti commenti sulla stampa francese. La figlia di Jean-Marie non deve più rispondere del padre e ha lasciato le operazioni del partito a Bardella.
Si dice che stia preparando una nuova candidatura alla presidenza nel 2027, la sua ultima. Cosa penserebbe suo padre? A 95 anni, l’anziano Le Pen si è finalmente ritirato dalla vita pubblica, abbandonando il suo video blog dopo un evento cardiaco l’anno scorso. L’agitazione per la rottura pubblica con Marine è acqua passata. A livello personale, almeno, padre e figlia sembrano più vicini che mai.
Nicholas Vinocur
(da politico.eu)

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IL PADRE DI ILARIA SALIS: “MIA FIGLIA HA VISTO FINALMENTE I VIDEO INCRIMINANTI, TANTI SPEZZONI DA CUI NON SI CAPISCE NULLA”

Febbraio 12th, 2024 Riccardo Fucile

“NON FAREMO RICHIESTA DI DOMICILIARI IN UNGHERIA PERCHE’ NON CI SONO LE CONDIZIONI DI SICUREZZA”

Il padre di Ilaria Salis, durante un’intervista a Sky, ha detto che la donna – che si trova in carcere a Budapest da febbraio 2023 perché accusata di aver aggredito un nazifascista – ha potuto vedere i video che rappresenterebbero l’accusa: “Un hard disk da 10 terabyte che vanno visti tutti perché non si sa l’accusa a quale spezzone voglia far riferimento”, ha specificato.
All’insegnante 39enne, che ha denunciato le condizioni disumane del carcere ungherese, non era mai stato concesso la visione. In questo modo potrà “inquadrare lo scenario nel quale si svolge questo processo”, ha continuato Roberto Salis. “Mia figlia è accusata di appartenenza a un’organizzazione criminale. Negli atti del processo ci sono ottocento pagine di un processo in Germania su un’organizzazione, nel quale non compare mai il nome di mia figlia, perciò non si capisce perché mia figlia sia stata coinvolta”.
L’uomo ha poi precisato che non è stata presentata alcuna richiesta di arresti domiciliari in Ungheria perché, a loro avviso, “non ci sono le condizioni di sicurezza”. “Portarla ai domiciliari per farla assaltare dai neonazisti non mi sembra una grande idea. Al momento non vedo soluzioni che diano le garanzie che ci vogliono”.
Due giorni fa, durante i Giorni dell’onore (la stessa manifestazione di estrema destra celebrata l’anno scorso durante la quale Salis è stata arrestata) sono apparsi alcuni murales che ritraggono la figlia impiccata: “Confermano i timori che abbiamo sempre espresso e riportato ai ministri che abbiamo incontrato”, ha affermato il padre della 39enne.
In Ungheria, invece, nessun politico ha manifestato interesse per la vicenda di Ilaria Salis: “Ci sono due ondate di opinione pubblica, una in Italia, sicuramente favorevole e che potrebbe aiutare, poi c’è quella ungherese che non lo è affatto. Anche i partiti che non sono al governo in Ungheria non manifestano grande interesse per fare concessioni a mia figlia”.
(da Fanpage)

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ISRAELE VIETA L’INGRESSO A FUNZIONARIA ITALIANA ONU: SE NON SEI UTILE ALLA LORO NARRAZIONE E DENUNCI ANCHE I LORO CRIMINI NON SEI GRADITO

Febbraio 12th, 2024 Riccardo Fucile

FRANCESCA ALBANESE: “COSI’ DISTOLGONO L’ATTENZIONE DALLA VERITA”

“Non vedo assolutamente nulla di oltraggioso nelle mie affermazioni. Credo che sia un falso storico e un modo per deviare l’attenzione da quello che succede davvero nel Territorio Palestinese Occupato. Contesto fermamente che l’origine e la causa principale dei crimini commessi contro civili israeliani sia l’antisemitismo. Questo non è vero perché non è supportato da alcuna evidenza”.
Così Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi, ha commentato a Fanpage.it la notizia secondo cui Israele ha deciso di negarle l’ingresso nel Paese.
La decisione, come hanno fatto sapere i ministeri degli Esteri e degli Interni, è legata “alle sue oltraggiose affermazioni che le vittime del massacro del 7 ottobre non sono state uccise per la loro ebraicità ma in risposta all’oppressione israeliana”.
Albanese ha risposto spiegando che “l’attacco del 7 ottobre è stato rivendicato come un attacco nei confronti di Israele in quanto potenza occupante. Non c’è niente di oltraggioso in tutto questo. Quello che io trovo scandaloso è che nessuno stato abbia ottemperato alle misure cautelari della Corte di Giustizia dell’Aja che ha riconosciuto la plausibilità del fatto che quello che Israele sta commettendo a Gaza sia genocidio. Nessuno Stato, nonostante gli obblighi imposti dalla Convenzione sul Genocidio di prevenire questi atti, è intervenuto in maniera concreta. Si sta assistendo ad un genocide in the making senza che ci sia nessuno Paese influente, soprattutto in Occidente, a prendere le misure necessarie che la legge impone”.
Albanese ha aggiunto che “la notizia che Israele mi impedisce di entrare nel Paese per le mie oltraggiose affermazioni è un modo per distogliere l’attenzione dalla verità: sono due anni che Israele mi nega di fare il mio lavoro come chiesto dall’ONU non facilitando il mio ingresso nel Territorio palestinese Occupato. E sono 17 anni che lo fa nei confronti di tutti i relatori, anche 3 dei miei predecessori”, ha concluso.
(da Fanpage)

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JOE BIDEN SI È ROTTO I COGLIONI DEL PREMIER ISRAELIANO E, IN PRIVATO, SI SAREBBE SFOGATO INSULTANDOLO: “NETANYAHU È UNO STRONZO”

Febbraio 12th, 2024 Riccardo Fucile

L’EMITTENTE AMERICANA “NBC NEWS” RIVELA CHE IL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI SIA INCAZZATO PER I CONTINUI MASSACRI DI ISRAELE NELLA STRISCIA DI GAZA

In colloqui privati il presidente americano Joe Biden avrebbe manifestato tutta la sua “frustrazione” per l'”incapacità di convincere Israele a cambiare tattiche militari nella Striscia di Gaza”.
Lo riferisce Nbc News che cita “cinque persone a contatto diretto con i commenti” e afferma che Biden si sarebbe ‘sfogato’ anche con donatori della sua campagna. Il presidente americano, secondo tre fonti, avrebbe persino definito Netanyahu uno “str….” in almeno tre occasioni.
Stando alle fonti, Biden avrebbe detto che sta cercando di portare Israele ad accettare un cessate il fuoco, dopo più di quattro mesi di operazioni militari israeliane a Gaza scattate in risposta all’attacco del 7 ottobre in Israele, ma Netanyahu – che il presidente degli Stati Uniti conosce da decenni – gli “sta facendo passare l’inferno”.
Interpellato sulle parole attribuite a Biden, un portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale ha ribadito che “il presidente è stato chiaro nei punti in disaccordo con il premier Netanyahu, ma questo è un rapporto decennale rispettoso in pubblico e in privato”.
(da agenzie)

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DIETRO IL SUCCESSO DI ANGELINA MANGO C’E’ UNA GRANDE MANAGER

Febbraio 12th, 2024 Riccardo Fucile

MARTA DONÀ, 40ENNE, HA GIÀ PORTATO AL SUCCESSO MARCO MENGONI E I MANESKIN… EX ADDETTA STAMPA DI SONY, NEL 2012 HA FONDATO L’AZIENDA “LA TARMA” NELLA QUALE LAVORANO SOLO DONNE… È IL QUARTO SANREMO CHE UNO DEI SUOI ARTISTI SI PORTA A CASA

Chi è Marta Donà, la manager di Angelina Mango che ha portato al successo anche Marco Mengoni e i Maneskin? Marta Donà è la donna che, restando dietro le quinte, ha accompagnato passo dopo passo Angelina verso la vittoria. Con il trionfo de “La noia”, Donà e la sua società, La Tarma, fanno poker: prima di Angelina Mango, infatti, Marta aveva già portato al Festival e diritti al trionfo finale Marco Mengoni (due volte) e i Maneskin.
Ma chi è Marta Donà? Nipote di Claudia Mori e Adriano Celentano, Marta Donà è una manager 40enne che nel 2012 ha fondato l’azienda di management La Tarma nella quale lavorano solo donne.
Ex ufficio stampa di Sony. Decise di licenziarsi quando Marco Mengoni le chiese di diventare la sua manager. Una scelta rivelatasi vincente e passata per i trionfi inanellati a Sanremo.
Sempre concentrata sul lavoro, non si lasciò sfuggire una sola parola di biasimo all’epoca in cui i Maneskin – ormai determinati a procedere spediti verso il successo in Europa e nel resto del mondo – decisero di ritenere conclusa la collaborazione.
Donà li aveva voluti nella sua scuderia quando ancora non era nemmeno sbarcati sul palco di X Factor.
Se ai più non è un volto conosciuto, nel mondo dello spettacolo e soprattutto musicale Marta Donà è molto stimata e apprezzata per essere anche stata la manager dei Maneskin con i quali ha già trionfato a Sanremo nel 2021 mentre, attualmente, oltre alla Mango si occupa a 360 gradi della carriera musicale di Marco Mengoni, Francesca Michielin ma cura l’immagine anche di Antonio Dikele Distefano (scrittore, giornalista e discografico italiano) e Alessandro Cattelan, notissimo volto televisivo che, tra gli altri lavori, ha condotto alcune edizioni di X Factor e seguito lo stesso conduttore all’edizione 22 dell’Eurovision Song Contest.
Il Palco dell’Ariston, quindi, per le non ha più segreti visto che si tratta della quarta vittoria dopo la doppietta di Mengoni a dieci anni di distanza l’uno dall’altro (2013 e 2023), nel mezzo i già citati Maneskin e la vittoria delle ultime ora con Angelina per la quale nutre un affetto particolare con numerose storie e post sui social come il tenerissimo “Noi” di quattro giorni fa con le tue fotografate insieme e la risposta di Angelina Mango con un “Ti amo”.
(da agenzie)

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