Febbraio 13th, 2024 Riccardo Fucile
DA TORINO E’ PARTITA LA PROTESTA DELLE STUDENTESSE
Può dispiacere, ma non stupire che anche l’università sia un luogo
in cui avvengono molestie sessuali sia tra pari – tra studenti, tra colleghi/e – sia in rapporti di potere asimmetrici, come quelli tra professori e studenti, tra chi è alto in grado e chi è in posizione subordinata.
Come documentano i dati, le molestie sessuali, come la violenza di genere, sono trasversali ai ceti, alle professioni, ai livelli di istruzione. Avvengono in fabbrica come in un ufficio, tra chi si occupa di pulizie come in una redazione di giornale o in università, possono perpetrarle braccianti, caposquadra, capufficio, come medici, giornalisti, psichiatri, professori universitari.
Il fatto è che per troppi uomini, anche tra pensosi e rispettati intellettuali, prendersi qualche libertà sul corpo di una donna a parole o anche nei gesti, sembra cosa normale, un gesto di apprezzamento, o uno scherzo cui le donne dovrebbero sottostare con buona grazia o almeno con pazienza. È sempre successo, ahimè. La novità è che un numero crescente di donne non ha più voglia di essere paziente e di decodificare come gesto scherzoso o goliardia innocua ciò che le umilia e le offende.
È positivo, quindi, che da Torino e dalla sua università sia partita la protesta delle studentesse, allargandosi anche ad altre università, anche se è un po’ paradossale che l’elemento scatenante, la miccia che l’ha accesa, sia stata la coincidenza di due decisioni prese dall’autorità universitaria contro due professori dopo aver ricevuto e valutato le denunce nei loro confronti, quindi un atto di ascolto e presa in carico, non un atto di indifferenza o rifiuto. L’Università di Torino, infatti, ha una lunga tradizione si sensibilità a livello istituzionale rispetto alla questione delle molestie e della violenza sessuale stimolata da un lavoro capillare e continuo di molte docenti e di parte del personale amministrativo. È nato lì, tra i primi in Italia, . un centro universitario di studi sulle donne e sul genere, che oltre a sostenere l’attenzione per le differenze e diseguaglianze di genere nelle diverse discipline, ha anche promosso diverse iniziative sia di ricerca sia di sensibilizzazione sul tema delle molestie e della violenza. Per iniziativa del Compitato di Pari Opportunità, già da metà degli anni Novanta è stata istituita la figura della Consigliera di fiducia, cui può, rivolgersi chi si ritiene vittima di molestie o violenza, al fine di valutare insieme come procedere, nel pieno rispetto dell’anonimato e della decisione finale della vittima. È stata anche una delle prime università a istituire la possibilità di una “carriera alias” per chi si trova in situazione di transizione nell’appartenenza di genere. Nel 2019 è stato aperto in via sperimentale uno sportello anti-violenza, cui possono rivolgersi coloro che desiderano trovare un sostegno nell’affrontare anche psicologicamente la situazione. Ha anche messo a punto un piano per la parità di genere, di cui uno dei punti è il contrasto alla violenza di genere. Eppure tutto questo non basta né per contenere molestie e discriminazioni, né per rafforzare la fiducia delle studentesse (ma anche del personale amministrativo e delle docenti) nella capacità dell’istituzione di ascoltarle e proteggerle se decidono di denunciare.
Il numero di chi si rivolge alla consigliera di fiducia per denunciare è esiguo rispetto a ciò che si sussurra nel passa parola e all’ampiezza del fenomeno denunciata nella protesta. E senza denuncia, ovviamente fondata, non ci può essere intervento puntuale. Parlando con le varie persone responsabili dei diversi pezzetti del sistema si ha l’impressione di un coordinamento ancora imperfetto ed anche di un‘inadeguata informazione alla popolazione universitaria delle risorse disponibili, delle procedure che si possono mettere in atto, del livello di protezione che garantiscono. Inoltre, per quanto ciò possa irritare docenti di ogni livello che si credono adeguatamente formati e civili, appare sempre più necessaria anche all’università e tra i docenti, non solo a Torino naturalmente, un’opera di educazione ai rapporti uomo-donna rispettosi, qualunque sia la relazione gerarchica, anzi, tanto più quando questa è asimmetrica a sfavore della donna.
(da La Stampa)
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Febbraio 13th, 2024 Riccardo Fucile
IL CARROCCIO SI ACCORDA CON CESA E DIALOGA CON TOTI PER EVITARE DI SPROFONDARE… FDI CERCA DI AGGANCIARE FEDELISSIMI DI ZAIA… SI E’ APERTO IL MERCATO DEL VOTO
Una lotta intestina senza esclusione di colpi dal Veneto alla Sicilia, dalla Lombardia al Lazio. Giorgia Meloni e Matteo Salvini, da Nord a Sud, stanno andando allo scontro per accaparrarsi calamite del voto o per prendere posti di potere. E per i due l’obiettivo è lo stesso: la prova di forza in vista delle prossime elezioni europee. Uno scontro con sgambetti e tensioni anche in Parlamento, a partire dall’accelerazione della Lega sul disegno di legge per il terzo mandato, che serve a Salvini per dare un futuro a Luca Zaia in Veneto. Peccato però che FdI non voglia il terzo mandato perché per il prossimo anno punta a prendersi proprio il Veneto.
In questo scontro sotterraneo, ma nemmeno tanto, il più attivo in queste ore è il leader leghista e ministro Matteo Salvini, che si vuole giocare il tutto per tutto alle Europee per aumentare il suo peso nel governo (o almeno per non perderne altro). Ha soffiato sulla protesta dei trattori, proponendo l’esenzione totale dell’Irpef nelle stesse ore in cui il ministro Francesco Lollobrigida cercava di reperire fondi per consentire una riduzione almeno fino a 10mila euro di reddito agricolo. E ha giocato d’anticipo in vista elezioni europee chiudendo un accordo con il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa: nella circoscrizione Sud sarà candidato con la Lega (e la benedizione di Cesa) Aldo Patricello, mister 80mila voti eletto cinque anni fa nelle file di Forza Italia. In quota scudocrociato per la Lega potrebbe essere candidata nella circoscrizione Isole anche la figlia dell’ex ministro siciliano Salvatore Cardinale, Daniela, e non è escluso che proprio in questo scontro interno al centrodestra Salvini accolga nelle sue liste l’eurodeputato Raffaele Stancanelli, in uscita da Fratelli d’Italia dopo una rottura fortissima con Meloni e il suo cerchio magico.
E sempre in Sicilia Salvini ha incassato il sostegno elettorale alle liste della Lega del Movimento per l’autonomia dell’ex governatore Raffaele Lombardo, altro portatore di consensi. In Sicilia FdI è stata più volte messa all’angolo dal potente vicepresidente leghista della regione Luca Sammartino: prima ha affondato la norma regionale salva-ineleggibili che avrebbe messo in sicurezza un paio di deputati patrioti, poi ha fatto incetta di manager della sanità sotto il naso dei meloniani. Da parte loro, i deputati di Fratelli d’Italia oltre a minacciare la crisi della giunta hanno affondato la restaurazione delle province a cui miravano non solo i leghisti ma anche la Dc di Cuffaro e il governatore Schifani.
Salvini comunque è scatenato e punta dritto a togliere voti ai meloniani: se da un lato gioca a fare il moderato raccogliendo voti al centro, dall’altro per dare fastidio alla premier ha ormai chiuso l’accordo per candidare capolista nell’Italia centrale il generale Roberto Vannacci, noto per posizioni su omosessuali, ruolo delle donne e immigrazione che fanno presa a destra, nello stesso bacino elettorale di FdI. Non a caso, sussurrano che dal ministero della Difesa di Guido Crosetto si stia tentando una ricucitura dello strappo con Vannacci proprio in chiave anti Lega.
E a proposito di tensioni, dopo il caso Sardegna, con la decisione imposta da Giorgia Meloni di non sostenere l’uscente Christian Solinas, spinto dalla Lega, si vocifera di una vendetta alle urne: il Partito di azione di Solinas potrebbe dirottare parte dei suoi voti per il governatore a Renato Soru anziché dare sostengo a Paolo Truzzu di FdI.
E non finisce qui: anche in Umbra Fratelli d’Italia sta rimettendo in discussione la ricandidatura della governatrice uscente della Lega, Donatella Tesei.
Salendo verso Nord la strategia non cambia: contatti molto intensi vengono registrati in queste ore tra Salvini e il governatore della Liguria Giovanni Toti, che non sarebbe convinto di andare da solo alle Europee con Noi con l’Italia di Maurizio Lupi. Salvini accoglie per arginare alle urne Meloni, che invece nel frattempo punta alle poltrone che contano.
Tensioni pure in Veneto, storica roccaforte della Lega, dove Salvini teme un effetto Zaia ma al contrario. Se il governatore non correrà per un terzo mandato, avrà difficoltà a tenere in piedi la sua potente macchina elettorale che da sola vale 500 mila voti. Macchina che si sta sfaldando. Tra i leghisti si stanno facendo sentire le sirene meloniane e un dialogo forte con FdI lo stanno avviando in queste settimane due consiglieri regionali di peso legati a Zaia, Luciano Sandonà e Silvia Rizzotto: entrambi si sono astenuti sulla legge del fine vita facendo naufragare la proposta da Zaia.
Di certo c’è che FdI chiede spazio in Veneto sulle nomine di sottogoverno e nelle proposte di legge. Non a caso i meloniani non hanno sostenuto un’altra legge cara a Zaia: la norma sulle «stanze panoramiche» che aprirebbe a edificazioni in alta quota.
Anche in Lombardia Fratelli d’Italia, guidata dai fratelli La Russa e affini, chiede più spazio al governatore leghista Attilio Fontana: lo scontro si è acceso sulle nomine dei dirigenti della Sanità, che non avrebbero soddisfatto le richieste del partito di Meloni. E ora FdI chiede i direttori di tre Istituti di ricovero con i vertici in scadenza tra Milano e la provincia. Ma Salvini non ha intenzione di cedere una sola poltrona, pensando proprio al voto di giugno per le Europee. La sua ossessione. Ma anche l’ossessione di Meloni, che punta a fare il botto al Nord.
(da La Repubblica)
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Febbraio 13th, 2024 Riccardo Fucile
DAL SANNIO A BRUXELLES: “APPENA E’ ARRIVATA L’OCCASIONE. L’HO COLTA”
Dal Sannio a Bruxelles: è la storia di Iole, connazionale che nel 2015
si è trasferita per la prima volta nella capitale del Belgio “per vocazione”, come racconta a Fanpage.it. “Ho sempre sognato una carriera internazionale, sin dai tempi dell’università. Sono sempre stata molto curiosa e mi piaceva quest’idea”, spiega.
“Anche se non è stato così facile iniziare questo percorso – aggiunge – Ho dovuto fare un po’ di esperienza in Italia, ma appena l’occasione è arrivata l’ho colta e ne ero entusiasta. Ho studiato Giurisprudenza e oggi lavoro nelle istituzioni europee”.
Quando e perché ti sei trasferita a Bruxelles?
Mi sono trasferita per la prima volta a Bruxelles nel 2015, per vocazione. Ho sempre voluto provare ad avere una carriera internazionale, sin dai primi anni dell’università. Sono sempre stata molto curiosa e mi piaceva quest’idea. Non è stato così facile iniziare questo percorso, ho dovuto fare un po’ di esperienza in Italia, ma appena l’occasione è arrivata l’ho colta e ne ero entusiasta. Ho studiato Giurisprudenza e oggi lavoro nelle istituzioni europee. Sia in città che in ufficio c’è un ambiente molto multiculturale, ho colleghi da tutta Europa ed è molto interessante vedere come, dal punto di vista tecnico, si svolgano determinate attività nei diversi paesi.
Vengo da un piccolo paese campano, nel Sannio (provincia di Caserta, ndr). All’università, ho studiato a Roma, città a cui sono molto legata. Nel 2015, finita la pratica forense e dopo lo scritto dell’esame di avvocato, ho fatto uno stage di cinque mesi in Commissione europea a Bruxelles. Poi mi sono abilitata e ho lavorato un po’ come avvocato a Milano, finché nell’agosto del 2016 ho avuto l’opportunità di tornare a Bruxelles e l’ho scelta di nuovo. Se le istituzioni europee mi affascinavano moltissimo e avevo inviato diverse candidature prima di essere selezionata per lo stage, l’ufficio che mi ha scelta non era esattamente quello a cui avevo puntato. Ora lo posso dire senza vergognarmi: quasi non sapevo nemmeno che esistesse.
Quando all’università sognavo una carriera internazionale, pensavo infatti ai concorsi in diplomazia o a professioni legate al settore dei diritti umani. Il mio percorso invece è stato veramente casuale e forse un po’ tortuoso. L’ufficio in cui ho fatto lo stage e dove ancora lavoro attualmente mi ha scelta, credo, per l’esperienza che avevo maturato nel settore del Diritto Penale – anche questa del tutto il casuale, visto che avevo deciso di svolgere la pratica in ambito civilistico e societario – ma poi dopo sei mesi è giunta un’avvocata penalista e mi è stato chiesto se volessi affiancarla e io, entusiasta, ho detto di sì.
Questo per dire che, a volte, le cose arrivano un po’ perché ce le scegliamo noi, dopo averle inseguite tanto, un po’ perché ci capitano per caso, passando per vie che non ci immaginavamo.Per quanto riguarda la mia scelta, ho notato che spesso si parla degli italiani che vanno a vivere e lavorare all’estero come se fosse una cosa negativa, una condanna.
Rispetto molto il sentimento di chi è costretto ad andarsene ma non vorrebbe e lo fa solo per cercare di avere, dopo aver studiato tanto e fatto tanti sacrifici, una vita dignitosa. Tuttavia, molti, tra cui me, scelgono di partire spinti da altre motivazioni e accompagnati da grande entusiasmo. Vivere all’estero può essere infatti un’esperienza formativa bellissima, molto arricchente dal punto di vista personale. Pure l’espressione ‘andarsene via’ non mi piace perché fa presupporre che si debba restare là dove si nasce, mentre per me non è così, ragiono secondo un altro paradigma, non so se riesco a farmi capire!
Avevi tentato in precedenza di intraprendere una carriera internazionale rimanendo in Italia?
Sì, ma considera che è molto difficile riuscire ad avere una carriera internazionale in Italia, se sei italiano e credo sia giusto così. Per anni mi sono candidata per delle agenzie internazionali che hanno sede in Italia ma non mi hanno mai calcolata. Solo di recente, dopo aver maturato una decina di anni di esperienza, ho ricevuto una proposta da una di queste.
Avevi pensato di trasferirti in altri Paesi quindi?
Sì, mi sono candidata ovunque: da Lisbona e a New York, da Amman a Salonicco, da Tallin alla Valletta e ancora Lussemburgo, L’Aia, Baku e altre. Per quanto riguarda la stessa Bruxelles mi sono candidata per diverse istituzioni e agenzie. Pensavo fosse difficile arrivare a lavorare proprio in Commissione europea ma invece qui ci sono diverse opportunità, forse perché è una realtà molto grande, siamo circa 35mila.
Cosa ti piace e non ti piace di Bruxelles?
Mi piace perché qui è molto facile integrarsi, visto che ci sono tantissimi expat da tutta Europa. A Bruxelles vivono persone con background pazzeschi e ogni volta che le incontro sento di arricchirmi tantissimo dal punto di vista personale. Questa è forse la cosa che mi piace di più. Poi, Bruxelles è al centro dell’Europa e da qui è molto facile raggiungere città bellissime e importanti, come Parigi, Londra e Amsterdam, semplicemente prendendo un treno o l’autobus.
Bruxelles, inoltre, è a misura d’uomo, spostarsi è comodo. Tuttavia, non è sempre così organizzata come si potrebbe pensare e alcuni quartieri possono essere caotici, inquinati o fatiscenti, c’è molta burocrazia e gli uffici di alcune “Communes” possono essere lenti o poco attenti. La percezione credo cambi in base alla città da cui si viene in Italia e dal quartiere di Bruxelles in cui si abita. Io trovo tutto molto più semplice rispetto a Roma, ci si mette relativamente poco a fare da un capo all’altro della città, i mezzi pubblici funzionano bene e dal punto di vista burocratico raramente ho avuto problemi. Mi hanno rifatto carta belga e patente in sette giorni.
Bruxelles non è tra le città più belle che abbia mai visto, anche se ci sono degli edifici in stile Art Nouveau che sono stupendi, cosa per cui non è forse molto nota. Ho inoltre l’impressione che il livello di degrado negli ultimi anni sia aumentato e che la città sia diventata più pericolosa.
Come sono le persone?
Oltre ai tanti expat, mi capita di incontrare e stringere rapporti di lavoro e amicizia con dei belgi, che trovo, in generale, molto accoglienti e di mentalità aperta. Il Belgio si divide in Vallonia e Fiandre e si dice che ci siano differenze culturali tra le due parti, per cui in Vallonia siano più calorosi e aperti, mentre nelle Fiandre siano più inquadrati e inflessibili. Io non amo i cliché e credo dipenda, come sempre, dalle persone e dal singolo caso.
E qual è il costo della vita?
A livello di affitti, penso che Bruxelles sia meglio di Roma e Milano. Per il resto, la città è costosa ma gli stipendi sono equiparati al costo della vita, anche se penso ci sia un certo divario tra chi lavora nelle istituzioni europee e nel pubblico e chi invece lavora nel privato. Io riesco a vivere bene, a viaggiare e a fare tutto quello che mi piace ma sono sola, non ho famiglia. Da quel che vedo, comunque anche i miei colleghi che invece ce l’hanno, facendo un po’ di economia, riescono ad avere una buona qualità della vita.
Con il clima e con il cibo come ti trovi?
Io sono una persona che si adatta facilmente a tutto, viaggio da quando sono piccola e mi piace provare cose nuove. Il clima non è mai stato un problema, non mi ha mai influenzato più di tanto.
Per quanto riguarda il cibo, a Bruxelles ne trovi da tutto il mondo, la gente vi si trasferisce portandovi le proprie tradizioni culinarie. Anche i ristoranti italiani sono tantissimi e il gusto è autentico. Costano un po’ di più che in Italia ma se una volta mi va una buona pizza, la trovo facilmente.
Cosa ti manca dell’Italia?
Devo essere sincera, a parte per la mia famiglia, a me l’Italia non manca ma non fraintendermi, amo il mio Paese. Vale il discorso che facevo prima: sono partita piena di entusiasmo, sognando di vivere e lavorare in un ambiente multiculturale, quindi del tutto priva della rabbia e della frustrazione che provano coloro che si sentono invece costretti a partire ma vorrebbero restare. È questo un sentimento che capisco e rispetto molto. Per me, semplicemente, non è stato così. Non mi manca l’Italia perché a Bruxelles ho realizzato una delle più grandi aspirazioni che avevo e perché qui ho la mia vita e mi sono integrata.
Come dicevo, a volte sento la mancanza della mia famiglia e mi sento anche un po’ in colpa per il fatto di non riuscire a viverla appieno, però quando torno è molto bello.
I primi anni rientravo due o tre volte al mese, perché avevo un fidanzato di Roma e per cinque anni ho fatto la pendolare tra Roma e Bruxelles. Negli ultimi anni, a casa rientro meno ma la vivo serenamente.
Stai valutando di spostarti di nuovo? Che destinazioni hai in mente?
Sì, da diversi anni, in realtà, ma quando si concretizza la possibilità di andarmene davvero da Bruxelles, poi per qualche ragione non riesco mai a farlo. Forse non c’è ancora stata un’opportunità così importante da convincermi pienamente, ma vediamo, prendo tutto in considerazione.
Mi piacerebbe molto New York e un tempo ti avrei detto anche Londra o Parigi (lo so, è un po’ un cliché) ma da quando di recente mi sono appassionata al surf, desidero un posto dove possa continuare a fare il lavoro che faccio dedicandomi al contempo a questo sport – perché non la Costa basca o anche destinazioni più lontane magari?
Non escludo nemmeno il rientro in Italia (purché sia per una carriera simile a quella che ho adesso) ma adesso non me la sento forse. Ho avuto una possibilità qualche mese fa, ma alla fine l’ho rifiutata perché preferisco vivere all’estero ancora un po’, poi si vedrà.
A chi consiglieresti e a chi sconsiglieresti Bruxelles?
Consiglierei questa città a tutti coloro che sognano una carriera internazionale. Bruxelles è il luogo ideale dove incontrare persone che lavorano in questo ambito e che possano raccontare la propria esperienza e consigliare. Le opportunità non mancano: oltre alla maggior parte delle istituzioni europee, la città è sede di moltissime agenzie e organismi, organizzazioni internazionali e liaison office. In ambito universitario, poi, il Belgio offre ottimi atenei.
Non so esattamente a chi sconsigliare Bruxelles, probabilmente a chi non ha questo sogno, ma non saprei dirti fino a che punto. Non conosco tutte le storie delle persone che fanno lavori diversi dal mio che vivono qui, ma quelle con cui ho parlato si dicono comunque soddisfatte.
La sconsiglierei forse a coloro che soffrono molto il clima piovoso e grigio – anche se negli ultimi anni le cose stanno cambiando, l’ultima è stata un’estate stupenda. Per il resto, come dicevo, ho l’impressione che la gente sia accogliente e che qui sia facile integrarsi, anche facendo lo sforzo di imparare almeno una delle due lingue ufficiali, il francese o l’olandese
In generale, credo che vivere all’estero sia per chi hala mente aperta e un po’ di spirito di adattamento. Ad alcuni viene più difficile ad altri viene naturale. Complessivamente la mia è stata un’esperienza positiva e sono molto contenta di quello che sono diventata grazie a essa.
(da Fanpage)
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Febbraio 12th, 2024 Riccardo Fucile
LIBERTA’ DI STAMPA, ORDINAMENTO DELLA GIUSTIZIA, DIRITTI CIVILI: NON ACCETTIAMO LEZIONI DAL GOVERNO UNGHERESE
Il governo ungherese ha introdotto modifiche alla Costituzione e alle leggi che confliggono con i valori propri dell’Unione. L’Ungheria è il più grande percettore di fondi UE pro capite. In pratica fa pagare al nemico i conti della sua demagogica campagna politica
LIBERTA’ DI STAMPA
Tutti i mezzi di comunicazione sono stati posti sotto la vigilanza di un’unica autorità, il Consiglio per i Media, diretto da uomini designati da Orban. Di fatto, essi controllano l’unica agenzia di stampa esistente e l’assegnazione delle frequenze televisive e radiofoniche, e hanno ampi poteri per imporre sanzioni e distribuire sovvenzioni. E inoltre, in violazione della Costituzione, i cinque membri del Consiglio sono nominati da Fidesz. Lentamente, uno ad uno, i media indipendenti sono stati eliminati.
Il governo ha utilizzato i suoi consistenti budget pubblicitari per finanziare i mezzi di comunicazione più docili e malleabili, e affamare invece quelli che lo tenevano sotto osservazione. La maggior parte degli inserzionisti privati – sperando in commesse governative o temendo di perderle – ha smesso di comprare spazi pubblicitari sui media che avevano un atteggiamento critico nei confronti del governo.
In questa situazione, numerose autorevoli testate di lunga tradizione sono fallite, per poi essere acquisite da investitori vicini al governo.
Come risultato si è realizzata un’incredibile concentrazione dei media. Quasi 500 mezzi di comunicazione, tra cui radio e televisioni, sono confluiti nella fondazione KESMA, appositamente costituita. Definendola “primario obiettivo economico nazionale” si sono aggirate le limitazioni previste dal governo stesso nella legge sulla Concorrenza. Questa fondazione – e i suoi investitori – ricevono miliardi di denaro pubblico.
SISTEMA GIUDIZIARIO
L’Ungheria ha un sistema giudiziario e detentivo non adeguato agli standard europei. Viktor Orbán negli anni ha trasformato l’Ungheria in un paese autoritario e per certi versi più vicino alla Russia di Vladimir Putin che all’Unione Europea, di cui pure fa parte.
Ormai da diversi anni Orbán e il suo partito, Fidesz, mantengono un saldo controllo dei tribunali e della magistratura. Dal 2012 le promozioni dei giudici vengono decise da un organo controllato di fatto da Orbán.
Soltanto qualche settimana fa il governo ha creato una nuova agenzia per la protezione della sovranità nazionale che permetterà di avviare processi sommari a giornalisti, attivisti e oppositori politici.
Il reclutamento dei nuovi magistrati è ormai nelle mani di un organismo che risponde al governo. La composizione della Corte costituzionale è modificata per legarla alla maggioranza di governo.
MANIFESTAZIONI NEONAZISTE PERMESSE, SPESSO IN PASSATO DEGENERATE IN AGGRESSIONI A SEDI DI ASSOCIAZIONI A DIFESA DEI DIRITTI CIVILI
Invitiamo l’ambasciata ungherese a rivelare il numero di aggressioni operate da estremisti neonazisti nel suo Paese, a spiegare all’Europa perchè il suo Paese permette ogni anno sfilate neonaziste con tanto di divise militari e ostentazione di svastiche e cimeli vari. Qualcuno è stato forse denunciato o arrestato?
Che provvedimenti ha preso il suo governo nei confronti dei partiti neonazisti “Legio Hungaria” “Blood and Honour Hungaria” ?
E’ normale che un governo europeo finanzi con 150.000 euro un concerto neonazista?
Che ha da dire sul gruppo neonazista ungherese Maggyar Arcvonal, movimento paramilitare negazionista che propaga l’odio contro ebrei e omosessuali, a cui sei mesi fa è stato sequestrato un arsenale di bombe artigianali e fucili d’assalto?
Che ha da dire sul sostegno di Mosca all’ormai partito ufficiale Jobbik e al Fronte Nazionale Ungherese 1989, il cui campo di addestramento era finanziato da Putin?
E ci fermiamo qua per brevità di spazio…
Ilaria Salis non sarà processata da un tribunale europeo, dove vige l’indipendenza della magistratura, lo sa meglio di noi.
Da noi non esiste (per ora) un regime , noi riportiamo anche i suoi comunicati e pubblichiamo la sua foto senza corde al collo come accade invece nel suo Paese e non trasciniamo in catene in tribunale imputati di lesioni guaribili in 5 e 8 giorni, reati per cui in Italia nessuno passerebbe una notte in galera.
Quindi eviti di dare lezioni non richieste ai media italiani che fanno solo il loro lavoro di giornalisti liberi.
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Febbraio 12th, 2024 Riccardo Fucile
CAMBIA LA STRATEGIA DEI LEGALI DI ILARIA SALIS: CHIEDERA’ I DOMICILIARI (ANCHE IN UNGHERIA)
Ilaria Salis presenterà una richiesta per avere i domiciliari in Italia
o, in subordine, in Ungheria. “Ilaria ha cambiato idea – ha spiegato il papà Roberto Salis – visto che da più parti è arrivata questa richiesta di fare istanza per i domiciliari in Ungheria. Adesso dobbiamo trovare una casa a Budapest e poi presenteremo la richiesta”.
Fin qui la richiesta dei domiciliari nella capitale ungherese non era mai stata avanzata. Ilaria Salis e con lei i suoi legali speravano di poter approfittare di una convenzione quadro dell’Unione europea del 2009 che sancisce il reciproco riconoscimento delle misure cautelari tra i Paesi membri.
E dunque gli avvocati dell’antifascista di Monza avevano, più volte, provato a riportarla in Italia in attesa del processo. Ma l’Italia con i ministri degli Esteri Antonio Tajani e della Giustizia Carlo Nordio, ha chiuso completamente questa possibilità. “Irrituale e irricevibile”, secondo l’esecutivo, “una interlocuzione epistolare tra un dicastero italiano e l’organo giurisdizionale straniero”. “Impossibile” anche il percorso che portava ai domiciliari nell’Ambasciata italiana a Bucarest: “Ne va della sicurezza nazionale”, aveva detto Tajani.
Ecco dunque che la possibilità più concreta per tirare fuori Ilaria Salis dal carcere ungherese, anche in base alle considerazioni del legale ungherese che assiste la donna, Gyorgy Magyarto, è quella dei domiciliari nella stessa Ungheria.
In una residenza privata che i genitori dovranno ora cercare, in cui dovranno fissare un domicilio e in cui, se la magistratura ungherese darà l’ok, Ilaria Salis potrà essere trasferita. “Dovrà essere un luogo sicuro”, ha sempre sottolineato il padre, preoccupato dalle minacce che sono apparse su siti e chat neonaziste, oltre al murales con la figlia impiccata sui muri dell’Ambasciata.
Roberto Salis ha poi aggiunto: “Mi aspetto che le istituzioni italiane ribadiscano al governo ungherese che nel nostro paese la stampa è libera e non sono gradite ingerenze straniere sul lavoro dei giornalisti italiani”. Il riferimento è alla lettera che l’ambasciatore ungherese a Roma, Adam Kovacs, ha inviato ai media e ha pubblicato sulla pagina Facebook dell’ambasciata.
L’ambasciatore lamenta “una rappresentazione particolarmente distorta e sproporzionata” che “una parte significativa” dei media italiani ha dato del caso Salis, “soprattutto nella valutazione del sistema giudiziario ungherese, tale da far sorgere il dubbio che i commenti editoriali siano stati mossi esclusivamente da considerazioni politiche, oltre che ideologiche, dirette a mettere in cattiva luce le relazioni italo-ungheresi”.
Un cambio di passo della strategia ungherese nella gestione del caso. Che si sposta ora proprio sui video. “Senza entrare nel merito del caso giudiziario che sarà deciso dalla magistratura ungherese nella sua piena indipendenza, si è parlato poco e male in merito ai fatti accaduti e alla condotta di Ilaria Salis. Secondo le prove raccolte dalle autorità investigative ungheresi, il quadro di quanto è accaduto nei giorni del febbraio di un anno fa sembra chiaro” e “dai video in possesso dell’autorità giudiziaria emergono condotte assolutamente illecite”.
Bisognerà ora capire se quelle condotte – che ci sono state perché riprese e raccontate anche da alcuni testimoni – coinvolgono o meno Salis e in che misura. Gli aggrediti, che non hanno mai sporto denuncia, hanno riportato lesioni guaribili in 5-8 giorni.
L’Amasciatore scrive: “A prescindere dall’estraneità o meno dell’imputata Salis a questi fatti, ritengo che la palese tendenza a sminuire questi episodi gravissimi e di presentarli, in modo manipolativo, come una semplice ‘rissa tra manifestanti’, sia piuttosto preoccupante”.
“Il contrasto al ‘pericolo fascista’ – pretesa già in sé discutibile nel contesto odierno di una Europa unita, pacifica e democratica – non può giustificare i comportamenti di cui è accusata e in patria già condannata in altre occasioni, Ilaria Salis”.
L’insegnante antifascista, nota alle forze dell’ordine, ha avuto 4 condanne. Si tratta però di reati di piazza che vanno dall’invasione di edifici alla resistenza a pubblico ufficiale durante occupazioni, manifestazioni e sgomberi.
“La violenza politica non è mai sul lato giusto della storia – prosegue l’Ambasciatore. La libertà di espressione e di protesta pacifica di tutti sono salvaguardati dal nostro ordinamento giuridico, senza bisogno di ricorrere a spranghe o martelli in tasca per l’autodifesa”.
Nel taxi su cui viaggiavano Ilaria Salis e altri due cittadini tedeschi nel giorno del loro arresto – che coincide con il Giorno dell’Onore in cui centinaia di nostalgici delle Ss si ritrovano a Budapest per cortei e commemorazioni storiche anche violente – non autorizzati ma tollerati dal 1997 dalle autorità ungheresi, c’era un manganello retrattile, da difesa.
“Chi viene – conclude l’Ambasciatore – con lo scopo di portare avanti scontri ideologici con la violenza fisica, deve sapere che nel nostro Paese quei tentati atti di sovvertimento delle regole democratiche che ci siamo dati verranno sempre contrastati con la massima fermezza e senza alcuna indulgenza”, conclude il diplomatico.
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2024 Riccardo Fucile
FDI 28%, PD 21%, M5S 16%, FORZA ITALIA 10%. LEGA 7%
Quando mancano quattro mesi dalle elezioni europee, la previsione di un report della società inglese Portland Communication è quella di una decisa virata a destra di Bruxelles.
Da quello che emerge dal campione effettuato in Italia, Germania, Francia, Paesi bassi e Polonia, Giorgia Meloni, Marine Le Pen, Geert Wilders e i neonazisti di Alternative für Deutschland potrebbero ottenere risultati in grado di cambiare gli orientamenti del Parlamento europeo.
In Francia il Rassemblement National di Le Pen toccherebbe addirittura il 33%, doppiando Ensemble del presidente Macron fermo al 14%.
In Germania, Alternative für Deutschland è stimato dal sondaggio al 17%, quasi il doppio delle elezioni Ue del 2019.
Nei Paesi Bassi il Partito per la Libertà di Geert Wilders è previsto al 25%, confermando così il successo delle elezioni olandesi del 2023.
In Italia, FdI è stimato da Portland al 28%, il Pd al 21%, il M5S al 16%, Forza Italia con il 10% supererebbe la Lega, al 7%.
Eppure gli italiani non sembrano soddisfatti dell’insieme delle politiche del Governo italiano: il 54% degli intervistati crede che il Paese sia «sulla strada sbagliata» e solo il 28% si dice positivo.
Le ragioni che preoccupano di più sono innanzitutto il costo della vita e l’inflazione per il 50% degli intervistati italiani, a seguire la sanità (40%), l’economia (39%) e il climate change (28%), mentre l’immigrazione occupa solo il quinto posto (27%).
Un sondaggio resta sempre un sondaggio, ma la tendenza rilevata da Portland sembra plausibile e determinerebbe un cambio di passo degli asset politici e istituzionali europei.
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2024 Riccardo Fucile
SIAMO BEN LONTANI DAL TARGET DEL 2% DEL PIL DI SPESE PER LA DIFESA
Scenario: Donald Trump viene eletto a novembre presidente degli
Stati Uniti, a gennaio del 2025 si insedia alla Casa Bianca. Un secondo dopo dice a Vladimir Putin di fare “quel diavolo che vuole” contro l’Italia, Washington non la difenderà. Fantapolitica? Forse, ma nemmeno poi troppo.
Il tycoon statunitense ha in tasca la nomination del partito Repubblicano, il rivale Joe Biden è inseguito dall’alone di un’età che non gli consentirebbe di essere quel commander in chief che gli americani vorrebbero nello Studio ovale, insomma un bis di Trump è nell’orizzonte degli eventi. E proprio The Donald, in un comizio pubblico in South Carolina, ha detto che non avrebbe problemi a dare il via libera alla Russia per tutti quei paesi “delinquenti” che sono “inadempienti nei pagamenti della Nato”, ovvero che non rispettano il 2% del Pil concordato dall’Alleanza atlantica come soglia per le spese militari dei paesi membri.
Diciamolo subito, tra i primi a finire all’indice ci sarebbe l’Italia. Roma è ben lontana dalla soglia prevista. Secondo il Documento programmatico che la Difesa ha stilato per il triennio 2023/2025, la soglia si è attestata al 1,46% nel 2023, primo anno del governo Meloni. E se non andrà meglio quest’anno, con una previsione fissata al ribasso di qualche zerovirgola (1,43%), anche la previsione per il 2025 è praticamente identica (1,45%). L’obiettivo del 2% è in linea teorica fissato per il 2028, ultimo anno del governo Meloni – qualora durasse l’intera legislatura – ma già lo scorso novembre il ministro Guido Crosetto si era dimostrato assai pessimista: “Con gli attuali ritmi di spesa sarà molto difficile”. Un eufemismo per dire che l’asticella non si sgancerà molto dalle percentuali raggiunte oggi, a meno di radicali cambi di passo.
La minaccia di Trump tra l’altro non è solamente l’ultima delle intemerate estemporanee di The Donald. Nel 2018, da presidente in carica, agitò pubblicamente lo stesso argomento di fronte agli alleati: usciamo dalla Nato a meno che voi europei non ci mettiate più soldi. Durò lo spazio di mezza giornata. Il pomeriggio stesso cinguettò su Twitter: “Potrei farlo, ma non esco dalla Nato”, perché “non è necessario”, poiché “tutti si sono detti d’accordo sulla necessità di aumentare la spesa per la difesa, 33 miliardi di dollari in più senza contare gli Stati Uniti”.
Evidentemente quello della Nato come un orpello fastidioso a carico dei contribuenti americani che non dovrebbe essere utilizzato per proteggere i mollaccioni del Vecchio continente è un chiodo fisso in quel caos danzante che sono le idee del tycoon. A rischiare di farci le spese è Roma, che sarebbe in nutrita e buona compagnia. Sotto l’asticella ci sono anche Francia, Germania, Turchia, Olanda, Danimarca, Portogallo, Canada e altri otto componenti dell’Alleanza atlantica. Si “salverebbero” in pochi, dal Regno Unito alla Polonia, dall’Ungheria alla Finlandia, passando per Grecia, Estonia, Lituania, Romania, Lettonia e Slovacchia.
Sarebbe la fine del sistema di alleanze occidentali costruito alla fine della Seconda guerra mondiale, seguirebbero brindisi a Mosca. Nonostante ciò tra gli esponenti di governo vige la più assoluta prudenza nel commento all’incoscienza trumpiana. “Non lo condivido, ma non entro nella campagna elettorale americana”, dice il ministro degli Esteri Antonio Tajani. “E’ un pragmatico, non ce lo vedo a fare a pezzi il mondo libero”, aggiunge Crosetto. Nella speranza di non aver mai bisogno di una controprova.
(da Huffingtonpost)
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Febbraio 12th, 2024 Riccardo Fucile
ADESSO VANNO AIUTATI I LAVORATORI CHE HANNO PAGATO IN SOLITARIA IL CAROVITA
Governo e imprese non hanno più scuse: è arrivata l’ora di aumentare gli stipendi dei dipendenti, pubblici e privati. Lo devono fare perché è giusto eticamente, visto che sono loro ad essersi sobbarcati quasi in solitaria gli effetti del carovita, e lo è anche economicamente, siccome un aumento del reddito disponibile automaticamente farebbe crescere i consumi, quindi la domanda aggregata e quindi il pil italiano. E lo devono fare anche perché così si arresterebbe il trend che vede da anni una costante diminuzione della ricchezza degli italiani, dovuta proprio all’effetto perverso di salari fermi e inflazione che ha galoppato parecchio.
In estrema sintesi, sono quattro i motivi per cui non bisogna più aspettare. Partiamo dal primo e forse più importante: la lotta all’inflazione nei fatti è stata vinta. A essere chiaro su questo punto è stato, come sempre, il Governatore di Bankitalia, Fabio Panetta. Nel suo intervento di sabato scorso al Forex lo ha detto chiaramente: siamo in una fase di disinflazione, a gennaio il carovita è sceso al 2,8 per cento, 8 punti percentuali al di sotto del picco toccato nel 2022, e il ribasso continuerà anche nei prossimi mesi, tanto che si potrebbe raggiungere l’obiettivo del 2 per cento che la Bce si è posta già a primavera. Quindi Christine Lagarde non ha più scuse, quest’anno bisogna invertire la tendenza e iniziare con un taglio dei tassi d’interesse. Anche perché ormai la possibilità che si inneschi la tanto temuta dagli economisti spirale prezzi-salari è pari quasi a zero. Quindi, aumentare i salari non ha controindicazioni per l’economia. Anzi.
Qui arriviamo alla seconda valida motivazione: ritoccare gli stipendi è un atto dovuto nei confronti dei dipendenti, pubblici e privati. Alla fine sono proprio loro che si sono dovuti sobbarcare il peso dell’inflazione negli ultimi due o tre anni. Le banche, ad esempio, e in generale tutto il sistema finanziario non hanno risentito della fiammata dei prezzi, hanno addirittura battuto diversi record positivi. La settimana scorsa ha visto la presentazione dei risultati 2023 delle maggiori banche italiane. Ebbene, se prendiamo le cinque più grandi, ci accorgiamo di numeri stratosferici: 22 miliardi di profitti, con un aumento da un anno all’altro di più del 60 percento, e infine la previsione che il 2024 sarà anche migliore. Insomma, tempi di vacche grassissime per i nostri istituti di credito. Stessa cosa per quanto riguarda le nostre società, almeno le più grandi: gli indici di Piazza Affari sono andati meglio del previsto, il Ftse Mib – che rappresenta l’andamento delle quotazioni delle 40 principali quotate – ha superato quota 30mila punti, ai massimi dalla crisi finanziaria del 2008. Più in generale è un report di Mediobanca, fermo però al 2022, a confermare che gli imprenditori sono stati molto bravi a proteggersi dall’inflazione. In particolare – secondo l’indagine annuale sulle società industriali e terziarie italiane di grande e media dimensione, che analizza 2150 società rappresentative del 48% del fatturato industriale – l’industria italiana è riuscita a reggere l’impatto dell’inflazione, con una crescita del fatturato nominale del 30,9% e dello 0,6% in termini reali. Non altrettanto invece si può dire per i lavoratori che risultano “la componente maggiormente penalizzata in termini di potere d’acquisto, con una perdita stimata intorno al 22%”.
Far recuperare in parte questo potere d’acquisto ai dipendenti è una questione certamente etica, perché ci sono milioni di lavoratori che aspettano il rinnovo del contratto, spesso scaduto da anni: stando ai numeri del Cnel, solo per quanto riguarda il settore privato, un lavoratore su due ha il proprio stipendio parametrato a delle intese fra sindacati e datori di lavoro che non rispecchiano l’aumento a due cifre dell’inflazione che c’è stato negli ultimi anni, prima che iniziasse il ritorno alla normalità. Ma il recupero è anche una questione economica, e qui giungiamo alla terza ragione per cui gli stipendi vanno ritoccati senza se e senza ma. In una fase come quella attuale, in cui in Italia e in Europa la crescita è ferma a qualche decimale, mettere un po’ più di reddito disponibile farebbe bene a tutta l’economia. Se infatti il lavoratore ha più soldi in busta paga, può dedicarlo a qualche acquisto che negli ultimi tempi ha rimandato, quindi i consumi potranno aumentare, tirando su la domanda aggregata e quindi la crescita del Pil, cosa di cui beneficeranno anche le imprese e i conti pubblici. Questa sì che sarebbe una spirale positiva.
Salari più alti, poi, e qui siamo all’ultima motivazione, porteranno anche a frenare il pericoloso trend di erosione della ricchezza delle famiglie italiane che si rileva dai dati di Istat e Bankitalia. Dal 2011 al 2022 l’effetto combinato dell’inflazione e dei salari fermi ha causato agli italiani una perdita della ricchezza pari al 7,7 per cento. Quindi, per fare un esempio pratico, anche per il lavoratore che preferirà non spendere l’aumento ne deriverà un vantaggio economico perché aumenterà il suo stock di risparmi, che potrà poi essere investito in Borsa o in case o in qualsiasi altra forma che in prospettiva lo farà stare più sereno. Anche qui si potrebbe innescare un circuito virtuoso per la crescita economica.
Insomma, i motivi sono tanti, ora spetta solo a chi di dovere scendere in campo e vincere la partita: governo, regioni, comuni, datori di lavoro privati e ovviamente sindacati. Più contratti per tutti.
(da Huffingtonpost)
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Febbraio 12th, 2024 Riccardo Fucile
MENO VEDI E MEGLIO E’: CONGRATULAZIONI A CHI VIOLA LA NORMATIVA DELL’ACCESSO
Il consigliere regionale della Lombardia Luca Paladini è entrato a
sorpresa nel centro di permanenza per il rimpatrio di via Corelli a Milano, insieme a Teresa Florio di Mai più lager-No ai cpr, Cesare Mariani dell’associazione Naga e il medico Nicola Cocco.
In una visita non annunciata, resasi necessaria dopo la protesta di sabato sera dei trattenuti e soprattutto della successiva repressione violenta. Nel primo pomeriggio del 10 febbraio i quattro visitatori hanno parlato con quattro trattenuti, un operatore, un infermiere e il vicedirettore della struttura.
È stato però negato l’accesso ai moduli abitativi del Cpr, come anche la visione delle cartelle cliniche, nonostante entrambe le richieste fossero legittime
“Riteniamo questa forma di ostruzionismo un abuso che va totalmente contro la normativa”, spiega a Fanpage.it Cesare Mariani. Dall’ispezione sono emersi dettagli poco rassicuranti, come condizioni igienico-sanitarie simili al periodo precedente l’intervento della Procura e numerosi interventi dell’ambulanza nel mese di gennaio. Poco si sa sulle due persone che nella notte di domenica hanno subito le percosse. “Da quel che risulta, sono stati portati entrambi in pronto soccorso nove ore dopo gli scontri e poi dimessi. – dice l’esponente del Naga – Uscito dall’ospedale, il 18enne è stato rimesso in libertà”.
L’ispezione nel Cpr di via Corelli
La visita è durata cinque ore, dalle 14.45 alle 19.45 circa. “Ci hanno impedito di entrare nei moduli abitativi contro ogni rispetto della legge”, spiega Mariani. Secondo il regolamento Cpr, disciplinato dalla direttiva del Ministero dell’Interno, tra le persone ammesse senza autorizzazione (art. 7 comma 1) ci sono gli stessi soggetti a cui è consentito accedere alle carceri dal regolamento penitenziario (art. 67 legge 354/1975). Tra questi, i consiglieri regionali con i loro collaboratori (al plurale). “Avremmo dovuto avere accesso libero alla struttura ma non ce l’hanno permesso – spiega Mariani – Per noi è un abuso serio”.
Il diniego sarebbe arrivato proprio dal Prefetto: “La direttrice del Centro ha chiamato la Prefettura e, a sua volta, ce lo ha comunicato per telefono”, dice Mariani. Ai tre è stato concesso di parlare solo con alcuni dei trattenuti e non nelle stanze in cui dormono. “Abbiamo prima sentito la versione del personale del cpr e dell’ispettore di Polizia. Hanno detto che non erano presenti durante gli scontri tra migranti e Guardia di Finanza e ci hanno riferito di averlo saputo dai video della rete”.
Grazie a questi colloqui è emersa una nuova versione delle ragioni che avrebbero portato gli agenti a intervenire. In un primo momento si era pensato che la protesta fosse nata in seguito alla chiusura di una finestrella attraverso cui passano gli oggetti dall’esterno. Le cose però sembrerebbero andate diversamente: “Secondo il personale – racconta Mariani – c’era stata un’aggressione a un operatore da parte di un ragazzo. Si era rifiutato di mangiare la pasta alle otto di sera e aveva buttato il piatto di pasta verso un operatore. Secondo quanto riscontrato durante i colloqui l’intervento della guardia di Finanza era poi avvenuto alle due di notte”.
Negato anche l’accesso alle cartelle cliniche
Solo diverse ore dopo, intorno alle 11, i due ospiti che avevano subito le percosse sarebbero stati trasportati in ospedale. “I testimoni con cui siamo riusciti a parlare ci hanno riferito che sono andati in codice verde al Policlinico. Non sappiamo come stiano adesso, ma ci è stato detto che sono stati entrambi dimessi e che il 18enne è stato rimesso in libertà”, spiega Mariani.
Sabato pomeriggio, alcuni migranti erano rimasti seminudi per ore sotto la pioggia battente. A generare quella protesta sarebbe stato invece il cibo deteriorato e le condizioni igienico sanitarie critiche. “Ci hanno riferito di alimenti sempre uguali, scarsi e maleodoranti, che confermano le denunce precedenti al commissariamento”, spiega Mariani.
Ai quattro è stato negato anche l’accesso alle cartelle cliniche, sebbene la consultazione fosse stata autorizzata dai pazienti, che in teoria sono gli unici a poter decidere sulla visione. “Sappiamo solo che l’invio al pronto soccorso è avvenuto a circa nove ore dagli scontri con gli agenti. Per fortuna sembra stiano bene, ma le cose potevano andare diversamente”, riferisce Mariani.
Tante le mancanze legate alla sfera sanitaria emerse dalla visita e in parte approfondite dall’infettivologo Nicola Cocco. “L’infermeria è esattamente come nel nostro ingresso nel marzo 2023. Non è cambiato niente – spiega Mariani – Ci sono pochissimi materiali e mancano le bombole a ossigeno, previste dal regolamento”. Nel corso della visita è stato possibile consultare i fogli degli invii degli ospiti al pronto soccorso. Ne è emerso un quadro per cui l’intervento delle ambulanze è molto frequente.
“A gennaio, un periodo in cui in media c’erano 50 persone nel cpr, gli invii sono stati 34. Delle due l’una – riflette l’esponente del Naga – o lì dentro la capacità di dare assistenza medica è così bassa che per qualsiasi cosa sono costretti a fare un invio al pronto soccorso oppure gli eventi gravi sono eccessivamente numerosi”.
A queste criticità, i volontari dello sportello legale per stranieri hanno maturato sospetti sulla legittimità del trattenimento di alcune persone nella struttura. “Uno ha due figli in Italia e quindi dovrebbe potere avere diritto all’asilo – spiega Mariani – L’altro è stato fermato, non abbiamo capito perché, mentre stava per sposarsi con la compagna”.
(da Fanpage)
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