Febbraio 8th, 2024 Riccardo Fucile
RINVIARE ANCORA LA SVOLTA GREEN NON E’ BASTATO
La svolta green tentata dall’Europa per limitare l’uso dei pesticidi,
favorire la bio-diversità e spingere sul biologico, dove i fitofarmaci quasi è rinviata a tempi migliori. Tuttavia il fatto che Ursula von der Leyen abbia fatto dietrofront rinviando sine die il taglio del 50% entro il 2030 dei pesticidi nelle produzioni agricole non fermerà oggi, giovedì 8 febbraio, la marcia dei trattori su Roma e il teatro Ariston. Questo nonostante i produttori non corrano più il rischio, senza l’aiutino della chimica, di perdere l’8% dei raccolti di grano e cereali vari, di non mettere più in cascina l’11% di semi da olio e il 10% di frutta e verdura che avrebbero altrimenti perso limitando l’uso dei pesticidi come l’Europa inizialmente chiedeva.
Così come nel cestino è finita la riserva di un 25% della superficie agricola da destinare alle colture biologiche. Resta il 4% dei terreni da lasciare incolti per favorire la biodiversità. Ma anche su questo gli agricoltori qualcosa hanno ottenuto, visto che in quella porzione potranno coltivare piante come piselli, fave o lenticchie, oppure colture a crescita rapida, che hanno un impatto meno pesante di quelle ordinarie.
Viene allora da chiedersi perché i trattori non siano tornati sui campi. Ma la realtà è che dietro i forconi issati a difesa dei pesticidi si cela un’altra battaglia non meno campale. Quella degli sgravi fiscali. I grandi produttori puntano soprattutto sull’ennesima proroga dell’esenzione dal versamento dell’Irpef sui redditi agricoli, introdotta nel 2017 e abrogata dalla Meloni a partire da quest’anno. «Per l’agricoltura abbiamo messo sul piatto 3 miliardi in più rispetto a quelli inizialmente previsti dal Pnrr» si è giustificata la premier. Ma i diretti interessati contestano il fatto che l’erogazione di quei soldi sarà condizionata al rispetto di quel che resta delle misure green e che la manovra dello scorso anno non ha riservato all’agricoltura i sussidi garantiti invece dal piano “industria 4.0”.
Richieste costose da esaudire. Così nel braccio di ferro sono rimasti stritolati i consumatori, che nel 34% dei casi continueranno a mangiare prodotti con una presenza di pesticidi che salvo eccezioni è nei limiti del consentito, ma che come dimostrano gli studi scientifici bene alla salute non fanno.
Quanto si fa uso di pesticidi in Italia e quanto all’estero
Secondo i dati contenuti nel rapporto del Wwf del 2022, “Pesticidi: una pandemia silenziosa”, l’Italia è il sesto maggior utilizzatore al mondo di pesticidi con 114.000 tonnellate l’anno di circa 400 sostanze diverse. A livello globale, nel 2019 sono state utilizzate circa 4,2 milioni di tonnellate (0,6 chilogrammi a persona) con un incremento previsto di circa 3,5 milioni di tonnellate. Boscalid, Fludioxonil, Metalaxil, Imidacloprid, Captan, Cyprodinil e Chlorpyrifos sono i pesticidi più diffusi negli alimenti campionati in Italia. Il Chlorpyrifos è un principio attivo definito non sicuro dall’Efsa (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare) nel 2021. A questo gruppo appartiene anche il glifosato, erbicida autorizzato in Europa, il più utilizzato in Italia ma che il produttore ha recentemente deciso di ritirare dal mercato Usa. Un’indagine condotta da Legambiente ha rilevato che solo l’1,3% dei campioni di frutta, verdura, prodotti animali e trasformati era fuorilegge, ossia supera la quota massima di residuo consentita di queste sostanze, spesso sospettate di essere cancerogene. Ma il 34% degli alimenti presentava uno o più residui. Percentuale che sale al 40,2% nella frutta, scende all’8,7% nei prodotti trasformati e risale al 14,8% nelle verdure, mentre è assolutamente residuale nella carne, così come nel latte. Le cose vanno un po’ meno bene per le uova, dato che il 5% risulta essere contaminato dall’insetticida fipronil, che può dare problemi solo se ingerito a forti dosaggi Promossi a pieni voti invece i prodotti biologici tra i quali nessuno è risultato essere sopra le soglie consentite dalla legge, mentre residui sono stati rintracciati appena nel 2,5% del campione.
Che rischi comportano per la salute
Diciamolo subito in premessa: rischi per la salute dell’uomo esistono solo quando i residui dei pesticidi negli alimenti superano, spesso anche di un bel po’, i limiti consentiti dalla legge. E questo succede fortunatamente di rado. Anche se è più difficile valutarne gli effetti quando, come sembra essere nel 18% dei casi, si è esposti a un cocktail di fitofarmaci, sia pure a piccole dosi. Un’indagine accurata sui pericoli per l’uomo, attraverso la raccolta di numerosi studi internazionali, l’ha condotta la sezione italiana dell’Isde, la Società dei medici per l’ambiente. Effetti che sono stati identificati in: diminuzione della fertilità maschile, danni alla tiroide, disturbi autoimmuni, diabete, deficit cognitivi e comportamentali, malattie neurodegenerative come il Parkinson, sviluppo puberale precoce.
Vari studi evidenziano anche una correlazione tra esposizione a pesticidi e insorgenza dei tumori. Degli insidiosi linfomi Non Hodgkin si è rilevato un incremento dei casi del 160% per esposizione all’insetticida lindano, del 25% per esposizione a cynazina e del 280% in caso ci si sia esposti al diserbante “acido-2,4-diclorofenossacetico”.
«Rischi statisticamente significativi di leucemia sono stati riscontrati in 5 studi su 9», in due su due nel caso del mieloma multiplo. Per esposizione a Fonofos (utilizzato soprattutto nella semina) e a Methylbromide (utilizzato contro insetti e funghi) si è dimostrato un rischio significativo di cancro alla prostata anche fino a 3 volte l’atteso.
Un’eccessiva esposizione ai pesticidi sembra avere una correlazione anche con l’insorgenza di tumori nell’infanzia, vista la loro più alta incidenza riscontrata in un’ampia coorte di figli di agricoltori americani.
Cosa c’è che ancora non piace agli agricoltori in quel che resta delle misure green dell’Ue
Ritirato dalla Commissione Ue il temuto taglio del 50% dei fitofarmaci entro il 2030 gli agricoltori continuano a puntare i piedi contro la Pac, la Politica agricola comune, giudicata esempio di «estremismo ambientalista a scapito della produzione agricola e dei consumatori». Uno dei punti più criticati è l’obbligo per gli agricoltori europei di lasciare incolto il 4 per cento dei propri campi, in modo da stimolare la biodiversità dei terreni. Gli agricoltori italiani ed europei l’hanno sempre criticato, vedendolo come un’inutile privazione di terreno potenzialmente produttivo. Il vincolo è contenuto nell’ultima versione della PAC, ma non è mai davvero entrato in vigore, dato che nel 2023 è stato sospeso a causa della crisi energetica e della guerra in Ucraina.
Qualcosa comunque gli agricoltori l’hanno già ottenuta perché la scorsa settimana la Commissione Ue ha proposto una sorte di deroga, che consente in pratica in quella porzione di terreni che dovrebbe restare libera di coltivare piante considerate benefiche per la terra, come piselli, fave o lenticchie, oppure colture a crescita rapida, che hanno un impatto meno pesante di quelle ordinarie. La proposta di deroga dovrà essere approvata dal Consiglio dell’Unione Europea, quindi dai rappresentanti dei governi dei 27 Stati membri
Tra l’altro gli agricoltori chiedono che l’erogazione dei sussidi a sostegno del reddito agricolo previsti dalla PAC non siano subordinati al rispetto dei nuovi paletti green fissati dalla Commissione Ue
Sul piano fiscale le richieste vanno invece dalla proroga dell’esenzione Irpef sui redditi da lavoro agricolo a quella ancora più pretenziosa di togliere l’Iva su alcuni prodotti alimentari primari che da noi è già al 4-5% contro il 22% applicato nell’Ue.
(da agenzie)
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Febbraio 8th, 2024 Riccardo Fucile
“I SISTEMI DI DIFESA AEREA UCRAINI HANNO ANNULLATO LA SUPERIORITA’ DELL’AVIAZIONE RUSSA”
Non capita tutti i giorni leggere uno squarcio di verità improvvisa e dirompente sulla Russia, sul reale stato della sua guerra contro l’Ucraina, e per di più proveniente dal mondo militare. Succede mentre la propaganda elettorale di Putin è impegnata a rivendere come grande vittoria al fronte la conquista di alcune strade di un villaggio ormai distrutto (Avdiivka), con la morte di almeno 15mila russi – e a nascondere che nel frattempo dall’inizio dell’invasione su larga scala almeno 315mila soldati russi sono stati uccisi o feriti, e due terzi del totale dei carri armati russi di prima della guerra sono stati distrutti. Mentre l’economia russa soffre di una iper-inflazione spaventosa sui beni di primissima necessità, e anche le banche cinesi cominciano a non accettare più transazioni (in qualunque valuta) con entità russe.
I fatti sono semplici, scritti a chiare lettere nella prefazione alla raccolta di articoli scientifico-militari “Algoritmi di fuoco e acciaio”, che è stata ora recensita e raccontata dalla pubblicazione “Army Standard”, non una rivista indipendente russa, ma una pubblicazione collegata al comparto della Difesa (il fondatore è il canale televisivo del Ministero della Difesa “Zvezda”). In questo scritto, dirompente quanto tecnico, e totalmente pubblico, senza particolari filtri, l’ex capo di stato maggiore russo Yuri Baluevskij riconosce la superiorità dell’artiglieria della Nato. Putin ha poche settimane fa detto il contrario. Nel discorso del 2 febbraio Vladimir Vladimirovich disse testualmente: «Naturalmente, se confrontiamo le moderne armi della Nato con le armi dell’ultimo periodo dell’era sovietica, in qualche modo sono inferiori, tra l’altro, non sempre. Ma se prendiamo le nostre armi più recenti, sono chiaramente superiori a tutti. Questo è un fatto evidente».
Baluevskij, al contrario, fa un’analisi spietata e realistica dello stato dei mezzi russi, celebrato dalla propaganda di Mosca come «il più potente esercito al mondo». Secondo l’ex capo di stato maggiore russo (2004-2008) e ex vice segretario del Consiglio di sicurezza (2008-2012), i sistemi di artiglieria della Nato sono qualitativamente superiori a quelli russi. Ma c’è molto di più nella sua analisi: «C’è una superiorità qualitativa dell’artiglieria Nato», che adduce come causa principale il passaggio ai cannoni da 155 mm con canna calibro 52 e lo sviluppo di proiettili a lunghissima gittata.
«L’operazione militare speciale – osserva Baluevskij– ha rivelato un ritardo significativo nell’artiglieria nazionale e nei sistemi missilistici e richiede un loro riarmo prioritario e radicale nei prossimi anni». Con questa situazione, molti del bluff di Putin – che però vengono rilanciato acriticamente da tanti utili idioti o collaborazionisti occidentali – vengono di fatto svelati. Baluevskij ridimensiona molto anche la superiorità aerea che i russi hanno grazie al fatto che agli ucraini non sono stati ancora, di fatto, gli F-16 occidentali. Questa superiorità russa è menomata e quasi annullata dalla circostanza che, spiega Baluevskij, la difesa aerea ha inaspettatamente sconfitto l’aviazione militare, che non solo non può operare in massa sul territorio nemico, ma è anche «costretta a volare e fare base con cautela sul proprio territorio. Il compito di sopprimere efficacemente le difese aeree nemiche si è rivelato praticamente impossibile. Ma la sua decisione predetermina l’ulteriore corso e l’esito del combattimento aereo, e non solo».
Baluevskij è stato vice comandante di gruppo in Transcaucasia negli anni novanta, poi ha lavorato nello Stato Maggiore a Mosca, e infine ricoperto il ruolo di vice segretario del Consiglio di Sicurezza: sa di cosa parla. Il gap Russia-Nato, ricostruisce, è forte nella qualità dell’artiglieria che, soprattutto quella a lungo raggio e ad alta precisione, «è tornata sul piedistallo del dio della guerra: il numero di proiettili sparati è quasi il fattore determinante nel combattimento e nelle operazioni». Molti problemi, continua, hanno registrato i carri armati, si sono dimostrati «un bersaglio facilmente individuabile e facilmente colpibile», e il compito di sopprimere le difese aeree nemiche «si è rivelato irrisolvibile». Ergo, è inesistente la presunta superiorità che dovrebbe esser data dal disporre di cacciabombardieri.
La diagnosi finale è tremenda. Nel complesso, sostiene Baluevskij, le Forze di Difesa Aerea Strategica hanno mostrato il fallimento delle previsioni di sviluppo militare e hanno richiesto una rivalutazione del ruolo e del posto di varie armi. A suo dire, molti libri di testo di tattica utilizzati dai generali russi dovranno essere «cancellati dagli archivi». Baluevskij non si addentra nei mezzi della guerra elettronica, droni a lunga distanza, droni di sorveglianza, droni marini: e appare chiaro che su questo fronte sarà costruita molta della resistenza ucraina nel 2024, e la capacità di Kyiv di colpire dietro le linee nemiche con attacchi profondi, tanto sul mar Nero quanto nei complessi energetici e nelle infrastrutture critiche della regione di San Pietroburgo.
(da La Stampa)
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Febbraio 8th, 2024 Riccardo Fucile
UN MILANESE DA GENERAZIONI SMENTISCE I PROBLEMI LEGATI ALL’INTEGRAZIONE E LE PALLE SOVRANISTE
Ultimo di tre figli e unico maschio, Aurelio Ponzoni riceve il
soprannome Cochi dalla madre Adele Cattaneo, ispirata da un personaggio del Corriere dei Piccoli. Iscritto alla sezione di ragioneria dell’Istituto Tecnico Carlo Cattaneo, conosce Renato Pozzetto. A 18 anni si reca a Londra. Dall’esperienza in quella capitale europea, trarrà ispirazione per creare il personaggio, accurato ed elegante che lo renderà famoso.
Nel 1962, nasce il sodalizio con Pozzetto. Un grande successo. Possiamo parlare di una comicità rivoluzionaria, surreale, fatta di gags fulminee ed esasperanti?
Sì. Diciamo che la nostra verve comica, riguardava un linguaggio privato fra noi due che, sin da ragazzi, avevamo una simbiosi e una comunità di vedute, per quanto riguarda le cose divertenti, che ci rendeva molto simili e anche molto in preda alle nostre fantasie un po’ al di là del comprensibile. Riuscivamo però a trasferirle sul palcoscenico del cabaret, in modo che arrivassero anche al pubblico.
Enzo Jannacci che cosa ha rappresentato per te e per Renato?
È stato il nostro fratello maggiore, produttore discografico, l’autore delle musiche e delle nostre canzoni. . Eravamo un trio negli spettacoli, sia teatrali che cabarettistici. Eravamo sempre insieme. Per 10 anni non ci siamo mai mollati, in tutte le situazioni, private e professionali.
“Canzone intelligente”, “La gallina”, “E la vita, la vita”, sono da considerare successi musicali o successi che completano e fanno parte della vostra comicità?
Diciamo che le due cose si intersecano. I testi delle nostre canzoni avevano sempre un risvolto che riguardava il nostro modo di esprimerci. Quindi, le canzoni erano un po’ a sintesi del nostro modo di fare cabaret, di fare spettacolo.
Nel 1975, il duo Cochi e Renato si scioglie e ognuno segue la propria strada. A che cosa fu dovuta questa decisione?
Dopo Canzonissima del 1974, in cui avevamo avuto anche un grande successo discografico, ci offrirono di fare la coppia cinematografica, cosa che non volevamo assolutamente fare. Non volevamo fare, con tutto il rispetto, Ciccio e Franco (Ingrassia e Franchi ndr). Volevamo percorrere le nostre strade cinematografiche separate. Io, contemporaneamente alla scelta di Renato di fare il primo film “Per amare Ofelia”, fui contattato da Lattuada per il film “Cuore di cane”. Quindi, la nostra, è stata una separazione morbida. Sia io che Renato, in contemporanea, eravamo alle prese con un fenomeno che non avevamo mai affrontato: il cinema.
Renato ha detto di voi due e della vostra comicità: “Ci capivamo, ci intendevamo, ci facevano ridere le stesse cose sin da quando eravamo bambini. Ascoltavamo le canzoni popolari e di protesta. La nostra comicità viene da un destino che ci ha legati prima che nascessimo”
Penso che Renato abbia ragione a dire ciò, perché i nostri genitori, prima che nascessimo, già si conoscevano. Le mie sorelle maggiori e i fratelli maggiori di Renato erano, come si diceva una volta, nella stessa compagnia di amici, quindi, quando siamo nati noi, inevitabilmente ci siamo ritrovati subito faccia a faccia. È stato un percorso assolutamente naturale.
Dopo il 2000, sei tornato in coppia con Renato in TV e in teatro. Come giudichi questo ritorno?
È stato molto piacevole. Quando Renato mi ha chiamato in TV per “Nebbia in Val Padana”, ho subito accettato con piacere e con la felicità di tornare a lavorare con lui. Alla fine di questa serie televisiva, abbiamo pensato entrambi di riproporci in teatro, facendo le cose del cabaret. Non pensavamo, però, che, dopo il nostro debutto al Teatro Nazionale con il tutto esaurito (2000 persone, ndr), per due mesi facessimo altrettanto anche negli altri teatri. Dopodiché abbiamo pensato di fare, ogni anno, una tournée di tre mesi, riproponendo le nostre canzoni e i nostri sketch. Per 14 anni, quindi, abbiamo continuato, non più giovanotti, a ripresentarci. Il linguaggio, però, era lo stesso di un tempo. Eppure abbiamo avuto il riscontro che ancora interessavamo. È stata una bellissima esperienza.
A Milano esistono ancora i luoghi della comicità, locali che sono stati vere e proprie fucine di talenti?
Diciamo che la situazione è un po’ cambiata, ma ci sono sempre locali così: lo Zelig, lo Spirit de Milan e altri. Ci sono, poi, fenomeni che vanno al passo con i tempi. Diciamo che la possibilità di esibirsi, da parte dei giovani comici, c’è sempre.
Sei nato e vivi a Milano, a differenza di Renato che vive sul Lago Maggiore. Ma ti piace la Milano di oggi? E se sì, perché?
Mi piace la Milano di oggi, perché, pur arrancando, è l’unica città che resta al passo coi tempi; parlando di mettopoli, Milano rappresenta quella che potrebbe essere, in futuro, una metropoli europea. Già ora, è la città più europea d’Italia .
È una Milano multietnica. Ti ci trovi bene? E che cosa manca?
Io vivo in un quartiere multietnico, Dergano. Peruviani, cinesi, magrebini, tutti hanno la loro attività e vivono tranquillamente, senza alcun problema. Le differenze etniche, quando c’è un clima sociale tranquillo, si annullano, si appianano. A Milano manca un po’ la visione per un futuro che sta arrivando, se non è già arrivato. Non ci siamo abbastanza attrezzati, soprattutto noi, della nostra generazione un po’ …rugosa, ecco. Però lo spauracchio di Milano-Cortina 2026 ci sta dando sprone e speranza.
Hai dei rimpianti, relativamente alla tua vita, professionale e non?
No. Veramente posso dire che sono stato fortunato e ho sempre fatto ciò che mi piaceva. Se devo dire che mi è mancato qualcosa, direi l’affetto dei miei genitori. Mio padre, ad esempio, che è scomparso quando avevo solo 19 anni.
(da fanpage)
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Febbraio 8th, 2024 Riccardo Fucile
UTILI RECORD GRAZIE AL BOOM DEI TASSI DI INTERESSE… NON E’ VERO CHE LASCIARE I SOLDI IN PANCIA ALLE BANCHE ABBIA AUMENTATO IL CREDITO A FAMIGLIE E IMPRESE
Per Intesa e Unicredit il 2023 è stato l’anno migliore di sempre. Persino Monte dei Paschi dopo anni di guai è tornata ampiamente in attivo. Tra utili record e lauti dividendi agli azionisti, nei conti delle grandi banche italiane si registra un solo segno meno: quello relativo ai prestiti per famiglie e imprese. L’esatto opposto di quanto aveva assicurato Giorgia Meloni, per giustificare la rinuncia a tassare gli extraprofitti delle banche. Più soldi in pancia degli istituti – aveva spiegato la premier – si sarebbero tradotti in credito più facile per la clientela. Non è andata così.
In questi giorni, i vertici delle banche italiane stanno presentando i risultati del 2023. Per prima è toccato a Unicredit, che ha annunciato un utile netto di 8,6 miliardi, oltre il 50 percento in più del 2022. PerBanca Intesa il profitto è stato di 7,7 miliardi, + 76 percento rispetto all’anno precedente. Si tratta di cifre da capogiro, mai fatte segnare in precedenza dalle principali banche italiane, che si tradurranno in una generosa remunerazione, per gli azionisti delle due società. L’istituto guidato dall’ad Andrea Orcel ha intenzion di distribuire ai sottoscrittori delle sue azioni circa 10 miliardi, nel corso del 2024. Intesa ha proposto dividendi per 5,5 miliardi, a cui aggiungere un’operazione di riacquisto di azioni, da realizzare nel corso dell’anno. Anche Mps tornerà a staccare una cedola dopo 13 anni di austerità, grazie a un utile di oltre due miliardi.
Il boom degli extraprofitti
Per stessa ammissione dei vertici delle banche, a trascinare i conti del 2023 è stato il forte aumento dei tassi d’interesse, frutto delle scelte della Banca centrale europea. Questo si è tradotto in un super incremento del margine d’interesse, la differenza cioè tra i maggiori tassi chiesti per prestiti e mutui e quelli (molto più bassi) corrisposti sui depositi dei clienti. Per dare un’idea, il margine d’interesse di Intesa è cresciuto in dodici mesi di oltre 5 miliardi, quello di Unicredit di 3,6 miliardi, Mps ha segnato un incremento di circa 700 milioni, con un aumento del 49 percento rispetto al 2022. Secondo l’ad dell’istituto piemontese Carlo Messina, il rialzo dei margini d’interesse è destinato a proseguire, anche quest’anno.
Proprio di fronte a questi maxi guadagni, definiti “ingiusti”, la presidente Meloni aveva deciso di intervenire con un’imposta straordinaria, pari al 40 percento della differenza tra il margine d’interesse realizzato dalle banche nel 2023 e quello fatto registrare l’anno precedente. In un secondo tempo, però, con un clamoroso dietrofront, il governo ha garantito un salvacondotto agli istituti offrendo, in alternativa al pagamento della tassa sugli extraprofitti, la possibilità di rafforzare il proprio capitale, con una cifra pari a due volte e mezzo, di quanto avrebbero dovuto versare. Opzione ovviamente esercitata da tutti i maggiori gruppi bancari. Banca Intesa ad esempio ha accantonato quasi due miliardi di euro di riserve, anziché dare allo Stato circa 800 milioni
Prestiti in calo: l’effetto Meloni non c’è
In risposta alle critiche per la retromarcia sugli extraprofitti, la premier ha sostenuto che, grazie all’operazione voluta dal governo, le banche avrebbero avuto più soldi da prestare a famiglie e imprese. Dopo il varo della norma “il credito è aumentato” , ha detto Meloni, intervistata da Nicola Porro a Quarta Repubblica, il 22 gennaio. I dati rilasciati in questi giorni dai grandi istituti del Paese rivelano che quanto dichiarato dalla presidente del Consiglio è falso.
Nel comunicato pubblicato da Intesa per illustrare i propri conti, si legge che nel 2023 “i finanziamenti verso la clientela sono stati pari a 430 miliardi di euro, in diminuzione del 3,9 percento, rispetto al 31 dicembre 2022″. Una discesa proseguita anche nel trimestre ottobre-dicembre – quello successivo alla modifica del testo sugli extraprofitti – con un -0,5 percento, rispetto ai tre mesi precedenti. Per Unicredit è disponibile anche il dato relativo alle sole attività italiane del gruppo. Qua in un anno i prestiti sono crollati del 9,7 percento. Nel trimestre ottobre-dicembre il calo è stato di circa il 4,9 percento, da 162 a 154 miliardi. Infine Mps ha segnato un meno 4,2 percento anno su anno e meno 2,3 percento nell’ultimo trimestre.
Insomma le evidenze disponibili dimostrano che al momento la scelta fatta da Meloni di rinunciare a tassare gli extraprofitti delle banche, non ha aumentato il credito elargito a imprese e famiglie. Al contrario, anche dopo aver dato la possibilità agli istituti di tenere in pancia i soldi che avrebbero dovuto versare, le cifre dei prestiti concessi sono continuate a diminuire. Questo perché, come spiegato da diversi economisti, in questa fase il volume del credito erogato dalle banche dipende solo in minima parte dalle riserve disponibili – già ampie -, quanto piuttosto da altri fattori, come appunto gli alti tassi d’interesse sui prestiti e i mutui, uniti alla difficile congiuntura economica.
Riassumendo, le banche nel 2023 hanno realizzato utili mai avuti prima, grazie all’esplosione dei margini d’interesse. Poco o niente di questa montagna di denaro è servita per rendere più facile il credito ai clienti. D’altra parte, il governo ha scelto di non toccare i maxi profitti. Così, a festeggiare sono rimasti gli azionisti degli istituti bancari, soprattutto quelli grandi, spesso gruppi stranieri come la società d’investimento Usa Blackrock o i tedeschi di Allianz.
(da Fanpage)
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Febbraio 8th, 2024 Riccardo Fucile
IL TUTTO INSIEME ALLE CRITICHE DEL PUBBLICO E DEGLI ADDETTI AI LAVORI
John Travolta al Festival di Sanremo è diventato ufficialmente un
caso. Dopo le enormi critiche da parte del pubblico e da numerosi addetti ai lavori, questa mattina arriva la notizia del cachet dell’attore di Pulp Fiction e Grease: secondo l’Adnkronos, Travolta avrebbe ricevuto 200mila euro dall’organizzazione del Festival, e di uno sponsor occulto – un noto marchio di scarpe di cui l’attore è già testimonial – che gli avrebbe assicurato un milione di euro. Alle spese ufficiali, poi, andrebbe aggiunta anche la trasferta: l’attore sarebbe arrivato da Nizza con il suo aereo privato. Dulcis in fundo, lo stesso attore – dopo lo sfogo in diretta con il lancio del cappellino da papera prima del Ballo del Qua Qua – non avrebbe dato la liberatoria per diffondere il video del siparietto che, come ammesso dallo stesso Fiorello, è stata una ‘gag venuta male’.
Il video del ballo del Qua Qua rimosso da RaiPlay
Dal tutorial di tutti i balli dei suoi film fino al ridicolo ‘ballo del qua qua’ con Amadeus e Fiorello che ha scatenato un putiferio sui social. Ma è stato lo stesso attore ad aver reagito male, come confermato da Eleonora Daniele che nella puntata odierna di Storie Italiane ha spiegato di non avere l’autorizzazione a mandare in onda quel siparietto. Nel frattempo, il video non è più disponibile su RaiPlay, a meno di non riguardare tutta la puntata in replica.
Altra questione è quella relativa alla pubblicità occulta. Le avete viste tutte quelle inquadrature totali per esaltare le sneakers, no? Secondo quanto rivelato dal Corriere della Sera John Travolta, che di quelle scarpe è testimonial, sarebbe stato pagato un milione di euro dalla sua azienda e questo avrebbe in un certo modo permesso al Festival di “abbassare” le spese ufficiali. Cifre enormi per uno spettacolo che dire imbarazzante è dire poco.
(da Fanpage)
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Febbraio 8th, 2024 Riccardo Fucile
SCENDE IN CAMPO ANCHE HILLARY CLINTON: “NETANYAHU DOVREBBE ANDARSENE: NON È UN LEADER AFFIDABILE. È STATO SOTTO IL SUO CONTROLLO CHE È AVVENUTA L’AGGRESSIONE. E SE È UN OSTACOLO A UN CESSATE IL FUOCO DEVE ASSOLUTAMENTE ANDARSENE”
Gli attacchi di Hamas del 7 ottobre scorso non danno a Israele “la licenza per disumanizzare gli altri”, ha affermato il segretario di Stato americano Antony Blinken. “Gli israeliani sono stati disumanizzati nel modo più orribile il 7 ottobre – ha detto Blinken ieri in una conferenza stampa a Tel Aviv, citata dai media internazionali -. Da allora gli ostaggi sono stati disumanizzati ogni giorno, ma questa non può essere una licenza per disumanizzare gli altri”, ha sottolineato il segretario di stato Usa.
In un post sul suo account X il segretario di Stato americano Antony Blinken afferma che nel suo incontro di ieri con il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Mahmoud Abbas (Abu Mazen), ha ribadito il sostegno degli Stati Uniti alla “riforma” dell’Anp e alla “creazione di uno Stato palestinese indipendente”.
Blinken “ha discusso i benefici derivanti dal rilancio” dell’Autorità nazionale palestinese, ha detto il Dipartimento di Stato americano sottolineando come Washington spinga per importanti riforme dell’Anp affinché possa tornare a governare la Striscia di Gaza. “Blinken ha ribadito il sostegno degli Stati Uniti alla creazione di uno Stato palestinese indipendente come la via migliore per garantire pace e sicurezza durature sia per i palestinesi che per gli israeliani”, si legge in un comunicato Usa citato dai media internazionali.
L’ex segretaria di Stato americana Hillary Clinton critica la gestione della guerra tra Israele e Hamas da parte del primo ministro Benjamin Netanyahu e ne chiede la cacciata. “Netanyahu dovrebbe andarsene: non è un leader affidabile. È stato sotto il suo controllo che è avvenuta l’aggressione.
E se è un ostacolo a un cessate il fuoco deve assolutamente andarsene”, ha detto la Clinton al programma ‘Alex Wagner Tonight’ della Msnbc. A una domanda sul rapporto del presidente americano Joe Biden con Netanyahu, l’ex candidata presidenziale democratica ed ex first lady Usa ha dichiarato: “Penso che Biden abbia fatto tutto ciò che poteva: rispondere alle legittime preoccupazioni del popolo israeliano dopo il 7 ottobre, allearsi con Israele di fronte ad un attacco terroristico da parte di un’organizzazione terroristica. Ma penso che sia anche chiaro che Biden sta facendo tutto il possibile per influenzare Netanyahu”.
L’agenzia di stampa palestinese Wafa afferma che almeno 14 persone sono morte e altre decine sono rimaste ferite ieri sera in bombardamenti effettuati da aerei israeliani su Rafah e su Deir al-Balah, nel sud e nel centro della Striscia di Gaza.
(da agenzie)
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Febbraio 8th, 2024 Riccardo Fucile
LA “SINDROME DA COLLO DA SMARTPHONE”, ANCHE CONOSCIUTA COME “TECH-NECK” È SEMPRE PIU’ DIFFUSA E PUÒ PROVOCARE DOLORI, PROBLEMI ALLA MOBILITA’ E L’USURA DEI DISCHI INTERVERTEBRALI.. TUTTA COLPA DELLA POSTURA INNATURALE, CHE ASSUMIAMO PER GUARDARE I CELLULARI, CHE COSTRINGE I MUSCOLI A UNO STRESS ECCESSIVO: CON UN’INCLINAZIONE DI 60 GRADI
Si vedono ovunque: sugli autobus, in metropolitana, al ristorante.
Persone di tutte le età, ingobbite verso lo schermo di un cellulare o un iPad, completamente rapite da quei pochi centimetri quadrati di schermo. Parliamo degli “smobie”, gli zombie dello smartphone.
Stando chini in avanti ore e ore, giorno dopo giorno si può arrivare a sviluppare una particolare forma di “cervicale” tecnologica o da iperconnessione. Subito identificata come sindrome “Tech(o Text) Neck” o “Sindrome da collo da smartphone”. Sempre più diffusa. Perché questa postura innaturale, con il collo proteso in avanti, condanna ad uno stress continuo i muscoli del collo, che poi presentano il conto sotto forma di cefalee (soprattutto muscolo-tensive), contratture muscolari, scrosci articolari a carico del collo e delle spalle.
La stessa cosa accade a chi passa molte ore chino sulla tastiera del computer. Quando si guarda in basso verso lo schermo, i muscoli della parte posteriore del collo sono costretti ad un super-lavoro per tenere la testa, contro la forza di gravità. È come se il capo pesasse sempre di più, fino a sfiorare i 30 chili, quando è inclinato di 60°.
E così via a testa china, per mesi e mesi fino a quando a farne le spese non sono più solo i muscoli del collo, ma la sua stessa struttura ossea, cioè la colonna cervicale con le sue articolazioni e i dischi intervertebrali che vengono usurati, fino a compromettere la mobilità stessa della colonna e a portare alla comparsa di sintomi quali dolore cervicale, vertigini, formicolii, addormentamento o riduzione della forza a carico lungo gli arti superiori, per compressione di una radice nervosa a livello del collo.
LA PAUSA
Ma allora come alleviare questi sintomi? La prima cosa è cercare di tenere il telefono in borsa o in tasca, anziché vivere in continua simbiosi con lui. Conviene affidarsi a sane regole di buon senso In primo luogo, qualunque sia l’attività (o l’inattività) che si sta facendo, è buona regola muoversi spesso, alzandosi e camminando, anche solo intorno alla scrivania, almeno una volta ogni 30 minuti.
La sedentarietà è infatti un importante fattore di rischio per le malattie cardio-vascolari e per il sovrappeso. Oltre ad alzarsi dalla sedia (o dal divano), è di aiuto fare degli esercizi di stretching per il collo, le spalle e la schiena, per allungare e decontrarre i muscoli. Quando si lavora al computer o si sta seduti alla scrivania, è bene usare una poltroncina ergonomica, con un buon supporto lombare e la possibilità di inclinare all’indietro lo schienale di 25-30°, per evitare di stare curvi in avanti e gravare con il peso della testa sul collo
Lo schermo del computer va posizionato a 50-75 cm di distanza dagli occhi e alla loro altezza (eventualmente utilizzando un supporto o sollevandolo con una pila di libri).[…] Molto importante infine è curare la posizione del collo e delle spalle durante il riposo notturno. Un cuscino o un materasso sbagliati possono peggiorare i danni fatti durante il giorno.
(da il Messaggero)
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Febbraio 8th, 2024 Riccardo Fucile
LE VOCI CRITICHE DEI GIOVANI RICERCATORI DEL CONTINENTE NERO: “DI VERTICI SULL’AFRICA NE ABBIAMO GIÀ VISTI MOLTI. DOVE SONO I RISULTATI TANGIBILI PER LA GIOVENTÙ AFRICANA?”… LA MANCATA CONSULTAZIONE E IL “DIRITTO A NON EMIGRARE”
«Si tratta di un piano di interventi con il quale vogliamo dare il nostro contributo a liberare le energie africane, anche per garantire alle giovani generazioni un diritto che finora è stato negato, perché qui in Europa noi abbiamo parlato spesso del diritto a emigrare, ma non abbiamo parlato quasi mai di come garantire il diritto a non dover essere costretti a emigrare».
Sono parole che Giorgia Meloni ha scandito con particolare intensità nel suo discorso di apertura del vertice “Italia-Africa. Un ponte per una crescita comune”, svoltosi nell’aula del Senato il 29 gennaio. Le parole della presidente del Consiglio arrivano fino in Costa d’Avorio, dove vive Kambo Martial Atse, quasi 37 anni, cofondatore e coordinatore generale dell’African Network of Young Researchers, la rete africana dei giovani ricercatori.
Lui è uno dei giovani africani che non ha mai voluto emigrare. «mi considero una risorsa per lo sviluppo dell’Africa. Il mio futuro è qui, ma credo che io e altri giovani africani avremo comunque bisogno di maggiore mobilità per migliorare le nostre competenze e acquisire esperienza da Paesi come l’Italia, la Svezia e altri Stati europei. L’incontro al quale hanno partecipato i rappresentanti di 46 Paesi (inclusi capi di Stato e di Governo) e di 25 organismi multilaterali è stata finalmente l’occasione per precisare i contenuti del Piano Mattei di cui si parlava da mesi.
Giorgia Meloni ha indicato cinque aree di intervento: istruzione e formazione professionale, salute, acqua, energia, agricoltura. Il Governo italiano per iniziare ha messo sul piatto «5,5 miliardi di euro tra crediti, operazioni a dono e garanzie: circa 3 miliardi dal Fondo italiano per il clima e 2,5 miliardi e mezzo dal Fondo per la cooperazione allo sviluppo», ha spiegato la presidente del Consiglio. Ci sono già dei progetti pilota, dal Marocco al Kenya, dall’Algeria al Mozambico, dall’Egitto all’Etiopia, con il coinvolgimento di 12 società partecipate (da Eni a Leonardo).
Meloni ha assicurato che non si tratta di «un piano di buone intenzioni, ma di obiettivi concreti e realizzabili, per cui servirà un cronoprogramma preciso che seguirò personalmente». E ha enfatizzato il concetto della «condivisione» Una risposta a chi ha lamentato la «mancata consultazione» al momento di elaborare il Piano, come ha fatto Moussa Faki (ex primo ministro del Ciad) e presidente della Commissione dell’Unione africana.
Il tema del mancato coinvolgimento era stato sollevato anche da 79 Ong di base nel continente, coordinate dall’organizzazione Don’t Gas Africa. Da Abidjan anche Kambo Martial Atse esprime qualche dubbio. «Sono perplesso», spiega, «perché di vertici sull’Africa ne abbiamo già visti molti. Ricordo il quinto vertice Unione africana-Unione europea proprio qui ad Abidjan nel novembre del 2017, che aveva al centro il tema degli investimenti sui giovani. A quasi sei anni di distanza, dove sono i risultati tangibili per la gioventù africana?».
Agli occhi degli africani l’Italia ha comunque un vantaggio rispetto ad altri Paesi europei, in particolare la Francia. «Noi Paesi africani francofoni vediamo l’Italia come un partner, senza un passato da ex potenza coloniale o neocoloniale, a parte le esperienze della Somalia e dell’Etiopia», dice Atse.
Come ha segnalato la rivista dei Comboniani Nigrizia, «diversi commentatori originari dell’Africa si sono chiesti che senso abbiano queste conferenze. In ragione di cosa, decine di leader del continente si recano in un Paese a interloquire con i vertici di quella singola realtà nazionale?». «Tutti sembrano avere un piano per l’Africa, eccetto il continente stesso», ha scritto in un suo commento Larry Madowo, giornalista keniano della Cnn.
«Penso che questi vertici servano soprattutto ai Paesi europei per risolvere i loro problemi, non quelli degli africani, in particolare dei giovani africani, lamenta Atse. L’Italia comunque non si muove da sola. A sostegno del Piano Mattei c’è anche l’Unione europea, che a sua volta, nell’ambito della strategia Global Gateway (“Porta globale”) per lo sviluppo di infrastrutture, ha preparato un pacchetto di investimenti Africa-Europa del valore di 150 miliardi di euro
(da Famiglia Cristiana)
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Febbraio 8th, 2024 Riccardo Fucile
NEANCHE QUANDO MELONI HA TORTO MARCIO SULLE ACCUSE A CONTE SUL MES, LA “DIVINA” PUO’ ESSERE CENSURATA
Giuseppe Conte ci ha abituato alle mosse più ardite: dalle restrizioni
per limitare le vittime del Covid poi copiate in tutta Europa alla battaglia sul Recovery Fund – impensabile fino ad allora – che ha portato in Italia duecento e passa miliardi di euro. Eppure, quando ha chiesto un giurì d’onore per smentire il racconto della premier Meloni su una fantomatica approvazione del Mes ai tempi del governo giallorosso, pure ai più ottimisti è sembrato che stavolta osasse troppo.
Con una destra che manipola ogni informazione, trovare soddisfazione in un organo politico significa mettere la testa nella bocca di un leone. E infatti, dopo aver letto la bozza di relazione del presidente Giorgio Mulè (Forza Italia), ai due deputati delle opposizioni nel consiglio del Giurì (Stefano Vaccari del Pd e Filiberto Zaratti di Avs) non è rimasto che dimettersi, denunciando che nel documento finale ci sarebbero interpretazioni di parte che nulla hanno a che fare con l’esclusivo accertamento dei fatti.
Così nel Giurì restano solo tre componenti, tutti della maggioranza della Meloni, che domani vorrebbero comunicare al Parlamento le loro conclusioni apponendoci il sigillo della verità. Se fosse una barzelletta ci sarebbe da ridere, ma questo è il livello in cui le destre al potere hanno fatto crollare le istituzioni, anche negli organi di garanzia. Un quadro da Paese sudamericano, in cui gli stessi campioni di democrazia si stanno apparecchiando riforme come l’Autonomia regionale differenziata e il premierato. Un rischio madornale vista l’imparzialità con cui manipolano le regole.
(da La Notizia)
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