Febbraio 9th, 2024 Riccardo Fucile
IL CRITICO ERA SOLITO PRELEVARE IN GIRO OGGETTI PER IL SUO UFFICIO: I FUNZIONARI VERIFICHERANNO CHE NULLA SIA PORTATO FUORI
“Di notte se ne andava in giro per tutto il ministero, come in preda a un raptus, in cerca di cose per arredare il suo ufficio. Il giorno dopo la gente veniva qui a reclamarli: quello era nel mio!”.
Che fosse la scala a chiocciola intarsiata per la biblioteca, il mappamondo della Sala della Meteorologia, dipinti o lampade che calano lungo il corridoio.
Vittorio Sgarbi non si è ancora dimesso, ma al ministero c’è già un certo trambusto. Fonti qualificate riferiscono al Fatto che, in previsione del suo trasloco alcuni funzionari e perfino i carabinieri sono stati allertati di verificare preventivamente che tutti i beni che trovò quando prese possesso dell’ufficio ci siano ancora quando lo lascerà, distinguendo quelli che ci portò lui stesso e quelli che si andò a prendere, fisicamente, nel palazzo perché a lui più graditi di quelli in dotazione all’ufficio.
“Li voleva a tutti i costi nel suo ufficio perché fosse più ‘adeguato’, e li andava a prendere e li spostava di persona, senza registrare alcuna richiesta ufficiale e facendo così infuriare i funzionari che tenevano il registro e la mappa dell’ubicazione dei beni”.
Un ufficio, racconta chi c’era, che Sgarbi occupò di corsa e a forza al terzo piano, cioè sopra quello del ministro e degli altri sottosegretari: una collocazione già di per sé indicativa dell’atteggiamento e dello spirito con cui il sottosegretario – che il ministro voleva fare – si presentò in via del Collegio Romano. “Un po’ per vezzo e un po’ perché così nessuno poteva controllare chi entrava e usciva”, riferisce una fonte presente all’epoca del “preso possesso” al ministero.
È l’epilogo grottesco delle vicende rivelate dal Fatto Quotidiano insieme a Report, quelle sul famoso “Manetti” identico a quello rubato a Buriasco nel 2013 ed esposto nel 2021 come proprietà di Sgarbi, ora sequestrato su ordine della Procura di Macerata in attesa di perizie, che ha portato a un’indagine per riciclaggio di beni culturali. Quella sul presunto Valentine de Boulogne sequestrato a Montecarlo per il quale, dopo le rivelazioni del restauratore Mingardi e del proprietario che lo vendette all’autista di Sgarbi per 10 mila euro, la Procura di Imperia si accinge a formulare la richiesta di rinvio a giudizio.
Il tema non è che possa essersi portato via qualcosa di “importante”, perché dalla guardiania hanno escluso siano passati “oggetti voluminosi”, quanto la necessità di ristabilire “ordine” dopo il suo vulcanico passaggio.
Le testimonianze in questo senso convergono. I sindacati interni hanno più volte reclamato “rispetto” per il personale costretto a stare fino alle tre del mattino a disposizione del sottosegretario, che l’indomani magari arrivava a mezzogiorno o non arrivava affatto.
Gli autisti venivano convocati di notte per trasferimenti comunicati all’ultimo, senza preavviso. Le proteste non hanno sortito grandi effetti, mentre quelle dei responsabili degli uffici dove le opere venivano prese d’imperio e il giorno dopo non si trovavano più, sarebbero culminate con una raccomandazione a rimetterle a posto e presentare regolare richiesta agli uffici competenti.
Raccontano al ministero che quando arrivò, Sgarbi pretese di impreziosire il suo ufficio portando alcune opere di sua proprietà e togliendone altre che non gli erano gradite, anche se stavano lì da 40 anni in quella stanza e nel corridoio a mosaico. Man mano venivano sostituite da Sgarbi che andava fisicamente a prelevarle lungo i sei piani del palazzo. Si tratta però di beni solitamente messi a disposizione del ministero da musei come “prestito” per essere esposti nei palazzi delle istituzioni, censiti con tanto di mappa e inventario, da un apposito servizio interno (“ufficio del consegnatario”) che si è presto trovato a rincorrere Sgarbi e i suoi spostamenti non autorizzati.
“Quel registro deve corrispondere perfettamente e ogni opera dovrà essere al suo posto”, riferisce uno dei funzionari che deve rimettere a posto le cose. Anche perché quella stanza tornerà presto a un altro funzionario, se è vero che Sgarbi non sarà sostituito e le sue deleghe torneranno in capo al ministro Sangiuliano.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 8th, 2024 Riccardo Fucile
“RINGRAZIATELO PER TUTTE LE PERSONE CHE BOICOTTERANNO LA VOSTRA REGIONE”… ORA SUBIRA’ UN PROVVEDIMENTO DISCIPLINARE DALLA RAI MA HA AVUTO IL CORAGGIO DI DIRE QUELLO CHE MILIONI DI ITALIANI PENSANO
Stava realizzando un servizio tv per Unomattina sulla mobilità
sostenibile in cui avrebbe voluto parlare anche del progetto Bike to Work di Trento, l’iniziativa lanciata da Palazzo Thun che premia economicamente i dipendenti che vanno in ufficio in bici, a piedi o usando mezzi pubblici al posto dell’auto.
Ma alla luce delle ultime vicende sull’orso M90, abbattuto dal Corpo forestale del Trentino dando così seguito al decreto firmato dal presidente della Provincia autonoma di Trento Maurizio Fugatti, Silvia Di Tocco ha annullato le interviste per una propria “obiezione di coscienza” e posizione animalista contro Fugatti.
Non l’ha presa bene il sindaco Franco Ianeselli che, indignato per i contenuti della mail ricevuta dalla giornalista Rai, ha segnalato la vicenda alla presidente Marinella Soldi e all’amministratore delegato Roberto Sergio. Da lì è stato aperto un provvedimento disciplinare nei confronti della dipendente, così come fatto anche nel caso di un altro giornalista per body shaming sulla cantante BigMama, in gara a Sanremo.
A riportare integralmente il testo della mail ricevuta dal Comune di Trento dalla giornalista Silvia Di Tocco è Il T Quotidiano, l’uccisione dell’orso M90.
“Alla luce dell’uccisione incresciosa avvenuta nella vostra regione contro l’ennesimo povero orso innocente – si legge – abbiamo deciso di annullare il servizio. La deontologia professionale mi impedisce di dare visibilità gratuita ad una città capoluogo della provincia autonoma di Trento guidata dal mandante delle uccisioni degli orsi. Ringraziate il vostro presidente per il boicottaggio che tutte le persone sensibili faranno nei confronti della vostra regione”.
“Le ribadisco – continua il testo riportato – che l’idea di fare questo servizio è stata solo mia, nessuno me l’ha commissionato perché mi sembrava un’iniziativa virtuosa. Nello stesso modo e con la stessa libertà di giudizio ho deciso di rivolgermi a chi apprezza il mio interesse e soprattutto non si trova in una provincia guidata da un assassino. Ogni iniziativa virtuosa viene annullata da questi assassini. Le simpatie personali non c’entrano nulla. In questo caso si tratta di esseri viventi senza colpa a cui è stata tolta la vita da una persona che è stata appena rieletta. Quindi vuol dire che vi meritate Fugatti. Buon proseguimento”.
(da agenzie)
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Febbraio 8th, 2024 Riccardo Fucile
LA SCORSA SETTIMANA GIAMBRUNO AVEVA INCONTRATO A MILANO LA MORVILLO E FEDEZ. QUANDO LA NOTIZIA ERA TRAPELATA, È APPARSO CHIARO CHE IL GIORNALISTA VOLESSE INVIARE UN MESSAGGIO A CHI DI DOVERE: È MEGLIO CHE IO TORNI IN ONDA SU MEDIASET, ALTRIMENTI PARLO
Il giornalista di Mediaset Andrea Giambruno, ex compagno di Giorgia Meloni, dialogherà con Candida Morvillo alla presentazione del nuovo libro della giornalista e scrittrice “Sei un genio dell’amore e non lo sai – Amare e farsi amare in sei semplici passi”, edito da HarperCollins. Modera Gaia Tortora, vicedirettore di La7.
L’appuntamento è per mercoledì 14 febbraio, giorno di San Valentino, alle ore 18 al Teatro Manzoni di Roma, nell’ambito del progetto “Scrittori in scena”.
Candida Morvillo, firma del Corriere della sera, da anni, intervista persone famose e con ognuna di loro è finita a parlare di sentimenti, da anni, risponde anche alla Posta del Cuore sul Corriere del Mezzogiorno ed è così che ha visto cambiare le relazioni assieme allo spirito dei tempi. Le ha viste diventare via via meno solide, le ha viste abbattere via via le barriere di genere fino a farsi fluide, e ha imparato che è possibile conoscere tutte le risposte alle domande che l’amore ci pone.
“Sei un genio dell’amore e non lo sai” parla di come amare e di come farsi amare, di come trovare un amore sano e di come evitare le relazioni tossiche. Prova a spiegare come e perché imparare ad amare sia il modo migliore per imparare a vivere al meglio delle nostre potenzialità. Questo libro dimostra, passo dopo passo, perché tutti siamo geni dell’amore, ma non lo sappiamo. È destinato a uomini e donne e a chi non si riconosce in alcun genere, a giovani, ad adulti e ad anziani ed è anche un libro allegro, perché l’amore, quello sano – avvisa l’autrice – gira sempre su una nota che mette di buonumore”.
(da agenzie)
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Febbraio 8th, 2024 Riccardo Fucile
PERCHÉ LASCIA? LE DIMISSIONI GLI SERVONO FORSE PER DEDICARSI ALLA CANDIDATURA ALLE EUROPEE
Stefano Bandecchi annuncia di aver consegnato le proprie dimissioni
da sindaco di Terni. lo fa con un post su Instagram, nel quale si rivolge direttamente ai cittadini: “Così eviteranno di leggere stupidaggini sui giornali”. I motivi, dice, “sono di carattere politico” ma non specifica quali. “Così non correremo il rischio di avere a Terni una dittatura bandecchiana”, ha commentato in tono polemico.
Eletto nel maggio scorso, la sua esperienza da sindaco è stata caratterizzata da una lunga sequenza di episodi sopra le righe. Pochi giorni fa, in consiglio comunale, si era lasciato andare a una delle sue esternazioni: “Un uomo normale guarda il culo di una donna e forse ci prova: se ci riesce se la tromba, altrimenti torna a casa. Offendetevi quanto ca..o vi pare, questa è la mia idea”. Su Change.org era partita una petizione per chiedere le sue dimissioni. Ma a giudicare dal tono dell’annuncio di oggi, non sono state le polemiche per le sue intemperanze a spingere il sindaco a fare un passo indietro.
D’altra parte, sempre nell’aula consiliare di Terni, Bandecchi era in precedenza arrivato a scatenare una rissa dopo aver insultato l’opposizione. E in precedenza, davanti al municipio, aveva litigato con l’addetto stampa arrivando alle mani davanti alla folla stupita.
Ex parà della Folgore, Bandecchi era noto per le sue intemperanze già prima dell’elezione: da presidente della Ternana – carica dalla quale si è dimesso dopo essere diventato sindaco – aveva reagito alle contestazioni dei tifosi sputando contro di loro. “Resto a fare il segretario di Alternativa popolare”, ha precisato oggi nell’annunciare le dimissioni. In questa veste ha già fatto sapere di volersi candidare alle elezioni europee e ha pure teso la mano a Vittorio Sgarbi proponendogli un posto nella propria lista, dopo il passo indietro del sottosegretario dal governo.
Nei giorni scorsi, il nome di Bandecchi era stato associato a una nota riportata nell’agenda di Fabrizio Piscitelli, il capo ultrà Diabolik: “Terni da Stefano”, c’era scritto alla data del 3 agosto 2019. Ma Bandecchi è stato netto: «Di Diabolik conosco solo i fumetti. Nessun pranzo o incontro con lui, mi sarei vestito da Batman. Io ho fra l’altro ho sempre odiato chi trafficava droga e altro. Anche perché mio fratello si è impiccato per questo motivo. Con me Diabolik non avrebbe fatto una bella fine. Ad agosto non stavo sicuramente a Terni, ero in vacanza. E lo chiarisco perché non vorrei fare la fine di Tortora».
(da agenzie)
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Febbraio 8th, 2024 Riccardo Fucile
UN ENDORSEMENT DI MELONI PRO URSULA, FATTO DURANTE LA CAMPAGNA ELETTORALE, LA ESPORREBBE AL FUOCO DI FILA DI SALVINI METTENDOLA AL MURO PER “L’INCIUCIO” COGLI ODIATI SOCIALISTI E LIBERALI… I VOTI DELLA DUCETTA NON SERVIRANNO A INCORONARE URSULA MA LEI SPERA DI OTTENERE UN COMMISSARIO DI PESO
Oltre al “genio” di Fazzolari, Giorgia Meloni ha fissa in testa una data: il 9 giugno, giorno in cui si voterà per le elezioni europee.
È il suo spartiacque, il giorno del destino che rappresenta per lei l’occasione per ottenere una legittimazione definitiva. Arrivare al 30% sarebbe per lei la certificazione di essere amata dalla “ggente” e che l’azione politica del suo governo sia piaciuta dalla maggioranza italica.
Per l’Underdog del Colle Oppio (più under che dog) il voto europeo è talmente fondamentale che sta giocando tutte le sue carte, al punto da mostrare in Italia muscoli e testosterone per tenere la situazione sotto controllo ed evitare imprevisti che possano influenzare negativamente i suoi consensi. (Dopo Santaché, Lollobrigida, Pozzolo, Sgarbi, Elkann, pure ‘sti cazzi di trattori tra i piedi…).
Solo dopo lo scrutinio del 9 giugno, se i risultati saranno in linea con quelli attesi e pretesi, vedrete che la Ducetta diventerà via via più accomodante anche con gli alleati, ma fino al Giorno del Giudizio non si fanno prigionieri: chi non è con me, è contro di me. Amen.
Il suo obiettivo, però, deve tenere conto non solo degli orientamenti elettorali dei cittadini, sempre più con le tasche vuote e la testa piena di brutti pensieri, ma anche delle dinamiche politiche più alte, quelle che si sviluppano nelle segrete stanze di Bruxelles.
Quando nei prossimi giorni Ursula Von Der Leyen sarà ufficialmente presentata come la candidata del Partito popolare europeo alla guida della Commissione, Giorgia Meloni sarà chiamata ad esprimersi: la sostiene oppure no?
È chiaro che l’ex cocca di Angela Merkel si aspetta un endorsement dalla premier della Garbatella. In questi ultimi mesi, le due bionde verticalmente svantaggiate hanno stretto un rapporto sempre più intenso, al punto che Ursula ha deciso, facendo incazzare Macron, dopo gli inutili viaggi in Tunisia, di partecipare pure al summit Italia-Africa a Roma per presentare il Piano Mattei. Una sorta di benedizione politica per le ambizioni mediterranee di Giorgia Meloni.
Anche per favorire un accordo tra il Ppe e i Conservatori, si è deciso di rinviare a dopo il voto l’ingresso del puzzone Orban e del suo partito, Fidesz, all’interno di Ecr (un ingresso immediato avrebbe reso impossibile qualunque dialogo e rapporto, visto lo sprezzo con cui i Popolari guardano al primo ministro ungherese, già cacciato dal loro gruppo come impresentabile).
Senza contare l’insofferenza dei popolari polacchi, che fanno capo al nuovo premier, Donald Tusk, di fronte alla storica alleanza tra Fratelli d’Italia e il Pis, il partito che ha governato Varsavia fino a ottobre e che da anni è membro del gruppo dei Conservatori e riformisti guidato dalla Meloni.
Tornando al cuore della questione, resta il dubbio: “Io so’ Giorgia” farà una dichiarazione di sostegno pre-voto in favore di Ursula? Sono in molti a credere che la Ducetta resterà in silenzio, dimostrando ancora una volta di voler giocare su più tavoli, tenendo il suo piede in molte staffe.
La Thatcher della Garbatella deve aver capito che un eventuale endorsement per Ursula fatta durante la campagna elettorale la esporrebbe al fuoco di fila del suo alleato, Matteo Salvini. Il leghista avrebbe gioco facile nel bersagliarla accusandola di “camaleontismo”, mettendola all’indice per “l’inciucio”, vista l’alleanza allargata che sostiene la Von der Leyen, al cui interno ci sono anche gli odiati socialisti e i liberali del nemico Macron.
A proposito di liberali, l’ingresso del partito di Eric Zemmour, “Reconquete”, in Ecr, ha fatto incazzare il gruppo Renew Europe, che ha subito escluso un possibile accordo con i Conservatori.
Ieri la capogruppo in Europa del partito di Macron, Valerie Hayer, ha tuonato: “È la linea rossa. L’unica cosa che il gruppo Ecr ha appena conquistato accogliendo Reconquete è la sua esclusione definitiva dalle trattative politiche. Anche prima che arrivasse Orbán. Nessuna compiacenza nei confronti dell’estrema destra europea”.
Come ha ricordato oggi Claudio Tito su “Repubblica”: “Nonostante le avances nei confronti della presidente del Consiglio italiana, l’inquilina di Palazzo Berlaymont sa bene che senza i voti di Pse e Renew […] nessuno ha i numeri per essere eletto alla guida dell’esecutivo europeo.
Tutti i sondaggi, infatti, confermano che non esiste una maggioranza nel prossimo Parlamento Ue senza socialisti e popolari. E che l’ipotizzata alleanza tra Ppe e Ecr è solo nella testa di qualche dirigente italiano di Fratelli d’Italia. Ma del tutto impraticabile. La base, insomma, resta la cosiddetta ‘maggioranza Ursula’”.
Alla luce dello scenario tratteggiato dalla maggior parte dei sondaggisti, la strategia di Giorgia Meloni sarà attendista: aspetterà i risultati del voto europeo coltivando la residua speranziella di poter essere determinante con Fratelli d’Italia per eleggere il prossimo presidente della Commissione, come già avvenne nel 2019 con il Movimento 5 stelle, che fu necessario per dare il via al primo mandato di Ursula.
I voti del partito meloniano sarebbero infatti ben accetti, in caso di necessità, mentre quelli di un gruppo (Ecr) che comprenda gli oltranzisti Orban e Seymour difficilmente potrebbero essere graditi dal PPE.
Il sogno nel cassetto della Ducetta è far pesare i suoi voti all’Europarlamento: è l’unica speranza per poi ottenere un commissario di peso nella prossima Commissione Ue.
(da Dagoreport)
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Febbraio 8th, 2024 Riccardo Fucile
DA UNA PARTE CRESCE L’IMBARAZZO DENTRO IL PPE PER POSSIBILI CONVERGENZE CON ECR. DALL’ALTRA I SOCIALISTI E I LIBERALI LANCIATO UN ULTIMATUM: “MAI CON GLI ESTREMISTI DI DESTRA”. E SENZA I VOTI DI PSE E RENEW, URSULA NON VA DA NESSUNA PARTE
La svolta ancora più a destra dei Conservatori europei guidati da
Giorgia Meloni fa scricchiolare il bis di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione. Non solo per l’imbarazzo evidente che sta crescendo dentro il Ppe, ma perché i Socialisti e i Liberali hanno subito lanciato un ultimatum: «Mai con la destra».
Von der Leyen da tempo lavora a un rinnovo del suo mandato e da mesi ha scommesso sul sostegno della premier italiana e del suo partito, Fratelli d’Italia. Ma i nuovi innesti nell’Ecr, il gruppo europeo di destra che vede proprio Meloni al suo vertice, stanno stravolgendo lo schema iniziale. L’ingresso dell’europarlamentare francese Nicolas Bay della formazione di estrema destra “Reconquête” di Eric Zemmour, l’annunciata adesione di Fidesz, il partito ungherese di Viktor Orbán, e l’ipotesi che anche Marine Le Pen ne faccia parte dopo le elezioni europee, si stanno rivelando un boomerang.
Nonostante le avances nei confronti della presidente del Consiglio italiana, l’inquilina di Palazzo Berlaymont sa bene che senza i voti di Pse e Renew (il partito di Emmanuel Macron) nessuno ha i numeri per essere eletto alla guida dell’esecutivo europeo. Tutti i sondaggi, infatti, confermano che non esiste una maggioranza nel prossimo Parlamento Ue senza socialisti e popolari. E che l’ipotizzata alleanza tra Ppe e Ecr è solo nella testa di qualche dirigente italiano di Fratelli d’Italia. Ma del tutto impraticabile. La base, insomma, resta la cosiddetta “maggioranza Ursula”.
Da giorni il presidente del Pse, lo svedese Stefan Lofven, ripete: «Nessuna cooperazione è possibile con la destra». E ancora ieri il segretario generale del Pse, Giacomo Filibeck, ha ricordato: «Noi puntiamo sul nostro spitzenkandidat Nicolas Schimit. Ma in ogni caso non staremo mai insieme ai partiti di destra. Né con l’Ecr, né con Identità&Democrazia (il gruppo di Matteo Salvini, ndr)».
E la stessa posizione è stata assunta dai liberali di Renew. «È la linea rossa. L’unica cosa che il gruppo Ecr ha appena conquistato accogliendo Reconquête – ha avvertito la capogruppo, Valerie Hayer – è la sua esclusione definitiva dalle trattative politiche. Anche prima che arrivasse Orbán. Nessuna compiacenza nei confronti dell’estrema destra europea».
È dunque un messaggio nemmeno tanto criptico a Von der Leyen: se vuoi davvero farti confermare, allora devi lasciare perdere i Conservatori. Non solo. Pse e Renew adesso iniziano a puntare l’indice contro i Popolari. Chiedono in particolare al presidente del Ppe, il tedesco Manfred Weber, di «uscire dall’ambiguità».
Una richiesta che fa perno sul malcontento che tra i popolari inizia a serpeggiare per le aperture a destra. In particolare gli esponenti del nord Europa non gradiscono i contatti con l’Ecr. Non lo apprezza soprattutto il capo del governo polacco, Donald Tusk, che farà di tutto pur di non entrare nella maggioranza europea con il suo nemico interno, il Pis di Morawiecki.
Tra l’altro la stessa Von der Leyen deve fare i conti con il dissenso all’interno del suo stesso partito, la Cdu tedesca. Il suo massimo organismo dirigente, infatti, lunedì 19 la indicherà come spitzenkandidat del Ppe. Sembra una scelta a suo favore, ma lo è solo apparentemente. La presidente della Commissione non avrebbe voluto questa designazione per ripresentarsi invece dopo le elezioni europee come candidata “super partes”.
Il suo progetto è così svanito (ha insistito su questo punto proprio il tedesco Weber, suo “nemico” storico) e dovrà scendere nell’agone politico come tutti gli altri. E come tutti gli altri potrà essere sottoposta a possibili siluramenti. Il Ppe sarà comunque il primo gruppo al Parlamento europeo, ma dovrà inevitabilmente scendere a patti almeno con il Pse e con Renew.
E il feeling mostrato dall’attuale presidente della Commissione verso Giorgia Meloni rischia proprio per questo motivo di diventare controproducente. I nomi di Zemmour, Le Pen e Orbán rappresentano una sorta di spauracchio per tutti i partiti europeisti. Compreso quello popolare.
Il messaggio è ora arrivato chiaramente alle orecchie di Von der Leyen e di chiunque altro voglia candidarsi alla presidenza della prossima Commissione Ue. E per Giorgia Meloni queste mosse potrebbero rivelarsi solo un modo per affrontare la competizione a destra con il gruppo salviniano.
(da La Repubblica)
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Febbraio 8th, 2024 Riccardo Fucile
PRIMA O POI TOCCA A TUTTI I CRIMINALI SOVRANISTI, E’ SOLO QUESTIONE DI TEMPO
L’ex presidente Jair Bolsonaro è uno degli obiettivi dell’operazione Tempus Veritatis, lanciata dalla polizia federale brasiliana nel quadro dell’inchiesta sull’attacco ai palazzi della democrazia dell’8 gennaio. Gli investigatori si sono recati a casa dell’ex capo di Stato, ad Angra dos Reis, sulla costa dello stato di Rio de Janeiro, intimando a Bolsonaro di consegnare il passaporto entro 24 ore.
L’ex presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, al quale è stato intimato di consegnare il passaporto entro 24 ore ed è stato vietato di lasciare il Paese, afferma di essere oggetto di “una persecuzione implacabile”. “Ho lasciato il governo più di un anno fa e continuo a subire una persecuzione implacabile”, ha detto parlando con la Folha di SP.
Da stamani perquisizioni sono in corso nelle residenze e negli uffici, tra gli altri, dei generali Braga Netto, Augusto Heleno e Paulo Sérgio Nogueira, dell’ex ministro della Difesa Anderson Torres, nonché del presidente del Partito liberale (Pl, di destra) di Bolsonaro, Valdemar Costa Neto nell’ambito di un’indagine sull’attacco ai Palazzi della democrazia dell’8 gennaio 2023.
Secondo i media, le autorità avrebbero spiccato anche almeno quattro mandati di arresto. In manette sarebbero già finiti l’ex consigliere speciale dell’ex leader di destra, Filipe Martins, e il colonnello dell’esercito Marcelo Câmara, un ex aiutante di campo di Bolsonaro menzionato nell’inchiesta sui gioielli sauditi ricevuti dall’ex capo dello Stato. L’indagine è volta a chiarire la partecipazione di queste persone all’invasione e il saccheggio delle sedi istituzionali di Brasilia avvenute l’8 gennaio 2023.
(da agenzie)
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Febbraio 8th, 2024 Riccardo Fucile
INIZIALMENTE TOLLERATO DA “MAD VLAD”, PER FARE FINTA CHE IL VOTO FOSSE LIBERO, NADEZHDIN SI È BRUCIATO NEL MOMENTO IN CUI HA RICEVUTO IL SOSTEGNO DI NAVALNY E QUANDO SI È VISTO CHE LA SUA RACCOLTA FONDI STAVA ANDANDO OLTRE LE ASPETTATIVE
Il candidato antiguerra alla presidenza russa, Boris Nadezhdin, ha
annunciato che la sua candidatura è stata bocciata dalla Commissione elettorale centrale.
Boris Nadezhdin che sta facendo parlare di sé il mondo fuori e in parte anche la Russia è nato nel 1963 in Uzbekistan, è da poco diventato padre per la quarta volta, con tre matrimoni alle spalle. E fino a poco tempo fa non veniva preso sul serio da nessuno.
Anche l’annuncio della sua candidatura alle elezioni presidenziali del prossimo marzo, avvenuto in grande anticipo sui tempi nell’agosto del 2023, era passato inosservato, quando non bollato nei circoli liberali di Mosca come l’ennesima alzata di ingegno per far parlare di sé di un personaggio che attraversando più o meno l’intero arco parlamentare russo era infine atterrato nei più esclusivi salotti televisivi della propaganda del Cremlino.
Nel ruolo dell’oppositore ben tollerato, utile per dare sembianza democratica a trasmissioni dove gli ospiti valutano se bombardare prima Londra, Parigi, oppure Varsavia.
Le persone cambiano, forse. Oppure no, e siamo invece dentro la solita recita ben orchestrata dai soliti noti. Nelle ultime settimane, le dichiarazioni di Nadezhdin sono salite di tono. Denunce contro le malefatte e i privilegi dei potenti, profezie sulla caduta di Vladimir Putin, e una opposizione sempre più dura all’Operazione militare speciale.
Al punto che una decina di giorni fa un quotidiano di provata ortodossia putiniana gli ha dedicato un profilo affettuoso e al tempo stesso minaccioso. «Il nostro Boris si sta mettendo una nuova maschera, quella di Navalny». L’aiuto fornito dall’organizzazione del dissidente più importante e più punito di Russia è stato fondamentale nella raccolta delle firme necessarie a Nadezhdin per validare la propria candidatura.
Proprio l’investitura sempre più convinta da parte di Navalny è stata forse il fattore che potrebbe aver insinuato negli strateghi del Cremlino il dubbio di aver sbagliato qualche calcolo verso un voto che dovrà essere un plebiscito senza precedenti per Putin. Anche il notevole esito della raccolta fondi, oltre ottanta milioni di rubli, potrebbe aver fatto sollevare qualche sopracciglio.
Così, cronaca recente, è scattata la tagliola della Commissione elettorale, che decide chi può partecipare al voto e chi no
L’ipotesi del sabotaggio prende piede, insieme al pessimismo. «Sono consapevole di non avere il carisma di Navalny. Credo di essere un uomo brillante ma non sono certo Che Guevara». Nadezhdin è ormai diventato un paradosso vivente. Un politico di bassa levatura, per sua stessa ammissione, che nella sua vita politica ha galleggiato proponendosi come consigliere di chiunque.
All’improvviso, si trasforma in un oppositore del potere. Scende in campo con un programma «contro l’autoritarismo e la militarizzazione» del suo Paese. Contesta la legittimità di Putin a guidare la Russia, sostenendo che la sua presenza è l’unico ostacolo alla fine della guerra e alla ripresa di «normali relazioni» con l’Europa. Un uomo disponibile, poeta, musicista e pittore all’occorrenza.
“E’ giunta l’ora di ribellarsi contro chi ci sta portando alla disintegrazione». E come per magia, sembra raccogliere un consenso inatteso, quasi che una parte del Paese, anche se minoritaria, stesse aspettando un segnale per far sentire la propria voce.
Alcuni sondaggi effettuati all’estero danno Nadezhdin addirittura al 7%. Levada, l’unico istituto indipendente ancora su piazza, gli attribuisce un 2% scarso. Se sarà escluso dalle liste, Putin non avrà alcun concorrente serio, e pazienza se fuori dalla Russia qualcuno leggerà in questa scelta un segno di debolezza.
(da agenzie)
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Febbraio 8th, 2024 Riccardo Fucile
ILARIA CUCCHI: “VOI MINISTRI AVETE IL DOVERE DELLA MASSIMA TRASPARENZA. PERCHE’ NON AVETE MAI INVIATA UNA PROTESTA UFFICIALE PER LA VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI DELLA SALIS?”… “ESSENDO DI COLORE POLITICO OPPOSTO AL VOSTRO, AVETE DECISO DI LASCIARLA SOLA?”
«Direi che a questo punto possiamo avere l’accesso agli atti come nostro diritto. Abbiamo inviato questa mattina come Avs una richiesta ufficiale per chiedere che sia resa nota ogni informativa, atto e comunicazione intercorrente fra le autorità anche giudiziarie italiane e ungheresi», così Ilaria Cucchi, senatrice di Avs, intervenendo in Aula dopo l’informativa del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, sul caso Salis.
«Noi chiediamo che voi ministri abbiate il preciso dovere della massima trasparenza su questa vicenda. Lei, ministro, dice che le nostre istituzioni hanno fatto tutto il possibile. Chiediamo come sia possibile non sia stata inviata una formale protesta per la violazione dei diritti umani di Ilaria Salis, che è innocente senza prova contraria», ha aggiunto.
Nella richiesta, firmata dai quattro parlamentari, l’accesso agli atti riguarda anche «ogni altro documento riguardante la pericolosità sociale di Salis, «i suoi eventuali rapporti con la criminalità organizzata o organizzazioni sovversive; ogni report, relazione, informativa o altro documento acquisito dagli uffici dei ministeri in intestazione che non sia coperto dal segreto istruttorio».
L’istanza segue alle richieste fatte dal gruppo di Avs e da altri gruppi attraverso interrogazioni ad hoc «per capire cosa stesse facendo l’Italia per riportare a casa Ilaria Salis. Ovviamente tutte senza risposta», rimarca la senatrice Cucchi. Che, intervenendo in Aula dopo l’informativa del ministro Tajani sul caso, continua: «Siccome non avete risposto ai numerosi atti di sindacato ispettivo presentati in questi mesi, stamattina Alleanza Verdi e Sinistra ha inviato al ministro della Giustizia, al ministro degli Esteri e all’ambasciata italiana in Ungheria, una formale istanza di accesso agli atti, ai sensi degli articoli 22, 24, 25 della legge 241/90».
Cucchi quindi chiede: «E’ stato trattato con la dovuta urgenza il caso di Ilaria Salis? Cosa hanno fatto le istituzioni italiane per un anno intero? O, siccome la sua militanza è del colore opposto a quello del governo, si è deciso di lasciarla lì? Come è possibile che a oggi non sia stata inviata una formale e ufficiale protesta per la grave violazione dei diritti umani e civili subiti da Salis? Proprio perché per noi non esistono cittadini di serie A e di serie B, e nessuno dovrebbe subire un simile trattamento detentivo, pensiamo sia doveroso che il governo renda pubblico quanto fatto per riportare Salis a casa. E’ passato un anno, e sui passi fatti dal Governo Meloni c’è il buio completo». E conclude: «Ci aspettiamo un deciso cambio di passo, ministro Tajani. E’ necessaria la massima trasparenza, l’opinione pubblica deve sapere. Noi non lasceremo sola Ilaria Salis».
(da agenzie)
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