Destra di Popolo.net

FONDI PNRR, I CONTROLLI SOLO SULLA CARTA, DISARMATI CONTRO LE FRODI

Maggio 17th, 2024 Riccardo Fucile

“PRENDIAMO 5 MILIONI, CHI SE NE ACCORGE?”… l’INCHIESTA DI GENOVA SVELA LA MANCANZA DI RISORSE E DI PERSONALE

“Prendiamo 5 milioni dal Pnrr”, diceva Matteo Cozzani a Luigi Alberto Amico, imprenditore della cantieristica. “Chi se ne accorge?”.Si sbagliava: i magistrati se ne sono accorti. Ma la sicurezza con cui il capo di gabinetto del governatore della Liguria Toti proponeva di dirottare a piacimento le risorse europee apre una questione. È un caso – magari una millanteria – il suo progetto, o il caso è essere riusciti a intercettarlo? Il dubbio agita pure il governo, che con l’ultimo decreto Pnrr ha rafforzato “la prevenzione e il contrasto alle frodi”.
Sulla carta una strategia esiste dal giorno uno, nella pratica la necessità di fare in fretta – estendendo deroghe e smantellando presidi -, la scarsità di personale qualificato, le difficoltà di coordinamento tra centro e periferie hanno esteso una zona grigia in cui rischiano di infilarsi frodi e corruzione. Così, per un Pnrr in ritardo cronico, anche i controlli rischiano di arrivare tardi. O peggio di arrivare alla fine, quando sarà l’Europa a dire la sua ultima parola.
La punta dell’iceberg
Ad aprile un’inchiesta della Procura europea e della Guardia di Finanza ha portato all’arresto di 22 persone: con un complesso sistema di società fantasma il gruppo aveva partecipato a un bando da 1,2 miliardi dedicato all’innovazione delle piccole imprese. Prima di essere fermato, è riuscito a incassare da Simest, la controllata di Cdp che gestiva il programma, 1 milione e 700 mila euro, subito girati su conti esteri.
È uno dei primi casi, circa una dozzina, su cui lo scorso anno la procura della Corte dei Conti ha acceso un faro. Alcuni riguardano ritardi nei lavori, come quelli per un asilo in Friuli; altri percezioni indebite di fondi, come gli 8 milioni contro il caporalato che il Comune di Recanati si sarebbe garantito sovrastimando i lavoratori migranti presenti sul territorio; altri ancora vere frodi.
La somma dei danni erariali accertati è 1 milione e 800 mila euro, ma – si legge nella relazione annuale – la cifra finale “sarà molto maggiore”. Che sia solo la punta di un iceberg lo dicono anche i numeri della Procura europea. Su 206 inchieste in corso a dicembre per frodi su Next Generation EU, 179 riguardano l’Italia. E il grosso della spesa da 194,4 miliardi, la fase in cui gli appalti sono assegnati e partono i cantieri, è appena iniziata.
Il “modello” Genova
Per questo l’indagine sulla diga di Genova alza l’allarme. Perché è uno dei cantieri più costosi del Pnrr, 1,3 miliardi finanziati in gran parte con le risorse nazionali complementari.
E perché non riguarda la fase iniziale di definizione dei progetti – dove alcune amministrazioni hanno cercato di infilare stadi o campi da golf, poi stoppate –, bensì quella di appalto e realizzazione delle opere, su cui fin dall’inizio il Pnrr ha previsto ampie deroghe alla normativa.
Tra le contestazioni mosse dall’Autorità anticorruzione c’è proprio quella di aver assegnato i lavori della diga alla cordata capeggiata da WeBuild senza gara, con procedura negoziata. Lavori che sono proseguiti anche dopo che il Tar ha dichiarato tutto illegittimo, come prevede un’altra delle deroghe previste nel Piano: per evitare ritardi non si fermano i lavori, ma si indennizza chi è stato indebitamente escluso.
È il “modello Genova”, fino a ieri portato ad esempio di come in Italia si possano fare cose. Ma a ben vedere è l’intero Pnrr che ha fatto esplodere gli appalti assegnati in modo non competitivo, per affidamento diretto – i più piccoli – o procedura negoziata. Procedure che, come dice l’Anac, limitano la concorrenza e alzano il rischio di reati.
Il fatto che su Genova sia intervenuta la magistratura può essere visto come un bicchiere mezzo pieno. In fondo anche la Procura europea dice che l’alta incidenza di casi italiani sulle sospette frodi è perché in Italia si indaga. Ma il bicchiere si può anche vedere mezzo vuoto: le indagini arrivano a cose fatte e risorse – almeno in parte – già spese.
Fare in fretta o fare bene
Il principio base del Pnrr doveva essere un altro: i soldi vengono assegnati a specifici progetti e man mano che il loro avanzamento è certificato. Fare e controllare vanno insieme.
“La parola chiave è prevenire”, si legge nella strategia antifrode pubblicata dalla Ragioneria, che spiega cosa serve: formazione del personale, monitoraggio preventivo dei rischi, intelligence digitale, canali di denuncia anonima. Ma i ritardi di Regis, la piattaforma su cui ogni amministrazione registra l’avanzamento dei progetti, sono noti. Così come i limiti di risorse e competenze della macchina pubblica, di fronte alla mole di lavori e miliardi.
Il governo “bifronte”
Con l’ultimo decreto Pnrr il governo riscrive in corsa la strategia, cercando un coordinamento che finora è mancato. Sul territorio toccherà alle prefetture occuparsene. Al vertice, al Comitato per la lotta contro le frodi nei confronti dell’Ue (Colaf), potenziato nelle figure apicali ma i cui compiti – a leggere il decreto – sembrano ancora preliminari: “richiedere informazioni, promuovere protocolli di intesa, elaborare eventuali proposte normative”.
Del resto, lo stesso governo che ora dice di voler stringere le maglie, nei mesi scorsi si è mostrato allergico ai controlli terzi sul Pnrr, per esempio togliendo alla Corte dei Conti quello concomitante, cioè in itinere, e lasciandole solo quello ex post. Lo stesso governo che minaccia di punire gli enti locali se ritardano gli aggiornamenti su Regis, li spinge perchè non sforino i tempi.
Nel frattempo, estende lo scudo erariale per i dirigenti pubblici e abolisce il reato di abuso d’ufficio, allargando ancora di più – denunciano magistratura contabile e Anac – l’area grigia dell’impunibilità.
(da La Repubblica)

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PIERCAMILLO DAVIGO: “SOLO IN UNO STATO CANAGLIA QUESTA NON E’ CORRUZIONE”

Maggio 17th, 2024 Riccardo Fucile

“SE PRENDI SOLDI IN CAMBIO DI QUALCOSA E’ UNA TANGENTE, ANCHE SE FATTURATA”

Se i soldi che un politico riceve da un imprenditore sono regolarmente registrati, non sono più una tangente? È quanto sostiene chi difende il presidente della Liguria, Giovanni Toti, coinvolto nel caso Genova.
“Il problema non è se i soldi ricevuti sono fatturati o no, ma se c’è una contropartita o no”, risponde l’ex magistrato Piercamillo Davigo. “Il problema è se il funzionario pubblico o l’incaricato di pubblico servizio prende soldi da un imprenditore per dargli qualcosa in cambio”. E a Genova gli affari in discussione tra il presidente della Regione e gli imprenditori erano parecchi e di rilevante valore economico.
Gli imprenditori sostengono di voler semplicemente sostenere la politica.
È la causale che conta. Dipende da qual è l’obiettivo che l’imprenditore vuole raggiungere con i suoi finanziamenti. Se vuole qualcosa in cambio. Io sull’inchiesta di Genova parlo naturalmente da semplice lettore. Dobbiamo capire la differenza, per esempio, tra attività lobbistica e corruzione. Un imprenditore che fabbrica treni può legittimamente spendere soldi per convegni e attività volte a convincere i politici che il trasporto su rotaia è meglio di quello su gomma. Ma se invece paga il politico per far comprare i propri treni, allora non fa più lobbismo, ma corruzione. In teoria è ben chiaro, anche se in pratica è molto più complicato.
Altro argomento di chi difende gli indagati per corruzione: le decisioni degli amministratori pubblici sono di solito prese con atti collegiali, dunque la responsabilità non può essere individuale.
Ma questo riguarda soltanto il titolo di reato, non il fatto che sia lecito: quello che è illecito è che un pubblico ufficiale, un incaricato di pubblico servizio, riceva delle utilità da un privato per compiere atti inerenti al suo ufficio. Questo è vietato dalla legge italiana e dalle convenzioni internazionali.
Ci sono anche le convenzioni internazionali: dunque non sarebbe sufficiente neppure cambiare, su queste materie, le norme italiane?
No. Adesso c’è la mania di fare “riforme” della giustizia e cambiare norme che sono però previste da convenzioni internazionali. Se le cambiassimo davvero, però, l’Italia diventerebbe uno “Stato canaglia”, che firma convenzioni che poi non rispetta.
C’è un altro metodo per risolvere il problema e rendere invisibile la corruzione: togliere ai magistrati gli strumenti per scoprirla. Per esempio proibendo l’impiego dei trojan nelle indagini, riducendo le intercettazioni…
A me l’hanno insegnato quando andavo al catechismo: “Settimo, non rubare”. Siamo ancora d’accordo con questo? Io vorrei che ce lo dicessero una volta per tutte, perché è inutile proclamare di volere una politica onesta e perbene, se poi tolgono gli strumenti per vedere se sono davvero tutti onesti e perbene. Le intercettazioni sono importanti, ma non sono l’unico strumento, ce ne sono anche di più efficaci: però non li introducono. Per esempio, l’Italia ha ratificato una convenzione internazionale che prevede l’impiego di operazioni sotto copertura. Ma non ha mai varato le norme d’attuazione, quindi che io sappia, nei casi di corruzione non sono mai state fatte indagini con infiltrati sotto copertura. Invece chi le avversa le paragona all’impiego di un “agente provocatore”, a quello che negli Stati Uniti chiamano “test d’integrità”: un agente va dal politico e gli offre dei soldi, se questo li accetta, lo arresta. In Italia potremmo almeno porci la domanda: perché da noi le opere pubbliche costano il doppio della media europea?
Una constatazione basata su dati fattuali, fin dai tempi di Mani pulite.
Non solo, le opere pubbliche sono spesso anche fatte male, e poi i ponti crollano… Ma è così difficile mandare un agente di polizia giudiziaria che si finge imprenditore a partecipare a una gara d’appalto, e quando gli offrono dei soldi o gli fanno delle minacce per farlo ritirare, far scattare gli arresti? È così riprovevole? Io penso che riprovevoli siano le gare d’appalto truccate, che raddoppiano i costi delle opere e spesso producono incompiute, opere inutili o mal fatte.
Chi critica le intercettazioni come metodo di indagine dice che al telefono tutti noi diciamo cose di cui potremmo pentirci, o che potrebbero essere fraintese.
Non tutti parlano al telefono di opere pubbliche da fare con soldi pubblici. E comunque è vero che le intercettazioni sono uno strumento complesso, ma proprio per questo non ha senso limitarle troppo, perché più materiale hai a disposizione e meno corri il rischio di incorrere in equivoci.
Dopo il caso Genova, la soluzione proposta da molti è il ritorno al finanziamento pubblico ai partiti.
Il finanziamento pubblico va benissimo, purché poi si controlli come vengono spesi i soldi pubblici distribuiti ai partiti. Ricordo un politico che dei rimborsi elettorali disse: “Sono soldi nostri, ne facciamo quello ci pare”. No, non sono soldi loro, sono soldi nostri, dei contribuenti. I partiti poi in Italia continuano a essere associazioni non riconosciute, così possono fare cose che una società di persone o una srl non potrebbe mai fare.
Ora, per raccogliere finanziamenti, i politici usano, anche nel caso Genova, le fondazioni.
Le fondazioni spesso sono schermi fittizi d’interposizione tra il politico e l’imprenditore che eroga i contributi. Comunque, più in generale: se i commentatori parlassero un po’ meno male dei magistrati e stigmatizzassero di più i comportamenti dei ladri, sarebbe meglio.
(da ilfattoquotidiano.it)

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A UN ANNO DALL’ALLUVIONE IN EMILIA ROMAGNA PAGATI SOLO 213 MILIONI DI RISARCIMENTI E SOLO LO 0,095% E’ ARRIVATA ALLE FAMIGLIE CHE PERSERO TUTTO

Maggio 17th, 2024 Riccardo Fucile

DEI DUE MILIARDI STANZIATI SOLO IL 10% E’ STATO MESSO A TERRA E I PRIVATI NON HANNO VISTO UN EURO

A un anno esatto dalla terribile alluvione che devastò l’Emilia Romagna e toccò parzialmente anche Toscana, Umbria e Marche ben poco della ricostruzione subito promessa è stata realizzata.
Sono state messe in sicurezza le infrastrutture gravemente danneggiate e avviate le opere pubbliche necessarie, si è pensato agli sfollati che non avevano più un’abitazione anticipando attraverso gli enti locali i contributi di autonoma sistemazione delle famiglie.
Il governo ha iniziato a stanziare i fondi per la ricostruzione affidandoli alla struttura commissariale guidata dal generale Francesco Paolo Figliuolo, cui fu affidato in emergenza il piano di vaccinazione anti-Covid. Ma dei due miliardi e mezzo di euro fin qui messi a disposizione della struttura commissariale per pubblico e privato ben poco (meno del 10 per cento) è stato messo a terra.
Sul sito della struttura commissariale sono elencati ordini di pagamento firmati alla data del 10 maggio scorso per un totale di 213 milioni e 43 mila euro.
Sono però quasi tutti pagamenti a comuni ed enti locali a ristoro delle somme che avevano anticipato o per la ricostruzione di edifici pubblici a loro appartenenti danneggiati dalla piena delle acque di un anno fa.
Il dato più clamoroso è però quello dei pagamenti ai privati. Nel lunghissimo elenco sono di questo tipo solo 24 ordini di pagamento firmati a beneficio di 21 famiglie (per una sola ci sono infatti tre mini-ordini di pagamento da 2.490, 4.011 e 3.391 euro).
Un esiguo gruppo di fortunati, che hanno ricevuto in tutto 202.423,07 euro. Alle famiglie, dunque, è andato per la ricostruzione solo lo 0,095% delle somme effettivamente giunte a destinazione.
Per avere il dovuto bisogna dotarsi di Spid e di un indirizzo Pec
Il primo a rendersi conto di questa difficoltà di fare arrivare i risarcimenti alle famiglie e a dire il vero anche alle imprese danneggiate dall’alluvione è proprio il generale Figliuolo, che vuole rassicurare tutti «perché i fondi ci sono e arriveranno», ma sa che le vie burocratiche sono molto complesse e che spesso sono di incaglio anche alle buone intenzioni.
Il generale si è difeso giovedì 16 maggio partecipando a ReStart su Rai 3 spiegando di avere utilizzato la procedura già sperimentata dall’Emilia Romagna nel terremoto 2012. Bisogna però tenere conto della platea dei danneggiati, che spesso viveva in piccoli paesi o in aperta campagna. E certo chiedere loro di fare partire la procedura di risarcimento accedendo con lo SPID a una apposita sezione dei siti regionali dedicati alla emergenza alluvione, poi trasferire lì documentazione digitale, compilare appositi form e alla fine fornire il proprio indirizzo PEC per vedersi riconoscere il dovuto può essere assai impervio per povera gente e famiglie contadine.
Servirebbero periti e consulenti che ne facciano le veci, e in qualche caso avviene. Però bisogna prima pagarli e poi farsi riconoscere la spesa (è previsto dalla legge) in un secondo tempo.
La convenzione con la Consap per dare una spinta ai risarcimenti ai privati
A marzo di fronte alle difficoltà evidenti il generale Figliuolo ha firmato una convenzione con la Consap che collaborerà sui risarcimenti alle famiglie, avendo esperienza di gestione su pratiche non proprio dissimili e sui tanti bonus varati dai vari governi.
Dopo la convenzione la struttura commissariale ha firmato quattro provvedimenti di pagamento alla Consap che poi dovrà girare quelle somme alle famiglie danneggiate. Gli stanziamenti in questo caso sembrano più corposi: i quattro mandati di pagamento hanno messo insieme 614.278,33 euro. Aggiunti agli altri 202 mila euro erogati direttamente alle 21 famiglie sopra citate fanno in tutto lo 0,38% dei pagamenti avvenuti nell’anno dopo l’alluvione. Effettivamente in tasca agli alluvionati però è arrivato solo quello 0,095% che abbiamo spiegato prima. Sperando che i nuovi stanziamenti non si perdano nelle pastoie burocratiche, resta davvero troppo poco per chi ha vissuto quel disastro che ha cambiato radicalmente le loro vite.
(da Open)

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“DA PRATICANTE AVVOCATO PRENDEVO 200 EURO AL MESE, POI NON HO PIU’ TROVATO LAVORO, MI DICONO CHE SONO VECCHIA”

Maggio 17th, 2024 Riccardo Fucile

CRONACHE DI ORDINARIO SFRUTTAMENTO NELL’ITALIA SOVRANISTA DOVE SI TUTELANO SOLO GLI EVASORI FISCALI

Alice (nome di fantasia) è una donna di 37 anni, laureata in giurisprudenza. A Fanpage.it racconta l’esperienza traumatica del praticantato in uno studio legale, dove guadagnava 200 euro al mese. A oggi non riesce ancora a trovare lavoro, nonostante abbia inviato centinaia di curriculum.
Alice (nome di fantasia) è una donna di 37 anni che è nata e cresciuta a Milano. Laureata in giurisprudenza, dopo i 18 mesi di praticantato non è riuscita a trovare un lavoro né in uno studio legale né in altri settori. Eppure ha inviato centinaia di curriculum vitae, ma in pochi hanno risposto e quelli che lo hanno fatto le hanno proposto contratti a cifre irrisorie.
“Sto ancora cercando lavoro e non mi arrendo”, ha raccontato a Fanpage.it. “Ho iniziato a lavorare già prima di conseguire lal laurea. Ho svolto un tirocinio come collaboratrice legale nello studio dove poi ho svolto il praticantato. Già all’epoca ho iniziato ad avvicinarmi al mondo legale: curavo alcuni contratti, le comunicazioni con i clienti e l’agenda dell’avvocato”.
Dopo la laurea, ha iniziato il praticantato. I primi mesi li ha svolti in piena pandemia da Covid-19: “Durante questo primo periodo, ho cercato di trovare un altro studio perché l’offerta che mi era stata fatta era davvero bassa. Ricevevo un compenso di duecento euro al mese. In quel periodo avevo una relazione stabile, ma ho scelto di non andare a convivere con il mio compagno perché non avrei potuto sostenere le spese. Non volevo essere un peso. Sono quindi rimasta a vivere con mio padre e mia sorella”.
“Le persone non pensano che i praticanti legali abbiano una vita di inferno. Nel mio caso specifico, il mio avvocato non faceva giudiziale. Quindi ho trovato altri due studi per poter svolgere il minimo di udienze necessarie. Loro non mi pagavano nonostante passassi le mattinate in tribunale”, ha continuato.
“Non potevo andare fuori a cena con gli amici perché, con duecento euro al mese, come facevo? Vedo ancora oggi i miei amici che hanno fatto carriera e si possono permettere viaggi e cene fuori. Io dico sempre che non posso”.
La fine del praticantato è stata molto traumatica: “Non ho ricevuto lo stipendio per diversi mesi. Ho dovuto rincorrere l’avvocato. È stato tragico. Finito il praticantato, ho iniziato a studiare per l’esame da avvocato e contemporaneamente cercavo un lavoro. Ho mandato curriculum in ambiti che fossero minimamente connessi con quello che avevo studiato. Inoltre, durante il praticantato, mi ero occupata di 231 e antiriciclaggio. Ho pensato che avrei trovato un posto di lavoro”.
Alice si è però scontrata anche con stipendi veramente molto bassi: “Mi hanno offerto un contratto a tempo determinato o stage a tempo pieno da cinquecento- seicento euro. Erano però proposte per occupazioni temporanee. In un’occasione, durante il colloquio per uno studio di commercialista per la posizione di payroll, mi è stato detto che ero vecchia perché fino ai 29 anni era previsto una specie di rimborso per la formazione”.
Nonostante questo, continua a mandare curriculum: “Nel frattempo faccio qualsiasi cosa: lavori di grafica, scrittura di articoli di giornale. Non mi piace stare con le mani in mano. So che troverò qualcosa”.
“Ho avuto anche il pensiero di andare via dall’Italia perché forse qui non c’è il mio futuro. È vero però che se ti laurei in giurisprudenza, a meno che tu non faccia diritto internazionale, starai in Italia. Io amo il mio Paese, ci sono nata e cresciuta però a un certo punto sarò costretta ad andarmene”.
(da Fanpage)

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GIOVANI E DIPENDENTI, CHI PAGA LA POVERTA’

Maggio 17th, 2024 Riccardo Fucile

IL BENESSERE COMPLESSIVO DELLE GIOVANI GENERAZIONI E’ IN NETTO PEGGIORAMENTO RISPETTO A DIECI ANNI FA

Le nuove generazioni sono in numero sempre più ridotto, ma il loro benessere complessivo è in netto peggioramento rispetto a dieci anni fa, che pure già mostravano una situazione deteriorata a causa della lunga crisi finanziaria.
È quanto emerge dal Rapporto annuale dell’Istat presentato ieri. Aumenta, infatti, senza accennare a diminuire, l’incidenza della povertà assoluta tra i minorenni e i giovani fino a 34 anni, raggiungendo rispettivamente il 14% tra i minorenni e l’11,9% tra i giovani fino a 34 anni, rispetto al già alto rispettivamente 9,5% e 8,6% nel 2014.
Si tratta di aumenti maggiori di quelli che riguardano la popolazione complessiva, ove l’incidenza è passata nello stesso periodo dal 6,2% all’8,5%. Per i giovani di entrambi i sessi, anche se più per le donne, sono anche peggiorate le condizioni di accesso al mercato del lavoro, nonostante l’aumento del livello di istruzione. L’occupazione a tempo determinato e il part time involontario, infatti, sono particolarmente concentrati tra i giovani di entrambi i sessi e le donne di ogni età.
Le difficoltà ad accedere a un lavoro stabile e a un reddito adeguato e con un grado ragionevole di certezza spiegano in larga misura come mai i giovani italiani escano sempre più tardi dalla casa dei genitori per condurre una vita autonoma e, se lo desiderano, formare una famiglia propria. Il 67,4% dei giovani tra i 18 e i 34 anni vive ancora con i genitori, l’8% in più rispetto al 2002. Simmetricamente è aumentata anche l’emigrazione giovanile fuori regione e fuori Italia, alla ricerca di condizioni più favorevoli alla realizzazione di progetti di vita di medio-lungo periodo, con ciò assottigliando ulteriormente una popolazione giovanile già a ranghi ridotti. Forse non ci si può stupire troppo se siano proprio i giovani a mostrare anche un peggioramento degli indicatori di salute mentale, specie tra le donne. La sistematica riduzione di opportunità e di progettare il futuro che molti di loro sperimentano, spesso fin da piccoli, certamente non aiuta.
La situazione giovanile è uno dei temi su cui si sofferma il Rapporto Annuale, che, adottando una prospettiva longitudinale, delinea un paese in cambiamento, ma in cui le disuguaglianze – di generazione appunto, ma anche di genere e territoriali – sono non solo cristallizzate, ma in diversi casi aumentano. E quando sembrano ridursi, ciò avviene per un peggioramento della situazione nelle aree del paese dove tutto gli indicatori erano e sono migliori. Ad esempio l’incidenza della povertà assoluta, benché rimanga più alta nel Mezzogiorno, al 10, 2% stabile, è aumentata moltissimo nel Nord-Ovest e nel Nord-Est, dove in 10 anni quella famigliare è passata rispettivamente dal 4, 6% e 3, 6% all’8% in entrambe le ripartizioni. La crescita della povertà assoluta è in larga misura dovuta al fatto che, a seguito della stagnazione dei salari e dell’impatto dell’inflazione, si è affievolita la capacità del reddito da lavoro, in particolare dipendente, di proteggere individui e famiglie dal disagio economico. Come documenta il Rapporto, in dieci anni la povertà è cresciuta di più tra i lavoratori dipendenti: nel 2014, l’incidenza di povertà era su livelli simili per i lavoratori dipendenti (5,0%) e indipendenti (4,7%); nel 2023, l’incidenza tra i dipendenti è salita all’8,2%, mentre tra gli indipendenti si è fermata al 5,1%.
Sono le famiglie di operai e assimilati ad avere un’incidenza di povertà costantemente superiore alla media nazionale e a sperimentarne l’aumento in misura maggiore: dall’8,7% dl 2014 al 14,6% nel 2023. Il rapporto ricorda che nel 2020, 2021 e 2022 il Reddito di cittadinanza, ovvero l’esistenza di una misura universale e non categoriale, aveva avuto un importante effetto di riduzione dell’incidenza e dell’intensità della povertà assoluta, pur senza riuscire a raggiungere tutti i poveri.
È altamente probabile che lo stesso effetto positivo ci sia stato nel 2023, l’ultimo anno in cui è stato in vigore il Reddito di cittadinanza, anche se a qualcuno è stato tolto già nella seconda metà dell’anno. A fronte della persistenza della povertà assoluta nonostante la ripresa dell’occupazione, specie a tempo indeterminato, dei bassi salari e dell’alta incidenza di part time involontario, che non consente di guadagnare un salario intero, qualche preoccupazione è inevitabile sulla capacità dei due nuovi strumenti messi in campo dal governo Meloni in sostituzione del RdC, dato che essi hanno ridotto fortemente la platea dei possibili beneficiari e, nel caso del Sostegno per la formazione lavoro, anche l’importo. Secondo una stima della Banca d’Italia, l’effetto di riduzione dell’incidenza della povertà assoluta e della sua intensità sarà sensibilmente inferiore a quello del Rdc. Di conseguenza, rispetto alla situazione preesistente, l’incidenza della povertà assoluta risulterà maggiore di 0, 8 punti percentuali, quella minorile di 0, 5 punti, l’intensità della povertà assoluta di 4, 5 punti. Sempre che l’Assegno di inclusione, la nuova misura più consistente e più simile al RdC, raggiunga i 1, 2 milioni di nuclei previsti dal governo rispetto ai 2. 1 milioni che ricevevano vuoi il Rdc vuoi la Pensione di cittadinanza (ora assorbita nell’Adi). Ma, secondo i dati del ministero del lavoro, ad aprile erano meno della metà: troppi vincoli e clausole punitive escludono anche nuclei famigliari (con figli minorenni) e persone con disabilità grave, che pure figurano come categoria protetta.
(da lastampa.it)

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