Maggio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
GLI INQUIRENTI VOGLIONO CAPIRE COME E DA CHI QUEI FONDI SIANO STATI GESTITI… SULLE DIMISSIONI IL PRESIDENTE DELLA LIGURIA VUOLE “CONFRONTARSI CON I SUOI ALLEATI”
Il 2022 è un anno politicamente stressante per Giovanni Toti. Dopo la vittoria e la riconferma a presidente della Regione Liguria con il sostegno dei partiti nazionali, e di Berlusconi in particolare, il governatore ha deciso di muoversi da solo, o meglio in gruppetti ristretti. Così, dopo “Cambiamo”, ha creato “Coraggio Italia” con il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro. Ma i finanziamenti bisogna cercarseli.
C’è, per fortuna, il solito scio’ Aldo, ma a maggio e settembre ci sono dei movimenti contabili che per la procura di Genova, che già accusa Toti di corruzione, hanno contorni opachi e sui quali sono in corso verifiche: 55 mila euro transitano dal conto Intesa della Lista Giovanni Toti a quello Bper, ex Carige, personale di Giovanni Toti. Sono gli stessi finanzieri a evidenziare che si tratta di un iban “abitualmente utilizzato come conto politico”, però, essendo sostanzialmente il governatore “l’uomo partito”, nascono degli interrogativi sull’utilizzo di quei fondi provenienti in parte da Spinelli.
Ecco, chi fossero i componenti dell’entourage che hanno utilizzato i soldi donati anche da Spinelli, e come li abbiano utilizzati, è attualmente oggetto d’indagine.
La fame di aree portuali di Aldo Spinelli nel frattempo non si è placata. Ottenuto il terminal Rinfuse a dicembre 2021 (primo capitolo della corruzione in porto contestata), ora punta a spazi delle ex banchine Enel e soprattutto spinge per il riempimento di calata Concenter, che gli consentirà di ampliare la sua attività legata ai container. Raggiungerà quegli obiettivi, ma, almeno secondo la procura, corrompendo politici e funzionari pubblici.
Il 3 maggio, un mese prima delle comunali, in una telefonata a Toti scio’ Aldo dice: “Ma vediamoci un po’! Poi, adesso, va beh, pensate alle elezioni, voi, io pen…”. In questo contesto la Finanza colloca, a maggio e settembre, due versamenti da 15 mila euro ciascuno al Comitato Toti. Dal conto ne saranno aggiunti altri 25mila con destinazione il deposito personale del presidente. Il travaso di fondi dal Comitato al conto personale non è una novità per Toti.
Nel 2020, quando Bankitalia, attraverso la Uif (Unità di informazione finanziaria) segnala alla procura una serie di operazioni sospette relativamente ai finanziamenti della Fondazione Change (primo raccoglitore di fondi per il governatore e oggi ente in disarmo) e del Comitato, spuntano anche versamenti sul conto personale.
Toti, all’epoca li spiegò così: «Ci sono tre conti correnti a me intestati. Due sono privati e da quelli gestisco le mie spese personali. Se devo pagare il mutuo uso quelli, se devo comprarmi la camicia uso quelli. Un altro invece, aperto presso Banca Carige, è dedicato alla mia attività politica». Va ricordato che quelle segnalazioni di Bankitalia fanno parte dell’attuale maxi inchiesta per corruzione, e hanno portato all’iscrizione sul registro degli indagati per finanziamento illecito, l’imprenditore Pietro Colucci, fondatore di Waste, gruppo del settore rifiuti.
(da La Repubblica)
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Maggio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
TOTI DI LUI DICEVA: “UN RAGAZZETTO SACCENTE, SI COMPRA COME UNA CARTA UNTA”
Per l’inchiesta sul sistema Toti si apre una fase molto importante
per le indagini. Nelle prossime ore è previsto l’interrogatorio di un altro testimone decisivo, Andrea La Mattina, avvocato dello studio Bonelli -Erede, docente universitario e membro del Comitato di gestione portuale.
La Mattina, come l’altro componente Giorgio Carozzi, sentito venerdì, approvarono il 2 dicembre 2021 la delibera dell’Autorità Portuale con cui veniva data al gruppo Spinelli la concessione del Terminal Rinfuse, un capitolo centrale dell’inchiesta che ipotizza la corruzione da parte di Aldo Spinelli nei confronti di Giovanni Toti e Paolo Signorini, all’epoca presidente di Palazzo San Giorgio.Secondo la procura vennero esercitate pressioni sui due membri che sedevano nel board in rappresentanza di Comune ( Carozzi) e Regione (La Mattina).Il 29 settembre una prima votazione in Comitato non fa passare la delibera.
Nelle intercettazioni La Mattina spiega ad un funzionario della Regione le pressioni che gli sono arrivate da Signorini dopo lo stop alla delibera: « mi han detto che “ Tu così impedisci l’operatività del porto” e io dico ragazzi però queste cose le sapete per tempo, non è che me lo dite il giorno prima, perché sennò è un ricatto cioè una pistola puntata alla fronte che devo votare Sì”».
Procura e finanza sottolineano come la trasformazione di La Mattina inizi a seguito di una telefonata con Pietro Paolo Giampellegrini, segretario generale della Regione, che per conto di Toti cerca di capire i motivi dell’opposizione dell’avvocato.
Giampellegrini riferisce al suo presidente che è una questione di scarsa attenzione che La Mattina riceve dai vertici dell’Autorità Portuale.: «è un problema caratteriale… non dargli un minimo di, come ti posso dire, di sicurezza anche umana già uno sta lì a gratis, oh… questo fa l’avvocato, fa il professore universitario, c’ha la Porsche Cayman».
Toti fissa un incontro in un ristorante con l’avvocato. Il colloquio non è stato registrato dagli inquirenti. Subito dopo Toti parla con Signorini e riferisce che La Mattina gli avrebbe confidato che quando aveva chiesto un interessamento per un’associazione di pescatori non aveva avuto risposte: «è un ragazzetto saccente dello studio “ Erede Bonelli” quindi gli manca un po’ di attenzione ma secondo me basta convocarlo il giorno prima del comitato portuale, poi gli diamo magari un po’ di minimo di visibilità … ora gli ho spiegato che ieri ci slam parlati io, to e Bucci, che sostanzialmente è tutto allineato e poi non è che può pensare alle sofisticate strategie legali se proroghiamo di 30 anni un terminal rinfuse che però nell’idea della diga deve andare… non è roba sua. Al netto delle cagate da professore universitario io ho capito che è solamente un ragazzetto che sperava di entrare in Autorità portuale e avere un minimo di visibilità, un pochino di,.. un po’ di considerazione che… si compra con una carta unta, basta dargli un minimo di considerazione ».
Successivamente La Mattina spiegherà a Carozzi di aver cambiato idea perché gli sono state date spiegazioni approfondite e Spinelli avrà la sua concessione.
La stecca
Il 15 di ottobre, Carozzi esprimeva i propri dubbi sulla delibera Rinfuse a La Mattina: “ Cioè, tieni conto, in estrema sintesi, non solo non ha alcun senso… cioè, tu sai… io su questo mi sono già confrontato con Bucci perché a Bucci gliel’hanno venduta il tutti i modi possibili e immaginabili… La realtà è che, secondo me, per uscirne vivi noi tre senza dare l’impressione che abbiamo preso la stecca, parlandoci chiaro, come ha preso il tuo… quelloche… quello che, che… il Presidente (nds Signorini) definisce “mandante”… ma fino a prova contraria Toti non è padrone né del Porto né della città”.La delibera verrà rinvita ma sarà poi approvata nella successiva votazione di dicembre.
Carozzi dopo un lungo interrogatorio da testimone, venerdì, all’uscita ha detto di non aver ricevuto pressioni. Ma il giorno dopo aver votato la delibera era stato intercettato quando si confidava così con un amico: “ Il giorno dopo, parlando con un amico dirà:«l’ho buttata giù ma era una delibera da bocciare».
(da agenzie)
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Maggio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
“SPINELLI DICE CHE HA PAGATO TUTTI? NOI NO. SONO STUFO DI VEDERE LA POLITICA ARRIVARE DOPO LA MAGISTRATURA”
“Noi la rimettiamo sul tavolo, la mettiamo a disposizione di tutti, io posso mettermi anche come ultima firma anche se sono il primo firmatario, non mi importa. Però sarebbe il modo per tirare una riga netta su quello che è stato, e iniziare a pensare a tutto il resto”. Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana, ha scelto la Genova sconquassata dal terremoto giudiziario che l’ha travolta in queste settimane per presentare la proposta di legge rossoverde in tema di finanziamento della politica, una misura pensata per vietare il finanziamento alla politica dei soggetti privati con interessi nella pubblica amministrazione.
Una proposta ripescata dalle battaglie di passate legislature, già (ri)depositata in Parlamento, che arriva nel pieno del dibattito sul finanziamento della politica, e in quota Avs viene “offerta” – è la definizione – a tutti i leader nazionali “che vogliano affrontare questo problema”. “Dicono serva reintrodurre il finanziamento pubblico dei partiti? Parliamone, ma intanto facciamo pulizia – rilancia Fratoianni – La politica si può fare anche con pochi soldi, noi facciamo così. Spinelli dice che finanziava tutti i partiti? Noi sicuro no”.
Ma può bastare una legge, Fratoianni, per evitare si ripetano altri casi Liguria? Del resto, anche nell’inchiesta sul sistema Toti, ci sono accuse che sarà difficile dimostrare.
“La nostra è una proposta di legge molto semplice, che vieta da parte dei soggetti privati che abbiano interessi a qualsiasi titolo nel pubblico finanziare la politica in tutte le sue articolazioni possibili: fondazioni, candidati, partiti, personalità politiche. La portiamo con questo appello a tutti i leader e segretari degli altri partiti, perché sia approvata subito: si può fare, mi auguro ci sia una risposta. L’urgenza ce l’ha sbattuta in faccia questa terribile vicenda ligure, l’idea ci possa essere promiscuità indebita tra la politica, la pubblica amministrazione, l’interesse generale e l’interesse particolare. È arrivato il momento di fare pulizia e a farlo deve essere la politica, prima ancora della magistratura, che farà il suo corso. Sono stufo, di vedere la politica arrivare dopo la magistratura”.
Possibile, oggi, fare politica senza donazioni private?
“Io penso si possa fare politica anche con meno risorse, Avs si finanzia con il due per mille, il tesseramento, piccoli finanziamenti di sostenitori. Non prendiamo una lira dai soggetti privati, non li abbiamo mai presi, eppure facciamo politica. C’è chi propone di regolare il rapporto con le lobby, come succede in altri paesi, chi dice troviamo un meccanismo per il finanziamento pubblico. Io son pronto a discutere di tutto, ma prima risolviamo questo pericolo di commistione tra affari e politica, che a prescindere dall’esistenza di fenomeni corruttivi, segna una sconfitta della politica, una politica che finisce a discutere sugli yacht invece che nei luoghi preposti per fare l’interesse pubblico”.
Che risposta pensate possa avere, dalle altre forze politiche, una tale proposta?
“Anche per questo penso sia arrivato il momento di una svolta, per questo gli altri soggetti politici devono risponderci: non vorrei che una risposta negativa fosse dovuta al fatto che in molti continuano a prendere finanziamenti da soggetti privati che hanno rapporti con il pubblico. Noi non li abbiamo mai presi e siamo molto liberi nel fare questa proposta, che va nell’interesse generale, mica il nostro”.
Continuerete a chiedere le dimissioni di Giovanni Toti, ancora prima dell’interrogatorio in Procura? A destra vi hanno dato dei giustizialisti.
“Siamo garantisti e garantisti rimaniamo, a maggior ragione davanti a questo governo garantista a targhe alterne. La stessa destra che porta la premier Meloni ad accogliere all’aeroporto Chico Forti, che rimane un condannato per omicidio, e ci accusa per la candidatura in Europa di Ilaria Salis, una cittadina italiana che rischia vent’anni di carcere per accuse che in Italia neanche l’avrebbero portata a processo. Però Toti si deve dimettere, è il momento di liberare questa regione da tutti i punti di vista. C’è un’istituzione regionale che è paralizzata, nessuna vicenda individuale può tenere sotto sequestro la Regione. Toti si dimetta e si consenta ai liguri di scegliere il loro futuro”.
Si ricorderà ancora qualcuno, delle Europee in arrivo, dopo tutto quello che è successo?
“Sì, anche perché c’è chi ha una sua idea chiara di Europa, un’Europa più giusta in tema di sociale, ambiente, lavoro, politica estera, e chi l’Europa la vuole distruggere, che si chiama fuori andando sul palco di Vox, che vuole sottrarre risorse a istruzione e sanità per investirle sulla corsa agli armamenti. Il contesto dove le destre estreme possono tornare a farsi sentire”.
Se in Liguria ci saranno elezioni anticipate, che coalizione servirà mettere in campo, a sinistra?
“Le geografie astratte non mi appassionano, ci sarà spazio per chi sta al lato opposto a quello delle destre che hanno governato male la Liguria. Serve una proposta alternativa che cambi le priorità e l’agenda. La politica funziona quando è in grado di offrire una scelta chiara. La destra governa secondo una certa idea, noi dobbiamo averne un’altra. Se teniamo questa barra diventa facile sciogliere il nodo delle coalizioni”.
Ci sarà spazio per tutti, da Azione e Iv al M5s?
“Si metta in campo una proposta, e poi si troveranno le convergenze possibili. Io non ho mai espresso veti, anche quando c’era chi li metteva su di noi. Però dico pure che funzionano le proposte chiare, in politica, in politica le altalene non funzionano. A me non è mai passato per la testa, di allearmi con il centrodestra. Non è uguale, non è la stessa cosa, e non c’è niente di più populista di pensare di allearsi una volta con una parte e una volta con l’altra”.
Può essere Andrea Orlando, il candidato del campo progressista, o da sinistra si preferiranno volti nuovi? Magari qualcuno extra politica, magari un nome grillino, come si chiede in quota M5s?
“Fosse Orlando, il mio commento sarebbe molto positivo. È un amico e una personalità di assoluto valore, una risorsa importante per tutti”.
(da agenzie)
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Maggio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
LA MACCHINA MILITARE EUROPEA È OSTACOLATA ANCHE DAL DOMINIO AMERICANO: GLI USA, PRINCIPALI AZIONISTI DELLA NATO, NON VOGLIONO UN’EUROPA MEGLIO ARMATA, CHE POTREBBE ENTRARE IN CONCORRENZA CON L’INDUSTRIA BELLICA A STELLE E STRISCE
L’Europa vuole costruire un’industria della difesa più forte, ma non
sa decidere come. Visioni politiche conflittuali, lotte competitive e il dominio americano ostacolano una macchina militare più coordinata ed efficiente. Scrive il NYT.
Il recente accordo tra Francia e Germania per lo sviluppo congiunto di un nuovo carro armato multimiliardario è stato immediatamente salutato dal ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, come un risultato “rivoluzionario”.
“È un momento storico”, ha dichiarato. Il suo entusiasmo era comprensibile. Per sette anni, lotte politiche, rivalità industriali e negligenza si sono accumulati come melassa intorno al progetto di costruzione di un carro armato di nuova generazione, noto come Main Combat Ground System.
L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, più di due anni fa, ha scosso l’Europa dall’autocompiacimento per le spese militari. Dopo i tagli ai bilanci della difesa nei decenni successivi al crollo dell’Unione Sovietica, la guerra ha riacceso gli sforzi dell’Europa per aumentare la propria capacità di produzione militare e gli arsenali quasi vuoti.
Ma le sfide che l’Europa deve affrontare non riguardano solo i soldi. Ostacoli politici e logistici si frappongono a una macchina militare più coordinata ed efficiente. E minacciano di ostacolare seriamente qualsiasi rapido rafforzamento delle capacità di difesa dell’Europa, anche quando le tensioni tra la Russia e i suoi vicini aumentano.
“L’Europa ha 27 complessi industriali militari, non uno solo”, ha dichiarato Max Bergmann, direttore del programma del Center for Strategic and International Studies di Washington.
L’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, che quest’estate celebrerà il suo 75° anniversario, stabilisce ancora la strategia generale di difesa e gli obiettivi di spesa per l’Europa, ma non controlla il processo di approvvigionamento delle attrezzature. Ogni membro della NATO ha la propria struttura di difesa, la propria cultura, le proprie priorità e le proprie aziende preferite, e ogni governo mantiene l’ultima parola sugli acquisti.
“Anche quando acquistano lo stesso carro armato tedesco, lo costruiscono in modo diverso in modo che un’azienda di difesa nazionale possa ottenerne una parte”, ha detto Bergmann.
Questo ha ostacolato lo sviluppo del “carro armato del futuro” tedesco-francese, che sarà operativo – con droni, missili, cloud computing e altro – entro il 2035 o il 2040, come sperano i Paesi. Le controversie si sono estese persino alla questione se il cannone principale del carro armato dovesse essere da 130 millimetri, preferito dai tedeschi, o una versione da 140 millimetri sviluppata dai francesi.
La disarticolazione del mercato della difesa rende difficile per l’Europa nel suo complesso razionalizzare i costi e garantire l’intercambiabilità di attrezzature, parti e munizioni al di là dei confini nazionali. Ci sono anche visioni politiche contrastanti.
“L’Europa deve fare un lavoro migliore per difendersi, questa è la verità indiscutibile”, ha detto Michael Schoellhorn, amministratore delegato di Airbus, il gigante aerospaziale europeo che produce aerei militari. “Ma cosa significa e con quali ambizioni?”.
Francia e Germania, le due maggiori economie dell’Unione Europea, hanno i due maggiori bilanci per la difesa tra gli Stati membri e spenderanno insieme 120 miliardi di dollari quest’anno. Eppure si trovano su fronti opposti del dibattito.
La Francia, che ha un proprio arsenale nucleare, ha spinto più di tutti affinché l’Europa investisse in un esercito più forte e autosufficiente. Il Presidente Emmanuel Macron ha ripetutamente invocato la “sovranità europea” e l'”autonomia strategica” per bilanciare il dominio degli Stati Uniti sulla NATO. E ha espresso a gran voce le profonde ansie che molti governi europei nutrono nei confronti di una eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti per la sicurezza.
La Germania, che non dispone di armi nucleari proprie e si affida all’arsenale della NATO, è più a suo agio nella partnership ineguale con gli Stati Uniti.
Il vigoroso pacifismo che ha seguito la Seconda Guerra Mondiale è ancora profondamente radicato nella cultura tedesca e l’opinione pubblica comincia solo ora ad accettare l’idea che l’esercito possa essere usato per difendere una democrazia senza minarla.
Oggi, lo sforzo per rimpinguare l’arsenale europeo sta avvenendo a due velocità: Paesi come la Polonia e la Germania stanno acquistando jet da combattimento, missili e munizioni dagli Stati Uniti e dagli alleati asiatici, mentre la Francia sta facendo pressione per l’accelerazione di un’industria della difesa “Made in Europe” per aumentare l’autosufficienza.
La divergenza di approcci è visibile in alcune delle reazioni allo Scudo celeste europeo, un’iniziativa tedesca per costruire un sistema integrato di difesa aerea e missilistica in tutta Europa che ha raccolto il sostegno di almeno 20 Paesi della NATO. Parigi ha considerato il programma, che si basa su attrezzature prodotte in Israele e negli Stati Uniti, come un’esclusione della base industriale europea. Berlino ha dipinto lo sforzo come un’eccezionale dimostrazione di unità europea.
Berlino dice sostanzialmente che questa guerra dimostra che l’Unione Europea non ha le capacità industriali per proteggersi e che quindi dobbiamo “comprare americano in modo massiccio”, ha detto Alexandra de Hoop Scheffer, vicepresidente senior per la strategia del German Marshall Fund. “E i francesi dicono che questa guerra dimostra che dobbiamo rafforzare le nostre capacità industriali di difesa europee”.
Francia, Spagna e Italia, così come la Svezia, che quest’anno è diventata il nuovo membro della NATO, hanno sostenuto che i finanziamenti europei dovrebbero essere utilizzati per investire nelle linee di produzione di attrezzature militari europee, rendere le catene di approvvigionamento più resistenti e generare materie prime e componenti invece di importarle.
La Commissione europea ha lanciato un messaggio simile a marzo, quando ha pubblicato una Strategia industriale di difesa europea che mira a rafforzare la base industriale militare europea. Il piano, il primo del suo genere per l’Europa, collegherebbe centinaia di miliardi di euro di sussidi ai requisiti di collaborazione tra i produttori europei di armi di diversi Paesi. “Gli Stati membri devono investire di più, meglio, insieme e in Europa”, ha dichiarato la Commissione.
Negli ultimi due anni, il 78% delle attrezzature per la difesa acquistate dai membri dell’Unione Europea sono state acquistate al di fuori del blocco, per lo più da produttori di armi americani che non sono interessati a una concorrenza più dura da parte dell’Europa. La nuova strategia industriale dell’Unione Europea chiede ai Paesi di spendere la metà dei loro bilanci per la difesa in fornitori dell’UE entro il 2030 e il 60% entro il 2035.
La Polonia, al confine occidentale con l’Ucraina, spende più del 4% del suo prodotto interno lordo per la difesa. Ha acquistato centinaia di carri armati, aerei da combattimento, elicotteri, lanciarazzi e obici dagli Stati Uniti e dalla Corea del Sud, oltre a fregate di progettazione britannica. Anche i Paesi dell’Europa centrale e orientale stanno acquistando prodotti americani.
Micael Johansson, amministratore delegato del produttore di armi svedese Saab, ha dichiarato che la strategia dell’Unione Europea “va nella giusta direzione”.
“Ma se si vuole che l’industria investa miliardi di euro” ha detto “i leader europei devono impegnarsi a lungo termine per acquistare ciò che le aziende producono.
C’è poi la questione di come pagare il tutto. Il trattato dell’Unione Europea proibisce agli Stati membri di utilizzare i fondi del blocco per l’acquisto di armi – tale spesa deve essere effettuata dai bilanci nazionali.
La Francia è tra i paesi che hanno accumulato enormi debiti a seguito della pandemia.
La maggior parte dei governi, compreso quello tedesco, si è finora opposta a una proposta sostenuta da Estonia e Francia di emettere obbligazioni europee per la difesa.
Anche i Paesi Bassi, la Finlandia e la Danimarca sono diffidenti nel permettere alla Commissione europea di acquisire maggiore potere influenzando i contratti di difesa con sussidi.
Inoltre, si teme che la Gran Bretagna, che spende per la difesa più di qualsiasi altro Paese della NATO nella regione, venga esclusa dal potenziamento militare dell’Unione Europea grazie alle preferenze dei soli membri.
Se l’industria della difesa europea deve sopravvivere, alcuni piccoli produttori di armi dovranno fondersi o chiudere, ha dichiarato Kurt Braatz, responsabile delle comunicazioni di KNDS, un conglomerato francese e tedesco scelto per contribuire allo sviluppo del carro armato di nuova generazione.
Con un mosaico di aziende del settore della difesa che raramente collaborano, l’Europa gestisce un numero di sistemi d’arma più che quintuplicato rispetto agli Stati Uniti, in categorie come carri armati, jet da combattimento, sottomarini e munizioni. L’industria non può competere in uno stato così frammentato con i colossi americani delle armi come Boeing, Lockheed Martin e General Dynamics, ha detto Braatz. “Il consolidamento è davvero necessario”.
Solo una grande operazione può creare le necessarie economie di scala e produrre abbastanza armi per l’esportazione da rendere l’industria redditizia.
Questi discorsi hanno suscitato malumori nelle capitali europee. “Quando si inizia a parlare di fusioni, si parla di chiusura di aziende in alcuni Paesi e di perdita di posti di lavoro”, ha dichiarato Gaspard Schnitzler, responsabile del programma sull’industria della difesa e della sicurezza presso l’Istituto francese per gli affari internazionali e strategici. “E nessuno vuole perdere posti di lavoro”.
(da “The New York Times”)
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Maggio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
I 1.832 DIPENDENTI DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO HANNO VISTO LIEVITARE LO STIPENDIO DEL 25,4% IN DIECI ANNI (ALTRO CHE INFLAZIONE): LA BUSTA PAGA MEDIA È DI 62.562 EURO LORDI
La pubblica amministrazione non esiste. Esistono le pubbliche amministrazioni, mondi molto diversi fra loro anche se accomunati da un’etichetta unica. Chi davvero conosce il mondo degli uffici pubblici italiani lo ripete a ogni convegno o analisi sul tema. E i numeri diffusi nei giorni scorsi dalla Ragioneria generale dello Stato nella nuova edizione del conto annuale del personale pubblico lo confermano
Le amministrazioni sono molto diverse fra loro; anche sul piano retributivo. Non è solo una questione di livello medio delle buste paga. A cambiare è anche il ritmo e l’intensità con cui variano i numeri scritti nei cedolini dei dipendenti.
Le condizioni diventano più vantaggiose man mano che ci si avvicina al centro del sistema solare pubblico, con una dinamica che però migliora drasticamente nel caso di piccole realtà connotate da caratteri peculiari. Con queste premesse, dal punto di vista retributivo lavorare in un ministero è meglio che essere dipendente di un ente territoriale.
Essere inquadrato nei ruoli di un’agenzia fiscale è mediamente più redditizio; in una condizione che però è imparagonabile rispetto a quella di Palazzo Chigi o delle Autorità indipendenti. Proprio le Authority rappresentano l’eccezione più plateale al tratto mediamente leggero degli stipendi pubblici lontano dai livelli dirigenziali.
Il comparto è piccolo, e distribuisce secondo l’ultimo censimento 2.183 dipendenti in otto realtà che vanno dall’Anac all’Agcom, dall’Arera all’Autorità dei trasporti fino alla Consob e al Garante della Privacy (completano il panorama l’Ivass e la commissione di vigilanza sui fondi pensione).
Si tratta degli unici uffici pubblici italiani in cui la retribuzione media del personale non dirigente ha superato la soglia dei 100mila euro, attestandosi ora a 100.881 euro lordi all’anno. Una performance del genere è stata resa possibile da un decennio in corsa, che anche grazie all’evoluzione del panorama delle Autorità indipendenti ha visto crescere la busta paga media del personale non dirigente del 41,2% rispetto ai 71.446 euro medi registrati nel 2012; un ritmo in grado di staccare di parecchio anche l’inflazione, attribuendo al dato medio un aumento in valore reale del 23,9 per cento.
La battaglia contro il caro vita è stata vinta nettamente anche a Palazzo Chigi. Sopravvissuta nella propria autonomia all’accorpamento dei comparti anche se conta solo 1.832 dipendenti, la presidenza del Consiglio ha portato la busta paga media del personale non dirigente a 62.562 euro lordi, con un balzo del 25,4% fra 2012 e 2022 che segna un incremento del 10 per cento più alto rispetto all’inflazione cumulata nel periodo.
Il risultato è che l’impiegato tipo della presidenza guadagna l’85% in più del ministeriale medio, e la distanza percentuale è aumentata di dieci punti in dieci anni. La corsa è stata simile per i 155 dirigenti di seconda fascia (+27,7% la media; +12% al netto dell’inflazione) è ancora più rapida in prima fascia: i 119 dirigenti apicali che la abitano guadagnano in media 238.881 euro all’anno, con un salto del 29,3% (13,5% in termini reali) rispetto al 2012.
E va notato che tanta vivacità retributiva non arriva dalla spinta dei contratti, che a Palazzo Chigi vivono un ritardo strutturale (l’ultima intesa nazionale è scaduta nel 2018). Numeri come questi mostrano anche l’altra particolarità della presidenza del Consiglio, un esercito di generali con un dirigente ogni 6,7 dipendenti.
Il dato è influenzato dalla platea ristretta dei dipendenti di Palazzo Chigi, ma disegna un panorama molto peculiare. Nei ministeri, per esempio, i dirigenti sono uno ogni 55 dipendenti, anche se l’incidenza di quelli di seconda fascia sul totale del personale è aumentata in dieci anni del 31,4%.
Fedeli alla regola che abbassa gli stipendi lontano dal centro, viaggiano sempre più lontane dai livelli degli altri uffici pubblici le buste paga di regioni ed enti locali, che in un decennio hanno lasciato sul terreno il 5,4% del loro valore reale. Lo stesso è accaduto al personale non dirigente della sanità (-4,6%), nonostante la retorica sull’”eroismo” pandemico
(da Il Sole 24 Ore)
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Maggio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
UN PARLAMENTARE EUROPEO SU QUATTRO, OLTRE ALLO STIPENDIO, PERCEPISCE VARI INTROITI, ANCHE DA LOBBY, AZIENDE E PURE STATI ESTERI
Manon Aubry, leader della sinistra radicale francese, sta facendo
gran parte della sua campagna elettorale proprio su questo. Nel mirino dell’europarlamentare, ricandidata, di La France Insoumise, ci sono le “remunerazioni accessorie” legali e dichiarate, alle quali comunque il Qatar gate ha dato una bella sforbiciata.
Ma Aubry dimostra che si è ancora lontani dal traguardo: un parlamentare europeo su quattro, oltre all’indennità di elezione (lo stipendio), percepisce introiti vari, anche da lobby, aziende e pure Stati esteri.
In Italia il dibattito non appassiona. Non si va oltre i conti in tasca a Matteo Renzi e ai guadagni per le sue consulenze con gli Emirati Arabi – che non si sa se, e in quale modo, potrà mantenere una volta eletto a Strasburgo.
Aubry ha anche twittato una short list, nella quale ci sono da Guy Verhofstadt a Manfred Weber, relativo range di presunte remunerazioni accessorie. L’atto d’accusa di Aubry è: rispondono agli elettori o ai loro “datori di lavoro”?
Al di là dell’effetto denuncia e della campagna elettorale della capolista della sinistra francese, non faremmo un soldo di danno a capire bene indennità e remunerazioni in più, di chi ci rappresenta a Strasburgo e a cui assegniamo la nostra fiducia. Sempre che l’Europa ci stia a cuore perché casa nostra.
Va detto che le buste paga sono decisamente buone. L’indennità di elezione per gli europarlamentari prevede 7.855,12 euro al mese. Da aggiungere una indennità giornaliera di 350 euro che per 22 giorni lavorati al mese fa 7.700 euro.
Inoltre è prevista una indennità di spese generali (da rendicontare) di 4.950 euro al mese. E passiamo al rimborso spese viaggi e trasferte. Sono 12 mila euro l’anno più 24 voucher di importo equivalente per trasporto in aereo treno nave: 24 mila euro all’anno. Un voucher di 4.886 euro l’anno per viaggi complementari fuori da Ue (non coperti da missioni ufficiali dell’europarlamento).
C’è poi l’indennità di distanza e l’indennità di durata rimborsata se si usa l’auto, e che viene calcolata secondo una tabella ad hoc.
Sono i 5Stelle di Giuseppe Conte a rilanciare. Sabrina Pignedoli va al punto: “Per combattere i conflitti di interesse e le interferenze straniere in modo efficace la sola trasparenza non basta più: dobbiamo vietare le doppie remunerazioni che provengano da lobby, gruppi di interesse multinazionali e consulenze esterne a Stati stranieri: la credibilità delle istituzioni europee dipende dalle decisioni che prenderemo su questo tema”. Beh, parliamone.
(da agenzie)
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Maggio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
SI MANGIA META’ DEGLI AUMENTI CONTRATTUALI
Tra il 2013 e il 2023 il potere d’acquisto delle retribuzioni in Italia è diminuito del 4,5% mentre nelle altre maggiori economie dell’Ue a 27 è cresciuto a tassi compresi tra l’1,1% della Francia e il 5,7% della Germania, si legge nel rapporto Istat presentato il 15 maggio.
Le cause sono molte: dalla maggior diffusione di piccole imprese in Italia rispetto ai principali Paesi europei alla più bassa dinamica della produttività. Ma è anche colpa di un alto prelievo fiscale, un fattore finora meno indagato. E che invece pesa molto.
Gli aumenti e il peso del Fisco: quanto entra nelle tasche di chi lavora
Basta fare due conti, come quelli che ha fatto il super esperto Maurizio Benetti, collaboratore della fondazione Tarantelli, pubblicati sul sito nuovi-lavori, e si scopre che un aumento contrattuale lordo di 100 euro scende a poco più di 70 netti per una retribuzione lorda di 13 mila euro, a 62 euro per una di 23 mila, a poco più di 50 euro, cioè si dimezza, per una di 30 mila e a poco meno di 50 euro per chi prende più di 45 mila euro lordi. Per avere le cifre esatte basta guardare la tabella sopra.
E questo, è bene precisarlo, tenendo conto del taglio del cuneo contributivo (per il momento confermato solo per il 2024), altrimenti il netto sarebbe ancora inferiore, almeno per le retribuzioni lorde fino a 36 mila euro (oltre questo livello non c’è il taglio del cuneo). Se si applicassero le aliquote Irpef della Francia, ai lavoratori resterebbero più soldi in tasca. Da noi, infatti, da 28 mila a 50 mila euro di imponibile c’è un’aliquota del 35% e poi ne scatta una del 43%, in Francia fino a 73 mila c’è un’aliquota del 30%.
Taglio del cuneo e tasse ridotte sui premi di risultato
Le contromisure messe in atto finora per dare un po’ di sostegno ai salari sono di due tipi. Il taglio del cuneo (i contributi dovuti all’Irpef) sulle retribuzioni medio-basse, che però, appunto, è temporaneo e per renderlo strutturale richiederebbe circa 11 miliardi di euro l’anno, senza contare che realizzerebbe di fatto uno spostamento di parte del finanziamento delle pensioni dalla contribuzione alla fiscalità generale. L’altra contromisura è la defiscalizzazione dei premi di risultato (aliquota del 5%) e la non tassazione dei social benefit e del welfare aziendale, che però vengono erogati sono in una minoranza di aziende, per lo più quelle medio-grandi, col risultato che, a parità di retribuzione complessiva lorda, il lavoratore che beneficia di questi sgravi ha una busta netta più alta.
Conclusione di Benetti: «L’Irpef produce un vero e proprio taglieggiamento dei risultati contrattuali soprattutto per le categorie medie e alte», anche per via del fiscal drag, ovvero l’aumento nominale delle retribuzioni che fa scavalcare gli scaglioni di reddito (che non sono stati adeguati all’inflazione), facendo scattare le aliquote Irpef più alte, «con una crescita abnorme della progreessività sui redditi medi». Anche il governo ne è consapevole. Il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, ha più volte promesso che il prossimo step della riforma fiscale sarà l’alleggerimento dell’Irpef per il ceto medio. Ma prima dovrà trovare i 15 miliardi che servono per confermare nel 2025 il taglio del cuneo e l’Irpef a tre aliquote.
(da Editorialedomani)
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Maggio 21st, 2024 Riccardo Fucile
BASTA ANDARE A VIA DELLA SCROFA, SOTTO LA SEDE DI FDI, PER ACCORGERSI CHE IL TRICOLORE ESPOSTO DOVREBBE ESSERE IL PRIMO PUNITO: IL VERDE È SBIADITO, IL BIANCO RISENTE DEL TUBO DI SCAPPAMENTO, IL ROSSO HA LO STESSO COLORE DEL VINO RIDOTTO AD ACETO
Rattoppate il tricolore o Meloni vi sculaccia. I comuni che esibiscono
la bandiera sporca, sdrucita saranno sanzionati fino a cinquemila euro. Non sapete esporla? Male. A vigilare ci pensa una nuova figura istituzionale, il maresciallo dello stendardo, insieme alla buoncostume di Mameli.
Fratelli d’Italia rinnova la tradizione delle norme castigo e pernacchia. La proposta di legge è del 15 maggio, è stata depositata alla Camera, ed è firmata da un manipolo di sbandieratori di FDI. Ventiquattro deputati introducono grandi novità “in materia di tutela del decoro nell’esposizione delle bandiere della Repubblica Italiana e Unione europea”.
Dopo lunghe analisi, la presa d’atto: “Girando per le nostre città, troppo spesso vediamo bandiere a brandelli o erroneamente posizionate”. La morale: “Esporre in modo sciatto è segno di resa al degrado”. Il partito di Meloni passa alle maniere forti: il sapone di Marsiglia.
Ventiquattro parlamentari di FDI hanno deciso di impegnare la Camera con questa proposta, la numero 1.156, la legge tricolore pulito. Primo firmatario è Marco Padovani, eletto in Veneto, ma tra i firmatari c’è anche Ciro Maschio, presidente della commissione Giustizia. Il più famoso è Federico Mollicone, il Sangiuliano con l’occhiale Tom Ford, il presidente della commissione Cultura, il patriota che aveva ingaggiato una lotta contro Peppa Pig. Il dl introduce l’articolo 2 bis alla legge del 5 febbraio 98, n. 22.
Sono cinque pagine e raccontano, ancora una volta, questa febbre di italianità che sconfina nell’arlecchinata, questa voglia matta di castigare, ultimi i municipi, chi non passa il ferro da stiro sul tricolore, chi non conosce la marcettina. Come tutte le proposte anche questa ha il suo bignami ridotto di storia. Ci sono riferimenti a Napoleone, agli austriaci, ai Savoia, al Regno di Sardegna; una manciata di righe che hanno lo scopo di “ricordare il valore simbolico, morale e patriottico”. Sbaglia chi descrive FDI come un partito di post missini, di nipotini che non hanno mai fatto i conti con la fiamma. La loro fiamma è la predica.
Tra l’altro, basta andare a Via della Scrofa, sotto la sede di FDI, per accorgersi che il tricolore esposto dovrebbe essere il primo punito. Il verde è sbiadito, il bianco risente del tubo di scappamento, il rosso ha lo stesso colore del vino ridotto ad aceto. Meloni sarebbe costretta a sanzionare Meloni.
Se deve essere decoro, che decoro sia. Almeno tremila euro di multa contro il tricolore che non è stato curato da FDI, con queste ulteriori ammende: Sangiuliano e Mollicone mandati a lavare la bandiera a mano, Adolfo Urso, per punizione, pulirà i parabrezza di 1.500 Fiat Topolino prodotte in Italia.
(da il Foglio)
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Maggio 21st, 2024 Riccardo Fucile
LE PEN ROMPE CON AFD, SALVINI SI ADEGUA E LA SEGUE… MA FINO A IERI NON SI ERANO ACCORTI CHE ERANO SEDUTI ACCANTO A DEI NEONAZISTI?
Il Rassemblement National (Rn), partito populista di destra francese legato a Marie Le Pen, ha deciso di rompere i rapporti in Europa con il partito di estrema destra tedesco Alternative fuer Deutschland (AfD). «Posso confermare che abbiamo deciso di interrompere i rapporti e che non siederemo più con loro durante il prossimo mandato», ha detto a LaPresse un membro della delegazione a Bruxelles del presidente di Rn, Jordan Barella.
Tra i principali motivi della rottura le recenti dichiarazioni del principale candidato di AfD alle elezioni europee, Maximilian Krah, che in un’intervista non aveva condannato e preso le distanze dagli appartenenti alle SS.
La delegazione della Lega al Parlamento Europeo fa poi sapere che «Come sempre, Matteo Salvini e Marine Le Pen sono perfettamente allineati e concordi»
(da agenzie)
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