Destra di Popolo.net

SI VA IN CINA A PRESENTARE L’EXPO 2015: CON UN CAPO DELEGAZIONE CONDANNATO, ORA DI NUOVO INDAGATO PER TRUFFA

Ottobre 23rd, 2010 Riccardo Fucile

NON C’E’ LIMITE AL PEGGIO: A RAPPRESENTARE L’ITALIA E MILANO MANDIAMO   UN CONDANNATO IN PRIMO GRADO PER LESIONI, INGIURIE E RESISTENZA A PUBBLICO UFFICIALE, ORA ANCHE INDAGATO PER TRUFFA E ABUSO D’UFFICIO AI DANNI DELLO STESSO COMUNE PER UN FINANZIAMENTO DI 580.000 EURO

Expo 2015 vola in Cina.
C’è da presentare l’avventura milanese e presenziare al gran finale dell’esposizione universale di Shanghai.
Peccato che a guidare la delegazione del comune di Milano ci sia un condannato in primo grado e ora imputato per truffa aggravata e abuso d’ufficio ai danni dello stesso Comune.
La notizia arriva nella giornata in cui il sindaco Letizia Moratti incassa l’ok parigino con il Bie che autorizza la registrazione di Expo 2015 all’Assemblea generale del prossimo novembre.
Nell’attesa c’è da far fronte all’ennesimo pasticcio di palazzo Marino.
Pietra dello scandalo è Stefano Di Martino, ex An e vicepresidente del Consiglio comunale, partito alla volta della Cina.
Nel luglio scorso Di Martino è stato rinviato a giudizio per truffa aggravata e abuso d’ufficio.
Per il giudice avrebbe dato il via a finanziamenti pubblici per 580mila euro ad Alkeos, una onlus, nata nel 2004, con il compito di integrare la comunità  cinese nel tessuto milanese.
Tanto denaro a cosa serviva?
Per iniziative, sostengono i carabinieri, che non sempre si sono realizzate. Tra le varie ed eventuali i 44mila euro stanziati per il giornaletto bilingue stampato in 4mila copie, oppure gli 80mila euro per il consultorio di ostetrica all’ospedale Buzzi, quando la struttura ospedaliera era già  un punto di riferimento per la comunità  cinese.
E ancora: 85mila euro per 150 questionari da distribuire.
Progetto, annotano gli inquirenti, supportato da non precisate consulenti.
Il 24 giugno scorso, lo stesso Di Martino ha incassato una condanna a nove mesi con pena sospesa per ingiuria, lesioni, resistenza a pubblico ufficiale e adunata sediziosa.
Tutti reati commessi durante la rivolta di Chinatown del 13 aprile 2007, arrivata due settimane prima dall’omicidio di due ragazzi cinesi, episodio che ha portato via Paolo Sarpi sulle prime pagine dei giornali nazionali.
Poche settimane dopo, il rinvio a giudizio.
Che Di Martino condivide con Guido Manca, ex assessore e presidente del Cda di Metroweb, azienda partecipata dalla municipalizzata A2A.
E manco a farlo apposta lo stesso Manca tra pochi giorni si unirà  alla pattuglia morattiana in visita a Shanghai.
Contro Manca e Di Martino, il Comune di Milano si è costituito parte civile come si capisce leggendo la delibera di giunta dell’8 ottobre scorso.
Nel processo penale si presenterà  anche la psicologa milanese Emanuela Troisi, già  presidente della onlus Alkeos.
Secondo il pm Grazia Pradella, avrebbe incassato i 580mila euro in due tranche tra il 2004 e il 2005.
Una terza tranche da 200mila euro sarà  invece bloccata dalla stessa Moratti pochi mesi dopo il suo insediamento nel 2006.
Fondata nel 2004, la Onlus con sede in piazza Gramsci a due passi da via Paolo Sarpi e dal cuore di Chinatown, nel tempo ha avviato corsi di lingua cinese, rapporti con l’Asl o iniziative sociali come il concorso di Miss China in Italy.
La richiesta di finanziamenti parte in quello stesso 2004 quando però l’associazione non è ancora nata.
Nonostante questo, Emanuele Troisi con il supporto di Stefano Di Martino, allora presidente della commissione Sicurezza, inizia un’istruttoria formale. Qui la palla passa a Manca. Il quale, secondo quanto scrive il pm, pur conoscendo la situazione, presenta due delibere per 580mila euro.
In tutto questo non mancano le implicazioni politiche. Di una politica, quella milanese e di maggioranza, sempre più arroccata in correnti.
Un conto che a donna Letizia potrebbe risultare salato in vista dello stesso Expo e della complicata situazione del nuovo Piano di governo del territorio.
Ma era proprio necessario mandare come capodelegazione un soggetto del genere?

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SONO OLTRE 8,3 MILIONI I POVERI IN ITALIA, SOTTO IL LIVELLO DI 1007 EURO AL MESE PER DUE PERSONE

Ottobre 23rd, 2010 Riccardo Fucile

IL RAPPORTO SULLA POVERTA’ DELLA CARITAS NETTE A NUDO LE DIFFICOLTA’ IN CUI SI DIBATTONO MIGLIAIA DI FAMIGLIE IN ITALIA…. AUMENTATI DI 500.000 UNITA’ I POVERI IN UN ANNO E DEL 25% GLI ASSISTITI DALLA CARITAS

Mezzo milione di poveri in più in Italia nel 2009.
Lo afferma la Caritas nel suo decimo rapporto su “povertà  ed esclusione sociale” contestando i dati dell’Istat che parlavano di una situazione “stabile”.
Le persone che vivono al di sotto della soglia di “forte fragilità  economica” sono 8.370.000 e non 7.810.000 come dicono i dati ufficiali: 560 mila persone in piu’ (+ 3,7%).
”Non è vero – afferma il documento – che siamo meno poveri come farebbero pensare i dati ufficiali del luglio 2010”.
Secondo la Caritas, l’affermazione dell’Istat si basa su calcoli che danno ”un’illusione ottica”.
Alle stime sui poveri, va aggiunto un 10%, quindi circa 800 mila italiani, di ‘impoveriti’.
Persone che pur non essendo povere hanno però cambiato il proprio tenore di vita e vivono in ”forte fragilita’ economica”
Questo il ragionamento del rapporto Caritas-Zancan: ”Secondo l’Istat lo scorso anno l’incidenza della povertà  relativa è stata pari al 10,8% (era 11,3% nel 2008), mentre quella della povertà  assoluta risulta del 4,7%. Per l’Istat si tratta di dati ‘stabili’ rispetto al 2008. In realtà  di tratta di un’illusione ‘ottica’.
Succede che, visto che tutti stanno peggio, la linea della povertà  relativa si è abbassata, passando da 999,67 euro del 2008 a 983,01 euro del 2009 per un nucleo di due persone.
Se però aggiornassimo la linea di povertà  del 2008 sulla base della variazione dei prezzi tra il 2008 e il 2009, il valore di riferimento non calerebbe, ma al contrario salirebbe a 1.007,67 euro.
Con questa posizione di ricalcolo, alzando la linea di povertà  relativa di soli 25 euro mensili, circa 223 mila famiglie diventano povere relative: sono circa 560 mila persone da sommare a quelle già  considerate dall’Istat con un risultato ben più amaro rispetto ai dati ufficiali: sarebbero 8.370.000 i poveri nel 2009 (+3,7%)”.
Secondo lo studio la povertà  si conferma un fenomeno del Sud, delle famiglie numerose o monogenitoriali, di chi ha bassi livelli di istruzione.
Inoltre – continua il rapporto – ”sempre più famiglie, in cui uno o più membri lavorano, sono povere”.
Infatti, ”accanto ai dati ufficiali ci sono le persone ‘impoverite’ che pur non essendo povere, vivono in una situazione di forte fragilità  economica.
Sono persone che, soprattutto in questo periodo di crisi, hanno dovuto modificare, in modo anche sostanziale, il proprio tenore di vita, privandosi di beni e servizi, precedentemente ritenuti necessari”.
Ecco alcuni dati che confermano questa situazione: nel 2009 il credito al consumo è sceso dell’11%, i prestiti personali del 13% e la cessione del quinto a settembre 2009 ha raggiunto il +8%.
E negli ultimi due anni si registra anche un aumento medio del 25% del numero di persone che si rivolgono alla Caritas per chiedere aiuto.
Questo aumento interessa in egual misura tutte le regioni d’Italia.
Fra questi utenti, cresce del 40% la presenza di italiani.
Il rapporto fa riferimento ai segnali di tendenza provenienti dagli oltre 150 Osservatori diocesani delle povertà  e delle risorse dell’associazione presenti in tutta Italia.
Gli utenti della Caritas sono sempre meno singoli individui e sempre più interi nuclei familiari.
Particolarmente vulnerabili le persone di mezza età , i separati e i divorziati, le donne sole con figli, i precari, i licenziati, le famiglie monoreddito.
Si stima che circa un milione di persone beneficiano ogni anno dell’intervento dei centri ascolto Caritas.
L’esperienza dei centri ascolto evidenzia, fra l’altro, ”una scarsa tempestività  degli enti locali nell’affrontare le nuove povertà ”.
Per il rapporto, lo stato di povertà  ”è sempre più veloce, complesso, multidimensionale. Anche se non si rimane a lungo in situazione di disagio economico, il persistere del ‘fiatone’ economico e il progressivo esaurimento delle risorse determina situazioni di disagio psicologico e conflittualità  intrafamiliare”.
Dati del 2008 segnalano inoltre che il 68,9% degli utenti Caritas sono stranieri, il 30,7% italiani.
Rispetto ai bisogni, il 65,9% riguardano la povertà , il 62% l’occupazione, il 23,6% l’alloggio.
Le richieste, per circa il 50%, si riferiscono a beni e servizi materiali, come viveri e vestiti.
Uno spaccato di famiglie in difficoltà  che dovrebbe indurre un governo a misure decise a sostegno di chi non ce la fa.
Altro che “non lasceremo indietro nessuno”, qua c’è gente di cui ci si è persa ogni traccia.

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FINI: “IN ITALIA SI PARLA SEMPRE DI GIUSTIZIA, MAI DI PRECARIETA” “RIFORMA DELL’UNIVERSITA’: SENZA SOLDI MEGLIO NON FARLA”

Ottobre 22nd, 2010 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DELLA CAMERA A FOGGIA: “CHI SI SPOSA IN ITALIA SE NON SA SE TRA SEI MESI AVRA’ UNO STIPENDIO? IN GERMANIA CHI HA CONTRATTI A TEMPO DETERMINATO HA UNA BUSTA PAGA PIU’ PESANTE… “I TAGLI ALL’UNIVERSITA’ NON SONO SOPPORTABILI: INUTILE FARE RIFORME SENZA FONDI”

Si parla molto di giustizia e mai di precarietà .
È quanto lamenta Gianfranco Fini.
Nel corso di un’assemblea di Generazione Italia a Foggia, il presidente della Camera ha affrontato, tra gli altri, il problema della precarietà  del lavoro per i giovani denunciando con forza il fatto che «la questione numero uno in Italia è sempre la giustizia, chissà  perchè di queste cose non si discute».
«Chi si sposa in Italia se non sa che tra sei mesi avrà  uno stipendio?», ha chiesto Fini facendo riferimento alla condizione di precarietà  in cui vivono moltissimi giovani.
Fini ha poi citato il caso della Germania dove «chi ha contratti a tempo determinato ha una busta paga più pesante del suo collega più fortunato che ha un contratto a tempo indeterminato».
Ma «di queste cose non si discute», ha concluso il presidente della Camera.
Parlando poi all’inaugurazione dell’anno accademico dell’università  di Foggia, Fini ha anche lanciato un monito al governo sull’attuazione della riforma degli atenei: i tagli sono insopportabili, senza fondi meglio ritirarla.
Il presidente della Camera ha sottolineato il fatto che in altri Paesi europei come la Germania vengano fatte scelte diverse: «I tagli decisi in Italia sono sopportabili dalle nostre università ?», si chiede la terza carica dello Stato. «Credo sia onesto dire che non sono sopportabili».
Secondo Fini, se non si impegnano fondi per promuovere la meritocrazia «si tradisce lo spirito della riforma», e quindi «a quel punto sarebbe meglio ritirarla».
Da Foggia Fini ha anche lanciato un messaggio alla Lega, sostenendo che «solo un ruolo centrale del Sud può aiutare il rilancio dell’economia nazionale, ma noi non faremo un meriodionalismo d’accatto, non vogliamo l’assistenzialismo, non diremo mai che da soli non ce la facciamo e siamo consapevoli che bisogna contenere la spesa pubblica».
«Quando la Grecia ha traballato – ha aggiunto Fini – si è spaventato un grande Paese come la Germania: se il Sud va da solo non ce la fa neanche il Nord. Possibile che gli amici della Lega non capiscano?».
Nel corso del suo intervento all’università  di Foggia, il presidente della Camera ha infine parlato del 150esimo anniversario dell’Unità  d’Italia spiegando che tra i doveri dell’informazione di servizio pubblico c’è quello di dare adeguata risonanza al 150esimo anniversario dell’Unità  d’Italia.

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“FORTE SQUILIBRIO A FAVORE DEL GOVERNO”: AGCOM PUNTA IL DITO SU TG1, TG4 E STUDIO APERTO, ECCO I DATI

Ottobre 22nd, 2010 Riccardo Fucile

RICHIAMO E DIFFIDA DELL’ORGANISMO DI CONTROLLO E GARANZIA SULLE COMUNICAZIONI   AI DIRETTORI DEI TELEGIORNALI… I DATI DEL MONITORAGGIO DI LUGLIO/SETTEMBRE PARLANO DI MENO DEL 20% DEDICATO ALLE OPPOSIZIONI E DI UN 80% A GOVERNO E MAGGIORANZA

Agcom contro Tg1, Fede e Studio Aperto.
Una diffida al Tg1 e un richiamo al Tg4 e a Studio Aperto per “il forte squilibrio” a favore della maggioranza e del governo: è la decisione adottata dalla commissione servizi e prodotti dell’Autorità  per le garanzie nelle comunicazioni, in base ai dati del monitoraggio sul pluralismo per il periodo luglio-agosto-settembre 2010.
“Qualora tale squilibrio perdurasse – avverte l’Agcom – verranno adottati ulteriori provvedimenti”.   La pronuncia dell’Agcom arriva dopo le ripetute accuse al tg diretto da Minzolini sia da parte dell’opposizione, sia da parte dei finiani.
Accuse che adesso vengono confermate anche dall’Autorità  che punta il dito contro l’eccessivo squilibro a favore del governo.
Sbilanciamento ancor più grave nel caso del principale telegiornale del servizio pubblico.
I dati sono relativi al tempo di antenna, cioè il tempo complessivamente dedicato a ciascun soggetto politico-istituzionale (è la somma del tempo di parola, in cui il soggetto parla direttamente in voce, e di quello di notizia, in cui il giornalista illustra un argomento-evento relativo al soggetto politico-istituzionale).
TG1
A luglio il Pdl occupa il 24% del tempo di antenna relativo al Tg1, il Pd il 9.95%, il presidente del Consiglio il 15.3%, il governo il 24.62%, la Lega Nord il 3.50%, l’Idv il 2.25%, l’Udc il 3.09%.
Ad agosto il Pdl è al 25.17%, il Pd all’11.23%, il premier al 5.18%, il governo al 12.76%, la Lega al 7.98%, l’Idv al 2.97%, l’Udc al 5.17%.
A settembre il Pdl è al 22.61, il Pd al 10.95%, il premier al 9.18%, il governo al 14.02%, la Lega al 6.51%, l’Idv al 2.69%, l’Udc al 4.97%.
Da agosto si rileva anche un tempo autonomo per Futuro e Libertà , pari al 9.08%, che a settembre sale al 10.95%.
TG4
A luglio il tempo di antenna dedicato dal Tg4 al Pdl è pari al 37.27%, il Pd all’1.76%, il premier al 35.42%, il governo all’11.41%, la Lega al 2.24%, l’Idv allo 0.47%, l’Udc allo 0.38%.
Ad agosto il Pdl occupa il 44.80%, il Pd il 5.81%, il premier il 18.10%, il governo il 10.34%, la Lega il 3.08%, l’Idv lo 0.54%, l’Udc lo 0.68%.
A settembre il Pdl è al 33.32%, il Pd al 6.69%, il premier al 27.19%, il governo all’8.92%, la Lega al 2.29%, l’Idv allo 0.74%, l’Udc all’1.93%.
Futuro e Libertà  passa dal 4.12% di agosto al 9.85% di settembre.
STUDIO APERTO
A luglio per il Pdl è stato rilevato un tempo di antenna del 18.51%, Pd 4.21%, premier 39.63%, governo 17.29%, Lega 0.95%, Idv 1.83%, Udc 0.29%. Queste le percentuali di agosto: Pdl 29.20%, Pd 2.90%, premier 11.46%, governo 13.98%, Lega 12.92%, Idv 0.30%, Udc 0.67%.
A settembre per il Pdl 22.92%, per il Pd 10.06%, per il premier 18.39%, per il governo 13.99%, per la Lega 8.72%, per l’Idv 0.75%, per l’Udc 5.42%. Per Futuro e Libertà  6.19% ad agosto, 8.74% a settembre.
Il consigliere d’amministrazione della Rai Nino Rizzo Nervo, ironizza: “Potrei con una battuta dire che l’allievo ha superato il maestro visto che il Tg1 ha ricevuto dall’Agcom una ‘diffida’ e il TG4 solo un ‘richiamo’, ma la decisione adottata dall’Autorità  per le comunicazioni deve essere presa molto sul serio perchè conferma quanto ho più volte denunciato in consiglio di amministrazione senza ottenere alcun riscontro da parte del direttore generale”.

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RIFIUTI, LA CAPORETTO DEL GOVERNO: LA CAMORRA NON LA FAVORISCE CHI PROTESTA, MA CHI APRE UNA NUOVA DISCARICA

Ottobre 22nd, 2010 Riccardo Fucile

I CITTADINI DEL VESUVIANO TRATTATI COME DELINQUENTI: COMODO ESSERE FORTI COI DEBOLI (E DEBOLI COI SERBI)… SE ACERRA LAVORA A UN TERZO DEL PREVISTO, SE GLI IMPIANTI PROMESSI A NAPOLI E SALERNO NON SONO STATI REALIZZATI DI CHI E’ LA COLPA?…E I 141 MILIONI DI INCENTIVI GARANTITI AI COMUNI E MAI DATI DOVE SONO FINITI?

Il sindaco di Boscoreale (Pdl) è amareggiato: “Ha vinto la camorra”.
E non ha dubbi. “Chi credete voglia l’apertura di questa seconda discarica? Ma avete idea di quali interessi e delle somme economiche che gireranno attorno a questa discarica?”, ha dichiarato per poi concludere: “Sicuramente è gravissimo che le istituzioni si siano rese complici di tutto questo”.
Due anni fa era stato il miracolo berlusconiano, poi lo spettro maleodorante della monnezza è risorto, portando con sè le proteste dei cittadini e gli scontri con le forze dell’ordine che sono continuate anche questa notte.
Migliaia di persone sono state caricate con una decisione pari a cento volte rispetto alla “fermezza” mostrata nei confronti della teppaglia serba a Genova.
Abbiamo visto foto di donne col viso sanguinante a causa delle manganellate distribuite a chi voleva solo tutelare la propria salute e protestava contro un’ingiustizia.
Forti coi deboli e deboli coi forti.
Ma di chi è la responsabilità ?
Il governo in due anni non è stato in grado di trovare un’alternativa al “buco” nel Parco nazionale del Vesuvio, l’ultimo posto dove nei Paesi civili si penserebbe di sistemare una discarica, vietata peraltro dalle leggi.
Era stato previsto un piano che è stato completamente disatteso: si prevedeva la creazione di discariche, la messa in funzione dell’inceneritore di Acerra, la realizzazione di altri due impianti a Napoli e Salerno e il rilancio della raccolta differenziata.
Il bilancio, dopo due anni, parla di discariche (spesso non a norma) ormai sature, dell’inceneritore di Acerra che lavora a un terzo delle sue possibilità , a causa di guasti endemici, con le caldaie che si bucano di continuo, di una raccolta differenziata che è ferma al 20%, dei siti di compostaggio che non sono stati realizzati, così come i due inceneritori promessi.
Per le 35 amministrazioni comunali interessate alle discariche erano stati garantiti, come “compensazione”, 141 milioni   di euro in 3 anni: non sono mai stati stanziati.
Tante le promesse da marinaio alle quali i cittadini di Terzigno, Boscoreale e Boscotrecase, che pur avevano votato a maggioranza Pdl, non credono più.
Si sentono presi per i fondelli.
Accusati addirittura di fare gli interessi della camorra, come se la camorra non fosse invece interessata all’apertura di nuove discariche e quindi ben felice dei ritardi del governo che permette loro di gestire il ritiro e il trasporto della monnezza.
Vittime di un avvelenamento generalizzato, ammorbati dai rifiuti, manganellati dallo Stato, i cittadini del Vesuviano dovrebbero solo “obbedir tacendo”.
Mentre i politici, incapaci di risolvere i loro problemi, giocano a scaricarsi la responsabilità  uno con l’altro.
Altro che teatrino della politica, se non fosse una tragedia si dovrebbe solo parlare di una squallida farsa.

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STOP DI FINI AL TESTO ALFANO SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: “ALMENO TRE PUNTI SONO INACCETTABILI”

Ottobre 22nd, 2010 Riccardo Fucile

SI TRATTA DELLA MAGGIORANZA LAICA, OVVERO POLITICA, DEL CSM, DEI NUOVI POTERI CONFERITI AL GUARDASIGILLI E DELLA NUOVA COLLOCAZIONE DELLA POLIZIA GIUDIZIARIA…TUTTE INSIEME CONDURREBBERO A UNA MAGISTRATURA SOTTOMESSA AL POTERE POLITICO… MA A FAR FUNZIONARE LA GIUSTIZIA PENSA QUALCUNO?

Sulla riforma della giustizia “Futuro e Libertà ” fissa i paletti.
I finiani, per bocca di Giulia Bongiorno, aprono infatti alla separazione delle carriere e del Csm ma fanno sapere, al termine del vertice dei capigruppo e dei coordinatori con il presidente della Camera, di non condividere tre punti della bozza proposta dal Pdl.
Tre i «no» di Fli: alle nuove funzioni e alla composizione a maggioranza laica del Csm, ai nuovi poteri conferiti al ministro della Giustizia e alla nuova collocazione della polizia giudiziaria non più alle dirette dipendenze della magistratura.
«Ho illustrato ai vertici di Futuro e Libertà  lo stato attuale della riforma della giustizia, secondo le bozze che ho avuto modo di esaminare fino ad ora. Ovviamente – ha precisato la Bongiorno, presidente della commissione Giustizia della Camera – si tratta di bozze provvisorie. Alcuni principi erano noti, già  enunciati e li riteniamo condivisibili come la separazione delle carriere e del Csm».
«Tuttavia – ha precisato la consulente giuridica di Futuro e Libertà  – sono stati introdotti nuovi principi su cui dobbiamo dare un giudizio molto preciso e cioè che non li possiamo condividere. Si tratta in particolare delle nuove funzioni della composizione a maggioranza laica del Csm. Dei nuovi poteri conferiti al ministro della Giustizia. Della nuova collocazione della polizia giudiziaria non più alle dirette dipendenze della magistratura».
La Bongiorno ha sottolineato più volte che «questo giudizio si basa a tutt’oggi su testi provvisori»
In pratica la bozza Alfano va cambiata, fa sapere Fini e oggi qualche giornale vede già  una situzione politica “a un passo dalla rottura”.
Sembra un dialogo tra sordi: dall’altra parte c’è chi rispolvera il processo breve che, insieme al ddl sulle intercettazioni, per i finiani è argomento improponibile e ormai chiuso.
Quello che resta fuori dalla bozza di riforma sono le cose semplici che gli italiani vorrebbero per sburocratizzare la macchina farraginosa della giuastizia: ridurre a   metà  le 165 circoscrizioni giudiziariarie e i 1.292 tribunali italiani, introdurre la posta elettronica per le notifiche, depenalizzare i reati minori per riservare i processi penali ai casi più rilevanti, rinnovare la professione forense, limitare il ricorso in Cassazione, rendere iù snello il processo penale., eliminare i formalismi inutili, ridurre i tempi dei processi.
Invece l’unico scopo perseguito pare sia quello di limitare l’azione dei pm.
Cosa che interessa ai politici, non certo al comune cittadino.

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ECCO IL TESTO DELLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: PIU’ POTERE AL MINISTRO, MENO AI PM

Ottobre 22nd, 2010 Riccardo Fucile

CSM A GUIDA POLITICA, ASSOLUZIONI INAPPELLABILI, POLIZIA AUTONOMA, IL PM PERDE IL CONTROLLO DELLE INDAGINI, PARITA’ ASSOLUTA TRA ACCUSA E DIFESA… LO SCOPO DI FONDO E’ DI RIDURRE IL POTERE DELLA MAGISTRATURA, NON DI RISOLVERE I PROBLEMI DEL CATTIVO FUNZIONAMENTO DELLA GIUSTIZIA IN ITALIA

La riforma della Giustizia propugnata dal guardiasigilli Alfano per ora è raccolta in tre fogli.
Sotto la dicitura in grassetto “riforma costituzionale della giustizia” ci sono una dozzina di capitoli, con il reiterato e insistito riferimento alla Bicamerale di D’Alema, alla famosa bozza Boato, quasi a voler dire che anche la sinistra voleva questo ridimensionamento dei giudici che ora Berlusconi vuole realizzare.
Riassumibile in pochi concetti: le toghe divise, il pm privato della polizia e dell’obbligatorietà , perfino eletto dal popolo, il Csm depotenziato e messo nelle mani della politica, il Guardasigilli rafforzato e con ampi poteri. Scorriamo la bozza di Alfano per scoprire come vuole riscrivere il titolo quarto della Costituzione che non si chiamerà  più “la magistratura”, ma “la giustizia”. Perchè, dice il ministro, “le norme riguardano non solo l’ordine giudiziario, inteso come corporazione, ma un bene essenziale per la vita dei cittadini e per la nazione”.
Le carriere saranno separate, ma non solo.
“La posizione costituzionale del giudice è differenziata da quella del pm: il primo è definito come un “potere” dello Stato; il secondo come un ufficio regolato dalle leggi dell’ordinamento giudiziario”.
Primo limite: “l’ufficio del pm resta titolare dell’azione penale, ma dovrà  esercitarla secondo le priorità  indicate dalla legge”.
Secondo limite: “Anche la disponibilità  della polizia giudiziaria sarà  rimessa alle modalità  stabilite dalla legge”.
È la norma manifesto messa in Costituzione che sarà  poi declinata da una ordinaria con cui si sgancia la polizia dal pm, la si mette in condizione di fare quello che vuole, senza più nè direzione nè obblighi nè controlli.
Alfano lo motiva così: “Ciò assicurerà  di non disperdere le indagini, l’efficienza della politica criminale, il rispetto delle priorità  nel trattare gli affari penali, rafforzerà  il principio di responsabilità  nell’uso dei poteri di indagine”.
È la fine del pm autonomo e indipendente.
I Csm. Saranno due, ma conteranno molto meno dell’uno di adesso.
Ridotti a ruolo burocratico e amministrativo, li presiederà  il capo dello Stato. Componenti eletti per un terzo, o per metà , dalle toghe, per il resto dalle Camere.
Addio agli equilibri di oggi a favore dei giudici.
Che faranno? “Continueranno a occuparsi delle assunzioni, dei trasferimenti, delle promozioni”.
E “verrà  affermata la natura amministrativa degli atti consiliari, il divieto di adottare atti di indirizzo politico e quello di esercitare attività  diverse da quelle previste dalla Costituzione”.
Non basta. “Sarà  regolamentata l’emanazione di pareri sui ddl, che i Consigli potranno esprimere solo quando ne venga fatta formale richiesta dal ministro della Giustizia”. Il quale potrà  pure prendere parte alle sedute e proporre questioni.
Qual è la ragione del bavaglio al Csm? Per il Guardasigilli “si colma una lacuna obiettiva della Carta che, non indicando limiti, consente l’esercizio di ampie funzioni para normative e di indirizzo generale che assumono talvolta natura politica e determinano conflitti con gli altri poteri dello Stato”.
È l’accusa di essere una terza Camera.
Il Csm perde anche la sezione disciplinare, che diventa un’Alta Corte per tutte le magistrature.
IAlfano “si allarga”: il ministro “riferirà  annualmente alle Camere sullo stato della giustizia, sull’esercizio dell’azione penale, sull’uso dei mezzi d’indagine”. Al Csm “potrà  presentare proposte e richieste”. Verrà  “costituzionalizzata la sua funzione ispettiva”. “Concorrerà  alla formazione dei giudici e dei pm”.
Un potere enorme, che ne farà  il vero dominus e super controllore della magistratura. Sulla quale non solo incomberà  la mannaia della responsabilità  civile, ma anche il trasferimento obbligatorio.
“Leggine” nella Carta: non possono che essere lette come anticipi di norme a favore del premier quella del ripristino della legge Pecorella, cassata dalla Consulta, per cui “in Costituzione sarà  affermato il principio per cui contro le sentenze di condanna è sempre ammesso l’appello, mentre le sentenze di assoluzione possono essere appellate soltanto nei casi previsti dalla legge”. E poi la regola della parità  tra accusa e difesa nel processo, per cui “si sta studiando una legge per assicurare che l’ufficio del pm e del difensore siano messi in condizione di parità  dinanzi al giudice in ogni fase del procedimento penale”.
È la base d’appoggio per un ddl, ribattezzato processo lungo, per garantire lo strapotere delle difese a discapito del giudice.
Alla fine ecco pure “la partecipazione del popolo all’amministrazione della giustizia”, per cui sarà  prevista “la nomina elettiva di magistrati onorari per le funzioni di pm”. È l’obolo pagato alla Lega.
Ma tradisce la voglia di trasformare completamente la magistratura.
Un testo di cui probabilmente non se ne farà  nulla e sui cui i finiani hanno messo già  dei paletti, ma sicuramente destinato a scatenare polemiche per l’evidente obiettivo di depotenziare la magistratura.

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L’UOMO CHE DOVREBBE RIPULIRE NAPOLI DAI RIFIUTI E’ INDICATO DA UN PENTITO COME FIDUCIARIO DELLA CAMORRA

Ottobre 22nd, 2010 Riccardo Fucile

L’ON. CESARO (PDL) DETTO “A’ PUPETTA” E’ DA SEMPRE LEGATO A COSENTINO… SECONDO UNA INFORMATIVA DEI CARABINIERI “E’ DI CATTIVA CONDOTTA MORALE E CIVILE, SOLITO ASSOCIARSI A PREGIUDICATI DI SPICCO DELLA MALAVITA”: I SUOI PRECEDENTI… PROPRIO LUI SI DOVEVA NOMINARE?

La situazione in Campania? È grave ma non è seria, direbbe Ennio Flaiano davanti allo spettacolo infinito della monnezza napoletana.
In effetti, i sacchetti neri sono tornati protagonisti delle cronache dei quotidiani da un mese, e sotto il cielo azzurro del Golfo se ne vedono, come sempre, di tutti i colori.
Le discariche aperte da Bertolaso e compagni sono in via di saturazione, l’inceneritore di Acerra non brucia quanto dovrebbe e avvelena (forse) più del dovuto, i disoccupati si trasformano in delinquenti e distruggono i camion della raccolta, la gente che vive sotto il vulcano urla contro il nuovo sversatoio di Terzigno invocando, letteralmente, l’intervento divino.
Manifestazioni e violenze sono all’ordine del giorno, i camorristi fanno affari affittando i bobcat necessari ad alzare le centinaia di tonnellate di rifiuti rimaste a terra.
La sceneggiata si ripete ormai da tre anni, uno show in cui i politici recitano a memoria il solito monologo dello scaricabarile, in un gioco delle parti, quello del rimpallo delle responsabilità , che stavolta ha il suo campione in Silvio Berlusconi. “Tutta colpa della Iervolino”, ha tagliato corto puntando il dito sulla sindaca che starebbe rovinando il suo presunto miracolo, a pochi mesi dalle elezioni comunali.
Ma nel suo j’accuse il presidente del Consiglio dimentica che da quasi un anno l’uomo che deve smaltire l’immondizia del capoluogo, l’amministratore diventato per legge Mr. Monnezza, è il suo amico e fedelissimo Luigi Cesaro detto “a’ Purpetta”, presidente della Provincia di Napoli dal 7 giugno 2009.
Già : volente o nolente è lui che deve risolve il problema, lo spazzino condannato, dal decreto voluto da Silvio in persona, a ripulire le strade e ideare una strategia efficace a lungo termine.
Anche Bertolaso lo ha ripetuto più volte al Cavaliere: “Dovete muovervi, prima che sia troppo tardi, prima che la Campania ricada in una crisi devastante come quella del 2008”.
Ma chi è davvero Mr. Monnezza, nato a Sant’Antimo 58 anni fa, figlio di una potente famiglia di costruttori, già  avvocato, funzionario di un’Asl casertana e deputato del Pdl dal 1996?
Di lui ha parlato ai giudici della Dda di Napoli il pentito Gaetano Vassallo, l’imprenditore che ha gestito il traffico dei rifiuti tossici per conto dei casalesi: secondo il collaboratore di giustizia, Cesaro sarebbe stato il “fiduciario dei Bidognetti” in un’operazione immobiliare, la riconversione di un’area industriale nel paese di Lusciano.
Non è l’unica ombra che pesa sul politico: “Gigino”, così lo chiama affettuosamente Paolo Bonaiuti quando lo incontra nei corridoi di Palazzo Chigi carico di mozzarelle di bufale per il premier, fu arrestato nel lontano 1984 perchè accusato da altri due pentiti di avere rapporti di amicizia con i capi della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo.
Per loro Gigino era un finanziatore della Nco, addirittura un “postino” dei clan. Condannato in primo grado a cinque anni, Cesaro fu assolto perchè riuscì a convincere i giudici di essere in realtà  “una vittima” del sistema criminale.
I rapporti con Rosetta Cutolo, la sorella di don Raffaele, da lui stessi ammessi? Invece di andare dalla polizia, chiese i buoni uffici e la protezione della signora. Nulla di più.
Oggi scopriamo altri dettagli del passato di Cesaro.
Il Comune di Sant’Antimo, dove la famiglia si occupa anche di sanità  ed è proprietaria di un centro sportivo dove il Milan si allena quando deve giocare a Napoli, è stato sciolto per infiltrazioni mafiose nel 1991.
Luigi ripete come un disco rotto che al tempo lui non era nè assessore nè sindaco: è così, solo il fratello Aniello sedeva in consiglio.
Tommaso Sodano e Nello Trocchia, nel libro “La peste” appena uscito per Rizzoli, ricordano però come Luigi nello stesso anno fosse allora socio della cooperativa Raggio di Sole, strumento del potente clan Verde – recita la relazione del ministero degli Interni che accompagna il decreto di scioglimento per infiltrazione mafiosa – per gestire appalti e affari.
Altro potente gruppo camorrista della zona è poi quello dei Puca.
Ecco: secondo un’altra informativa del tenente colonnello dei carabinieri Antonio Sessa, “a’ Purpetta” in quegli anni frequenta anche loro.
Sessa va giù duro, e conclude così: “Cesaro per quanto compete risulta di cattiva condotta morale e civile… In pubblico gode di scarsa stima e considerazione. È solito associarsi a pregiudicati di spicco della malavita organizzata operante a Sant’Antimo e dintorni”.

di Emiliano Fittipaldi e Claudio Pappaianni
(da “il Fatto quotidiano“)

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IL SOTTOSEGRETARIO LEGHISTA BELSITO E LA LAUREA FANTASMA: LA NOSTRA DENUNCIA RIPRESA DA “L’ESPRESSO”

Ottobre 21st, 2010 Riccardo Fucile

PUBBLICHIAMO L’ARTICOLO DI LUCIANA GROSSO CHE SUL SETTIMANALE “L’ESPRESSO”   RIPERCORRE LA STORIA DELLE PRESUNTE LAUREE DEL SEGRETARIO   AMMINISTRATIVO DELLA LEGA… ORMAI IL CASO E’ DIVENTATO NAZIONALE, BELSITO DEVE MOSTRARE LA LAUREA O DIMETTERSI PER AVER DICHIARATO IL FALSO SUL SITO DEL GOVERNO

Una, nessuna e centomila. Sono le virtù e le lauree di Francesco Belsito, sottosegretario alla Semplificazione Normativa e persona dai numerosi talenti.
L’uomo forte della Lega ligure, partito del quale fa parte dal 2003 dopo una militanza in Forza Italia, si trova da qualche tempo al centro di un querelle relativa ai suoi titoli di studio di cui qualcuno (in particolare il deputato regionale Udc Marco Limoncini) mette in dubbio l’esistenza.
Un polverone che potrebbe finire in un minuto se il sottosegretario facesse quello che finora si è sempre rifiutato di fare, ossia mostrare una pergamena sulla quale fosse scritto il suo nome al fianco del titolo di dottore.
Così, in attesa che Belsito faccia bella mostra dei suoi titoli accademici, il giallo continua: lui sostiene, piccato, di avere non una ma due lauree.
Il Secolo XIX, affiancato dal barricadero sito Destradipopolo.it, arriva a ventilare il sospetto che non abbia neppure il diploma di scuola superiore.
Nel frattempo Limoncini ha presentato una sua interpellanza per sapere, almeno, in cosa sia laureato il collega Belsito.
Un affaire piuttosto complicato.
Nel 2008, Belsito entra a far parte del consiglio della Filse, Finanziaria Ligure per lo Sviluppo Economico.
In quell’occasione produce, in un documento ufficiale, un curriculum dettagliato oggi sparito dalla rete.
In esso si legge che Belsito Francesco, nato a Genova il 4 febbraio del 1971, ha una laurea in Scienze della Comunicazione (della quale però si omette di precisare dove, quando e con quale voto sia stata conseguita), sia iscritto alla Lapet (Associazione Nazionale Tributaristi) e abbia, nell’ordine, un diploma di master in Comunicazione e Marketing (che non viene precisato nè dove, nè come, nè quando preso) e un diploma di master in Business Administration (di nuovo: dove? come? quando?).
Non contento l’alacre Belsito aggiunge al suo già  nutrito cursus studiorum di una laurea e due master anche un “attestato di partecipazione a un incontro organizzato da United Towns Agency for North-South Cooperation teso allo sviluppo della cooperazione (in realtà  il curriculum dice cnoperazlone, ma confidiamo si sia trattato di una svista) e del lavoro” e un’iscrizione a Union Europeènne C.E.E. Chambre Europeènne Experts Sìège d’Italie.
Nel 2010 Belsito, in seguito alla prematura scomparsa del suo predecessore Maurizio Balocchi, diventa sottosegretario.
Il suo curriculum assurge così agli onori del sito del governo. Basta leggerlo per scoprire che, Belsito Francesco, nato a Genova il 4 febbraio ’71, è laureato in “Scienze Politiche”.
Ma come? Non era Scienze della Comunicazione? E poi, che fine hanno fatto gli altri tre titoli di studio?
Forse si è trattato di un errore.
Per chiarirlo Giovanni Mari, cronista del ‘Secolo XIX’, ha alzato il telefono e ha chiesto a Belsito come fosse possibile che la sua laurea in Scienze della Comunicazione si fosse trasformata in una laurea in Scienze Politiche.
La versione data dall’esponente genovese è stata chiara: ha sostenuto di averle entrambe.
La prima, in comunicazione, presa a Malta (istituto non riconosciuto dall’ordinamento italiano, e dal cui ufficio ex-alunni, comunque, a “L’espresso” hanno detto di non conoscerlo: «Sa, ne passano tanti….forse la pratica si è persa»), la seconda, presa «in un’università  di Londra».
Dando per buona la versione dello studioso e multilingue Belsito resta un ultimo punto da chiarire: quello del riconoscimento.
Senza questa pratica, una qualsiasi laurea presa all’estero non vale: è come non averla.
L’iter per equiparare un titolo straniero con uno preso qui passa necessariamente per gli uffici di un’università  italiana.
Seguendo l’ipotesi che Belsito si sia rivolto all’ateneo della sua città , Genova, il ‘Secolo XIX’ è andato a frugare negli archivi dell’università  di via Balbi.
Lì si è scoperto che la carriera universitaria di Belsito risulta “annullata”.
Ipotesi che, in genere, si verifica o per abbandono degli studi, o per invalidità  del diploma di scuola superiore.
«E’ una storia vecchia – ha detto seccato Belsito – non era il diploma non riconosciuto, ma un timbro».
La scuola privata dove Belsito dice di aver studiato è ormai chiusa e quindi, come tale, una pista morta.
Tutte ipotesi e domande senza risposta. Un giallo che si risolverebbe in un minuto se Belsito mostrasse incorniciati i suoi diplomi.
E allora nessuno avrebbe più niente da dire. Anzi.
Per lui ci sarebbero solo lodi.
Soprattutto in considerazione del fatto che è riuscito a prendere due lauree in due paesi di lingua madre inglese avendo dalla sua solo, come si legge nel curriculum presentato alla Filse, «una buona conoscenza del francese».

Luciana Grosso
(da “l’Espresso”)

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/lonorevole-e-la-laurea-fantasma/2136848

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