Febbraio 17th, 2012 Riccardo Fucile
MARINE LE PEN HA UN MESE DI TEMPO PER RACCOGLIERE 500 FIRME DI SINDACI PER POTER CORRERE PER L’ELISEO… SE NON CI RIUSCISSE LIBEREREBBE I VOTI DEL FRONT NATIONAL, ACCREDITATO OGGI DEL 20%, CHE POTREBBERO PERMETTERE LA RIMONTA DI SARKOZY
Una delle ultime speranze per Sarkozy, in vista delle prossime presidenziali? 
Che Marine Le Pen non possa accedere al primo turno, il 22 aprile, a causa di un cavillo burocratico: la necessità di raccogliere le firme di almeno 500 sindaci, come stabilito dalla Costituzione francese.
La leader dell’estrema destra si trova in serie difficoltà su questo fronte.
Il Presidente, dato dai sondaggi a forte distanza dal candidato socialista Franà§ois Hollande, sta puntando comunque sul recupero dei consensi a destra.
Anche mediante ambigue dichiarazioni, prossime al razzismo, del solito Claude Guèant, ministro degli Interni, anima conservatrice del suo partito, l’Ump.
A poco più di un mese dal limite fissato per la raccolta delle firme dei sindaci, la Le Pen sarebbe appena a quota 360.
La possibilità che la candidata del Front National (Fn), a causa dell’ostracismo degli altri partiti, dicono i suoi sostenitori, non possa raggiungere la soglia prevista, è più che concreta.
Secondo Dominique de Villepin, candidato minore della destra (già premier ai tempi di Jacques Chirac), l’esclusione della Le Pen rappresenterebbe per la Francia il «rifiuto della democrazia», mentre per il sarkozysta Franà§ois Baroin, attuale ministro dell’Economia, «esiste una legge, che lei si arrangi».
Sta di fatto che già si cominiciano a fare i calcoli: dove andrebbero a finire i voti riconosciuti dai sondaggi alla Le Pen?
Non si tratta di poca cosa: da mesi sfiora il 20% al primo turno, con la possibilità addirittura di scavalcare Sarkozy e andare al secondo contro Hollande.
L’ultima indagine, realizzata da Ipsos, indicava che il 35% dei potenziali elettori della Le Pen diserterebbe le urne.
Ma il 23% ripiegherebbe su Sarkozy, così da portarlo dal 25 al 28,5%, più vicino a Hollande (33,5%), che approfitterebbe solo marginalmente della scomparsa della candidata dell’estrema destra dalla corsa.
Pochi giorni prima un altro sondaggio, di Ifop, piazzava nell’eventualità addirittura al primo posto a pari merito l’attuale presidente e Hollande con il 33%.
Intanto Sarkozy, che qualche anno fa si presentava come l’espressione moderna della destra europea, con una politica dalle sottolineate aperture alle esigenze tradizionalmente di sinistra, sta puntando proprio al recupero dei consensi sul fronte a destra del suo bacino di elettori.
Come?
Utilizzando la «carta Guèant», il suo ministro degli Interni, già noto per altre dichiarazioni shock. «Contrariamente a quello che sostiene l’ideologia relativistica della sinistra, non tutte le civiltà si equivalgono — ha detto sabato scorso -: quelle che difendono l’eguaglianza, la libertà e la fraternità ci sembrano superiori a quelle che accettano la tirannia, l’inferiorità delle donne e l’odio sociale ed etnico».
In tanti hanno visto nelle sue parole un riferimento ai musulmani.
Insomma, un puro discorso lepenista…
Martedi’ Guèant ha negato di aver pensato all’islam pronunciando il discorso. Ma tutto resta molto ambiguo, come l’accenno alla polemica di Sarkozy. Che ha definito «di buon senso» il ragionamento del ministro.
Sembra, comunque, che ormai la parola d’ordine del Presidente ai suoi aficionados sia: calmare le acque.
E intervenire con toni più tolleranti, in quel gioco tipico di Sarkozy (un colpo al cerchio e uno alla botte), che permetta di captare il maggior numero di consensi possibile nell’ampio bacino che va dal centro all’estrema destra.
E’ anche quello che, partendo da posizioni più estremistiche, sta facendo Marine Le Pen, che si ritrova con sostegni assai eterogenei, numerosi pure tra i giovani: una novità per il Front National.
Non ha le 500 firme dei sindaci, ma può contare su oltre 33mila fan su Facebook.
E il suo partito è quello che in Francia ne ha di più sulla rete sociale: quasi 51mila contro i 34.400 del Partito socialista.
E appena 22mila per l’Ump, la formazione di Sarkozy.
Leonardo Martinelli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 17th, 2012 Riccardo Fucile
L’UDC NAZIONALE “CONVINCE” QUELLO GENOVESE AD APPOGGIARE MUSSO, MA IL SEGRETARIO REGIONALE LIGURE HA LA VOLPE SOTTO L’ASCELLA
La notizia di oggi è che l’Udc appoggerà la candidatura a sindaco di Enrico Musso, non con il proprio simbolo ma, seguendo le orme di Futuro e Libertà , inserendo propri candidati in una unica lista civica promossa dal medesimo aspirante primo cittadino.
Mentre la mossa di Fli era dettata dallo scopo di non farsi contare, quella del segretario Udc locale Monteleone è ben più abile, anche se sfuggita a molti osservatori.
Ricordiamo alcuni dati:
Nelle precedenti comunali Musso (candidato da tutto il centrodestra) raccolse il 45,9% (la Vincenzi il 51,2%): l’Udc contribuì con un modesto 3,2%, più o meno confermato alle regionali dell’anno scorso.
La lista civica di Biasotti (che appoggiava Musso) raccolse allora il 7,3%, più o meno la quotazione data dai sondaggi a quella attuale di Musso, destino delle liste civiche di centrodestra in città .
Il contributo di Fli e Api insieme è attualmente dato intorno al 2%.
Morale: il Terzo polo dovrebbe attestarsi in una forbice tra il 12 e il 13%, mentre il voto disgiunto potrebbe premiare personalmente Musso di un ulteriore 3%-4%.
Se fosse confermato il suddetto dato di lista il Terzo Polo potrebbe al massimo dividersi 5-6 consiglieri che diventano di fatto 4-5, visto che uno è il candidato sindaco Musso.
Monteleone punterà secco su almeno due candidati e riuscirà a farli eleggere sfruttando la lista civica, mentre se si fosse presentato da solo ne avrebbe raccolto uno solo, vista la sua percentuale.
Non solo: alla sua base che vedeva meglio un’alleanza con Doria potrà dire di usare pure il voto disgiunto per il sindaco, indicando il candidato della sinistra.
Questa operazione penalizzerà i candidati civici di Musso che da tempo hanno lavorato al suo progetto.
E se Doria fosse eletto al primo turno, nulla impedirà in futuro ai due eletti Udc di riposizionarsi, come in Regione, con la sinistra.
Se invece ci fossero stati i simboli Udc (e Fli) il gioco del voto disgiunto sarebbe diventato più scoperto e la somma dei voti di partito una cartina al tornasole dei rispettivi pesi all’interno della coalizione.
Se il gioco dell’Udc ha perlomeno una sua resa, ci chiediamo quale interesse abbia mosso la segreteria regionale di Fli ad avallare tutto questo.
Forse quello, dopo aver distrutto il partito a Genova, di voler anche azzoppare i propri candidati per porsi, come Nerone, come unico referente di un partito senza più iscritti e consiglieri comunali?
In questo caso però, invece che bruciare, Roma dorme.
LIGURIA FUTURISTA
Ufficio di Presidenza
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Febbraio 17th, 2012 Riccardo Fucile
IN UN MONDO INCENTRATO SULL’OCCUPAZIONE STABILE, IL WELFARE LO FA LA FAMIGLIA
I benefici del posto fisso (per chi lo ha) sono ovvi. 
La domanda rilevante è: quanto costa la garanzia del posto fisso al singolo e alla collettività ?
Un fatto spesso ignorato è che questo costo non è nullo anche per chi il posto fisso già ce l’ha.
A parità di altre condizioni, per godere della protezione offerta dall’articolo 18 il lavoratore riceve una retribuzione inferiore a quella che otterrebbe se rinunciasse alla tutela contro il licenziamento.
L’imprenditore, infatti, privato della possibilità di licenziare qualora il posto diventasse in futuro improduttivo, sopporta un costo potenziale aggiuntivo, oltre alla retribuzione.
Se è disposto a pagare il lavoratore 100 mantenendo il diritto di licenziarlo, vorrà pagare solo, diciamo, 90 per assumerlo senza possibilità di licenziamento.
La differenza è una sorta di premio di assicurazione che il lavoratore paga al datore di lavoro per correre meno rischi.
Un contratto di lavoro con salario fisso e sicurezza del posto è in qualche misura anche un contratto assicurativo.
Ovviamente più i rischi economici per l’impresa salgono, più l’impresa vorrà far pagare ad alto prezzo questa assicurazione e più basso sarà il salario di un lavoratore con il posto fisso.
In periodi turbolenti come questo, quindi, il posto fisso costa molto al lavoratore, perchè offrire assicurazione costa di più alle imprese.
Ma allora perchè in Italia sembra che i lavoratori precari abbiano non solo un posto insicuro ma anche una retribuzione inferiore?
Perchè i lavoratori protetti, ossia i dipendenti pubblici e quelli nelle aziende sopra i 15 dipendenti, sono difesi dai sindacati mentre i giovani precari no.
A loro sono lasciate le briciole in una specie di sala d’attesa in cui il giovane invecchia aspettando che qualche lavoratore protetto vada in pensione e liberi il posto sicuro. Per farsi un’idea dell’entità del premio assicurativo che grava sul lavoratore con posto fisso basta pensare al diverso costo orario, al netto di tasse e ammortamento attrezzi, del lavoro di un idraulico dipendente a tempo indeterminato e del lavoro dello stesso idraulico quando lo consultiamo in veste di artigiano.
Più in generale, per un lavoratore metalmeccanico, la stima di Piero Cipollone e Anita Guelfi (Banca d’Italia, Temi di discussione 583/2006) è compresa tra il 5 e l’11 per cento.
Tuttavia, se il costo fosse solo questo non ci sarebbero problemi: ognuno deve essere libero di stipulare il contratto che vuole, sopportandone le conseguenze.
E infatti un’indagine recente di Renato Mannheimer dimostra che l’84% dei giovani italiani sarebbero disposti a guadagnare di meno pur di avere un posto fisso. Nell’attuale situazione di apartheid invalicabile che divide i lavoratori super protetti dai “paria” privi di qualsiasi tutela o welfare statale, chi potrebbe dare loro torto?
La soluzione che propone il sindacato è semplice: diamo a tutti il posto fisso.
Ma è un’utopia pensare che si possa mantenere costantemente un’occupazione sicura ed elevata per l’intera forza lavoro in questo modo.
Il tentativo (vano) di garantire il posto fisso a tutti ha invece dei costi considerevoli per la collettività (oltre a quelli individuali) di cui pochi nel dibattito italiano sembrano voler tener conto.
Un mondo incentrato sul posto fisso è un mondo in cui il welfare lo fa la famiglia, con le risorse guadagnate dal padre (tipicamente unico a godere della sicurezza) e distribuite ai familiari dalla madre che spesso lavora in casa, con nonni e figli adulti che vivono insieme e si assistono gli uni con gli altri.
Un mondo in cui lo Stato non offre assicurazione sociale se non con le pensioni e con la certezza, appunto, del posto fisso per un membro della famiglia. Il tutto richiede una legislazione del lavoro che ingessa il mercato, impedisce l’allocazione ottimale dei lavoratori nelle imprese e mantiene un esercito di giovani precari.
È un mondo che attrae trasversalmente molti italiani e che ha una sua coerenza, fondata sull’avversione al rischio, e il rifiuto del cambiamento anche quando tutto cambia intorno a noi.
Gli italiani vogliono sicurezza e votano chi promette sicurezza (tipicamente senza evidenziarne i costi).
Sia ben chiaro: la famiglia italiana ha dei benefici enormi di cui dobbiamo andare orgogliosi.
Ma se deve sostituire un welfare pubblico che non funziona, le conseguenze non sono tutte desiderabili.
Un sistema di welfare basato sulla famiglia riduce la mobilità geografica e sociale e ostacola la meritocrazia e la concorrenza fra persone e imprese.
Per poter godere del welfare familiare, che aiuta anche a trovare un impiego grazie ai contatti dei genitori più che alle reali capacità , i giovani promettenti frequentano università mediocri sotto casa o non si allontanano per trovare un posto di lavoro migliore e più adatto alle loro caratteristiche.
La conseguenza è una minore produttività che si traduce in salari e profitti più bassi anche perchè le imprese possono imporre condizioni retributive peggiori non dovendo temere che i lavoratori si spostino altrove se trattati male.
Il vecchio governo ci aveva promesso che questa struttura sociale ci avrebbe fatto superare la crisi meglio di altri Paesi. Non è stato così.
Ma il problema vero è che sono gli italiani a volere questa struttura sociale perchè non ne hanno ancora compreso i costi. Il differenziale di gravità della crisi italiana, rispetto a quella di altri Paesi, non è colpa della finanza pericolosa che ha colpito tutti i Paesi. Dei costi aggiuntivi siamo responsabili noi.
La discussione sul posto fisso e su un sistema di welfare impostato sulla famiglia, quindi, va ben al di là di una riforma del diritto del lavoro.
Tocca al cuore la mentalità e l’organizzazione sociale degli italiani. La soluzione più facile è continuare a non affrontare il problema.
Oggi, perlomeno, ci si sta provando.
Alberto Alesina e Andrea Ichino
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Febbraio 17th, 2012 Riccardo Fucile
CLAMOROSO AUTOGOL DEL CENTRODESTRA BOLOGNESE CHE NON SA INTERPRETARE NEPPURE LA VOLONTA’ DELLA PROPRIA BASE… LA STESSA SORTE TOCCA ALL’ASCOM
Un autogol. Un cortocircuito. Un testacoda inaspettato. Il Pdl bolognese inciampa, ma lo sgambetto se lo è fatto da solo.
Accade a Bologna, dove i berlusconiani commissionano all’Istituto Piepoli un sondaggio per dimostrare che i bolognesi non vogliono la pedonalizzazione del centro storico che la giunta di centrosinistra, guidata da Virginio Merola, sta cercando di realizzare.
Il risultato sconfessa però clamorosamente le attese: l’81% dei bolognesi si dichiara a favore del centro pedonale.
Gli stessi elettori di centrodestra voltano le spalle al loro partito: il 61% promuove lo stop alle auto.
Un esito che imbarazza e che vanifica decenni di battaglie del Pdl bolognese, impegnato da sempre a contrastare qualsiasi ipotesi di pedonalizzazione del centro, rea di penalizzare il commercio.
Ma non basta ancora.
Anche le associazioni dei commercianti, Ascom in testa, cadono nello stesso tranello. Pure lei tradizionalmente contraria a qualsiasi divieto che impedisca alle auto di entrare in centro e che rischi così di “desertificare” la città , l’associazione che ha sede nella centralissima Strada Maggiore decide di fare un sondaggio tra i propri associati.
Sorpresa numero due: il 75% dei bottegai dice un sì convinto al centro pedonale.
L’imbarazzo non potrebbe essere più grande.
Difficile trovare le parole per spiegare una sconfessione pubblica di posizioni decennali.
Solo poche settimane fa, in una riunione della commissione Mobilità in Comune, i rappresentant
del Pdl parlavano del piano di pedonalizzazione come di un “tentativo per ammazzare il commercio e il centro storico”.
Il senatore Pdl Giampaolo Bettamio, reo di avere commissionato all’Istituto Piepoli il sondaggio tra i bolognesi, prova a spiegare l’inspiegabile: “Le domande erano poste male”.
L’ex vicepresidente del consiglio comunale Paolo Foschini, candidato in pectore al coordinamento cittadino nel congresso Pdl che si svolgerà il 19 febbraio, si ritrova all’improvviso spuntata una delle principali armi dell’opposizione sotto le Torri: la difesa dei diritti degli automobilisti contro qualsiasi “divieto” di stampo ambientalista.
In imbarazzo anche il presidente dell’Ascom Enrico Postacchini, che nel dicembre scorso era arrivato a spegnere le luminarie di Natale per protesta contro i “T-Days”, i weekend a piedi realizzati dalla giunta, e che aveva minacciato lo sciopero proprio brandendo il sondaggio sui suoi 4mila iscritti i cui risultati sono arrivati oggi.
“Se i nostri associati ce lo chiedono, siamo pronti a incrociare le braccia contro il piano di pedonalità “, tuonava Postacchini.
Gli associati, al 75%, gli chiedono invece un centro dove si possa girare a piedi.
La giunta sta a guardare, tanto soddisfatta da non dover nemmeno infierire.
“E’ la dimostrazione che avevamo ragione – dice il giovanissimo assessore alla Mobilità Andrea Colombo, 27 anni -: vuol dire che andremo avanti con più spinta verso la pedonalizzazione. Ad aprile, dopo la discussione con la città , saremo pronti”.
Silvia Bignami
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 17th, 2012 Riccardo Fucile
IL TAVOLO TRA IL MINISTRO E LE PARTI SOCIALI: APPLICARE LA FORMULA MALUS-BONUS AI CONTRATTI PRECARI…CONFINDUSTRIA: MENO FLESSIBILITA’ IN ENTRATA MA PIU’ SUI LICENZIAMENTI
Contratti a termine con la formula originale del malus-bonus. 
Costeranno di più all’azienda ma una volta trasformati in contratti a tempo indeterminato l’aggravio sarà del tutto restituito. E diventerà un incentivo alla stabilizzazione. Esclusi, per ovvie ragioni, i tipici contratti a tempo, quelli per i lavori stagionali o per le sostituzioni.
È la proposta che ha presentato il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, alle parti sociali al tavolo di Palazzo Chigi.
Una carta contro gli abusi, a favore della “flessibilità buona”, come la chiama il ministro, e giocata all’inizio del negoziato per spegnere qualsiasi possibile principio di incendio.
Una mossa che è piaciuta ai sindacati (“dopo tre anni bui – ha detto per esempio il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso – questo governo dice che la precarietà va combattuta”) ma che ha spiazzato la Confindustria.
Emma Marcegaglia, presidente degli industriali, subito dopo l’incontro plenario, ha chiesto, insieme agli altri rappresentanti delle imprese, di poter parlare alla Fornero.
“Noi – ha sostanzialmente detto il leader di Viale dell’Astronomia – siamo pronti a ragionare su tutte queste questioni. Però manca un pezzo: quello della flessibilità in uscita. La nostra risposta, dunque, arriverà solo quando sul tavolo ci sarà l’una e l’altra”.
Perchè questo è lo scambio destinato ad andare in scena: meno flessibilità in entrata in cambio di più flessibilità in uscita.
Insomma, meno precarietà per i giovani e ritocchi (si vedrà quali) all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
E per come ha impostato il negoziato il governo (“di articolo 18 si parlerà alla fine”, ha detto la Fornero), l’obiettivo dei sindacati è quello di incassare il più possibile prima per poter cedere il meno possibile dopo.
Una trattativa complessa dalla quale però nessuno ha intenzione di tirarsi fuori. E anche questa è una novità dopo anni di intese separate e poco efficaci.
C’è ormai un abuso dei contratti a termine.
Nel quinquennio 2005-2010, secondo un’indagine dell’Istat pubblicata un paio di settimane fa, il 71,5 per cento delle assunzioni è avvenuto con un contratto a tempo determinato.
È del tutto evidente che una quota non marginale di queste assunzioni non sia legata a esigenze produttive, a picchi stagionali, o a un’impennata improvvisa della domanda di mercato.
Si tratta di abusi, piuttosto.
Si ricorre ai contratti a termine, con rinnovi al limite della legge o aggirando la legge, perchè comunque il rapporto di lavoro ha una data di conclusione certa.
Da qui la proposta Fornero. Che intende aggravare il peso dei contributi sui contratti a tempo determinato, così da recuperare le risorse per pagare loro il sostegno al reddito nei momenti di disoccupazione.
Ma una volta che il contratto a termine verrà trasformato in un’assunzione senza scadenza i maggiori contributi saranno restituiti attraverso una forma di sgravio.
Malus-bonus, appunto.
Ma l’operazione Fornero contro la precarietà non si ferma ai contratti a tempo. Il ministro è stata tentata di intervenire con “l’accetta” (ha proprio detto così) nei confronti della false partite Iva e dei falsi associati in partecipazione.
Sono almeno 800 mila, secondo alcune stime, dietro i quali non ci sono professionisti autonomi, bensì veri e propri lavoratori subordinati con tutti i vincoli (dall’orario a un rapporto gerarchico) che questo prevede.
Qui, anche se il ministro non ha ancora precisato come, l’intervento sarà robusto in particolare a favore di coloro che sono mono-committenti, cercando di non penalizzare i giovani al primo rapporto di lavoro.
Il “job on call” (il lavoro a chiamata) è destinato, tanto più che non ha avuto successo, ad essere relegato a un ruolo marginalissimo, previsto solo in alcuni casi. Saranno riportati alle origini, e quindi ridotti alla stagionalità e all’occasionalità , i lavori che potranno essere retribuiti con i voucher.
Ci saranno più paletti anche per il part time.
La crisi ha costretto molti lavoratori (soprattutto donne) ad accettare di passare dal tempo pieno a quello parziale.
Che, invece, deve tornare volontario.
La Fornero punta a incentivare i controlli per scoprire il lavoro sommerso ma anche gli abusi di lavoro precario. È questa è davvero una svolta.
Roberto Mania
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 17th, 2012 Riccardo Fucile
A MONZA FINISCE LA STORIA MAI INIZIATA DEI PATACCARI PADAGNI: DISMESSE LE UTENZE E RICONSEGNATI GLI IMMOBILI… IL GOVERNO NON FARA’ RICORSO CONTRO IL TRIBUNALE CHE AVEVA GIA’ BOCCIATO LE DELEGAZIONI DISTACCATE VOLUTE DA CALDEROLI
Il ministro Piero Giarda parla alla Camera rispondendo a un’interrogazione dell’Idv ha messo la parola fine alla vicenda delle sedi distaccate dei ministeri della Semplificazione e delle Riforme nella Reggia di Monza.
Inaugurati in pompa magna, con grande spolvero di ministri leghisti e Pdl, gli “uffici” distaccati sono stati oggetto di polemiche e indagini per una vicenda che, non fosse per i costi, si è rivelata una farsa.
“Entrambe sono state chiuse con la nascita del governo Monti”, ha detto il ministro per i Rapporti con il Parlamento, aggiungendo che “la presidenza del Consiglio è stata condannata il 9 novembre per comportamento antisindacale per l’apertura di queste sedi e lo scorso 9 febbraio sempre Palazzo Chigi ha rinunciato ad opporsi a questo decreto del Tribunale di Roma”. Il motivo, ha spiega Giarda è che “nel frattempo è cessata l’operatività delle sedi”.
Giarda ha spiegato che il governo considera “cessata la ritenuta condotta antisindacale” in quanto “le sedi sono di fatto non più operative dal momento dell’insediamento del governo Monti”.
Giarda ha detto che sono state dismesse le utenze, sono stati ritirati i beni immobili che erano stati messi a disposizione e l’immobile è rientrato nella “piena disponibilità ” del proprietario.
Il ministro ha anche osservato che “nessuna unità di ruolo di comando o comandata ha mai preso servizio presso le sedi distaccate dei dicasteri”.
Quindi Palazzo Chigi ha dato esecuzione alla sentenza del Tribunale dopo aver sentito le organizzazioni sindacali anche perchè la sentenza non aveva disposto la chiusura delle sedi, ma aveva solo rilevato il comportamento non corretto rispetto alle rappresentanze dei lavoratori da parte della presidenza del Consiglio.
Polemica la reazione del coordinatore delle segreterie nazionali della Lega Nord, l’ex ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli: “la chiusura delle sedi ministeriali di Monza è l’ultima goccia che il popolo del Nord ha dovuto subire: d’ora in poi sarà guerra senza quartiere”.
Le solite sparate per i gonzi.
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Febbraio 17th, 2012 Riccardo Fucile
IN MANO AI PM QUATTRO CONTAINER PIENI DI DOCUMENTI, MA PER CONSULTARLI CI VUOLE L’AUTORIZZAZIONE DEL SENATO
Per dodici anni il Dipartimento dell’Editoria della Presidenza del Consiglio è stato il generoso bancomat
di Sergio De Gregorio e Valter Lavitola.
Il senatore e il faccendiere amico di Berlusconi, uniti nella lotta: succhiare quanti più soldi possibile al contribuente italiano.
Una cifra enorme: 23.200.641,34 euro, il tutto per finanziare un giornale dal passato glorioso e dal presente truffaldino: L’Avanti!
È questo il cuore dell’inchiesta dei pm napoletani Francesco Curcio, Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock, che ieri hanno avanzato una richiesta di sequestro di carte e documenti riconducibili al senatore De Gregorio, accusato, in concorso con Lavitola, di truffa e false fatturazioni .
Un passato da giornalista d’assalto e in odore di eccessiva vicinanza ai “servizi”, De Gregorio tenta la scalata politica facendo il giro di diversi partiti, nel ’96 conquista un seggio al Senato grazie a Di Pietro, che tradirà pochi mesi dopo per approdare alla corte di Berlusconi.
Ma il suo capolavoro politico-affaristico si chiama Italiani nel mondo, un ginepraio di sigle, società , marchi.
“Una vasta galassia”, la definiscono i pm napoletani, che a un certo punto diventa una fabbrica di fatture farlocche per prestazioni professionali e forniture inesistenti per l’Avanti!.
L’obiettivo del “pacco” rifilato alla Presidenza del Consiglio era quello di truccare i dati sulla “tiratura delle copie vendute o quelli sulla diffusione” del quotidiano.
Carte e documenti che asserivano la vendita del giornale grazie alle “vendite in blocco” e allo “strillonaggio”.
Un sistema oleato, collaudato, che ha funzionato dal 1997 fino al 2009.
Le prove sono nella marea di documenti, computer, schede e archivi, che il senatore De Gregorio ha depositato in ben quattro container.
I magistrati potranno aprirli, ma solo dopo l’autorizzazione del Senato.
Altre carte sono sparite, volatilizzate, come ha ammesso Roberto Cristiano, sodale di De Gregorio, e legale rappresentante della Bvp.
Si tratta dei documenti relativi alle società Bvp Broadcast video press (in fallimento) e Aria Nagel & associati, che avrebbe fornito il cosiddetto servizio di strillonaggio per la diffusione dell’Avanti!.
Quando i finanzieri si presentano da Cristiano per avere carte e documenti, questi allarga le braccia sconsolato.
Le carte non ci sono più, si sono perse.
Ovviamente di questa dolorosa scomparsa di documenti così delicati non esiste alcuna denuncia. “Me ne sono avveduto recentissimamente”, è la risposta del candido collaboratore del senatore.
I pm napoletani sono certi che “la documentazione contabile ed extracontabile delle società non è stata esibita e che la stessa può essere stata verosimilmente occultata, al fine di impedire la ricostruzione effettiva dei rapporti finanziari e commerciali tra le predette società e la International Press (che editava l’Avanti!, ndr)”.
Faldoni e libri contabili sono nei 4 container del senatore De Gregorio, “luogo ideale — scrivono i magistrati — per l’occultamento della documentazione”.
Una storia squallida, di pacchi, paccotti e contropaccotti, ideata e portata avanti da De Gregorio e Lavitola, il senatore e il faccendiere-pescatore-editore.
Una corona di società dai nomi altisonanti e dai fallimenti certi. Il senatore e il faccendiere “distraevano, occultavano, distruggevano o dissipavano in tutto o in parte i beni della Bvp. Compivano più operazioni dolose che aggravavano il dissesto della società e ne cagionavano il fallimento”. In più distruggevano , occultavano e falsificavano le scritture contabili obbligatorie per legge per rendere impossibile la ricostruzione e il movimento degli affari.
Il tutto per nascondere i business che si facevano all’ombra dell’ex quotidiano socialista e delle due società editrici (prima la Alfa Press e poi la International Press) la cui gestione “è stata caratterizzata dalla commissione di un numero rilevantissimo di illeciti che hanno determinato gravi danni al pubblico erario”.
Sono almeno sei le società riconducibili al senatore De Gregorio, buona parte operanti nel settore tv, pubblicità , ma anche spettacolo e vendita all’ingrosso di abbigliamento.
Una è fallita, due sono in liquidazione volontaria, le altre formano la galassia di Italiani nel mondo.
Poi ci sono società “solo apparentemente terze”, ma in realtà , scrivono i pm, riconducibili a De Gregorio e Lavitola.
Il senatore, ovviamente si dichiara estraneo all’affare e si dice disponibile a rinunciare alle sue prerogative parlamentari.
Questa volta De Gregorio sa che rischia molto.
I magistrati di Napoli, infatti, cercano non solo i complici che hanno favorito l’assalto ai fondi dell’editoria, ma stanno anche spulciando nei fallimenti delle società per verificare se sono state commesse “condotte inquadrabili nella fattispecie della bancarotta patrimoniale e documentale”.
Enrico Fierro
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 17th, 2012 Riccardo Fucile
ACCOLTO IL RICORSO DI UNA SOCIA CHE AVEVA CONTESTATO LE ELEZIONI A LISTA UNICA, DOPO CHE UN’ALTRA ERA STATA ESCLUSA PER VIZIO DI FORMA
Il Tar della Lombardia ha accolto il ricorso presentato da una socia Aci, Roberta Ciceri, in merito alle elezioni del Consiglio direttivo avvenute nell’estate 2010.
«Congelati» quindi dalle loro cariche il presidente Carlo Edoardo Valli e i nove consiglieri, tra cui Geronimo La Russa (figlio dell’ex ministro della Difesa) e Eros Maggioni (compagno dell’ex ministro Brambilla).
L’Aci ha subito annunciato che presenterà ricorso al Consiglio di Stato.
A questo punto il ministro per il Turismo Piero Gnudi può scegliere se nominare un commissario.
Nell’estate 2010 erano state numerose le polemiche in merito alle elezioni per il rinnovo delle cariche.
La «Lista per la Trasparenza» era stata esclusa per irregolarità formale, e al voto si era presentata una lista sola.
La «Lista per la Trasparenza» a quel punto aveva presentato esposti alle procure di Milano e Monza e un ricorso al Tar della Lombardia.
Il ricorso accolto ora però è un altro, presentato da una singola socia, in merito a una questione formale sul numero dei consiglieri, che devono essere al massimo 5, in base all’art. 6, comma 5, d.l. 78/2010.
Il testo recita: «Fermo restando quanto previsto dall’articolo 7, tutti gli enti pubblici, anche economici, e gli organismi pubblici, anche con personalità giuridica di diritto privato, provvedono all’adeguamento dei rispettivi statuti al fine di assicurare che, a decorrere dal primo rinnovo successivo alla data di entrata in vigore del presente decreto, gli organi di amministrazione e quelli di controllo, ove non già costituiti in forma monocratica, nonchè il collegio dei revisori, siano costituiti da un numero non superiore, rispettivamente, a cinque e a tre componenti».
Va ricordato che sei mesi fa, quando era stata sollevata la problematica del numero dei componenti, l’Aci aveva chiesto un parere al Consiglio di Stato nel quale si determinava la «non applicabilità dell’articolo 6, comma 5, del decreto legge numero 78 del 2010» (quello che prevede un massimo di 5 persone nei Consigli), alle Federazione Aci. In sostanza, il Consiglio di Stato aveva confermato che gli organi dell’Aci non fanno parte di quegli organismi soggetti, per legge, dal 2010, alla riduzione del numero dei consiglieri.
«Una decisione inattesa»; i vertici di Automobile Club Milano commentano così la sentenza del Tar della Lombardia sulla nomina del Consiglio Direttivo di AC Milano.
Dalla sede di corso Venezia si tiene a precisare che i consiglieri non hanno fatto altro che prendere parte – attraverso una regolare presentazione di candidatura – alle elezioni che prevedevano la formulazione del nuovo Consiglio.
Rispettando la decisione del TAR — fanno sapere da AC Milano – e sottolineando, ancora una volta, che i componenti del Consiglio di AC Milano non ricevono alcun tipo di emolumento, comunichiamo di aver incaricato i nostri legali ad attivarsi per tutelare l’Ente e per fare chiarezza sull’intera vicenda e, qualora se ne ravvisasse la necessità , di essere pronti a chiedere l’indizione di nuove elezioni».
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Febbraio 16th, 2012 Riccardo Fucile
L’APPELLO DELL’EX MINISTRO DEGLI ESTERI AL SUO SEGRETARIO: “NON VOGLIO AVERE ACCANTO A ME AFFILIATI ALLA CAMORRA”… ALFANO REPLICA SUL VAGO: “SE RISULTERANNO IRREGOLARITA’ BLOCCHEREMO I CONGRESSI”
Se non è un’ammissione, poco ci manca: nel Pdl ci sono i criminali. 
Che siano mafiosi o camorristi cambia poco.
A denunciarlo è Franco Frattini, una delle personalità più influenti nel partito di Silvio Berlusconi, che ha chiesto al segretario Angelino Alfano di “espellere i mafiosi” dal Pdl, per fare pulizia nel partito.
“Non siamo di fronte a un tumore con metastasi — ha dichiarato a il Riformista l’ex ministro degli esteri — e quindi non vanno fatte generalizzazioni, ma gli episodi legati al tesseramento sono gravissimi, e occorre intervenire presto. Alfano deve fare un appello a ripulire il partito. Noi saremo con lui”.
Il fenomeno delle tessere false ai congressi del Pdl, del resto, continua a tener banco.
Gli ultimi due casi sono venuti alla luce ieri: a Monza, i carabinieri hanno scoperto che delle quasi 10mila tessere del partito di Berlusconi molte appartengono a cittadini non consapevoli di essere iscritti.
E in Sardegna la stesso ‘scandalo’ ha portato alle dimissioni del coordinatore provinciale del partito, Ettore Melis, nel Medio Campidano.
Frattini prosegue l’intervista appellandosi al segretario del partito, ricordando che nei comizi ”il passaggio sul partito degli onesti è sempre la parte più applaudita dei discorsi”.
E sulla presenza di malavitosi all’interno del Pdl, ricorda che spetta “alla procura individuare i mafiosi”, ma ” è compito di un partito eliminarli dalle proprie liste, espellerli, appena sono identificati. Io, francamente, non voglio avere accanto a me, nel mio stesso partito, un affiliato alla camorra. Credo che Alfano abbia piena consapevolezza dell’urgenza del problema — aggiunge l’ex ministro degli Esteri nell’intervista — e può contare su persone oneste che vogliono sostenerlo, e risolvere il problema con lui. Non possiamo consentire che una sinistra piena di difficoltà abbia un’arma contro di noi per la campagna elettorale”.
Immediata la replica del segretario del Pdl: “Stiamo verificando sui casi di tessere false emersi in alcune province dove si stanno svolgendo o si sono svolti i congressi locali e se dovessero risultare delle irregolarità bloccheremo tutto e non faremo svolgere i congressi”.
“Comunque — aggiunge Alfano — a tutela della regolarità del tesseramento abbiamo inserito una norma ‘anti-furbetti’ che fa sì che ai congressi si debba votare personalmente. Dunque, ‘i furbetti’ non potranno fare nulla contro di noi”.
argomento: Berlusconi, denuncia, PdL, Politica | Commenta »