Febbraio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
DENUNCIA DELLA CORTE DEI CONTI: GLI EFFETTI DEL LODO DEL PDL BERNARDO LIMITA LA POSSIBILITA’ DI CHIEDERE I DANNI AI FUNZIONARI PUBBLICI INFEDELI
In tempi di crisi, riprendersi i soldi dei corrotti sarebbe ancora più utile al bilancio
dello Stato. Invece “la tutela dei fenomeni corruttivi o concussivi è obiettivamente rallentata”.
Lo scrive il Procuratore regionale della Corte dei conti per la Lombardia Antonio Caruso, nella relazione d’inaugurazione dell’anno giudiziario 2012. E il motivo, spiega, sta in un codicillo introdotto dal Parlamento del 2009, che il procuratore precisa con tutti i crismi: “art. 17, comma 30 ter, Dl 78/2009…”.
Così non dice niente, ma all’epoca della sua controversa approvazione era noto alle cronache come “lodo Bernardo”, dal deputato (lombardo) del Pdl Maurizio Bernardo che lo aveva presentato.
Guadagnandosi l’accusa di aver confezionato l’ennesima legge ad personam che avrebbe tutelato, tra gli altri, l’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi da ulteriori effetti collaterali del nascente “caso escort”.
Per di più, il lodo Bernardo era stato inserito come emendamento al decreto “anticrisi” di quell’anno, e non è semplice comprendere come possa contrastare la crisi un provvedimento che toglie risorse alla casse pubbliche senza portare alcun vantaggio alla collettività .
La norma introdotta nel 2009 limita fortemente la possibilità della Corte dei conti di agire per danno d’immagine nei confronti dei funzionari pubblici infedeli.
Prescrive fra l’altro l’esistenza di una sentenza di condanna definitiva.
Da qui il sospetto, sollevato a suo tempo da Pd e Idv, che il testo fosse “telefonato” per le esigenze del Cavaliere, all’epoca non ancora indagato per il caso Ruby, ma già al centro del caso D’Addario-escort.
Che data la grande risonanza internazionale, qualche sostanzioso danno d’immagine alla Repubblica italiana verosimilmente lo stava provocando.
E ben altri ne sarebbero derivati a breve con la storia della minorenne “nipote di Mubarak” ospite per diverse notti ad Arcore.
Come al solito, però, la legge ad personam finiva per beneficiare una vasta platea di soggetti in quel momento “attenzionati” dalla magistratura contabile, ma ben lontani da una sentenza definitiva.
Per esempio il sindaco Letizia Moratti, alle prese con le “consulenze d’oro” del Comune di Milano, una vicenda che si è poi conclusa con il proscioglimento in sede penale, ma con una condanna, limitata al danno erariale, da parte della Corte dei conti. Tra i primi a invocare il Lodo Bernardo in un aula di tribunale, il 29 settembre 2009, è stato Pier Paolo Brega Massone, primario della clinica “degli orrori” Santa Rita, sotto processo per omicidio, lesioni e truffa, con l’accusa di aver disposto interventi chirurgici inutili per ottenere maggiori rimborsi dal sistema sanitario lombardo.
Vent’anni dopo l’inizio dell’inchiesta “Mani pulite”, sul fronte della corruzione la situazione è “peggiorata”, ha affermato il presidente regionale della Corte Fabio Galtieri, perchè sono più “raffinati i meccanismi” ed “è diffuso convincimento che le possibilità di essere colpiti sia bassa”.
Nel 2010, l’azione dei giudici contabili ha consentito di recuperare 11,3 milioni di euro, che a giudicare dalle affermazioni di Galtieri sono una piccola parte monte mazzette circolante in Lombardia.
Nel frattempo, la norma architettata da Maurizio Bernardo ha dispiegato in pieno i suoi effetti.
“Per effetto di tale novella legislativa”, scrive il Procuratore regionale Caruso nella sua relazione, “l’azione erariale a tutela dei fenomeni corruttivi o concussivi è obiettivamente rallentata”.
Non solo: “Risultano in parte sterilizzati gli strumenti cautelari che l’ordinamento appresta per evitare che, nel corso del giudizio finalizzato all’accertamento della responsabilità amministrativo-contabile, possa ridursi o addirittura venire meno la garanzia patrimoniale dei soggetti responsabili”
(da “Il Fatto Quotidiano“).
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Febbraio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
DA MONTEZEMOLO A PASSERA, L’ULTIMO E’ MONTI
In meno di due anni, Mario Monti è il terzo “papa straniero” che Walter Veltroni propone per la leadership del centrosinistra.
Tutto ruota attorno all’aggettivo “riformista”, ancora una volta.
“Monti è un riformista, non lasciamolo alla destra”, così domenica scorsa a Repubblica l’ex quarantenne kennediano che a metà dei Novanta non voleva regalare alla destra neanche Lamberto Dini, altro ex premier tecnico oggi nel recinto dei satelliti del Pdl, con queste parole profetiche: “Ha vissuto da ministro l’esperienza Berlusconi, poi quella del suo governo appoggiato dal centrosinistra. Beh, quando gli hanno chiesto se avrebbe accettato un ruolo nel prossimo schieramento di destra, ha semplicemente risposto: ‘No, non mi ci vedo’. A buon intenditor…”
Difatti.
Andando a ritroso, dopo l’esternazione che sancisce la nascita del “partito di Monti” nel Pd, la passione di Veltroni per il leader che viene “dall’esterno” si colloca nel settembre del 2010. L’ex sindaco di Roma nonchè ex candidato-premier (perdente) nel 2008 si fa vivo dopo mesi di pensoso silenzio e lancia il documento dei 75 per il “papa straniero” a capo dell’ex Ulivo ed ex Unione.
Il nome del momento è quello di Alessandro Profumo, cacciato da Unicredit. Parafrasando il Fassino dell’estate dei furbetti del quartierino: “Abbiamo un banchiere”.
L’ipotesi Profumo mette a soqquadro il Pd e irrita persino un moderato come Beppe Fioroni, democristiano doc: “Prendere come leader uno che è appena stato cacciato mi pare un’idea singolare della politica”.
Ma i veltroniani non si rassegnano e un mese dopo ci riprovano con un altro nome.
Stavolta a farlo è Goffredo Bettini, cervello politico del buonismo trasversale.
Per lui, l’impegno in politica di Luca Cordero di Montezemolo “potrebbe avere un grande significato e una grande presa”. Il presidente della Ferrari (e di tante altre cose), secondo Bettini, dovrebbe “compiere un atto di servizio, unilaterale, disinteressato e a termine, mettendo la sua popolarità ed esperienza a disposizione di una battaglia civile e democratica”.
In questa fase il tema del “papa straniero” esplode (altro grande alfiere che difende il solco tracciato da Veltroni è il direttore di Repubblica Ezio Mauro) ed emergono anche le suggestioni dello scrittore anti-camorra Roberto Saviano e dell’ad di Fiat Sergio Marchionne.
Ovviamente, sulla sponda opposta a quella presidiata da Veltroni, si mette seduto Massimo D’Alema, teorico del primato della politica e dei partiti e notoriamente allergico alla società civile, secondo una sua antica e feroce battuta copiata dalla propaganda nazista: “Quando sento parlare di società civile metto mano alla pistola”.
Certo, Profumo, Montezemolo e Marchionne più che nella categoria “società civile” vanno inseriti sotto la voce “poteri forti” ma per D’Alema è lo stesso e fa sapere che quella del “papa straniero” è una “falsa strada”.
Rispetto a oggi, la discussione di due anni fa sembra preistoria.
Soprattutto perchè non c’è più Berlusconi a Palazzo Chigi.
Dal novembre scorso, da quando cioè è nato il governo sobrio dei tecnici, la convinzione comune è che dopo Monti (e Passera) nulla sarà come prima.
Non senza paradossi e contraddizioni. All’inizio i ruoli erano rovesciati.
Nel senso che il superministro Corrado Passera, ex Intesa, era il candidato più gettonato del centrosinistra (sempre per la serie “abbiamo un banchiere”) e Monti per il centrodestra.
Oggi è il contrario. Roberto Formigoni, governatore della Lombardia, ha proposto Passera al posto di Alfano per la successione a Berlusconi, Veltroni ma anche Enrico Letta si sono buttati su Monti.
Nel centrosinistra, la questione del leader esterno, da non regalare agli altri, è affiorata all’alba della Seconda Repubblica, all’indomani della sconfitta della gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto.
Non a caso, il partito montiano del Pd ripete che la foto di Vasto (Bersani, Di Pietro, Vendola) sarebbe il bis di quell’esperienza.
Prima della candidatura di Romano Prodi nel 1996, fu proprio Veltroni a lanciare il nome di Carlo Azeglio Ciampi, ma questi ringraziò e rifiutò. Il Pds inseguì anche Mariotto Segni, sempre per sottrarlo alla destra.
In quella zona grigia e bipartisan tra i due poli sono stati vari i nomi dei leader intercambiabili prima di Monti, Passera e Montezemolo.
Sergio D’Antoni, quando lasciò la Cisl, fu corteggiato da destra e sinistra (oggi è nel Pd). Ma la vera passione tra i postcomunisti sono i banchieri, causato forse dal complesso della “sinistra stracciona”.
Nel duemila spuntò l’ipotesi di Antonio Fazio, governatore di Bankitalia. Disse Massimo Cacciari: “Ci vorrebbe un cattolico democratico di alto profilo disposto a farsi carico del problema di arginare questa destra che con le destre europee non ha niente da spartire. Io vedo solo Antonio Fazio”.
Oggi l’argine al “papa straniero” è soprattutto Bersani, che vede tramontare la sua candidatura a premier ma più di tanto, in pubblico, non ha osato.
Questa la sua risposta a Veltroni su Monti: “Il mio partito ha una proposta alternativa, non a Monti, ma alla destra. Poi Monti e i suoi ministri potranno decidere con quale polmone respirare”.
Appena tre giorni prima aveva detto che Monti “non fa cose di sinistra”.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
PER I SONDAGGI IL PARTITO CROLLA MA BERLUSCONI INTONA L’INNO
È stato quando Berlusconi ha cominciato a cantare il nuovo, raggelante, inno della “rifondazione
del Pdl” che i suoi gerarchi, i vari Verdini, Cicchitto, La Russa, Gasparri, ma anche Alemanno e Polverini, sono rimasti senza parole.
E non per il fatto che la canzone avesse una musicalità assolutamente pedestre, quanto perchè “abbiamo avuto nettamente la percezione — ha raccontato ieri sera uno sconfortato dirigente di via dell’Umiltà — di trovarci davanti un uomo lontano dalla realtà che sta vivendo il partito. E anche il Paese”.
Lesmo, villa Germetto, quasi mezzanotte di lunedì.
È appena finita la cena convocata da Berlusconi con tutti i rappresentanti del Pdl, dai massimi vertici ai dirigenti locali, per discutere del futuro del partito in vista delle amministrative.
Ma, soprattutto, dello scandalo delle tessere false e delle future, possibili, alleanze.
Prima della cena erano girate voci incontrollate, che riferivano di un Cavaliere deciso a “saltare un giro”, a non “presentare il simbolo del Pdl alle amministrative” per appoggiare solo alcune liste civiche in modo da non rendere evidente quello che la sondaggista Ghisleri, ormai, certifica da settimane: il Pdl ai minimi storici, compresa la figura di Berlusconi.
In alcune regioni, addirittura, si sarebbe toccato la voragine dell’8%, in altre solo il 10%, in Lombardia poco più che il 15%; abissi mai raggiunti prima, a sentire uomini come Verdini, abituati a monitorare costantemente l’andamento dei consensi.
Ecco, insomma, i più fidati del Cavaliere, i Cicchitto, ma anche le Gelmini, si sarebbero aspettati da Berlusconi una strategia politica decisa.
Invece, si sono trovati davanti uno scenario completamente diverso, ma non nuovo.
Un Berlusconi che ha cominciato a parlare della “nuova azione politica” come se stesse per lanciare una nuova “operazione predellino”.
Cioè: nessuna archiviazione del simbolo del Pdl. Che anche se non ha più grande appeal, “non scalda i cuori”, però è ancora in grado di “farci portare a casa il 23% a livello nazionale”. Questo, consentirà di veder rinsaldata presto “anche l’alleanza con la Lega, ma guardano in particolare verso Casini” e che nessuno si metta in testa che il Pdl possa stare nell’ombra alle prossime amministrative; ci saranno liste civiche, certo, laddove ci sia un’oggettiva situazione di “sofferenza” (l’8% dei consensi denunciati dalla Ghisleri), ma mai e poi mai “stare in panchina”. E, ciliegina sulla torta, un nuovo inno.
A quel punto c’è stato chi dice di aver visto sbiancare Mario Valducci, ma anche lo stesso Fabrizio Cicchitto.
Perchè il Cavaliere, ormai ebbro di esaltazione, ha chiamato al pianoforte, al centro della sala, un giovane diplomato al conservatorio e ha cominciato a cantare: “Gente della libertà /gente che spera/ che canta /che crede nel sogno della libertà …”.
Ritmo rap. O, almeno, il tentativo.
Gli sguardi dei commensali pare tradissero indicibile imbarazzo, soprattutto quando B. ha svelato come è nata la melodia.
“L’ho scritta io — ha svelato Berlusconi — ad Arcore, assieme a Maria Rosaria (Rossi,ndr); l’abbiamo buttata giù in pochissimo tempo, da soli, al pianoforte”.
Alla fine della serata, un noto dirigente pidiellino ha commentato, deluso: “Speriamo di riuscire a farlo ragionare almeno domani sera prima dell’incontro con Monti”.
Già , perchè il Cavaliere deve vedere il premier all’ora di pranzo per parlare di riforme, dopo il vertice dove ha nuovamente fatto il punto con Alfano sulla legge elettorale (una riforma da fare con il Pd, con sbarramento almeno all’8%), ma soprattutto sul decreto per le semplificazioni e su alcuni emendamenti chiave del provvedimento sulle liberalizzazioni: quelli sul beauty contest delle frequenze tv.
Comunque, il suo nuovo inno del Pdl sta già tenendo banco più della sua “azione” politica.
In particolare J-Ax degli Articolo 31 lo ha trovato familiare.
Troppo.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
PARLA ERMANNO PLEBA: “GLI HO COMPRATO PERSINO I VESTITI, MI HA FATTO PERDERE SOLDI E CASE”
«Un giorno viene a trovarmi in ufficio Roberto Levaggi . Era stato della Dc, ai tempi militava in Forza Italia. Si porta appresso un ragazzotto, vestito in modo dimesso, e mi dice: “Ermanno puoi aiutarlo? Mi fa un po’ pena…”. Non gli avessi mai dato retta».
Ora che gli anni d’oro in cui si mungeva la Prima Repubblica sono passati, e restano solo i debiti e gli acciacchi, Ermanno Pleba è un’altra persona. Settantotto anni, una moglie invalida, le case di famiglia vendute per far fronte ai debiti: «Sono stato un manager piazzato ovunque dal partito, la Dc, e mi sono ritrovato senza una lira. Sapete a causa di chi? Francesco Belsito (lo chiama il “camoscio” , ndr), che ha approfittato del mio aiuto spennandomi. Mi ha fatto perdere almeno un miliardo».
Per contro, Levaggi, ex assessore regionale nella giunta di centrodestra guidata da Sandro Biasotti fra il 2000 e il 2005, oggi candidato a sindaco di Chiavari, smentisce la cosa: «Belsito? L’ho conosciuto che era già impiegato da Pleba».
Pleba è stato davvero un manager: iniziò come direttore generale della Gemeaz (industria alimentare), piazzandosi poi nei consigli d’amministrazione di Oto Melara e Termomeccanica (dal ’92 al ’95), quindi ruoli di primissimo piano nelle spa genovesi.
«Ero nell’area della sinistra Dc. Loro mi mettevano ovunque e io ne tutelavo gli interessi».
Torniamo all’attuale tesoriere della Lega Nord, ed ex sottosegretario, Belsito.
«Quando Levaggi me lo presentò, aveva un’impresa di pulizie con un certo Varanzi (il faccendiere che nel corso di varie inchieste penali accuserà Belsito di averlo rovinato, vedi sopra, ndr). Io ricoprivo un’alta carica in “Stazioni marittime spa”, a Genova, e gli feci avere un po’ di appalti, mi pare per 600 milioni delle vecchie lire».
Con gara pubblica?
«No no, non direi proprio, erano tempi diversi. Belsito faceva pena pure a me. Oltre a procurargli il lavoro, gli ho comprato dei vestiti: cappotto, giacca e pantaloni».
Aveva entrature politiche?
«Forza Italia lo aveva già scaricato e si stava avvicinando alla Lega Nord, in particolare a Bruzzone (Francesco, ancora oggi segretario regionale, ndr). Soprattutto, cominciò a tampinare Maurizio Balocchi, l’ex tesoriere di Bossi: “Prima o poi prenderò il suo posto e ti restituirò tutto quello che mi dà i, con gli interessi”».
Balocchi è stato uno dei maggiorenti della Lega. Ex amministratore di condominio, al momento della morte nel 2010 – dopo una rielezione a deputato nel 2008 – era sottosegretario alla Semplificazione normativa di Berlusconi. Fu rimpiazzato, come sottosegretario e tesoriere, da Belsito.
Pleba, lei quando entrò in affari con Belsito?
«Misi quattrocento milioni in una società d’intermediazione (la Cost Service, vedi articolo sopra, ndr) nel ’99. Li prelevai in due tranche in una banca in pieno centro a Genova e li portai con una valigetta nell’ufficio di via Venti settembre, dove c’era una specie di sede».
Solo quelli?
«No. Ne investii altri seicento per un affare immobiliare consigliato da Belsito, che andò in fumo come i primi quattrocento milioni».
Pleba qualche scheletro nell’armadio lo ha. Finito a bagno, le provò un po’ tutte.
Nel 2003 la polizia francese lo ferma nei pressi di Lione, vicino alla frontiera svizzera, con centomila euro in tasca.
Lo accusano di riciclaggio e le sue giustificazioni non convincono granchè. «Capisce come mi aveva ridotto Belsito?», riesce a dire oggi che non ha più niente da perdere, ma nemmeno da guadagnare: «Gli ho comprato il cappotto, mi ha turlupinato usandomi come testa di legno e ora gira in Porsche Cayenne».
(da “Il Secolo XIX“)
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Febbraio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
LIGURIA FUTURISTA: LE STRANE AMNESIE DELLA SEGRETERIA REGIONALE DEL CARROCCIO
Alla luce delle ennesime rivelazioni sul “cursus honorum” del tesoriere della Lega, Francesco
Belsito, coinvolto in crac e giri di assegni falsi proprio a Genova nel periodo 2000-2004, quindi con evidenti e riscontrabili atti processuali, ci chiediamo come “potevano non sapere” le gerarchie locali del Carroccio chi stavano accogliendo in casa.
Ci chiediamo in particolare:
1) Quali referenze e/o informazioni lusinghiere abbiano portato nel 2000 il segretario federale Bruzzone ad assumere, come suo personale assistente stipendiato in Regione, il dott. Belsito.
2) Che ruolo avesse e che compiti svolgesse, sia pubblici che interni alla Lega, e per quale motivo è stato posto fine al rapporto di collaborazione.
3) Quali controlli siano mai stati effettuati in questi anni durante i quali il sedicente dott. Belsito ha scalato i vertici amministrativi della Lega, fino a gestire il rimborso elettorale di 12 milioni dirottandolo in fondi della Tanzania.
4) Visto che, nonostante le polemiche, Belsito risulterebbe ancora tutt’oggi tesoriere anche della Lega ligure (carica incompatibile secondo statuto con quella nazionale) ciò deve essere interpretato nel senso che egli gode sempre della massima fiducia dei dirigenti locali?
LIGURIA FUTURISTA
Ufficio di Presidenza
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Febbraio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
COME FECE FORTUNA IL CASSIERE LEGHISTA: MILIARDI DI LIRE SPARITE E AMICIZIE PERICOLOSE… IL CURATORE FALLIMENTARE SCRIVE: “SI E’ INTASCATO CENTINAIA DI MILIONI DI LIRE, INTESTANDOSI INDEBITAMENTE ASSEGNI, OLTRE AD AVER ABUSATO DELLE CARTE DI CREDITO PER FARE LA BELLA VITA”…MOLTI SUOI SOCI ARRESTATI O CONDANNATI PER TRUFFE
Assegni spariti o falsificati. Fallimenti a catena e amicizie pericolose.
Un “tesoro” ottenuto da un (ex) amico, ammanicato alla peggiore prima Repubblica, che oggi lo accusa di averlo ridotto sul lastrico.
E una serie di acrobazie finanziarie – sul filo di due inchiesta archiviate per un pelo – che ne raccontano un passato finora ignoto, in cui parrebbe aver messo da parte, non si sa come, due miliardi delle vecchie lire.
Decisivi a fargli spiccare quel salto di qualità politico, sortto forma di sostegno alle campagne elettorali, dopo il quale è stato proiettato nell’Olimpo padano.
Chi è il potente tesoriere della Lega Nord, Francesco Belsito?
Chi è il piccolo impresario delle pulizie, oggi 41enne, divenuto sottosegretario alla Semplificazione normativa nell’ultimo governo Berlusconi, oltre che amministratore di un patrimonio da oltre 22 milioni di euro in contributi elettorali pubblici solo nel 2010?
Cosa c’è nella vita precedente dell’uomo legato a filo rosso con Umberto Bossi?
Il suo nome era finito recentemente alla ribalta poichè s’era scoperto che il denaro pagato dagli italiani per foraggiare la Lega era stato dirottato in Tanzania e a Cipro.
Oggi però il Secolo XIX è in grado di ripercorrere, documenti inediti alla mano, un ottovolante di miliardi, avvisi di garanzia, crac, affari immobiliari e alleanze a dir poco avventurose.
L’antefatto della sua storia politica, sempre in simbiosi con un fiume di soldi.
Per orientarsi bisogna partire dal caso di una strana azienda creata a Genova, la Cooperativa servizi tecnologici Liguria srl, dichiarata fallita a Genova il 16 novembre 2000.
Belsito fa parte del consiglio di amministrazione dal’11 ottobre 1998 al 17 luglio 1999.
Con lui entra Ermanno Pleba, ex fedelissimo della DC, piazzato in varie società semipubbliche fin dagli anni ’90, che oggi racconta di aver perso un miliardo e quattro appartamenti per colpa di Belsito.
Quando va a carte quarantotto la Cost Liguria, è nominato curatore fallimentare Paolo Lanzillotta: è lui a spedire in tribunale il dossier che fotografa l’andamento del gruppo.
Il curatore scrive: “ho potuto accertare l’emissione non giustificata di assegni, cambiali ed effetti a Pleba e Belsito, già amministratori della fallita Cost Service. Il signor Varanzi ha dichiarato che la causa unica del dissesto è correlata alla sottoscrizione di alcuni contratti con primarie società genovesi. A fronte di tali contratti, stipulati con l’intermediazione di Belsito e Pleba, poi rivelatisi fasulli in quanto contraffatti e falsificati nelle firme, la società effettuava investimenti addebitandosi con le banche”.
Belsito è indagato per bancarotta e fatture false, insieme agli altri soci, la pratica si trascina tra un pm e un altro.
Il 2 febbraio 2004, mentre la carriera politica di Belsito avanza, il curatore Lanzillotta rileva nuovamente: “l’emissione non giustificata di assegni e cambiali a suo favore per un importo di lire 625.036.500”.
Non solo: “Per Belsito sono stati raccolti assegni firmati dallo stesso a nome della cooperativa per spese non giustificate e assegni non intestati e firmati a nome di Varanzi con firma non riconosciuta”.
C’è il sospetto che Belsito si sia girato altri assegni, taroccando la firme altrui.
Scrive il curatore: “Non sono riuscito a reperire nei documenti contabili gli estratti, emergono numerosi acquisti presumibilmente a titolo personale”
Per scagionare Belsito dagli addebiti penali, i pm riterranno sufficiente la data di uscita ufficiale dal consiglio di amministrazione, antecedente all’emissione di una serie di fatture fasulle.
“In realtà – dice il suo vecchio socio Pleba – faceva sempre tutto lui”.
E Massimo Varanzi, presidente del Cda rincara la dose: “Belsito e Pleba avevano falsificato la mia firma su assegni e cambiali, depositato la propria su alcune banche, riuscendo a versare e immediatamente far sparire somme di cui ignoro la provenienza. Ritengo che il mio conto possa essere servito quale mezzo per ripulire denaro di dubbia provenienza”.
E le fatture false? “Belsito ha provveduto a compilare i documenti fasulli concordati”.
Belsito viene sottoposto a sette interrogatori tra la fine del 200 e l’inizio del 2001.
Si difende sostenendo che è tutta una montatura di Varanzi, ma qualcosa è costretto ad ammettere.
A proposito di una cambiale di svariati milioni dice: “Ho cercato di imitare la sua grafia, ma me lo aveva detto lui”.
Belsito annuncia ai magistrati di allora che presenterà querela contro Varanzi, ma caso strano, non risulta sia mai stata presentata.
(1 continua)
Matteo Indice e Giovanni Mari
(da “Il Secolo XIX“)
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Febbraio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
IL DOCUMENTO-CONFESSIONE DI RENATO GRASSO, IMPRENDITORE CONDANNATO PER MAFIA, CHE PER VENTI ANNI HA GESTITO IL BUSINESS DEI GIOCHI
Le mafie ripuliscono il loro denaro sporco anche attraverso portafogli e tasse degli italiani. 
Non è una semplificazione.
Soprattutto davanti ad un documento come quello che pubblichiamo: un manoscritto di Renato Grasso nel quale, l’imprenditore condannato per mafia che per vent’anni ha gestito in Italia buona parte del business dei giochi con il placet dell’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato – (Aams) l’organo del Ministero dell’Economia e delle Finanze addetto alla gestione del gioco pubblico -, conferma ai giudici di aver riciclato soldi per i clan.
E precisa: non solo ha avuto rapporti con i 22 gruppi mafiosi già individuati dagli inquirenti, ma anche con altre 52 cosche della camorra.
La «lavanderia italiana» che le procure ancora non conoscono.
Il che significa che negli anni, ben 74 clan della camorra si sono rivolti a lui per organizzare la loro lavanderia di denaro sporco e che lo hanno fatto usando un meccanismo che riguarda direttamente le tasche dei contribuenti italiani e di quelli che affidano alla fortuna qualche risparmio: il sistema dei giochi legalizzato dal 2004 e gestito dai monopoli di Stato.
La lista è impressionante: almeno tre clan per quartiere o area geografica delle varie città campane.
Non c’è faida che tenga: la lavanderia è unica anche per i più acerrimi nemici. Infatti nell’elenco ci sono clan che si sono combattuti per anni facendo decine di morti ammazzati e che invece sono uniti nello stesso elenco: affidavano le loro finanze al re dei giochi.
Sembra quasi un censimento noir.
Un elenco scritto a mano da un signore capace, nonostante una condanna per mafia di diventare socio (con due distinte imprese) della famiglia Mastella e anche della famiglia Iovine.
Si, proprio quelle dell’eurodeputato di Ceppaloni ed ex ministro della giustizia e dell’ex superlatitante Antonio Iovine detto ‘o ninno’, tra i capi dei casalesi, arrestato solo l’anno scorso dopo 14 anni di ricerche.
Ma soprattutto un signore capace, con quella condanna definitiva per 416 bis e per estorsione (5 più 4 anni), di ottenere con le società di famiglia, favolosi contratti con i Monopoli di Stato e con due società del calibro di Lottomatica e Sisal (come risulta dai provvedimenti giudiziari a carico di Grasso e anche da un suo memoriale nel quale scrive «I miei fratelli ebbero la grande opportunità di ottenere dei contratti in esclusiva per la distribuzione delle New Slot in tutta Italia a favore di oltre 2.500 ricevitorie e agenzie»).
«Le concessioni per le slot – spiega Aldo Burzo, amministratore giudiziario di alcune società sequestrate a Renato Grasso – sono una decina e Grasso entrò nel business attraverso accordi commerciali di società riconducibili alla sua famiglia con Lottomatica e Sisal».
I suoi affari ormai spaziavano dalle scommesse sportive ai giochi on line, dalle slot alle sale bingo. Ma il curriculum penale di Grasso evidentemente non è stato mai un problema.
Eppure quella dei giochi è la terza industria in Italia con 120 mila lavoratori e un fatturato che quest’anno sarà vicino a 80 miliardi di euro, tra il 4 e il 5% del nostro Pil.
Renato Grasso è sempre stato il re dei giochi leciti e illeciti e dopo aver fatturato 300 milioni di euro all’anno, essere stato latitante e aver conosciuto a più riprese il carcere, forse sta smettendo i panni di «imprenditore testimone» come si era autodefinito per indossare quelli di pentito, anche se non c’è nulla ancora di ufficiale.
Uno dei suoi fratelli (ne ha 13) Luciano, non ha retto al peso delle indagini e dopo un periodo di depressione, pochi mesi fa si è tolto la vita con un colpo di pistola. Il suo corpo è stato trovato sul terrazzo del palazzo dove viveva.
Renato Grasso, dopo un primo memoriale consegnato ai pm nel 2009 subito dopo aver bussato al portone del carcere per consegnarsi e mettere fine alla sua latitanza, aspetta due anni prima di vuotare del tutto il sacco.
Lo fa in maniera scarna con poche frasi e due elenchi. Innanzitutto spiega perchè è pronto a collaborare con la giustizia: «Dopo una lunga riflessione personale ho mutato la mia inutile convinzione, che per il solo fatto di essere stato anche vittima di alcuni clan della camorra, potessi giustificare o eludere le mie reali responsabilità penali. Per tanto ho deciso di rivelare tutto quello che è necessario, di mia conoscenza dei fatti di dar modo alla giustizia di fare il suo corso, con maggiori riscontri (…) Soprattutto per avere la possibilità di recidere definitivamente tutti i rapporti con la criminalità organizzata anche per il futuro. Tanto premesso confermo e confesso di aver avuto rapporti di interessi economici, relativi alla mia attività lavorativa per la distribuzione del mercato dei videopoker accordandomi con gli esponenti, di volta in volta, anche contemporaneamente egemoni, nei singoli quartieri di Napoli e provincia».
Ora arrivano i primi verbali «collaborativi» davanti ai pm Antonello Ardituro e Catello Maresca della dda di Napoli che con le loro inchieste hanno scoperchiato il sistema, datati 7 e 16 giugno e primo luglio 2011.
E così “o presidente” (questo il suo soprannome) comincia il suo racconto dettagliato sulle sue società , sui rapporti con tantissimi clan e con boss del calibro di Giuseppe Setola (‘o cecato’), su carabinieri, vigili e poliziotti che aveva assoldato per fargli da guardiaspalle e di tanto altro.
Negli anni ’80 erano flipper e juebox poi è stata la volta dei videopoker illegali ma una decina di anni fa tutto è cambiato.
Gli affari dei Grasso viaggiano su due filoni quello delle slot e quello delle sommesse sportive. Ciò che in Italia fino al 2004 era stato illegale e cioè videopoker e totonero, viene regolato e legalizzato.
Così si assegnano le concessioni per i giochi: poche, meno di una decina quelle per la gestione delle «macchinette», molte di più quelle per le scommesse sportive.
Viene anche stabilito che chi non ha una serie di requisiti di onorabilità (ovviamente si prevede l’esclusione degli imprenditori coinvolti in indagini di mafia) non potrà mai sperare di diventare concessionario di giochi pubblici.
Una regola che invece, come si legge nelle migliaia di carte dei processi che riguardano i Grasso, diventa facilmente carta straccia.
Tanto che il pm Antonello Ardituro auspica maggiori controlli e una modifica legislativa: «Le concessioni dei monopoli vengono assegnate senza che vi siano i necessari controlli antimafia e quindi ci capita di imbatterci in società che sono concessionarie dell’ente pubblico o a partecipazione pubblica che non rispettano i requisiti e le certificazioni antimafia, come è successo per la famiglia Grasso. Nonostante Renato Grasso fosse stato condannato per 416 bis (associazione per delinquere di stampo mafioso) con sentenza passata in giudicato, i fratelli riuscivano tranquillamente ad avere questo tipo di concessioni. Sarebbe auspicabile una modifica della normativa in materia».
Nel primo settore, quello delle macchinette, le aziende dei Grasso diventano leader grazie a contratti stipulati da società di famiglia con concessionari dei Monopoli di Stato, Lottomatica e Sisal.
Un esempio su tutti potrebbe essere la Wozzup (ora sotto sequestro): in questa ditta che tra il 2006 e il 2008 ha raccolto circa 110 milioni di euro di giocate, Renato Grasso è direttamente socio insieme al fratello Massimo e quindi paradossalmente “’o presidente” accusato di mafia, non si preoccupa nemmeno di procurarsi un prestanome per diventare concessionario di Lottomatica.
Un’altra società della famiglia entrata nello stesso affare è la King Slot (anche questa sotto sequestro)
I Grasso, invece, per entrare in affari con la Sisal, usano la DueGi sas, una società anche questa finita più volte sotto sequestro.
Nel suo memoriale Grasso spiega che questi contratti diedero l’oportunità alle società di famiglia di distribuire in esclusiva le nuove macchine New Slot su tutto il territorio nazionale in oltre 2.500 ricevitorie estendendo il suo raggio d’azione non solo in Campania ma anche in Lombardia, Toscana, Puglia, Calabria, Abruzzo e Sicilia e riuscendo così a raccogliere fiumi di denaro in giocate pari alla metà dell’intero business italiano dei giochi.
Quello delle slot è un affare che permette un po’ a tutti quelli che sono nel giro di guadagnare bene e in maniera facile: allo Stato, perchè parte delle giocate finisce nell’erario (circa il 12,5%); alle concessionarie e alle loro sub concessionarie in quanto intascano fette consistenti dell’affare; e anche ai singoli bar che installano le macchinette mangiasoldi.
Oltre a trattenere la percentuale prevista, i bar hanno a disposizione liquidi per alcune settimane perchè lo scassettamento delle slot (e cioè il prelievo) nella maggior parte dei casi avviene con scadenze piuttosto lunghe.
Le organizzazioni criminali, secondo le indagini, hanno buon gioco ad inserirsi in varie fasi dell’affare ma soprattutto, ciò che gli inquirenti intendono scoprire è se in qualche modo abbiano finanziato Grasso all’inizio del business e cioè nel momento in cui andavano acquistate e distribuite le slot.
Un investimento non da poco, anche per “o presidente” ma non certo per decine di clan della camorra. Anche la mafia fa capolino nelle indagini sui Grasso: per creare in dieci regioni italiane una delle più fiorenti reti di controllo e gestione di sale Bingo, società e ditte individuali che operavano tutte nel settore delle scommesse pubbliche, “o’ presidente” si era affiancato un personaggio siciliano. Il suo nome è Antonio Padovano.
Gli inquirenti lo ritengono contiguo a esponenti della criminalità organizzata catanese alcuni dei quali ai vertici della famiglia “Cosa Nostra Etnea”.
Fu arrestato alla fine del 2000 per 416 bis e successivamente raggiunto da un ordinanza di custodia cautelare nella quale il Gip di Caltanissetta sottolinea la contiguità ai Santapaola di Catania ed il patto tra lo stesso Padovani e i Madonia per l’apertura di numerose sale scommesse tra Gela e Niscemi e l’assunzione quale responsabile dell’area siciliana del genero di Piddu Madonia.
Il nome di Padovani spunta anche in un’inchiesta che dimostra come i casalesi, quelli di Setola, Iovine e Zagaria, attraverso un sistema di scatole cinesi, cessioni di rami d’azienda e prestanomi, abbiano riciclato soldi. Grasso teneva i contatti con la cosca principalmente attraverso Mario Iovine, detto “Rififi”.
Come? Con l’acquisto di sale bingo, molte delle quali nel salotto buono milanese .
L’altro filone battuto da Grasso è quello delle concessioni per le scommesse sportive.
Qui “o’ presidente” la fa veramente da padrone riuscendo a raccogliere decine di contratti dai Monopoli.
Comincia con la Betting 2000, una società attualmente in amministrazione giudiziaria. La Betting2000 strappa subito la concessione dai Monopoli di Stato e poi arrivano anche la Sistersbet e la Mediatelbet.
Insomma dalle tasche dei cassieri dei clan a quelle di Renato Grasso per poi rifluire in una cascata di società che acquistano sale bingo nel nord Italia, piazzano migliaia di slot (praticamente in regime di monopolio) e gestiscono i flussi di scommesse sportive.
Tornando alla Betting 2000, spuntano i cognomi Mastella e Lonardo. Già perchè la Betting come è possibile verificare da semplici visure camerali, è socia della società Sgai betting nella cui compagine societaria figurano Italico e Carlo Lonardo, fratelli della ex presidente del consiglio regionale campano Sandra Lonardo e per un periodo anche Pellegrino Mastella, figlio della Lonardo e dell’ex guardasigilli ed attualeparlamentare europeo Clemente Mastella.
«Nel campo delle scommesse sportive — spiega Aldo Burzo, amministratore giudiziario di alcune società sequestrate a Grasso – le società riconducibili a Renato Grasso, sono entrate acquisendo delle concessioni da una società che ne deteneva una notevole quantità , la Sgai, che aveva tra i suoi proprietari la famiglia Mastella o Lonardo».
Che fine ha fatto la Sgai betting? Le concessioni risultano tutte vendute appena alcuni giorni prima del sequestro. Per il resto la società è svuotata e messa in liquidazione.
La politica in senso lato si incrocia anche per altre vie con i destini dei Grasso: Massimo Grasso, fratello di Renato – anche lui accusato di vari reati -, è stato anni fa, il consigliere comunale del Pdl più votato a Napoli e in più convive con una delle gemelline De Vivo, aspiranti subrettine ma ormai più note per le serate del bunga-bunga ad Arcore (vengono citate e intercettate nel fascicolo della procura di Milano sul caso Ruby) che per la loro partecipazione all’”Isola dei famosi”.
La storia di Renato Grasso si arricchirà di particolari se il suo protagonista continuerà a svelare i retroscena della sua «lavanderia» italiana e se gli inquirenti riusciranno a capire se un nuovo re dei giochi si sta affacciando sul panorama italiano al posto di Grasso.
Per ora resta da raccontare ancora un paradosso: «Poichè le concessioni sono spesso legate alla personalità dell’imprenditore – spiega il pm della dda Antonello Ardituro – molto spesso assistiamo a delle revoche quali le sospensioni delle concessioni nel momento in cui interviene il sequestro delle società da parte dell’Autorità giudiziaria con l’evidente paradosso che l’impresa mafiosa è stata concessionaria per tanto tempo e nel momento in cui interviene lo Stato con l’amministratore giudiziario, questa concessione viene revocata perchè non sussistono più i requisiti con l’effetto molto rilevante sul territorio di dare l’idea che finchè l’impresa mafiosa è libera e lavora da la possibilità anche ai cittadini; quando interviene lo Stato con il sequestro, le imprese sono destinate miseramente a chiudere».
Amalia De Simone
(da “Il Corriere della Sera“)
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Febbraio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
NEL 2010 UN ITALIANO SU QUATTRO NEL 2010 ERA A RISCHIO POVERTA’, DOPO UN ANNO LA POVERTA’ E’ ARRIVATA… E C’E’ CHI VENDE I SUOI ORGANI PER SOPRAVVIVERE
I numeri non fanno impressione: freddi e lontani dalle abitudini di chi viene minacciato, eppure la speranza non si arrende.
Nel 2010 un italiano su quattro era a rischio povertà . Un anno dopo la povertà è arrivata.
E la disperazione esaspera le diversità che dividono l’Italia dei Suv dall’Italia dalle mani vuote. Professori precari in fila alla Caritas vestiti con la dignità che l’insegnamento pretende.
Non stracci che frugano le pattumiere delle villas miserias o mosche sulle labbra come bambini africani.
Raccolgono la minestra nel piatto di plastica con lo smarrimento di chi è precipitato nel girone degli espulsi mentre il mondo appena perduto continua con le sue farfalle.
Noi che raccontiamo le storie degli altri abbiamo raccontato la stessa angoscia in posti lontani: il cartello appeso al collo della ragazza dagli occhi vuoti nelle favelas di San Paolo, Brasile (“Offro un rene”), o i sospetti sussurrati da un missionario attorno a Dakka, Bangladesh (“portano via i bambini per venderne gli organi”).
Le leggi lo proibiscono, ma le polizie chiudono gli occhi e i medici dalle cliniche discrete rinsanguano vecchi benestanti rubando un po’ di vita ai donatori affamati.
India, Zimbabwe o Kosovo non appartengono all’Europa dalla civiltà cristiana. A Roma o in Brianza mai e poi mai.
Invece, la sorpresa.
Ignazio Marino, senatore Pd, aveva proposto una legge sepolta chissà dove: sottolineava la differenza tra espianti da donatori e trapianti sollecitati da chi paga.
Nelle mani del chirurgo arrivano organi di provenienza misteriosa da qualche tempo offerti anche nell’Italia senza lavoro, appelli nascosti dalle censure e dal buon cuore di chi apre il portafoglio non sopportando l’orrore.
Storie superate: il bazar della disperazione ormai non si nasconde.
La rete ne è il mercato bene illuminato.
Siti frequentatissimi come Annunci Urgenti ( “www.soloinaffitto.it”) raccomandano: “Non vergognarti, scrivi. Ricordati di inserire il recapito mail: se non lo metti nessuno ti potrà aiutare” Chi scrive cerca soldi. Chi scrive è disposto a tante cose.
“Nico, offre rene, parti di fegato, midollo, sangue. Mi rivolgo a questo sito come ultima speranza. Non ho ancora trovato un lavoro decente. Ho bisogno di soldi per continuare a vivere, soldi da dare alla famiglia. Posso mandare gli esami dell’ospedale: ottima salute, 15 mila euro”.
Intanto la crisi continua: l’anno venturo cosa venderà ?
Gerardo (“42 anni, disperato”) ne chiede 20 mila. Dopo la firma, indirizzo mail.
Quindi non proletariato senza parole, ma uomini e donne col computer sul tavolo, libri alle spalle, borghesia minuta che si aggrappa all’ultima illusione.
Un signore si convince di quanto sia insensata questo tipo di esistenza e vorrebbe lasciare qualche soldo alla famiglia con l’allucinazione di un annuncio che avvilisce ogni ragione: “Vendo al miglior offerente la possibilità di riprendere in diretta il mio suicidio. Trattativa seria e professionale”.
Prima di tagliare le casse integrazioni, la signora Fornero dovrebbe dare un’occhiata per capire come è ridotta la gente umiliata da un “risanamento” che rallegra gli gnomi della finanza anche se il prezzo è questo.
È normale che appelli estremi possano rincuorare vecchi commendatori alla ricerca di pezzi di ricambio?
Robuste raccomandazioni hanno chiuso il sito Vajont: “Offendeva” l’onorevole Paniz, avvocato salva Berlusconi, e lo Scilipoti dai variopinti ingegni.
Ma non è tollerabile che negli spazi della disperazione si offrano traffici morbosamente fuori legge. E nessuno si indigna davvero.
Cancellarli e basta non serve se i professori al governo non ascoltano la folla che si allarga, si allarga, ormai disposta a tutto.
Maurizio Chierici
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
NEL 2011 EMESSE SENTENZE DI CONDANNA PER OLTRE 11,3 MILIARDI PER I REATI DI ABUSO D’UFFICIO, CONCUSSIONE E CORRUZIONE
Oltre 11,3 mln di euro. A tanto ammonta il danno accertato dalla Corte dei Conti della Lombardia
nel 2011.
E’ quanto emerge durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario in corso a Milano. Nel 2011, infatti, sono state emesse sentenze di condanna per oltre 11,3 mln di euro per i reati di abuso d’ufficio, concussione e corruzione.
La denuncia arriva da Antonio Caruso, procuratore della Corte dei Conti della Lombardia, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario in corso a Milano.
Un pericolo che si annida “nel profondo del tessuto pubblicistico e costituisce un’intollerabile distorsione del sistema”.
Caruso ricorda che secondo il rapporto 2011 di Trasparency International, in Italia negli ultimi due anni, l’indice di percezione della corruzione è peggiorato e come segnalato più volte “il fenomeno corruttivo si traduce in un indebito altissimo costo a carico dell’erario”.
Infine ha ricordato come il ruolo della Corte dei Conti contro la corruzione “è oggi fondamentale”.
Insomma, a vent’anni da Mani Pulite il fenomeno della corruzione non solo non è cambiato, ma è addirittura peggiorato.
E’ quanto sostiene Claudio Galtieri, presidente della Corte dei Conti della Lombardia. “Non solo non è cambiato nulla, ma il fenomeno della corruzione è peggiorato perchè si sono raffinati i meccanismi. Molto ad esempio viene mascherato dalle consulenze, dove è difficile capire cosa è nascosto”.
Il presidente ha ricordato che sono ancora diffusi i comportamenti illeciti dei funzionari dei settori finanziari dello Stato, così come emergono irregolarità in sede di assunzione, assenze con certificati falsi o ancora danni all’interno del sistema sanitario.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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