Giugno 6th, 2013 Riccardo Fucile
I DIECI GIORNI CHE POSSONO SCONVOLGERE IL MONDO (DI BERLUSCONI)
In politica va (quasi) tutto bene, dice Silvio Berlusconi, evidentemente soddisfatto di come sta
lavorando il governo che lo ha salvato dall’irrilevanza.
Intanto però si avvicinano i dieci giorni che potrebbero sconvolgere il mondo: almeno quello berlusconiano.
Salvarlo o affondarlo.
Si parte il 19 giugno: la Corte costituzionale si pronuncerà sul destino del processo Mediaset, in cui l’ex presidente del Consiglio è già stato condannato in appello a 4 anni; 24 giugno: prevista la sentenza per il caso Ruby, per il quale l’accusa ha chiesto una condanna a sei anni; 27 giugno: entra in scena la Corte di cassazione, che deciderà in maniera definitiva se Berlusconi deve pagare a Carlo De Benedetti i 560 milioni che gli sono stati imposti come risarcimento per avergli strappato la Mondadori grazie a una sentenza comprata.
In dieci giorni , due condanne penali e una batosta economica.
Lui, sulla scena della politica, manda segnali rassicuranti: “Siamo riusciti a mettere insieme il centrodestra e il centrosinistra ponendo fine a una lunga guerra fredda, a una guerra civile. Abbiamo un governo forte che può fare quelle riforme che una sola parte non poteva fare”.
Intanto i suoi avvocati, sulla scena giudiziaria, lo paragonano a Luigi XVI alla vigilia della ghigliottina.
Che cosa accadrà davvero?
I dieci giorni che sconvolgeranno il regno di Arcore si apriranno a Roma il 19, con il responso della Consulta su una vecchia questione rimasta per anni a riposare sotto le ceneri. Il 1 marzo 2010, il Tribunale di Milano, impegnato a giudicare in primo grado Berlusconi per la colossale frode fiscale del cosiddetto caso Mediaset (40 milioni di euro sottratti al fisco con giochi di prestigio tra società estere e società italiane impegnate a trattare diritti televisivi), non gli ha concesso il legittimo impedimento che aveva chiesto perchè impegnato in una riunione del Consiglio dei ministri.
I difensori Niccolò Ghedini e Piero Longo sollevano davanti alla Consulta un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato (quello giudiziario e quello esecutivo).
La Corte riceve il ricorso e lo tiene in un cassetto. Arriva la sentenza di primo grado, che condanna a 4 anni. Arriva l’appello che conferma.
Ora finalmente il cassetto si apre e la questione viene affrontata.
Se sarà data ragione al tribunale, avanti come prima.
Se la ragione sarà dell’imputato, su quell’udienza del 1 marzo dovrà pronunciarsi la Cassazione, che potrebbe perfino azzerare tutto e ordinare la celebrazione di un nuovo appello (in questo caso, la prescrizione salverà ancora una volta Berlusconi).
Più probabile però l’annullamento dell’ordinanza del tribunale emessa quel giorno, ma senza conseguenze sul resto del processo.
Così, la conferma definitiva della condanna farebbe diventare operativa anche la pena accessoria: 5 anni d’interdizione dai pubblici uffici, ovvero la perdita per Silvio del suo seggio in Senato.
Cinque giorni dopo la Consulta, arriverà la decisione del Tribunale di Milano che stabilirà se Berlusconi è colpevole di concussione (per le pressioni esercitate sui funzionari della questura per far liberare Ruby) e di prostituzione minorile (per i suoi supposti rapporti a pagamento con la ragazza).
Anche in questo caso c’è una pena accessoria, prevista per legge per chi è ritenuto colpevole di reati contro i minori: l’interdizione dai pubblici uffici, a vita.
Ma scatterà soltanto dopo l’eventuale conferma in appello e in Cassazione.
Tre giorni dopo, la Suprema corte dirà se la Fininvest di Berlusconi dovrà sborsare i 560 milioni alla Cir di De Benedetti.
Condannato in primo grado e in appello, questa sarà la decisione definitiva sulla questione. “È un esproprio”, aveva commentato a suo tempo Marina Berlusconi, “l’ennesimo scandaloso episodio di una forsennata aggressione che viene portata avanti da anni contro mio padre, con tutti i mezzi e su tutti i fronti, compreso quello imprenditoriale ed economico”.
Per i giudici, invece, è soltanto il congruo risarcimento per aver strappato al concorrente, con una sentenza comprata, la più grande casa editrice italiana.
Come se non bastasse, a luglio arriverà anche la sentenza su Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti, accusati, in un processo parallelo a quello chiamato Ruby1, di induzione e favoreggiamento della prostituzione, anche minorile.
Non coinvolge direttamente Berlusconi, ma potrebbe confermare il quadro delle feste di Arcore, poichè ai tre imputati è addebitato di aver portato all’ex presidente del Consiglio le ragazze, tra cui la minorenne Ruby.
Intanto la politica va avanti facendo finta di niente, come un mondo a parte, come un universo parallelo in cui lo statista Silvio Berlusconi è azionista di un governo impegnato a salvare l’Italia e a produrre grandi riforme.
Gianni Barbacetto
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 6th, 2013 Riccardo Fucile
DIETRO LE QUINTE IN MOLTI PENSANO ALL’ARMA FINALE PER TIRARE FUORI IL CAVALIERE DAI GUAI GIUDIZIARI
Il Cavaliere rischia la condanna definitiva e l’interdizione dai pubblici uffici. Con conseguenze pesanti per il governo delle ‘larghe intese’.
Ecco perchè, zitti zitti, si preparano a usare l’arma finale
L’11 aprile Ignazio La Russa, che ogni tanto confessa, disse con l’aria di scherzare: «Il prossimo capo dello Stato sarà una donna: si chiama Salva di nome e Condotto di cognome».
Pensava alla ministra della Giustizia uscente Severino, che già aveva ben meritato agli occhi di Berlusconi tagliando pene e prescrizione della concussione e dicendosi favorevole all’amnistia.
Poi invece restò Napolitano che il 7 febbraio disse: «Se mi fosse toccato mettere una firma sull’amnistia, l’avrei fatto non una, ma dieci volte».
Comunque la battutaccia di La Russa piacque molto al Cavaliere, che promosse l’amico Gnazio a presidente della Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera, ora chiamata a decidere su cinque suoi processi per diffamazione e cause per danni.
Ma nulla può contro l’eventuale condanna definitiva a 4 anni per frode fiscale nel processo Mediaset, con automatica interdizione per 5 anni dai pubblici uffici.
Nel qual caso il condannato dovrebbe lasciare il Parlamento entro un anno, rinunciare a candidarsi alle prossime elezioni e trascorrere 12 mesi agli arresti domiciliari (gli altri tre anni sono condonati dall’indulto del 2006, che però salterebbe in caso di nuova condanna al processo Ruby).
Eppure dal Pdl e dal Pd si continua a ripetere che una condanna non avrebbe effetti sul governo. Assurdità allo stato puro, visto che difficilmente il centrodestra terrebbe ferme le mani mentre il suo leader viene defenestrato dal Senato e accompagnato dai carabinieri a scontare la pena a domicilio.
Ma, se tutti ostentano sicurezza, significa che nei protocolli segreti dell’inciucio sul governo Letta è previsto un salvacondotto.
Già , ma quale? Si è parlato della nomina di Berlusconi, magari in tandem con Prodi, a senatore a vita. Sarebbe uno scandalo: il laticlavio è previsto dalla Costituzione per chi ha “illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”.
Ma soprattutto non sarebbe un salvacondotto: i senatori a vita, se condannati, scontano le pene detentive e accessorie come i comuni mortali.
I falchi del Pdl ogni tanto minacciano una norma che cancelli le pene accessorie, ma difficilmente passerebbe: anche Pietro Maso, ora che ha scontato la pena, potrebbe candidarsi a un ufficio pubblico.
E il Pd, votando una legge ad personam per il Caimano dopo averlo riportato al governo, perderebbe pure i pochi elettori rimasti.
Anche la grazia, nonostante la manica larga con cui Napolitano la elargisce, sarebbe improponibile: per la Consulta è un “provvedimento umanitario” per lenire una pena detentiva oltremodo sofferta; e in base all’ex Cirielli il Cavaliere, avendo più di 70 anni, le galere non può vederle neppure in cartolina.
L’unico salvacondotto in grado di risparmiare a lui l’interdizione e al governo Letta la morte prematura è l’amnistia.
Anche se nessuno ha il coraggio di nominarla, anzi proprio per questo.
La guardasigilli Cancellieri insiste ogni due per tre sull’”emergenza carceri”.
Specie dopo che l’ha citata un Berlusconi sull’orlo delle lacrime in un passaggio ignorato da tutti del comizio anti-pm a Brescia.
Siccome l’uomo non è un apostolo degli ultimi e dei diseredati, è probabile che l’improvvisa commozione non riguardasse tanto gli attuali detenuti, quanto quelli futuri.
Soprattutto uno: lui. Del resto, nei dati sulla popolazione carceraria, non risulta mezzo evasore fiscale.
Dunque prepariamoci alle prossime mosse: qualche rivolta di detenuti nei mesi estivi; campagne “garantiste” contro il sovraffollamento sugli house organ di destra, seguiti a ruota dai finti ingenui di sinistra; i soliti moniti del Colle; le consuete giaculatorie cardinalizie.
Poi, come per l’indulto bipartisan del 2006, una bella amnistia urbi et orbi, estesa ai reati dei colletti bianchi e alle pene accessorie.
Così migliaia di detenuti usciranno per qualche mese (poi le celle torneranno a riempirsi: i delinquenti sono tanti e, per chi non lo è, nessuno ha interesse a cambiare le leggi che producono troppi reclusi).
E uno non uscirà dal Parlamento: lui.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 6th, 2013 Riccardo Fucile
BONDI: “LA PACIFICAZIONE CONSISTE ANCHE NELLO STOP ALL’ACCANIMENTO GIUDIZIARIO”… BERLUSCONI PUNTA AL MODELLO FRANCESE CHE GLI GARANTIREBBE IL SALVACONDOTTO GIUDIZIARIO IN CASO ELEZIONE AL QUIRINALE
«Senza presidenzialismo non ci sarà mai alcuna riforma elettorale, se lo mettano in testa ». A chi
tratta per cambiare la Costituzione, Silvio Berlusconi ha iniziato a intimarlo perchè il concetto sia ben chiaro.
Elezione diretta del capo dello Stato, subito.
Ma ancora una volta, la svolta istituzionale nei piani del Cavaliere finisce col coincidere con una personale via di fuga dai guai giudiziari, nel momento in cui la situazione per lui si fa assai complicata.
«Sono l’unico che può farcela, se riuscissimo a votare col nuovo sistema, anche tra uno o due anni, posso ancora spuntarla e salvarmi».
Ne è convinto e lo ha ripetuto martedì notte nel vertice di Palazzo Grazioli col segretario Alfano, il coordinatore Verdini, i capigruppo Schifani e Brunetta, pochi altri dirigenti tra i quali Gasparri, Cicchitto e Fitto.
Squadra ristretta per parlare di partito da snellire e rilanciare. Di governo da tenere in vita, salvo contrordine. E di possibile voto a ottobre.
Tira aria pesante, al quartier generale del capo.
L’ex premier al loro cospetto non fa mistero di essere «molto preoccupato» per il doppio appuntamento processuale che lo attende a fine mese, la Consulta sul legittimo impedimento il 19 e la sentenza Ruby il 24.
«Lo vedete? L’attacco della magistratura è concentrico, picchiano forte su più fronti, dobbiamo restare uniti ».
Così, anche la strategia politica del Pdl nel cammino delle riforme appena intrapreso ne risulta condizionata.
«E ora elezione diretta del presidente della Repubblica» è il refrain nelle interviste registrate alle cinque tv locali per sostenere Alemanno e pochi altri candidati al ballottaggio di domenica.
«Il presidenzialismo è stato sempre il nostro cavallo di battaglia, la gente lo capisce, è una roba concreta, non come la riforma elettorale» spiegava l’altra notte l’ex premier ai suoi.
E nei suoi piani proprio la via del semipresidenzialismo alla francese costituirebbe l’approdo più sicuro. Non solo perchè il Pd sarebbe disposto a concedere con maggiore facilità la soluzione col doppio turno.
Ma anche perchè gli articoli 67 e 68 della Costituzione francese, viene fatto notare, stabiliscano come il presidente «può essere processato nell’esercizio delle sue funzioni solo in caso di alto tradimento» e «non può durante il mandato e di fronte a nessuna giurisdizione venir richiesto di testimoniare nè essere oggetto di nessuna azione, atto di informazione, di istruzione o processuale ».
Con una chicca finale: durante il mandato, i tempi di prescrizione vengono sospesi.
Se il blocco fosse così recepito – e questa è l’indicazione del Cavaliere – si tradurrebbe nel famoso salvacondotto a lungo agognato e mai per pudore invocato in modo esplicito.
Ma l’elezione diretta è lontana. Intanto c’è il doppio scoglio giudiziario di giugno da evitare per non affondare.
«Se non è legittimo impedimento presiedere un Consiglio dei ministri, non so cosa possa esserlo, se la Consulta non lo riconosce è un fatto grave» argomentava al vertice un Berlusconi agguerrito.
In ogni caso, ripetendo ai falchi in sala che il governo Letta per ora «non si tocca, deve andare avanti» e continuando a definirlo nelle interviste un evento «epocale».
Parla anche di «fine della guerra civile», il leader Pdl, laddove la fine dovrebbe passare attraverso garanzie di salvaguardia dai processi e in un intervento degli «arbitri» istituzionali.
Un fedelissimo come Sandro Bondi lo dice in tv: «La pacificazione consiste anche nello stop all’accanimento giudiziario».
Se tutto dovesse precipitare, poi, c’è l’opzione voto a ottobre: a Palazzo Grazioli viene tenuta in alta considerazione.
Ecco perchè al vertice notturno Verdini illustra il nuovo progetto di rilancio del partito leggero in cui perfino i parlamentari si trasformano in agenti di raccolta, stile Publitalia.
Causa taglio finanziamenti pubblici, non solo i coordinatori regionali ma anche i parlamentari avranno a breve un budget di fondi privati da raggranellare.
Pena la mancata ricandidatura.
E dopo l’addio di fine mese alla costosa sede di via dell’Umiltà , il Pdl trova casa in Piazza San Lorenzo in Lucina, a due passi da Montecitorio.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Giugno 6th, 2013 Riccardo Fucile
“ALESSANDRO CATTANEO PARTECIPO’ IN CAMPAGNA ELETTORALE AD APERITI E CENE CON PINO NERI, IL BOSS DEI BOSS IN LOMBARDIA”: LA SENTENZA “INFINITO”
Prima di essere eletto nel 2009 còsindaco di Pavia, Alessandro Cattaneo, l’ex ‘formattatore’ del Pdl e presidente facente funzione dell’Anci, “aveva partecipato” a “aperitivi e cene” organizzati da Giuseppe ‘Pino’ Neri, che secondo l’accusa ebbe il ruolo di ‘capo dei capi’ della ‘ndrangheta in Lombardia.
Lo scrivono i giudici di Milano in uno dei passaggi delle 1.400 pagine di motivazioni della sentenza per il processo ‘Infinito’, con cui lo scorso dicembre sono state condannate 41 persone.
Cattaneo era stato sentito come testimone al processo.
Nelle motivazioni il collegio dell’ottava sezione penale affronta anche il tema della “competizione elettorale dell’anno 2009 per il rinnovo del consiglio comunale della città di Pavia”, in cui Neri (condannato a 18 anni al termine del processo ‘Infinito’) si spende per l’elezione di Del Prete Rocco Francesco, candidato nella lista denominata Rinnovare Pavia, che sosteneva la candidatura a sindaco di Alessandro Cattaneo, di area Pdl, poi effettivamente eletto”.
Secondo i giudici, il “coinvolgimento diretto di Neri” in quella “campagna elettorale” era stato “molto attivo e lo aveva portato in prima persona a organizzare aperitivi e cene in casa propria e presso lo studio in piazza della Vittoria, cui aveva partecipato anche il futuro sindaco Alessandro Cattaneo, eletto nella lista Pdl con il sostegno anche di Rinnovare Pavia”.
L’elezione del capo al Nord Finanza e sanità , gli affari delle cosche I summit dei boss negli ospedali “La ‘ndrangheta colonizza la Lombardia”
Secondo i giudici, “decisamente scarso è stato il contributo dichiarativo”, come testi in aula, “di tutti i protagonisti delle vicende politico-elettorali esaminati in dibattimento”. Nelle oltre 1.400 pagine di motivazioni, iil collegio ripercorre anche tutti i presunti contatti fra l’ex direttore della Asl di Pavia, Carlo Chiriaco – condannato a 13 anni e ritenuto il “trait d’union” tra le cosche e la politica – ed esponenti politici (mai indagati), già emersi nel corso delle indagini: dall’ex deputato pdl Giancarlo Abelli, fino all’ex consigliere regionale Angelo Giammario.
Cattaneo, “eletto nel 2009 con il sostegno della lista Rinnovare Pavia, della quale faceva parte il candidato fatto votare da Neri, non ha potuto negare”, quando è stato sentito nel processo, “di avere partecipato – spiegano i giudici – a due eventi organizzati in campagna elettorale proprio da Pino Neri presso la propria abitazione e presso lo studio di piazza della Vittoria. Ha anche aggiunto di avere conosciuto l’imputato in quelle occasioni e di non sapere alcunchè sul suo conto”.
I presunti contatti ‘ndrangheta-politica vengono evidenziati in diversi passaggi delle motivazioni: negli ultimi 15 anni – scrive il collegio – la ‘ndrangheta lombarda si è evoluta dal punto di vista criminale (…) estendendo il proprio raggio d’azione anche ad ambiziosi progetti di controllo di attività economiche e imprenditoriali, ampliando i propri rapporti con pubblici funzionari (…) divenendo interlocutore appetibile per garantirsi voti in occasione di competizioni elettorali”.
(da “La Repubblica“)
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Giugno 5th, 2013 Riccardo Fucile
COSI’ CAMBIERA’ IL FISCO… PER LA RIFORMA DEL CATASTO NECESSARI 5 ANNI
Pignoramenti meno «dolorosi» e più attenti alle esigenze delle famiglie e delle imprese, maggior
flessibilità sui pagamenti rateali, alleggerimento degli obblighi a carico dei contribuenti che propongono un ricorso.
Sollecitato dal Parlamento, il governo è pronto a metter mano ad una nuova revisione delle norme sulla riscossione dei tributi per conto degli enti pubblici.
Venendo incontro alle esigenze dei contribuenti, e cercando di garantire, al tempo stesso, l’efficacia dell’azione di recupero dei crediti fiscali.
Da parte di Equitalia, la società pubblica che continuerà a riscuotere per conto dello Stato centrale (tasse e contributi, in primis ), ma anche degli enti locali che una volta sciolto il rapporto con Equitalia dovranno presto preoccuparsi di incassare i propri tributi, direttamente o attraverso soci privati.
Lo studio delle nuove regole sulla riscossione è già in fase avanzata, e ieri ci sarebbe stata al Ministero dell’Economia una prima verifica tecnica importante.
La linea sulla quale si muove il governo è quella tracciata dalla Commissione Finanze della Camera in una risoluzione di pochi giorni fa, non a caso accolta ben volentieri dall’esecutivo.
Il primo obiettivo è porre un limite all’esproprio e al pignoramento che scatta sulla casa di abitazione del contribuente moroso o, nel caso di un’impresa, sui beni funzionali all’attività .
L’idea è quella di consentire il pignoramento dei beni a fronte di un credito fiscale di un certo importo (oggi deve essere superiore a 20 mila euro), ma non la loro alienazione.
La casa, insomma, potrà essere «congelata», ma non venduta all’asta dall’agente della riscossione per tutelare il credito dell’ente pubblico che gliel’ha affidato.
Un’altra novità importante che si profila è un ammorbidimento del principio «solve et repete» tanto odiato dai cittadini, ovvero l’obbligo di pagare almeno un terzo delle maggiori somme pretese dal Fisco prima di poter presentare un ricorso ed avviare un contenzioso.
Potrebbero essere esentati da quest’obbligo almeno i contribuenti nei cui confronti l’amministrazione fiscale non contesti comportamenti fraudolenti, o comunque dolosi.
Nel pacchetto allo studio del governo ci sarebbero anche delle norme per consentire maggior flessibilità sui pagamenti rateali, anche in questo caso dei debiti fiscali.
In pratica, la possibilità di avere una dilazione di pagamento più lunga, e dunque rate più leggere da pagare, con un occhio di maggior riguardo per i contribuenti che hanno problemi di liquidità .
Il numero massimo delle rate mensili (oggi è di 72, quindi 6 anni) potrebbe essere leggermente aumentato, anche se non si arriverà a 120, come suggerisce qualcuno.
Ma potrebbe cadere, di conseguenza, l’attuale vincolo di una rata minima da cento euro.
Sicuramente, il fisco sarà un po’ più tollerante sui pagamenti mancati, oppure in ritardo: l’idea è quella di accettare il mancato pagamento di un massimo di cinque rate nell’arco dell’intero piano di rateizzazione, non più di tre consecutive, senza che per questo il piano di dilazione dei pagamenti venga revocato, mentre oggi il beneficio decade automaticamente se il contribuente «buca» il pagamento di due rate consecutive.
Nello stesso tempo il governo non esclude di metter mano anche ad altre regole sulla riscossione, ma sul versante opposto.
Come ha sottolineato la Corte dei conti, dopo una stretta durissima, il Parlamento ha allentato le norme contro l’evasione, e con queste quelle sulla riscossione.
Con il risultato che la capacità di recupero dei crediti, negli ultimi due anni, si è molto ridotta. Non solo da parte di Equitalia.
La legge che di fatto impedisce la riscossione coatta per i crediti sotto i 2.000 euro ha messo in ginocchio le casse dei Comuni.
I sindaci vogliono riprendersi da Equitalia la riscossione, ma da mesi non incassano più un euro su multe, contravvenzioni, e tutti gli altri accertamenti di importo più piccolo.
È dunque possibile che nel pacchetto, che sarà pronto nel giro di un paio di settimane, il governo possa anche riconsiderare alcune scelte del passato che si stanno rivelando problematiche.
Richiederà invece tempi molto più lunghi la riforma del catasto immobiliare, sollecitata ancora ieri dal direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera.
Ci vorranno cinque anni, ma è indispensabile, perchè le rendite sono vecchissime e inique.
Proiettando la loro ingiustizia sul fisco, grazie all’Imu basata sulle rendite per giunta rivalutate, e sul welfare , perchè ad esempio l’indice Isee della ricchezza, usato per l’accesso alle prestazioni, tiene conto degli immobili posseduti valutati in base al catasto e non al valore di mercato.
Mario Sensini
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 5th, 2013 Riccardo Fucile
IL PATRIMONIO IMMOBILIARE DELLA CAPITALE NEL CAOS DA 20 ANNI E SENZA UN’ANAGRAFE
La lettera è di tre righe: «Si comunica che il sito istituzionale del Dipartimento patrimonio è tuttora in via di perfezionamento. Pertanto, i dati completi e/o parziali verranno inseriti dallo scrivente non appena possibile». Stop.
Un perfezionamento quanto mai laborioso, considerato che la legge con la quale è stato imposto ai Comuni di pubblicare sui propri siti internet notizie e cifre relative agli immobili presi in affitto da privati, compresi ovviamente l’importo dei canoni pagati, ha ormai più di un anno.
Quel provvedimento è stato infatti approvato dal Parlamento il 24 marzo del 2012. Ma per ora il segretario dei radicali romani Riccardo Magi, che da mesi chiedeva all’assessorato al patrimonio del Campidoglio notizie sui contratti di due stabili affittati per le necessità del consiglio comunale dalla società Milano 90 dell’immobiliarista Sergio Scarpellini, deve accontentarsi di quelle tre misere righe vergate diligentemente dallo «scrivente» dipartimento.
Con lui, fatto più importante, si devono accontentare anche tutti i cittadini della capitale d’Italia.
Nonostante una legge stabilisca che debbano essere informati su come vengono impiegati i loro soldi. Tanti soldi. Nel 2012 il Comune di Roma ha speso per affittare immobili dai privati (e senza considerare gli affitti delle municipalizzate) una cifra stratosferica: 106 milioni e 780 mila euro, dicono le delibere.
Che fa 38 euro per ogni abitante.
Sappiamo che nel totale sono compresi anche i canoni pagati per far fronte a situazioni di disagio sociale.
Ma è una somma comunque sbalorditiva, se confrontata alle dimensioni di un patrimonio cittadino dell’ordine delle trentamila unità immobiliari fra appartamenti, uffici, edifici e locali commerciali.
Non lo è, al contrario, ricordando le stime impressionanti di quanto Stato, enti pubblici, Regioni e amministrazioni locali versano complessivamente ogni anno ai privati per gli affitti: una dozzina di miliardi.
Senza che neppure esista un quadro unitario e preciso di tutta questa incredibile massa di contratti.
Dunque non può meravigliare che la città di Roma non abbia un’anagrafe pubblica del proprio patrimonio immobiliare.
Che per complicare un po’ le cose è pure gestito da tre soggetti diversi: un dipartimento comunale, i vari municipi e la società privata Romeo. Il problema è aperto da un ventennio.
Ma la delibera che istituisce quell’anagrafe è stata approvata soltanto a settembre del 2012 e a distanza di un anno e mezzo da quando l’aveva proposta il consigliere Alessandro Onorato.
Senza astenersi nell’occasione dal girare il coltello in un’antica piaga mai sanata. «Ci sono centinaia di appartamenti e negozi affittati a pochi euro.
Come una piccola abitazione a piazza Navona affittata a 79 euro al mese e un bar su piazza Santa Maria in Trastevere che ne paga 52, solo per fare alcuni esempi», denunciava l’allora capogruppo dell’Udc.
Rendendo in questo modo ancora più lampante la sproporzione fra il rendimento del patrimonio e l’esborso per gli affitti passivi.
Si dirà che con 25 mila dipendenti, tanti sono quelli dell’amministrazione capitolina, è inevitabile fare ricorso anche a immobili di proprietà privata. Sarà .
Ma qui si parla di un costo procapite per dipendente che si aggira intorno ai 4 mila euro l’anno.
Non è oggettivamente sorprendente? E può essere ritenuto normale che la missione di tenere i collegamenti fra la miriade di uffici comunali sia affidata a un centinaio di quelli che una volta si definivano i «camminatori», persone incaricate di portare le carte da un ufficio all’altro?
Non a piedi, naturalmente: le dimensioni urbane sono tali da imporre l’uso delle vetture di servizio
In una città che conta 15 municipi, con altrettanti presidenti, 90 assessorini e relativi uffici, non ci sono alternative.
A meno di non voler usare di più e meglio le tecnologie, per esempio la posta certificata. Ma poi che ne sarebbe di tutto il resto?
Secondo un articolo pubblicato dal Messaggero nell’agosto del 2011, il Comune di Roma spende 17 milioni l’anno per far marciare 226 auto, di cui 109 di rappresentanza.
Cifra ovviamente comprensiva dei 9 milioni necessari a pagare i 254 autisti.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 5th, 2013 Riccardo Fucile
OCCUPY ITALIA, QUANDO GLI ITALIANI PERDONO LA CASA… BOOM DI SFRATTATI, AZZERATO IL FONDO DI SOSTEGNO PER GLI AFFITTI: LE CIFRE DRAMMATICHE
Altre 67.790 famiglie italiane rischiano di finire in strada. 
Il ministero dell’Interno ha diffuso i dati sugli sfratti del 2012 che raccontano con la cinica freddezza dei numeri il dramma dell’onda lunga della crisi che sta colpendo duramente chi non ha mai avuto soldi per comprare una casa e ora non ha nemmeno più i mezzi per pagarne l’affitto.
E’ il volto degli sfrattati, il volto più buio di dodici mesi da paura, tra tasse sulla casa schizzate alle stelle e indici di disoccupazione troppo elevati per non denunciare un malessere profondo.
È un esercito di persone, sempre più numeroso ovunque, da Milano a Palermo.
Nel 2012 sono stati emessi 67.790 nuovi provvedimenti, il 6,18% in più del 2011.
Per la prima volta hanno superato la soglia dei 60mila gli sfratti per morosità , quelli dovuti alla incapacità di pagare da parte dell’inquilino, sono a quota 60.244 e rappresentano l’88,86% delle nuove sentenze emesse.
E questo è ancora nulla perchè ancora si devono far sentire gli effetti dell’azzeramento del finanziamento del fondo sociale per gli affitti, cancellato per il 2013 con un colpo di mano a sorpresa lo scorso dicembre.
A rischio ci sono altre 300 mila famiglie che vanno ad aggiungersi alle centinaia di migliaia di persone che hanno ricevuto un ordine di lasciare la loro casa negli anni scorsi.
Sono le cifre di un dramma che dilaga e travolge anche chi pensava di potercela fare. Basta una spesa imprevista, un intoppo finanziario qualsiasi, per finire nel girone degli sfrattati.
Da quel momento in poi la strada diventa un faticoso cammino tra porte chiuse perchè è difficile trovare qualcuno in grado di dare una mano a chi è finito in strada.
Non ci riesce la politica, se non in pochi, limitati casi: da tempo non esistono più Piani per la costruzione di case popolari nè a livello nazionale nè a livello locale, e solo qualche giorno fa un gruppo di senatori del Pd ha portato il problema all’attenzione del nuovo governo chiedendo una nuova proroga sui provvedimenti in corso, risorse e un Piano.
Ci riescono sempre meno anche le famiglie, il welfare super-garantito delle mamme e dei papà che finora hanno tenuto in piedi l’Italia: i tagli alle pensioni e le tasse sulle case hanno messo in ginocchio anche loro.
Alla fine, a chi non ha più nulla, resta un’ultima porta aperta, quella degli sportelli dei Movimenti per il diritto alla casa.
«Ormai si rivolgono a noi anche i Municipi: quando c’è uno sfratto ce lo segnalano e ci chiedono di andare a fare un picchetto per impedire che le persone vengano mandate via», raccontano gli attivisti.
A Roma sono saliti quasi a 60 gli edifici pubblici e privati presi d’assalto. Gli ultimi nove sono stati requisiti il 6 aprile con un blitz organizzato dal Coordinamento cittadino di lotta per la casa, dai i Blocchi precari metropolitani, Action e i Movimenti per il diritto all’abitare.
Un’altra decina di edifici erano stati occupati a dicembre.
Circa tremila famiglie salvate dalla strada dove molti già vivevano.
Ma se fino a due anni fa ad entrare negli immobili altrui erano soprattutto immigrati senza permesso di soggiorno, rom e precari vicini ai collettivi e ai movimenti di lotta, da qualche mese è diverso.
Ad occupare sono i nostri vicini di casa che non ce la fanno più, quelli che abbiamo incontrato in strada per anni finchè un giorno l’ufficiale giudiziario è arrivato a mandarli via.
Sono pensionate e pensionati, badanti e baby sitter troppo spesso senza tutele e in balia di persone senza scrupoli, che le buttano via come un giocattolo rotto se sono incinte.
Sono gli idraulici e i pittori sconfitti dalle tasse che hanno svuotato le tasche di chi ancora si permetteva il lusso di fare piccoli o grandi lavori di ristrutturazione in casa.
Molti di loro hanno fatto domanda per gli alloggi dell’edilizia popolare e come unica risposta hanno ottenuto un triste silenzio.
Dopo mesi di nulla, e spesso di vita sotto i ponti, hanno capito di non avere alternativa. Hanno iniziato a sfidare la legge e le regole della società .
Ma, se a farlo è una nonna di quasi 71 anni con 23 anni di lavoro come portantina e di contributi alle spalle e nessun tipo di pendenza con lo Stato, è la società ad avere un problema, non la nonna.
Flavia Amabile
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Giugno 5th, 2013 Riccardo Fucile
LE DONNE PROTAGONISTE: “VOGLIAMO ESSERE LIBERE”
«La ragazza con la giacca rossa? Quella che resiste in piedi agli idranti della polizia turca? Tutti la cercano. Nessuno sa dov’è».
A Piazza Taksim il tamtam è in atto da giorni.
Non solo qui, ma sui social network, sui blog, Facebook, Twitter, tutta la galassia della comunicazione usata dai giovani che, seduti in cerchio, digitano di continuo con i polpastrelli sui loro telefonini.
Ma la donna simbolo della rivolta contro il governo islamico sembra scomparsa.
Anche Sinem Babul, la fotoreporter che l’ha immortalata nell’attimo in cui la giovane si opponeva al getto d’acqua delle forze dell’ordine, la cerca.
«Non credo che sia stata portata via dalla polizia – dice nella redazione di T24, il giornale online autore in questi giorni non facili di un gran lavoro di informazione sul terreno – forse è tornata a casa e non vuole farsi vedere».
Eppure, a Istanbul, le sue immagini sono un po’ ovunque.
La foto di lei con la sua giacca grondante d’acqua e le scarpe da tennis rosse è diventata un’icona sui manifesti, sugli sticker, pure come un fumetto.
Ci sono poster, addirittura, in cui la sua figura appare ingigantita rispetto a quella degli agenti dotati di caschi e scudi.
Sotto, la scritta: “Più spari, più diventa grande”.
«Questa foto incarna l’essenza della protesta – commenta Esra, che studia matematica all’università – e cioè la violenza della polizia contro manifestanti pacifici, persone che cercano di proteggere sè stesse e i valori in cui credono».
Del resto, basta guardarsi intorno, qui, e vedere quante sono le ragazze di Piazza Taksim, giovani turche belle e determinate nella difesa dei propri diritti.
Indossano magliette delle marche di moda, come le loro coetanee a Parigi o Berlino.
Ma dal loro colletto penzola con disinvoltura la garza con la mascherina antigas, mentre sulle spalle portano la bandiera rossa con la mezzaluna e la stella.
C’è Hasine che, come una moderna Erinni, non nega di aver lanciato, «per esasperazione» ammette, qualche pietra contro un blindato.
E Secil, con una piccola fascia bianca attorno al capo, che guata con occhi feroci una foto del premier Tayyip Erdogan: «Lui dice che noi siamo dei “vandali”. Non ha proprio capito, anzi forse uscirà da questa crisi senza aver imparato nulla. Il governo non può intromettersi nella vita privata delle persone, impedendogli, come sta cercando di fare, di bere, fumare, persino di baciarsi in pubblico. Ma stiamo scherzando?».
Tutte rigorosamente non velate («ci mancherebbe pure – ironizzano, tornando subito serie – quello è un simbolo dell’Islam politico, noi siamo musulmane laiche»), ai polsi braccialetti e perline, con le loro sciarpe leggere al collo vengono da Nisantasi, Sisli, Levent, i quartieri della Istanbul bene.
Lavorano come impiegate, nelle scuole, o sono iscritte all’università .
Adorano i film di Nuri Bilge Ceylan, il pluripremiato regista turco, ascoltano il rock-pop dei Mor ve Otesi (i Viola e oltre), e si abbeverano ai libri di Orhan Pamuk, il premio Nobel nazionale.
Rappresentano l’elite della Turchia repubblicana e moderna, come le loro colleghe scese in strada in queste giornate drammatiche a Smirne, Ankara e persino nella Cipro turca divisa a metà .
Appartengono, come la ragazza con la giacca rossa, ai ranghi della borghesia più articolata, che teme di soccombere sotto l’ombra autoritaria e poco tollerante dell’invadente premier.
Erdogan è il bersaglio dei loro strali.
«Ha fatto una legge per impedire l’aborto – dice Hasine, che studia chimica – Invita le famiglie a fare almeno tre figli. Si fa forte di essere stato votato dal 50 per cento degli elettori. Bene, io appartengo a quell’altro 50 per cento, la metà della popolazione per la quale lui non mostra nè rispetto nè considerazione, quelli che vuole stroncare. Ma io voglio avere un futuro qui, una carriera, libertà totale. Tutti concetti adesso minacciati».
Questa sera, in piazza, sotto al monumento ad Ataturk, il fondatore laico, si prepara un’altra notte di resistenza.
Può fare freddo, e la polizia turca ha la mano piuttosto dura.
Le ragazze si sono attrezzate. Indossano cappelli pesanti, sono vestite di nero, hanno comode scarpe da corsa.
Esra torna col pensiero al poster con la ragazza che diventa un gigante.
Ha un’idea: «E se domani – dice – venissimo tutte a Piazza Taksim con la giacca rossa?».
E comincia subito a inviare messaggi alle amiche, ovunque, digitando con i polpastrelli sul suo cellulare.
Marco Ansaldo
(da “La Repubblica“)
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Giugno 5th, 2013 Riccardo Fucile
UNA PRIMA STESURA DEL TESTO PREVEDEVA CHE L’INOPTATO FINISSE IN PARTE ANCHE ALLE FORZE POLITICHE… ORA LA MARCIA INDIETRO: ALLA POLITICA SOLO SE IL CONTRIBUENTE LO DICHIARERA’ APERTAMENTE
Adotta il meccanismo del 5 per mille a favore delle onlus e non quello dell’8 per mille a favore
delle Chiese, il meccanismo di ripartizione del 2 per mille per i partiti previsto dal disegno di legge del governo.
Dal testo che l’Ansa ha visionato l’inoptato resterà allo Stato e non sarà distribuito tra i partiti, come prevedeva invece il testo iniziale.
Quella prima stesura del testo del governo aveva suscitato molte polemiche, in effetti: di tutti i giornali, innanzitutto, ma anche da parte del Movimento Cinque Stelle che l’aveva già definita “legge truffa”.
Al centro, infatti, c’era il meccanismo di ripartizione del denaro per il quale i contribuenti non indicano una destinazione precisa tra le due opzioni (Stato o donazione ai partiti).
In un primo momento era prevista la ripartizione dei soldi (una quantità non irrilevante) in proporzione alle “preferenze” dei cittadini nelle dichiarazioni Irpef.
Ora tutto cambia, invece.
Se il contribuente non dichiarerà in modo chiaro di voler donare il proprio 2 per mille ai partiti, il denaro andrà allo Stato.
Il governo intanto lavora anche alla regolamentazione del peso delle lobby nella politica: l’esecutivo, si legge in una nota di Palazzo Chigi, ha voluto “ascoltare i soggetti interessati “ e si annuncia un provvedimento “a breve termine”.
Oggi si è tenuta una riunione tra il segretario generale della Presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli, e le società rappresentanti di interessi particolari.
Nel corso dell’incontro — si legge in un comunicato di palazzo Chigi — si è dato avvio a una discussione programmatica relativa alla disciplina della categoria ed è stata sottolineata la necessità di arrivare, a breve termine, a una legislazione che regolamenti l’attività delle cosiddette ‘lobby’”.
“Il governo — ha dichiarato il segretario generale — intende coinvolgere le categorie in previsione di un intervento normativo. Proprio per questo si è ritenuto di ascoltare i soggetti interessati per verificare le criticità di un’attività già regolamentata in altri Paesi occidentali, oltre che in sede europea. Il governo ha ora intenzione di esaminarle e di tenerne conto nell’elaborare una disciplina che assicuri la piena trasparenza dei rapporti tra portatori di interessi particolari e decisori pubblici”.
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