Giugno 5th, 2013 Riccardo Fucile
FINALMENTE UN POLITICO CHE NON SFUGGE ALLA GIUSTIZIA: GLI AUGURIAMO DI CHIARIRE LA SUA POSIZIONE AL PIU’ PRESTO
Il senatore di Scelta Civica, Aldo Di Biagio, indagato per associazione a delinquere nell’ambito dell’inchiesta della truffa all’Inps, ha annunciato in Aula che rinuncia all’immunità parlamentare.
”Sono un uomo delle istituzioni e, in ragione della mia totale innocenza, mi metto a disposizione degli inquirenti” ha detto prendendo la parola a Palazzo Madama. ”Voglio rinunciare a ogni forma di immunità parlamentare che possa complicare e rallentare ogni eventuale provvedimento”.
Di Biagio è stato coinvolto nell’inchiesta della truffa all’Inps per fatti risalenti a quando era responsabile del patronato Enas, ”oltre quindici anni fa”, come lui stesso ha spiegato.
Il senatore, nel discorso in Aula, ha poi denunciato la ”speculazione politica” scatenata da ”una parte poco onorevole della politica”.
Speculazioni provenienti da coloro che che Di Biagio ha definito ”sciacalli” che si sono resi protagonisti di un attacco ”vergognoso”.
Infine, il senatore di Scelta Civica ha sottolineato: ”Non sono un uomo di apparato, non sono un consigliore di questo o di quello, ma appartengo ai cittadini elettori, a tutti quelli che mi hanno votato e mi hanno dato la loro fiducia, gli stessi che oggi mi dimostrano la loro vicinanza”.
(da “la Repubblica“)
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Giugno 5th, 2013 Riccardo Fucile
DUE ANNI AL PRIMARIO, MA PENA SOSPESA… LA GENTE PROTESTA, LA SORELLA IN LACRIME: “NON MI ARRENDO”
I sei medici sono stati condannati per omicidio colposi per la morte di Stefano Cucchi. Agenti e
infermieri sono stati assolti.
Cinque medici su sei sono stati condannati per omicidio colposo: il primario Aldo Fierro a due anni, i medici Stefania Cordi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis e Silvia Di Carlo a un anno e 4 mesi. Rosita Caponetti a otto mesi per il reato di falso ideologico.
I tre agenti penitenziari sono stati assolti per insufficienza di prove mentre i tre infermieri sono stati assolti con formula piena.
«Assassini, assassini». Così il pubblico presente nell’aula bunker di Rebibbia ha reagito alla lettura della sentenza per la morte di Stefano Cucchi.
Sono dovuti intervenire carabinieri e poliziotti per allontanare i presenti.
Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, dopo la pronuncia della sentenza, è scoppiata in lacrime e ha abbracciato il suo legale, l’avvocato Fabio Anselmo.
«Io non mi arrendo, è una giustizia ingiusta», ha detto la donna.
In lacrime anche la mamma di Stefano, Rita Calore, e il papà Giovanni.
Prima della lettura della sentenza i famigliari avevano detto: «Ci aspettiamo una giustizia che sia in grado di riconoscere la verità : Stefano è morto per colpa di chi lo ha picchiato in carcere e di non l’ha curato e lo ha denutrito in ospedale».
Per i pm «era lungi da essere un giovane sano e sportivo. Era un tossicodipendente con conseguenze sul suo stato fisico e sugli organi vitali che tutti possiamo immaginare. Soffriva di crisi epilettiche e sono stati documentati 17 accessi a pronto soccorso negli ultimi dieci anni».
La famiglia ha sempre respinto queste considerazioni e sperava che la sentenza del processo di primo grado «ristabilisca la verità ».
Gli imputati, a vario titolo sono 12: sei medici e tre infermieri dell’ospedale Pertini, tre agenti della polizia penitenziaria. «Mi aspetto che dopo Ferrara, Bologna, Milano e Voghera anche a Roma la giustizia sappia essere rigorosa con se stessa incalza Ilaria Cucchi».
I sostituti procuratori Vincenzo Barba e Francesca Loy, avevano chiesto la condanna di tutti e 12 gli imputati.
Per il dottor Aldo Fierro, responsabile del reparto di medicina protetta del Pertini, 6 anni e 8 mesi.
Per la dottoressa Stefania Corbi sono stati chiesti 6 anni.
Per Luigi Preite de Marchis e Silvia Di Carlo, 5 anni e 6 mesi. Per gli infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe, 4 anni.
Tutti i sanitari sono accusati a diverso titolo di abbandono di persona incapace. Secondo il magistrato è stata riscontrata una «sciatteria assoluta» nel modo in cui era tenuta la cartella clinica di Cucchi.
Tutto il personale medico e infermieristico deve rispondere anche di favoreggiamento e omissione di referto.
A carico di Rosita Caponetti è ipotizzato invece il reato di falso e abuso d’ufficio.
Per lei sono stati chiesti due anni.
Per gli agenti di polizia penitenziaria, invece, sono stati chiesti 2 anni.
I tre sono: Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici.
Loro devono rispondere di lesioni personali aggravate.
Grazia Longo
(da “La Stampa“)
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Giugno 5th, 2013 Riccardo Fucile
DOPO L’ENNESIMA GAFFE, ALESSANDRO BERTOLDI, 19 ENNE COMMISSARIO PROV. PDL DI BOLZANO, AVRA’ LA SORELLA DELL’AMAZZONE COME TUTOR
La «tata» di Alessandro «detto Berto» Bertoldi, il diciannovenne commissario provinciale del Pdl altoatesino, avrà da lavorare.
Non c’è settimana, infatti, che il pulcino-plenipotenziario imposto al partito dalla mamma chioccia Michaela Biancofiore, la bionda amazzone berlusconiana sottosegretario alla Pubblica amministrazione, non finisca sui giornali per qualche polemica.
Prima di invocare l’altro ieri la revoca della scorta per Roberto Saviano («Ci sarebbero una decina di uomini in più a garantire la sicurezza dei cittadini e a lottare contro mafie e droghe») il giovine rampollo si era già segnalato per varie sortite.
Della fondazione dell’armata azzurra (modulo d’accesso: «Dichiaro di volermi arruolare nell’Esercito di Silvio per difendere il presidente Berlusconi e combattere al suo fianco la Guerra dei Vent’anni…») si era già parlato.
Di altre meno. Immeritatamente.
Collocato imberbe sul (piccolo) trono come il Caro Leader Kim Jong-un (adorato dai biografi quanto il venerato nonno: «Durante l’infanzia, grazie al suo acuto spirito d’osservazione, comprese il motivo per cui la gallina, quando beve, scrolla la testa verso l’alto…»), il baby-commissario pidiellino pensa già in grande.
E prima ancora di dare (prossimamente) l’esame di maturità all’istituto Marie Curie di Pergine Valsugana, si muove già a suo agio tra i grandi del mondo.
E sulla sua pagina Facebook e il sito «aleberto.wordpress.com» ha già consegnato ai posteri preziosi dettagli della sua innata umiltà .
Apprendiamo che da sempre è «impegnato per la causa della liberazione di Cuba dal castrismo-comunista».
Che ha mandato al premier di New Delhi Manmohan Singh una lettera vibrante d’indignazione («Credevamo l’India fosse una nazione moderna anche dal punto di vista politico, democratico e giudiziario, probabilmente sbagliavamo…») con la richiesta di scarcerare subito i due marò: «Avete mancato più volte di rispetto all’intero Popolo italiano senza nemmeno una ragione valida…».
Che «ha sostenuto alle recenti elezioni presidenziali russe Vladimir Putin direttamente anche attraverso convegni ai quali ha partecipato all’estero e in Italia e infine ha smentito ogni tipo di broglio».
«Un paio di mesi fa», ride l’ex parlamentare pidiellino Giorgio Holzmann, nemico acerrimo dell’amazzone e tra i primi a sbattere la porta, «l’amico “Berto” si è spinto a scrivere: “Ho appena rilasciato un’intervista ad Al Jazeera e adesso sento il bisogno di rilassarmi col mio cagnolino”. Fantastico!».
Va da sè che quando dei poliziotti irrispettosi l’avevano infastidito chiedendogli i documenti durante un viaggio in Germania, li aveva fulminati con tutti i parenti: «Ho avuto definitivamente la conferma del fatto che i tedeschi germanici siano un popolo barbaro ed inferiore… A Roma direbbero: pidocchi rifatti».
Una tesi che si richiamava a antiche ostilità , come quelle raccolte in un libro del 1915 dal titolo «Gli unni e gli altri», che portava in copertina uno scimmione con l’elmetto del kaiser.
Ostilità alle quali i germanici risposero ad esempio con un manifesto del 1916 dal titolo: «Wir Barbaren!» (Noi barbari!). Dove si mettevano a confronto sui numeri coi principali Paesi europei: dall’alfabetizzazione alla pubblicazione di libri, dalla spesa per la scuola ai premi Nobel e all’assistenza ai vecchi e ai malati.
Per non dire del richiamo ai tanti geni nati dai «barbari e inferiori»: da Kant a Goethe, da Dà¼rer a Beethoven e a Gutenberg…
Sbattuto in prima pagina sulla Bild («un clown di seconda generazione») Bertoldi aveva rincarato: «Ciò che hanno, i tedeschi lo hanno imparato da noi ed il resto lo hanno copiato male. Gran poca cultura e civiltà , scarsa accoglienza».
Sicuro che non fosse un giudizio un po’ frettoloso? «È la quinta volta che vado in Germania, credo ormai di poterlo dire». Testuale.
A quel punto, perfino la protettrice che in questi mesi l’aveva difeso come una tigre dai mugugni interni anche dopo i risultati elettorali del 25 febbraio (6,66% al Pdl altoatesino «biancofiorizzato» alla Camera contro il 14,3 del 2008) aveva dovuto precisare: «Alessandro ha sbagliato perchè a causa della giovane età reagisce ai soprusi con l’incoscienza tipica di un ragazzo della sua età , dimenticando che ricopre un ruolo politico di rilievo…».
Retromarcia del commissario infante: «Credo davvero di aver esagerato nei miei giudizi nei confronti della Germania e dei tedeschi…».
Ma tranquilli: la «tata», come dicevamo, è al lavoro.
E che «tata»! Per fare crescere il «suo» plenipotenziario Bertoldi e trasformarlo da Bertoldino in Cacasenno, nel senso stavolta di emanatore di saggezza, l’«on. Ss. Biancofiore» (così si firma) gli ha affiancato come «tutor» (insieme con Giovanni Morello, responsabile provinciale della propaganda) una persona di sua assoluta fiducia. Sua sorella.
Si chiama Antonella Biancofiore, fa la preside delle «Marcelline» ed è stata presentata dall’ Alto Adige come «un mix tra Sos Tata e la signorina Rottenmeier di Heidi» nonchè «esperta di materie economiche».
Allo stesso giornale, che le chiedeva conto della faccenda piuttosto eccentrica dei «tutor» (è raro che il commissario provinciale di un partito abbia delle balie) la prof ha spiegato in una intervista irresistibile: «Gli darò delle lezioni. Cercherò di capire quello che sa e quello che non sa e dove intervenire. D’altronde, è il mio mestiere».
Ma incoronare quel ragazzo senza un minimo di esperienza, le ha chiesto il cronista, non sarà diseducativo?
«Di questo non deve parlare con me. Non l’ho nominato io». «Certo, è stata sua sorella…». «So che è stata una decisione condivisa. Ma non m’intrometto. Il mio è un ruolo puramente tecnico»…
Primo obiettivo, ha spiegato, far leggere all’alunno-commissario «la Costituzione italiana. Da lì non si scappa. Deve impararla a memoria».
E poi? Compitini per le vacanze: «Da Keynes in avanti…»
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere dela Sera”)
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Giugno 5th, 2013 Riccardo Fucile
“QUI STA VENENDO MENO IL PRINCIPIO DELLA LEALE COLLABORAZIONE TRA POTERI”
«Il ritorno al voto? Ma è nelle cose fin dal primo momento. Dal giorno in cui si sono chiuse le urne
a febbraio. Il governo del quale faccio parte sta operando bene, sia chiaro. E Berlusconi ci dice in privato, come sostiene in pubblico, che le sue vicende vanno tenute distinte dai destini dell’esecutivo. Però… ».
Però, onorevole Michaela Biancofiore, amazzone e fedelissima del Cavaliere prima ancora che sottosegretario…
«Però, il Pdl ha un suo pensiero autonomo e potrebbe decidere, per affetto, di reagire in difesa del presidente Berlusconi, sfidando anche le sue resistenze. Di finestre per tornare al voto, se si vuole, se ne trovano anche in autunno. Il 27 ottobre ad esempio si riaprono le urne in Trentino Alto Adige».
Facciamo un passo indietro. Che succede dopo il 19 giugno se anche la Consulta darà torto a Berlusconi sul legittimo impedimento? Il governo rischia?
«Vedremo. Noi andremo dove lui ci dirà di andare. E quando dico noi, intendo noi berlusconiani “termopiliani”, berlusconiani eroici che di fronte al tentativo di annientare il loro capo rispondono ai vari Serse che ci intimano di gettare le armi: “Molon Labè”, “Venitele a prendere, se ne siete capaci!”»
Perchè poi ci sarebbero i non «termopiliani», giusto?
«Ma sì, gli altri disposti a continuare la loro vita politica, legittimo. Non noi».
Tentativo di annientare Berlusconi, dice?
«L’accerchiamento giudiziario al quale stiamo assistendo, lei come lo chiama? Noi Guerra dei Vent’anni».
Certo, come altro chiamarlo. Pretendete anche che il Colle e la Consulta intervengano, giusto?
«Qui è venuto meno il principio cardine della leale collaborazione tra poteri. Ricordo che a suo tempo Berlusconi era il potere esecutivo E quando quel principio viene meno, lo stato democratico entra in crisi. E se certa magistratura si fa potere di contrasto politico, allora occorre che qualcuno intervenga affinchè non ci sia un giudizio contra personam».
Ma poi, intervenire per fare cosa? Bloccare le sentenze?
«Sia chiaro: io non mi permetto di dire che il Quirinale dovrebbe intervenire. Ma di fronte a una così persistente persecuzione giudiziaria con finalità politica, visto che prima del ’94 Berlusconi non aveva mai ricevuto alcun avviso di garanzia, vorrei che qualcuno facesse semplicemente rispettare il diritto, ecco. Qui siamo alle congetture, al gossip, di violazioni vere, di prove non c’è traccia mentre i delinquenti veri sono a spasso».
E in caso di interdizione del capo, al termine del processo Mediaset?
«Vogliono questo? Bene. Sarebbe la classica vittoria di Pirro. Nessun potrà impedire a Berlusconi di fare politica fuori dal Parlamento. E il ripristino del simbolo di Forza Italia, che incarna ancora la rivoluzione liberale berlusconiana, segnerà il ritorno al partito movimentista, popolare. La rivoluzione liberale non si ferma ».
(da “la Repubblica“)
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Giugno 5th, 2013 Riccardo Fucile
BERLUSCONI TEME LA CONDANNA IN PRIMO GRADO PER IL PROCESSO RUBY, MA SOPRATTUTTO LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE SUL LEGITTIMO IMPEDIMENTO PREVISTA IL 19 GIUGNO
Più la sentenza Ruby si avvicina, e più l’umore di Berlusconi volge al tempestoso.
Da un po’ di giorni il Cavaliere appare «cupo», preoccupato, teso quanto può esserlo chi si prepara a ricevere una legnata giudiziaria.
Non si rispecchia affatto (ma in fondo, quale imputato vi si riconoscerebbe?) nel ritratto del pm Sangermano, e tantomeno in quello di Ilda Boccassini.
Lo umilia essere dipinto come un vecchio satiro che adesca le giovinette, addirittura come un concussore per quella telefonata in Questura che lui racconta «educatissima», super-gentile. Tuttavia Silvio ha una vecchia ruggine con i giudici milanesi, da loro non si aspetta nulla di buono; se il 24 giugno prossimo lo condannassero per le sue «feste eleganti», lui sarebbe il primo a non provare stupore.
Rivalersi contro Letta o contro l’uomo del Colle avrebbe a quel punto scarso significato perchè nè il premier nè Napolitano hanno la minima chance di indirizzare la sentenza.
E poi, spiegano amici fedeli, una crisi delle larghe intese causata per vendetta potrebbe spalancare la strada a governi ben più di sinistra, appoggiati da Vendola e da un po’ di transfughi a Cinque Stelle.
Cosicchè davvero a quel punto Berlusconi dovrebbe darsela a gambe…
Insomma: se le pendenze giudiziarie si limitassero a Ruby, l’equilibrio politico potrebbe reggere anche una severa condanna.
Il guaio è che mercoledì 19 è attesa un’altra sentenza, stavolta della Corte costituzionale.
Dovrà stabilire se Berlusconi aveva o meno diritto al «legittimo impedimento» che gli venne negato dalla Corte d’appello nel processo Mediaset.
L’impatto ai fini pratici è tutto da dimostrare.
Anche nel caso in cui la Consulta desse ragione al Cavaliere, non è detto che quel giudizio ripartirebbe da zero.
Dipenderà molto da come vorranno dosare il verdetto i giudici costituzionali.
I quali, diversamente dalle toghe di rito ambrosiano, sono notoriamente sensibili ai venti della politica. Mettiamola così: non vivono sulla luna.
Per cui nel loro caso sì che la decisione potrà scaricare onde d’urto sul governo.
Tuona privatamente Berlusconi: «Se la Corte costituzionale dovesse sostenere che il legittimo impedimento non esiste nemmeno quando un premier presiede il Consiglio, allora saremmo davvero al colmo».
In quel caso, nessuno può prevedere quale sarebbe la reazione del diretto interessato. Si spingerebbe fino a causare una crisi?
È interessante sentire Capezzone, tra i personaggi di spicco della nouvelle vague berlusconiana: «L’equilibrio politico si regge sul senso di responsabilità che il nostro Presidente ha dimostrato in questi mesi. In qualche modo questo ruolo gli deve essere riconosciuto. Dalla Consulta il Pdl si attende un segnale di pacificazione», cioè una sentenza che, quantomeno sul piano politico, possa segnare uno spartiacque.
Guai se non arrivasse, dichiara senza peli sulla lingua Daniela Santanchè.
C’è chi invece, come Gianni Letta o Alfano, trova più appropriati i canali della diplomazia. Guarda caso proprio ieri il vice-premier è salito al Colle per un colloquio dai contorni misteriosi. Nessuno crede che a tu per tu con Napolitano abbiano parlato solo di nomine prefettizie.
Mille segnali fanno pensare che Angelino abbia voluto mettere sul chi vive il Capo dello Stato: Berlusconi è più imprevedibile che mai, da lui ci si può attendere di tutto.
In un attimo, può compiere qualsiasi inversione a «u». Vedi il caso Allegri.
Il Cavaliere sembrava deciso a cacciare l’allenatore, invece di colpo ha cambiato idea.
Al governo promette lunga vita. Ma che poi mantenga la parola, tra i suoi non ce n’è uno in queste ore che metta la mano sul fuoco.
Ugo Magri
(da “La Stampa“)
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Giugno 5th, 2013 Riccardo Fucile
IL SENATUR CERCA LO SCONTRO FINALE TRA GUERRIERI, MA DALL’ALTRA PARTE TROVA SOLO ALCHEMICI DEMOCRISTIANI CHE PREFERISCONO AGIRE DIETRO LE QUINTE
L’idea è quella di far impallidire Umberto Bossi fino a farlo svanire sullo sfondo. Tagliargli viveri,
segretari e autisti per limitarne i movimenti e le possibilità di parlare in pubblico.
Espellerlo dalla radio, dalla tv e dal quotidiano intitolati alla Padania.
Metterne in dubbio la capacità di tornare ad essere protagonista e, magari, le facoltà tout court.
Non tenerlo informato su quanto accade.
Per poi liquidarne le dichiarazioni come le sortite di un alieno.
Non parlarne. E se obbligati, sottolineare come stia facendo del male alla sua stessa creatura, la Lega: «Come Crono, che divorava i suoi figli» si lancia un leghista.
Aurora Lussana, direttora della Padania, sintetizza nell’editoriale di oggi: «Serve un padre e non un padrone».
Bossi lo ha fatto ancora.
Ha rilasciato una durissima intervista a Gad Lerner per dire e ribadire che «Maroni è un traditore».
Per annunciare che ora si riprenderà la Lega: «Devo per forza rimettermi alla guida del partito».
Per lanciare la nascita del suo nuovo giornale, «La lingua padana».
Per dire che «torna attuale l’indipendenza», anche se «Maroni non ci crede».
Ieri mattina i telefoni dei capi leghisti erano tutti irraggiungibili, surriscaldati da lunghe telefonate fiammeggianti.
Le parole più usate: «Espulsione» e «buttarlo fuori».
L’inaudito – la cacciata del «Capo» – è diventato opzione non solo possibile, ma argomentata.
Se ne trova eco nella dichiarazione di Matteo Salvini: «Da segretario della Lega Lombarda dico che chi non ha voglia e non se la sente può accomodarsi altrove».
Fin quando Maroni ha detto no.
Il segretario leghista prima tenta di ignorare l’intervista: «Al lavoro anche oggi – è il tweet del mattino – per risolvere i problemi dei cittadini».
Poi, a Lecco, a margine di un incontro di Confindustria, si limita a dirsi «tranquillissimo. L’unico effetto che hanno queste interviste è danneggiare la Lega e contribuire a rendere più difficile la vittoria ai ballottaggi».
Nella sostanza, il messaggio trasmesso dalla catena di comando nordista è suppergiù il seguente: «Espellere Bossi significherebbe farne un martire.
Restituirgli la visibilità perduta passando tutti per degli ingrati che pugnalano colui a cui devono tutto. No, di gran lunga meglio il silenzio».
La sortita del «Capo» ha però immediatamente ridato vigore ai suoi sostenitori, peraltro tutti espulsi.
Toni bellici, sanguinosi addirittura: «I traditori della Lega e di Bossi – proclama l’ex senatore Giovanni Torri – verranno giustiziati dalla storia politica per i fallimenti che hanno raccolto. I militanti aspettano ora il solo, unico capo alla guida della Lega. Adesso non si torna più indietro».
Solo un tantino meno virulenta la veneta Paola Goisis: «Maroni e Tosi hanno già distrutto la Lega. La gente non è stupida e ha capito che quello che è successo è stato un attacco organizzato contro Bossi».
Sul fronte maroniano, il verbo del segretario viene declinato in ogni possibile salsa.
Per il governatore Luca Zaia le parole di Bossi «fanno solo male alla Lega soprattutto alla vigilia dei ballottaggi», per Davide Caparini l’intervista «è un regalo ai nostri avversari».
Marco Cremonesi
(da “il Corriere della Sera“)
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Giugno 5th, 2013 Riccardo Fucile
QUINDICI MEMBRI, RENZI ENTRA CON IL FEDELISSIMO LOTTI MA PERDE LA BATTAGLIA DELL’ORGANIZZAZIONE… RIMANDATA OGNI DECISIONE
“Guglielmo non sei più alla Cgil”.
Epifani è arrivato alla fine dell’arduo compito di gestire la prima direzione da segretario Pd senza quasi intoppi.
Ma poi evidentemente deve aver ceduto alla tensione, visto che per due volte nella replica si definisce “Segretario generale”.
Brusio dal fondo della sala. Richiamato all’ordine.
Per il resto, la riunione va nella migliore tradizione Pd. Un rimando di qua, una sospensione di là .
“Fermiamoci un attimo”, dice al partito e al governo sulle riforme: si delega ad altre sedi (prima un seminario, poi una consultazione degli iscritti).
Sulla data del congresso pure (“si farà entro l’anno”, assicura il segretario). E se arriva la squadra, anche le deleghe vengono rimandate alla prima riunione della segreteria.
Non una squadretta, come sembrava deciso, ma uno squadrone: 15 membri, con una rigorosa spartizione dei posti tra le correnti.
Dice Epifani, che evidentemente ha già capito quali sono le regole del gioco: “Le correnti sono utili se orientano il dibattito e la scelta”.
Posti in piedi ieri al Nazareno, gran pienone.
La prima direzione democratica dell’era Epifani inaugura qualche abitudine e cancella immediatamente le ultime acquisite: invitati a partecipare tutti i parlamentari, regolarmente muniti di accredito. E niente diretta streaming. I grillini sono meno trandy, evidentemente .
All’entrata, un Superman che accoglie i democratici.
E Matteo Renzi, che al solito catalizza le telecamere. “Io segretario? Ci sono cose più importanti”, dice lui, arrivando direttamente dalla Fiera del Lusso di Vienna, dove è stato a cena col direttore del Financial Times e l’amministratore delegato di Gucci.
Ma ormai di queste riunioni che un tempo snobbava e non se ne perde neanche una.
Certo fa un po’ effetto sentire Epifani chiarire che ci sarà la divisione tra candidato premier e segretario, proprio mentre tutti quelli che stanno intorno al sindaco di Firenze ammettono che lui potrebbe candidarsi al congresso.
E la segreteria alla fine non è come lui la voleva.
Perso il braccio di ferro sul fedelissimo Luca Lotti, che andrà agli Enti Locali, e non all’Organizzazione, che rimane al bersaniano Davide Zoggia.
Nella squadra qualche sorpresa. In segreteria ci sono addirittura due presidenti di Regione: Debora Serracchiani (Friuli) e Catiuscia Marini (Umbria) dei Giovani Turchi.
E poi Roberta Agostini (bersaniana), Enzo Amendola (dalemiano), il segretario dei giovani Democratici Fausto Raciti (Giovani Turchi), Cecilia Carmassi, Matteo Colaninno, Alfredo D’Attorre (bersaniano), Antonio Funiciello (renziano), Andrea Manciulli (dalemiano) Alessia Mosca (lettiana), Pina Picierno (franceschiniana) Simone Valiante.
Stessa logica Cencelli per la Commissione che dovrà stabilire le regole del congresso. Organismo forse più di rilievo di una segreteria a termine.
Ne fanno parte tra gli altri uomini di fiducia di Letta (Gianni Del Moro), di Veltroni (Roberto Morassut), oltre all’ex uomo Organizzazione di Bersani (Nico Stumpo), al giovane Turco, Francesco Verducci al segretario dell’Emilia Romagna (Stefano Bonaccini). Per Renzi c’è Lorenzo Guerini (ex sindaco di Lodi, ora deputato Pd).
Epifani fissa punto su punto, la road map del “nuovo” Pd: “Reagiremo alle minacce di Berlusconi”.
Perchè, “la nostra idea di governo di servizio e il bisogno di riforme richiedono un impegno di due anni. Ma dobbiamo essere pronti a tutto se dovesse prevalere negli altri la decisione di far saltare il tavolo”.
Un accenno ai dipendenti del Pd, che “non saranno lasciati soli”. I quali presentano un documento in cui chiedono un “tavolo di coordinamento aperto e plurale in cui si condividano le responsabilità ”.
Ma intanto viene approvato anche il bilancio 2012 con un disavanzo di 7,3 milioni. Alla fine, la direzione vota.
Maggioranza bulgara, sei astenuti (tra i quali Civati, Tocci, Bachelet, la Bruno Bossio).
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 5th, 2013 Riccardo Fucile
IL COSTITUZIONALISTA RIVELA: “VOTATO ALLE QUIRINARIE? NESSUNO ME LO HA MAI CHIESTO”…”IL PRESIDENZIALISMO FORMA DI GOVERNO CAMALEONTICA”
Professor Zagrebelsky, la maggioranza lavora alla riforma presidenzialista, il Pd si divide. Lei che
ne pensa?
«Penso che il tema andrebbe trattato non come fosse al centro di una guerra di religione o di una disputa ideologica, ma guardando empiricamente come funziona il presidenzialismo nei vari Paesi. Non c’è forma di governo più camaleontica, visto che assume i colori e le caratteristiche dell’ambiente in cui viene impiantato».
Ad esempio?
«Sono sistemi presidenziali o semipresidenziali gli Stati Uniti come molti Stati del Sud America, che hanno avuto vicende di colonnelli che dall’esercito diventano capi di Stato. La gran parte dei paesi dell’Africa che noi consideriamo democraticamente sottosviluppati, per non dir di peggio, sono sistemi presidenziali».
Semipresidenziale è la Francia.
«Sì. Ma, guarda caso, pure la Russia di Putin. In materia costituzionale è sempre sbagliato ragionare di modelli astratti; in questo caso, è sbagliatissimo. Il modello astratto dice poco. Esistono regole formali, ma il modello che si viene a realizzare dipende da una serie di circostanze di natura sociale, politica, psicologica».
L’Italia è inadatta?
«Sotto ogni profilo. Sociale: il presidenzialismo può funzionare se il tasso di corruzione è nei limiti della fisiologia; altrimenti diventa il volano della corruzione. Politico: i Paesi in cui il presidenzialismo non crea problemi di eccessivo accentramento dei poteri sono quelli in cui il capo del governo è il prodotto di partiti che hanno una loro vita democratica e le loro regole. Negli Usa i partiti non sono solo comitati elettorali; in particolare quello che esprime il presidente ha una vita ricca, una dialettica che lo condiziona. In Francia, De Gaulle aveva dietro un partito. Hollande è stato per un decennio il segretario socialista».
E da noi?
«Da noi, la degenerazione personalistica nella politica è evidente. Più si accentua, più i partiti diventano macchine al servizio del padrone».
Berlusconi e Grillo per lei pari sono?
«Non dico questo. Bisognerebbe fare molte distinzioni: la prima riguarda il ruolo del danaro. In ogni caso, la democrazia nei partiti è questione che li riguarda tutti, quale più e quale meno. Vale la metafora della pagliuzza nell’occhio dell’altro e della trave nel tuo. Ma nella vita dei popoli, come notava Hegel a proposito della Rivoluzione francese, ci sono momenti in cui prevale l’insofferenza per le difficoltà e per la moderazione: e la democrazia è difficile e moderata. Frenesia di distruzione, per liberarsi dalle cose che sembrano gioghi. Qui entra la psicologia collettiva. Non è un segno di maturità , ma di decadenza. Ernst Bloch descrive questa sindrome collettiva nella Germania degli anni 20 e 30. Non dico che siamo a quel punto; ma certo oggi è un atteggiamento molto diffuso, e il presidenzialismo può essere la tentazione per liberarsi del peso della democrazia e, con il peso, della democrazia stessa».
Da costituzionalista come valuta la rielezione di Napolitano?
«Non c’è stata violazione di regole esplicite. La Costituzione non vieta la rielezione. Si pensava però che, ragionevolmente, il problema, in pratica, non sarebbe sorto. Persone onuste d’anni e di saggezza è buona cosa che non concorrano per la rielezione, anche perchè una simile aspirazione potrebbe indurre a cercare appoggi politici e compromettere l’indipendenza. Quattordici anni? Un’enormità non repubblicana. L’articolo 85 dice che il Parlamento in seduta comune è convocato per l’elezione del “nuovo” Presidente della Repubblica: un residuo psicologico della convinzione che un secondo mandato non ci potesse essere. Del resto tutti i presidenti, compreso Napolitano, hanno sempre escluso l’ipotesi della loro rielezione. Il fatto che Napolitano, come s’è detto, abbia ceduto a uno stato di necessità è cosa che deve far riflettere: significa che la classe politica nel suo insieme è totalmente imballata, paralizzata al suo interno. In questi casi, non resta che congelare l’esistente. Ma è una sconfitta».
E come valuta il governo Letta-Alfano?
«Mi pare un’altra manifestazione di un sistema politico sovraccarico di tensioni, ricatti, di veti reciproci. Quando un sistema politico è in crisi per queste ragioni o implode, o si congela. Da Monti a Letta c’è un passaggio nel segno della continuità : si mantiene ferma la stessa formula in altra veste, con i politici al posto dei tecnici».
Lei pensa che la destra se ne avvantaggerà a scapito della sinistra?
«Dal punto di vista delle riforme, la danza la sta menando la destra. Il presidenzialismo è un tema tradizionale della destra autoritaria, cavallo di battaglia già del Msi, poi cavalcato dal partito di Berlusconi. Ed è uno dei punti centrali del piano di rinascita nazionale di Gelli. Queste cose non si usa dirle più. Sembrano politicamente scorrette. Ma la continuità di un’idea della politica che non è nata oggi vorrà pur dire qualcosa. Quelli che a noi paiono pericoli mortali, per loro sembrano opportunità . Invece alla visione e alla pratica della democrazia, secondo la sinistra e secondo la sociologia politica cattolica, quell’idea è stata sempre estranea. Non ricordo chi diceva: la destra propone, la sinistra segue; ma solo la destra sa quel che si fa».
Autorevoli esponenti del centrosinistra, a cominciare da Prodi, hanno aperto al presidenzialismo.
«Non so che dire. Non me lo spiego. I cattolici sono sempre stati irremovibili nel difendere una concezione politica che non poteva incarnarsi nell’uomo solo al potere. Alla Costituente, Calamandrei avanzò la proposta d’un sistema all’americana: presidenzialismo unito a federalismo, diritti di libertà , forti garanzie, a cominciare dall’indipendenza della magistratura e della Corte costituzionale. Ma non raccolse consensi. Riproporla ora mi pare effetto della sindrome di Stoccolma».
Anche Renzi sembra per il presidenzialismo. Che cosa pensa di lui?
«Lo conosco poco. Come innovatore lo apprezzo, ma nelle questioni istituzionali non si può improvvisare. La rottamazione, a parte la parola, può servire, se non significa liquidare gli anziani ma rompere le oligarchie. L’Italia è un Paese oligarchico. Governato ormai dalla “ferrea legge delle oligarchie” teorizzata da Michels, Mosca, Pareto. Un sistema che vive di privilegi, che ha bisogno di gestire il potere in modo non trasparente, quindi d’illegalità . Scuotere le oligarchie fa bene alla democrazia. Se davvero Renzi pensa ancora a questo, ben venga».
La rete è uno strumento per rompere le oligarchie, discutere, partecipare?
«A leggere certi blog, è uno strumento per scambiarsi insulti. La discussione non è questa, è dialogo, scambio di logos, di buone ragioni. La rete può far emergere bisogni, che però hanno bisogno di sintesi. E solo una struttura di persone responsabili di fronte a militanti ed elettori la può fare».
Grillo sostiene che gli eletti siano solo il terminale della rete. L’M5S è uno strumento di dialogo, o un’autocrazia?
«Gli eletti sono il terminale di un programma, che però va adeguato di continuo ai cambiamenti della realtà . Non hanno vincolo di mandato, ma non è che possono fare quello che gli pare. Quanto alla rete, è fondamentale la trasparenza».
Che effetto le ha fatto vedere il suo nome nelle «quirinarie»? Si è pure piazzato bene, al quarto posto…
«Sì ma con 4300 voti: cosa sono su 60 milioni di italiani? In ogni caso, nessuno mi ha mai interpellato. Neppure un colpo di telefono. Una cosa strana, che fa riflettere. Più che “quirinarie”, sono state un limitato sondaggio di opinione».
Rodotà poi è entrato in urto con Grillo.
«Ringrazio il cielo che sia toccata a lui. Il Signore mi ha messo una mano sulla testa…»
Aldo Cazzullo
(da “il Corriere della Sera“)
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Giugno 5th, 2013 Riccardo Fucile
SANTANCHÈ MINACCIA LO SCIOPERO FISCALE SE LA CONSULTA NON LO ASSOLVE… INTANTO A CASA DEL GIUDICE COSTITUZIONALE MAZZELLA RIPARTONO LE CENE
Prologo, alle 19 e 40 di ieri sera.
Daniela Santanchè al telefono: “Se salta il legittimo impedimento salta tutto? Cazzate. Qui il problema non è la tenuta del governo ma il fatto che vogliono uccidere il nostro leader per via giudiziaria. Berlusconi è uno statista, non farà mai una vendetta per i suoi guai giudiziari ma noi abbiamo un popolo che è pronto a schierarsi con lui, a non foraggiare più questo Stato. Mi guardi tra un po’ a Otto e mezzo, sto andando a La7”.
Meno di un’ora dopo, al programma di Lilli Gruber, presente anche Marco Travaglio, la Santanchè smentisce di essere un falco o una colomba, nè tanto-meno una pitonessa (copyright Il Foglio) e traccia la nuova frontiera di combattimento del Pdl: “Uno sciopero, una ribellione fiscale dei moderati contro l’accerchiamento giudiziario del nostro leader. Gli otto milioni di moderati che hanno votato Berlusconi certo non andranno a spaccare le vetrine, ma reagiranno”.
Propaganda? Depistaggio dalla presunta trattativa in atto per “garantire” B.? O altro ancora?
L’unica certezza è che la deputata del Pdl, considerata leader dei falchi berlusconiani con Verdini e Brunetta è reduce da un fine settimana di lavoro a Villa La Certosa, la reggia sarda del Cavaliere.
La sua uscita è concordata e serve anche ad attutire se non azzerare le voci insistenti sulle ritorsioni politiche minacciate da alcuni esponenti del Pdl, a partire da Alfano (ricevuto al Quirinale lunedì scorso) qualora la Consulta dovesse bocciare il legittimo impedimento per il processo Mediaset.
La linea della Santanchè è la stessa di Niccolò Ghedini, avvocato e parlamentare di B. che ieri ha detto ad alcuni colleghi di partito in cerca di chiarimenti, nelle ore a caldo della motivazione del processo per l’affaire del nastro Fassino-Unipol: “Sulla sentenza della Consulta io sono pessimista, la Corte Costituzionale ha sempre dato torto a Berlusconi ma non c’è alcun legame con il campo del governo e delle riforme. E poi noi noi puntiamo tutto sulla Cassazione per Mediaset. Lì abbiamo delle carte robuste da giocarci”.
Insomma, tutti negano lo scambio tra tenuta del governo e la salvezza di B. E chi ha sondato il capo dello Stato in queste ore rivela: “Il Quirinale è solo uno spettatore di questa vicenda, non c’è alcun salvacondotto possibile e Alfano lo sa perfettamente, ammesso che abbia davvero minacciato di far saltare tutto. In questo momento, nel Pdl cercano di coprirsi la ritirata a causa delle lotte interne e del probabile no della Consulta al Cavaliere”.
In ogni caso l’umore di B. ieri sera a Roma, quando ha visto i vertici del Pdl, era sempre cupo: “La mia pazienza ha un limite”. Non solo.
Le minacce del Pdl alla Corte costituzionale stanno provocando molto fastidio e tanta irritazione tra gli alti giudici.
Più di un mese fa, il filo conduttore del rinvio della sentenza che riguarda Silvio Berlusconi e il processo Mediaset è stato “l’opportunità politica”.
Siccome c’erano le consultazioni per il governo Letta si è cristallizzata una camera di consiglio a un passo dalla decisione.
Così il verdetto atteso per il 24 aprile sarà , invece, emesso il 19 giugno.
Nella Corte, poi, c’è anche una fibrillazione interna: a metà settembre scade il mandato del presidente Franco Gallo che è stato nominato 9 anni fa dall’allora capo dello Stato Ciampi.
Chi sarà al vertice della Consulta che, investita dalla Cassazione, se non ci sarà una riforma parlamentare , dovrà pronunciarsi sul “Porcellum”?
C’è un giudice che sogna di essere il designato: Luigi Mazzella, attuale vicepresidente (scade a fine giugno 2014). È il giudice che nel maggio 2009, a pochi mesi dalla decisione della Corte sul lodo Alfano (bocciato per 9 a 6 come ha rivelato il Fatto) invitò nella sua casa romana non solo il collega Paolo Maria Napolitano ma anche Berlusconi, premier e parte in causa, il ministro della Giustizia Angelino Alfano, il sottosegretario Gianni Letta e il presidente della Commissione affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini.
Nè Mazzella nè Napolitano hanno mai pensato alle dimissioni, anzi hanno rivendicato la legittimità di quel banchetto.
Mazzella è giudice che ama molto i convivi. E nella sua bella casa è un periodo di ricevimenti, tanti.
Gli inviti comprendono anche eminenti politici di centrodestra.
L’aria che tira per Berlusconi nella Corte costituzionale non sarebbe buona.
La Consulta sarebbe orientata a dare torto all’ex premier che ha sollevato conflitto di attribuzione contro i giudici di primo grado del processo Mediaset perchè il primo marzo 2010 non gli riconobbero un legittimo impedimento.
Era stato aggiornato un consiglio dei ministri dal venerdì 26 febbraio proprio al lunedì mattino primo marzo, giorno in cui, da un mese e mezzo, i giudici, d’accordo con la difesa, avevano fissato udienza.
Anche se la Consulta dovesse dare ragione a B., questo però non vuol dire che verrebbe azzerato il processo e quindi la condanna.
La Cassazione, l’unica legittimata ad esprimersi sulle conseguenze dell’eventuale sentenza della Consulta, potrebbe annullare esclusivamente quell’ordinanza “incriminata” anche perchè in quell’udienza del marzo 2010 furono sentiti testi ininfluenti ai fini dell’esito processuale, cioè della condanna per frode fiscale a 4 anni (3 indultati) e a 5 anni di interdizione dai pubblici uffici. Ed è la Cassazione quello che preoccupa veramente il Cavaliere, quella che vorrebbe blandire o minacciare.
Nelle sue mani ci sarà la decisione definitiva sul processo Mediaset, con il rischio di non potersi pù candidare, e quella sul lodo Mondadori.
Fabrizio d’Esposito e Antonella Mascali
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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