Giugno 6th, 2013 Riccardo Fucile
“RENZI E’ UNA PERSONA INTELLIGENTE, NON FAREBBE MAI CADERE IL GOVERNO”
«Berlusconi dovrebbe garantire una stabilità di due anni al governo, solo così si potranno varare le riforme» e bisogna evitare di «trasformare il presidenzialismo in una bandiera, altrimenti non si va lontano».
Piuttosto la cosa urgente è cambiare la legge elettorale per evitare di «ritrovarci col porcellum se le cose dovessero precipitare».
Guglielmo Epifani non crede che gli scossoni alla stabilità possano derivare dal suo partito, anche se venisse eletto segretario Matteo Renzi «di sicuro non farebbe mai cadere il governo, anzi»; e il Pd ritroverà una «identità forte» con un congresso costruito in modo da far tramontare «l’eccessivo peso che hanno avuto fin qui le correnti».
Quanto durerà il governo se l’Europa non allenterà i vincoli di bilancio?
«Certo, l’andamento economico è ancora negativo, non c’è una ripresa, a fine anno avremo ancora 120 mila disoccupati e ciò rafforzerebbe il bisogno di un governo stabile. Dall’altro lato, è chiaro che si amplia la forbice tra i bisogni di giovani, imprese e famiglie e la possibilità di fare manovre di sostegno agli investimenti. E qui sta il rischio per il governo, connesso pure a qualche rischio sociale, non ho mai visto una cosa come quella accaduta ieri a Terni. Ma è chiaro che il Consiglio europeo di giugno è un passaggio cruciale per poter incentivare l’occupazione».
In tutto ciò, Berlusconi benedice il presidenzialismo, ma lei frena su tutto il percorso. Paura di contraccolpi a sinistra?
«No, il problema è che bisogna fare le cose per bene. Questa discussione sul semipresidenzialismo sta diventando una bandiera per tifoserie. Non si affrontano così problemi delicati. Io invito a fare le cose coi tempi giusti perchè voglio portare a termine le riforme e invece temo che questa accelerazione ideologica sia un modo per non farle. Dobbiamo procedere per gradi, far istruire bene tutto il dossier partendo dall’inizio: superare il bicameralismo, ridurre il numero dei parlamentari e varare il Senato delle regioni. Con una verifica attenta del rapporto tra poteri centrali e poteri regionali. E solo poi si arriva alla forma di governo».
E la sua preferenza a quale soluzione va, cancellierato o semipresidenzialismo?
«Ci può essere una soluzione nel solco della tradizione italiana, accentuando i poteri del capo del governo, oppure virare su una forma di semipresidenzialismo, più innovativa, ma che richiede un numero di interventi amplissimo su oltre trenta articoli della Costituzione. Se si antepone a tutto una soluzione del problema, non si costruisce nulla. E se questo tema delle riforme viene vissuto in maniera astratta, non viene capito dalle persone: bisogna collegarle alla condizione sociale del paese, per non farle sembrare una cosa molto lontana dai bisogni reali più immediati. Quindi la soluzione finale non va ideologizzata, ma va ben costruita per farne capire il senso».
Forse pensa che una rivoluzione copernicana come questa non si possa varare con Berlusconi ancora in campo?
«La mia preoccupazione non è legata alla persona, ma al fatto se il centrodestra intenda continuare o no con una politica di servizio per il Paese. Un percorso istituzionale come questo ha bisogno di una promessa di stabilità di due anni. Se sul Parlamento si dovessero scaricare le tensioni che una parte della maggioranza trasferisce sul governo, ciò finirebbe per riflettersi sul percorso delle riforme. Berlusconi dice oggi che il governo è stabile, poi magari domani qualcuno dei suoi dice l’opposto, ma sono i fatti che contano. E siccome sono vent’anni che ci si prova senza riuscirci, se dovessimo fallire anche stavolta si amplierebbe il solco tra politica e Paese. Nelle prossime settimane potremmo cominciare a capire le tensioni che possono provenire sul governo dal fronte giudiziario».
Quando lei dice «teniamoci pronti a tutto», intende che va cambiata subito la legge elettorale?
«Intendo dire che quando sarà , tra un giorno o tra cinque anni, non potremmo tornare a votare con questa legge, quindi dobbiamo predisporci ad avere un sistema elettorale che risponda a due requisiti: assicurare governabilità , quindi indicazione di maggioranze e minoranze e libertà di scelta dei candidati. Ma non faremo un referendum sugli iscritti con un sì o un no, coinvolgeremo nella discussione anche il popolo delle primarie, nei nostri circoli».
Lei accusa il Pdl di minare la vita del governo, ma anche il Pd non scherza. Che succederebbe se venisse eletto segretario Renzi?
«Siccome è una persona molto intelligente, come potrebbe far cadere un governo di cui è premier un esponente del suo partito? Il Pd gli si rivolterebbe contro. Escluderei questo rischio».
Lei lo voterebbe se si candidasse segretario?
«Intanto stiamo parlando di un’ipotesi di terzo tipo, dipenderebbe comunque dal contesto e dal programma. Lui appartiene a questa comunità ed è una persona di grande rilievo, non c’è alcun dubbio».
Si è pentito di aver accettato di portare la croce del Pd? O ci sta prendendo gusto?
«Il primo mese è stato durissimo, vissuto spesso in solitudine, ma ora le cose stanno migliorando, anche i ballottaggi andranno bene, addirittura i sondaggi ci danno in risalita: si sta stemperando il confronto interno e non c’è stato alcun braccio di ferro con Renzi sui ruoli della segreteria. Ma il problema è un altro: ho trovato una situazione piena di spifferi, con un ruolo eccessivo delle correnti che non possono diventare centri di potere, per scegliere non i migliori ma i più fedeli. Questa situazione va modificata, il congresso deve rimotivare e appassionare. E per questo, le candidature devono arrivare alla fine di un percorso, altrimenti la discussione è solo sul chi, mai sul cosa. Alla fine forse potrei svolgere positivamente la mia funzione di traghettamento». “Io invito a fare le cose coi tempi giusti perchè voglio fare le riforme e invece temo che questa accelerazione ideologica sia un modo per non farle. Nel caso in cui Renzi diventasse segretario, escludo il rischio che possa far cadere un governo di cui è premier un esponente del suo partito”
Carlo Bertini
(da “La Stampa“)
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Giugno 6th, 2013 Riccardo Fucile
“I SAGGI? LA POLITICA FA COSI’ QUANDO NON VUOLE RISOLVERE LE COSE”
Matteo Renzi fatica a camminare tra la stazione e la metropolitana di Brescia, tutti tentano di
fermarlo, qualcuno ha scritto a mano su foglietti di carta: «Renzi segretario».
«È così dappertutto. Sono stato in posti dove non è andato nessuno: prima in Friuli per la Serracchiani, poi a Treviso, Vicenza, San Donà di Piave, Villafranca. Visti i risultati dei nostri candidati sindaci, mi sono convinto che il Pd può vincere ovunque, anche in Veneto, anche qui in Lombardia. La nostra gente ci chiede soprattutto questo: stavolta fateci vincere davvero. Perchè noi non abbiamo mai davvero vinto: nel ’96 facemmo la desistenza che provocò poi la caduta di Prodi; nel 2006 arrivammo primi con 24 mila voti mettendo insieme Turigliatto e Mastella, Luxuria e Lamberto Dini; stavolta abbiamo mancato un gol a porta vuota. Noi dobbiamo dare una risposta alla nostra gente, agli emiliani che sono stati i primi a dire no a Marini, ai bersaniani che in queste ore mi chiedono: Matteo ora basta, ci stai o no?».
Appunto: ci sta o no? Si candiderà alle primarie per la segreteria del Pd?
«Dipende dal Pd, non da me. Se riusciamo a uscire dalla palude, a imporre i nostri temi, la nostra gente capirà il governo con il Pdl. Se tiriamo a campare, se ci facciamo dettare l’agenda da Berlusconi, se non riusciamo a fare le riforme, allora…».
Le pare che le riforme siano partite bene?
«La prima cosa dovrebbe essere la legge elettorale. Invece vedo che la si vuol mettere per ultima. È sbagliato. È l’idea che “il problema è ben un altro” che porta a non far niente. Se non si trova un accordo sul sistema elettorale, mi pare difficile che lo si trovi su tutta la riforma dello Stato».
La vedo scettico.
«Sento che si parla di saggi, di commissioni. Ma non occorre un saggio per dire ad esempio che la burocrazia italiana è da rifare; te lo dice anche uno scemo. Quando la politica non vuole risolvere le cose, fa una commissione. Invece bisognerebbe chiudersi in una stanza e decidere».
Quindi lei è a un passo dalla candidatura.
«Io mi sono stancato di passare per il monello in cerca di un posto, il ragazzo tarantolato con la passione del potere. Sono l’unico che non si è seduto su nessuna poltrona ed è rimasto dov’era prima. Se c’è bisogno di me, me lo diranno i sindaci, i militanti. Persone che stimo molto, mi consigliavano di non farlo; ora però si vanno convincendo anche loro. Di sicuro, se succede, non sarà come l’altra volta una campagna improvvisata, per quanto bella. C’è bisogno di una squadra ben definita».
A quali nomi pensa?
«I migliori in ogni campo: energia, scuola, innovazione tecnologica. Di solito ai politici interessa il loro futuro personale. Io non ho ancora le idee chiare sul mio futuro, ma le ho chiarissime sul Pd e sull’Italia. Noi tra dieci anni possiamo essere la locomotiva d’Europa. Ma dobbiamo cambiare. Dobbiamo aiutare gli imprenditori invece di ostacolarli. Dobbiamo abbassare il costo dell’energia. Dobbiamo avere il coraggio di dire al Sulcis che non ha senso andare avanti con il carbone di Mussolini pagato dallo Stato».
Perchè non può farle il governo Letta queste cose?
«Io spero che Letta abbia successo. Lo stimo, abbiamo un bel rapporto. Apprezzo il suo equilibrio; mi convincerà meno se cercherà l’equilibrismo. Non so fino a quando potremo governare con Schifani e Brunetta, i loro capigruppo. Il governo dura se fa le cose. È come andare in bicicletta: se non pedali, cadi. Io posso anche uscire a cena con gente che non sopporto, ma solo se il cibo è buono, la conversazione decolla e dopo si va a vedere un bel film. Se invece si resta in silenzio, meglio alzarsi e andarsene».
A leggere il suo libro, sembra quasi che le abbiano fatto intravedere Palazzo Chigi mentre c’era già un accordo alle sue spalle…
«Non credo sia così. La verità è che non era il mio turno. A Palazzo Chigi io andrei per smontare tutto e ricostruire daccapo: il fisco, la burocrazia. Per fare questo occorre un mandato forte. Letta dice che ci vuole il cacciavite. Io userei il trapano».
Non crede che se lei fosse eletto segretario il governo rischierebbe di cadere in pochi mesi, come Prodi quando divenne segretario Veltroni?
«Il rischio c’è. Anche più grave di quello del 2007: allora c’era un governo di centrosinistra, questo è un governo che vede sinistra e destra insieme. Ma sarebbe ancora peggio vivacchiare senza risolvere nulla, perdere un altro giro».
Dovrà scegliere tra segretario del Pd e sindaco di Firenze?
«Il problema non si pone, almeno non si pone adesso. Non c’è incompatibilità . Avere una funzione nazionale sinora ha aiutato a fare meglio il sindaco, ad esempio a trovare i fondi per salvare il Maggio fiorentino. Ora poi l’Europa finanzierà direttamente i Comuni e non solo le Regioni. Con la riforma del titolo V della Costituzione abbiamo fatto un grosso errore: alla burocrazia statale si è aggiunta la burocrazia regionale».
Berlusconi chiede il presidenzialismo, lei frena. Ma non era presidenzialista pure lei?
«Non ho in mente una soluzione piuttosto di un’altra. Si può pensare all’elezione diretta del premier, che rafforza il governo, o del presidente della Repubblica, che però a questo punto non potrebbe più essere una figura di garanzia, dovrebbe essere un capo. L’importante è che ci sia qualcuno che si assuma la responsabilità , a cui dire grazie se ha successo o dare la colpa se fallisce».
Ma lei si vedrebbe al Quirinale?
«Le ho già detto che la mia preoccupazione non è il mio futuro politico. Ho 38 anni. Sa quali sono le due cose che mi danno più fastidio?».
Dica.
«La prima è quando mi descrivono roso dall’invidia, come se il mio treno fosse passato. Quando attribuiscono a me trame contro Letta, tipo la mozione di Giachetti per il ritorno ai collegi uninominali. Ora, se c’è uno che ha diritto di parlare di legge elettorale è Giachetti, ha fatto pure lo sciopero della fame, io non lo farei neppure se mi pagassero, ma rispetto le battaglie dei radicali. Nel merito sono d’accordo con lui; ma non ne sapevo nulla. Paradossalmente, sono proprio gli ex democristiani a dipingermi come un piantagrane. Tentano di logorarmi».
E la seconda?
«Quando mi dicono che non sono di sinistra. A me, il primo sindaco ad aver fatto un piano a volumi zero che ferma la cementificazione, con l’obbligo di aprire un giardino a dieci minuti di passeggiata da ogni casa, con le chiavi affidate alle mamme. Ora ho pedonalizzato un’altra parte del centro, dietro Palazzo Vecchio. Ma di questo non parla nessuno. Si parla solo del pranzo con Briatore».
Anche lei, però…
«Mi hanno dipinto come un’olgettina perchè sono andato ad Arcore da Berlusconi, e ora con Berlusconi hanno fatto un governo. Mi hanno attaccato perchè sono andato dalla De Filippi; dopo di me sono andati don Ciotti e Gino Strada e nessuno ha detto niente. Mi prendono in giro per il giubbotto di pelle, e non sanno che la pelletteria è un settore che tira, in dieci anni ha raddoppiato l’export. Ora mi attaccano perchè ho incontrato Briatore. Io non la penso come lui. L’imprenditore cuneese con cui sono più in sintonia è Oscar Farinetti. Però sono curioso. Non voglio chiudermi nel mio steccato. Penso di poter imparare qualcosa da qualsiasi persona; a maggior ragione se è diversa da me, se ha avuto successo in quello che ha fatto, nello sport e nel lusso, se crea posti di lavoro».
Con il Billionaire?
«Non vado al Billionaire, non ho il fisico. Ma questo moralismo senza morale lo trovo insopportabile, questa saccenteria, questa pretesa di superiorità etica è la maledizione della sinistra. Per me la politica è una prateria, non una riserva indiana. Tra poco faccio il comizio. Sa qual è il passaggio su cui prenderò più applausi? Quando dirò che bisogna andare a cercare i voti della destra. Berlusconi vinse nel ’94 con il milione di posti di lavoro e il nuovo miracolo italiano, nel 2001 con “meno tasse per tutti”, e noi ironizzammo su questo. Fu un errore. Il Paese ha bisogno di speranza, sogni, fiducia. Berlusconi ha illuso gli italiani. Poi è seguita la disillusione. Ora è il tempo delle decisioni».
Lei ha preso l’abitudine di vedere pure D’Alema.
«Ma quale abitudine! Solo perchè adesso ci parliamo… Ammiro il suo humour. Alla direzione Pd è andato da Matteo Orfini e gli ha detto: “Vedo che finalmente ci sono giovani turchi che fanno qualcosa di interessante. Peccato che siano a Istanbul».
Con D’Alema avete un patto?
«No. Con D’Alema è interessante discutere. Come con Veltroni. Io non rinnego la battaglia per la rottamazione. La rifarei; anche se rinunciare a D’Alema e tenersi Fioroni non è stato un affare. Però un partito ha bisogno di molte intelligenze e voglio ripartire dalle giovani leve, anche chi ha votato per Bersani. Voglio un partito vivo, in cui vengo fatto fuori e faccio fuori, ma in modo aperto, trasparente. Non chiedo fedeltà . Chiedo lealtà ».
Non ha paura, da segretario di partito, di non avere più l’appeal sull’opinione pubblica che ha ora? Di non essere più Renzi?
«Io funziono solo se sono Renzi. Non sarò mai la copia di un funzionario di partito. La questione è un’altra: rimettere l’Italia in gioco, recuperare un pensiero lungo, passare dal Paese del piagnisteo al Paese dell’opportunità ».
Il decreto sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti la convince?
«Ho fatto voto di non parlare male del governo; quindi taccio».
Non può cavarsela così.
«Mi pare la logica dell'”adelante con juicio”. Si poteva avere più coraggio. Spero che il Parlamento lo migliori. E che venga abolito il Senato, trasformandolo in camera delle autonomie: 315 parlamentari in meno significano meno costi e più efficienza. Ma l’importante oggi non è dire; è fare. Subito. Non le sembra che a Roma abbiano già perso troppo tempo?».
Aldo Cazzullo
(da “il Corriere della Sera“)
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Giugno 6th, 2013 Riccardo Fucile
“DOPO QUATTRO MESI A FARE CASINO SULL’INELEGGIBILITA’ DI BERLUSCONI, IL CAPOGRUPPO NON SI PRESENTA AL VOTO?”… L’INCREDIBILE AUTODIFESA DI CRIMI: “MI SONO PERSO, NON TROVAVO IL PALAZZO”
«Mi sono perso, non trovavo il palazzo». È di nuovo bufera sul Cinque Stelle Vito Crimi, capogruppo al Senato, che ha fatto infuriare il collega Michele Giarrusso.
Che si autosospende dai Cinque Stelle al Senato e spiega «Ci sono delle mele marce che se ne devono andare anche nel Movimento 5 Stelle», ha chiosato Giarrusso. «Dopo quattro mesi trascorsi a fare un casino per l’ineleggibilità di Berlusconi, il capogruppo non si presenta al voto?», ha aggiunto il senatore.
INELEGGIBILITA’ BERLUSCONI
Nel mirino di Giarrusso c’è il collega e capogruppo al Senato, Vito Crimi, arrivato in ritardo al voto.
«Ci sono delle mele marce che se ne devono andare anche nel Movimento 5 Stelle», ha chiosato Giarrusso.
«Dopo quattro mesi trascorsi a fare un casino per l’ineleggibilità di Berlusconi, il capogruppo non si presenta al voto?», ha aggiunto il senatore.
Era la prima riunione della giunta per le elezioni del Senato. Quella in cui il Movimento Cinque Stelle voleva dichiarare ineleggibile Silvio Berlusconi.
Ma il capogruppo dei grillini non si presenta.
Il primo a protestare per l’assenza è stato il senatore Cinque Stelle Michele Giarrusso. «Dov’è il mio capogruppo Vito Crimi? Chiedetevi perchè non c’era alla riunione», tuona, rivolto ai giornalisti, lasciando l’aula di Sant’Ivo alla Sapienza, come spiega l’agenzia Dire, che mostra anche le immagini video.
NO AD ACCORDI
A fare infuriare Giarrusso il risultato della riunione. La giunta ha infatti eletto come presidente, Dario Stefano di Sel. C’erano tutti e 23 i membri. Tranne Crimi.
I Cinque Stelle erano invece decisi rifiutare in blocco gli «accordi sotto banco tra maggioranza e finte opposizioni», come aveva spiegato.
Per questo avevano deciso di far convergere tutti e quattro i loro voti su Mario Michele Giarrusso. Ma alla fine i voti sono stati solo tre: quelli di Serenella Fucksia, di Maurizio Buccarella e dello stesso Michele Giarrusso.
Mancava il voto del senatore più rappresentativo: il capogruppo Vito Crimi.
Quando Giarrusso esce dalla giunta e affronta i giornalisti, il suo presidente non si è ancora neppure affacciato a Sant’Ivo.
«NON TROVAVO IL PALAZZO»
Come spiega ancora la Dire, Giarrusso allarga le braccia sconfortato, quando i cronisti gli chiedono se per caso Crimi, dopo aver incassato dalla maggioranza l’elezione di Roberto Fico alla Vigilanza Rai, non abbia voluto contraccambiare con quello che in gergo si chiama segnale di buona volontà « delle opposizioni nei confronti delle rispettive maggioranza.
«Chiedetelo a lui», replica Giarrusso sottraendosi alle domande. Poi scappa infuriato. Mentre esce dal palazzo, arriva trafelato Crimi.
Il capogruppo sorridente, va per abbracciare il compagno di partito, ma Giarrusso lo scansa da sè. E gli intima: «Vai, vai».
Ma ormai è troppo tardi.
Poi arriva la spiegazione dello stesso Crimi: «Mi dispiace per Mario. Ma è stata una giornata intensa, e poi ci sono le incombenze amministrative in ufficio che non mancano mai durante la giornata. E poi di fatto, trovare il luogo, non è stato facile. È la prima volta che veniamo qui…».
Al termine della riunione Crimi torna sull’argomento: «Non si inventino scuse, la calendarizzazione della ineleggibilità di Silvio Berlusconi dipende dal presidente. Vedremo se metterà l’argomento a breve in calendario. Noi lo chiederemo alla prima seduta».
Se qualcuno non gli suggerirà di perdersi per strada ovviamente.
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Giugno 6th, 2013 Riccardo Fucile
DALL’INCHIESTA VALTUR EMERGONO LE VACANZE REGALATE AI POLITICI, DA SCHIFANI A TOTO’ CUFFARO, DA OSVALDO NAPOLI AD ALFANO… CAPODANNI ALLE MALDIVE, PASQUE SUL MAR ROSSO, FERRAGOSTI IN SARDEGNA A COSTO ZERO O CON SCONTI MASSICCI… TUTTO GRAZIE A CARMELO PATTI, PATRON DELLA VALTUR, ACCUSATO DI ESSERE PRESTANOME DI MATTEO MESSINA DENARO, IL SUPERLATITANTE DI COSA NOSTRA
I magistrati stanno cercando di ricostruire le relazioni che hanno favorito il suo successo. 
E “l’Espresso” nel numero in edicola domani ha esaminato una serie di documenti sugli omaggi concessi da Patti a politici di primo piano.
Ad esempio Renato Schifani con signora hanno salutato l’arrivo del 2008 sul bianco arenile delle Maldive: per il soggiorno nel villaggio di Kihaad hanno avuto uno sconto di 6.074 euro.
Per una settimana di soggiorno in villaggio con camera matrimoniale comfort vista mare, aerei, idrovolante in altissima stagione Schifani ha saldato un conto finale di soli 3.434 euro.
Più movimentata la comitiva che si riunisce negli ultimi giorni di agosto 2009 a Favignana.
Carmelo Patti ospita una compagnia di 24 persone. L’imprenditore è con moglie, figlia e nipote.
Il presidente del Senato Schifani è insieme a consorte, figlio e fidanzata.
Con loro il senatore Udc Salvatore Cuffaro e la senatrice Pdl Simona Vicari, attuale sottosegretario allo Sviluppo Economico, insieme ai coniugi.
Completano la squadra, fra gli altri, Basilio Germanà , ex parlamentare di Forza Italia per quattro legislature e Concetta Spataro, allora assessore Pdl al Turismo del Comune di Trapani.
Tutti elencati in un’unica fattura che sfiora i 20mila euro, ma che viene azzerata da uno sconto dello stesso importo.
Invece per la pasqua 2009 al Sinai Grand Village Resort di Sharm el Sheik si ritrovano ancora Patti, il presidente Schifani, i senatori Vicari e Cuffaro.
Tutti in compagnia dei coniugi e sempre a costo zero, grazie a un gentile pensiero offerto dall’ex proprietà di Valtur: un buono del valore di 1.120 euro a coppia.
In particolare Cuffaro sembra essere un vero habituè della Valtur: ha viaggiato gratis per 50 giorni in località che vanno dalla Sicilia alla Sardegna, dall’Egitto alle Maldive. Una passione che comincia nel 2001, quando viene eletto al vertice della Regione Sicilia.
Ad agosto trascorre due settimane nel villaggio Baia di Conte ad Alghero con moglie e figlie. Costo: zero.
E per il Capodanno 2007, senza toccare il portafoglio, si riposa alle Maldive in una villa “over water”, sospesa sul mare.
Il totale elencato nelle fatture sarebbe stato di 15.388 euro, azzerato dalla generosità del patron di Valtur.
A viaggiare a tariffa speciale c’è anche il vicepremier e ministro dell’Interno Angelino Alfano.
Il suo caso è diverso: ha sempre pagato, limitandosi ad uno sconto significativo.
A nome di Alfano ci sono tre fatture per resort da sogno.
La prima è relativa a Capodanno 2009 sull’isola di Mauritius: al villaggio Valtur Le Flamboyant arriva con aereo in business class e soggiorna una settimana con moglie e figli in una suite vista oceano.
Paga 18.748 euro usufruendo di uno sconto di 3.600 euro.
L’anno successivo festeggia il primo di gennaio alle Maldive, nel Valtur Gioia Resort di Kihaad, dove resta una settimana con famiglia in una matrimoniale Deluxe fronte mare.
Il tutto per 12mila euro, pagati, con uno sconto di circa 4.800 euro.
L’ultimo soggiorno, stando ai documenti esaminati da “l’Espresso”, è nell’agosto 2011, pochi giorni prima del commissariamento di Valtur.
Alfano si concede una settimana in Grecia con moglie e figli, la famiglia di Fabio Bartolomeo, direttore generale di statistica del Ministero della Giustizia, e altri amici. La fattura, di 13.122 euro, risulta scontata di quasi 3.500 euro: per Alfano e per Bartolomeo è segnato uno sconto del trenta per cento.
Dai documenti emerge che Ignazio Abrignani, deputato siciliano Pdl e capo della segreteria dell’allora ministro Claudio Scajola, nel 2009 ha portato l’intera famiglia nel villaggio di Golfo Aranci.
Infine a nome di Osvaldo Napoli, ex deputato Pdl ora sindaco di Valgioie, piccolo comune di 709 abitanti in provincia di Torino, esistono due fatture Valtur.
La prima risale al 2001, quando è rimasto una settimana, a cui poi si sono aggiunti tre giorni extra, a Golfo Aranci con l’ex compagna: lo sconto indicato è del 70 per cento ossia 1.245 euro invece di 3.842.
«Ho pagato quello che mi hanno chiesto» ha replicato Napoli, unico tra i parlamentari interpellati da “l’Espresso” a rilasciare commenti.
La seconda risale al febbraio 2011 quando, sempre da deputato, ha trascorso due notti a Sestriere, al Valtur Village Resort insieme a nove familiari, tutti ospiti dell’azienda che ha emesso una fattura a zero euro per un importo che sarebbe stato di oltre tremila euro.
«Abito a quaranta chilometri da lì e di sicuro la mia non è stata una vacanza, ma una situazione particolare, probabilmente di emergenza. Avrò sicuramente chiesto quanto dovevo saldare e mi avranno detto di lasciar stare. Sono abituato a pagare, e non mi sembra di aver commesso alcun reato».
Francesca Lombardi
L’inchiesta completa è su ‘L’Espresso’ in edicola da venerdì 7 giugno
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Giugno 6th, 2013 Riccardo Fucile
“ERA UNA MARCIA PACIFICA, REAZIONE SPROPOSITATA, UNA BRUTTA PAGINA PER LE ISTITUZIONI”
«Il mestiere di sindaco sta diventando pericoloso…». Prova a scherzarci su, Leopoldo Di Girolamo, 61 anni, del Pd, il sindaco di Terni.
Ieri mattina ha avuto la testa insanguinata e due punti di sutura dopo le cariche dei «celerini» alla stazione.
Colpito dall’ombrello di un manifestante, secondo la polizia.
«Ombrellata o manganellata, la questione è politica. I poliziotti per la prima volta hanno usato i manganelli contro i lavoratori e contro le istituzioni».
Ora Di Girolamo è tornato a casa dalla moglie Antonella, «che per fortuna è come me – dice il sindaco – e non si spaventa di nulla quando c’è da difendere i diritti dei lavoratori. Prenderemo altre manganellate, se servirà . Martedì prossimo, 11 giugno, si torna in piazza per il futuro dell’acciaieria».
Le ha chiesto scusa, il questore di Terni, per il suo bernoccolo?
«Sì, mi ha chiamato quando ero sull’ambulanza, mi ha detto che lui aveva avuto l’ordine di impedire irregolarità all’interno della stazione».
Da chi l’aveva avuto, l’ordine?
«Eh, non lo so. L’orario dei treni, evidentemente, è diventato più importante della sicurezza delle persone. Ma la reazione della polizia è stata davvero immotivata, spropositata. La nostra era una manifestazione pacifica, come mille altre nella storia degli operai ternani. Terni è una città democratica. L’occupazione del binario sarebbe stata solo simbolica, come sempre».
Invece i «celerini» hanno usato il manganello.
«Una rigidità incomprensibile. E una gestione dell’ordine pubblico burocratica. Al di là delle scuse, sarebbe servita una professionalità adeguata. Peccato, perchè Terni è una delle poche città in Italia dove i reati sono dati in diminuzione. Davvero una brutta pagina, per le istituzioni. Di sicuro, stavolta qualcuno ha sbagliato e spero che l’inchiesta del ministero l’appurerà . Affinchè non succeda di nuovo».
Intanto, a Terni, l’acciaieria è in pericolo. In attesa di un compratore, si rischia la paralisi produttiva, più di 5 mila lavoratori guardano con preoccupazione al futuro.
«Noi, un secolo e mezzo fa, siamo diventati una città grazie all’acciaio e vogliamo continuare ad esserlo, consci perfettamente che l’industria di Terni può dire ancora la sua a livello europeo e mondiale. Durante la guerra, i tedeschi in ritirata avrebbero voluto minarla e farla saltare prima dell’arrivo degli alleati. Ma trecento lavoratori la occuparono e riuscirono così ad impedirglielo. Terni ci tiene molto, alla sua fabbrica».
Fabrizio Caccia
(da “il Corriere della Sera”“)
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Giugno 6th, 2013 Riccardo Fucile
“AL MOMENTO OPPORTUNO SCRIVERO’ SU FB LE RAGIONI, CE NE SONO PIU’ DI UNA”
Vincenza Labriola parla con la collega Eleonora Bechis nel cortile di Montecitorio. Fuma una
sigaretta, allontana chi le chiede se — davvero — sia pronta ad abbandonare il Movimento 5 stelle in Parlamento.
Davanti a domande più precise, però, davanti a chi le chiede se il suo progetto, come quello di Alessandro Furnari, sia di lasciare il gruppo spiegando la decisione con un post su Facebook giovedì o venerdì notte, confessa: «Può darsi che sulla mia pagina troverete un post analogo a quello di Alessandro».
Dipende dall’istinto: «Deciderò al momento opportuno. Ci sono volte in cui devi scegliere tra la persona che sei e un’idea che forse non esiste più».
Ha due figlie piccole, la deputata a 5 stelle.
Fa i salti mortali per riuscire a vederle, per non far sentire loro la mancanza della mamma. È di Taranto, molto sensibile al caso Ilva.
Allora è vero. Lei e il suo collega abbandonate il gruppo?
«Posso dire solo che sono una persona istintiva e che deciderò d’istinto, quando mi troverò davanti a un bivio».
Può almeno dirci qual è il motivo di questa “possibile” scelta.
«Non c’è un solo motivo».
È diventato difficile lavorare con il gruppo alla Camera. Si sono create dinamiche che non vi piacciono?
«Io lavoro benissimo con i miei colleghi della commissione Lavoro. Sono come una famiglia per me, stiamo a preparare leggi e mozioni tutto il giorno, da mattina a sera. Ci vediamo anche fuori».
Il problema è l’assemblea?
Non risponde
Ci sono delle pratiche burocratiche da fare per il passaggio al gruppo misto. Lei e il suo collega vi siete già informati.
«Una cosa è informarsi, un’altra decidere. Posso informarmi su come si ottiene il Telepass senza prenderlo mai, no?».
Pare che Grillo sarà a Taranto questo week end. Ci andrà ?
«Non so. Non ne sapevo nulla».
Come vive la vicenda dell’Ilva?
«Non voglio dire qual è la mia posizione politica. Non ancora almeno. È una discussione che stiamo facendo con la rete, una cosa in cui siamo tutti coinvolti. Da donna tarantina posso dirle che ho allattato le mie figlie e che mi sono sentita in colpa per questo. Perchè dopo si sono scoperte quantità eccessive di diossina nel latte materno. Perchè ho visto da vicino casi di tumore».
Quando se n’è parlato chiedeva che l’eccedenza della diaria si potesse donare liberamente. Pensava ai centri tumore?
«Pensavo a quelli, all’assistenza ai bambini malati di Sla, agli ultimi, ai deboli, a chi non riesce ad arrivare a fine mese».
Stasera (ieri, ndr) sarà all’assemblea dei deputati?
«No. Non ci andrò».
Annalisa Cuzzocrea
(da “la Repubblica“)
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Giugno 6th, 2013 Riccardo Fucile
ARRIVANO ALTRE DUE DEFEZIONI NELLA CASERMA CINQUESTELLE E I RIBELLI VANNO ALL’ATTACCO
La crepa si aprirà stanotte, al massimo domani.
Alessandro Furnari e Vincenza Labriola potrebbero sciogliere la riserva e lasciare il Movimento 5 stelle alla Camera.
Senza entrare in polemica con Grillo e Casaleggio, senza «fare i dissidenti».
Le loro motivazioni vogliono affidarle a un post su Facebook. La destinazione prescelta sarà il gruppo misto.
Non hanno avvisato gli altri “malpancisti” della loro decisione, i due deputati tarantini.
Non hanno preso parte a cene o incontri semiclandestini. La loro è una scelta autonoma, delle ragioni non vogliono ancora parlare.
Quel che è certo è che non si trovano più a loro agio nell’assemblea.
E che il malcontento avevano cominciato a manifestarlo nei giorni in cui si era discusso della restituzione della diaria: come tanti, avevano raccontato di non condividere un’imposizione che va al di là di quello che i parlamentari a 5 stelle si sono impegnati a fare (dimezzarsi l’indennità base).
«Non è una questione di soldi», dice Furnari a chi è riuscito a parlarci.
«Il problema è un altro – spiega una deputata che comprende la loro scelta – quello della diaria è solo l’inizio. Grillo e Casaleggio sanno che una volta ceduto su questo punto, su cui ovviamente tutti sono molto sensibili, finiremo per cedere su ogni cosa. Per farci imporre ogni decisione».
Così, il probabile abbandono dei due tarantini si unisce al malcontento di chi – da almeno un mese – è in cerca di vie di fuga.
«Sono buffi – racconta Pippo Civati – mi danno appuntamenti segreti, negli anfratti, dietro i vicoli, e poi arrivano i giornalisti a dirmi: hai parlato con tizio? Hai visto caio?».
Eppure il deputato Pd è certo che qualcosa si stia muovendo nella giusta direzione: «È ovvio che sarà un fatto esterno a far prendere loro una decisione. Magari una sentenza che faccia venir voglia a Berlusconi di mettere in pericolo il governo. Io ne conto in uscita 7 sicuri più 5 incerti alla Camera, e un’altra dozzina al Senato. Se Monti non facesse scherzi, per essere autonomi dal Pdl a Palazzo Madama basterebbero 20 voti: sono certo che davanti allo spettro delle elezioni anticipate ci si arriverebbe tranquillamente».
L’emorragia potrebbe cominciare dopo le riunioni cruciali di questi giorni.
La vicenda dei soldi non è affatto conclusa, il fondo dove mettere l’eccedenza di stipendi e rimborsi ancora non c’è (bisognerà aspettare un travagliato iter del ministero dell’Economia).
La creazione di un «salvadanaio temporaneo» non piace ai dissidenti.
Non si fidano: «Perchè dovrei affidarli a qualcun altro? Chi dovrebbe gestirli? chiede uno di loro – E se poi me ne vado? O se mi cacciano?».
In più c’è il problema delle leggi.
Il fatto che le proposte che vanno oltre il programma saranno sottoposte al blog prima di essere presentate è ormai assodato. Sullo ius soli, ad esempio, sta lavorando la commissione Affari Costituzionali, e il 5 stelle Giorgio Sorial fa parte di un intergruppo che conta di arrivare a qualcosa mettendo insieme le diverse sensibilità che esistono sul tema in Parlamento.
E però, racconta Federica Dieni, «credo che prima dovremo fare un sondaggio sul blog. La nostra proposta passerà prima da lì».
È il punto focale del malcontento dei dissidenti, l’autonomia.
È quello di cui ha parlato ai parlamentari Stefano Rodotà quando è stato alla Camera, la parte del suo discorso che ha dato più fastidio a Beppe Grillo.
Li ha invitati a scoprire il confronto, la mediazione. Li ha spronati a cercare di ottenere dei risultati uscendo dal solipsismo.
Non è che questa, la colpa di cui si è macchiato agli occhi del capo politico.
Ma non è in disarmo, il professore. Tutt’altro.
Adriano Zaccagnini e Tommaso Currò – in contatto costante con Civati continuano a guardare a lui e al movimento dei «beni comuni» come possibile approdo.
Oggi Civati andrà a trovarlo a un convegno della fondazione Basso, di fronte al Senato.
Gli parlerà ancora di un progetto che potrebbe vederlo protagonista. Rifletterà con lui sull’incontro che la rivista Left sta preparando già per la prossima settimana, invitando un fronte trasversale di Pd, Sel e 5 stelle.
Così, anche se ieri – prima della riunione – Zaccagnini diceva di voler proporre un armistizio ai “talebani”, una sorta di patto fondato sul «tornare a decidere tutto in assemblea», il piano B rimane dietro l’angolo.
La crepa aperta da Furnari e Labriola potrebbe diventare una voragine.
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)
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Giugno 6th, 2013 Riccardo Fucile
SENTENZA SCONCERTANTE: ASSOLTI AGENTI E INFERMIERI, CONDANNATI SOLO I MEDICI
E così alla fine aveva ragione Giovanardi: Stefano Cucchi ha fatto tutto da solo. 
Non sono state le botte ricevute dagli agenti penitenziari a costringerlo in quel letto d’ospedale in cui è morto, sei giorni dopo il suo arresto per droga.
Non sono stati i vari “è caduto dalle scale”, o i commenti di altri detenuti “hai fatto un frontale con un treno” a provocare quell’incredibile percorso che ha portato poi alla sua morte.
Stefano Cucchi in quel letto d’ospedale ci è finito da solo.
E poco importa se quello era il reparto detentivo del Sandro Pertini, inaccessibile ai genitori che invano hanno bussato ogni giorno a quelle porte.
Poco importa se quel ragazzo di 31 anni col sogno della boxe aveva la faccia martoriata dai lividi, aveva lesioni vertebrali, tracce di sangue sui jeans.
Stefano Cucchi è morto di malasanità .
A ucciderlo, secondo la terza Corte d’assise di Roma che ieri ha pronunciato il suo verdetto di primo grado, in un’aula bunker blindata per paura di chissà cosa e dopo sette ore e mezza di camera di consiglio, sono stati i medici negligenti che non gli hanno somministrato le terapie giuste e necessarie, che non si sono accorti del suo deperimento, che non hanno arrestato con semplici mosse quel processo che ne ha determinato la morte.
Nicola Menichini, Corrado Santantonio e Antonio Dominici, gli agenti penitenziari imputati di lesioni, coloro che lo avrebbero pestato nelle celle di sicurezza del Tribunale, sono stati assolti.
Insufficienza di prove, avrebbe recitato la vecchia formula.
Evidentemente non sono bastate le decine di perizie prodotte da accusa e parte civile, spesso così in conflitto tra loro, a rendere evidenti le responsabilità anche ai giudici.
E sono stati dichiarati innocenti i tre infermieri a processo, Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe.
Pene lievi, molto di più di quanto chiesto dall’accusa, per i sei medici coinvolti: due anni di reclusione al primario Aldo Fierro, un anno e quattro mesi per Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi Preide De Marchis, Silvia Di Carlo, otto mesi per la responsabile del reparto, Rosaria Caponetti, condannata per falso.
Per tutti gli altri il reato è stato derubricato da abbandono di incapace a omicidio colposo.
Dovranno pagare alla famiglia Cucchi una provvisionale di 320 mila euro in attesa del giudizio civile, ma per tutti la pena è sospesa.
Per i giudici tanto vale la morte di un ragazzo, arrestato con indosso pochi grammi di hashish la notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009.
Bisognerà attendere 90 giorni per le motivazioni della sentenza, ma intanto il primo punto fermo in tre anni e mezzo è stato messo.
In aula c’erano tutti. Giovanni, Rita e Ilaria, genitori e sorella di Stefano, accompagnati dai loro avvocati, gli instancabili Fabio Anselmo e Alessandra Pisa. C’era il senatore Luigi Manconi, che con l’associazione “A buon diritto” ha seguito il caso dal primo giorno.
C’erano gli agenti e gli infermieri imputati e molti loro parenti.
C’erano decine di giornalisti, costretti ad accreditarsi per la prima volta dall’inizio del processo.
C’erano carabinieri e poliziotti, in divisa e in borghese, quasi come se in aula ci fosse un processo a pericolosissimi criminali .
C’era il pubblico nel loggione e c’erano anche Lucia Uva e Domenica Ferrulli, sorella e figlia di altri due morti ammazzati nelle mani dello Stato.
Ed è stato proprio da lassù in alto che è partito quel grido, “assassini, vergogna”, mentre di sotto i parenti degli imputati assolti si abbracciavano e festeggiavano.
Pochi banchi più avanti le lacrime di Ilaria, il volto rosso dalla rabbia e dalla commozione, la consapevolezza che la verità , la sua verità , non è ancora emersa. L’abbraccio, interminabile, con l’avvocato Anselmo e poi con Manconi, e subito le parole, calme e misurate come sempre, a favore di telecamera.
Stavolta anche la piccola mamma Rita ha il coraggio di parlare: “Me l’hanno ucciso una seconda volta”.
Lo sapevano, Rita e Giovanni, che sarebbe stata durissima.
“Abbiamo dormito poco — avevano detto prima di entrare in aula —, ma abbiamo la consapevolezza di aver fatto tutto il possibile”.
Già la mattina, alle 9,30, poco prima che i giudici entrassero in camera di consiglio, il piazzale antistante l’aula bunker era stato teatro di tensioni.
Un gruppo di ragazzi aveva provato ad attaccare adesivi e a srotolare uno striscione con la scritta “Ilaria non sei sola. Giustizia per Stefano”, subito rimosso dagli agenti. E a lungo giornalisti e pubblico erano rimasti fermi ai cancelli, in attesa di accrediti che non arrivavano e di autorizzazioni alla spicciolata.
“La Corte non deve vedere quanta gente c’è”, aveva commentato qualcuno alzando la voce con la polizia, giunta in massa a blindare se stessa.
Minuti di tensione che si sono ripetuti al termine dell’udienza, quando gli imputati sono usciti dall’aula scortati dalle forze dell’ordine.
Per loro ieri è finito un incubo, per la famiglia Cucchi l’incubo non finirà mai. “Suo fratello si è spento”, avevano detto a Ilaria il giorno della morte di Stefano.
Ieri la Corte lo ha confermato.
Silvia D’Onghia
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 6th, 2013 Riccardo Fucile
ANCHE PERCHE’ DI DE GASPERI, TOGLIATTI, BERLINGUER O ALMIRANTE IN GIRO NON SE NE VEDONO
Nel mondo orwelliano della neolingua il bianco è nero, il freddo è caldo, e la guerra è pace. Non abbiamo ancora un ministero della Verità deputato a tagliare le notizie che danno fastidio al Grande fratello, ma il sottile, continuo e sordo limare i significati delle parole prosegue a ritmo incessante.
Così il governo di emergenza diventa il governo delle larghe intese.
La difesa delle istituzioni un conservatorismo codino e reazionario, la legalità un fastidioso impedimento (non legittimo, ovviamente).
E infine, a coronamento di questo strisciante rovesciamento del mondo, una situazione eccezionale e transitoria – come giustamente l’ha definita lo stesso auspice di tale situazione, il presidente Giorgio Napolitano – diventa nientemeno che la «pacificazione nazionale».
Come fossimo all’indomani del 1945 dopo i due anni di morti e violenze per tutto il paese.
C’è da rimanere allibiti per paragoni del genere.
Nemmeno alla fine degli anni di piombo, nonostante venisse invocata anche allora dai protagonisti delle violenze, aveva senso parlare di pacificazione: non si poteva riconoscere alcuna legittimità a chi aveva imbracciato il mitra o maneggiato il tritolo contro la democrazia e i suoi rappresentanti.
Figurarsi se ha senso adesso quando, per fortuna la frustrazione e la rabbia di tanti non ha preso la via della disperazione distruttiva.
Una via che ha solcato la storia della nostra nazione.
Fino agli anni Ottanta lo scontro politico non conosceva limiti e l’avversario politico non aveva dignità alcuna, con tutte le conseguenze del caso.
Ma poi si aprì una stagione nuova, di «riconoscimento » reciproco, in cui i neofascisti, con Giorgio Almirante in testa, andavano a rendere omaggio alla salma di Enrico Berlinguer, e i comunisti, guidati da Giancarlo Pajetta, onoravano il feretro di Almirante. Quella stagione ha posto le basi per il superamento di antichi steccati e per il crollo del vecchio sistema dei partiti. Si avviava una fase inedita.
Lo prova la fiducia che tanti riformatori riponevano nel cambiamento del sistema elettorale al tempo dei referendum del 1993: quel passaggio metteva in moto un «nuovo sistema», riformato ma intatto nell’impianto.
Il bilanciamento tra rinnovamento e conservazione era garantito proprio da un quel clima di ottimismo riformatore. Poi tutto si è invelenito.
Basti pensare al fallimento della Bicamerale.
Chi oggi invoca senza retropensieri la riscrittura della Costituzione dovrebbe tenere presente quella esperienza.
Finchè serve a Berlusconi il dialogo può continuare, ma se le «cose» cambiano allora viene buttato tutto alle ortiche.
E per «cose» intendiamo, ovviamente, i processi del leader della destra.
Il Cavaliere vuole una cosa sola, l’immunità /impunità .
La cerca attraverso varie strade: un ennesimo intervento legislativo ad hoc (e in poche settimane ne abbiamo contati un bel numero), un intervento dall’»alto» per ammorbidire i procedimenti giudiziari, e persino un laticlavio senatoriale.
E, in prospettiva, anche una repubblica presidenziale.
Il suo destino personale, ancora una volta, si sovrappone al normale funzionamento di un sistema democratico, che si fonda sul bilanciamento e l’autonomia reciproca dei poteri e sul primato della legge.
Contro il rispetto di questi cardini fondamentali la destra gioca le carte dell’emotività neo orwelliana, introducendo nel linguaggio politico il termine falso di pacificazione, e dello stravolgimento delle regole.
Non c’è nulla da pacificare – ed è sconcertante che questa espressione abbia circolazione al di là del manipolo dei fedelissimi del Cavaliere – perchè è la fedeltà alle norme democratiche sancite dalla costituzione che garantisce a tutti una «pacifica» cittadinanza politica.
Pertanto, ogni intervento su quel patto fondante va fatto con molta cura e attenzione, per evitare un esito da apprendisti stregoni.
Piero Ignazi
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