Giugno 7th, 2013 Riccardo Fucile
BERSANI CERCA RINFORZI… GIOVANI TURCHI PIU’ VICINI A D’ALEMA
«Al governo abbiamo mandato i democristiani, il partito l’abbiamo dato ai socialisti, e io me ne sto fuori».
Mentre la direzione del Pd martedì sera proseguiva stancamente al Nazareno, Massimo D’Alema scherzava nei capannelli in terrazza, dove si discuteva di alleanze e patti tra correnti in vista del congresso democratico.
Nel partito stremato, il “traghettatore” Epifani ha adottato la strategia del “minor danno”, cioè una nuova segreteria all’insegna di quella che ha definito «collegialità ». Una bella spartizione tra le correnti.
Perchè proprio le correnti sono risorte a nuova vita.
L’obiettivo non è solo la conta congressuale ormai iniziata, ma anche bloccare l’ascesa di Renzi alla segreteria.
Come? Con un nuovo “patto di sindacato” tra correnti appunto, che vede ora saldarsi un “correntone” Letta-Franceschini (ex Popolari) e l’area Bersani-Epifani.
Il sindaco “rottamatore” non sa ancora se scendere o meno nella mischia per la leadership del partito. Prende tempo.
Sta valutando i pro e i contro: fanno sapere i renziani, tra i quali c’è chi lo invita alla prudenza e chi (Dario Nardella) lo sollecita a prendersi il partito.
«Ammesso poi che glielo facciano fare!», avverte Paolo Gentiloni.
Per ora, su una cosa Renzi sa di potere contare: sul “patto di sindacato” tra correnti che non lo vedono proprio di buon occhio.
«Non tramo, nè tremo», ha detto, spavaldo.
Il quesito è: sarà più forte, il “rottamatore”, facendo il capo partito; o facendo il capo partito perderà l’appeal che ha tra i delusi centristi, dei 5Stelle, del Pdl?
Oggi il Pd è una barca difficile da raddrizzare, dopo la tempesta delle elezioni politiche e le difficili acque delle larghe intese con Berlusconi
Il premier Enrico Letta a proposito di Renzi ufficialmente dice: «Sono amico e tifoso di Matteo, penso potrebbe fare bene il segretario del Pd. Come lo sta facendo bene Epifani».
Il neo segretario tiene il timone.
Le grandi manovre già vedono saldarsi l’asse tra Areadem, la corrente di Franceschini, e i lettiani.
Scomposizioni e ricomposizioni. I bersaniani ad esempio, mai avevano sentito l’esigenza di pesare come in questo momento e stanno gettando la rete per consolidare la loro corrente.
Pronti a unirsi ex ds e ex Popolari in funzione anti Renzi? Davide Zoggia, bersaniano di ferro, è stato messo in segreteria e avrà il posto (che fu di Stumpo) all’organizzazione, delega-chiave in vista del congresso.
L’avrebbe voluto Renzi per il suo giovane braccio destro Luca Lotti, che va invece agli enti locali. Un’altra poltrona decisiva è per Matteo Colaninno all’Economia, là dove c’era Stefano Fassina.
L’imprenditore equilibra il sindacalista Epifani.
Un mix. Ironie feroci per il bilancino delle correnti.
Antonello Giacomelli, toscano, non rinuncia alla battutaccia: «A essere pignoli, si dovrebbe segnalare l’assenza di un rappresentante, possibilmente donna, del movimento dei kolkhoz che pure ha, nella tradizione del collettivismo socialista, un suo significato… «.
Matteo Orfini, leader dei “giovani turchi” parla della deriva correntizia.
«Qua, pure per prendere un bicchiere d’acqua bisogna appartenere a una corrente», si lamentano deputate outsider. Malumori sulle nomine nelle commissioni bicamerali: «Sempre gli stessi, a chi troppo e a chi niente», è la polemica.
Beppe Fioroni, popolare, è invece piuttosto soddisfatto, ormai lontano da quell’asse con Veltroni e anti Bersani: «In avvicinamento a qualcuno? No, è la mia area che cresce».
Apparentati Renzi e Veltroni che sembravano tifare entrambi per Chiamparino alla segreteria, ma la candidatura sembra tramontata.
«Il Pd a me pare come quei malati che dopo una crisi grave sono in convalescenza e vuole evitare scossoni – rimarca Gentiloni – Però la convalescenza non può durare all’infinito, se no diventa letargo». E intanto la commissione per il congresso in 40 giorni dovrà proporre le nuove regole.
I “giovani turchi”, che con D’Alema sostengono la candidatura di Cuperlo alla segreteria, puntano a primarie aperte.
L’unica concessione a cui sono disposti è che il ruolo del segretario e quello del premier si divarichino: converrà a Renzi?
Fabrizio Caccia
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 7th, 2013 Riccardo Fucile
E MARONI ORA PENSA A SPOSTARE IL CONGRESSO
«La riconoscenza non può essere una virtù del giorno prima». Umberto Bossi scalda il cuore dei
sostenitori, eppure non li accontenta fino in fondo.
Il fondatore è alla sua prima uscita pubblica dopo le interviste di fuoco contro il «traditore» Roberto Maroni.
Il primo bagno di folla dopo l’annuncio che sì, intende ricandidarsi al congresso per la successione al leader con gli occhiali rossi.
Loro, i supporter anti maroniani lo hanno accolto con un mega striscione di una quindicina di metri almeno: «Umberto Bossi la Lega sei tu».
Sul palco c’è Monica Rizzi che tuona «Umberto, l’unico capo sei tu».
Eppure, lui li accontenta solo in parte. Certo, parla di riconoscenza mancata. Certo, irride lo slogan «Prima il Nord» perchè bisogna «parlare di Padania». Certo, dice di «non avere paura perchè le cose si raddrizzeranno».
E ad ognuna delle uscite torna il vecchio grido «Bossi, Bossi».
Eppure, il comizio è politico. Bossi parla di allevatori, di federalismo che torna d’attualità , dell’importanza del territorio. E poco, pochissimo delle beghe interne.
Non annuncia la guerra termonucleare contro i nemici maroniani che accenderebbe il parterre.
C’è chi gli grida: «Espelli Tosi».
Ma lui non concede nulla: «Non sono d’accordo. Io non voglio espellere nessuno. Il problema è che qui ne hanno espulsi troppi».
E conclude con un appello da leader che non vuole uccidere la sua creatura: «Qui non sono in gioco nè Bossi nè Maroni. Ma il ruolo di garanzia per il Nord della Lega anche quando nessuno di noi due ci sarà più».
I giornalisti, a proposito della sua candidatura a segretario, gli chiedono del congresso venturo. Lui getta acqua sul fuoco: «Lasciate perdere. La Lega deve essere salvata».
Va detto che c’è un altro problema.
Sarà pure arrivato dalla Liguria l’ex deputato Giacomo Chiappori, saranno venuti anche «alcuni amici veneti». Ma la piazza, che certo non è la Piazza Rossa, non si può dire straripante, ci saranno, ad essere generosi, un paio di centinaia di persone.
Un po’ pochine per parlare come fa qualcuno dei presenti di «inizio della riscossa».
Del resto, al capo opposto della Padania, in Veneto, anche Maroni sceglie il profilo basso: «Io non faccio il rottamatore – osserva – per me è un’espressione orrenda. Ma il partito deve puntare su una guida giovane».
In ogni caso, un primo risultato le sortite del fondatore l’hanno già determinato: il congresso federale straordinario che Maroni immaginava per la prossima primavera – e cioè, prima della maxi tornata elettorale – con ogni probabilità sarà spostato. Resta da decidere il quando.
«Una cosa – ha detto Maroni ai suoi – sarebbe stata un congresso unitario in cui tutto il movimento avrebbe avviato insieme il rinnovamento necessario. Altra cosa, e ben diversa, è quella che si sta profilando: un congresso ad alta conflittualità in cui, al di là del risultato, ci sarebbero polemiche e titolacci sui giornali».
E dunque, gli estremi dell’alternativa sono due: un anticipo (rischioso) al prossimo autunno, oppure la scadenza naturale del mandato.
In mezzo, tutte le possibili modulazioni determinate dal calendario politico, dalla tenuta del governo, dall’opportunità , dalle valutazioni del divenire.
Sempre che il movimento non trovi prima una nuova pace.
Il cannoneggiare bossiano ha comunque spinto il capogruppo nordista alla Camera, Giancarlo Giorgetti, a dare forfait al comizio che avrebbe dovuto tenere ieri sera.
Da dirigente di primissimo piano del nuovo corso maronita, il rischio sarebbe stato quello di doversi ritrovare a commentare le possibili dichiarazioni alla nitroglicerina del fondatore.
Che peraltro non sono arrivate.
Marco Cremonesi
(da “il Corriere della Sera“)
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Giugno 7th, 2013 Riccardo Fucile
ENRICO VEDE BENE MATTEO SEGRETARIO, LA PREMIERSHIP VIENE DOPO…IL FATTORE ZINGARETTI
Beffe, burle e sberleffi, quando non erano guerre, scontri e conflitti: da (quasi) sempre sono questi i rapporti tra fiorentini e pisani.
Fino a oggi, almeno. Ossia fino alla nascita di questo strano tandem di marca Pd e di origine Dc composto da Enrico Letta e Matteo Renzi.
La vulgata politica vuole che i due siano amici-nemici, come da copione prestampato della sinistra. Ma non è proprio così.
O, meglio, la storia è un po’ più complicata di così.
Enrico dice di Matteo: «Sarebbe un ottimo segretario».
Matteo dice di Enrico: «È un amico e ho fiducia in lui».
Nessuno, anche in casa democratica, crede che dicano – e facciano – sul serio. Nessuno, salvo chi li conosce bene e sa che entrambi, abbeveratisi al tardo democristianesimo, non mentono.
Perchè Letta ritiene veramente che sia meglio avere Renzi segretario, piuttosto che grillo parlante, sempre pronto a riprendere il governo: «Sbaglia chi pensa che la sua elezione farebbe fibrillare l’esecutivo come fu con Veltroni e Prodi. Anzi, un’assunzione di responsabilità da parte di Matteo sarebbe auspicabile», è il ritornello che il presidente del Consiglio ama ripetere ai fedelissimi.
«Enrico è sincero quando dice che esaurita questa esperienza non intende ricandidarsi a premier, anche perchè oggettivamente sarebbe complicato per il Pd andare alle elezioni con il capo del governo delle larghe intese», assicura il sindaco di Firenze ai suoi.
Che Renzi non abbia come faro quello di provocare la caduta del governo, ma che sia invece intenzionato a capire fino a dove può arrivare l’attuale esecutivo e che cosa possa fare per rendere più semplice la competizione del futuro, lo ha capito anche il Pdl.
Ne ha avuto la prova provata Angelino Alfano, qualche sera fa, quando ha incontrato il
medesimo a cena dal presidente dell’Eni Giuseppe Recchi.
Sì, anche il vicepremier ha compreso che l’idea berlusconiana di spingere il Pd in un angolo, giocando sul dissidio Letta-Renzi è fallace e non efficace.
Il fatto che caratterialmente siano così distanti, istituzionale il premier, movimentista il sindaco, potrebbe non essere foriero di divisioni.
«Siamo due persone diverse, che anche per questo sono complementari. Ci rispettiamo e ci aiutiamo», spiega Letta.
E Renzi chiarisce: «Davanti a un panino mangiato in fretta e furia, il giorno in cui Napolitano ha scelto Enrico, ci siamo scambiati una promessa: io avrei aiutato lui e viceversa. Se la premiership fosse toccata a me avrei voluto Enrico come segretario, e ora potrei fare io il leader del partito, mentre lui è a palazzo Chigi».
E se Renzi ha un’idea del Pd che dovrà essere, differente da quella di Letta, non importa. «Altro che partito liquido: di più!», scherza sempre con i suoi il sindaco.
Che Renzi voglia palazzo Chigi dopo le prossime elezioni non è un mistero per nessuno. Che Letta sogni invece un posto in Europa, e, più precisamente la presidenza della commissione Ue, lo sanno tutti, il primo cittadino di Firenze in testa.
Che i due, nonostante le differenze caratteriali, vadano d’accordo è quindi un fatto assodato. E dopodomani, a Firenze, quando si incontreranno, cercheranno di farlo capire ad amici e avversari, a tifosi e nemici, tramite un’operazione mediatica di cui hanno bisogno entrambi.
Ed è proprio per questo che i nemici dell’accordo Letta-Renzi sono tanti.
In prima fila, dicono i sostenitori del sindaco, c’è Dario Franceschini. Lui, al contrario del premier e del primo cittadino di Firenze, non avrebbe parte in commedia, dopo le elezioni.
Poi c’è Pier Luigi Bersani, che ha ancora il dente avvelenato.
Insomma, c’è una parte del Pd che non si rassegna al patto tra il sindaco e il premier e cerca di mettere in difficoltà Renzi.
E infatti è stato negato un posto al Copasir al fedelissimo Luca Lotti, nonostante Renzi lo avesse chiesto.
Il che ha provocato non poche tensioni, tanto che il sindaco ieri è arrivato a minacciare di far saltare il banco ritirando lo stesso Lotti dalla segreteria del partito.
Il fronte anti-Renzi è dunque agguerrito e ha un unico vero candidato alla segreteria da contrapporre al rottamatore: Nicola Zingaretti.
Il «governatore» del Lazio non scopre ancora le sue carte, ma l’uscita di ieri, contro il correntismo del Pd, al quale, secondo lui, si è acconciato anche Renzi, è più che indicativa.
Zingaretti potrebbe ottenere anche i consensi dei non allineati del Pd (che sono tanti).
Il sindaco lo sa, e aspetta settembre prima di decidere se candidarsi o meno alla segreteria.
Fino ad allora il Pd ballerà … e non sarà una danza di società .
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 7th, 2013 Riccardo Fucile
DITO PUNTATO CONTRO CRIMI: “MESI A FARE CASINO PER DICHIARARE INELEGGIBILE IL CAVALIERE E POI LUI NON AI PRESENTA AL VOTO”
Quando risponde al telefono il senatore Mario Giarrusso è furibondo.
Ha appena mandato un’email ai colleghi in cui dice di volersi autosospendere dal gruppo dei 5 stelle a Palazzo Madama.
Ce l’ha con Vito Crimi, il capogruppo che non lo ha votato perchè è arrivato tardi. «Sento il bisogno di un confronto con il gruppo e con i gruppi siciliani scrive — per comprendere il senso della mia presenza in Senato».
Senatore, si è autosospeso? Come mai?
«Io? Chi lo dice? Le sto dicendo che mi sono sospeso?».
Ha mandato una e mail ai suoi colleghi. Qualcosa dev’essere successo.
«È successo che la partitocrazia ha mostrato il suo lato migliore e più forte. Sono tutti d’accordo per salvare Berlusconi, ci hanno emarginati con questo preciso scopo».
Il problema è quel che è successo in giunta?
«Hanno eletto una specie di democristiano che non si sa come è finito a Sel. Uno che ha quel compito: salvare Berlusconi. Si sono messi tutti d’accordo».
Anche i 5 stelle?
«Gli infiltrati sono ovunque. I filoberlusconiani stanno dappertutto. Se la Puppato dice che nel Pd ce ne sono 101, è fisiologico che ci siano anche da noi. Mica abbiamo un vaccino che tiene lontano chi strizza l’occhio a Berlusconi».
Sta dicendo che nel suo Movimento qualcuno ha voluto favorire il Cavaliere?
«Dico che c’è qualcuno che va segnalato a Beppe per mandarlo affanculo come merita. Provvederemo a cacciare i berlusconiani dal Movimento».
Ce l’ha con Vito Crimi?
«Abbiamo passato quattro mesi a fare casino per l’ineleggibilità di Berlusconi, e abbiamo un capogruppo che non si presenta al voto per il presidente della Giunta. Ognuno tragga le conclusioni»
La presidenza della Vigilanza Rai non è un successo?
«La giornata di oggi per noi è una Caporetto. L’opposizione è stata emarginata e messa alla porta e c’è una responsabilità interna per questo, che non è la “stupidaggine”, non è casuale. Non credo nel caso. La Rai ha un valore simbolico, la presidenza diventerà il parafulmine di ogni cosa, non potrà fare niente. Era il Copasir, che contava».
Quindi che farà ?
«Esaminerò la situazione col Movimento in Sicilia, sto andando lì per i ballottaggi. E chiedo che intervenga Napolitano: la maggioranza si è scelta l’opposizione che più le fa comodo mandando a pezzi la democrazia. Richiamiamo il capo dello Stato al suo dovere di garante».
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)
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Giugno 7th, 2013 Riccardo Fucile
“FINIAMO SEMPRE PER PARLARE SOLO DI SOLDI”…E ALLE RIUNIONI INTERNE IL 50% DEI PARLAMENTARI DISERTA
La scena si ripete da giorni. Sempre uguale. 
I deputati e i senatori 5 stelle sono attesi in assemblea, magari di giovedì sera, come ieri.
E invece, li si vede imboccare veloci l’uscita già nel primo pomeriggio: trolley al seguito, taxi da prendere al volo. Si torna a casa. Non si tratta di “dissidenti”.
A prendere il treno ieri sera non sono stati solo Alessandro Furnari e Vincenza Labriola (che hanno formalizzato la loro intenzione di uscire dal gruppo e passare al misto con una lettera inviata alla presidenza della Camera).
A disertare le assemblee sono molti di più: non ne capiscono più il senso, le vedono scavalcate da decisioni prese dall’alto, le trovano — per dirla con Adriano Zaccagnini: «Farraginose, lente, elefantiache, burocratiche».
Il deputato racconta che alla riunione congiunta di ieri (al momento del voto erano un’ottantina su 163) si è parlato solo di dove destinare i soldi eccedenti dallo stipendio e dalla diaria: «Li daremo allo Stato, non è passata la linea di chi voleva finanziare iniziative locali».
Ma come? Dove? Su quale conto? «Non si è capito. Faremo le cose bene e con calma. L’idea del salvadanaio temporaneo non passerà perchè molti non se la sentono di affidare i loro soldi al comitato direttivo».
Eppure, il nuovo capogruppo Riccardo Nuti parla di un bonifico entro 10 giorni. Zaccagnini taglia corto: «Propaganda».
Poi spiega: «Il problema è che ormai l’assemblea non discute dei problemi, ma di questioni burocratiche disciplinari interne. Il disagio di alcune persone è evidente. Non solo non vengono alle riunioni, non si presentano neanche ai lavori d’aula, e l’assemblea non se ne prende cura. Io l’ho detto chiaro: o riprende in mano la gestione delle questioni più importanti del gruppo, o il gruppo non c’è più. I casi come Furnari e Labriola aumenteranno».
Si sarebbe dovuto parlare dell’esito del voto amministrativo, del rapporto incrinato con Stefano Rodotà , ma niente: «Finiamo sempre per parlare di soldi».
E poi: «Se ti rendi conto che alcune decisioni ti vengono sfilate sotto il naso e imposte dall’alto ti dici: ma alloraqui che ci stiamo a fare?».
Un episodio chiave lo racconta un’altra deputata: «Uno che fino a qualche giorno fa consideravamo talebano ci ha detto che non farà più parte del gruppo Internet perchè Casaleggio gli ha detto che sul portale vuole interfacciarsi solo con Artini. E si è scusato, perchè non potrà vigilare sullo strumento che aspettiamoda anni».
Al Senato non va meglio. Davanti ai microfoni di Sky, Adele Gambaro dice: «Il dissenso dev’essere ascoltato, e Grillo deve cambiare toni. Capisco che ora ci siano i ballottaggi, ma è arrivato il momento di voltare pagina».
Che il gruppo rischi di sfaldarsi hanno cominciato a capirlo anche gli ortodossi.
Non è un caso che Beppe Grillo ieri, a ora di pranzo, abbia chiamato Alessandro Furnari. Hanno parlato per 20 minuti, passando dall’Ilva ai lavori parlamentari. Troppo tardi però: la lettera alla presidenza della Camera era già partita.
Il passaggio al misto è praticamente ufficiale. «Quando senti le scarpe strette, vuol dire che devi toglierle », chiosa la deputata tarantina. Fine della storia.
Zaccagnini è felice per loro. «Non si può lavorare quando non si è sereni. Metà delle persone ormai ha dubbi. Non dico che vogliano uscire, ma non lavorano bene per una sorta di mobbing interno. Io loro due li capisco. Le contraddizioni prima o poi emergono, i nodi vengono al pettine. Quando sarà ufficiale, esprimerò la mia solidarietà ».
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)
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Giugno 7th, 2013 Riccardo Fucile
QUANDO I SEDICENTI RIVOLUZIONARI, INVECE CHE CHIEDERE L’ABOLIZIONE DELLA COMMISSIONE VIGILANZA RAI, NE IMPLORANO LA PRESIDENZA, E’ SEGNO CHE LA RIVOLUZIONE NON E’ MAI INIZIATA
“La grande tristezza”. È il titolo del film di questi mesi grillini.
Il M5S era partito per fare la rivoluzione, «aprire il Parlamento come una scatoletta» e cento giorni dopo è già ridotto a festeggiare la poltrona da presidente di uno dei peggiori simboli della partitocrazia all’italiana, la commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai.
L’eroe di questa straordinaria impresa è l’onorevole cittadino Roberto Fico.
È il tipico esponente del grillismo rampante, a partire dai due requisiti fondamentali. Primo, non avere la benchè minima idea di come funzionino le istituzioni che si vorrebbero cambiare.
In questo Fico è stato fantastico, nelle sue apparizioni televisive prima e dopo la nomina, straparlando di interventi sulla qualità dei programmi e sui palinsesti che la commissione parlamentare non può attuare per legge.
E per fortuna, possiamo aggiungere.
Secondo, agire in modo esattamente opposto allo scopo dichiarato.
Nel caso di Fico e dei grillini il fine sarebbe quello di liberare la Rai dal controllo politico.
Ma la prima cosa da fare, per liberare la Rai dai politici, sarebbe appunto l’abolizione della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai.
Un’anomalia impensabile in qualsiasi altra democrazia, dove è ovvio che siano i media a vigilare sulla politica e non viceversa.
Nel momento in cui i sedicenti rivoluzionari, invece di chiedere l’abolizione, ne implorano la presidenza, tanti saluti alla nobile causa.
Per altro, una presidenza ottenuta grazie a un ignobile inciucio fra Pdl e «Pdmenoelle».
Gli otto milioni d’italiani che hanno votato Cinque Stelle forse non l’hanno fatto per vedere Fico alla vigilanza Rai e magari non saranno contenti.
Ma Grillo sì. È felice. Beato lui.
Dopo aver rifiutato anche la sola ipotesi di costringere il Pd a un vero governo innovatore, all’elezione di un nuovo presidente e a mettere fine per sempre alla stagione di Berlusconi, il leader del Movimento 5 Stelle aveva concentrato tutti i propri sforzi su questo grandioso, rivoluzionario obiettivo: la presidenza della più inutile e indecente delle commissioni parlamentari.
Del resto, in televisione è nato. E anche lui, come Berlusconi, la considera la priorità del Paese.
Con un’opposizione come questa, Enrico Letta ha ragione a prevedere che il governo durerà altri cinque anni. Forse anche una decina.
L’unica speranza che anche la democrazia italiana possa godere di una vera opposizione parlamentare, come le altre democrazie, rimane a questo punto una rivolta della base grillina contro i ducetti Grillo e Casaleggio e i sottostanti tirapiedi. In parte sta già avvenendo.
In questi giorni Grillo ha lanciato sulla rete un referendum per stabilire chi sia il giornalista televisivo più servile, con l’intento ovvio di colpire gli obiettivi delle ultime polemiche: Milena Gabanelli, Gad Lerner e Corrado Formigli.
È noto infatti che i rivoluzionari all’italiana odiano soprattutto le persone oneste e capaci, si tratti di magistrati, politici o giornalisti.
Ma purtroppo per Grillo, il popolo del web ha messo al primo posto fra i faziosi e gli asserviti ai partiti Bruno Vespa, chissà perchè, e ha ignorato del tutto i suggerimenti del capo, finiti agli ultimi posti o fuori lista.
C’è da giurare che Grillo non si darà pace finchè non avrà convinto i suoi seguaci che Gabanelli è peggiore di Vespa, il Pd peggiore di Berlusconi e Totò Riina detto ‘u curtu” più onesto di chiunque osi criticare lui e Casaleggio.
Gli costasse pure il novanta per cento dei voti.
Nel frattempo c’è da sperare che in Italia sorga un vero movimento per cambiare le cose, con o senza scontrini, a cominciare dall’abolizione degli enti e delle commissioni inutili e truffaldine.
Curzio Maltese
(da “La Repubblica“)
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Giugno 6th, 2013 Riccardo Fucile
PRONTO SOCCORSO TRONCHETTI: PER GLI AMICI I SOLDI NON MANCANO MAI…IN PIENA STRETTA ALLE IMPRESE, C’E’ CHI ELARGISCE MILIONI
È una storia noiosa e opaca. Ma l’intervento con cui ieri Unicredit e Intesa, le due maggiori
banche italiane, hanno stanziato 230 milioni per diventare azioniste di una società con 15 dipendenti, la Camfin, va studiato.
Solo così si potrà capire come i condottieri della finanza stiano spingendo l’economia nel burrone.
Marco Tronchetti Provera è un mago delle cosiddette scatole cinesi.
Tutti credono che sia padrone della Pirelli, invece ne controlla solo il 26 per cento, sufficiente al controllo grazie ad alleati come Mediobanca, Assicurazioni Generali, Fonsai (ex Ligresti oggi Unipol), Benetton.
Quel 26 per cento è custodito dentro la Camfin, una scatola quotata in Borsa, che ha solo 15 dipendenti, appunto, perchè la sua unica attività è il possesso delle azioni Pirelli, che valgono poco più di un miliardo di euro.
Tronchetti della Camfin ha solo il 42 per cento, e non ce l’ha tutto, perchè è custodito in un’ulteriore società , la Gpi, di cui ha il 57 per cento, che tiene in un’ultima società che ha il 71 per cento della Gpi, la Mtp partecipazioni.
Calcolando la demoltiplicazione delle quote si vede che Tronchetti realmente ha un 4 per cento abbondante di Pirelli, pari a un investimento di circa 200 milioni.
Con i quali comanda anche se gli altri azionisti mettono oltre 4 miliardi di euro.
Magia delle scatole cinesi.
Camfin è malmessa. Ha quasi 400 milioni di debiti, e Unicredit e Intesa sono le più esposte.
Poi c’è la controllata Prelios (ex Pirelli Real Estate) che ha oltre 500 milioni di debiti, e anche lì Unicredit e Intesa sono inguaiate.
Quando una società è indebitata e non sa come uscirne (Camfin a fronte di 380 miliardi di debito ha avuto nel 2012 come unica entrata 33 milioni di dividendo Pirelli) in un Paese normale si fa l’aumento di capitale.
Ciò che pensava l’industriale siderurgico Vittorio Malacalza (dotato di un miliardo di liquidità ) che tre anni fa, quando Tronchetti non aveva i soldi per una certa operazione, lo soccorse diventando socio della Gpi e della Camfin.
Il kamasutra di quote azionarie era tale per cui al primo bisogno di mezzi freschi — essendo Tronchetti in bolletta o renitente allo scucire euri, non si sa — Malacalza contava di estrarre il libretto degli assegni e sfilargli tutto.
Nel 2012 i nodi sono venuti al pettine, con tanto di avvocati e di veline ai giornali amici. Profilandosi la contesa, le azioni hanno cominciato a volare, quasi triplicando di prezzo nell’ultimo anno.
Malacalza vuole l’aumento di capitale, Tronchetti vuole fare debiti.
Anche le banche vogliono i debiti, sennò che ci stanno a fare?
Dovendo scegliere tra uno che le voleva ripagare e uno specialista del debito, hanno scelto il secondo e lo hanno soccorso.
Ieri il gran finale.
Siccome il controllo di Tronchetti sulla Pirelli è un dogma del sistema di potere finanziario, Tommaso Cucchiani di Intesa Sanpaolo e Federico Ghizzoni di Unicredit hanno messo sirena e lampeggiante e fatto tutti contenti.
Perchè i soldi per tenere in vita le imprese e i posti di lavoro, come è noto, le banche non li hanno.
Quelli per fare contenti gli amici invece non finiscono mai.
Intesa e Unicredit hanno chiamato il Fondo Clessidra di Claudio Sposito (ex Fininvest), quello a cui Mediobanca (di cui Unicredit è primo azionista) e Intesa, come azionisti di Telecom, volevano fortissimamente consegnare La7, e combinato l’affare.
Malacalza, che aveva dato a Tronchetti 88 milioni per diventarne socio, ne avrà indietro 160, con un guadagno dell’88 per cento.
Per sdebitarsi del trattamento sontuoso compra il 7 per cento di Pirelli da Allianz e Fonsai, due soci stufi di Tronchetti e da tempo in cerca di un compratore gradito al “sistema”.
Unicredit e Intesa, già creditori disperati, diventeranno anche azionisti di Camfin. Non solo, finanzieranno anche un’offerta pubblica di acquisto (Opa) su tutte le azioni per togliere la società dalla Borsa.
Ed ecco il capolavoro finale: Clessidra ci mette 150 milioni, Intesa e Unicredit 115 a testa, ma a fronte di questa spesa di 380 milioni totali è stato messo nero su bianco che Tronchetti continuerà a comandare lui, da solo.
Il presidente di Intesa Giovanni Bazoli e l’ex presidente di Mediobanca Cesare Geronzi, profeti di questa sorte di bisca magniloquente, chiamerebbero il soccorso a Tronchetti “operazione di sistema”, come tutte le volte che le banche sono corse a salvare i debitori (se sono amici o amici degli amici), e ne sono anche diventate socie, per condividere fraternamente il dolore.
In Pirelli, Prelios e Camfin come in Rcs, in Fonsai (ex Ligresti ora Unipol) come in Risanamento, in Ntv (il treno Italo di Montezemolo) come nella Carlo Tassara dell’amico più amico, Romain Zaleski.
La lista potrebbe continuare, ma c’è un ultimo dato da registrare: in Borsa negli ultimi due giorni i furbetti bene informati hanno fatto, come si dice in gergo finanziario, carne di porco.
Martedì sera il titolo Camfin aveva chiuso a 85 centesimi. Ieri mattina ha perso di colpo il 7 per cento perchè gli amici degli amici hanno saputo che l’Opa sarebbe stata al prezzo di 80 centesimi.
Quando il titolo è planato a 80 centesimi le autorità lo hanno sospeso, solo un attimo prima che uscisse il comunicato con i dati dell’operazione.
Gestione a dir poco geniale.
La Consob stavolta non può far finta di niente e sta già indagando.
Giorgio Meletti
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Giugno 6th, 2013 Riccardo Fucile
SIMONE MAZZATA, SEGRETARIO DELLA COGEME, LICENZIATO CAUSA ELEZIONI: LA LEGA DOVEVA TROVARE UN POSTO AD ALESSANDRA TABACCO, EX ASSESSORE DI CANTU’ E CANDIDATA NON ELETTA ALLA CAMERA
E ora lo spoil system in salsa padana arriva a colpire anche i lavoratori dipendenti. Questa è l’accusa di Simone Mazzata, fino a due mesi fa segretario generale di una fondazione legata alla Cogeme, una multiutility partecipata da 70 comuni delle province di Bergamo e Brescia.
Fino a due mesi fa, appunto.
Perchè in seguito alle elezioni amministrative dell’anno scorso sono mutati gli equilibri politici della zona e i vertici di multiutility e fondazione sono finiti in mano alla Lega. Mentre a Mazzata è stato dato il benservito: “Da un momento all’altro sono rimasto senza occupazione”, spiega.
Mentre per il suo vecchio ruolo è stata scelta una esponente leghista.
Mazzata ha così deciso di fare causa alla Cogeme spa e alla Fondazione Cogeme, una onlus che si occupa di promuovere sul territorio progetti di carattere sociale e di sostenibilità ambientale.
Di “discriminazione per ragioni di convinzioni personali” parlano Alberto Guariso e Mara Marzolla, i legali che hanno presentato il ricorso al tribunale del lavoro di Brescia. Dopo avere lavorato in diverse società del gruppo dal 1995, Mazzata nel 2010 viene assunto da Cogeme come quadro e gli viene affidata la mansione di segretario generale della fondazione che fa riferimento alla multiutility, con incarichi di tipo gestionale e organizzativo.
A giugno 2012 cambiano i vertici: alla presidenza del consiglio di amministrazione di Cogeme sale Dario Remo Fogazzi, di area leghista.
Con il nuovo corso viene cambiato lo statuto della fondazione e a marzo 2013 anche il cda: presidente diventa il vice capogruppo della Lega al Senato, Raffaele Volpi, che in passato ha avuto tra i suoi collaboratori proprio Fogazzi.
Per Mazzata la doccia fredda arriva due mesi fa, quando viene convocato da Volpi e Fogazzi, che gli comunicano che d’ora in poi non sarà più il segretario generale della fondazione.
Nemmeno il tempo di assorbire la botta, che il giorno stesso il nuovo cda nomina al suo posto Alessandra Tabacco, che per il Carroccio è stata consigliere comunale a Sesto San Giovanni (Milano), assessore a Cantù (Como) e anche candidata alla Camera. Mazzata non ci sta e decide di andare in tribunale.
Sostiene di essere stato vittima di una discriminazione legata a opinioni politiche. Racconta che nè Volpi nè Fogazzi hanno criticato il lavoro da lui svolto in precedenza. Per motivare la scelta, Fogazzi gli avrebbe spiegato che “ci sono certe caselle da sistemare” e certe situazioni da “bilanciare”.
“E’ una ragione di indirizzo fiduciario — gli avrebbe invece detto Volpi — ma non è assolutamente legata alla persona”.
Il senatore, dal canto suo, conferma: “Non ho detto che Mazzata ha lavorato male, ma preferisco un’altra persona”.
La nuova incaricata, aggiunge, “ha determinate competenze rispetto a determinate cose che sto cercando di fare nella fondazione. Uno potrà pur decidere con chi lavorare”.
Al fianco di Mazzata si è schierata anche la Cgil, secondo cui è stata messa in atto un’inedita forma di spoil system che non si limita a intervenire su incarichi di tipo politico: “E’ particolarmente grave — accusa il segretario della Camera del lavoro di Brescia Damiano Galletti — che i partiti, oltre a lottizzare i cda, si allarghino in modo tale da mettere in discussione addirittura i rapporti di lavoro dei dipendenti”.
E’ il nuovo corso sociale della Lega maroniana: creare nuovi posti di lavoro (per le amiche).
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Giugno 6th, 2013 Riccardo Fucile
“AI PARTITI DELLE RIFORME ISTITUZIONALI NON INTERESSA NULLA”…”CON SEI, SETTE RITOCCHI AVREBBERO POTUTO FAR BENE, COSI’ NON SE NE FARA’ NIENTE”
Professor Sartori, ha fiducia nei trentacinque saggi?
«Sono troppi, non combineranno nulla. Trentacinque persone sono già un parlamentino e infatti questi trentacinque saggi sono stati scelti in rappresentanza dei partiti e dei loro interessi».
Bisogna presupporre che sia interesse dei partiti fare le riforme.
«No, guardi, ai partiti delle riforme costituzionali interessa poco o nulla, tanto è vero che potevano cominciare con la legge elettorale e non l’hanno fatto».
Sostengono che la legge elettorale va rivista in base a come è stata riformata la Costituzione.
«Questa è una stupidaggine alla grande. Che c’entra il tipo di assetto istituzionale che ti dà i con la legge elettorale che scegli? Io, lo sanno tutti, l’ho scritto mille volte, sono per il doppio turno alla francese, e anche per il semipresidenzialismo. Ma le due cose sono disgiunte. A proposito, vorrei dire una cosa su Gustavo Zagrebelsky».
Il quale, al Corriere, ha detto che il presidenzialismo ha fatto danni alle democrazie immature, e che succederà anche in Italia.
«Per la precisione ha detto che il presidenzialismo e il semipresidenzialismo in America latina hanno favorito l’ascesa dei colonnelli. Ma il semipresidenzialismo non esiste nel Sud America. Che c’entra con Augusto Pinochet o con Jorge Videla? Possibile che non sappia distinguere tra le due cose? Zagrebelsky fa anche il caso della Russia ma, come ho scritto nel mio libro sulla ingegneria costituzionale, la Russia ha una legge elettorale di facciata ma falsa nella sostanza. Il problema è molto semplice: prendi il doppio turno francese, applicalo in Italia e funzionerà come funziona in Francia»
Sono in molti a pensarla come Zagrebelsky.
«Purtroppo. Ma i nostri giuristi spesso conoscono soltanto il diritto italiano. E questo argomento è il modo migliore per non fare nulla e tenersi il porcellum».
Vede anche questo rischio?
«Ma certo. Questo parlamentino non concluderà nulla. Non mi stupirei se tornassimo a votare col porcellum. Scusate, ma la Costituzione non c’entra con i partiti. Che senso ha riunire trentacinque saggi in rappresentanza dei partiti e delle loro interessate aspirazioni? E poi c’è la presenza dei berlusconiani che è deformante».
Addirittura.
«Sì perchè i berlusconiani sono alla ricerca di una soluzione che garantisca un salvacondotto a Berlusconi: per esempio mandarlo al Quirinale. Su queste premesse non si va da nessuna parte o si va verso una pessima Costituzione».
Che alternativa propone?
«La riforma della Costituzione francese l’ha scritta uno solo, Michel Debrè. E anche la Costituzione di Weimar, che fu spazzata via dalla grande crisi economica del 1929, ma nonostante questo era un’ottima Costituzione, è opera di Hugo Preuss…».
Però la nostra Costituzione del 1948 è figlia di un’Assemblea ampia.
«Ma la nostra era una situazione assolutamente eccezionale, si usciva dalla guerra e da vent’anni di fascismo e c’era non soltanto l’esigenza ma anche il desiderio di ricostruire il Paese, il che andava fatto col coinvolgimento di tutte le forze. Ne nacque una Carta basata sulla preoccupazione che uno dei due grandi blocchi, quello democristiano o quello comunista, conquistasse tutto il potere. Ne risultò una costituzione forse troppo garantista, piena di contrappesi. Ma è una Costituzione che, con qualche ritocco, andrebbe bene anche oggi».
Se si fosse deciso di volare basso?
«Direi che se si fosse scelta una via minimalista, limitata a sei o sette ritocchi, allora la commissione avrebbe potuto fare bene».
Il ritocco più urgente?
«Dare più poteri al premier, per esempio quello di sostituire i ministri e il voto, come in Germania, di sfiducia costruttiva».
Professore, se l’avessero chiamata a far parte dei Trentacinque, avrebbe accettato?
«Non credo, sono troppo vecchio e stanco per contribuire a un’impresa che oltretutto mi pare disperata. Comunque nessuno, proprio mi ha interpellato. Una bella fortuna».
Mattia Feltri
(da “La Stampa“)
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