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BONAIUTI: “GESTIONE E PAROLE D’ORDINE NON VANNO PIU’, NON POTEVO RESTARE PER UNO STRAPUNTINO”

Aprile 14th, 2014 Riccardo Fucile

“SONO ANDATO PER L’ULTIMA VOLTA AD ARCORE PER AFFETTO, VERGOGNOSO CHE QUALCUNO ABBIA SCRITTO CHE L’HO FATTO PER AVERE QUALCOSA”

La fine era scritta, ma, come in tutte le storie lunghe e vissute intensamente, arrivarci è stato duro, brutto e doloroso.
Paolo Bonaiuti – per 18 anni uomo della comunicazione, praticamente l’ombra di Silvio Berlusconi – lascia ufficialmente Forza Italia.
Lo fa con una breve nota all’Ansa nel primo pomeriggio, ma le decisioni erano prese, e i tre giorni passati a parlarsi, rinfacciarsi, riprovarci, arrabbiarsi tra lui e il leader azzurro non hanno nulla tolto e nulla aggiunto a un epilogo scontato, ma che lascia strascichi pesanti nel centrodestra.
E che acuisce lo scontro sempre più virulento tra Forza Italia e Nuovo Centrodestra. Perchè Bonaiuti, oggi, incontrerà  ufficialmente Alfano per decidere quale ruolo andare a rivestire nel partito dei suoi ex e ora ritrovati colleghi – si parla di un coordinamento della comunicazione – e perchè il passaggio suscita l’ira dell’ex premier, che si sente tradito dopo «avergli dato tanto, tutto».
Bonaiuti se ne va con una «decisione difficile, sofferta, anche a lungo rinviata», ma «pienamente motivata e già  da tempo da divergenze politiche e da incomprensioni personali che si sono approfondite nell’ultimo anno».
Se ne va facendo gli auguri a Berlusconi con «l’affetto dei 18 anni in cui ho lavorato ogni giorno al suo fianco».
Queste le parole messe nero su bianco, ma, quelle che sgorgano in una giornata che sembra non finire mai, sono calde: «Non c’è un momento che non tengo con me, mi porto dietro tutto, Je ne regrette rien , vorrei dire con la Piaf».
I momenti belli, quelli che i suoi avversari di oggi gli rinfacciano perchè «ha avuto tantissimo da Berlusconi, gloria e onori». E quelli degli ultimi mesi, scanditi da silenzi lunghissimi, da una distanza politica e umana siderale.
Ad accompagnare la fine ci sono dunque le asprezze, i piatti rotti, le recriminazioni. Berlusconi non parla, ma il suo umore è ben espresso dai fedelissimi: «Mi sembra di stare su Scherzi a parte, tutta questa storia ha del surreale e del grottesco», dice Giovanni Toti, ricordando quanto la vicinanza a Berlusconi sia stata essenziale a Bonaiuti per la sua carriera politica.
Concetto che rende chiaro perchè – dall’una e dall’altra parte – non poteva essere accolto l’appello estremo di Mara Carfagna a stare uniti, a non perdere «una risorsa» del partito come Bonaiuti.
Troppo tardi, tutto è avvenuto troppo tardi. Tardive le telefonate venerdì scorso di Berlusconi a Bonaiuti per convincerlo «ad aspettare martedì, ci vediamo e ne parliamo a voce quando vengo a Roma».
Tardivo l’invito ad Arcore, dove l’ex portavoce è andato «per affetto, era giusto lo facessi, e non certo per chiedere in cambio qualcosa».
Tardive le (poche) offerte che avrebbero giustificato un rientro e un passo indietro: una candidatura alle Europee in buona posizione, un ruolo non meglio specificato da «capo della formazione del partito», uno da ufficioso consigliere privato come lo è sempre stato Gianni Letta: «Te ne vai con Alfano? Mi fai questo sgarbo perchè ti è stata data una brutta stanza vicino ai bagni? Ti sembra un motivo, dopo tutto quello che ho fatto per te? Ma che roba è, Paolo!».
«Me ne vado perchè di questo partito non condivido più gestione, toni, parole d’ordine, modi, linea… E non ci sto a margine per uno strapuntino dopo che, per 18 anni, sono stato accanto a te sempre, in ogni decisione!».
«Non è vero che ti ho fatto fuori. Tu non venivi più alle ultime riunioni, ho pensato che volessi prenderti il tuo tempo, che fossi stanco».
«Ma se io sono stato in rianimazione in ospedale e tu non mi hai fatto neanche una visita…».
Si sono lasciati dopo tre ore a tu per tu, tra toni alti e tentativi. Sì e no. «Pensaci». «Vediamo». «Forse». «Ma».
Si sono lasciati sabato sera, sulla porta di Arcore, con Berlusconi che chiedeva di «rifletterci ancora una notte. Aspetta, non fare comunicati domenica. Me lo devi, ti chiedo solo questo».
E Bonaiuti aveva accettato, confortato anche da «tantissimi messaggi di amici», amici di sempre e colleghi come Verdini, che, per sms, lo invitava a «non fare il bischero».
Ma la mattina «certe ricostruzioni false di quello che ci siamo detti», l’attacco durissimo dei giornali berlusconiani, Giornale e Libero , con le accuse di tradimento, le parole di Romani e di Toti hanno reso ovvio quello che era apparso inevitabile fin dall’inizio: l’ufficializzazione dell’addio.
E si capisce quanta sia la rabbia oggi di Berlusconi, pur convinto che, alla fine, «anche questa roba si supererà  e si dimenticherà  in fretta».
Quanto dura sarà  la battaglia. Quanto difficile il cammino. Quanto pesante il clima. Ma, se sono state vere le emozioni di 18 anni, veri devono essere anche il rancore e la delusione che lasciano.
Solo l’indifferenza renderebbe più sopportabile, anche se più amara, questa separazione.
Ma, in tempi così duri, l’indifferenza è un lusso che nessuno nel centrodestra si può permettere.

Paola Di Caro
(da “il Corriere della Sera”)

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CASO DELL’UTRI, CASSAZIONE VERSO IL RINVIO

Aprile 14th, 2014 Riccardo Fucile

IL MISTERO DEI VOLI DELL’EX SENATORE PER DUE VOLTE A BEIRUT IN POCHI GIORNI

Marcello Dell’Utri sarà  questa mattina davanti al giudice di Beirut che dovrà  convalidare il fermo in hotel scattato quando da Palermo è stato notificato in Libano il mandato di cattura.
Per l’ex senatore, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, da domani dovrà  decidere la Cassazione.
Ma si va verso un rinvio perchè uno degli avvocati del braccio destro di Berlusconi è ammalato.
Uno dei suoi avvocati è ricoverato in ospedale e l’udienza in Cassazione che domani dovrebbe decidere le sorti di Marcello Dell’Utri sembra destinata a saltare.
Così chiedono i difensori dell’ex senatore che hanno già  presentato istanza di rinvio allegando la certificazione medica relativa al ricovero in ospedale dell’avvocato Massimo Krogh, il cassazionista che difende dell’Utri insieme al collega palermitano Giuseppe Di Peri.
Strategia dilatoria della difesa in attesa di poter concordare le prossime mosse con Dell’Utri, da sabato rinchiuso nella fortezza dei servizi di sicurezza di Beirut, o un casuale impedimento intervenuto proprio nelle ore in cui l’ex senatore veniva arrestato in Libano in un hotel a cinque stelle?
Certo, se accordato dalla Suprema Corte ( come sembra plausibile) il rinvio potrebbe condizionare le decisioni di Dell’Utri che questa mattina si ritroverà  davanti al giudice di Beirut nell’udienza di convalida del fermo nel corso della quale potrebbe decidere di spiegare i motivi della sua presenza in Libano e, se volesse, anche chiedere di essere consegnato subito alla polizia italiana senza dar corso alle procedure per l’estradizione che comunque comincerebbero solo dopo la sentenza della Corte di cassazione.
E’ una partita dall’esito nient’affatto scontata quella che si giocherà  davanti alla prima sezione penale presieduta da Maria Cristina Siotto.
Perchè i giudici dovranno valutare non la legittimità  del reato di concorso esterno in associazione mafiosa (già  riconosciuta) ma se le motivazioni della condanna di Dell’Utri hanno dato risposta soddisfacente al quesito per il quale il processo era stato annullato con rinvio, e cioè: nei quattro anni, dal 1978 al 1982, in cui Dell’Utri ha interrotto il suo rapporto professionale con Berlusconi andando a lavorare con il costruttore Alberto Rapisarda in che modo avrebbe continuato a fare da trait d’union tra Cosa nostra e Berlusconi?

Alessandra Ziniti
(da “La Repubblica”)

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CENTRODESTRA IN FUGA DA BERLUSCONI TRA VOTI DIMEZZATI E LITI INTERNE.

Aprile 13th, 2014 Riccardo Fucile

NESSUN DELFINO DA LANCIARE E I DELUSI GUARDANO A RENZI

L’ex ministro di Forza Italia ne ha viste tante negli ultimi anni, ma non nasconde che tutto è cambiato, con un misto di eccitazione e di disperazione: «Per noi questa campagna elettorale sarà  la prima volta. La prima volta senza Silvio Berlusconi candidato. La prima volta senza il suo serbatoio di voti. E la prima volta senza una linea politica».
E non c’è dubbio su quale dei tre handicap di partenza sia il più grave. Un capo interdetto si può sopportare, un impedimento temporaneo può essere arginato, una schizofrenia politica in un partito abituato da venti anni a essere gestito come una monarchia assoluta, quella no, rischia di diventare letale.
Schizofrenia è la parola che descrive lo stato d’animo delle truppe rimaste fedeli al Cavaliere Basta seguire le piroette quotidiane del più fedele e combattivo di tutti, il capogruppo alla Camera Renato Brunetta.
L’altro giorno, per esempio, l’ex ministro si sveglia e comincia a picchiare duro sul governo e su Matteo Renzi. Ultimatum, toni sprezzanti verso il ministro delle Riforme, «la signorina Maria Elena Boschi».
Un fuoco di fila che va avanti fino a metà  pomeriggio, quando da Arcore arriva il contrordine compagni: vietato litigare con il premier, le riforme si votano, anche quella che elimina il Senato e che sta scatenando la rivolta tra i senatori forzisti, il patto del Nazareno tra i due leader tiene.
Il dialogo tra Silvio e Matteo non si è mai spezzato, assicurano entrambi i fronti. Sì, ma con quale Berlusconi parla Renzi?
L’ex premier è diviso in due su tutto. Esistono addirittura due diversi uffici stampa che si contendono la sua comunicazione con l’esterno. Paolo Bonaiuti è rimpianto da tutti, a gestire le uscite del Cavaliere sono ora due squadre: nella prima gioca la portavoce del partito Deborah Bergamini, la seconda schiera l’onnipresente Denis Verdini con il deputato Luca D’Alessandro, da anni addetto stampa del partito.
E gli effetti si vedono.
«La riforma del Senato è inaccettabile e indigeribile», spara Silvio Uno alle 19.38 del 4 aprile. «Forza Italia resta sostenitrice della necessità  di riformare il Senato, a partire da quanto stabilito nel cosiddetto patto del Nazareno», fanno dire a Silvio Due meno di un’ora dopo con una nota, alle 20.27.
Il 7 aprile la scena si ripete: «Salta tutto», trapela da Arcore a pranzo. Macchè, «non mi rimangio la parola data, avanti con le riforme», fa dietrofront Berlusconi a cena.
Nel frattempo, tra stop and go, indecisioni e baruffe ai vertici, Maurizio Gasparri è sulla linea del resistere resistere resistere, Paolo Romani è più moderato, le ex ministre come Mariastella Gelmini e Mara Carfagna hanno indossato i giubbotti da combattimento, ad avere le idee chiare su cosa fare sono gli elettori azzurri: fuggire, andare via, abbandonare il Titanic berlusconiano alla sua deriva.
I numeri sono impietosi: alle elezioni politiche del 2008 il Pdl aveva raccolto oltre 13 milioni e 700mila elettori, alle europee di un anno dopo i voti erano stati quasi undici milioni, alle politiche del 2013 sono scesi a 7 milioni e 300mila, oggi dopo la scissione dell’Ncd di Angelino Alfano l’ex corazzata azzurra supera di poco i cinque milioni di voti, sotto il 20 per cento.
Tra i notabili azzurri, però, le previsioni sono ancora più drammatiche e c’è una percentuale che fa paura: quota 15 per cento.
Una cifra che segnerebbe l’estinzione politica del berlusconismo, simile a quanto accadde venti anni fa quando dopo Tangentopoli la Dc si ritrovò nel giro di pochi mesi con un terzo dei voti che raccoglieva da decenni.
All’epoca il grosso dell’elettorato abbandonò la Balena bianca ormai spiaggiata per rivolgersi al nuovo campione dell’Italia moderata, Silvio Berlusconi.
Oggi il fenomeno si ripete, ma non è ancora chiaro chi raccoglierà  i transfughi di Silvio.
Un ex elettore di Forza Italia su cinque voterà  per il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, un quarto dichiara di volersi astenere, almeno per ora, in attesa di una nuova casa politica. Ed è lì, in quel bacino di consensi, che si annida la tentazione di rifugiarsi nel campo avversario, votare per Renzi e se necessario perfino per il Pd.
Un passaggio netto, da destra a sinistra, mai avvenuto nella Seconda Repubblica dei due schieramenti contrapposti, in cui il dissenso dell’elettorato veniva segnalato al massimo con il non-voto.
Ma reso possibile dall’attitudine di Renzi a fare da solo il catch-all-party, il partito pigliatutto: a sinistra, al centro, nell’anti-politica, a destra, specialmente, perchè lì l’emorragia è più grave.
Nella ridotta berlusconiana sfogliano sondaggi devastanti. Il secondo posto dopo il Pd, irraggiungibile sopra il 30 per cento, è saldamente presidiato dal movimento di Grillo, Forza Italia è il terzo partito e anche i più ottimisti scommettono che il risultato finale assomiglierà  a una catastrofe: anche in caso di rimonta il duello con M5S si consumerà  in un pugno di voti, per pochi decimali.
«Sì, è vero, la banda di oscillazione del risultato di Forza Italia oscilla tra il 15 e il 25 per cento», ammette un’esperta macchina da voti come il pugliese Raffaele Fitto, probabile capolista di Forza Italia nella circoscrizione Sud che va dall’Abruzzo alla Calabria, decisiva per il derby con gli ex amici dell’Ncd di Alfano.
Dieci punti che ballano e che prescindono dall’impegno personale del Cavaliere in campagna elettorale. Sta franando l’intero apparato azzurro.
Le regioni del Nord che regalavano ai candidati berlusconiani milioni di voti e costituivano il dna del partito, il tratto identitario,«il forza-leghismo», lo chiamava Edmondo Berselli, sono un buco nero che inghiotte ogni speranza di rimonta.
In Piemonte, dove si vota per la regione dopo la sentenza che ha annullato le elezioni precedenti in cui aveva vinto il leghista Roberto Cota, il centrodestra corre spaccato tra Gilberto Pichetto, candidato di Forza Italia e Lega, e l’ex berlusconiano Guido Crosetto, oggi in Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.
Nel Nord- Est, in Veneto e in Friuli, i consensi perduti diventano una voragine, l’ex ministro Giancarlo Galan senta aria di flop e dice no alla candidatura, la lista dei rifiuti si allunga a dismisura, il capolista non c’è.
Eppure fino a qualche anno fa in Veneto gli azzurri berlusconiani sembravano un’armata invincibile.
Nella circoscrizione Centro correrà  il veterano Antonio Tajani (è dal 1994 che non si sposta dalle istituzioni europee), ma alle sue spalle sta nascendo una lista debolissima, in cui i tradizionali portatori di voti, ex democristiani, ex socialisti, ex An, si sono dileguati.
Nel Sud c’è da arginare la tempesta campana, il gruppo di Nicola Cosentino sbaragliato dopo l’arresto del suo capo indiscusso, nelle isole è caccia al candidato: anche l’ex ministro Saverio Romano ha detto di no, troppo rischiosa la sfida.
E poi nessuno può garantire che il sacrificio sarà  ricompensato. Prima c’era Berlusconi, ma ora Silvio non c’è più.
Galan dice no, Romano pure, Claudio Scajola che avrebbe accettato è stato pregato dal nuovo intimo di casa Arcore Giovanni Toti di farsi da parte.
Una sfilza di diserzioni, eppure l’unica possibilità  di trainare un risultato vicino al venti per cento sarebbe far competere i consiglieri regionali e i sindaci, i signori delle preferenze.
E invece si tirano indietro perfino gli ultimi arrivati, i legionari dell’esercito di Silvio guidati da Simone Furlan. L’esordio alle elezioni europee, con le circoscrizioni che abbracciano più regioni e l’obbligo di prendere le preferenze, non è il terreno più agevole per un debutto elettorale. Anche se poi la vera partita si gioca lontano dalla periferia, a Roma, nella schermaglia tra Berlusconi e Matteo Renzi.
È l’indecisione nei confronti del governo ad avvelenare Forza Italia, divisa tra falchi e colombe, come quando c’era il governo di Enrico Letta, ma con un capovolgimento di posizioni.
Verdini, che un anno fa era tra i più decisi sostenitori delle elezioni anticipate e dell’urgenza di far cadere Letta, si è trasformato nel principale alleato di Renzi.
Un asse che scatena i sospetti, a sinistra e a destra. «Pichetto è una candidatura debole, inventata da Verdini per far vincere Sergio Chiamparino, il nome più gradito al premier», tuona il gigante Crosetto.
È Verdini il garante delle riforme, l’interlocutore numero uno di Palazzo Chigi, chissà  se a nome di Berlusconi o a titolo personale. Ed è su di lui che si accaniscono gli altri notabili azzurri che temono di appiattirsi su Renzi.
«Intendiamoci, qualcosa dobbiamo fare, ma nei prossimi sei-sette mesi Renzi resterà  fortissimo, potrà  dire quello che vuole e la gente gli crederà », ragiona un berlusconiano della prima ora.
«Quando andiamo in giro a difendere il Senato elettivo corriamo il pericolo di essere presi a sediate, il nostro elettorato se potesse cancellerebbe anche la Camera e forse pure il Quirinale. Se ci tiriamo fuori dalle riforme facciamo una mossa suicida, non ci sarà  perdonato dal nostro elettorato».
Ma anche restare fermi e applaudire ogni trovata renziana è un pericolo mortale per ciò che resta di Forza Italia. Per questo bisogna risvegliare il leader scomparso da mesi dal panorama politico, convincerlo a combattere l’ultima battaglia contro i nemici più insidiosi, Renzi e Grillo che presidiano tutti gli spazi del campo, mentre un maestro del posizionamento elettorale come Berlusconi fatica a trovare uno slogan, una linea, una parola chiave.
Non è più l’epoca in cui il Cavaliere candidato sulle schede valeva da solo dieci punti, l’incognita però è decifrare quanto vale questo centrodestra del dopo-Berlusconi, senza più Berlusconi.
Una guerra che va oltre il tema di qualche settimana fa, lo scontro con i governativi di Alfano per l’egemonia dei moderati.
Perchè per il Cavaliere la partita è diventata esistenziale, sopravvivere. Dopo venti anni il grande crollo, la disgregazione dell’impero berlusconiano, è appena all’inizio. Finora il consenso elettorale ha consentito a Berlusconi di restare sulla scena, nonostante le scissioni e le condanne.
Se anche gli elettori dovessero definitivamente abbandonarlo della sua creatura politica non resterebbe più nulla e i voti berlusconiani prenderebbero un’altra direzione.
Renzi è pronto ad accoglierli.

Marco Damilano
(da “l’Espresso”)

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ALFANO PESCA TRA I DELUSI: DOPO BONAIUTI, IL “PESCE GROSSO” E’ ENRICO LETTA

Aprile 13th, 2014 Riccardo Fucile

QUASI RAGGIUNTA L’INTESA COI POPOLARI DI MAURO PER LE EUROPEE, SI PREVEDE IL PASSAGGIO DI ALCUNI DEPUTATI DI FORZA ITALIA AL NCD… MA LA PARTITA GROSSA SI GIOCHERA’ DOPO LE ELEZIONI

La zattera inizia a crescere e da grande vuole fare la nave.
Mentre Berlusconi continua a perdere pezzi, Alfano fa proseliti. Prima l’Udc. Ora ha quasi conquistato i Popolari di Mario Mauro.
A giorni sono dati in arrivo due-tre senatori di Fi, dove nell’Ncd si prevede uno smottamento quando l’ex Cav finirà  ai servizi sociali.
E in futuro potrebbe arrivare anche Enrico Letta, il pesce più ambito nel mare dei moderati cui sta pescando Alfano, che ha un’attenzione anche all’area polare del Pd. Non a caso si è parlato fino all’ultimo di un’apparizione dell’ex premier alla Fiera di Roma, dove si celebra in questi giorni l’Assemblea costituente dell’Ncd. Inizialmente nel panel era anche previsto un suo intervento.
Poi Letta, come sempre, ha ceduto alla prudenza e non si è presentato neanche con la delegazione del Pd, che è andata a omaggiare l’alleato di governo venerdì.
Che Letta e Alfano si piacciano si sa. E oltre un anno al governo assieme non ha fatto che consolidare il loro legame. Se sono rose fioriranno. Ma solo dopo le Europee, e in base al risultato che farà  l’Ncd.
Alle Politiche semmai. Ma ne deve passare ancora di acqua sotto i ponti…
Intanto, complice la malasorte altrui – la cattura dell’ex senatore azzurro Marcello Dell’Utri di cui il destino ha voluto fosse proprio Alfano, in qualità  di capo del Viminale, ad annunciare la cattura a Beirut e la richiesta di estradizione – comincia a farsi notare l’ex delfino di Berlusconi.
Anche Oltralpe, dove ha incassato l’endorsement del leader dell’Ump Jean-Francois Copè: «Noi confidiamo nel successo dell’Ncd e nella sua capacità  di riunire la destra e il centrodestra sotto la leadership di Angelino Alfano».
È proprio questo lo scopo del leader dell’Ncd, che oggi ha lanciato un appello gli azzurri delusi. E non solo a loro, ma a tutti i moderati, per la costruzione di un grande partito di centrodestra che prenda il posto di Forza Italia.
Obiettivo immediato: dare vita a un gruppo unico al Senato, che ha l’ambizione di diventare il più grande di Palazzo Madama, ovviamente dopo quello del Pd che conta 108 parlamentari.
Alfano punta a raggiungere quota 50 unendo ai suoi 32 senatori gli 11 centristi più i transfughi di Forza Italia, che nell’immediato arriveranno col contagocce: «Due, tre sono già  con noi», confidava ieri nel padiglione 6 della Fiera di Roma un’autorevolissima fonte del Ncd, «ma poi quelli di Fi ci pregheranno di venire con noi».

Barbara Romano

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I DELEGATI FIOM: “GLI 80 EURO SONO COME LA SOCIAL CARD DI SILVIO”

Aprile 13th, 2014 Riccardo Fucile

“TRA CRISI E PAURE, CI RESTA SOLO IL NOSTRO SINDACATO”

Se tutti gli iscritti Fiom avessero le unghie di Tatiana, i problemi interni della Cgil sarebbero risolti.
Su due dita della mano sinistra – «quella del cuore» – ha tatuato il simbolo della Fiom e il motto della resistenza contro i tagli nella sua fabbrica – «Resisteremo un minuto in più dell’Electrolux».
Su due dita della mano destra – «quella della testa» – ha il simbolo del Pd e della Cgil. Invece il caleidoscopio dei 725 delegati del congresso di Rimini è fin troppo variopinto: «testa» e «cuore» non vanno quasi mai d’accordo.
Ci sono i «riformisti » che difendono la posizione della Confederazione e il Testo unico sulla rappresentanza, ci sono quelli che vorrebbero una Fiom ancora più di rottura.
In mezzo il grande mare della maggioranza che appoggia Maurizio Landini.
Sono passati quattro anni, ma le posizioni sono le stesse del congresso di Montesilvano: tre documenti che si misurano.
I punti fermi sembrano due: uno interno e uno politico.
Nessuno si sogna di lasciare la Cgil, che è «la nostra casa, l’abbiamo fatta noi».
E tutti diffidano di Matteo Renzi: «Gli 80 euro sono benvenuti, ma se mai arriveranno poi ce lo toglieranno in un altro modo».
Tatiana. 39 anni, ed Elisa, 47 anni, hanno due cose in comune. Due figli e un posto di lavoro nello stabilimento Electrolux più combattivo: Forlì.
I figli, nei 62 giorni di presidio fuori dalla fabbrica per evitare che l’azienda svuotasse i magazzini, «li abbiamo visti poco».
Se Tatiana per loro paga «463 euro di nido e 153 di materna », Elisa ne spende di più per le rate dell’università . Sugli 80 euro di Renzi rispondono: «Non è ancora chiaro come arriveranno, ma se li vedremo diremo “Grazie, ma non ci cambia niente nei conti mensili”».
Da lunedì il presidio «è allentato» grazie al risultato ottenuto: «La nostra lotta ha portato l’azienda a cambiare il piano, gestiremo gli esuberi con i contratti di solidarietà ».
Per Francesco, figlio d’arte e giovane delegato dell’Ilva di Genova gli 80 euro sono «un limoncino per farci digerire tutto il resto, i tagli che l’Europa ci imporrà ».
Lui non teme «l’abbraccio mortale di Renzi » a cui chiede «di lasciare in pace il sindacato che è nato con il sangue dei lavoratori ».
Sul tema del Testo unico la sua è una posizione sui generis: «Non c’è stata passione nel voto contrario nelle fabbriche semplicemente perchè fuori ci sono tre milioni e mezzo di disoccupati».
Più dura è Adriana, 47enne delegata dell’Alcatel. «Lo spettacolo delle contrapposizioni fra noi e la Cgil i lavoratori non lo capiscono. Nelle fabbriche c’è una domanda fortissima di unità . Mi sento dire spesso: “Chiudeteli in una stanza e fateli mettere d’accordo, sennò facessero tutti e due un passo indietro per il bene dei lavoratori”».
Su Renzi la critica è molto motivata: «Dei 600 esuberi iniziali di Alcatel, 300 verranno riassorbiti da un’azienda italiana, la Siae Microelettronica. Ma sull’Agenda digitale il cambio di governo è stato nefasto: tutto bloccato, mentre Obama investe e proprio per questo la Alcatel voleva andarsene dall’Italia, lasciando a piedi 140 lavoratori a Vimercate».
Spostandoci a Sud, il congresso ha festeggiato i delegati di Pomigliano, «quelli da cui tutta la battaglia Fiat è iniziata».
Ma la vittoria della sentenza della Corte Costituzionale non è completa. Nonostante i contratti di solidarietà  – cavallo di battaglia della Fiom – non tutti i lavoratori sono coinvolti. Mimmo, 33 anni, ad esempio: «Il 14 aprile tornerò in fabbrica dopo due anni e mezzo in cassa a zero ore a 750 euro al mese. Ma solo per fare il corso di sicurezza e se va bene lavorerò cinque giorni al mese». Il tutto mentre i 2.100 lavoratori che già  lavorano continueranno a farlo a pieno ritmo.
Lui Renzi vorrebbe «farlo cadere con uno sciopero generale».
Iole invece ha 43 anni e lavora alla Stm di Catania. Chiusa Termini Imerese, la sua è la fabbrica più grande della Sicilia: 3.800 dipendenti.
Che aumenteranno di 127 unità  grazie all’accordo sugli esuberi in Micron, la multinazionale che voleva licenziare 419 addetti.
«Ma quei 127 – spiega Iole – li consideriamo nostri colleghi, visto che Micron li ha presi da noi nel 2007 quando ha deciso di comprare i nostri brevetti con cui si è arricchita. Una cosa del genere potrebbe capitare anche a noi. E presto perchè ormai anche in Stm si pensa solo alla finanza e non si investe più, anche se siamo di proprietà  pubblica».
Per lei gli 80 euro di Renzi sono «come la social card di Berlusconi: mia nonna quando andava a fare la spesa diceva che usava la carta di Berlusconi, ora diranno che quegli 80 euro sono il regalo di Renzi. Solo che ce li daranno con una mano, mentre con l’altro ce li toglieranno fra Tasi e addizionali».

Massimo Franchi

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DAI BEPPE, ORA CACCIA LA GRANA: GRILLO PERDE LA SCOMMESSA CON GUBITOSI

Aprile 13th, 2014 Riccardo Fucile

IL BILANCIO DELLA RAI È IN ATTIVO DI 5 MILIONI E LUI DOVREBBE VERSARE 650.000 EURO A DUE FONDAZIONI DI BENEFICIENZA

Beppe Grillo di numeri ad effetto ne prova a spararne ogni giorno. In coincidenza con l’apertura del Festival di Sanremo, il comico “politicante” tenne un bel comizio puntando il dito contro i dirigenti Rai accusati di guadagnare cifre smisurate e per questo motivo essere causa del debito dell’azienda pubblica.
Poi se le prese con Fabio Fazio, che per condurre il Festival della canzone italiana si fa pagare 600 mila euro.
E ancora: lo sfarzo esagerato, la spending review mancata e tutto il carrozzone di polemiche sulla crisi e l’economia italiana.
Un vero e proprio talk show trasmesso in diretta ogni volta che parla il grillino numero uno. Ma forse il comico genovese è un po’ smemorato e inizia a perdere qualche colpo. Non ricorda, per esempio, quando lui stesso ha messo piede sul palco dell’Ariston come ospite.
Era il 1988 e il comico genovese venne pagato con 350 milioni di lire per il suo monologo.
Ma, come si dice, piccoli Grillo crescono.
E già  in quell’apparizione si vedeva l’embrione di quello che poi Beppe sarebbe divenuto. Sempre su quello stesso palco, nel lontano 1988, Grillo sventolò il contratto davanti alle telecamere dicendo: “Guardate qui, ci sono un sacco di clausole, con penali da pagare”.
Oggi, un quarto di secolo dopo, lo show si ripete, ma a protagonisti invertiti.
Con l’apparizione a sorpresa (ma neanche troppo) del direttore della Rai, Luigi Gubitosi, che prende di petto Grillo e scommette sui conti dell’azienda.
“Sono pronto a fare una scommessa — dice Gubitosi a Grillo — Se ha ragione lui e il bilancio è peggiorato e chiude con una perdita di 400 milioni, lavorerò un anno gratis e devolverò il mio stipendio in beneficenza alla onlus che Grillo indicherà . Se invece ho ragione io e non solo non c’è un buco raddoppiato, ma anzi i conti sono in grandissimo miglioramento rispetto all’anno scorso, Grillo devolverà  la stessa cifra alla Fondazione Lucchetta Ota D’Angelo Hrovatin o al Premio Ilaria Alpi, di cui ricorre quest’anno il ventennale della scomparsa”
Bene, la Rai chiude il bilancio del 2013 in attivo, con un utile netto di 5 milioni di euro, in significativo miglioramento rispetto alla perdita di 245 milioni registrata nel 2012.
E’ lo stesso direttore generale ad annunciarlo, Luigi Gubitosi che spiega come i risultati “anticipano il conseguimento degli obiettivi di risanamento del piano industriale 2013-2015. Abbiamo compensato la caduta dei ricavi con tagli significativi sui costi”.
A quanto pare, stando alla luce dei fatti e al bilancio in attivo, la scommessa è stata vinta da Gubitosi.
A Grillo non resta che onorare l’impegno.

Matteo D’Errico
(da “il Tempo”)

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PIPPO BAUDO, GRILLO, LA CRESTA IN RAI E LA DONNA DI SERVIZIO

Aprile 13th, 2014 Riccardo Fucile

QUANDO BEPPE PRENDEVA IL RIMBORSO RAI MA ERA OSPITE DI PIPPO…

Non si capisce se siano state parole dal sen fuggite – «con Grillo ho un buon rapporto», tiene a precisare – o un sassolino che si è voluto togliere.
Fatto sta che l’altra sera Pippo Baudo, ospite di Daria Bignardi alle Invasioni Barbariche, si è fatto scappare un racconto piuttosto imbarazzante per il Grande Moralizzatore, ex comico e attuale leader del Movimento Cinquestelle.
Baudo raccontava delle sue pene amorose alla conduttrice.
«Un po’ di tempo fa, ero in crisi con la mia compagna di allora. Si era esibita, piuttosto svestita, in uno spettacolo di Carmelo Bene e io mi sfogai con Antonio Ricci e Beppe Grillo, che erano ospiti nella mia casa di Morlupo».
Pausa. Poi chiosa: «Loro prendevano il rimborso Rai per il soggiorno, e io li ospitavo»
«Cosa stai insinuando?», lo stuzzica Bignardi.
«Che pagavo io», dice stizzito Baudo.
«E loro facevano la cresta sul rimborso Rai?», incalza la conduttrice.
«Prendevano integralmente il rimborso Rai», ribadisce Baudo.
Non manca una nota di colore sulla proverbiale avarizia del comico genovese: «Alla fine del soggiorno, Beppe mi ha detto: “Posso lasciare qualcosa a Nera?”
Nera era la donna di servizio che li accudiva. Gli ho detto di sì.
“Che dici, le lascio 5.000 lire?”‘, mi ha detto Beppe.
“No, 5.000 lire è troppo – gli ho risposto scherzando – potrebbe anche offendersi», racconta Baudo, per poi arrivare alla fine della storia: «Beppe mi ha risposto: “Allora è meglio non lasciarle niente”. E infatti non le diede niente».
Applauso del pubblico.
«Con Beppe – dice Baudo, che non nega di essere diventato meno ecumenico con il passar degli anni – è rimasto un buon rapporto, ci vogliamo bene. Per me Grillo è stata una folgorazione. E’ stata una delle mie tante scoperte. Ero a Milano, ho visto un manifesto con un ricciuto. Ho assistito, unico spettatore, al suo spettacolo. L’indomani gli ho fatto il provino».
Lo storico conduttore, nel corso dell’intervista, confessa la sua fede renziana: «Nelle primarie del 2012, per un’assurdità , non mi hanno fatto votare perchè ero residente a Militello. Ma nel 2013 non mi sono fatto fregare e sono riuscito a votare al gazebo di Piazza del Popolo, a Roma».
Sempre pronto a prendersi fregature, insomma…

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IL RETROSCENA DELL’ULTIMO INCONTRO TRA BONAIUTI E BERLUSCONI AD ARCORE

Aprile 13th, 2014 Riccardo Fucile

L’EX PORTAVOCE VITTIMA DEL CERCHIO MAGICO”…IL GELO DEL CAVALIERE: “AUGURI”

«Va bene, Paolo, ora ti saluto. Ti faccio i migliori auguri se andrai nel Nuovo Centrodestra. E mi raccomando, quando lo vedi, salutami Angelino».
La vita è fatta di cose che cominciano e che poi finiscono.
Ma il modo in cui è finita la ventennale collaborazione tra Silvio Berlusconi e Paolo Bonaiuti, fino a qualche mese fa, non potevano immaginarlo nè l’uno nè l’altro. All’ora di pranzo i due sono faccia a faccia nello studiolo di Arcore.
L’ex portavoce, che ieri l’altro aveva chiesto un «ultimo incontro» al Cavaliere, varca in gran segreto il cancello di villa San Martino che fuori il sole è alto, ed è una bella giornata di primavera.
Ma basta che i due inizino a parlarsi, e dentro cala il gelo.
L’amarezza di Berlusconi
È amareggiato, Berlusconi. Convinto che «Paolino», il giornalista a cui per vent’anni ha affidato il ruolo di portavoce, abbia tenuto botta quando «c’erano i tempi d’oro» e lo stia abbandonando «proprio in un momento di difficoltà ».
Ne aveva parlato anche coi figli e con gli amici più stretti, lamentandosi di «com’è strana a volte la vita». E di com’è strano, aveva aggiunto confrontandosi al telefono con alcuni deputati romani, «che Bonaiuti se ne vada proprio nel partito di Alfano e Cicchitto, due di quelli che neanche volevano farlo sedere al tavolo quando c’erano le riunioni del Pdl».
Con queste premesse, difficile che il faccia a faccia tra i due porti a qualcosa di buono. E i presagi più oscuri, quando Bonaiuti accede al salone di Arcore, prendono forma subito.
Epilogo «ingiusto»
L’elenco di doglianze che il senatore forzista oppone al «Presidente» è molto lungo. Perchè è addolorato pure Bonaiuti, dilaniato anche umanamente da un epilogo che considera «ingiusto» per tutto quello che ha fatto per l’ex premier.
Nell’elenco avrebbe trovato spazio anche il modo in cui è maturato il suo allontanamento dalla stanza di bottoni berlusconiana, «col mio ufficio di Palazzo Grazioli che teoricamente doveva essere sgomberato, e invece è stato dato a Giovanni Toti».
Berlusconi ascolta. Probabilmente ribadisce quello che aveva detto in altre occasioni, e cioè che «era necessaria la spending review interna» affidata a Maria Rosaria Rossi, e che la nuova versione del «Mattinale» gestita da Renato Brunetta «funziona anche a costi più ridotti».
C’è un momento del colloquio, però, in cui la storia avrebbe potuto virare, prendere un’altra strada.
Succede quando Bonaiuti si dimostra disponibile a ripensarci, forse a dare la sua disponibilità  per una candidatura alle Europee con Forza Italia, di certo a dirsi pronto per entrare nell’ufficio di presidenza del partito in una casella in cui è previsto il diritto di voto.
Ma Berlusconi, stando a quello che avrebbe poi raccontato ad alcuni parlamentari, chiude tutte le porte.
Con quei freddi «migliori auguri per la tua carriera nel Nuovo Centrodestra». A cui aggiunge, in calce, il sarcastico «salutami Angelino».
Le liste
Il resto di un sabato segnato da un lungo addio, per Berlusconi, è tutto nel lavoro sulle liste per il 25 maggio. Negli appunti dell’ex premier c’è il terzetto che guiderà  il Nord Ovest, capitanato da Giovanni Toti, con Lara Comi e Licia Ronzulli.
Poi il blocco dell’Italia centrale, guidato da Antonio Tajani, in cui figura anche Melania Rizzoli.
Nel Nord Est, dietro Elisabetta Gardini, spunta l’imprenditore Mattia Malgara mentre al Sud, capolista Raffaele Fitto, oltre agli uscenti dovrebbe essere candidato anche il caporal maggiore Jonny D’Andrea, ferito in Afghanistan nel 2011 e medaglia d’oro al valore militare.
Le incognite non mancano. Non è escluso che l’ex premier provi a convincere Mara Carfagna e Giancarlo Galan, che al momento escludono la loro candidatura.
C’è ancora tempo. E se ne riparlerà  oggi, forse, quando ad Arcore potrebbe arrivare il gotha del partito.

(da “il Corriere della Sera”)

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BONAIUTI, E’ UFFICIALE: “LASCIO FORZA ITALIA”

Aprile 13th, 2014 Riccardo Fucile

L’ANNUNCIO AFFIDATO ALL’ANSA: “DECISIONE SOFFERTA MA PIENAMENTE MOTIVATA E A LUNGO RIMANDATA”

«Lascio Forza Italia». Alle 16.03 la rottura tra Paolo Bonaiuti, storico portavoce di Silvio Berlusconi e già  suo sottosegretario a Palazzo Chigi, e il partito del Cavaliere si consuma ufficialmente, dopo giorni di annunci e di polemiche.
L’annuncio è affidato all’agenzia Ansa che batte un lancio di sole tre parole.
In una nota Bonaiuti parla di una «decisione difficile, sofferta, anche a lungo rinviata». Una scelta che, tuttavia, sarebbe «pienamente motivata» e «già  da tempo» da «divergenze politiche e da incomprensioni personali che si sono approfondite nell’ultimo anno».
«Resto nel centrodestra – aggiunge il senatore – per dare una mano a una ricomposizione a breve di tutte le forze di quest’area in direzione riformista e moderata».
L’approdo sarebbe il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano, particolare questo che ha scatenato le ironie dello stato maggiore di Forza Italia, a partire dal consigliere politico Giovanni Toti («Lui e Schifani sarebbero il nuovo? Ditemi che siamo su Scherzi a parte…») e fino ad arrivare allo stesso leader che in un faccia a faccia ad Arcore si sarebbe congedato con un gelido messaggio di auguri.
Dal canto suo Bonaiuti usa parole di rispetto per il suo vecchio leader e amico: « A Silvio Berlusconi un augurio dal cuore, con la sincerità  e con l’affetto dei diciotto anni in cui ho lavorato ogni giorno al suo fianco».

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