Destra di Popolo.net

LA GAFFE DI ALEMANNO SU TWITTER: “RENZI PENSA SOLO A MANDARE LA MOGHERINI ALLA UEFA”

Luglio 17th, 2014 Riccardo Fucile

E IL FRATELLO D’ITALIA VIENE CANZONATO DA TUTTI: “ALZA LA COPPA FEDERICA”

Michel Platini sente la sua poltrona traballare. Ad aver puntato il suo posto di presidente della Uefa c’è un nome forte del Governo Renzi.
Un nome che sta tenendo banco nei consessi europei, tra Strasburgo e Bruxelles.
E’ il ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini.
A darne notizia è l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno su twitter: “In Europa siamo nei guai e #Renzi pensa solo a mandare inutile #Mogherini all’inutile incarico di “ministro degli esteri” della UEFA”.
Una gaffe, quella di Alemanno, che ci mette poco a fare il giro del web.
L’esponente di Fratelli d’Italia cerca di correre a ripari cancellando l’infausto tweet e sostituendo “UE” a “UEFA”.
Ma ormai il danno è fatto, ed è diventato virale sui social network.
“Gianni, non far andare la Mogherini, vai tu e portaci la coppa!”, lo prende in giro un utente.
E un altro, sulla stessa falsariga: “Quest’anno la Champions non ce la toglie nessuno, oh!”.
E ancora: “Alzala ancora Federica, alza la coppa!”.
Qualcuno, dopo le clamorose dimissioni di Antonio Conte dalla panchina della Juventus, ha già  immaginato un ipotetico valzer di poltrone, ai piani alti delle istituzioni internazionali: “si…e Conte alla Segreteria Generale dell’Onu!”.
C’è chi ha notizie più fresche di quelle di Almenanno: “Renzi ha smentito, sembra che stia pensando a Totti”.
E poi: “Era inevitabile dopo l’addio di Conte. Era necessario che qualcuno di peso stesse alla UEFA”; “Ho chiesto a Matteo Renzi di mandare D’Alema alla FIFA, Bersani al Conmebol e la BIndi alla FIGC #OccupySoccerMovement”.
Infine, qualcuno che si schiera dalla parte dell’ex sindaco si trova sempre: “Alemanno ha ragione! Le donne di calcio non ci hanno mai capito niente!”; “Bella Gianni, il pallone portalo te!”.

(da “Huffingtonpost“)

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CAPEZZONE, DAI DOLCI PER DUDÙ ALLA CACCIATA

Luglio 17th, 2014 Riccardo Fucile

“VAI, VAI CON FITTO…: E ANCHE L’EX RADICALE ZELANTE FINISCE ALL’INFERNO PER AVER OSATO DISSENTIRE… PROPRIO LUI CHE ERA STATO IL PM NEL PROCESSO INTERNO A FINI

Liquidato con una battuta dopo otto anni di onorato e fedelissimo servizio: «Vai, vai pure con Fitto» intima il Cavaliere furioso a Daniele Capezzone durante l’assemblea dei gruppi parlamentari di Forza Italia.
E lui impietrito, silente, incredulo.
Come chi scopre all’improvviso che dopo una vita spesa a far da sentinella ai voleri del capo e a spedire nell’elenco dei cattivi i suoi detrattori si può finire a propria volta fra gli indesiderati in un istante.
Basta un semplice: «Io non sono d’accordo».
QUANDO RUPPE CON PANNELLA
A onor del vero Capezzone già  in passato aveva osato alzar la cresta contro un padre padrone. Divenuto segretario del Partito Radicale su designazione del dominus Marco Pannella si esibì in alcuni vagiti di dissenso e fu buttato a mare.
Era il 2006, lui poco più che trentenne non si perse d’animo e cercò nuovi approdi.
Taluni sostengono perfino che la decisione di recidere il cordone ombelicale che lo legava a colui che lo aveva generato (politicamente) fu uno stratagemma per entrare alla corte di Arcore evitando accuse di trasformismo.
Sia come sia, Capezzone si è trovato a perfetto agio nelle stanze berlusconiane.
Entrato col ruolo di semplice portavoce (prima del Pdl poi di Forza Italia), ha via via guadagnato posizioni profittando degli arretramenti altrui e sostenendo con pervicacia l’elementare tesi secondo cui «il capo ha sempre ragione».
Fino a scoprire, adesso, che l’assenza di riconoscenza colpisce tutti in politica, compresi i sudditi più devoti e i sicari più spietati.
Se c’era qualcuno che provava a far ombra al Cavaliere, Capezzone si ergeva a sua difesa come un mastino. Lo sa bene Gianfranco Fini che all’apice del dissidio con Silvio venne brutalmente colpito dal portavoce del partito: «Fini non può nascondere che la sua unica bussola è un’ostilità  personale, livorosa e ossessiva alla persona del Premier, il tutto sulla pelle del paese».
Stesso trattamento, anni dopo, per Alfano e quelli dell’Ncd: «Stanno comprando tempo per compiere l’assassinio di Berlusconi».
Per non parlare dei magistrati, degli avversari politici, degli alleati troppo autonomi.
Tutti sottoposti al «trattamento Capezzone» che con fiera antipatia si è fatto artiglio del capo, graffiando in vece sua, stilettando chiunque capitasse a tiro come quando si esibì nella redazione di un istant-book per prendere di mira Julian Assange, additato al pubblico ludibrio per aver diffuso documenti riservati delle diplomazie internazionali che mettevano in cattiva luce Berlusconi: «Un atto d’amore nei suoi confronti» spiegò.
“VAI, VAI CON FITTO”
Quando non aveva nessuno da rimbrottare, si adoperava in altri modi per conquistare i favori del padrone di casa.
C’è chi ha addirittura raccontato che pur di essere ben accolto da Dudù, il cagnolino della Pascale che si metteva ad abbaiare ogniqualvolta lo vedeva, gli abbia somministrato di nascosto quantità  industriali di biscotti per ingraziarselo.
Forse solo una leggenda metropolitana, di quelle che si fanno circolare per spiegare carriere difficilmente spiegabili e che sembrano destinate a non finire mai.
Fino a quando il capo non emette la sua drastica sentenza: «Vai, vai con Fitto. E andatevene tutti e due».

Renato Pezzini

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SILVIO MINACCIA I FRONDISTI MA FITTO FRENA LA RIVOLTA: “SENTENZA RUBY DECISIVA”

Luglio 17th, 2014 Riccardo Fucile

SILVIO FURIOSO, I RIBELLI: “PUO’ CAMBIARE IDEA DOPO IL VERDETTO”

Dice che li aspetta tutti al varco, adesso. Uno per uno.
I dissidenti minacciati l’altro giorno di epurazione sono pesci piccoli, dal cosentiniano D’Anna a Capezzone, ma è ai pesci grossi che Silvio Berlusconi lancia il suo avvertimento con annesso foglio di via. Raffaele Fitto in testa.
«Qui le riforme non c’entrano più niente, ho posto la questione di fiducia sulla mia persona, ora vengano allo scoperto: con me o contro di me, in questo momento drammatico», è stato lo sfogo del leader forzista nel pomeriggio di Palazzo Grazioli nel via vai dei pochi pretoriani di cui ormai si fida.
Del resto, non è esattamente al Senato elettivo che pensa in queste ore l’ex Cavaliere, assorbito dall’ennesima vigilia giudiziaria al cardiopalma.
Domani entrano in camera di consiglio i giudici d’appello del processo Ruby.
«Qui rischio dieci anni di domiciliari e questi giocano» ha proseguito con le punture di spillo ai “ribelli” delle riforme.
Augusto Minzolini, Anna Bonfrisco e gli altri venti che giorni fa hanno firmato la lettera con richiesta di rinvio del ddl Boschi ieri sera si sono visti a cena per fare il punto. Non cedono. «Andiamo per la nostra strada e vedrete che anche Berlusconi ci ripenserà » è la tesi dell’ex direttore del Tg1.
Altrettanto sicuro che nulla più cambierà  il capogruppo forzista Paolo Romani: «Hanno numeri irrilevanti, l’accordo sulle riforme regge».
Ma il clima resta tesissimo, in un partito sotto shock dopo la sfuriata con tanto di “vaffa” da parte del capo nell’assemblea di martedì.
Molti hanno visto anche nella svolta rude e senza precedenti, l’influenza del duo Pascale-Rossi. La partita in realtà  appare complessa e coinvolge la tenuta del partito e la stessa leadership carismatica di Berlusconi, ormai in declino.
L’eurodeputato Raffaele Fitto è rientrato in gran fretta nel pomeriggio da Strasburgo, ha incontrato un paio di deputati e senatori a lui vicini, tutti gli altri li ha sentiti, da Saverio Romano a Renata Polverini, passando per Capezzone.
Era stato proprio lui nella lettera aperta di domenica al leader a chiedere di non porre un autaut sulle riforme.
Esattamente quello che invece Berlusconi ha imposto. Fitto e il suo gruppo non vogliono «cadere nella trappola» e per questo l’ex governatore pugliese ha subito sconvocato l’assemblea che i «dissidenti» volevano tenere al suo rientro a Roma.
Niente interviste, dichiarazioni o apparizioni tv per l’eurodeputato, che ha dettato la linea: «Non dobbiamo concedere alcun alibi, nessuna riunione sediziosa, noi restiamo nel partito».
Ma quanti sono alla prova del pallottoliere?
«Non più di una decina di senatori e alcuni deputati» calcola Denis Verdini a San Lorenzo in Lucina.
«Coi numeri hanno mostrato una certa fragilità » ironizzano dall’altro fronte, ricordando la scissione di Fini e poi quella di Alfano.
L’ex governatore pugliese, raccontano, si attende sorprese in aula la prossima settimana, quando si apriranno le votazioni, «prevedevano poche decine di emendamenti e da Fi e Gal ne sono piovuti invece mille».
La decisione, in serata, è di non fare alcuna mossa fino alla sentenza d’appello Ruby.
Pensano che in caso di condanna – magari pur ridotta – potrebbe essere lo stesso Berlusconi a far saltare il tavolo delle riforme.
Tutt’altro che scontato, però. La sensazione che deputati e senatori berlusconiani rivelano nei capannelli di Camera e Senato è che l’ex Cavaliere in realtà  non sia disposto a ripensamenti: «Interessato ormai a salvaguardare solo patrimonio e aziende, si è convinto che possa farlo solo mantenendo i patti con Renzi».
L’ endorsement di Piersilvio Berlusconi nei confronti del segretario Pd, nella lettura dei forzisti delusi, sarebbe il sigillo della svolta.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)

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OSTRUZIONISMO: I DISSIDENTI PD NON SI PIEGANO E IL VOTO AL SENATO SI IMPANTANA

Luglio 17th, 2014 Riccardo Fucile

SONO 8.000 GLI EMENDAMENTI PRESETATI… LA BOSCHI APRE AL PRESIDENZIALISMO E INSORGE LA SINISTRA DEL PD

Si complica il percorso del ddl Boschi
Nonostante Matteo Renzi abbia nuovamente chiamato i suoi parlamentari a rispettare i tempi e a non ostacolare il cammino delle riforme, il testo del governo rischia di impantanarsi a Palazzo Madama.
Il primo risultato è che i tempi si allungano e le votazioni rischiano di far slittare il primo via libera al provvedimento
Il primo scoglio è rappresentato dalla montagna di emendamenti, presentati soprattutto da Sinistra ecologia e libertà  e dai ribelli di Forza Italia, sempre più sul piede di guerra.
Ieri sono stati depositati circa 7.800 emendamenti, una parte dei quali con chiaro intento ostruzionistico.
Senza contare la fila di decreti in scadenza che aspettano l’ok dell’aula di Palazzo Madama prima della pausa estiva dei lavori, prevista entro la prima decade di agosto.
In questo clima, è ormai certo che le votazioni sul ddl slitteranno di qualche giorno, forse addirittura a metà  della prossima settimana, per concludersi (nello scenario migliore) entro fine mese
A complicare ancora di più il quadro c’è anche l’asse trasversale a favore del referendum propositivo da inserire nella riforme.
L’idea è contenuta in un emendamento con prima firma Doris Lo Moro (Pd), nel quale si prevede che i cittadini siano chiamati a pronunciarsi sui disegni di legge di iniziativa popolare che non siano stati esaminati dalla Camera entro dodici mesi.
Un progetto sostenuto anche dalla Lega: «Chiediamo a Renzi un referendum propositivo come in Svizzera. Senza, la Lega non voterà  questa brutta riforma»
Il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi, intanto, rilancia: «Oggi il tema è il nuovo Senato — sostiene in un’intervista ad Avvenire e io sono serena: il treno corre. Mi auguro che non ci siano slittamenti. Una volta approvata questa riforma possiamo passare al tema del presidenzialismo. Chiudiamo, poi apriamo un nuovo tavolo».
Non apprezza Vannino Chiti — «si scherza con il futuro del Paese» — e neppure Pippo Civati.

(da “La Repubblica“)

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L’ULTIMA PAURA DI PALAZZO CHIGI: “IL VIA LIBERA RINVIATO A SETTEMBRE”, PESSIMO BIGLIETTO DA VISITA PER RENZI IN EUROPA

Luglio 17th, 2014 Riccardo Fucile

CONTINGENTARE I TEMPI E’ UNA DECISIONE CHE SPETTA AL PRESIDENTE DEL SENATO GRASSO

Il nemico è il tempo. I dissidenti, secondo Renzi, sono ormai un problema secondario.
Il punto è che con 8mila emendamenti è praticamente certo che la riforma del Senato non potrà  essere approvata prima dell’estate e slitterebbe a settembre.
Tradotto: il premier e il suo governo dovrebbero rinunciare a una scadenza che è allo stesso tempo simbolica e impegnativa sul piano dell’affidabilità  riformatrice dell’Italia. Per questo già  oggi, nella conferenza dei capigruppo, bisognerà  sondare il presidente di Palazzo Madama Piero Grasso.
Tocca a lui decidere quando e come far scattare il contingentamento dei tempi.
In parole povere, stabilire una data in cui l’esame del provvedimento deve concludersi con un voto.
Il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi non si sbilancia. «Valutiamo giorno per giorno, è la strada migliore». Ma l’allarme a Palazzo Chigi è scattato ed è un allarme rosso.
L’obiettivo finora è stato quello di non strozzare il dibattito sfuggendo così alle possibili accuse di un confronto negato cvhe sottintende la polemica più generale sull’autoritarismo.
Sulla riforma costituzionale è escluso un voto di fiducia.
Dunque, la marea di emendamenti e l’ostruzionismo annunciato delle opposizioni mette a rischio non il sì finale ma i tempi ragionevoli del voto. Persino a settembre.
Ecco perchè nell’esecutivo sono certi che prima o poi il presidente del Senato dovrà  intervenire stabilendo una fine della discussione. Ma quando ha intenzione di farlo? Prima o dopo la pausa estiva?
L’approvazione entro agosto è fondamentale per il premier, tanto più con il semestre di presidenza italiana in corso.
«Presentarci in Europa con le riforme fatte — spiega Renzi — significa rispondere alla domanda che lì ti fanno tutti: “Il vostro Paese è ancora riformabile?”.
Per questo mi cadono le braccia quando vedo i dissidenti del Pd, che in assemblea non parlano e non votano ».
In realtà  il conteggio dei ribelli, di quelli cioè che sicuramente voteranno contro la riforma, si è stabilizzato intorno a una cifra irrisoria: 7 o 8.
Fanno parte di questo gruppo Chiti, Mineo, Mucchetti, Tocci, Micheloni, D’Adda e Casson, quest’ultimo addirittura in bilico.
Dall’altra parte, in Forza Italia, dopo il duro richiamo di Silvio Berlusconi e la minaccia di espulsione, si può dire con certezza che il fronte del no guidato da Augusto Minzolini non si allarga semmai si restringe.
Resta il nodo degli emendamenti che s’intreccia con ben 4 decreti in scadenza.
Ogni decreto da convertire, anche in caso di voto di fiducia (a questo punto scontato), porterà  via almeno un giorno per ciascun provvedimento.
Quattro giorni di votazioni vanno considerati persi nel cammino della modifica costituzionale.
Negli uffici del ministero sono cominciate anche le valutazioni degli emendamenti. Ce ne sono molti simili che possono essere accorpati, altri verranno accolti dal governo e dalla maggioranza facendo risparmiare un po’ di tempo.
Ad esempio sulla quota di firme utili a chiedere un referendum e sui deputati europei inseriti nella platea dei grandi elettori del presidente della Repubblica. In questo modo si conta di eliminare un centinaio di proposte di modifica al testo base.
È una goccia nel mare di carte che ha sommerso gli uffici del Senato e del governo.
Non rimane che un intervento del presidente Grasso e della conferenza dei capigruppo dove comunque la maggioranza favorevole alle riforme è schiacciante.
La soluzione però non è facile.
La scelta fatta finora è quella di tenere il dibattito aperto e libero. Di non strozzare i dissensi. Di far esprimere soprattutto le opposizioni senza esporsi ad attacchi di carattere polemico non sul merito ma sulle “tagliole” imposte dall’alto alla democrazia e alle minoranze.
Bisogna vedere adesso se questa esigenza coinciderà  con i tempi promessi dal governo. Tempi che Renzi ha tutta l’intenzione di rispettare.

Goffredo De Marchis

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SMACCO MOGHERINI, L’EUROPA PRENDE RENZI A PESCI IN FACCIA

Luglio 17th, 2014 Riccardo Fucile

SALTA L’ACCORDO TRA SOCIALISTI E POPOLARI… “ITALIA TROPPO FILO-RUSSA”… STALLO DURANTE LA CENA DEI LEADER: “NOMINE EUROPEE RINVIATE A FINE AGOSTO”

La nomina di Federica Mogherini come ministro degli Esteri dell’Unione europea sembrava scontata, invece si è complicato tutto e si prospetta il rinvio di tutte le nomine della Commissione al 28 agosto.
E se un candidato non passa al primo giro, difficilmente viene tenuto in caldo per un mese e poi ripresentato col rischio di una seconda bocciatura.
La giornata è complicata, comincia con gli attacchi del Wall Street Journal alla Mogherini che arrivano dopo quelli del Financial Times e dopo lo scetticismo che ha iniziato a circolare da giorni tra Bruxelles e Strasburgo: il ministro degli Esteri italiano ha troppa poca esperienza, rappresenta un Paese troppo amichevole verso la Russia di Vladimir Putin per i suoi legami energetici, appoggia un progetto di gasdotto che piace a Mosca ma non a Bruxelles (il South Stream) e quindi non è considerata una garanzia dai Paesi ex sovietici della New Europe, gli alleati più preziosi per gli Stati Uniti nell’area.
Renzi capisce l’aria e decide di partire da Roma più tardi del previsto, salta il vertice dei socialisti che come tradizione anticipa la riunione dei capi di governo e arriva a Bruxelles quando i negoziati bilaterali sono già  in corso da ore.
Spera di imporre la propria linea. Ma tutto è confuso.
Gianni Pittella, Pd, capo dei socialisti nel Parlamento europeo, nel pomeriggio spiega la posizione ufficiale della famiglia socialista, raggiunta all’unanimità : “I socialisti sono presenti in 21 governi europei su 28, quindi riteniamo di poter chiedere sia la presidenza del Consiglio europeo per Helle Thorning-Schmidt che la Politica estera per Federica Mogherini”.
Peccato che i socialisti abbiano perso le elezioni, il primo partito nel Parlamento europeo è il Ppe che infatti ha espresso il presidente della Commissione nominato, Jean Claude Juncker. Visto che Juncker ha ottenuto la fiducia da una grande coalizione, ha dovuto promettere ai socialisti il portafoglio più importante della Commissione, quello agli Affari economici e monetari che andrà  molto probabilmente al francese Pierre Moscovici .
Per le altre poltrone che contano, Renzi era riuscito a far passare la seguente linea: ai socialisti, e nello specifico all’Italia, la Politica estera, la poltrona più prestigiosa dopo le presidenza.
L’Alto rappresentante per la politica estera è membro sia della Commissione che del Consiglio, ha il doppio cappello, rappresenta l’Unione nelle crisi geopolitiche.
Il Ppe, con Angela Merkel, ha dato il via libera in cambio della presidenza del Consiglio, i popolari hanno molti più nomi per la successione a Herman van Rompuy di quanti non ne abbiano i socialisti.
Ma Pittella annuncia che quell’accordo non è più valido, si ridiscute tutto.
Federica Mogherini ci ha messo del suo per indebolirsi: è andata in Russia da ministro degli Esteri del Paese che ha la presidenza di turno dell’Unione, ha invitato Vladimir Putin al vertice Asem (Europa-Asia) che si terrà  a Milano in ottobre.
Un evento europeo, non italiano.
E a Bruxelles non l’hanno presa bene: ma come, noi cacciamo Putin dal G8 brussellese di giugno per la crisi ucraina e voi lo riammettete subito dopo senza chiedere niente a nessuno?
Era l’occasione che aspettavano i Paesi della New Europe, quelli terrorizzati dal tornare sotto l’area d’influenza russa, per attaccare l’Italia: il Paese che, colpa anche del gas dell’Eni, è il più filo-russo di tutti, il più morbido sulle sanzioni contro Mosca.
I lobbisti dell’energia a Bruxelles si sono attivati, per bloccare la Mogherini favorendo così progetti e aziende ostili a Mosca (ci sono in gioco miliardi).
La Polonia ha colto l’opportunità  : prima si è smarcata dal blocco ex sovietico, poi ha iniziato a negoziare.
Renzi capisce il gioco di Varsavia e appoggia il nome del premier Donald Tusk per il Consiglio: è un popolare, piace ad Angela Merkel e garantirebbe la conferma della Mogherini.
Nel pomeriggio l’ambasciata polacca a Roma lavora per la Mogherini, anche quella d’Israele si attiva. Ma non basta.
La prova di forza dell’Italia rischia di rivelarsi una dimostrazione di debolezza.

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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QUANDO RENZI DICEVA L’OPPOSTO DI QUELLO CHE ORA STA FACENDO

Luglio 17th, 2014 Riccardo Fucile

GLI ANNUNCI E LE PROMESSE DEL PASSATO RECENTE E LE IGNOBILI MARCHETTE DI OGGI

Matteo Renzi annunciava: “Proporremo di dimezzare subito il numero e le indennità  dei parlamentari. E vogliamo sceglierli noi con i voti, non farli scegliere a Roma con gli inchini al potente di turno” (18-10-2010).
Con l’Italicum e il Senato delle Autonomie, i parlamentari non si dimezzano, ma scendono da 950 a 730, e le indennità  dei 630 restano intatte.
Renzi voleva “una legge elettorale per scegliere direttamente gli eletti”, ma anche “l’imposizione del ricambio, attraverso un tetto di tre mandati parlamentari, senza eccezioni” (3-4-11).
Con le due suddette “riforme”, i partiti continuano a nominarsi i deputati e per il Senato aboliscono direttamente le elezioni (i senatori li nominano i consigli regionali). Nessuna traccia dei tre mandati.
Renzi diceva: “Il Porcellum è la peggior legge elettorale possibile, in cui i parlamentari sono nominati” (15-4-11).
Infatti sostituisce la peggior legge elettorale possibile con la peggior legge elettorale possibile, in cui i parlamentari sono più nominati di prima.
Renzi sosteneva: “I costi della politica devono diventare un tema fondamentale per l’Italia e il Pd. Io (da sindaco di Firenze, ndr) guadagno 50 mila euro netti l’anno. Perchè un parlamentare o un consigliere regionale deve guadagnare molto più di me?” (18-7-11).
Dunque i deputati continueranno a guadagnare molto più dei sindaci.
Renzi pretendeva una legge elettorale che “consenta ai cittadini di scegliere il presidente del Consiglio e i parlamentari in modo libero, come succede nei Comuni. I partiti devono consentire alla gente di scegliersi le persone, perchè un cittadino possa guardare in faccia i propri rappresentanti. Poi se fa bene lo conferma, se fa male lo manda a casa e magari i politici proveranno l’ebbrezza di tornare a lavorare, che non è un’esperienza mistica, la fanno tutti gli italiani e possono farla anche i politici che perdono le elezioni” (26-4-12).
I partiti seguitano a impedire alla gente di scegliere e guardare in faccia i propri rappresentanti.
Renzi aggiungeva: “Facciano quel che gli pare, purchè lo facciano e che a scegliere siano i cittadini” (1-10-12). Vedi sopra.
Renzi insisteva: “L’importante è dare ai cittadini la possibilità  di scegliere liberamente, non necessariamente di incasellarsi in destra o sinistra. Comunque la pensi, puoi scegliere chi votare di volta in volta in base alla personalità  di chi si candida, delle idee che esprime, del programma” (7-11-12).
Ecco, appunto.
Renzi prometteva, “per riconquistare la fiducia della gente, alcuni segnali di buon senso: ridurre gli stipendi e dimezzare il numero dei parlamentari e abolire tutti i tipi di privilegi che fanno credere alla gente che i politici siano tutti uguali” (7-11-12).
Ora anche i sindaci e i consiglieri regionali nominati senatori avranno un privilegio in più: l’immunità -impunità  parlamentare.
Renzi trovava che “il Porcellum non è il male assoluto, peggio c’è solo il proporzionale puro. Ma è molto meglio il Mattarellum: almeno vedi in faccia i parlamentari, perchè con queste liste elettorali possono mettere dentro di tutto” (19-11-13).
Ora, con le liste dell’Italicum, Renzi potrà  mettere dentro di tutto.
Renzi spiegava: “Il Mattarellum è senz’altro migliore del Porcellum: se, per garantire la governabilità , si aggiungesse un premio di maggioranza del 25%, sarebbe perfetto. Ma la soluzione migliore sarebbe la legge elettorale per l’elezione dei sindaci” (22-11-13).
Sia il Mattarellum sia la legge dei sindaci consentono ai cittadini di scegliere: Renzi preferisce l’Italicum, che non lo consente.
Renzi si scagliava contro “le larghe intese fra Berlusconi e Grillo per conservare il Porcellum” (19-11-13).
Poi le larghe intese con Berlusconi le ha fatte lui per conservare il peggio del Porcellum nell’Italicum.
Renzi avvertiva: “Attenzione a dare per morto Berlusconi: sono 15 anni che diciamo che è finito e invece ce lo ritroviamo sempre lì” (18-7-11).
Buona l’idea di riceverlo al Nazareno e a Palazzo Chigi per fargli riformare la Costituzione.

Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)

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