Agosto 9th, 2014 Riccardo Fucile
ESULTANO I PREGIUDICATI, I VASA VASA TRA GLI ATTENTATORI DELLA COSTITUZIONE
Con 183 voti a favore e 4 astenuti, il Senato ha distrutto se stesso e una parte fondamentale della Costituzione Italiana.
Per non partecipare allo scempio, sono usciti dall’aula i senatori di M5S, Lega e Sel più 27 dissidenti del centrodestra e 16 del Pd. La data di venerdì 8 agosto sarà ricordata come una delle più infauste della storia repubblicana, accompagnata da un doppio epitaffio. Le parole del capogruppo di Forza Italia, Paolo Romani: “La Riforma porta due firme, Renzi e Berlusconi”. E l’esultanza del Pregiudicato: “Tra pochi mesi recupero l’agibilità politica”. Sarà sicuramente così.
Attraverso una trama di palazzo (cucita da accordi indicibili su Quirinale e Giustizia) e senza alcun mandato elettorale, Matteo Renzi ha voluto a ogni costo stringere un patto di ferro con quel Caimano che da un ventennio è il primo responsabile del degrado politico, economico e morale del Paese.
Un personaggio condannato per frode fiscale, detenuto affidato ai servizi sociali e messo al bando dalla comunità internazionale.
Lo ha fatto per assicurarsi il controllo assoluto del Parlamento, ridotto in pratica a una sola Camera che grazie al superpremio di maggioranza previsto dall’Italicum marcerà compatta ai suoi ordini.
L’Italia ha urgente bisogno di riforme economiche strutturali, come ha detto il presidente della Bce Mario Draghi, non certo di pasticci di potere, ben raffigurati dall’osceno vasa vasa tra la ministra Boschi e l’affarista Verdini rinviato a giudizio per associazione a delinquere, bancarotta e truffa, in un tripudio di abbracci e congratulazione tra gli ex nemici per finta di sinistra, di centro e di destra.
Ci saranno altri passaggi parlamentari e un referendum popolare, prima che la Carta venga definitivamente stracciata.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 9th, 2014 Riccardo Fucile
CAMBIANO LE FACCE MA IL LINGUAGGIO E’ SEMPRE LO STESSO
L’altra sera, ascoltando su La7 l’intervista di Renzi e i commenti di due esperti, mi ha sopraffatto
uno di quei cattivi pensieri che non andrebbero mai confessati: “Povero nano, quante gliene abbiamo dette, eppure dopo tre anni e tre governi diversi dal suo, siamo sempre sull’orlo del precipizio”.
Pensiero pornografico e pure infondato: perchè B. non è evaporato, anzi è vivo e lotta insieme a loro.
E non solo per il Patto del Nazareno. Ma anche perchè cambiano (a volte) le facce, ma il linguaggio è sempre lo stesso.
Per Monti & C., come per B.&C., il problema erano quei nababbi dei lavoratori e dei pensionati.
Per Letta & C., come per B.&C., il guaio erano le tasse troppo alte, non chi le evade, per cui fu abolita per un anno l’unica imposta che non si può evadere, quella sulla casa, poi ripristinata con altro nome e aliquote più alte.
Per Renzi & C., come per B&C., la jattura sono la Costituzione e il Parlamento che impediscono ai governi di fare miracoli.
Rigorosamente vietato parlare di lotta a mafie, evasione e corruzione, cioè dell’unica spending review che porterebbe soldi allo Stato dalle tasche dei delinquenti anzichè degli onesti.
Se nel 2011 B. è uscito da Palazzo Chigi (dove peraltro torna nei giorni liberi dai servizi sociali), la politica e la stampa al seguito non sono mai uscite dal berlusconismo.
Il che spiega le affinità elettive fra il maestro Silvio e l’allievo Matteo, il trasporto con cui i due si scambiano smancerie, le labbra p(r)ensili di Monna Boschi protese verso Verdini&Romani, le pomiciate della Finocchiaro con Schifani, i pissi-pissi e gli strusciamenti fra pidini e forzisti: scene hardcore, anzi Arcore, che preludono a matrimoni misti e fecondazioni eterologhe incrociate. Non è più neanche questione di inciuci e larghe intese.
È più e peggio: idem sentire, comunanza di intenti e spesso d’interessi (altro che conflitto), pensiero e linguaggio.
Due cuori (si fa per dire), una capanna. Il Renzi dell’”andate in vacanza belli allegri”, dell’opposizione che non lo lascia lavorare, della stampa nemica che non decanta i suoi trionfi, dell’Europa cinica e bara, dei gufi e sciacalli che parlano male dell’Italia, è la fotocopia 2.0 del Caimano modello Cannes 2001, quello dei ristoranti pieni e degli aerei imprenotabili.
E tutt’intorno il solito cerchietto magico di opinionisti che corrono in soccorso al pugile suonato come i secondi a bordo ring con spugnette e pomatine.
I dati sulla recessione — salmodiava Marcello Sorgi l’altra sera — non sono una plateale smentita delle previsioni del governo e una prova clamorosa delle “riforme” fallite, ma una spinta propulsiva per tirare diritto meglio che pria.
Insomma, una botta di culo. Tutto studiato, tutto calcolato.
Se poi, anzichè dello 0,2%, il Pil crollasse di qualche punto e l’Italia diventasse un’immensa favela di bidonville, meglio ancora: sai che spinta propulsiva, a quel punto.
Gianni Riotta, sulla Stampa, spiega che “la colpa del declino è di tutti noi”, mica del governo. Renzi ci ha provato “a scuotere i cittadini dal torpore malinconico in cui sprofondano” (dev’essere stato quando ha abolito l’elezione dei senatori e copiato nell’Italicum le liste bloccate del Porcellum per i deputati).
Ma “malgrado gli sforzi di Monti, Letta, Passera e Padoan, Renzi, Padoan (due volte, ma sì abbondiamo! ndr), l”agenda’ non parte”.
E perchè non parte? Perchè — spiega johnny Raiotta — quegli stronzi di italiani “non vogliono infrastrutture” con la scusa delle “mazzette per corrotti mafiosi”.
Basta, “è ora di dirsi che la colpa è nostra. Dalla Tav a Messina”, dobbiamo “accettare il cambiamento”.
Ecco, lui vorrebbe pure il Ponte sullo Stretto, per buttare altri 10miliardi oltre ai 20 spesi per l’imprescindibile trasporto di merci inesistenti alla velocità della luce da Torino a Lione e ritorno. Su e giù per il Ponte passeggeranno milioni cadaveri ambulanti, disoccupati, affamati e macilenti, ma vuoi mettere “la speranza e l’entusiasmo”.
Si potrebbe affidare il tutto al consorzio Venezia Nuova, nato per costruire il Mose e finito a finanziare un romanzo di Riotta.
Che deve averne pronto un altro, ambientato fra Scilla e Cariddi. Un poema in endecasillabi sciolti e rime baciate.
Con gli invenduti, hai voglia: si fermano le maree.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 9th, 2014 Riccardo Fucile
SILVIO PREVEDE GROSSI PROBLEMI ECONOMICI IN AUTUNNO ED E’ PRONTO A AIUTARE IL GOVERNO MA NON A COSTO ZERO… E SI DICE CERTO DI POTER ESSERE CANDIDATO PREMIER
Eccola, la soddisfazione per i primi risultati del Patto: “Si è conclusa una stagione lunga e faticosa in cui Forza Italia è tornata ad essere protagonista”.
Con una lettera inviata ai senatori giovedì sera, per invitarli a votare convintamente le riforme, Silvio Berlusconi mette nero su bianco il “suo” risultato.
Rivendicando una ritrovata centralità politica. Risultato che si materializza qualche ora dopo sul “cartellone” del Senato, lo stesso che qualche mese illuminò la decadenza di Berlusconi.
Prontamente Giovanni Toti lo sottolinea in un tweet. Altrettanto prontamente il capogruppo Paolo Romani scandisce in Aula: “Questa riforma ha due firme, quella di Matteo Renzi e quella di Silvio Berlusconi. Senza la loro capacità di dialogo di condivisione, di senso delle istituzioni e di legittimazione reciproca non sarebbe stato possibile arrivare qui oggi: stiamo scrivendo una pagina storica della vita della Repubblica”.
È più di una golden share sulle riforme quella rivendicata da tutto lo stato maggiore di Forza Italia.
È una golden share nel rapporto politico con Renzi. Ed è proprio nell’ottica di aumentare il suo peso contrattuale che Berlusconi, sempre nella sua lettera, battezza una sorta di strategia del doppio forno.
Collaborativo sulle riforme. Mentre non lesina critiche in materia economica: “Il nostro movimento è diventato l’unica opposizione credibile a un governo che si è dimostrato fino qui incapace di tagliare le spese, di ridurre le tasse, di realizzare vere riforme strutturali in ambito economico. Gli ultimi del Pil sono i peggiori da 14 anni e confermano la grave recessione”.
Parole che non configurano affatto una inversione di rotta rispetto all’offerta di collaborazione avanzata al premier nel corso del faccia a faccia a palazzo Chigi, in nome di una linea dura alla Brunetta.
Ma che si prestano a fissare una posizione in vista della grande partita autunnale. Perchè Berlusconi è preoccupato davvero dalla situazione economica.
E nei colloqui privati con i manager delle sue aziende non esclude che a settembre sarà peggio con un aumento dello spread.
È una situazione in cui un eventuale “soccorso” azzurro deve innanzitutto essere chiesto — all’incontro del Nazareno era stato Renzi a parlare di un appello a collaborare alle opposizioni — e contrattato perchè non può non prevedere che l’agenda di governo sposi qualche cavallo di battaglia del centrodestra. Insomma, non può essere a costo zero.
Nell’attesa, il posizionamento critico ma non troppo aiuta anche a mediare all’interno di Forza Italia concedendo ai critici e ai dissidenti qualche parola che non sia d’amore verso Renzi.
C’è però una convinzione che emerge tra le righe dei trionfalismi di giornata.
Ed è legata alla durata della legislatura.
C’è un motivo se l’ex premier si dice convinto che sarà presto in campo e ritroverà “l’agibilità politica”, col pronunciamento della Corte europea di Strasburgo sulla Severino.
E c’è un motivo se Paolo Romani, a un certo punto del suo intervento evoca il voto, sia pur senza legarlo a una data: “Questo — dice Romani criticando lo stato dell’economia – è il risultato dei governi tecnici e non che si sono susseguiti negli ultimi tre anni: forse è meglio che gli italiani si salvino da soli scegliendosi il governo attraverso libere elezioni”.
La convinzione di Berlusconi, che in questo coincide con il “cerchio attorno al Magico” più che con Verdini, è che Renzi voglia andare a votare nella primavera del 2015. Prospettiva che non spaventa affatto l’ex premier, perchè l’obiettivo di un capo dello Stato “condiviso” con Renzi è più raggiungibile con un nuovo Parlamento che con questo.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 9th, 2014 Riccardo Fucile
SONO MANCATI 45 VOTI CHE HANNO IMPEDITO DI RAGGIUNGERE I DUE TERZI DEL SENATO… MA SULL’ITALICUM NEL PD SARANNO MOLTI DI PIU’
Quei 183 sì del Senato alle riforme sono come il classico bicchiere. Mezzo vuoto per il senatore Pd
Massimo Mucchetti che parla di una “vittoria di Pirro” per il premier. Mezzo pieno invece per il sottosegretaio alle Riforme Luciano Pizzetti, anche lui del Pd: “Un risultato eccezionale, non si è praticamente mai vista un’assemblea che vota per il proprio suicidio”.
Poco più di una quarantina i voti che mancano all’appello nella strana maggioranza sulle riforme, che comprende anche Forza Italia: 16 del Pd, 19 di Fi, 8 di Ncd e 2 dei Popolari.
Al di là dei bicchieri, questi numeri sono un campanello d’allarme per il prossimo passaggio chiave a palazzo Madama: l’esame dell’Italicum, previsto per l’autunno.
Non subito, visto che dal 3 settembre la commissione Affari costituzionali si occuperà del disegno di legge sulla Pubblica amministrazione.
L’ha deciso oggi, subito dopo il voto finale in Aula, l’ufficio di presidenza guidato da Anna Finocchiaro, su richiesta di Forza Italia e Ncd, cui il Pd si è adeguato, condividendo la necessità di lasciar “decantare” la situazione.
Dunque l’Italicum rischia di slittare ancora, nonostante gli annunci dei giorni scorsi, e di arrivare in Aula “non prima di novembre”, come profetizza la capogruppo di Sel Loredana De Petris, complice anche l’autunno caldo in arrivo che richiederà un Parlamento occupato a tempo quasi pieno sui dossier economici.
Ma non basterà solo una tranquilla decantazione.
Dopo l’ultimo vertice tra Renzi e Berlusconi, mercoledì scorso, la nuova legge elettorale resta un rebus.
Il premier ha presentato la lista delle modifiche possibili, dalle soglie alle preferenze, ma il Cavaliere ha preso tempo, e sulle preferenze resta un no abbastanza pesante, come spiega su Repubblica il plenipotenziario per le riforme Denis Verdini: “Per noi l’Italicum prima versione resta la migliore legge possibile e da lì non ci muoviamo…”.
Il muro di Verdini rischia di creare più di un problema a Renzi in casa sua.
Al di là dei 16 dissidenti, che non hanno votato il nuovo Senato, c’è nel Pd un’ampia fetta di senatori bersaniani e lettiani che fanno riferimento all’Area Riformista che l’Italicum così com’è non lo voterebbero.
Una trentina, tra questi anche Miguel Gotor, Francesco Russo e la capogruppo in prima Commissione Doris Lo Moro, senatori che hanno contribuito fattivamente al successo della riforma costituzionale.
Ma che sull’asse del Nazareno hanno più di un malumore. “Quando la Camera a marzo ha detto sì all’Italicum non c’era ancora il Senato non elettivo”, spiega Gotor. “Ora si pone un problema di razionalità del sistema. Se c’è una sola camera politica non può essere composta di nominati e non può avere soglie d’ingresso così alte. Sulla legge elettorale non possiamo essere dipendenti da Forza Italia come lo siamo stati sul Senato e bisogna parlare con tutti, a partire dalla maggioranza. C’è un paradosso dei tempi nuovi: più il Pd è forte alle urne e più appare sensibile ai veti di Verdini”.
“Non piegarsi a Verdini” è da qualche settimana uno dei leit motiv di Pier Luigi Bersani.
E nella minoranza Pd, dopo il vertice Renzi-Berlusconi, sta crescendo anche l’allarme per un possibile “soccorso azzurro” al governo sui temi economici, visto come un incubo.
C’è poi il rapporto tra Pd e Ncd. In Aula Gaetano Quagliariello ha ribadito che una “camera di nominati sarebbe intollerabile”, e i dissidenti Pd hanno applaudito, a partire da Corradino Mineo e Walter Tocci.
“Con questa riforma la Camera diventa sei volte più grande del Senato e consente a chi vince le elezioni di utilizzare il premio di maggioranza per impossessarsi del Quirinale”, ha detto Tocci in Aula.
“Diciamo la verità : se Berlusconi avesse modificato la Costituzione indebolendo l’indipendenza della Presidenza della Repubblica avremmo riempito le piazze…”.
Il concetto è sostanzialmente condiviso dalla trentina di senatori di Area riformista. Che, non a caso, hanno provato in vari modi ad allagare la platea dei Grandi elettori per il Colle e a modificare i quorum per l’elezione del presidente della Repubblica (quest’ultimo obiettivo è stato parzialmente centrato).
“Ma sui grandi elettori, e cioè su un tema delicatissimo e riconosciuto da tutti come il ruolo di garanzia del Capo dello Stato, abbiamo dovuto subire 4 veti in fila da parte di Forza Italia”, protesta Gotor.
E il dissidente Felice Casson (che è uscito dall’Aula insieme alle opposizioni) rincara la dose: “Sulla legge elettorale non siamo solo in 16 a dire no, ma molti di più. Renzi invece che inseguire Verdini, dovrebbe cercare un consenso ampio nel Pd, e poi anche nella sua maggioranza”.
A palazzo Chigi resta valido lo schema del premio al 40%, di una soglia al 4% per tutti e di un mix tra capilista bloccati e preferenze.
Ma non è detto che questo sarà l’approdo finale di una trattativa che si preannuncia lunga e faticosa.
“Pronti a modifiche, ma solo con l’accordo di tutti i sottoscrittori del patto”, ha ribadito ieri il ministro Maria Elena Boschi.
Mentre Anna Finocchiaro è più esplicita: ”Ormai possiamo dire con relativa certezza che la legge elettorale non sarà l’Italicum, non sarà cioè un sistema con le storture che ha la legge approvata dalla Camera, come le soglie di sbarramento molto alte e il premio al 37%”.
Per ora sono solo schermaglie. Ma è quasi certo che in questa pausa estiva il tema resterà in agenda. “In cima all’agenda”, conferma il sottosegretario Pizzetti.
“Io sono stato uno dei facilitatori sulla riforma costituzionale, ma le liste bloccate non passeranno”, avverte Russo, del Pd.
“La maggioranza del nostro gruppo non le voterebbe, e del resto lo stesso Renzi si è impegnato pubblicamente a trovare una soluzione alternativa. Lo prendo in parola…”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 9th, 2014 Riccardo Fucile
I PROFUGHI SONO SALITI A 85.000, STANZIATI 700 MILIONI PER IL PIANO DI ACCOGLIENZA NELLE REGIONI… MA IL GOVERNO ITALIANO CONTA QUALCOSA IN EUROPA?
I numeri sono da emergenza. Ma l’Europa ci riserva spiccioli.
Sono 85 mila gli immigrati, profughi e clandestini, che dall’inizio dell’anno sono sbarcati in Italia, con o senza l’aiuto delle navi della marina impegnate in Mare Nostrum.
Il governo sta cercando di gestire senza allarmare una situazione esplosiva specie se vista nel contesto internazionale per cui le cose non possono che peggiorare.
Il ministro dell’Interno Angelino Alfano aggiorna in continuazione palazzo Chigi e il consiglio dei ministri ha deciso di “raddoppiare, se necessario triplicare, le Commissioni territoriali per le richieste di asilo”.
Dalle attuali dieci “si passa a venti con la possibilità di arrivare a trenta”. Più o meno un centro per ogni regione con la possibilità di aumentare per le regioni più sotto pressione, a cominciare dalla Sicilia.
Nelle nuove Commissioni sarà impiegato personale delle prefetture e dell’Unhcr (il Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati).
Una piccola cosa, si dirà , ma che abbatterà i tempi attuali (minimo sei mesi una volta ottenuta l’identificazione dell’interessato che può richiedere anche più un anno) per i profughi che richiedono asilo.
Una larga parte degli 85 mila arrivi di questo anno.
Il consiglio dei ministri, dedicato al provvedimento per gli stadi sicuri, ha affrontato anche i numeri dell’emergenza sbarchi: 45 mila persone, circa la metà del totale di 85 mila, sono ospitate nei centri previsti dal Piano nazionale per l’accoglienza.
Qualche migliaio di profughi, fonti del Viminale parlano di “15-20 mila”, hanno usato l’Italia come porto di transito per arrivare in altre città europee dove vivono parenti e amici.
Altre migliaia sono state distribuite presso parenti che già vivono in Italia.
Restano altissimi i costi per gestire l’emergenza. Il Viminale ha stanziato 700 milioni per il Piano di accoglienza che prevede “un modulo organizzativo” da 10 mila posti che ogni regione deve rendere disponibile per le emergenze.
Una voce a parte è riservata ai minori, ragazzi tra i 13 e i 18 anni arrivati in Italia senza genitori e rischiano di diventare merce facile per la criminalità e traffici di ogni genere.
Il Piano minori conta su uno stanziamenti di 100 milioni per garantire un’accoglienza separata.
Oltre a questo c’è la contabilità quotidiana.
Ogni profugo costa circa 30 euro al giorno per vitto e alloggio, intorno ai 50 mila euro al mese. A questi vanno aggiunti i 9 milioni e spiccioli necessari per il carburante e le indennità del personale impiegato nella missione Mare Nostrum.
Altre fonti, della Marina militare, alzano questa cifra a circa 170 milioni al mese.
Di fronte a tutto ciò l’Europa pensa di cavarsela, rivelano fonti del Viminale, con “lo stanziamento di 300 milioni in sette anni”. Briciole.
Ci sarebbe da ridere ma è passata la voglia.
Ma non doveva essere il semestre a guida italiana il momento per pretendere di distribuire sulle spalle di tutti i 28 paesi europei il peso dei profughi figli delle guerre e delle carestie del sud del mondo?
Il consiglio dei ministri anche ieri ha recuperato risorse nelle pieghe del bilancio. Raccattando un po’ qua e un po’ là .
Un sostengo speciale è stato garantito ai 13 comuni siciliani, Lampedusa e Ragusa in testa, che più di tutti in questi mesi stanno sopportando il peso degli arrivi.
Il punto resta l’Europa, Bruxelles, che non può più fare finta di nulla.
Salvo affacciarsi dalla nostre parti alla prossima tragedia di morti e dispersi nel canale di Sicilia.
Ma dipende anche da quanto conti il governo italiano in Europa.
(da “Huffingtonpost“)
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