Agosto 20th, 2014 Riccardo Fucile
DIMEZZATI GLI ARRESTI… LA PROTESTA DI POLIZIOTTI E MAGISTRATI COL GOVERNO
Risolvi un problema dentro e ne crei cento fuori.
Il riferimento è alle carceri: bisogna svuotarle perchè le celle sono sovraffollate e l’Europa ci bacchetta; ma il risultato è che, fuori, i reati restano impuniti.
L’allarme lo lanciano i poliziotti e i magistrati impegnati, per esempio, nel contrasto allo spaccio di droga.
Non possono più arrestare i pusher perchè il “piccolo spaccio” ormai non prevede il carcere.
Così nel giugno 2014 in 932 operazioni antidroga della Polizia di Stato sono state segnalate 1.243 persone, ma di queste solo 903 arrestate, a fronte di sequestri di ben 76 tonnellate di sostanze stupefacenti.
Un anno fa, nel giugno 2013, in 1.556 operazioni antidroga, in cui furono sequestrate poco più di 3 tonnellate di stupefacenti, le persone segnalate furono ben 2.737, quasi tutte (2.055) arrestate.
Dunque, in un anno, sono dimezzati gli arresti e quasi dimezzate le operazioni antidroga: tanto sono quasi inutili, visto che gli spacciatori devono essere lasciati liberi (di tornare al loro lavoro).
Questo è ciò che si vede fuori, con preoccupazione, allarme e frustrazione degli operatori giudiziari.
Dall’altra parte, da dentro, cambia il punto di vista: al Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, sono fieri dei risultati ottenuti.
Hanno svuotato le carceri come chiesto dall’Europa. O meglio: sono riusciti ad alleggerire il sovraffollamento.
Esibiscono dati che sono un successo: nel 2010 c’erano 68 mila detenuti in 45 mila posti; oggi sono 54 mila in 50 mila posti. In quattro anni, 14 mila detenuti in meno e 5 mila posti in più, ottenuti costruendo o ristrutturando gli istituti di pena.
Per capire bene questi numeri, fanno notare al Dap, bisogna sapere che gli standard italiani sono più rigorosi (e civili) degli standard europei: questi impongono 7 metri quadrati per un detenuto, che devono aumentare di 4 metri quadrati ogni detenuto in più nella stessa cella. In Italia, invece, gli standard sono di 9 metri quadrati per detenuto , aumentati di 5 ogni detenuto in più. Più spazi (anche se 5 mila non sono molti), ma soprattutto meno detenuti.
Come è stato ottenuto l’alleggerimento?
Con le nuove norme sulla droga, visto che il 20 per cento delle persone in carcere sono in cella per spaccio.
“Ma è stata la Corte costituzionale”, spiegano al Dap, “a dichiarare illegittimo il decreto Fini-Giovanardi sulle droghe, imponendo il ritorno alle norme precedenti, che distinguono droghe leggere e droghe pesanti e prevedono pene miti per il piccolo spaccio”.
Attenzione, però: le vecchie norme, per lo spaccio di droghe pesanti, prevedevano una pena massima di 6 anni, permettendo l’arresto degli spacciatori.
“Poi però è intervenuto il governo”, spiegano alla procura di Milano, “che ha abbassato la pena massima a 4 anni. Così oggi l’arresto in flagranza lo puoi fare comunque, ma è inutile: niente carcere sotto i 5 anni, dunque la mattina dopo l’arresto devi lasciar andare il pusher, che ormai gira con poche bustine per volta ed è quindi sostanzialmente impunito e impunibile. Bene che vada, va agli arresti domiciliari: i poliziotti lo devono pure accompagnare a casa in macchina e in più organizzare i turni di controllo. Insomma: è chiaro che si finisce per non intervenire nemmeno”.
Gli arresti sono diminuiti anche perchè, in generale, le leggi “svuotacarceri” impongono la cella soltanto per coloro per i quali il giudice preveda (con uno sforzo di immaginazione) una pena futura di almeno 3 anni di reclusione.
Gli altri restano fuori, anche se etichettabili come socialmente pericolosi, anche se appena rilasciati tornano a commettere reati.
L’alleggerimento poi è stato ottenuto anche aumentando le misure alternative.
Le detenzioni domiciliari concesse sono state 15 mila dal 2010 a oggi e oggi sono circa 5 mila le persone che sono detenute a casa.
Aumentato anche l’affidamento in prova ai servizi sociali: sono 20 mila le persone oggi in carico agli Uepe (gli uffici per l’esecuzione penale esterna).
Finora a concedere l’affidamento in prova erano i Tribunali di sorveglianza, dopo la condanna definitiva; oggi, con la “messa in prova”, per reati con pena massima fino a 4 anni possono concederla anche i giudici, prima di arrivare a sentenza.
Accresciuti anche gli “sconti” della liberazione anticipata: erano 45 giorni abbuonati ogni semestre passato in cella; oggi sono 75, ovvero 2 mesi di sconto ogni anno di carcere.
La legge Severino ha poi imposto la norma contro le “porte girevoli”: dopo l’arresto non vai in carcere, ma devi rimanere nelle strutture di polizia, finchè non c’è una misura cautelare emessa da un giudice o una sentenza per direttissima.
Nelle carceri italiane ci sono troppi detenuti in attesa di giudizio, si continua a ripetere: più di 15 mila su 54 mila (il 28 per cento, quasi un terzo della popolazione carceraria!). “Ma sono dati truccati, non comparabili con quelli degli altri Paesi europei”, spiegano al Dap, “perchè noi abbiamo tre gradi di giudizio. In realtà , i detenuti in attesa della sentenza di primo grado oggi sono esattamente 8.259, più o meno il 15 per cento: una percentuale europea”.
Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 20th, 2014 Riccardo Fucile
ENORME DISTANZA TRA I DUE SUI TEMI ECONOMICI, MENTRE I RISPETTIVI FEDELISSIMI LITIGANO SUI DECRETI… DEL RIO AVREBBE RIFIUTATO DI CANDIDARSI IN EMILIA AL POSTO DI ERRANI
Quando i rapporti si logorano, anche la gestione dei dossier più semplici diventa complicata. 
E a palazzo Chigi sono ormai settimane che il dissapore strisciante tra Renzi e il suo vice ed (ex) braccio destro, Graziano Delrio, tiene banco e non solo nelle conversazioni di corridoio.
Quella che è in atto e che sta creando problemi non secondari di gestione dell’intera macchina amministrativa e decisionale del governo, è di fatto una sfida tra due diverse (e per certi versi opposte) visioni del potere che i due personaggi esprimono.
Il premier più attento all’effetto annuncio e alla velocità dell’agire, l’altro più riflessivo e — soprattutto — ossessionato dalla questione dei conti e della loro quadratura, questione che lo trova sempre più vicino ai rilievi che solleva la prima (e vera) nemica dell’azione renziana di governo, la Ragioneria dello Stato.
Due caratteri inconciliabili, se non fosse che Renzi ha sempre parlato di Delrio come del suo uomo più vicino.
Ora, invece, c’è silenzio. Con l’ex sindaco di Reggio Emilia che non solo è sparito da tempo dai radar mediatici, ma avrebbe già più volte minacciato di andarsene, frenato da un Renzi deciso a risolvere in altro modo la questione, sempre per non intaccare l’immagine del governo e, soprattutto, la sua personale.
Difficile dire quando i rapporti tra i due hanno cominciato a logorarsi, ma sono in molti a far risalire la questione alla nomina di Antonella Manzione, ex capo dei Vigili Urbani di Firenze, a capo del dipartimento Affari Giuridici di Palazzo Chigi, in pratica il luogo dove vengono vistati tutti i decreti in partenza per il Consiglio dei Ministri e dunque destinati all’approvazione.
Manzione sarebbe invisa a Mauro Bonaretti, per otto anni braccio destro di Delrio come direttore generale del comune di Reggio Emilia e oggi segretario generale di palazzo Chigi.
Manzione e Bonaretti dovrebbero collaborare in modo stretto per far andare avanti il sistema e l’azione di governo.
La prima, per dire, è quella che alla fine vista anche tutti i provvedimenti che i ministeri propongono; il secondo è il filtro di tutte le decisioni più importanti e stabilisce l’agenda delle priorità .
La Manzione non avrebbe mai digerito le critiche feroci di Bonaretti sulla sua inadeguatezza rispetto al ruolo che Renzi le voleva assegnare e che ora lei, in qualche modo, stia cercando di far capire che l’inadeguato è invece proprio lui.
Schermaglie tra i due “gregari” che hanno finito per coinvolgere i loro dante causa. Mettendoli uno contro l’altro.
Bonaretti, va detto, era già stato capo della segreteria di Enrico Letta, non certo un elemento di merito per Renzi, ma il premier si fidò della scelta di Delrio. Certo, non immaginava la levata di scudi che lo stesso Bonaretti avrebbe posto contro la fedelissima Manzione.
Raccontano che l’ultimo scontro tra Renzi e Delrio sull’argomento sia avvenuto giusto due giorni prima della chiusura estiva, quando c’era il voto sul decreto Madia (Pubblica Amministrazione) in Aula al Senato e il contenuto del decreto Lotti sull’Editoria, bocciato dalla Ragioneria e dal ministero dell’Economia, era stato riassorbito in un emendamento al testo del provvedimento.
Quel testo, vidimato dagli uffici della Manzione per l’Aula, ha incontrato le perplessità di Bonaretti. Lo scontro è stato a tre, Luca Lotti (sottosegretario all’Editoria) con Renzi contro Delrio.
Un match alla fine del quale l’ex sindaco di Reggio avrebbe minacciato ancora una volta di andarsene.
Una tensione, insomma, che dovrebbe trovare una soluzione.
La prima, immaginata da Renzi in veste di segretario del Pd, sarebbe stata quella di dare a Delrio la poltrona che fu di Errani alla Regione Emilia Romagna, ma l’uomo ha detto un secco no, facendo crollare il castello costruito al Nazareno sulle prossime elezioni emiliane e costringendo Renzi a pensare ad una nuova exit strategy.
Che potrebbe arrivare dalla possibile nomina di Federica Mogherini a Mrs Pesc, ovvero ministro degli esteri europeo.
Liberando la poltrona più alta della Farnesina, per il premier si aprirebbe, a novembre, la finestra per l’atteso rimpasto (anche dal Quirinale), con Delrio a quel punto catapultato su una poltrona di livello, ma lontana dalle stanze dei bottoni più caldi.
Qualcuno ha sibilato una possibile candidatura a nuovo ministro della Salute, visto che la Lorenzin, con le ultime scivolate sulla fecondazione eterologa, non godrebbe più della fiducia neppure di Alfano.
Il cattolicissimo Delrio, invece, sarebbe l’uomo giusto al posto giusto.
Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 20th, 2014 Riccardo Fucile
RESI NOTI I NOMI DEI QUATTRO PILOTI, TRA I 31 E I 36 ANNI
Sono andate avanti tutta la notte le ricerche per rintracciare i piloti a bordo dei due Tornado del Sesto Stormo di Ghedi, che martedì si sono scontrati in volo e sono poi precipitati in provincia di Ascoli Piceno.
Verso le 11 è arrivato l’annuncio del ritrovamento di un corpo carbonizzato, nella zona di Tronzano, appartenente a un uomo, forse nei resti della fusoliera di uno dei caccia.
Poco dopo è stato localizzato anche il corpo di un altro pilota, una donna, in località Poggio Anzù, nella collina di fronte a quella in cui sono stati trovati i resti del primo militare.
L’Aeronautica è stato netta sulle probabilità di ritrovare superstiti: «Escludiamo che i piloti dispersi a seguito dell’incidente aereo siano ancora vivi».
«Erano piloti esperti, erano capitani»
Intanto sono stati resi noti i nomi dei quattro militari che volavano sui due jet. Il capitano pilota Mariangela Valentini, 31 anni, di Borgomanero (Novara); il capitano pilota Alessandro Dotto, 31 anni di Ivrea; il capitano navigatore Giuseppe Palminteri, 36 anni, di Palermo; il capitano navigatore Paolo Piero Franzese, 35 anni, di Benevento.
Fonti dell’Aeronautica hanno precisato che i quattro militari «erano piloti esperti, erano capitani».
Aperta un’inchiesta
Mentre sono ancora in corso le ricerche dei dispersi, la Procura di Ascoli Piceno ha aperto un’inchiesta per disastro aereo colposo in relazione all’incidente.
Il procuratore capo Michele Renzo l’ha affidata al sostituto Umberto Monti, che martedì notte ha tenuto una riunione in Procura con tutti i soggetti impegnati nelle operazioni di ricerca dei piloti scomparsi.
Già sequestrati diversi componenti dei relitti finora rinvenuti.
Impatto ortogonale
L’impatto fra i due caccia è stato ortogonale: in pratica i due aerei si sono scontrati perpendicolarmente mentre percorrevano una delle aerovie a disposizione per raggiungere il luogo di un’esercitazione.
La commissione dell’Ispettorato sicurezza al volo è al lavoro per accertare le cause dell’incidente.
Secondo il racconto dei testimoni, i velivoli stavano volando bassissimi quando uno ha centrato l’altro.
I caccia erano partiti dalla base di Ghedi, in provincia di Brescia (dove mercoledì mattina sono arrivati i parenti dei piloti) per una missione di addestramento e sono precipitati a circa 30 km da Ascoli, fra i comuni di Venarotta e Gimigliano, provocando un vasto incendio.
I due Tornado sono velivoli da combattimento acquisiti dall’Aeronautica militare a partire dal 1982.
(da “il Corriere della Sera“)
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Agosto 20th, 2014 Riccardo Fucile
PER IL PREMIER “PROPOSTA GIA’ BOCCIATA”, MA ALLE PRIMARIE DEL PD ERA STATO LUI AD AVANZARLA
Giuliano Poletti, ministro del Lavoro, si è rifugiato nel suo camper in un campeggio in Sardegna. 
Ha scelto di non parlare per qualche giorno mentre sulla sua proposta di intervenire con un contributo di solidarietà sulle pensioni più alte calcolate con il vecchio metodo retributivo si è scatenata la bufera.
Contro i sindacati, contro le associazioni dei manager, contro una parte del suo partito, il Pd, contro gli alleati del Ncd, contro l’opposizione di Fi.
E contro anche il premier Matteo Renzi che ieri in alcune conversazioni private ha detto: «Quello è il piano Cottarelli che però io ho già bloccato qualche mese fa». Perchè è vero che il commissario straordinario alla spending review aveva suggerito (a marzo) un contributo temporaneo sulle pensioni relativamente più elevate, esentando però l’85 per cento dei pensionati, ma è anche vero che l’idea di Poletti è diversa da quella di Cottarelli e coincide in buona parte a quanto proponeva proprio Renzi da candidato segretario del Pd, insieme a due economisti, Yoram Gutgeld e Tommaso Nannicini, che oggi fanno sostanzialmente parte dello staff di palazzo Chigi: a chi riceve una pensione calcolata con il metodo retributivo, oltre una certa soglia, si può chiedere un contributo di solidarietà perchè il suo assegno pensionistico è superiore ai contributi effettivamente versati.
Insomma c’è un “bonus” pensionistico, come lo definì Renzi, che può essere usato per redistribuire un po’ di risorse in chiave solidaristica.
Questo è il perno del pacchetto previdenza che Poletti vorrebbe portare all’interno della prossima legge di Stabilità che il governo dovrà approvare entro il 15 ottobre. Da una parte il recupero di gettito (secondo alcune stime circa un miliardo di euro) da utilizzare per il sostegno al reddito dei lavoratori più anziani che perderanno il lavoro e che rischiano di trasformarsi in nuovi esodati (l’Inps calcola che possano essere 30-40 mila persone l’anno), e anche per la cassa integrazione in deroga che in attesa della riforma complessiva degli ammortizzatori sociali è diventata l’unico ancoraggio per centinaia di imprese in crisi.
Dall’altra uno strumento di equità generazionale visto che la riforma Dini del 1996 ha spaccato in due il mondo dei pensionandi (i più anziani con il retributivo, i giovani con il contributivo meno favorevole) e solo con la legge Fornero del 2011 si è introdotto il meccanismo del contributivo “pro rata” per tutti
Poletti ha bisogno di risorse e sa come tutti — che realizzare la prossima legge di Stabilità (dai 23 ai 25 miliardi) agendo esclusivamente sul versante dei tagli di spesa non sarà affatto semplice.
Solo per salvaguardare circa 170 mila esodati sono stati necessari più di 11 miliardi.
E dall’inizio della crisi ogni anno è andato alla cassa integrazione in deroga (quella cioè finanziata con la fiscalità generale e non con i versamenti delle imprese) oltre un miliardo di euro.
Sono cifre rilevanti impiegate unicamente per gestire le emergenze, senza un piano organico di riforma complessiva degli ammortizzatori sociali che dovrebbe completarsi solo con il Jobs Act che da settembre tornerà all’esame del Parlamento. Ma con i lavoratori over 50 licenziati dovremo purtroppo continuare a fare i conti, così con la cassa in deroga per sostenere il reddito di centinaia di migliaia di dipendenti
Con l’ultima mossa il ministro del Lavoro («sono favorevole a un contributo di solidarietà », ha detto), dunque, ha messo le mani avanti sfidando l’impopolarità e anche il suo presidente del Consiglio.
Perchè il ministro ha detto chiaramente che per recuperare un gettito significativo bisognerà abbassare l’asticella del livello di redditi dai quali cominciare a chiedere il contributo (ieri il sottosegretario dell’Economia, Pier Paolo Baretta ha dichiarato che può stare tranquillo chi prende fino a 2.000 euro netti).
Intaccando però, per questa via, il consenso del ceto medio e di quei pensionati che per oltre un terzo ha votato alle ultime politiche proprio per il Partito democratico. Anche da qui il “niet” di quasi tutto il partito, segretario in testa.
Per una volta dalla stessa parte delle grandi centrali sindacali, Cgil, Cisl e Uil che, se l’asticella dovesse davvero abbassarsi, vedrebbero colpita quella parte importante dei propri iscritti (oggi più della metà dei tesserati sindacali sono pensionati) sostanzialmente scampata alla riforma Dini entrata in vigore nel 1996
Eppure nella mossa di Poletti si può scorgere pure un altro aspetto, tutto interno alla maggioranza. Il Nuovo centro destra di Angelino Alfano ha sollevato, e ovviamente lo rifarà in Parlamento quando si discuterà sul Jobs Act, il tema dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Lo ha fatto per distinguersi, per una ricerca di identità all’interno della coalizione nella quale è prevalente l’impronta piddina.
L’Ncd, però, si è decisamente schierato contro l’ipotesi di un nuovo contributo di solidarietà (c’è già quello introdotto dal governo Letta per le pensioni superiori ai 90 mila euro lordi l’anno).
Poletti, questa volta d’accordo con Renzi, ha invece detto che l’articolo 18 non è all’ordine del giorno.
E ha aperto un fronte sulle pensioni che è stato violentemente attaccato da Forza Italia. Ncd non può lasciare campo libero alla destra forzista.
E allora è molto probabile che alla fine l’ipotesi del contributo di solidarietà (vista la posizione di Renzi) finisca solo per sgombrare definitivamente il campo dall’articolo 18: nè licenziamenti, nè contributo di solidarietà .
Roberto Mania
(da “La Repubblica)
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Agosto 20th, 2014 Riccardo Fucile
LA DEUTSCHE BANK: “PRIVATIZZARE IL WELFARE E I SERVIZI PUBBLICI PER FARE CASSA”
Non è solo la grande banca d’affari statunitense Jp Morgan a redigere rapporti che valgono come memorandum politici per governi e parlamenti di mezzo mondo.
Il “vizietto” ce l’hanno un po’ tutte le banche.
C’è chi dà consigli alla Bce, chi anticipa il governo Renzi. Chi si spinge ad auspicare la chiusura di una fabbrica come l’Ilva.
Le più grandi banche del mondo hanno tutte un’analisi più o meno segreta redatta da cervelli di valore, con cui orientare i mercati e con cui influenzare le scelte della politica.
Deutsche Bank: privatizzare è bello
Dopo il rapporto del 2013 della Jp Morgan che Il Fatto ha pubblicato integralmente ieri e che imputava alle Costituzioni “dei paesi periferici dell’Eurozona” Costituzioni a eccessiva “influenza socialista”, il documento di maggior respiro programmatico è forse quello della Deutsche Bank sulle privatizzazioni europee.
Il testo è del 20 ottobre 2011 e si intitola Guadagni, concorrenza, crescita.
La richiesta, rivolta direttamente alla Troika, è quella di procedere a una privatizzazione massiccia del sistema di welfare e di servizi pubblici.
L’obiettivo è rastrellare centinaia di miliardi di euro in paesi come Francia, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda ispirandosi al vecchio piano tedesco Treuhandanstalt, l’Istituto che, tra il 1990 e il 1994 garantì la dismissione di 8000 aziende dell’ex Ddr.
Il capitolo che riguarda l’Italia è molto dettagliato.
Si ammette che “lo Stato nel suo complesso nel corso dell’ultimo decennio si è ritirato in modo significativo” da diversi settori.
Però esistono ancora “potenziali entrate derivanti dalla vendita di partecipazioni in grandi aziende”. Almeno 70-80 miliardi.
“Particolare attenzione meritano gli edifici pubblici, i terreni e i fabbricati”. Un valore stimato in 421 miliardi, la stessa cifra che in questi giorni viene stimata da diversi progetti pubblicati su vari giornali (Il Messaggero, IlSole24Ore) e che hanno avuto anche il sostegno del sottosegretario alla Funzione Pubblica, Angelo Rughetti.
La svizzera Ubs: chiudete l’acciaieria
Molto concreto è il rapporto della banca svizzera Ubs dal titolo: Il futuro dell’Ilva, il destino dell’industria siderurgica europea, nel quale lo specialista Carsten Riek ipotizza la chiusura parziale o totale del più grande stabilimento siderurgico d’Europa. “Sarà una cattiva notizia per i dipendenti, ma a beneficiarne saranno tutti gli altri”. L’obiettivo è quello di eliminare una sovracapacità produttiva di 20 milioni di tonnellate a vantaggio della siderurgia tedesca, scandinava e austriaca.
L’Ubs si è resa protagonista anche di un’altra curiosità .
A pagina 4 di un documento datato 7 gennaio 2014, si legge: “In Italia, a meno che Matteo Renzi riesca a modificare sostanzialmente il percorso delle riforme, il più importante dei paesi periferici, ci sarà probabilmente meno spazio di manovra per negoziare il suo bilancio 2015 con la Commissione europea”.
Renzi, però, avrebbe giurato solo il 25 febbraio successivo.
Nel rapporto, poi, si scrive anche di possibili elezioni anticipate nel 2015.
I Consigli alla Bce della Goldman Sachs
Il Wall Street Journal rende noto un documento, redatto il 16 agosto 2011 da uno dei più importanti strateghi della banca, Alan Brazil, destinato ai clienti hedge funds.
Un documento non pubblico in cui Goldman Sachs non rinuncia a dare indicazioni come quella che riguarda la Bce alle prese con i riflessi della crisi greca.
Brazil scrive che per ricapitalizzare e salvare le banche europee dal rischio-collasso servano mille miliardi di dollari.
Esattamente la cifra che la Bce metterà a disposizione del sistema, di lì a poco, con il sistema Ltro.
Credit Suisse: riformare la politica
In un altro rapporto più recente la stessa banca consigliava direttamente all’Italia una politica di “austerità ” per ridurre le spese pubbliche, augurandosi “riforme strutturali” per far crescere di nuovo l’economia.
Un’attenzione specifica all’Italia la si trova anche nel Credit Suisse che in un rapporto del maggio scorso scrive: “I sistemi politico e normativo italiani non perfettamente funzionanti rallentano ancora il paese.
Un sistema giuridico inefficiente, imposte elevate, uno scenario elettorale volatile e una concorrenza carente in settori come mezzi di comunicazione, servizi retail e professionali stanno costando cari al paese.
Ampie riforme, alcune delle quali già approvate dai governi precedenti, potrebbero incrementare del 10 per cento la crescita del Pil sul lungo periodo”.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 20th, 2014 Riccardo Fucile
FINITO L’ENTUSIASMO CHE PORTO’ 160 MILIARDI SU BTP E PIAZZA AFFARI
Se qualcosa lo distingue da molti dei suoi colleghi, è la cura ossessiva che Dalio mette nel perseguire
la sua dottrina della «trasparenza radicale»: dire in faccia, senza stile, ciò che si ritiene vero.
Di recente Bridgewater l’ha applicata al Paese d’origine del capo, l’Italia
Lo hedge fund naturalmente ha degli interessi e prende posizioni sul mercato, senza comunicarle. Ma il suo rapporto datato 12 agosto, riservato allo staff e a un gruppo ristretto di clienti, non fa sconti.
È il ritratto in cifre di un’Italia colta nel pieno di una contraddizione: dal 2008 non ha fatto che peggiorare per le condizioni del debito pubblico, della produzione industriale, del mercato del lavoro e della competitività , eppure negli ultimi due anni il mercato ha risposto in senso opposto.
Gli spread e gli altri indicatori di rischio — dal prezzo che pagano le banche per finanziarsi al costo per assicurarsi contro il default del Paese — dal 2012 sono migliorati fin quasi a raggiungere un’apparente normalità .
Ma tra questi fragili equilibri finanziari e lo smottamento continuo dell’economia e del debito pubblico si è aperta una forbice che prima o poi, in un senso o nell’altro, dovrà chiudersi.
«Non riteniamo che gli spread dell’Italia riflettano la situazione in deterioramento del Paese, magari per buone ragioni vista l’esistenza di un sostegno da parte della Banca centrale europea — scrive Bridgewater -. Tuttavia mentre l’Italia continua a peggiorare e la sensibilità al debito aumenta, diventerà sempre più importante capire fino a che punto la Bce sarà disposta a sostenere i costi di finanziamento del Paese»
In altri termini, il più grande hedge fund del mondo richiama l’attenzione su un punto vitale per un’economia che solo due anni fa ha rischiato l’asfissia finanziaria: gli investitori esteri che dal 2012 hanno riportato in Italia oltre 160 miliardi di dollari potrebbero ripensarci in qualunque momento, perchè il Paese resta fragile.
Avverte Bridgewater: «Le condizioni in Italia sono depresse come non lo erano mai state dalla fine della seconda guerra mondiale. E poichè la Bce non fornisce sostegno a un livello appropriato e dato che l’economia italiana non è competitiva, queste condizioni probabilmente persisteranno»
Nell’analisi di Bridgewater, è evidente come Spagna e Italia abbiano preso due strade diverse nell’ultima parte della crisi: l’economia iberica ha puntato a riconquistare competitività , anche riducendo il costo del lavoro, e ora riesce a crescere e creare nuovi posti grazie all’export; l’Italia invece resta bloccata in un equilibrio scomodo fra alti costi del lavoro, ristagno dell’export, disoccupazione persistente e crollo dei consumi interni.
«In Spagna i salari si sono corretti adattandosi alle condizioni depresse nel mercato del lavoro — scrive Bridgewater -. Ciò a ridotto la domanda interna, facendo fare un passo indietro alle condizioni dell’economia, ma ha anche aumentato notevolmente la competitività spagnola all’estero e questo ha sostenuto in modo sostanziale la crescita negli ultimi trimestri».
L’Italia invece ha scelto la via opposta, secondo gli analisti di Ray Dalio: «Con il suo mercato del lavoro rigido e salari a livelli vincolati, il Paese non si è aggiustato molto. Nel breve periodo, ciò ha limitato un po’ il livello di sofferenza che ci sarebbe stato con ulteriori cali dei redditi, ma ha anche reso l’Italia sempre meno competitiva rispetto al resto dell’area euro».
Di qui il dilemma senza soluzioni facili, di fronte al quale si trovano il governo e l’intero Paese: «Una correzione al ribasso dei salari in Italia deprimerebbe ulteriormente i redditi e la spesa, partendo da livelli già depressi scrive Bridgewater -. Ma non affrontare questo passaggio metterebbe la manodopera italiana in una condizione ancora peggiore nel lungo periodo».
I dati riportati dallo hedge fund non lasciano scampo: l’export spagnolo è del 10% sopra i livelli del 2008, quello italiano è del 3% sotto e continua a perdere quote di mercato.
Affrontare le scelte scomode è difficile, è il messaggio della «trasparenza radicale» di Dalio.
Ma eluderle le rende ancora più difficili in seguito.
Federico Fubini
(da “La Repubblica”)
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Agosto 20th, 2014 Riccardo Fucile
DOVE SON MEGLIO CLACSON, SGOMMATE E RUTTI DI UBRIACHI DEL CANTO DEGLI UCCELLINI
Scrive un’amica della cui affidabilità non ho motivo di dubitare che l’altra sera, mentre si trovava a cena da amici in un condominio del quartiere Flaminio a Roma, ha sentito battere le mani nel cortile sottostante.
Un rumore ritmico che di minuto in minuto cresceva fino a diventare insopportabile.
Ha chiesto ai padroni di casa chi fosse il suonatore improvvisato di flamenco.
Era il portiere dello stabile, che ogni sera replicava lo spettacolo per disturbare gli uccellini intenzionati a occupare i rami della grande magnolia posta al centro del cortile, da dove poi avrebbero intonato i loro canti notturni.
Proprio allora si è spalancata una finestra del primo piano ed è apparsa una donna munita di coperchi.
Per indurre al silenzio uno stormo di pennuti canterini, l’intero isolato si è dovuto sorbire una jam session di percussionisti dilettanti.
La signora dei coperchi ha annunciato gongolante che la magnolia, origine di tutte le disgrazie, sarà presto abbattuta.
Tolto di mezzo l’ingombrante arbusto con il suo carico di frastuoni arcadici, gli orecchi dei condomini saranno di nuovo liberi di concentrarsi sui gorgheggi delle sgommate, sulla sinfonia dei clacson, sulle performance gutturali degli ubriachi.
Come frenare l’anarchia privata che accetta di buon grado ogni inquinamento acustico provenga dall’uomo mentre manifesta odio patologico nei confronti della natura?
Questo si chiede la mia amica, facendo ironico appello a un pianista disposto ad andare nel cortile ogni sera per attirare gli uccelletti sulla magnolia con i Notturni di Chopin.
Illusa: tirerebbero i coperchi anche a lui.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Agosto 20th, 2014 Riccardo Fucile
I DIPENDENTI PUBBLICI TARTASSATI DA 5 ANNI HANNO PERSO IL 14,6% DEL SALARIO REALE E LO STATO GLI HA SOTTRATTO OLTRE 15 MILIARDI
La questione la riassume in termini crudi una fonte di primo livello del ministero del Tesoro: «se non
si toccano sanità , pensioni e statali, la spending review non riuscirà a centrare i suoi obiettivi».
Meglio ancora, «bisogna intervenire su almeno due su tre di questi capitoli».
Ecco, la revisione della spesa dalla quale il governo punta ad incassare 16-17 miliardi nel 2015 è un rebus che Palazzo Chigi deve sciogliere in tempi sempre più stretti.
La legge di Stabilità , va presentata al Parlamento entro metà ottobre e dopo il tempo delle ipotesi indicate dal commissario Carlo Cottarelli, Matteo Renzi è chiamato ad operare le scelte politiche.
Scelte che, considerata la consistenza dei risparmi che si vogliono realizzare, rischiano di essere molto pesanti e niente affatto indolori per la maggioranza che sostiene il premier.
I MALUMORI
Una delle ipotesi sulla quale, con molta prudenza, si sta lavorando e che sta già suscitando diffuso malumore nel Pd, è quella di prorogare per altri due anni il blocco delle retribuzioni del pubblico impiego.
Dal 2010, ormai, 3,3 milioni di lavoratori dello Stato si vedono negare da governi di vario colore il rinnovo contrattuale: una misura che è stata confermata dall’ultima legge di Stabilità fino alla fine del 2014.
Per l’indennità di vacanza contrattuale, invece, è previsto uno stop ai valori del 2012 fino al 2017.
La stretta sugli stipendi degli statali ha permesso di risparmiare, tra il 2010 e il 2014, qualcosa come 11,5 miliardi di euro.
Il nuovo blocco della contrattazione inserito dal governo Letta nella manovra finanziaria ha permesso ulteriori risparmi per altri 5miliardi di euro, grazie non solo al congelamento delle retribuzioni, ma anche al blocco del turn over fino al 2018.
E l’impatto sui conti pubblici dell’intervento che Via XX Settembre ipotizza di estendere al prossimo anno si evince in maniera chiara dalla lettura del Def 2014 laddove i tecnici hanno scritto che «nel quadro della legislazione vigente, la spesa per redditi da lavoro dipendente delle Pa è stimata diminuire dello 0,7% per il 2014, per poi stabilizzarsi nel triennio successivo e crescere dello 0,3 per cento nel 2018, per effetto dell’attribuzione dell’indennità di vacanza contrattuale riferita al triennio contrattuale 2018-2020».
Insomma, congelare la busta paga agli statali fa risparmiare una montagna di soldi alle casse dello Stato.
Più di un consigliere di Renzi, però, fa notare che un’eventuale ulteriore blocco avrebbe effetti recessivi sui consumi deprimendo ulteriormente la domanda. Di taglio in taglio, in effetti, i dipendenti pubblici nel giro di 5 anni hanno visto ridursi il salario reale del 14,6%. Con un sacrificio pro-capite che la Cgil quantifica in circa 4mila euro.
IL SALASSO
Il carico, ovviamente, cambia a seconda della mansione svolta: un impiegato ministeriale con meno di 30 mila euro lordi di stipendio ha dovuto rinunciare a circa 2.800 euro lordi, che diventerebbero 4mila con il prolungamento al 2015 e 2016.
Il salasso cresce salendo i gradini della gerarchia: sono 8.900 euro per un dirigente di seconda fascia, e arriva ai 19 mila euro di un ministeriale apicale e se lavora per un ente pubblico non economico (Inps, Aci, o Istat) si sorpassano i 21 mila euro all’anno. I docenti universitari hanno perso tra i 4.500 euro e i 9.500 euro, mentre i medici del servizio sanitario hanno visto andare in fumo 7.550 euro.
Di certo una eventuale proroga del blocco degli stipendi non incontrerebbe alcun ostacolo di legittimità costituzionale.
Secondo un recente pronunciamento dell’Alta Corte, infatti, «il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, trovano giustificazione nella situazione di crisi economica».
Michele Di Branco
(da “il Messaggero”)
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