Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
I SINDACATI: “RENZI SIA CHIARO SULLA MANOVRA O SARA’ UN AUTUNNO INCANDESCENTE”
I sindacati del pubblico impiego sono pronti a dissotterrare l’ascia di guerra contro il governo Renzi. 
Le ipotesi di un intervento sulle pensioni, in particolare su quelle maturate con il sistema contributivo che sarebbero ricalcolate con il meno generoso criterio contributivo, insieme a ulteriore proroga del blocco degli stipendi dei lavoratori statali, scatenano la reazione netta delle organizzazioni sindacali che hanno già annunciato la mobilitazione.
Il rischio è che alla fine della pausa estiva inizi un autunno incandescente.
Per questo le sigle sindacali maggiori hanno chiesto al governo di smentire le voci che circolano da giorni. «Lasciate in pace i pensionati, la pazienza è finita. Ci mobiliteremo» ha scritto su Twitter la segretaria generale di Spi Cgil, Carla Cantone, dopo che già la Cgil nazionale aveva chiarito senza mezzi termini il suo punto di vista: «Un intervento sull pensioni retributive è inaccettabile».
Netto il «no» dei sindacati anche alla ipotesi di congelare le buste paga dei lavoratori del settore pubblico: «C’è da augurarsi che sia una bubbola agostana. Un nuovo blocco biennale dei salari nella P.A. Sarebbe inaccettabile», ha tuonato la Cgil.
«Attendiamo una smentita da parte del presidente Renzi e della ministra Madia», hanno aggiunto i segretari generali della Funzione pubblica di Cgil, Cisl e Uil.
Il governo ha in parte accolto l’invito con il vice ministro dell’Economia, Enrico Morando, che ha sottolineato che quella previdenziale è «l’unica riforma che è già stata fatta».
«Dobbiamo fare le riforme strutturali che non abbiamo fatto — ha aggiunto — la mia opinione è che introdurre in questo ambito la discussione sulle pensioni sia estremamente negativo perchè la riforma della previdenza pubblica è stata già realizzata, non c’è bisogno di farne un’altra».
A parlare di ipotesi «premature» è stato anche Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia che però non ha chiuso la porta all’intervento prospettato qualche giorno fa dal ministro del Lavoro Poletti che aveva avanzato l’ipotesi di un nuovo prelievo a carico degli assegni previdenziali più alti.
«Non è la stessa cosa parlare di un intervento spot o di uno inserito nel più globale contesto della riforma del lavoro» ha detto Baretta. «Ciò premesso, se a certe pensioni chiederemo poi un contributo quando non riusciremo a trovare i fondi per garantire gli 80 euro ai pensionati da mille euro mensili, non mi pare uno scandalo. Diamoci un equilibrio: vogliamo le riforme, ma non vogliamo che nessuno paghi il conto?».
Sul fronte politico l’ipotesi vede la netta contrarietà di Forza Italia, con Renato Brunetta: «È una follia solo a parlarne anche perchè provoca incertezza e apprensione. Non è possibile attaccare i pensionati, che non si possono difendere, in questa maniera. Giù le mani dalle pensioni, noi lo abbiamo detto in tutti i modi».
Anche Cesare Damiano del Pd sostiene che un nuovo intervento sulle pensioni è «difficile».
«Mi rendo conto — ha aggiunto — che il ministro Poletti, avendo annunciato una iniziativa strutturale nella Legge di Stabilità a proposito di pensioni, ha bisogno di risorse e quindi questo potrebbe preludere a un intervento. Però…».
Filippo Caleri
(da “il Tempo”)
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Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
ANCHE IL “GUARDIAN” DENUNCIA IL CASO… IN AUSTRIA LE AUTORITA’ SI COMPORTANO DIVERSAMENTE…PARTONO LE PRIME DENUNCE CONTRO GLI AMMINISTRATORI TRENTINI MENTRE LA LAV CHIEDE UNA PERIZIA SULLA PRESUNTA AGGRESSIONE
Il sedicente ministero dell’Ambiente (o meglio chiamarlo della tutela dei cacciatori) interviene ufficialmente sul caso Daniza, che a Ferragosto avrebbe aggredito un cercatore di funghi di Pinzolo in Trentino, con una lettera inviata alla Provincia Autonoma di Trento.
“La sicurezza degli abitanti trentini è una esigenza primaria che va tutelata – si legge nella nota – ma al contempo non va vanificata l’importante esperienza del programma di ripopolamento degli orsi in corso in trentino. L’orsa Daniza deve essere messa in condizione di non aggredire più gli uomini”.
Il ministero assicura che “la situazione è affrontata dalla Provincia di Trento secondo i protocolli e le normative vigenti che in casi come questo arrivano a prevedere la cattura ed il ricovero in un’area recintata, ma non l’abbattimento. Particolare importanza viene assegnata al futuro dei due cuccioli”.
“I dati scientifici disponibili – continua la lettera – evidenziano che esemplari di orso bruno sottoposti a captivazione prolungata difficilmente possono essere reintrodotti nell’ambiente naturale, a causa delle modificazioni comportamentali che la fase di cattività determina in questa specie, e che i cuccioli di orso bruno che perdono la madre nella stagione estiva presentano in genere buone probabilità di sopravvivenza nel medio e lungo periodo”.
I tecnici del ministero ritengono quindi “che vada comunque evitata la captivazione dei due cuccioli e che, nel caso della rimozione della madre, vada previsto un attento monitoraggio dei due individui anche con tecniche radiotelemetriche, al fine di assicurare la tempestiva registrazione di eventuali comportamenti anomali”.
Il rischio che va evitato, conclude il ministero dell’Ambiente, “è che questo episodio rimetta in discussione un programma di ripopolamento (il progetto Life Ursus, avviato nel 1999, ndr.) che ha avuto successo, reinserendo in quest’area una comunità di orsi che ha raggiunto le 50 unità , e che rappresenta un esempio virtuoso a livello nazionale e internazionale”.
La posizione del ministero in merito alla sorte dei cuccioli viene giudicata giustamente “indecente” dai Verdi.
“La posizione del ministero dell’Ambiente sulla vicenda dell’orsa Daniza è semplicemente indecente, vergognosa e incompatibile con l’ordinamento giuridico della Repubblica italiana”, sottolinea il coportavoce nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli.
“Sono indignato nel leggere che il comunicato del ministero dell’Ambiente che, oltre a dare l’assenso alla cattura della mamma orsa Daniza, afferma che ‘i cuccioli di orso bruno che perdono la madre nella stagione estiva, presentano buone probabilità di sopravvivenza nel medio e lungo periodo’.
Quindi, secondo il ministero dell’Ambiente, per i cuccioli non è certa la possibilità di sopravvivenza ma solo probabile e affidiamo la possibilità di continuare a vivere per i cuccioli orsi in base alle valutazioni di probabilità dei funzionari del ministero”.
“Daniza ha agito come le mucche austriache”.
Pertanto i Verdi presenteranno domani mattina un esposto alla Procura di Trento con la richiesta dell’apertura di un’indagine e il blocco della cattura dell’orsa.
“Ritengo alla luce anche della nota del ministero dell’Ambiente, che non garantisce la certezza della sopravvivenza dei cuccioli in assenza della mamma, che ci troviamo di fronte alla violazione dell’art.544 ter del codice penale”, conclude Bonelli.
Che ricorda anche che “in Austria, alcuni giorni fa, alcune mucche hanno attaccato degli escursionisti per lo stesso motivo di Daniza: e cioè per difendere i loro vitelli. Ma in quel caso, le autorità austriache non hanno pensato di abbatterle o confinarle – ha chiarito il portavoce dei Verdi- Hanno semplicemente distribuito volantini informativi ai turisti invitandoli a tenersi a debita distanza dalle mucche al pascolo con la prole”.
Il volantino in questione ha un titolo significativo: “Un pascolo alpino non è uno zoo!”. In esso si spiega che le vacche vanno trattate con riguardo e non provocate, soprattutto se circondate dai loro vitellini.
Ricerche senza esito.
Intanto, proseguono le ricerche dell’animale, che vaga per i boschi con i suoi cuccioli e continua a sfuggire ai tentativi di cattura.
L’orsa ha accuratamente evitato le “trappole a tubo”, provviste di esche allettanti (miele e carne).
Sui social network fanno quasi tutti il tifo per mamma orsa e l’hashtag #iostocondaniza continua a riscuotere consensi.
La petizione su Avaaz ha raccolto 39mila firme, mentre quella ufficiale su Change arriva addirittura a quota 52mila (sempre su Change un’altra petizione è a oltre 7mila adesioni).
Il gruppo su Facebook, invece vola verso i 15mila “Mi Piace.”
Il caso è diventato internazionale, dal momento che persino il prestigioso quotidiano britannico The Guardian ha dedicato un articolo a Daniza.
Lav presenta una diffida.
In difesa di Daniza la Lav-Lega anti vivisezione ha depositato una diffida indirizzata al presidente della Provincia Ugo Rossi e alla Procura di Trento in cui chiede “l’immediato ritiro dell’ordinanza”, con la richiesta di avviare indagini, anche di medicina forense veterinaria, “per capire cosa sia accaduto veramente a Pinzolo”.
“Se il provvedimento provinciale venisse portato a compimento, il presidente Rossi e gli operatori addetti alla cattura di Daniza si renderebbero responsabili della violazione di almeno tre leggi nazionali e due articoli del codice penale posti a tutela dell’ambiente e degli animali”, afferma Massimo Vitturi, responsabile nazionale del settore fauna selvatica dell’associazione.
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Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
FORZA ITALIA E NCD SI IMPONGONO PER BLOCCARE LA RIFORMA DEL MINISTRO ORLANDO
Il 29 agosto dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri la riforma della giustizia promessa da
Matteo Renzi, ma sui temi più delicati l’accordo è ancora lontano.
Non a caso negli ultimi giorni il premier ha focalizzato i suoi tweet sulla giustizia civile, tacendo sul resto: intercettazioni telefoniche, responsabilità civile dei magistrati, nuovo Csm.
E, soprattutto, la prescrizione, che per come è architettata ora porta a una cifra record di procedimenti penali cancellati in corsa, soprattutto per i reati dei colletti bianchi e degli amministratori pubblici.
Nel 2012, in Italia sono stati dichiarati prescritti 113 mila procedimenti penali, il 7% di quelli conclusi.
Di questi, 39 mila sono defunti durante il processo di primo o di secondo grado, con un evidente spreco di risorse — già all’osso — della macchina giudiziaria.
Il 13,7% dei processi prescritti in Cassazione ha riguardato i reati contro la Pubblica amministrazione .
Una nota dolente che è costata all’Italia numerosi richiami dall’Unione europea, rimasti finora lettera morta.
Ogni riforma tesa a prolungare i tempi di “scadenza” dei reati, infatti, è vista come fumo negli occhi dal centrodestraberlusconiano-alfaniano.
Nel 2012, in piena emergenza economica, Silvio Berlusconi minacciò addirittura di far cadere il governo Monti se avesse osato farlo.
Nulla è cambiato: anche stavolta, l’ex premier Berlusconi, insieme a Ncd, si è fatto sentire con il ministro Orlando per bloccare il processo di riforma.
Ora la patata bollente passa nelle mani di Renzi, che al momento naviga a vista. Eppure in altri Stati indubbiamente di diritto, esistono meccanismi semplici e lineari che garantiscono tanto il cittadino incriminato quanto l’interesse pubblico di concludere un processo.
I nostri parlamentari li conoscono, dato che sono elencati in un dossier dell’Ufficio studi della Camera pubblicato il 26 maggio.
Ma forse sono troppo semplici per diventare oggetto di intese più o meno larghe.
In Francia il termine per perseguire i reati più gravi è di dieci anni, ma “può essere interrotto da qualsiasi atto di istruzione e di azione giudiziaria”.
E ogni volta il cronometro torna a zero: la prescrizione arriva perciò dieci anni dopo l’ultimo intervento delle toghe.
In Germania il limite massimo, comprese le interruzioni, arriva al doppio dei termini originari: se un reato si cancella in dieci anni, una volta avviata l’indagine la giustizia ne ha a disposizione ben 20.
Il dossier della Camera ricorda un’altra norma tedesca che difficilmente troverà cittadinanza nella riforma Renzi-Alfano: per reati compiuti da membri del Parlamento federale, la prescrizione scorre non da quando è stato commesso il reato, come in Italia, ma “dal momento in cui viene avviato il procedimento”.
E nel Regno Unito? Nella patria dell’Habeas corpus la prescrizione non esiste.
Limiti all’inizio di un’azione penale sono posti solo per i reati più lievi, mentre per i più gravi “non sussistono”, e comunque è il giudice che valuta caso per caso “l’interesse pubblico”.
In Spagna, semplicemente, il tempo si congela per tutta la durata del processo.
Nessun sistema, tra quelli citati, contiene alchimie simili a quella della nostra legge ex Cirielli: anche in Italia la prescrizione è interrotta dagli atti dell’autorità giudiziaria, ma la norma approvata sotto il governo Berlusconi impone che per i non recidivi (la stragrande maggioranza dei politici e dei colletti bianchi) non possa comunque superare il tempo fissato dalla legge aumentato di un quarto.
Così anche chi sa di essere colpevole tira il processo più in lungo possibile, sperando nel colpo di spugna, invece di accettare subito le pene più lievi garantite dai riti alternativi.
“La nostra è un’anomalia assoluta, ma non è piovuta dal cielo”, commenta Alberto Vannucci, direttore del Master in analisi della criminalità organizzata e della corruzione dell’Università di Pisa.
“Il legislatore ha fatto una manovra a tenaglia per ostacolare la punizione dei corrotti. Da un lato la legge Cirielli, dall’altro una serie di intoppi procedurali che allungano i processi. Tutti provvedimenti adottati da Mani pulite in poi con consenso bipartisan, anche se il centrodestra ci ha messo indubbiamente più passione.
Risultato: gli studi dicono che in Italia sono prescritti circa il 10% degli inquisiti per corruzione, mentre negli altri Paesi dell’Unione europea non si va oltre il 2%”.
Mario Portanova
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
ROMA AI VERTICI NEL CIVILE, IMPERIA NEL PENALE
Il Sud terra di sole, mare e… litigi.
Sì, perchè secondo la classifica stilata da Il Sole 24 Ore, basata sui dati del ministero della Giustizia, è nel Meridione che si concentra il maggior numero di cause, tra civili, tributarie e procedimenti penali.
A guidare la graduatoria è Reggio Calabria, seguita da Foggia e Catanzaro.
Ci sono poi Pescara, Napoli, Salerno, Isernia, Roma, Milano e Avellino. Città che superano quindi la media italiana di 71 processi ogni mille abitanti avviati nell’ultimo anno.
Una mappa che certamente potrà essere d’aiuto in vista del Consiglio dei Ministri del 29 agosto, quando da Palazzo Chigi dovranno uscire i famosi 12 disegni di legge e un decreto necessari a snellire la mole di procedimenti in corso nei tribunali italiani.
Le liti fiscali.
Procediamo per passi: “Delle 101 cause ogni mille abitanti di Reggio Calabria – scrive il Sole 24 Ore – alle 39 di Belluno la geografia del contenzioso vede molte province del Sud nelle prime posizioni”. Soprattutto per quello che riguarda le liti fiscali, ” dove le prime dieci commissioni tributarie provinciali per ricorsi pervenuti si trovano tutte in Calabria, Sicilia, Campania e Puglia”.
Ecco la top ten per i ricorsi pervenuti alle commissioni tributarie provinciali nel 2013 (rapporto su mille abitanti): Lecce (10.5), Reggio Calabria (9.9), Caserta (9.8), Catania (9.2), Siracusa (8.6), Enna e Ragusa (8.1), Cosenza (8), Agrigento (7.8), Vibo V. (7.7).
Processi civili.
E’ certamente nel civile che si trovano i dati più interessanti, anche perchè è lì che è necessario un intervento del governo.
I procedimenti civili pesano per più della metà delle cause totali in Italia.
A guidare la classifica è Roma (63.7 procedimenti in primo grado ogni mille abitanti nel 2012) , seguita da Foggia (62.4) e Milano (61.5).
Ci sono poi Reggio Calabria (60.3), Napoli (60), Salerno (59.8), Messina (59.7), Isernia (57.2), Catanzaro (55.8) e Pescara (52.8).
Penali.
In vetta alla top ten c’è una città del Nord, Imperia (39.6 su mille abitanti), poi Pescara (38.7), Teramo (34.5), Prato (34), Catanzaro (32.7), Foggia (31.9), Campobasso (31.8), Vibo (31.6), Avellino (30.9), Reggio Calabria (30.6).
(da “Huffingtonpost“)
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Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
“SONO STATE RAPITE AD ALEPPO INSIEME A UN DANESE E POI TRASFERITE A RAQQA”… SONO UNA VENTINA IN TOTALE I PRIGIONIERI IN MANO AGLI ESTREMISTI ISLAMICI: TRA LORO POTREBBERO ESSERCI GRETA RAMELLI E VANESSA MARZULLO
Richieste di riscatto da parte dell’Isis e un blitz, fallito, per tentare di liberare James Foley. 
Cominciano ad emergere i contorni della vicenda che ha portato all’uccisione del reporter statunitense da parte dello Stato islamico.
Le forze speciali Usa hanno condotto recentemente un raid in Siria per liberare alcuni ostaggi detenuti nel Paese, tra cui il giornalista, ma la missione non è riuscita.
Lo ha fatto sapere il portavoce del Pentagono, ammiraglio John Kirby, dopo che militanti dello Stato islamico hanno diffuso il video della decapitazione del reporter James Foley, rapito in Siria a novembre del 2012.
“Come abbiamo detto più volte — si legge nel comunicato di Kirby — il governo degli Stati Uniti è impegnato a garantire la sicurezza e il benessere dei suoi cittadini, soprattutto quelli che soffrono in prigionia. In questo caso, abbiamo messo a rischio il meglio dell’esercito Usa per cercare di riportare i nostri cittadini a casa”.
La missione è stata autorizzata dopo che le agenzie dell’intelligence avevano identificato il luogo in cui, secondo loro, erano detenuti gli ostaggi.
Alcune decine di soldati americani portati in Siria in aereo non hanno però trovato nessun prigioniero nel posto indicato dei servizi segreti e sono rimasti coinvolti in uno scontro a fuoco con militanti dello Stato islamico, uccidendone alcuni.
E’ la prima volta dall’inizio della guerra civile in Siria che l’amministrazione Usa ammette che personale militare americano è stato nel Paese.
Caitlin Hayden, portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, ha detto che l’amministrazione non aveva l’intenzione di diffondere la notizia del blitz, ma ha deciso di farlo perchè diverse testate giornalistiche intendevano riferire comunque la notizia.
Non è chiaro quanti ostaggi americani mirassero a liberare le forze speciali Usa, ma secondo alcuni funzionari americani rimasti anonimi Foley era uno di almeno quattro cittadini Usa detenuti in Siria.
Due persone, tra cui il giornalista Steven Sotloff, sarebbero nelle mani dello Stato islamico, mentre il reporter freelance Austin Tice, scomparso nel Paese ad agosto del 2012, è probabilmente in custodia delle forze governative.
I funzionari dell’amministrazione non hanno voluto rivelare dove nè quando precisamente è stata lanciata l’operazione per riservarsi la possibilità di organizzare altre missioni in futuro.
In passato Obama aveva già autorizzato alcune missioni per salvare ostaggi. Nel 2009 cecchini dei Navy Seal condussero un’operazione in mare per salvare un capitano Usa detenuto da pirati somali in una scialuppa di salvataggio.
E nel 2012 le forze speciali riuscirono a salvare due operatori umanitari, un americano e un danese, detenuti in Somalia.
Nel caso di Foley, scrive il New York Times, lo Stato islamico ”aveva chiesto agli Stati Uniti un riscatto di milioni di dollari per la sua liberazione, secondo i racconti fatti da un familiare del giornalista e da un compagno di prigionia.
Ma Washington — a differenza di molti paesi europei che hanno pagato milioni al gruppo terroristico perchè risparmiasse la vita dei propri cittadini — si è rifiutata di pagare”.
Ora, dopo l’uccisione di James Foley, si fanno i conti sul numero di ostaggi nelle mani dello Stato islamico.
Secondo il Guardian i miliziani hanno sequestrato altri quattro stranieri vicino ad Aleppo nei giorni scorsi: secondo il quotidiano britannico, sarebbero oltre venti gli ostaggi nelle mani dell’Isis.
“Gli ultimi prigionieri, due donne italiane, (con tutta probabilità Vanessa Marzullo, 21 anni, e Greta Ramelli, 20 anni, di cui non si hanno più notizie dalla fine di luglio) un danese e un cittadino giapponese, sono stati sequestrati nelle città più grande della Siria o nelle sua vicinanze — scrive il Guardian – si tratta di giornalisti, fotografi o operatori umanitari catturati nei pressi di Aleppo e Idlib. I prigionieri sono stati successivamente trasferiti a Raqqa, roccaforte di Isis nel nord della Siria”.
“I rapimenti si sono dimostrati un buon affare per i fondamentalisti — continua il quotidiano — negli ultimi sei mesi almeno 10 ostaggi, tra cui un danese, tre cittadini francesi e due spagnoli, sono stati liberati dopo lunghe trattative con i rapitori, in cambio di un riscatto”.
Un ex ostaggio ha raccontato che il killer di James Foley è stato uno dei tre britannici che lo aveva in custodia Raqqa.
L’ex prigioniero ha raccontato che l’uomo “era stato responsabile delle negoziazioni per il rilascio degli ostaggi”.
(da il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
TOUR AL FRONTE DEL PREMIER CHE PROMETTE SOSTEGNO AL GOVERNO IRACHENO E AI CURDI: IL SOLITO FIUME DI PAROLE E PROMESSE
Veni, vidi, dixi.
E ci rimasi solo il tempo necessario per qualche stretta di mano, foto ricordo e frasi precotte.
La visita in Iraq del premier Renzi non è diversa dalle ‘toccata e fuga’ degli altri leader occidentali — al massimo, finora, ministri degli Esteri — visti da queste parti dopo l’inizio dell’offensiva jihadista e la creazione del Califfato integralista.
Dopo la scampagnata al Cairo, a portare acqua al mulino del nuovo satrapo, il generale presidente al-Sisi, Renzi si prende una giornata libera dalle beghe italiche e va in missione a Baghdad e a Erbil, la capitale del Kurdistan autonomo, come capo del governo del Paese che ha la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione.
A fare che, non è chiaro: c’è chi lo considera il leader europeo ‘incaricato di missione’ dal presidente Obama; e c’è chi, come Stefano Silvestri dello Iai, pensa che l’ex sindaco di Firenze segua le orme cattoliche e internazionaliste del suo predecessore Giorgio La Pira.
Lì in Iraq, forse per caso, Renzi incrocia il cammino del commissario europeo per gli aiuti umanitari, la bulgara Kristalina Georgieva, in corsa con la candidata italiana Federica Mogherini per il posto di Alto Rappresentante per la politica estera europea. A Baghdad Renzi incontra il presidente Fuad Masum e i premier iracheni, l’uscente al-Maliki e l’incaricato al-Abadi, sempre rimanendo, come tutti i visitatori di rango, nell’area più sicura della capitale, la zona verde.
A Erbil, dove ieri è arrivato il sesto aereo italiano di aiuti umanitari, vede il leader curdo Barzani, visita i profughi nei campi e li rassicura: “Non vi lasceremo soli”.
A tutti il premier esprime l’amicizia e la vicinanza dell’Italia e dell’Europa.
Al-Maliki, costretto dalle pressioni internazionali a farsi da parte, gli dice che l’Occidente non deve avere paura della democrazia in Iraq, proprio lui che ha fatto della spaccatura tra la maggioranza sciita e la minoranza sunnita il tratto forte del suo governo.
Al-Abadi gli chiede l’aiuto dell’Ue contro i terroristi e gli spiega che vuole fare un esecutivo di unità nazionale — per Renzi il nuovo governo può essere “un’opportunità ”.
Al-Abadi parla anche delle minoranze perseguitate dal Califfato, cristiani e yazidi: “La comunità internazionale deve aiutarci ad andare incontro ai loro bisogni”.
Il messaggio del premier italiano è più mediatico che politico: “L’Europa in questi giorni deve essere in Iraq dove la democrazia è in pericolo altrimenti non è Europa… Batteremo il terrorismo… Se qualcuno pensa che davanti ai massacri l’Unione volti le spalle e pensi solo allo spread, sbaglia previsione oppure sbaglia semestre… L’integrità del Paese è fondamentale per la stabilità di tutta l’area… Serve una strategia chiara per fare uscire l’Iraq dalla violenza… L’Europa non è solo spending review, è nata per difendere una certa idea di dignità dell’uomo”.
La visita lampo di Renzi coincide con il via libera del Parlamento agli aiuti militari ai peshmerga curdi, tramite il governo iracheno.
Aiuti indispensabili, dice in aula il ministro Mogherini, perchè “il Califfato è una minaccia per il mondo intero”, per l’Europa e anche per l’Italia.
Giampiero Gramaglia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
LA POLITICA DELL’OCCIDENTE IN MEDIO ORIENTE COME LA FILASTROCCA DI BRANDUARDI
La politica dell’Occidente in Medio Oriente ricorda sempre più la filastrocca di Branduardi Alla fiera
dell’Est.
E venne l’acqua che spense il fuoco che bruciò il bastone che picchiò il cane che morse il gatto che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò.
Ieri con la frettolosa, quasi furtiva decisione delle commissioni Esteri e Difesa di allinearsi — senza il voto del Parlamento — agli Stati Uniti inviando armi ai peshmerga curdi contro i jihadisti sunniti dell’Isis, si aggiunge un’altra strofa al macabro calembour.
Tutto cominciò nel 1979, con l’invasione sovietica dell’Afghanistan: americani e occidentali armarono e foraggiarono i mujaheddin, considerati partigiani per una giusta causa, la resistenza all’Armata Rossa.
Coi resti di quei soldi e di quelle armi, una volta respinti i russi e attaccati dall’Occidente con la scusa della lotta ad al Qaeda dopo l’attentato alle Twin Towers (commesso non da talebani, ma per lo più da sauditi), gli afghani presero a combattere gli occidentali e diventarono terroristi.
Risultato: anzichè portare la democrazia a Kabul, abbiamo consegnato l’Afghanistan a talebani, che prima del nostro arrivo stavano sui coglioni a gran parte della popolazione, mentre ora sono popolarissimi.
Intanto un po’ più in là , tra il 1980 e l’88, si era combattuta la guerra tra l’Iran degli ayatollah sciiti e l’Iraq di Saddam Hussein, tiranno laico ma filo-sunnita.
Usa e Occidente stavano ovviamente con Saddam. Lo armavano fino ai denti contro i terroristi iraniani. E chiudevano un occhio, anzi due quando sterminava — anche con le nostre armi — i curdi iracheni in combutta con la Turchia, nostra alleata di Nato.
Poi decisero che anche Saddam era diventato un terrorista: nel ’90 l’attaccarono con tutta la Lega Araba per costringerlo a ritirarsi dal Kuwait, nel 2003 lo riattaccarono per levargli le “armi di distruzione di massa” che noi stessi gli avevamo fornito, recidere i suoi legami con Bin Laden (inesistenti: i due si erano condannati a morte a vicenda), destituirlo, impiccarlo e riportare la democrazia pure a Baghdad.
Lì, fra l’altro, svernava suo gradito ospite il terrorista palestinese in pensione Abu Abbas, che nel 1985 aveva sequestrato la nave Achille Lauro e assassinato l’ebreo paralitico americano Leon Klinghoffer e che il governo Craxi aveva gentilmente sottratto alla giustizia italiana e americana a Sigonella per riconsegnarlo alla chetichella al suo padrone Saddam.
I risultati della democratizzazione forzata dell’Iraq sono noti: gli sciiti rialzano la testa, scoppia la guerra civile con i sunniti e, per contagio, esplode anche la Siria con stermini ordinati dal tiranno Assad.
Che però è laico e dunque buono per noi, che infatti non muoviamo un dito.
Effetto collaterale multiplo: tra Siria e Nord Iraq nasce il Califfato Islamico col braccio armato Isis, una legione straniera di 30 mila uomini reclutati fra i più estremisti degli estremisti sunniti di Iraq, Siria, Libano, Somalia ed Europa, ferocissimi contro le altre confessioni: cristiani, ebrei, sciiti, curdi e yazidi.
Per difenderli, idea geniale: armarli contro chi avevamo armato o non avevamo disarmato prima.
Ricordate Abdullah à–calan? Sbarcò in Italia dalla Russia nel ’98, sotto il governo D’Alema con l’appoggio dei Comunisti italiani: leader del Pkk, il partito indipendentista dei curdi di Turchia, chiese asilo politico a Roma.
Ma, su pressione di Usa e Turchia che lo consideravano un terrorista, fu spedito in Kenya e lì catturato dai servizi di Ankara che lo rinchiusero in galera, dove fu condannato a morte, pena poi commutata in ergastolo.
Ora altro contrordine: i curdi non sono più terroristi, ma di nuovo combattenti per la libertà .
Almeno quelli iracheni (quelli turchi non si sa). Tant’è che imbracceranno fucili made in Italy. Gli aiuti umanitari invece se li scordano: il governo Renzi che manda mitra e altri ammennicoli, ha appena derubricato l’Iraq da paese “prioritario” a “non prioritario” per la cooperazione allo sviluppo.
Niente cibo, nè medicine, nè fondi, nè ospedali, nè progetti di ricostruzione: solo armi.
Fortuna che il nostro esercito le considera obsolete, perchè prima o poi ci spariamo sui piedi.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
CI COSTA 3,5 MILIARDI DI MEDIA L’ANNO DAL 1945
L’81,9% dei Comuni (6.633) ha aree in dissesto idrogeologico.
È pari a 3,5 miliardi l’anno il costo pagato dallo Stato dal 1945 ad oggi per danni e risarcimenti da frane e alluvioni.
Il numero complessivo degli interventi previsti (da Accordi di programma Stato-Regioni siglati nel 2009-2010 e da richieste successive in seguito ad eventi meteo devastanti) è di 3.395 opere anti-emergenza.
A distanza di 4 anni, solo il 3,2% degli interventi (109) risulta concluso, il 19% (631) in corso di esecuzione e il 78% fermi, ostaggi di burocrazia, in fase di progettazione o di affidamento o non ancora finanziati e comunque ancora molto lontano dalla fase di cantiere.
Nel frattempo dai 100 eventi meteo con danni ingenti l’anno registrati fino al 2006 siamo passati al picco di 351 del 2013 e a 110 nei soli primi 20 giorni del 2014.
Da ottobre 2013 all’inizio di aprile 2014 sono stati richiesti dalle Regioni 20 Stati di emergenza con fabbisogni totali per 3,7 miliardi di euro.
E la Commissione Europea ha già stabilito sanzioni nei confronti dell’Italia per diverse centinaia di milioni l’anno per mancata depurazione di scarichi urbani che vedono il nostro Paese tra i primi inquinatori in area Ue.
Tali sanzioni potrebbero essere ridotte o cancellate solo se le opere previste saranno realizzate entro dicembre 2015”.
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