Destra di Popolo.net

ROGO NORMAN, TRE ITALIANI TRA LE DIECI VITTIME, MORTI ANCHE DUE SOCCORRITORI ALBANESI

Dicembre 30th, 2014 Riccardo Fucile

LA PROCURA DI BARI: “MANCANO ALL’APPELLO 179 PERSONE”

Sono stati riconosciuti dai parenti i corpi di due dei quattro camionisti italiani che risultavano dispersi dopo il rogo del traghetto Norman Atlantic, che ha preso fuoco il 28 dicembre al largo di Corfù mentre viaggiava verso Ancona.
Gli uomini della capitaneria di porto di Bari hanno mostrato ai parenti dei camionisti campani, dipendenti dell’azienda Eurofish, le foto di due corpi recuperati in acqua non lontano dal traghetto andato in fiamme.
I due erano a bordo del traghetto assieme a un terzo collega e sarebbero stati tra i primi a salire sulle scialuppe di salvataggio non appena scattata l’emergenza a bordo.
“Chiuso per lutto” è il cartello che è stato affisso all’esterno della sede di Volla (Napoli) dell’Eurofish, l’azienda attiva nel commercio del pesce per cui lavoravano i tre camionisti napoletani.
I tre erano andati in Grecia per ritirare un carico di anguille e subito dopo l’incendio avevano comunicato con il titolare dell’azienda dicendo che si erano messi in salvo su una scialuppa. Da allora non hanno dato più notizie.
La Guardia costiera ha poi confermato su Twitter che tra le dieci vittime accertate ci sono anche tre italiani.
Otto sono i corpi recuperati in parte già  arrivati in Puglia o in procinto di arrivare.
Morti due marinai albanesi.
All’elenco dei morti vanno aggiunti anche due marinai albanesi, che si trovavano a bordo del rimorchiatore Iliria, morti durante le manovre per l’aggancio del Norman, al largo di Valona: lo hanno confermato fonti del ministero albanese della Difesa.
I numeri del procuratore di Bari.
Giuseppe Volpe, il capo della procura di Bari competente per le indagini, ha enunciato in conferenza stampa i numeri del disastro: le persone a bordo erano 499 e c’erano anche numerosi clandestini, nascosti nelle stive.
Il timore, per Volpe, è che “recuperato il relitto troveremo a bordo altri morti”.
Di 179 persone non si hanno notizie, “forse sono sui mercantili”, ha continuato il procuratore. Sono stati inoltre acquisiti i verbali   “delle persone ascoltate e i telefonini che avevano ripreso immagini nave naufragata”.
Per due delle 10 vittime del Norman Atlantic “non è stato possibile il recupero delle salme”, che sono disperse in mare. L’autorità  giudiziaria di Tirana, ha precisato ancora Volpe, ha accolto la rogatoria internazionale disposta dalla procura di Bari che ordina il sequestro del traghetto.
Superstiti a Taranto.
Fra mille difficoltà  dovute alle condizioni del tempo, si sta dirigendo verso il porto di Taranto il mercantile ‘Aby Jeannette’ di bandiera maltese a bordo del quale ci sono 96 naufraghi Il forte vento e il mare grosso ha reso impossibili le operazioni di sbarco nel porto di Manfredonia (Foggia).
Sul mercantile ci sono anche due persone con ferite lievi, gli altri sarebbero tutti in buone condizioni.
La San Giorgio in serata a Brindisi
La nave della Marina militare San Giorgio, che dal pomeriggio di domenica sta operando nell’area dell’incidente assieme all cacciatorpediniere Durand de la Penne, raggiungerà  il porto di Brindisi ins erata. A bordo del Norman, da ieri pomeriggio, non c’è più nessuno, mentre sulla San Giorgio ci sono 214 persone, incluso l’equipaggio, fra cui molti naufraghi e il comandante del traghetto, Argilio Giacomazzi, che da ieri è indagato insieme all’armatore, Carlo Vicientini, per naufragio colposo.
I dispersi
Resta incerto, però, il numero di quanti mancano all’appello. Pare, infatti, che vi fossero due liste passeggeri (una con 458 e l’altra con 478 nomi) sulle quali comparivano nomi differenti: a conferma di questa anomalia ci sono alcuni superstiti i cui nomi non si trovano su nessuna delle due liste.
I camionisti
Ancora irrintracciabili altri due autotrasportatori italiani: l’altro camionista campano e Giuseppe Mancuso, 57 anni di Messina imbarcato sul traghetto, non risponde ai familiari dal giorno dell’incidente.
Il traghetto verso Valona
Intanto il Norman Atlantic è stato rimorchiato da un mezzo navale albanese verso Valona.   Al seguito ci sono anche i rimorchiatori italiani della famiglia brindisina Barretta. Quest’ultima è stata delegata dalla procura di Bari, in qualità  di ausiliario di polizia giudiziaria, di eseguire il sequestro della nave e di occuparsi della custodia giudiziale della imbarcazione. Il custode nominato è Francesco Barretta.

(da “La Repubblica“)

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“NOI, SALITI DI NASCOSTO CON I CAMION A PATRASSO: LAGGIU’ NELLA STIVA IN TANTI SONO BRUCIATI VIVI”

Dicembre 30th, 2014 Riccardo Fucile

IL DRAMMATICO RACCONTO DI UN CLANDESTINO AFGHANO SOPRAVVISSUTO

“Ho visto il fumo e mi sono buttato in mare. Mi hanno tirato sulla scialuppa e ho chiuso gli occhi, fin quando non ho sentito le prime voci. Ho pensato: sarebbe stato meglio morire sotto le ruote di quel camion che mi doveva portare in Italia, invece che finire qui, in mezzo a questo inferno».
Partiamo da qui. Ramazan Mohammadi, 25 anni, afgano, profugo e clandestino, naufrago della Norman Atlantic.
Il suo nome non risulta in alcuna lista dei passeggeri. Eppure era su quel traghetto, come i suoi amici Aziz e Ibrahim, che ora sono qui con lui nella saletta d’attesa della Capitaneria di porto di Bari.
Viaggiavano abusivamente, ecco perchè i loro nomi non sono nella lista passeggeri. Non è un buona cosa: se aumentano i passeggeri reali, aumenta anche il numero delle vittime. Per tre vivi qui, ce ne sono altri tre morti in fondo al mare.
È spietata la matematica della tragedia. E c’è voluto poco per capire che la storia della Norman Altantic andasse in quella direzione: non si contano più i sopravvissuti ma i morti.
Quanti quelli del naufragio? Uno, si diceva ieri a inizio giornata. Alle 22 erano però già  diventati dieci a cui bisognava aggiungere un numero imprecisato di dispersi, 39 secondo i greci, meno ma chissà  quanti rispondono gli italiani.
I conti sono difficili da fare e già  per questo si capisce che c’è qualcosa che non va in questa storia e che le procure di Bari, Lecce e Brindisi, avranno molto da fare.
I PASSEGGERI
La prima domanda è questa: in quanti viaggiavano sulla Norman Atlantic?
Secondo Anek Lines i passeggeri partiti da Patrasso erano 478.
Dicono le autorità  italiane però che a Igoumenitsa potrebbero esserne scesi in venti, diventando così 458.
Ma questo, a una prima visione degli atti, sembrerebbe non essere poi così chiaro. Perchè le persone salvate sono 427. I cadaveri recuperati dieci e non tutti erano passeggeri “legali”.
All’appello ne mancano dunque un numero che va da 19 a 39, a seconda se la storia la si legga con i numeri italiani o greci. E la tragedia potrebbe trasformarsi in strage, con i numeri dei clandestini a moltiplicarsi.
«Alcuni passeggeri potrebbero non essere partiti», ha provato a spiegare il ministro Maurizio Lupi. «È troppo presto per fare una stima».
MIGRANTI E ILLEGALI
Gli investigatori non sono affatto ottimisti, però. Il perchè è nelle storie di Ramazam, Aziz e Ibrahim. A bordo della Norman viaggiavano da clandestini. È un fatto.
Questi tre ragazzi sono afgani e probabilmente non erano i soli a bordo. Lo hanno raccontato alcuni camionisti greci agli inquirenti e anche loro hanno fatto mezze ammissioni in questo senso. «Là  sotto ce ne sono molti altri» hanno detto. Se è vero, sono bruciati vivi.
Ramazam è partito da casa, passato dalla Turchia e poi salito a Patrasso.
«Ho pagato il camionista perchè mi portasse in Italia». Si è nascosto prima in un’intercapedine del cassone, per saltare i controlli alla frontiera. Era pronto ad agganciarsi sotto il veicolo quando sarebbero sbarcati ad Ancona. Per fuggire via, correndo il più veloce possibile. Tutto per arrivare in Italia.
«Siamo stati svegliati prima da uno scoppio e poi dal fumo. Abbiamo raggiunto un ponte e ci siamo buttati in mare».
Le prime scialuppe erano già  in acqua, è stato un ragazzo albanese ora ricoverato all’ospedale di Bari a issarli sulla scialuppa in attesa dei soccorsi. «Dietro di noi c’era la nave che bruciava, davanti sono arrivati i primi pescherecci che ci hanno tirato su a bordo. Poi siamo arrivati qua».
I CADAVERI
Diventa difficilissimo fare un conto di quante sono esattamente le vittime di questo naufragio proprio per questo motivo. Dieci i cadaveri recuperati. Due già  a Brindisi, in attesa di autopsia: un greco e una turca.
Ma quanti erano i clandestini a bordo? «Viste anche le dichiarazioni di alcuni dei passeggeri, la tratta particolare e la coincidenza con le feste, periodo nei quali cresce il numero dei passeggeri e quindi è più facile farla franca ai controlli, non escludiamo che ce ne possano essere anche altri», spiegano dalla Polizia di frontiera.
Non servono numeri per vedere che agghiacciante giano bifronte è la Norman, un po’ Concordia, e cioè traghetto di vacanzieri, e un po’ carretta del mare, e cioè mezzo di trasporto di disperati.
Tra il disastro del Giglio e la strage di Lampedusa. Da qualsiasi parte la si guardi è una nave cimitero.
Ha gli occhi ancora lucidi uno dei soccorritori che ha parlato con Aziz, il ragazzino che ha raccontato di essere minorenne. «Se davvero ce ne erano altri lì sotto, sono bruciati vivi. No, così non è possibile. Davvero così non è possibile».
LE LISTE
«In questo momento l’identificazione delle vittime è la nostra priorità » spiegano Guardia Costiera e Marina Militare, mentre provano a far quadrare i conti della lista passeggeri. Ogni linea che si riesce a tratteggiare è un sospiro di sollievo.
Ogni casella che rimane vuota, un disastro. «Non ci sono più possibilità  di trovare persone vive, è passato troppo tempo. Bisogna capire però quante persone effettivamente erano a bordo. E quante invece erano il mare».
Ora infatti che il gigante è agganciato – nella serata di ieri lo ha preso un rimorchiatore albanese per evitare che continuasse a scorracciare – e il mare ha dato un po’ di pace, non c’è più da guardare in alto.
Bisogna soltanto cercare in basso. «Cavolo… Cavolo… Due cadaveri a vista», sussurravano in radio i soccorritori quando hanno avvisato gli ennesimi due corpi alla deriva.
«I ricordi sono confusi ma è possibile che nella prima fase di soccorsi, quando l’incendio era appena arrivato e le motonavi italiane non erano ancora arrivate, ci sia stato qualche problema».
Tutti i testimoni raccontano di grande confusione nelle prime fasi del soccorso. Di un allarme arrivato in ritardo, quando ormai le fiamme avevano avvolto la nave e reso incandescente tutto quello che si poteva.
Hanno raccontato di botte e spinte, di persone calpestate e di altre finite a mare.
Per dire: che fine ha fatto padre Ilia? Aveva meno di 30 anni, era georgiano, in viaggio con un gruppo di amici e fedeli proprio in direzione di Bari. Per la prima volta avrebbe dovuto visitare la cripta di San Nicola, un Santo partito qualche secolo fa dalla Turchia per Bari, anche lui scuro di pelle come Ramazam, anche lui, a suo modo, un clandestino.

Giuliano Foschini
(da “La Repubblica”)

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DERBY ADRIATICO TRA ACCUSE E SCARICABARILE

Dicembre 30th, 2014 Riccardo Fucile

TRA ROMA E ATENE VERSIONI CONTRASTANTI E LITIGI SULLA DESTINAZIONE DEL RELITTO, NUMERO DELLE VITTIME E RESPONSABILITà€

Conference call, collaborazione, sinergie, coinvolgimento.
L’atteggiamento ufficiale del governo italiano, della Capitaneria di porto e della Marina militare non risparmia sul vocabolario per descrivere il rapporto con Grecia e Albania sui soccorsi alla Norman Atlantic.
Eppure, dalle 4 e 47 di domenica mattina, quando è partito il segnale di Sos dall’imbarcazione, i tre soci non fanno che discutere su tutto, dal futuro porto di attracco del traghetto alla lista di passeggeri.
A complicare le cose ci sono stati gli spostamenti della nave alla deriva, che si è mossa dalle acque internazionali a quelle albanesi.
Così durante le prime ore Bari, il Pireo e Valona non avevano chiaro che dovesse mettersi in testa alle operazioni.
Fino a che, quattro ore dopo, Roma non ha preso in mano le redini del comando.
Il secondo terreno di scontro, ancora irrisolto, è stato il porto di destinazione della nave: la Grecia insisteva per il porto albanese di Valona, quello più vicino al relitto.
Hanno però trovato l’opposizione delle autorità  italiane e dell’armatore, che spingevano per Brindisi.
Anche per questo la nave, due giorni dopo l’incidente, è ancora alla deriva senza che sia stato nemmeno stabilito il porto di destinazione.
Durante la conferenza stampa di ieri pomeriggio Roberta Pinotti e Maurizio Lupi, ministri della Difesa e dei Trasporti, assicurano che durante la conference call con i loro omologhi greci hanno messo in campo la massima collaborazione.
Eppure basta una seconda domanda sul perchè, a quasi 40 ore dalla prima emergenza, ancora non si sapesse quanti fossero i dispersi perchè Lupi iniziasse i distinguo.
E a ridistribuire le responsabilità .
Il governo greco dice 38? “Spetta al porto di imbarco verificare la coincidenza con la lista di imbarco”. Quindi, ai greci.
Poi parla di “numeri ballerini”: 458 o 478 persone ancora non si sa. “Sono tutti effettivamente saliti a bordo? Possiamo solo sentire le autorità  greche. Ma — precisaLupi — nessuna polemica”.
I latini la chiamavano excusatio non petita.
L’ammiraglio della Capitaneria di porto, Felicio Angrisano, opta peri paragoni: “Da quando l’Italia ha rilevato il comando delle operazioni in mare, alle nove di domenica, solo due persone sono finite in mare e sono state recuperate vive”.
Come dire, i morti sono morti prima.
Chiedete a chi comandava prima.

Alessio Schiesari
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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MORTI SENZA NOME E SENZA AIUTI

Dicembre 30th, 2014 Riccardo Fucile

IN TUTTO LE VITTIME DEL NORMAN POTREBBERO ESSERE OLTRE 40… “C’ERANO CLANDESTINI IMBARCATI”

“Li ho visti, nella stiva della Norman Atlantic c’erano decine di clandestini”. I camionisti sul traghetto in fiamme confermano che, sull’imbarcazione alla deriva, c’erano persone non registrate: per la precisione stranieri che cercavano di entrare illegalmente in Italia.
Ed erano nascosti proprio tra il centinaio di tir imbarcati nella stiva dell’imbarcazione, là  dove è divampato l’incendio.
Anche se tre clandestini sono stati visti buttarsi in mare. Una parte di loro, o forse tutti, non si trovavano nella stiva al momento dell’incendio.
La presenza di irregolari a bordo è stata confermata anche dalle autorità  italiane: alcune delle persone tratte in salvo non comparivano infatti nella lista ufficiale di passeggeri fornita dalla compagnia greca.
In questa situazione appare quasi impossibile avere un conteggio delle vittime affidabile.
Il bilancio ufficiale, ma solo parziale, parla di dieci morti e 432 tra passeggeri ed equipaggio tratti in salvo dall’imponente spiegamento di mezzi messo in campo da Marina, Guardia costiera e Aeronautica.
Il numero di dispersi oscilla invece tra i 18 e i 38, a seconda che venga presa in considerazione la lista d’imbarco in possesso delle autorità  italiane o quella dei greci (più numerosa).
Poi, appunto, ci sono gli irregolari. Nessuno sa quanti fossero, e non è detto che si riuscirà  a scoprire nemmeno quando, finalmente, il traghetto verrà  agganciato e si riuscirà  a decidere in che porto dovrà  essere trasportato.
La stampa greca parla anche della moglie di un marinaio, non si sa se uno dei 34 greci o dei 22 italiani, che sarebbe stata trovata a bordo pur senza comparire nella lista “ufficiale” dei 478 passeggeri.
L’armatore e il capitano sono finiti nel registro degli indagati per omicidio colposo plurimo, ma si tratta di un provvedimento obbligato in questi casi, che non dice nulla sulle effettive responsabilità .
Gli inquirenti di tre diverse procure pugliesi stanno cercando di capire come sia originato l’incendio. Nella serata di ieri il ministero dei Trasporti ha fatto sapere che la nave, benchè ancora alla deriva al largo delle coste albanesi, sia stata posta sotto sequestro.
Ed è proprio dal confronto tra la magistratura italiana e quella albanese che si deciso di trasportarla a Valona.
Anche sulla questione dell’origine dell’incendio gli irregolari che presumibilmente percorrevano la rotta dell’immigrazione clandestina potrebbero avere giocato un ruolo chiave. Non è infatti da escludere che all’origine del rogo ci possa essere proprio una stufetta utilizzata dai migranti per riscaldarsi.
Rimane in piedi però anche la prima ipotesi, quella dello sfregamento di una delle cisterne d’olio contro il tetto della stiva.
Secondo il racconto degli stessi autotrasportatori alla stampa greca, “i tir erano schiacciati come sardine, ballavano per le onde alte. Facile che una scintilla sia partita da lì”.
Per questo la procura sta cercando di capire se la nave fosse stata caricata oltre il limite consentito.
E resta ancora da chiarire se i sei malfunzionamenti rilevati dall’ispezione del 19 dicembre svolta dall’agenzia internazionale Paris Mou siano stati risolti prima della partenza, come sostenuto dall’armatore veneto Carlo Visentini.
Tra le irregolarità  era stato rilevato anche un problema con le porte tagliafuoco e alcune mancanze nei sistemi di emergenza.
In difesa della Visemar, l’azienda rodigina proprietaria del traghetto poi affittato ad Anek Lines, è intervenuto ieri l’ammiraglio della Marina Carlone: “La nave era stata ispezionata il 19 dicembre a Patrasso: erano state riscontrate sei deficienze di cui due immediatamente risolte” e comunque “senza rilevanza nell’incendio. Per le altre quattro era stata prescritta la soluzione in 14 giorni. La nave era pienamente efficiente, rispondeva a tutti i requisiti”.
Sono però le testimonianze degli stessi passeggeri, raccolte sul sito internet del Fatto Quotidiano, a far pensare che qualcosa possa non avere funzionato correttamente.     Stando al racconto dei naufraghi, l’allarme sarebbe scattato in ritardo, quando i passeggeri avevano già  avvertito la presenza di fumo e avevano iniziato a svegliarsi l’un l’altro.
Intanto, sul campo sono proseguite tutta la notte le ricerche dei dispersi. Nonostante l’imponente schieramento di mezzi (dodici elicotteri, due aerei, tre motovedette, una nave anfibia, un cacciatorpediniere, cinque rimorchiatori e nove navi mercantili), l’operazione è complessa ed è resa ancor più difficile dalle condizioni del mare, definite “proibitive” dagli ufficiali della Marina.
Nella giornata di ieri sono stati ritrovati nove cadaveri, gli ultimi due solo a tarda sera. Alcuni dei corpi erano a bordo del traghetto.
Ancora non si hanno notizie dell’identità  nè della loro nazionalità . Nella conferenza stampa di ieri il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi ha confermato che sono stati tratti in salvo tutti e 22 i marinai italiani e anche 22 passeggeri.
Un numero che coinciderebbe con la lista di imbarco ma, come ha specificato lo stesso ministro, non si può essere sicuri che i connazionali a bordo non fossero di più. E, infatti, c’è il sospetto che un autotrasportatore messinese, il 57enne Giuseppe Mancuso, sia disperso.
L’ultimo membro dell’equipaggio a essere stato tratto in salvo è stato il comandante della nave Argilio Giacomazzi. L’uomo è provato ma sta bene.
Sbarcherà  però solo oggi: dopo il trasbordo si è infatti fermato sulla nave anfibia San Giorgio, dove ha trascorso la notte.
Anche molte delle salme si trovano sulla nave della Marina Militare che non ha ancora ripreso la via del ritorno.
Oltre alla ricerca delle decine di dispersi, l’imbarcazione è alla ricerca della scatola nera. “Questa è per noi un’operazione fondamentale, l’unica in grado di poterci dare indizi precisi sulle cause del disastro” ha spiegato il comandante della capitaneria di porto Mario Valente.
La San Giorgio, fondamentale per il coordinamento e il rifornimento dei mezzi aerei in mare, è attesa al porto di Brindisi nelle prime ore di questa mattina.

Antonio Massari e Alessio Schiesari
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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CAPITAN ULTIMO

Dicembre 30th, 2014 Riccardo Fucile

A FRONTE DI TANTI CAPITAN TREMARELLA, UN UOMO CHE NON SFUGGE ALLE RESPONSABILITA’

Scrivo queste righe per tacitare la parte di me stesso che considera il comandante del traghetto in fiamme Argilio Giacomazzi un eroe.
Nel leggere le parole che egli ha pronunciato al culmine della tragedia («Non sto molto bene, ma sarò l’ultimo a mettere i piedi fuori di qui») ci siamo commossi un po’ tutti.
E la commozione ha ceduto il passo all’ammirazione quando, facendo seguire i gesti alle parole, il comandante ha abbandonato la nave soltanto dopo avere coordinato i soccorsi.
Eppure non ha fatto nulla di straordinario. Come nulla di straordinario fanno i funzionari pubblici che rifiutano una mazzetta e in genere le tantissime persone che compiono ogni giorno il proprio dovere senza lasciarsi peggiorare dall’abitudine e dalla paura.
L’avere trasformato la normalità  in comportamento eroico è il frutto di una società  dello spettacolo che si nutre di cattivi esempi, e se talvolta ne sbandiera di buoni non è per slancio etico ma per la necessità  di variare la trama.
Depurata dall’enfasi retorica, la condotta coerente di Giacomazzi nell’emergenza è un inno al lavoro ben fatto.
Chi ha una responsabilità  non scappa.
Non si tratta di una scelta epica, ma di una prassi umana che l’esistenza di tanti capitan Tremarella, non soltanto a bordo della Concordia, ha ammantato di una vena simbolica sproporzionata alle circostanze.
Gli eroi sono coloro che fanno qualcosa che non sarebbero tenuti a fare.
Mentre il comandante che comanda fa esattamente ciò per cui è stato scelto.
Non è dunque un eroe, ma qualcuno di più socialmente utile perchè più facilmente imitabile.
Un uomo.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)

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TRAGHETTO, I MORTI SONO 10, MA QUALCOSA NON QUADRA: I DISPERSI SAREBBERO 38

Dicembre 30th, 2014 Riccardo Fucile

ARMATORE E COMANDANTE INDAGATI PER OMICIDIO COLPOSO… LA LISTA DI BORDO NON CORRISPONDE AL NUMERO DEI PASSEGGERI SALVATI

Dopo 40 ore in balia delle onde altissime, del gelo, del fumo e delle fiamme che hanno avvolto il traghetto Norman Atlantic in viaggio dalla Grecia all’Italia, di certo al momento ci sono due numeri: i naufraghi messi in salvo, che sono 427 e quello degli italiani salvi, che sono 44 italiani (di cui 22 passeggeri).
Il numero dei morti sembra purtroppo destinato a salire: con il recupero di altri due corpi, se ne contano 10.
In serata si apprende che il comandante Argilio Giacomazzi, e l’armatore della nave, Carlo Visentini, sono stati iscritti nel registro degli indagati per i reati di naufragio colposo, omicidio colposo plurimo e lesioni colpose.
E rimane il giallo se la nave trasportasse altre persone che non risultano nella lista dei passeggeri.
Che certamente dovevano esservi: già  stamattina due clandestini afghani sono comparsi nel gruppo dei 49 naufraghi giunti al porto di Bari su un mercantile.
Per questo oggi, mentre il settimanale greco To Vima, considerato tra i più autorevoli, ha diffuso il numero di 38 dispersi, il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi, nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Chigi, si è affrettato a precisare che «fare le previsioni sul numero dei dispersi, l’abbiamo detto anche al ministro greco, ci sembra assolutamente prematuro. I numeri sono ballerini».
Sulla Norman Atlantic – ha spiegato il ministro – sono state salvate 427 persone (tra cui 56 membri dell’equipaggio), otto sono i morti (in serata sono stati però trovati altri due corpo ndr), per un totale di 435.
Sulla lista d’imbarco però i passeggeri erano 478, ma alcuni dei nomi delle persone salvate non figuravano su quella lista.
Dunque il «porto d’imbarco dovrà  ora verificare la corrispondenza delle liste» anche perchè, durante il tragitto, il traghetto aveva effettuato uno scalo nel corso del quale alcuni passeggeri potrebbero essere scesi.
E mentre tre procure, Bari, Brindisi e Lecce indagano su quanto avvenuto, la nave Norman Atlantic è stata posta sotto sequestro.
«La magistratura albanese e quella italiana – ha spiegato in serata il ministero dei Trasporti – sono in contatto per decidere in quale porto verrà  rimorchiata».
L’ammiraglio Nicola Carlone, della Guardia Costiera, poco prima aveva chiarito che «la nave era perfettamente efficiente, rispondeva a tutti i requisiti»: durante l’ ispezione il 19 dicembre a Patrasso erano state riscontrate 6 deficienze, di cui 2 immediatamente risolte e comunque «senza rilevanza» nell’incendio.
Per le altre 4 era stata prescritta la soluzione in 14 giorni, ma comunque «l’autorizzazione ottenuta per partire significa che rispondeva a tutti i requisiti».

(da “La Stampa”)

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MILANO, LA NOTTE DEI SENZATETTO SUL FILOBUS 91: DORMONO SUI MEZZI ATM PER IL GELO

Dicembre 29th, 2014 Riccardo Fucile

SALGONO A FINE GIORNATA E SCENDONO ALL’ALBA… COPERTE E SOGNI APPESI AL SEDILE…UN CONDUCENTE: “FOSSERO TUTTI BARBONI I VIAGGIATORI NOTTURNI, NON DISTURBANO MAI”

Le retrovie di Milano siedono nei primi posti della 90 e della 91, guardano ostinatamente in avanti come condannati ormai arresi o cavalli in corsa; però certe volte si girano di scatto al finestrino: succede alle fermate, a ogni fermata per il semplice fatto che prima o poi sarà  l’ultima, per forza di cose l’autista dell’Atm annuncerà  che il viaggio è finito e bisognerà  ricominciare daccapo.
La pensilina, i minuti, le mezzore, un nuovo bus, la ricerca di un seggiolino libero, si spera il caldo alla giusta temperatura, si spera l’assenza di ubriachi che vogliono menar le mani e di travestiti che usano le sbarre per reggersi durante la marcia come i pali della lap-dance, ballandoci intorno e spogliandosi, il pubblico deliziato e affamato
La 90 e la 91 eternamente percorrono la circonvallazione e sono state archiviate quali linee di un’altra città , questa irregolare, squallida, esclusivamente straniera, marcia e dolorosa; eppure nel lento incedere lungo viali e attraverso piazzali, ospitando migranti che vanno e vengono da un posto di lavoro e si portano dietro gli odori del fritto come due flaconi di Vetril per gli uffici da pulire, a una certa ora della notte la 90 e la 91 raccontano sì un’altra Milano. Ma popolata d’italiani.
Giovani, donne, vecchi. Dalle 23 questi bus sono pieni d’italiani. Italiani senza casa, senza famiglia per scelta propria o altrui; senza lavoro; con l’orgoglio o la paura di non abbandonarsi all’aiuto dei dormitori; e con la consapevolezza che anche il più spietato dei controllori, forse, risparmierà  l’accanimento contro un povero cristo accasciato su se stesso. Barboni. Clochard. Senzatetto. Chiamateli come volete, per loro non fa differenza.
Ne contiamo sette su un bus e in contemporanea quattro su quello della direzione opposta, nella notte tra Santo Stefano e ieri.
Ma è un numero variabile. In altre notti, tra metà  novembre e Natale, il numero è salito sensibilmente; in una circostanza il fotografo Paolo Gerace, che li ha ritratti, ne ha contati ventidue tutt’insieme.
Sono riconoscibili: dormono come bimbi, sembrano reduci da traversate. Eppoi basta guardare i dettagli. Le scarpe eleganti che spuntano da una giacca da neve con il piumino pieno di tagli su braccia e petto; un berretto di lana della squadra calcistica Torino e sotto uno spolverino di rara raffinatezza; una camicia con delle iniziali U.T. impresse nel disordine sulla pancia di un uomo, il lembo di una maglietta, la camicia stessa, un golfino, un gilet verde, una sciarpa da donna.
È difficile, avvicinare le retrovie. Si muovono spesso in solitaria, rare le coppie per tacere dei gruppi. Non concedono punti di riferimento, se scendono e si avviano verso una direzione è un involontario esercizio di depistaggio; camminano per combattere il freddo, picchiano i piedi sull’asfalto, aprono le mani come se arpionassero una di quelle palline usate per allontanare lo stress.
Con un signore che avrà  cinquant’anni, incontrato all’altezza di via Scalvini, ci proviamo quattro volte fin quando su viale Murillo ci manda a quel paese e cambia di posto brontolando.
Dietro al suo seggiolino c’è un ragazzo, un sorriso mezzo ghigno e mezza paresi, aiutante di un meccanico a Cesano Boscone, che giura di conoscerlo e saper tutto.
Dice che è un professore di liceo che viveva coi genitori, son stati sfrattati, ha trovato una stanza in affitto a Lambrate per i suoi vecchi e siccome in quella casa il posto è piccolo, la notte sta a spasso e il mattino rientra per riposare e mettersi lui sul letto
Verso il Lorenteggio sale una donna con due borse, una di un negozio di profumi di via Torino e l’altra di un supermercato Carrefour. Da una borsa estrae una radiolina blu, l’apparecchio avrà  una ventina d’anni. L’accende, l’accosta all’orecchio mentre si appoggia al finestrino.
Sul pavimento del bus ci sono chiazze di vomito nero, fino a pochi minuti fa leccate da un cane bastardino al fianco d’un signore con la barba di una strana composizione, raggi di grigio intenso e cespugli color ruggine.
Ci dice un autista dell’Atm, e davvero ne abbiano visti di pazienti, perfino materni, che fossero tutti barboni i viaggiatori notturni di questi bus…
Ma subito teme d’esser stato frainteso e spiega che intendeva dire questo: loro non disturbano, quand’è il momento glielo comunichi e non protestano. Prendono atto.
Se ne vanno. In fondo, ci dice l’autista stavolta convinto d’essere chiaro, forse per darsi un tono, forse per scaramanzia, in fondo basta così poco per andar giù e attendere il prossimo passaggio, se mai ne ce ne sarà  uno.

Andrea Galli
(da “il Corriere della Sera“)

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ARMI, L’ONU VIETA COMMERCIO CON PAESI CHE VIOLANO DIRITTI UMANI, MA L’ITALIA TACE

Dicembre 29th, 2014 Riccardo Fucile

ESPORTIAMO ARMI VERSO NAZIONI IN GUERRA O CHE SI MACCHIANO DI VIOLAZIONI, MA LA FARNESINA NON HA NULLA DA DIRE

La vigilia di Natale è entrato in vigore il trattato delle Nazioni Unite sul commercio internazionale di armi che vieta ogni esportazione bellica, di armi sia pesanti che leggere, verso Paesi che potrebbero usarle in violazione dei diritti umani.
Un trattato “storico” che porta “responsabilità , controllo e trasparenza” nel mercato degli armamenti, come ha dichiarato nei giorni scorsi il Segretario Generlae delle Nazioni Unite Ban Ki-moon.
Dalla Farnesina nemmeno una nota su questo storico risultato diplomatico. Un silenzio quasi imbarazzato.
Forse perchè per l’Italia, che pure ha un’ottima legislazione nazionale in materia fin dal 1990 (la legge 185), la applica in maniera piuttosto allegra.
Il nostro Paese, infatti, esporta regolarmente armamenti — in particolare armi leggere — verso nazioni in guerra o note per i loro pessimi record in tema di diritti umani. Con il silenzio-assenso di un Parlamento che ormai da sei anni non adempie al suo compito di esaminare le relazioni governative annuali sulle export militare.
Le più recenti relazioni, compresa l’ultima relativa al 2013, riportano autorizzazioni governative a esportazioni belliche difficilmente compatibili sia con la legge 185/90 che con il nuovo trattato internazionale.
L’elenco dei destinatari dell’export bellico italiano comprende Paesi le cui forze di sicurezza governative, spesso impegnate in conflitti armati interni o internazionali, sono regolarmente accusate di sistematiche violazioni dei diritti umani dai principali organismi internazionali di monitoraggio, da Human Rights Watch ad Amnesty International, da Freedom House fino al Dipartimento di Stato americano
La ‘lista nera’ comprende Arabia Saudita (principale acquirente di armi italiane con quasi 300 milioni di export autorizzato nel 2013), Brasile (56 milioni), Pakistan (28), Indonesia (27), Filippine (23), Egitto (17), Messico (14), Zambia (13), Mauritania (12), India (12), Iraq (12), Turchia (11), Venezuela (8), Colombia (6), Qatar (5), Azerbaigian (3), Israele (2), Sudafrica (2), Thailandia (2), Bangladesh (1), Cina (1), Nigeria (0,7), Guatemala (0,5), Niger (0,5), Senegal (0,2).
“Se è stato un merito dell’intero Parlamento italiano aver promosso in tempi brevi e unanimemente la ratifica di questo trattato internazionale — commenta Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana per il Disarmo — va però evidenziato che dal 2008 le nostre Camere non stanno esaminando le Relazioni governative sulle esportazioni di sistemi militari italiani, venendo meno al fondamentale compito di controllo dell’attività  dell’esecutivo in una materia che ha rilevanti implicazioni sulla politica estera e di difesa del nostro paese”
“Non va dimenticato — aggiunge Piergiulio Biatta, presidente dell’Osservatorio sulle Armi Leggere (Opal) di Brescia — che l’Italia è il principale esportatore mondiale di armi leggere che, come ha evidenziato il precedente segretario dell’Onu Kofi Annan, sono le vere armi di distruzione di massa del nostro tempo. L’entrata in vigore del Trattato internazionale deve perciò diventare l’occasione anche per il nostro Paese di definire strumenti di maggior controllo e trasparenza sulle esportazioni di queste armi: sono infatti molte le armi esportate anche dalla provincia di Brescia verso le zone di conflitto e a corpi di polizia e di pubblica sicurezza di governi autoritari e le cui violazioni dei diritti umani e civili sono tristemente note ed accertate”.

Enrico Piovesana
(da “il Fatto Quotidiano”)

argomento: denuncia | Commenta »

PD, EMERGONO ANCHE TESSERATI “A LORO INSAPUTA”: STRETTA A ROMA SUGLI ISCRITTI FANTASMA

Dicembre 29th, 2014 Riccardo Fucile

“CIRCOLI DA CHIUDERE”…ORA UN SISTEMA DI REGISTRAZIONE DELLE ADESIONI IN TEMPO REALE

Un nuovo sistema informatico per registrare in tempo reale le nuove adesioni al partito, presto i sub-commissariamenti di specifiche zone della città  (si partirà  da Ostia), verifiche telefoniche a tappeto su tutti gli 8 mila iscritti.
È iniziato da un mese il commissariamento del Pd romano affidato a Matteo Orfini dopo gli arresti dell’inchiesta Mafia Capitale.
Dalle prime verifiche telefoniche – circa duecento – sono emersi casi di iscritti fantasma: cittadini inconsapevoli di risultare aderenti al Pd romano, dove da 27 mila tesserati del 2009 si è arrivati agli 8 mila attuali.
«Il commissariamento sarà  un lavoro lungo. La mappatura di Barca finirà  a maggio: noi andremo oltre. C’è molto da scavare, ma non tutto è da buttare. C’è voglia di ripartire» dice Orfini.
La federazione romana del Pd sarà  la prima in Italia a essere dotata di un sistema informatico dove i segretari di circolo – con adeguate password e pagine web riservate – dovranno segnalare ogni mese le nuove iscrizioni e i rinnovi.
Un modo per controllare e verificare anche eventuali picchi di adesioni magari in prossimità  di primarie o congressi.
«Il tesseramento quest’anno è in calo perchè non ci sono congressi in vista, e dunque i signori delle tessere sono meno interessati all’investimento. I capibastone vanno stroncati: per farlo non basta bonificare il malcostume che c’è stato fino a oggi. Occorre recuperare il rapporto con le persone e con i territori: spesso abbiamo lasciato che i capicorrente fossero gli unici a mantenere una relazione con i cittadini» dice Tobia Zevi, membro dell’assemblea nazionale del Pd e candidato renziano alla segreteria romana alle ultime primarie cittadine
Ma l’operazione pulizia non si limiterà  alla tracciabilità  online delle iscrizioni.
Il Pd Roma ha problemi economici – oltre un milione di euro di debiti a livello di federazione senza contare le passività  dei singoli circoli – ma anche i commissariamenti non sono finiti.
Si potrebbe partire da Ostia, molto citata nelle carte di Mafia Capitale, e da altre periferie problematiche: Orfini sta pensando di affidare il Pd di quel municipio a un parlamentare non romano, a garanzia del massimo di indipendenza. «Alcuni circoli saranno essere chiusi o accorpati » aggiunge Orfini.
Canta vittoria Roberto Morassut, ora deputato e in passato assessore con Veltroni: «Da quattro anni parlo di iscrizioni fantasma, ho scritto due libri per raccontare la decadenza del partito a Roma e ora la verità  esce confermata. Al congresso dissi che la base associativa del Pd in quasi tutta Italia era molto compromessa, che i dati manifestavano profonde anomalie. Nel caso di Roma, serve una fase costituente per il Pd».
Morassut lancia una proposta: «Il tesseramento 2015 deve avere basi diverse, regolando la quota tessera sulla base del reddito come sempre avvenuto nei partiti democratici e nei sindacati: le adesioni devono essere libere e individuali. I fatti che emergono stanno dimostrando che il tesseramento è stato in mano a capo tribù».

Gabriele Isman

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