Aprile 5th, 2015 Riccardo Fucile
LE RIVELAZIONI DEL GIORNALE MEDIAPART E I MESSAGGI PUBBLICATI DA ANONYMOUS INTERNATIONAL
C’è imbarazzo nel Front National per presunti sms segreti del Cremlino ai fedelissimi di Marine Le Pen.
Secondo le rivelazioni di Mediapart.fr, la leader dell’estrema destra francese è stata citata a più riprese nei messaggini di un responsabile del Cremlino, rivelati nei giorni scorsi dagli hacker russi di ‘Anonymous International’.
Datati marzo 2014, gli sms evocano contatti tra Mosca e il Front National per ottenere una presa di posizione ufficiale del partito a favore dell’annessione della Crimea alla Russia.
Ci sarebbe inoltre anche un preciso riferimento a discussioni finanziarie, in particolare, sul modo in cui Le Pen deve essere “ringraziata” per il suo sostegno al potere russo di Vladimir Putin.
“Nei mesi successivi – prosegue il giornale Mediapart – la presidente del Fn e il padre hanno ottenuto prestiti russi per 11 milioni di euro per la loro attività politica”.
I messaggi.
Il sito di informazione online basa la sua tesi su tre sms scambiati da ignoti responsabili russi.
In uno di questi, datato 11 marzo 2014, uno dei presunti uomini del Cremlino, un certo Kostia, assicura che “il Front National prenderà ufficialmente posizione sulla Crimea”.
“Qualcuno ti ha contattato sui finanziamenti?”, risponde il suo interlocutore.
“Si, il vice ministro degli esteri risponderà “, replica l’altro.
Un nuovo scambio di sms, il 17 marzo, parla poi di “aspettative” rispetto alla leader lepenista. “Marine Le Pen ha ufficialmente riconosciuto i risultati del referendum in Crimea”.
E ancora: “Non ha tradito le nostre attese”. “In un modo o nell’altro bisognerà ringraziare i francesi, è importante”. “Si, fantastico!”.
In effetti il 17 marzo la Le Pen si espresse a favore della regolarità di quella controversa consultazione popolare in Crimea.
Le Pen è una strenua sostenitrice di Putin. Ha fatto diversi viaggi di ‘amicizia’ a Mosca e da quando è iniziato il conflitto in Ucraina si è sempre opposta alle sanzioni europee contro la Russia.
Secondo Mediapart, l’associazione Cotelec, presieduta dal presidente onorario del Fronte, Jean-Marie Le Pen, ha ricevuto il 18 aprile un prestito da due milioni di euro da parte di una società cipriota alimentata con soldi russi.
A fine settembre, il partito anti-euro ha ottenuto un altro prestito da 9 milioni di euro dalla First Cezch Russian Bank (FCRB) .
E Le Pen ha sempre giustificato quel prestito internazionale dicendo che le banche francesi si erano rifiutate di finanziarie il Fn.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 5th, 2015 Riccardo Fucile
L’ESPULSIONE DELL’EX PARLAMENTARE CHIESTA DALLA LEGA EMILIANA E ACCOLTA ALL’UNANIMITA’… E’ NOTO PER I SUOI IMBARAZZANTI INTERVENTI SUGLI OMOSESSUALI
Massimo Polledri ha sette vite come i gatti. 
L’ex deputato e senatore, due volte candidato sindaco a Piacenza per la Lega Nord, è scampato ancora una volta dall’espulsione del partito.
La richiesta, inviata dalla segreteria provinciale circa un anno e mezzo fa, era stata accolta all’unanimità dal comitato dei garanti.
Ma all’ultimo, l’intervento di Umberto Bossi in persona, che presiede l’organismo, ha ribaltato tutto. Ricorso accolto e reintegro immediato nel Carroccio.
Un colpo di scena, in quella che ormai è diventata una saga tra Poleldri e la Lega, che ha fatto imbestialire, non solo i vertici locali del movimento ma anche quelli dell’Emilia.
Una storia curiosa, comunque, quella di Massimo Polledri, lunga 22 anni nella Lega e costellata da qualche tonfo politico (le elezioni a sindaco) e ben più di uno scivolone, in particolare su temi sicuramente delicati, che lo avevano fatto conoscere a livello nazionale.
Il più clamoroso, durante una concitata seduta alla Camera nel marzo 2011, quando all’esponente del Carroccio emiliano uscirono frasi poco eleganti verso la collega del Pd, Ileana Argentin.
Secondo le ricostruzioni, sempre smentite dall’interessato, la democratica stava spiegando che era il suo assistente a battere le mani al suo posto per esprimere apprezzamento verso gli interventi, visto che lei non poteva, impossibilitata su una sedia a rotelle.
Ma è in quel momento che dai banchi della maggioranza si erano levati insulti, attribuiti a Polledri, che avevano gelato l’intera assemblea. Arrivarono le scuse ufficiali e il caso fu chiuso.
Ma di lì a breve ci cascò di nuovo.
Siamo nel giugno dello stesso anno e, su RaiTre, è presente alla trasmissione Agorà . A un certo punto avviene il fattaccio: “La Lega a Pontida lancia segnali di celodurismo e poi arriva a Roma e si cala le braghe”, sostiene Pina Picierno, deputata Pd.
In quel momento viene inquadrato Polledri che, con sguardo piacione, ribatte a fil di voce: “Se ci caliamo le braghe noi, può esserci una bella sorpresa per te…”.
Il 2011 è stato forse l’anno in cui ha regalato le maggiori perle del suo repertorio.
E’ ottobre e questa volta a far imbufalire il leghista, portandolo alla gaffe, era stata un tweet del collega del Pd, Pierangelo Ferrari, che durante una seduta alla Camera aveva scritto: “L’onorevole Polledri, Lega, ultracattolico e omofobo, interviene attaccando la Bce. Nel nome di CrediNord, la banca leghista fallita”.
Al termine del suo intervento, Polledri legge il tweet di Ferrari con tag #opencamera e scoppia la bagarre in diretta. “Mi ha dato del malato” urla il leghista correndo verso i banchi delle opposizioni, probabilmente male interpretando omofobo con omosessuale.
“Gli ho dato dell’omofobo, ma che abbia capito… Non è possibile!!”, scrive ancora una volta Ferrari.
Poi, dopo un anno sabbatico, lo ritroviamo nel 2012 a La Zanzara, irriverente programma di Radio24, durante il quale si lancia in una improbabile diagnosi sulla omosessualità , dall’alto della sua laurea in psichiatria infantile: “Può essere uno stato di infelicità ”. Giuseppe Cruciani non perde l’occasione per stuzzicarlo e così nasce l’ennesima vicenda che lo costringerà alle smentite: “Non è una malattia, però può essere una condizione di infelicità . Anche reversibile — aveva spiegato -, c’è una situazione di identità sessuale distonica. Qualcuno si è rivolto a degli psicologi e tre su dieci poi sono stati meglio, ne hanno tratto beneficio”.
Una serie di episodi che, però, non gli avevano precluso la strada per correre ancora una volta a sindaco nel 2012.
Il risultato fu deludente, con la Lega che arrivò a malapena al 5%, anche a causa degli scandali che investirono il Carroccio.
E così la segreteria emiliana colse l’occasione per provare a disfarsi di una figura così ingombrante, raccogliendo tutto il materiale necessario, pare in oltre 200 pagine, allegandolo alla richiesta di espulsione inviata in via Bellerio.
Primo risultato: gli viene azzerata la militanza. Non potrà più essere candidato, nè fare politica attiva e per lui rimangono ammessi solo il volontariato e la manovalanza.
Ma non era abbastanza, perchè era ormai inviso anche a buona parte del partito locale.
Che infatti, in seguito, invierà una nuova richiesta di espulsione al Comitato dei garanti.
Lo scorso 9 marzo la votazione: richiesta accolta, Polledri è stato espulso.
Ma in extremis, dopo due settimane, gli arriva l’ennesima ancòra di salvezza.
Dal palco di una festa a Bergamo, Umberto Bossi afferma: “Non mi macchierò mai dell’ignominia di mettere fuori una persona che ha creduto per 20-30 anni nella Lega. Non metterò fuori nessuno”. Tempo qualche giorno e nella cassetta della posta di Polledri arriva una lettera, firmata dal Senatùr, che lo riabilita nel movimento.
La Lega Nord piacentina accusa il colpo e si chiude nel silenzio. Rotto solo dal segretario dell’Emilia, Fabio Rainieri: “Finchè sarò segretario Polledri non sarà mai più considerato un militante. Ci ha lasciato cause legali, che noi dobbiamo pagare. Il nuovo corso può partire solo senza di lui”.
Polledri, dal canto suo, canta vittoria ancora una volta verso i suoi detrattori: “Mi dispiace che a livello locale si sia perso tempo ed energie per niente. Ritengo che le sedi del nostro movimento debbano continuare ad essere posti dove si ascoltano e si tentano di risolvere i problemi della gente e non luoghi dove si compiono atti di bullismo politico verso i militanti”.
E non ha mancato, a suo modo, di rispondere ai nuovi attacchi che gli sono arrivati dai suoi compagni di partito: “Ranieri chi? Quello che secondo il tribunale dovrà risarcire la Kyenge con 150mila euro, o quello che è indagato dalla procura di Reggio Emilia per appropriazione indebita? Ho sempre agito all’insegna della trasparenza e non sono mai stato raggiunto da avvisi di garanzia o da condanne. Ranieri può dire lo stesso?”.
Gianmarco Aimi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 5th, 2015 Riccardo Fucile
MA OGGI L’EX PREMIER NON SI FIDA PIU’: “UN FURBASTRO, HA PRESO ANCHE I DIFETTI DEI COMUNISTI”
In fondo Berlusconi ci aveva visto giusto, non a caso invitò Renzi ad Arcore promettendogli che «un giorno tutto questo sarà tuo».
Non è chiaro se vedesse in quel «simpatico ragazzo» un talento da cavalcare o una minaccia da scongiurare, è certo che a distanza di qualche anno Renzi si sta prendendo ciò che gli era stato offerto, senza nemmeno chiedere permesso.
La migrazione da Forza Italia verso il Pd è iniziata: «Bondi l’ha fatto e anche Verdini ormai aspetta solo una scusa per andarsene».
Berlusconi è consapevole che la ferrea legge della natura, cioè della politica, non fa concessioni nemmeno a chi per venti anni è stato il re della foresta nel Palazzo.
E infatti ieri il ruggito con cui voleva richiamare all’ordine quanto resta del suo branco, non ha sortito effetti.
Anzi, persino il candidato del centrodestra in Puglia, Schittulli, gli ha voltato le spalle, costringendo il vecchio leader a inseguirlo per non restare fuori da quel laboratorio dove pezzi dell’ex Pdl – da Fitto ad Alfano – tentano una ricostruzione che verrà provata anche in Veneto con l’appoggio a Tosi.
Sono esperimenti, e in quanto tali possono essere fallaci. Ma testimoniano un’idea di progetto, guardano al futuro.
Berlusconi sembra invece vincolato a un presente che è denso di recriminazioni e di angosce. Vive con ansia l’attesa di una libertà che non è stata pienamente ritrovata, «ancora non mi hanno restituito il passaporto», ed è mosso da un forte disappunto verso quel «simpatico ragazzo» che si è trasformato in un «furbastro di cui non ci si può fidare», perchè si è «rivelato uno di quelli». Cioè un «comunista».
O meglio, ai suoi occhi il segretario del Pd ha acquisito i loro stessi difetti: «I comunisti, per esempio, sono sempre stati abili nel truccare le elezioni.
E Renzi, in una delle occasioni in cui ci siamo incontrati, mi ha raccontato che alle primarie contro Bersani venne fregato.
“La volta dopo – mi disse – siccome avevo capito come facevano, li ho fregati io”. Capite il personaggio?».
Si capisce anche la sofferenza di Berlusconi, un visionario che un tempo fece di un acquitrino una città , che sfidò la Rai con una tv del sottoscala, che trasformò un club in fallimento nella squadra di calcio più titolata al mondo, che scese in campo per entrare subito a palazzo Chigi, ma che oggi non riesce a calarsi nei panni del padre nobile, siccome il padrun sa solo comandare e vincere. E per una parvenza di vittoria ha quietato l’impulso di andare da solo alle Regionali, acconciandosi all’alleanza con la Lega, «perchè non possiamo dare anche il Veneto a Renzi».
Pur di prendersi la rivincita sul «furbastro», ha subìto senza replicare le battutacce di Salvini.
L’ultima dev’esser stata una coltellata al cuore e ai suoi ricordi, perchè quando si è ventilata l’ipotesi che l’ex premier potesse candidarsi a sindaco di Milano, il capo del Carroccio ha commentato: «Dopo Pisapia, chiunque può farlo».
È vero che Berlusconi aveva accarezzato quella idea, ma per presentarsi in politica non per accomiatarsene.
È una storia che risale al ’93 e che riaffiora nella testimonianza di un ex parlamentare del Ppi, Duilio, catapultato a fare il vice commissario della Dc milanese, a fianco di Bodrato, nei mesi tremendi di Tangentopoli, quando «sui vetri della sede del partito si sentiva il rumore metallico delle cento lire».
Per anni Duilio era stato il responsabile dell’Agenzia di formazione per l’impegno sociale e politico nella diocesi lombarda, a diretto contatto con il cardinal Martini, che lo assecondò nella nuova intrapresa quando a chiamare fu Martinazzoli.
Duilio seppe delle intenzioni di Berlusconi durante una riunione dei dirigenti democristiani dell’epoca in via Mirone: «Era giugno, c’erano appena state le elezioni per il comune di Milano, e noi – che avevamo candidato Bassetti – eravamo stati sconfitti dalla Lega con Formentini. Ricordo che, mentre si discuteva sul da farsi, il professor Moioli, docente alla Statale, pronunciò quel nome».
«Quel nome» allora evocava solo un tycoon delle tv legato a Craxi, e vissuto con ostilità dalla sinistra dc.
«Perciò – rammenta Duilio – non capii subito cosa c’entrasse. Tranne quando ci fu detto che proprio lui, prima del voto, aveva fatto sapere che sarebbe stato seriamente intenzionato a candidarsi per palazzo Marino, che era disponibile se noi avessimo accettato. Forse Bodrato ne parlò con Martinazzoli o forse no, ma con il senno di poi si può dire che sarebbe stato un evento che avrebbe forse cambiato il corso delle cose».
Chissà se Berlusconi ne ha fatto cenno a Salvini dopo la sua dichiarazione, più probabilmente si sarà tenuto stretto il ricordo.
Perchè i ricordi si confidano agli amici, non ai «furbastri».
Siano avversari o alleati.
Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 5th, 2015 Riccardo Fucile
L’SNP RISCHIA DI DIVENTARE TERZO PARTITO E AGO DELLA BILANCIA
Va male tutto, anche un’intramontabile gloria come il whisky. 
Le esportazioni sono calate del 7,4% ai minimi dell’ultimo ventennio sotto i colpi del Bourbon americano che ha sullo Scotch lo stesso effetto dello shale oil sul prezzo del barile.
La caduta del liquore nazionale mima, infatti, quella della ricchezza nazionale, il petrolio del mare del Nord che avrebbe dovuto finanziare la secessione dal Regno Unito.
Edimburgo l’ha scampata per un pugno di voti nel settembre scorso. Scampata proprio, alla luce di come sarebbero andate le finanze di uno Stato indipendente, fiaccate dalla congiuntura che deprime i costi dell’energia oltre ogni ragionevole previsione.
La propaganda nazionalista nei giorni precedenti la consultazione popolare insisteva sulla ”convenienza della solitudine” grazie alla generosità dei pozzi off shore, unica vera garanzia di gettito per le casse dei territori oltre il Vallo.
Oggi la Scozia si ritroverebbe con il cappello in mano. Ne deriva, per associazione logica, che i sostenitori della secessione dovrebbero essere in umiliante ritirata.
I sondaggi dicono il contrario: perduta la battaglia per l’addio da Londra, uomini e donne di highlands e lowlands si preparano a invadere Westminster.
È l’unico dato certo di elezioni nel segno della più assoluta incertezza.
Tutti gli istituti di statistica assegnano allo Scottish national party un successo senza precedenti alle elezioni britanniche del 7 maggio, in marcia verso il terzo posto alla Camera dei Comuni, alla spalle di Tory e Labour.
A pagare il prezzo più alto sono i laburisti e LibDem — i conservatori eleggono un solo parlamentare nei collegi oltre il Vallo — destinati ad essere decimati da una spinta nazionalista che porterebbe, per taluni, l’Snp sulle soglie dell’en plein, conquistando 56 dei 59 deputati che si assegnano in Scozia.
London school of economics è meno radicale nel suo studio sulla dinamica elettorale, ipotizzando 40 deputati per Snp, un multiplo rispetto ai 6 eletti del 2010.
Il consenso per i nazionalisti è al 4% su base nazionale quindi, in termini percentuali, è molto più contenuto rispetto al moltiplicatore garantito dal sistema elettorale britannico, il first past the post.
Ovvero quel maggioritario secco che, invece, penalizza Nigel Farage e l’Ukip.
Il sostegno popolare per il partito eurofobo, dicono i sondaggi, sta calando dal 20% che mediamente si registrava nei mesi scorsi al 12-15 % di oggi, ma a sconfiggerli — sulla carta — è il meccanismo di calcolo del voto che agisce in modo speculare al “favore” che, il meccanismo stesso, garantisce a Snp.
A fare la differenza è la concentrazione territoriale del consenso nel caso scozzese, a fronte della diffusione sul territorio nazionale dell’Ukip che così cade nella tagliola del maggioritario British style e rischia di eleggere solo un paio di Members of Parliament
La slavina tartan è su Westminster, ben rappresentata dal contrappasso storico che si va delineando a Glasgow dove cinque dei sette seggi Labour dovrebbero passare ai nazionalisti con uno swing di cui pochi hanno memoria, visto che i laburisti non perdono un deputato nella città da più di trent’anni.
La slavina farà più danni al partito di Ed Miliband in Scozia di quelli che potrà fare l’Ukip ai Tory in tutto il Regno, ma le conseguenze non finiscono qui.
La crescita dell’Snp di fatto renderà ingovernabile il Paese se è vero che l’impalpabile maggioranza che Lse assegna ai Tory sul Labour (4 deputati) non basterà per mantenere David Cameron a Downing street, rendendo come ipotesi più probabile un governo di minoranza abbarbicato ai voti nazionalisti.
In altre parole, un esecutivo con un premier Labour e con il sostegno esterno di LibDem e Snp.
Per la City è lo scenario peggiore. E non solo perchè la Gran Bretagna marcia verso un lessico politico da Italia della Prima Repubblica, inoltrandosi nei meandri dell’instabilità di governo, fatta di multiple coalizioni e patti di non belligeranza. L’impronta socialista tradizionale (rispetto alla Terza Via di Tony Blair) del Labour di Ed Miliband, infatti, coniugata con il moltiplicatore radicale dell’Snp, porterà a spinte ancor più estreme su welfare e spesa pubblica, ma anche su temi come il nucleare con i Trident al centro di un delicato dibattito che coinvolge sicurezza e difesa del Regno. I rischi sono soprattutto altri, gli stessi paventati dal dibattito secessione.
«Se Snp farà un accordo con il Labour — spiega Tony Travis scienziato della politica, esperto di dinamica del consenso alla London School of Economics – avrà influenza importante sulle scelte nazionali. Tratterà per spuntare benefici a favore di Edimburgo, innescando così la reazione degli elettori inglesi o delle altre nazioni».
È il timore ultimo della dissoluzione del Regno, quello stesso che si era materializzato con il referendum scozzese e che riemerge per l’effetto perverso di un sistema elettorale inadeguato al mutare dei tempi.
La debole rappresentatività del first past the post britannico funzionava, in uno scambio tacito con la stabilità politica, nel mondo bipolare di Tory e Labour.
Oggi le forze in campo sono sette e il bacino dei due grandi partiti che un tempo si spartivano il 90% dei voti è al 65-68 per cento.
La frammentazione avanza oltre la Manica riscrivendo la storia.
Con la erre arrotata in gran voga da Edimburgo in su.
Leonardo Maisano
(da “il Sole24ore“)
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Aprile 5th, 2015 Riccardo Fucile
SULLO STESSO LIVELLO LEGA E FORZA ITALIA
Le intenzioni di voto degli elettori italiani pur facendo registrare qualche variazione nell’ultimo trimestre non modificano lo scenario politico complessivo.
Il Partito democratico si conferma al primo posto con il 35,7%, seguito dal Movimento 5 Stelle (21,3%).
Rispetto a febbraio il Pd risulta in flessione (-0,9%) e il M5S in crescita (+1,5%).
Al terzo posto la Lega di Salvini (13,7%) appena sopra Forza Italia (13,5%), sia pure di poco e in misura statisticamente non significativa, e questa è l’unica novità degli ultimi due mesi.
A seguire Fratelli d’Italia-An (4%) che precede Sel (3,6%), poi Udc (2,5%) e Ncd (2,2%) e infine Prc (1,5%). Tutti gli altri partiti si collocano al di sotto dell’1%.
Sulla base di questi dati, qualora l’Italicum venisse approvato i centristi supererebbero la soglia di sbarramento fissata al 3% solamente se confluissero in un unico soggetto politico.
Rispetto ai mesi precedenti, dal sondaggio odierno si possono trarre le seguenti indicazioni:
1) Nonostante la flessione (-5,1% rispetto al risultato ottenuto alle elezioni europee), dovuta alla fine della luna di miele degli elettori con il governo, alle difficoltà economiche patite da alcune categorie sociali che gli hanno voltato le spalle e alle tensioni interne che danno l’immagine di una scarsa coesione, il Partito democratico non ha avversari in grado di insidiare il suo primato. Si conferma un partito «pigliatutti» primeggiando tra tutte le componenti sociali, con l’eccezione degli elettori di 35-44 anni e dei disoccupati tra i quali prevale il movimento di Beppe Grillo.
2) Il centrodestra appare molto frammentato e in forte difficoltà : Forza Italia subisce un’ulteriore flessione e, dopo l’abbandono del patto del Nazareno, appare priva di una strategia politica e in balia di conflitti interni culminati nell’ultima settimana con la decisione di lasciare il partito da parte di uno dei simboli della ortodossia berlusconiana, Sandro Bondi.
La Lega, dopo la manifestazione di Roma, ha fatto segnare una flessione e allontanato una parte degli elettori più moderati. E, come abbiamo visto nel sondaggio della scorsa settimana, l’ipotesi di un’alleanza politica tra i due principali partiti del centrodestra divide nettamente entrambi gli elettorati.
3) Il Movimento 5 Stelle mantiene saldamente il proprio elettorato a dispetto delle defezioni di alcuni parlamentari e delle critiche alla propria azione politica, da molti giudicata sterile per l’indisponibilità a trovare punti di convergenza su riforme o provvedimenti importanti.
E anche nonostante la competizione con la Lega sul fronte della protesta e dell’opposizione dura ed intransigente al governo.
Tuttavia le indagini giudiziarie che si susseguono, dalle grandi opere a quella sulla metanizzazione di Ischia di questa settimana, rafforzano il posizionamento del movimento di Grillo, considerato il vero paladino della lotta alla corruzione della politica, nonchè l’alfiere della battaglia contro i suoi privilegi e i suoi costi, rispetto ai quali non accenna a diminuire l’insofferenza dei cittadini.
4) I partiti di centro non riescono a decollare, approfittando delle gravi difficoltà in cui versa Forza Italia. Il partito di Alfano risulta in flessione (dopo le dimissioni di Lupi) e l’Udc in lieve crescita ma nell’insieme si collocano su valori in linea con i risultati delle Europee.
Appaiono a metà del guado: il sostegno al governo e la titolarità di dicasteri importanti non sembrano favorirli più di tanto perchè i riflettori sono puntati più sul premier che sui ministri.
E, d’altra parte, andare all’opposizione sarebbe anche peggio in termini di consenso, sia perchè rinuncerebbero a un forte tratto distintivo sia perchè farebbero fatica ad emergere all’interno di un’opposizione variegata e più incline di loro ai toni forti.
In questo scenario potrebbe esserci spazio per nuovi soggetti politici, esempio Italia unica di Corrado Passera o Coalizione sociale di Maurizio Landini?
È difficile rispondere: la frammentazione del centrodestra e lo scarso presidio dello spazio politico a sinistra del Pd sembrerebbero rappresentare un viatico, a condizione di saper aggregare alcuni dei soggetti politici esistenti ed attrarre gli elettori delusi, parcheggiati nell’area grigia dell’astensione che si mantiene elevata (35,2%).
Ma, in questa fase, la fluidità del rapporto tra cittadini e politica non aiuta i partiti esistenti e quelli nuovi: le appartenenze si sono indebolite, il voto di scambio sembra in declino per la penuria di risorse «da scambiare», il voto di opinione è minacciato dalla volatilità delle opinioni e l’erosione della fiducia nei leader attenua la portata del voto personale.
Insomma, vita grama per i partiti e per i loro spin doctor.
buchetta per seppellire cacche e notizie.
Nando Pagnoncelli
(da “il Corriere della Sera”)
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Aprile 4th, 2015 Riccardo Fucile
SECONDO IPR E TECNE’: ZAIA AL 38-39%, MORETTI AL 37-37,5%, TOSI ALL’11-12%, BERTI (M5S) AL 10-11%
Sono ad un’incollatura. 
Così dicono i sondaggisti Antonio Noto di Ipr Marketing e Michela Morizzo di Tecnè.
A dividere Luca Zaia e Alessandra Moretti, ci sarebbe un esile 0,5% che sale al massimo al 2%: 38-39% Zaia e 37,5-37% Moretti.
In campagna elettorale, si sa, i sondaggi finiscono per avere il sapore del calciomercato, e gli stessi Noto e Morizzo precisano che «a due mesi dal voto tutto può succedere», anche perchè gli incerti veleggiano al 33% e «in questo momento le beghe di partito influenzano gli intervistati più dei programmi».
Ne è convinto anche Tosi, che postilla: «Proprio lì si deciderà la partita. Con un’astensione come quella che abbiamo visto alle Regionali in Emilia Romagna la differenza la farà chi riuscirà a portare la gente a votare».
A proposito del sindaco di Verona: Ipr e Tecnè hanno anche chiesto agli elettori della Lega da quale parte si schiereranno il 31 maggio, se con lui o col governatore. Ebbene, i dati collimano quasi alla perfezione: un elettore su tre sceglierà Tosi, gli altri resteranno fedeli al partito.
Curioso pure il fatto che un leghista su due confidi ancora nella possibilità che tra «Flavio» e il Carroccio possa esserci una ricucitura. La speranza è sempre l’ultima a morire.
Lo scontro fratricida tra i due «acerrimi amici», comunque, è uno degli elementi chiave del voto tanto che, spiega Noto, «la somma delle loro civiche finirà per oscurare, e di parecchio, il risultato della Lega ».
Si spiega perchè Salvini ha chiesto aiuto a Berlusconi, ma non va sottovalutato che Fitto appoggerebbe Tosi e non Zaia e tutto può ancora succedere.
In ogni caso la Moretti sta facendo una rimonta incredibile fino a un mese fa.
(da “il Corriere della Sera”)
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Aprile 4th, 2015 Riccardo Fucile
HANNO ADERITO APPENA 16.000 CONTRIBUENTI… PER IL PD 10.000 SOSTENITORI E 200.000 EURO, PER FORZA ITALIA SOLO 829 SUPPORTER PER 24.000 EURO
Solo 4 contribuenti su 10mila hanno sostenuto con i 2 per mille dell’Irpef il loro partito politico di riferimento.
A barrare la casella di Unico o del modello 730 targato 2014 sono stati soltanto 16.518 cittadini sugli oltre 41 milioni che hanno presentato la dichiarazione la Fisco. Il tutto assicurando agli undici partiti e movimenti in corsa (non è presente il M5S che ha dichiarato di non volere nè «finanziamenti pubblici nè quelli del due per mille dei contribuenti») un finanziamento di poco superiore ai 325mila euro.
Briciole rispetto ai 7,750 milioni accantonati in un apposito fondo dal Governo Letta che introdusse il 2 per mille dell’Irpef ai partiti politici, in fretta e furia, a febbraio dello scorso anno per tener testa alle polemiche sui finanziamenti pubblici alla politica ritenuti troppo esosi per le casse dello Stato, soprattutto in un periodo di profonda crisi economica.
La domanda che ci si pone adesso è: che destinazione avranno i finanziamenti originariamente destinati ad attivare il 2xmille che è rimasto inoptato?
Si tratta di un tesoretto di 7,4 milioni di euro.
Non poco per le casse ormai disastrate della politica.
La grande fame dei partiti, quasi tutti con bilanci in rosso da anni e con i dipendenti in cassa integrazione, potrebbe allora convincere più di qualcuno a ritornare al finanziamento pubblico. Come ha già più volte sostenuto l’ex tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti.
Quanto ai dati, sorprende il primo posto del Pd, partito che dubitava della norma paventando un grande flusso di fondi privati ai partiti del centrodestra generalmente sostenuti da una fascia sociale finanziariamente più cospicua.
Nella speciale classifica del 2xmille i democratici sono al primo posto con circa 2 terzi delle somme complessivamente erogate (199.099 euro).
A sostenerli sono stati 10.157 fedelissimi che hanno devoluto uno spicchio della loro Irpef.
Al secondo posto, ma con poco più di 28mila euro, si posiziona la Lega seguita con 24.712 da Forza Italia.
Fuori dal podio si colloca Sel con poco più di 23mila euro, mentre le opzioni dei 511 sud tirolesi hanno assicurato al Sudtiroler Volkspartei 16.600 euro.
Oltre 6mila euro in più rispetto ai 9.326 euro destinati da 510 sostenitori di Fratelli d’Italia, e comunque oltre il doppio di quanto raccolto da Scelta civica con i 7mila 102 euro optati da solo 156 cittadini.
Il valore medio delle opzioni non arriva ai 20 euro (19,7 euro) e se riguarda all’intera griglia la classifica delle scelte si ribalta.
E proprio i sostenitori di Monti si dimostrano finanziariamente più quotati: il valore medio per Sc si attesta sui 45,5 euro.
A seguire il Sudtiroler con i suoi 32,5 euro medi e ancora al terzo posto Forza Italia che riceve un finanziamento medio di 29,8 euro.
Sinistra ecologia e libertà , sempre secondo i valori medi delle opzioni, si dimostra il partito con i sostenitori dall’Irpef più bassa visto che chiude questa classifica delle medie con soli 14,6 euro a finanziatore.
Anche se i dati sono ritenuti ancora provvisori, tanto che il decreto di accreditamento dei fondi per l’anno 2014 è ancora in corso di perfezionamento, la fotografia fornita dal 2xmille sembrerebbe fare emergere una forte disaffezione dei cittadini per la politica. Il 2xmille volontario dei cittadini ai partiti politici avrebbe dovuto sostituire gradualmente l’intera fetta di finanziamento pubblico che il provvedimento azzera a partire dal 2017, mentre fino ad allora i contributi statali rimangono seppure anno dopo anno decurtati in maniera sensibile.
La politica, dunque, non ha convinto i contribuenti italiani.
Al di là dei tempi stretti tra l’arrivo del 2xmille e gli adempimenti dichiarativi dello scorso anno , anche i partiti e movimenti più strutturati come Fi non sono riuscita a mobilitare il proprio elettorato dal punto di vista del sostegno finanziario.
Ecco perchè quest’anno Fi è già corsa ai ripari con un grande battage pubblicitario online a favore del 2xmille.
Mentre il Pd sembra puntare sempre più sulle cene di autofinanziamento e sul contenimento delle spese che paiono aver portato in attivo i conti 2014 del partito non ancora pubblicati ma in dirittura di arrivo.
Marco Mobili e Mariolina Sesto
(da “Il Sole24ore“)
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Aprile 4th, 2015 Riccardo Fucile
IN TOTALE SI TRATTA DI 7,8 MILIONI DI EURO… TONINO HA PERSO FIGLIE, CASA E LAVORO E ORA DEVE RIDARE 30.000 EURO
Avevano ricevuto un modesto risarcimento dopo la condanna in primo grado della Commissione
Grandi Rischi, che nei giorni precedenti al terremoto dell’Aquila aveva tranquillizzato gli aquilani inducendoli a pensare che l’inferno non sarebbe accaduto.
Ora invece quella Commissione è stata assolta, e lo Stato – nelle vesti della Protezione civile – chiede ai parenti delle 309 vittime di restituire il denaro dei risarcimenti: in totale 7,8 milioni di euro.
Scrive il Messaggero:
Proprio in questo periodo, il capo della Protezione civile, Franco Gabrielli, invia un vero e proprio «atto di messa in mora e intimazione di pagamento» ai familiari delle vittime, due pagine in cui viene chiesta la restituzione dei soldi delle provvisionali, decise dal giudice dopo la condanna in primo grado dei sette membri della commissione Grandi Rischi per aver rassicurato la popolazione nella riunione all’Aquila del 31 marzo 2009, una settimana prima del sisma, e che, adesso, alla luce della sentenza di assoluzione della Corte d’Appello, i terremotati sono chiamati a dare indietro «senza indugio» allo Stato, con l’aggiunta delle spese di giustizia e degli interessi legali maturati al 28 febbraio 2015.
Una beffa per coloro che quel 6 aprile 2009 hanno perso un famigliare o anche una attività economica.
Come Tonino, il cui caso è raccontato dal quotidiano La Stampa:
Nel caso di Tonino l’ordine è di restituire 30mila euro più gli interessi, la somma che il tribunale aveva considerato giusta per ricompensarlo della perdita di due figlie.
La compagna probabilmente non è stata calcolata nel risarcimento: non essendo sposati era come se non esistesse.
La casa è stata esclusa perchè Tonino aveva un reddito alto, poteva pensarci da solo a ricostruirsi un tetto.
E nemmeno il lavoro è stato preso in considerazione, sei anni e mezzo fa era il titolare di una delle principali ditte di autotrasporto del capoluogo. Aveva 30 dipendenti, clienti e merci da tutt’Italia: poteva ricominciare come se nulla fosse successo, dovevano aver pensato i giudici del tribunale.
E invece Tonino non è mai riuscito a rialzarsi dal baratro. Vive a Roma appoggiandosi a strutture caritatevoli, è un senzatetto ma è riuscito a trovare una piccola occupazione:
“Corro per andare a fare la doccia e prendere dei vestiti puliti, due ore di mezzi pubblici ogni giorno, corro per andare a procurarmi da mangiare, corro per andare a cercare un lavoro, corro per tornare in tempo in chiesa altrimenti c’è subito qualcuno pronto ad occupare il mio posto”.
Non vuole lasciarsi andare: agli incontri si presenta pulito, profumato, nessuno lo scambierebbe per un senzatetto. Nessuno sa nulla di quello che sta vivendo, nemmeno la mamma dove ha la residenza ma dove non va da mesi.
“La chiamo ogni giorno ma non ho abbastanza soldi per andarla a trovare”.
Le racconta che ha tanto da fare ma che tutto va bene.
Ora dovrà trovare quei 30mila euro ricevuti come risarcimento e che gli erano serviti per vivere.
(da “Hufffingtonpost”)
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Aprile 4th, 2015 Riccardo Fucile
SONO CIRCA 15.000, CON UN CALO DI 4.500 RISPETTO AL 2013
Gli iscritti al Pd, nel bolognese, calano come mai prima.
Questa settimana si chiude il tesseramento con il bilancio di poco più di 15mila iscritti: 4.500 in meno rispetto al 2013 (circa un quarto dei tesserati).
“Negli ultimi anni il calo è stato costante — spiega Alberto Aitini neoresponsabile dell’Organizzazione del Pd bolognese — ma quest’anno è andata peggio. La flessione ha avuto un incremento del 20%. In parte il calo degli iscritti è un dato fisiologico ma bisogna riconoscere che il tesseramento, tra primarie, elezioni Europee, amministrative e Regionali, è stato trascurato”.
Una parte degli ex-iscritti, poi, “non vede politiche di governo in linea con le loro aspettative”.
Il mese scorso il Pd bolognese ha espresso una nuova segreteria guidata dall’ex capogruppo in Comune, il cuperliano Francesco Critelli.
I componenti hanno un età media di 35 anni e vorrebbero dare uno scossone al Pd, dopo i dati deludenti di affluenza a primarie ed elezioni regionali.
“Non possiamo scendere sotto i 15.000 iscritti” avverte Aitini.
“Il bilancio del tesseramento — mette in chiaro — dipende anche da come viene fatto. E’ anacronistico aspettare che le persone vadano ai circoli per iscriversi. Dobbiamo andare noi a casa loro, anche di chi non ha rinnovato la tessera, per parlare delle riforme del governo che non capiscono o non condividono. Bisogna recuperare il rapporto con gli iscritti e coinvolgerli maggiormente, non solo in vista delle consultazioni”.
Così, il responsabile dell’Organizzazione, per correre ai ripari, ha messo in piedi una task force di un centinaio di volontari.
Una parte importante arriva dal serbatoio del Giovani Democratici di cui Aitini è stato l’ultimo segretario.
Il loro compito è quello di contattare gli iscritti e incentivare il tesseramento 2015. Una ricetta per avvicinare anche i ragazzi al Pd, visto che la fascia di età media dei tesserati parte dai 48 anni in su.
E per svecchiare il partito e facilitare il tesseramento, hanno tentato anche la strada del rinnovo on-line della tessera sul sito del Pd.
“I primi risultati del nostro lavoro si vedono già — afferma Aitini — . Il tesseramento 2015 sta andando meglio di quello dell’anno scorso”.
Un trend positivo confermato dai circoli bolognesi dai quali, però, arrivano critiche verso la gestione della precedente segreteria, guidata dall’attuale assessore regionale ai Trasporti, Raffaele Donini.
“I tesserati — dice chiaro e tondo Alessandro Cerra, segretario del circolo Renzo Imbeni, uno dei più popolosi — non possono essere interpellati solo alle elezioni. Il percorso per coinvolgere gli iscritti, avvallato negli ultimi anni dai dirigenti Pd, prevedeva una strana forma di democrazia partecipata: da via Rivani (sede della federazione bolognese del Pd, ndr) arrivavano ai circoli indicazioni e decisioni che dovevamo poi comunicare alla base. Critelli ha promesso che con lui avverrà esattamente il contrario. Saranno gli iscritti a dare indicazioni alla federazione”. “Sono sicuro — commenta Paolo Cavalieri, segretario dell’Unione del Pd di Santo Stefano — che la nuova segreteria inaugurerà un cambiamento di passo rispetto a quella precedente. Si dovrà delineare una distinzione tra elettori e iscritti, questi ultimi vanno coinvolti di più”.
E nei piani di rinnovamento della segreteria — anche se l’ultima parola spetterà alle federazioni locali — c’è anche la razionalizzazione dei circoli, con l’unificazione, in provincia, di quelli più piccoli o che non hanno una sede.
E’ quello che è avvenuto a Sasso Marconi dove tre circoli si sono fusi in uno. Per Bologna, invece — spiega Aitini — è in programma “una revisione” delle sedi che ospitano i circoli “che devono essere più funzionali e meno costose”.
Il tema del tesseramento verrà affrontato dal Pd a Casalecchio, il 12 aprile, insieme al vicesegretario nazionale Lorenzo Guerini, nel corso di un’iniziativa di autofinanziamento.
Il calo delle iscrizioni, difatti, non interessa solo l’Emilia-Romagna ma tutte le regioni. Lo stesso presidente del Consiglio Matteo Renzi rivuole con forza un Pd basato sul tesseramento, con buona pace delle sue battaglie passate per l’avvento del “partito liquido”.
Per questo motivo ha istituito una commissione che dovrà rivedere le modalità organizzative del partito, guidata dal presidente del Pd Matteo Orfini. In commissione sono già stati ascoltati tutti gli ex-segretari Pd.
Tra le novità previste — che dovrebbero essere varate all’assemblea nazionale di giugno -, l’elezione dei segretari regionali da parte dei soli iscritti e non della platea delle primarie.
“Attraverso questa commissione — spiega la parlamentare modenese Giuditta Pini — si cercherà di modificare lo statuto del Pd per ridisegnare anche il ruolo degli iscritti, che devono contare di più. Speriamo serva a incrementare il tesseramento e a coinvolgere di più le giovani generazioni”.
Tra i componenti, anche la vicepresidente del Pd, la bolognese Sandra Zampa.
La deputata civatiana lamenta però che “i lavori della commissione si sono fermati e non ci si riunisce da molto tempo”. “Invece — mette in chiaro — è necessario interrogarsi con rigore e onestà sul calo del tesseramento. E’ evidente che dietro c’è un segnale di protesta da parte degli iscritti a cui avevamo promesso di poter partecipare alle politiche del partito in modo più efficace. Un impegno che non è stato rispettato”.
“C’è poi una contestazione alla trasformazione del partito. E ne va tenuto conto” scandisce riferendosi alle politiche di Renzi e alla virata al centro del Pd.
“L’elettorato ci sta mandando un messaggio e dobbiamo ascoltarlo — avverte —, sul partito è caduto il discredito anche a causa dei molti scandali e ad essere colpita, purtroppo, è stata anche l’Emilia-Romagna, da sempre esempio di virtuosità della politica”.
Paola Benedetta Manca
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »