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AQUILA SEI ANNI DOPO E’ UNA CITTA’ FANTASMA

Aprile 6th, 2015 Riccardo Fucile

LA RICOSTRUZIONE NON SI E’ VISTA, TRA FONDI BLOCCATI E INCHIESTE

Sei anni fa. Dalle 3:32 del 6 aprile la vita a l’Aquila è rimasta sospesa tra il dolore del lutto (309 morti e 1500 feriti) e l’incertezza del futuro, senza più il calore dei luoghi conosciuti, delle mura della propria casa, dei percorsi quotidiani.
60mila sfollati e 10 miliardi di danni. Il cuore della città  ferito a morte, solo una cinquantina di persone che sono tornate ad abitarlo.
Una manciata di fortunati che hanno visto le loro abitazioni in palazzi rinascimentali e medievali risorgere dalle macerie grazie alla Sovrintendenza.
Una ricostruzione partita in ritardo di anni – fondi bloccati, burocrazia lumaca – che ha privilegiato le periferie, poche strade del centro, quelle intorno a corso Vittorio Emanuele II, la via dello «struscio», creando così un confine di diseguaglianza e di scontento.
I bambini senza città 
Bambini cresciuti senza conoscere la loro città , e la vita di prima, quella normale, quando si andava a piedi in centro e ci si vedeva in piazza o alla villa.
Mentre adesso ci si sposta in auto e il luogo di aggregazione sono diventati i centri commerciali. Tranne che per i ragazzi che hanno fatto delle strade diroccate un luogo di movida.
Ed è strano vedere una città  fantasma tranne qualche bar, locali per aperitivi, birrerie, concentrate vicino a piazza Regina Margherita.
Qui due tra i pochissimi palazzi restaurati, palazzo Cappa e palazzo Paone dove abitano solo 3 persone.
Ha riaperto la pasticceria Manieri, la pasta all’uovo di via Garibaldi e poco distante la macelleria. Nulla più.
«Ci sono le persone anziane che sono volute rimanere qui che non possono fare la spesa d’inverno se non facendo una scarpinata ai supermercati nella città  bassa», dice Tullio Manieri.
«E l’amministrazione non fa niente per far tornare in centro almeno i servizi essenziali alla sopravvivenza come una bottega di alimentari».
Non è una città  per anziani. Ma neanche per i bambini convinti che «casa» siano le New Town, in cui sono costretti a vivere dalla nascita.
19 quartieri dormitorio voluti da Berlusconi e Bertolaso, annunciati dal salotto di Porta a Porta la sera stessa di quel maledetto 6 aprile, che cadono a pezzi.
I complessi antisismici  
E che, ammette il sindaco, potrebbero anche dover essere abbattute se la manutenzione risultasse antieconomica.
Le hanno chiamate “Case” (Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili) ma non hanno nulla che ricordi il calore e la sicurezza di quella parola.
Sedicimila aquilani sfollati devono fare i conti tutti i giorni con balconi inagibili (nel settembre 2014 è crollato un balcone a Cese di Preturo, e da allora sono sotto sequestro 800 balconi in cinque insediamenti dell’Aquilano).
Ma anche con infiltrazioni negli appartamenti e nei garage, allagamenti, pavimenti che si scollano, fogne che si intasano.
Sono costate quasi un miliardo di euro. Per il crollo di Cese adesso c’è un’inchiesta aperta, per difetti di costruzione e fornitura di materiali scadenti, con 39 indagati.
Ma c’è anche l’inchiesta sugli isolatori sismici delle Case, installati sotto le piastre delle New Town e che durante alcune prove di laboratorio in California si sono spezzate durante un terremoto simulato.
Poi ci sono i “Map” (Moduli abitativi provvisori), altra sigla sinistra, le casette di legno delle frazioni e dei Comuni. Ma anche li non se la passano bene.
Oggi ancora 6 mila bambini sono nei “Musp”, i Moduli ad uso scolastico provvisorio nati nel settembre del 2009 per il ritorno sui banchi.
Le scuole provvisorie  
Nessun istituto è stato ancora ricostruito, nonostante i soldi per farlo, 44 milioni, sono nelle casse comunali da metà  del 2013.
L’Aquila piange. Lacrime che si specchiano nelle risate di imprenditori sciacalli che contavano i soldi possibili prima che fossero contati i morti.
Nelle risate della mafia che ha gettato sul territori una rete insidiosa su cui adesso vigila un gruppo di lavoro della Procura ispirato al modello della direzione nazionale antimafia.

Maria Corbi
(da “La Stampa”)

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CON D’ALEMA NESSUNA PIETA’, CON RENZI INVECE…

Aprile 6th, 2015 Riccardo Fucile

SLALOM DI STAMPA: NASCONDONO IL FINANZIAMENTO DI 5.000 EURO ALLA CENA DI RENZI E PARLANO SOLO DEL VINO DI D’ALEMA

Una volta Massimo D’Alema faceva paura ai giornalisti in carriera.
Perciò va capito se, quando la mattina apre i quotidiani che non ha lasciato in edicola, gli viene lo stranguglione.
I giornali degli Agnelli, dei Benedetti e dei Tronchetti Provera, che lui ricorda nostalgico come finanziatori di Italianieuropei, hanno sparato in prima pagina le sue duemila bottiglie di vino e hanno nascosto le cene di Renzi con i 5 mila euro della Cpl Concordia.
Se l’occultamento della notizia diventasse specialità  olimpica, l’Italia mieterebbe medaglie.
E non possono nemmeno dire che la notizia gli sia sfuggita, visto che già  venerdì scorso era l’apertura del Fatto.
Certo, diranno che questo giornale esagera, ma stavolta vince per eccesso la prudenza del Corriere della Sera, che affoga due righe sulla “contribuzione” al premier, senza neppure la cifra, in un articolo a pagina 20   intitolato “Gli affari tra sindaco Pd e senatore forzista”.
Stesso trattamento su Repubblica e Messaggero, come se lavorassero a redazioni unificate.
La Stampa, più audace, dedica una riga di sommario del pezzo nascosto nella parte bassa della pagina 8  : “E il cda decise di contribuire alla cena voluta da Renzi”.
I grandi slalomisti sanno quando passare distanti dai pali per non rischiare.
Stessa cosa i cronisti, che danzano lontani dalle notizie sgradite al capo, per non rischiare di sbatterci contro e doverle scrivere.
Sono mali di stagione. Sono in ballo nomine Rai e direzione del Corriere, la timidezza dunque li paralizza, e fanno a gara a conquistarsi l’sms più benevolo di Matteo.
Con buona pace del povero D’Alema, che chiede minaccioso le generalità  al cronista impertinente e resta folgorato quando quello gli risponde a brutto muso “sono della Rai”.
Ai bei tempi avrebbe detto: “Ne parlerò con il suo direttore”, che magari aveva appena lottizzato.
Adesso gli è rimasto solo “ne parlerò con il mio avvocato”.
La libera stampa ormai striscia solo davanti a Matteo.
Pronta a scavare la buchetta per seppellire cacche e notizie.

Giorgio Meletti
(da “il Fatto Quotidiano“)

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LA DESTRA DEGLI INDIFFERENTI E QUELLA DEI RIBELLI

Aprile 6th, 2015 Riccardo Fucile

SOCIAL TRA SFOGATOIO ED EGOCENTRISMO DI MASSA… E’ DIVENTATA LA PATRIA DELLA DESTRA DEI PIAGNONI

Mi chiedo sempre più spesso se i “social”, se “le piazze virtuali”, siano davvero un possibile punto di ritrovo e di comunicazione, anche di qualità , o non siano, piuttosto, un mero “sfogatorio” o una sorta di “ribalta” per un diffuso egocentrismo di massa.
Nella società  della moderna comunicazione, certi strumenti dovrebbero essere fondamentali per “arrivare in ogni dove”.
Anzi, una “massa critica”, una collettiva “coscienza pulsante”, dovrebbero trovare un canale preferenziale anche in “siti del genere”, perchè puoi raggiungere tutti “fisicamente parlando”.
Ma questo nel mondo dei sogni, evidentemente, perchè se l’iper-attivismo diventa motivo di “noia” o, per meglio dire, una “rottura di scatole”, fino al punto da disattivare “le notifiche” ovvero togliere “i like” alle pagine che cercando di “fare”, allora davvero siamo ben oltre il mondo dei disillusi e di quelli che se ne fregano. Siamo molto più semplicemente – ma non per questo non meno devastantemente – nel “regno degli indifferenti”, di quelli che si lagnano e basta, di quelli che si lasciano vivere, senza darsi un senso e senza darlo nemmeno a ciò che li circonda.
Chi ci crede va ovviamente avanti. Ci mette passione e investe pure.
Già  perchè se vuoi fare, devi far fronte anche ai costi promozionali essendo di palmare evidenza che “se aspetti la solidarietà “, il sostegno o l’appoggio – a mezzo dei “mi piace” o della “condivisione” dei post – da parte dei fantomatici, pseudo-compagni d’area, “stai fresco”.
Il potenziale successo di un’idea costa “lacrime e sangue”, ivi compresi quei maglioni che non ti comprerai mai e quelle scarpe che comprerai forse un giorno, perchè quando ci si batte, fosse anche “nel piccolo”, certe rinunce sono necessarie.
E quando lo fai, lo fai per amore delle cose nelle quali credi, per conservarti ribelle e per dimostrare coi fatti che ci credi e che non smetterai mai di farlo.
La nostra area – e parlo chiaramente dell’area di destra – è un vero “letamaio”: indifferenza e menefreghismo a frotte.
Ma questo solo se pongo la mente agli “speudo-tecnici”, perchè se rivolgo l’attenzione alla “gente comune”, quella gente che è esattamente come me, il desiderio di testimonianza e di “battaglia autentica”, lo ritrovi tutto.
Ed è per quella gente che si va avanti.
Un solo uomo non potrà  mai cambiare il mondo.
La speranza crescente, si…

Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale

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EXPO, LA STORIA DELL’APPALTO ZERO. DUE ANNI DI RITARDO? PREMIATI

Aprile 6th, 2015 Riccardo Fucile

ERA IL PRIMO, PER RIPULIRE L’AREA: VINSE LA “ROSSA” CMC DI RAVENNA COL MASSIMO RIBASSO (-42,8%)… POI I COSTI SONO AUMENTATI (+117,9%). E I LAVORI NON SONO FINITI
È l’appalto più pazzo di Expo: il primo assegnato, l’ultimo a essere finito; e a costi raddoppiati.
Sotto gli sguardi severi e preoccupati della Procura di Milano, dell’Autorità  anticorruzione e dell’Avvocatura dello Stato.
Si chiama “rimozione delle interferenze” e riguarda il lavoro preliminare, la “pulizia” dell’area, per poi poterci costruire sopra l’Expo con tutte le sue strutture e i suoi padiglioni.
È come pulire per bene la tavola, per poi stenderci sopra una bella tovaglia e infine apparecchiare con piatti, posate e bicchieri.
Come fai ad apparecchiare se non hai ancora finito di pulire sotto la tovaglia?
Eppure è quello che sta succedendo, nella storia più incredibile di Expo.
Una vicenda esemplare, che permette di capire com’è andata la preparazione dell’esposizione universale e merita di essere raccontata.
L’appalto zero dell’esposizione universale viene bandito il 3 agosto 2011. Tre anni, quattro mesi e tre giorni dalla vittoria di Milano contro Smirne: tempo tutto impiegato dalla politica a litigare su chi doveva avere il controllo dell’evento.
Finalmente, il 20 ottobre 2011 l’appalto viene assegnato alla Cmc, la Cooperativa muratori & cementisti di Ravenna che vince la gara al massimo ribasso.
La base d’asta era di 96,8 milioni di euro, ma la coop romagnola trionfa offrendo soltanto 58,5 milioni, con un ribasso da brivido del 42,83 per cento.
“Con margini così tirati”, si chiede subito il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, “come fa un’impresa a rientrare anche solo dei costi?”.
La Cmc s’impegna a terminare i lavori in 725 giorni, entro il 5 novembre 2013. Invece i lavori sono ancora in corso.
E l’azienda voleva finirli soltanto il 28 settembre 2015: quasi due anni dopo il termine previsto e a Expo quasi finito, visto che i cancelli della manifestazione si chiuderanno il 31 ottobre.
Scende subito in campo la Procura di Milano, che nel maggio 2012 sequestra i documenti sulla gara, ipotizzando che possa esserci stata una turbativa d’asta.
Di certo, i costi sono lievitati, fino a mangiarsi del tutto il ribasso con cui la gara è stata vinta.
Da 58,5 milioni sono arrivati a 127 5 con 28 “proroghe per forza maggiore”, 302 “proroghe per varianti riconosciute” e tre passaggi cruciali, come le cadute di Cristo sul Golgota. Eccoli.
Le richieste di soldi e   l’atto di sottomissione
Non è passato neppure un annetto da quando ha vinto l’appalto e la Cmc chiede il primo rabbocco: vuole altri 28 milioni. Li giustifica con la necessità  di smaltire i terreni in discarica. Sì, perchè l’area risulta contaminata anche da idrocarburi e metalli pesanti.
E pensare che uno dei motivi per cui era stata scelta per farci l’Expo, nel 2008, dall’allora sindaco Letizia Moratti, era “che i terreni non hanno bisogno di bonifica”. Le richieste della Cmc trovano qualche resistenza.
Il direttore lavori del cantiere firma una relazione in cui afferma di ritenere giustificati extracosti per soli 4,3 milioni.
L’ufficio legale di Expo nota che “non può non osservarsi che non ricorrono i presupposti della imprevedibilità  e della inevitabilità ”.
Eppure il 19 dicembre 2012 Expo spa firma un “Atto aggiuntivo n.1” che riconosce alla Cmc i 28,1 milioni richiesti, facendo salire a 86,6 milioni la cifra dell’appalto, vinto offrendone 58,5. Se ne va gran parte del ribasso d’asta.
E il termine di fine lavori è spostato al 6 giugno 2014.
Expo ammette, in un documento, che “l’andamento dell’appalto è stato caratterizzato da importanti variazioni nelle quantità  di terre e/o rifiuti rinvenuti nei terreni”.
Sapete perchè? Per “l’indisponibilità  delle aree da parte della stazione appaltante al momento dell’indizione della gara”: insomma Expo “non ha avuto a disposizione le aree al momento della gara” e ha fatto il bando prima di poter vedere che cosa c’era davvero da fare.
Un anno dopo, siamo da capo. Cmc chiede altri 10 milioni.
Il 25 ottobre 2013 sottoscrive un “Atto di sottomissione n.1” (sublime, il linguaggio burocratico degli appalti) con il quale fa salire a 96,5 i soldi pretesi: così azzera del tutto il ribasso d’asta iniziale.
Fa anche salire i giorni di lavoro, che diventano 1.027, con consegna dunque al 3 settembre 2014. Per “ulteriori variazioni progettuali in corso d’opera”, anche perchè nel frattempo l’area era diventata un sovrapporsi di cantieri e la tavola doveva essere pulita mentre già  cominciavano ad arrivare i piatti e anche qualche antipastino.
Consegna oltre i termini, premio di accelerazione
Ma non è finita qui. A luglio 2014, terza svolta: iniziano i procedimenti per formalizzare una “Perizia di variante n.3”, corredata dall’“Atto aggiuntivo n.2”. Sembra complicato, ma in fondo è semplice: sono nuovi soldi chiesti da Cmc.
Altri 31 milioni di euro, che fanno lievitare la cifra totale a ben 127,5 milioni: più del doppio di quanto offerto per vincere la gara.
Con una chicca: la “Perizia prevede anche il riconoscimento di un premio di accelerazione”. Avete letto bene: “premio di accelerazione”.
In effetti se lo sono meritato, visto che i lavori, che dovevano essere finiti nel 2013, ora avrebbero come nuovo termine quello del 26 giugno 2015: un po’ troppo in là , visto che Expo apre i cancelli il 1 maggio.
Ecco allora che Cmc s’impegna, bontà  sua, a finire 86 giorni prima, il 31 marzo 2015, e per questo si guadagna il “premio di accelerazione”.
Nel frattempo è entrato in partita Raffaele Cantone, il presidente dell’Autorità  nazionale anticorruzione (Anac): a lui vengono mandati, per controllo, tutti gli atti di Expo. Gli arrivano così, nell’estate 2014, anche la “Variante n.3” e l’“Atto aggiuntivo n.2”.
Cantone annusa che qualcosa non va: non sono soltanto piccole variazioni all’appalto, ma contengono “elementi di natura transattiva”.
Chiede dunque che intervenga l’Avvocatura dello Stato, in quel momento retta da Giuseppe Fiengo, il quale affida il caso all’avvocato dello Stato Pierluigi Di Palma. Il suo parere arriva il 7 gennaio 2015.
È una solenne bocciatura: ritiene di “non potersi esprimere parere positivo in ordine all’ipotesi di variante e di secondo atto aggiuntivo” (probabilmente anche il primo atto aggiuntivo sarebbe stato bocciato, ma Cantone non era ancora arrivato all’Anac e nessuno aveva chiesto il parere dell’Avvocatura dello Stato).
Come sbloccare la situazione? Il 13 gennaio 2015 il consiglio d’amministrazione di Expo chiede all’amministratore delegato Giuseppe Sala di avviare, come segnalato da Anac e Avvocatura dello Stato, un vero e proprio atto transattivo.
E qui Sala spicca il volo: decide “di avvalersi espressamente della facoltà  di deroga”, a “superamento delle osservazioni rese dall’Avvocatura generale dello Stato”. Avanti tutta. I termini restano più o meno quelli dell’Atto aggiuntivo n.2 e della Variante n.3, ma scritti in un documento che ora si chiama “Atto transattivo”, per non far arrabbiare troppo Cantone.
Nascondi l’amianto sotto il tappeto
Intanto la Cmc formalizza le sue richieste. In una e-mail del 17 gennaio chiede che entro dieci giorni le siano pagati i lavori che ritiene fatti in più e le siano dati più giorni per finire i lavori. In seguito chiede che siano pagati a parte lo “smaltimento dei rifiuti e delle terre da scavo” e le “bonifiche di amianto e di altre sostanze inquinanti”. Bisogna infatti rimuovere “manufatti contenenti amianto o fibre minerali artificiali”, con “nuovi e non previsti comparti di bonifica” e con “amianto occulto ritrovato in aree non contrattuali”.
Amianto? Sì, il terreno che non aveva bisogno di bonifiche contiene anche amianto. Ma niente paura, Sala aveva già  disposto, con il provvedimento numero 5 dell’8 agosto 2013, il passaggio dei terreni Expo dalla “Tabella A” alla “Tabella B” del Testo unico ambientale: significa che sono abbassate le soglie di rigore nei controlli ambientali, in forza del fatto che sono terreni da utilizzare per un “evento temporaneo”.
Le bonifiche sono rimandate, lo sporco nascosto sotto il tappeto.
Il termine lavori chiesto da Cmc è il 28 settembre 2015, a Expo quasi finito. Troppo. Così “il termine di ultimazione naturale dei lavori” viene aggiustato al 26 giugno 2015, comunque a Expo già  iniziato. Alla fine, la transazione viene chiusa alla cifra di 127,5 milioni, ben 69 milioni in più dell’offerta iniziale.
E la data di consegna? “In considerazione dell’improrogabile necessità  di garantire la completa fruibilità  delle infrastrutture al 1 maggio 2015”, data d’apertura, “si concorda tra le parti il nuovo termine di ultimazione delle opere al 10 aprile 2015”, 76 giorni prima di quanto stabilito in precedenza.
Con minaccia finale: “l’appaltatore riceverà  l’importo transattivo solo se a quella data” avrà  “ultimato tutti i lavori”.
Altrimenti, “allo spirare della mezzanotte del 10 aprile correranno le penali”.
Tutti in cantiere, dunque, a mezzanotte di venerdì 10: per vedere come finisce la storia dell’appalto più pazzo di Expo.

Gianni Barbacetto e Marco Maroni
(da “il Fatto Quotidiano”)

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F35: VISIBILI AI RADAR, MISTERIOSI NEI COSTI

Aprile 6th, 2015 Riccardo Fucile

NON SI CONOSCE NE’ LA SPESA NE’ IL NUMERO DI AEREI DA PRENDERE… SICURI SOLO I 700 MILIONI BUTTATI PER LA FABBRICA A CAMERI

Volano ancora tra volute di fumo gli F-35. Tra annunci, smentite, ballon d’essai e mezze verità  non si ferma la giostra sul numero di cacciabombardieri che alla fine l’Italia deciderà  di acquistare dalla statunitense Lockheed Martin: forse 90, forse la metà  oppure 75, chissà  chi lo sa.
Finora i velivoli comprati con un contratto definitivo sono 8. Altri 2 o 3 dovrebbero essere ordinati entro il 2015.
Il numero totale dovrebbe infine essere tarato sulla base delle indicazioni del famoso Libro bianco della Difesa che però resta un mezzo mistero.
Alcuni mesi fa sembrava che il numero giusto fosse 45 esemplari. Di recente, in concomitanza dell’avanzata dell’Isis in Libia, dal ministero hanno fatto trapelare la notizia di voler tornare a 90.
Rimangiandosi, così, le precedenti promesse ndi riduzione.
La ministra Roberta Pinotti ha consegnato una bozza al nuovo presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il presidente della Repubblica se la sta studiando essendo anche il capo delle Forze armate in qualità  di presidente del Consiglio supremo di difesa.
Una volta esaminato e presumibilmente emendato, il testo passerà  dal Quirinale al vaglio del Parlamento che almeno in teoria ha la parola finale su tutta la faccenda.
Nel frattempo dovrebbero essere appostate nel Documento programmatico le somme destinate al finanziamento dei 72 grandi sistemi d’arma nei prossimi 3 anni, dai sommergibili agli elicotteri, dai carri armati alle fregate. F-35 compresi
Nell’ambito delle incertezze c’è anche che a distanza di un quindicennio dall’avvio dell’operazione nessuno è ancora in grado di dire con precisione quanto costerà  ogni singolo esemplare.
Forse neppure gli Stati maggiori della Difesa, compresi quello dell’Aeronautica e della Marina che sono direttamente coinvolti nell’affare.
Gli F-35 che l’Italia acquisterà  non sono tutti dello stesso tipo. La maggioranza sarà  di tipo A destinato all’Aeronautica e una parte di tipo B per la Marina, cioè a decollo corto per la portaerei Cavour.
Il tipo A dovrebbe costare 150 milioni di euro circa, il B una ventina di più.
Ma sono cifre indicative perchè fino ad ora gli Stati maggiori hanno comunicato i fly away cost, cioè i costi di produzione che ovviamente sono ben diversi e inferiori rispetto al costo reale di acquisto.
La mezza verità  è servita a ingenerare l’equivoco che gli F-35 costino quanto gli Eurofighter, i cacciabombardieri di impianto europeo a cui anche l’Italia partecipa.
Altra incertezza totale è la caratteristica stealth, cioè l’invisibilità  ai radar.
Pare che questo grande e avveniristico vantaggio operativo, sbandierato come il punto davvero vincente dell’F-35, tanto da marcarne la superiorità  verso tutti gli altri cacciabombardieri in circolazione, stia rapidamente passando di moda.
Per il semplice motivo che i radar di nuova generazione, a cominciare da quelli russi, sono in grado di vederlo così come scritto da Aviation Week and Space Technology.
Così come nessuno sa quantificare il ritardo accumulato nei piani di produzione a causa dei problemi di progettazione che insorgono a ritmo continuo
Di davvero sicuro c’è un flop, quello dello stabilimento Alenia-Aermacchi (Finmeccanica) di Cameri, costato ai contribuenti italiani la bellezza di circa 700 milioni di euro.
Scintillante, ultramoderno, adagiato sui prati del vecchio aeroporto di Novara su 550 mila metri quadrati, grande quanto un quartiere di città , lo stabilimento degli F-35 sta diventando una cattedrale nel deserto nell’operoso profondo nord.
A Cameri si costruiscono le ali e si assemblano gli aerei destinati all’Italia e ad altre nazioni europee.
Ma quanti? Dio solo lo sa. Per ora pochini: gli 8 italiani per cui sono stati siglati i contratti più forse altri 8 per l’Olanda, prima tranche di uno stock di 37.
Alla fine di marzo doveva essere firmato un contratto con gli olandesi, ma l’incontro pare sia stato rimandato.
Mentre la promessa di fare di Cameri il punto di manutenzione delle flotte europee dicono sia solo uno spot.
Il fatto è che il Faco è stato costruito praticamente al buio.
Senza certezze nè sull’acquisto definitivo degli F-35 nè tanto meno sul numero di esemplari che sarebbero stati ordinati (allora si parlava di 131 come cifra ottimale e inderogabile).
Si sono comportati come chi compra la frusta prima del cavallo.
L’impressione è che la costruzione del costosissimo impianto sia stata voluta per forzare la mano, per mettere tutti di fronte al fatto compiuto dal quale sarebbe stato impossibile tornare indietro.
Tutto ciò è avvenuto a spese dell’Eurofighter, l’aereo europeo alla cui costruzione l’Italia partecipa sempre con Alenia realizzando parti ad alto contenuto tecnologico della delicatissima avionica.
Daniele MartiniCon gli F-35 i tecnici Alenia sono invece relegati al semplice ruolo di assemblatori.

Daniele Martini

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CASA, AMARA CASA: PREZZI A PICCO E TASSE ALLE STELLE

Aprile 6th, 2015 Riccardo Fucile

UN BENE RIFUGIO DIVENTATO LA ROVINA DEGLI ITALIANI

Il più grande tesoro d’Italia non è nascosto in qualche bunker sotterraneo, protetto in un caveau super sorvegliato in una località  segreta.
La maggiore ricchezza del nostro Paese vale una cifra stratosferica: 6579 miliardi di euro.
Quaranta volte il valore dell’oro custodito a Fort Knox, oltre tre volte l’intero prodotto interno lordo italiano, dieci volte l’intera capitalizzazione di tutte le imprese italiane quotate alla Borsa di Milano.
Il bene più prezioso del Paese è anche quello più visibile in qualsiasi angolo della penisola, diffuso lungo tutto il territorio: sono le abitazioni degli italiani.
Tanto valgono, secondo l’Agenzia delle Entrate e il Dipartimento delle Finanze, tutti gli immobili residenziali dei nostri cittadini.
Eppure questo tesoro negli ultimi anni è stretto da una doppia morsa letale che rischia di ridimensionarne il proprio valore.
Da un lato il calo dei prezzi, dall’altro l’aumento delle tasse. E il conto lo pagano le famiglie.
L’ultima brutta notizia è arrivata venerdì mattina dall’Istat.
L’indice medio dei prezzi nel quarto trimestre del 2014 ha registrato una flessione del 2,9% rispetto al trimestre precedente.
Ma è guardando un intervallo più lungo che si capisce meglio la portata della crisi che sta colpendo il settore immobiliare.
Un grafico pubblicato nell’ultimo bollettino pubblicato dall’Istat è la raffigurazione più chiara di cosa è accaduto negli ultimi anni.
Una curva grigia indica la caduta verticale dei prezzi delle case.
Preso come dato 100 nell’anno base 2010, a fine 2014 l’indice medio per le abitazioni esistenti ha toccato quota 82,9.
Significa, per fare un esempio, che chi cinque anni fa ha investito i propri risparmi magari comprando un piccolo appartamento a 200 mila euro, se oggi lo volesse rivendere si dovrebbe aspettare di cederlo a poco più di 160 mila.
Difficile dire se il trend sia destinato ad arrestarsi, ma i segnali arrivati nei mesi scorsi ancora non consentono di essere ottimisti.
Secondo uno studio di Nomisma i prezzi continueranno a calare ancora fino al 2016 e cominceranno a riprendersi soltanto nel 2017 sulla scia dell’attuale contesto deflazionistico che le iniziative di politica monetaria della Bce sperano di potere spazzare via.
Gli italiani che saranno costretti a vedere in questo biennio saranno perciò quelli maggiormente penalizzati dalla crisi nel mattone.
L’altro lato della medaglia è ovviamente rappresentato dalla buona “finestra” per gli acquisti data dai prezzi molto bassi e dalle prospettive migliorate per quanto riguarda l’erogazione del credito, anch’esse figlie delle ultime iniziative dell’Eurotower. Chiusa la parentesi buia del treinnio 2011-2013, gli ultimi dati Istat mostrano come il mercato dei finanziamenti per l’acquisto di case abbia cominicato a rianimarsi già  lo scorso anno, tornando ai livelli pre-crisi.
Sempre Nomisma stima un aumento del 30% del numero di erogazioni di mutui nel 2015.
Anche per questo l’istituto bolognese vede la ripresa in atto delle compravendite che nel 2015 aumenteranno di 50.000 unità  abitative in Italia, per un totale di 468.000 transazioni.
Per il biennio 2016-2017 le compravendite dovrebbero superare la soglia delle 500.000, un numero comunque ben distante da quelli del periodo 2004-2007 quando le transazioni annue si attestavano oltre le 800.000 unità .
Ma se le buone notizie sul fronte dei prezzi dovranno attendere, nella migliore delle ipotesi, almeno un anno, sugli italiani si sta abbattendo da tempo una vera e propria batosta sul fronte delle tasse.
La telenovola Imu-sì, Imu-no, Tasi, Iuc e via di nuovi acronomi, alla fine del 2014 — malgrado le ripetute smentite preventive del governo — ha riconsegnato agli italiani un conto salato tanto quanto l’annus horribilis delle tasse sulla casa, quando l’allora premier Monti aveva reintrodotto l’imposta sulla prima casa che Silvio Berlusconi aveva voluto abolire.
A nulla è servita la girandola di sigle.
Gli ultimi dati del ministero dell’Economia parlano chiaro.
Gettito totale Imu+ Tasi del 2014: 23,9 miliardi.
Gettito della sola Imu del 2012: 23,8 miliardi.
C’è di peggio, secondo un’indagine condotta dal centro studi Impresa Lavoro il peso complessivo delle tasse sul mattone, includendo tutte le imposte dirette e indirette, nel 2014 avrebbe sfiorato la cifra record dei 50 miliardi di euro, un balzo di quasi il 30% rispetto ai 38,5 miliardi del 2010.
E come se non bastasse all’orizzonte c’è una vera e propria rivoluzione per il settore immobiliare, con la riforma del catasto incaricata di aggiornare i valori (in alcuni casi datati e quasi irrealistici) delle rendite catastali che costituiscono la base imponibile per il prelievo fiscale.
La legge delega prevede che tutto ciò avvenga a gettito invariato, e quindi senza ulteriori rincari per i cittadini, ma Confedilizia da tempo mette in guardia sul rischio di nuovi aumenti.
L’Agefis, l’associazione dei geometrio fiscalisti, ha fatto già  una prima stima dei possibili rialzi delle nuove rendite in alcune città .
Ecco alcuni esempi: Salerno (+ 178%), Bolzano (+176%), Parma (169%) e Napoli (+150%).
C’è un motivo se il tema della casa scalda il cuore degli italiani e dei suoi politici. Il 76,6% delle famiglie — mostra l’ultimo rapporto “Gli immobili in Italia” redatto da Dipartimento delle Finanze e Agenzia delle Entrate — risiede in una casa di proprietà . Il nostro Paese registra uno dei tassi più alti d’Europa confrontato ad esempio con Francia (64,3%) e Germania (52,6%). Semplificando: molti proprietari, molte tasse.
A prima vista la condizione del nostro Paese non sembra delle più favorevoli ma è sempre questione di prospettive.
A confronto con gli stessi Paesi di cui sopra, il peso delle tasse sulla casa si riequilibria e in alcuni casi persino si capovolge.
In Italia- mostrano i dati dell’Agenzia delle Entrate – il peso del prelievo sulla proprietà  immobiliare nel 2012 valeva l’1,5% del Pil.
In Francia, con meno proprietari di casa, il 2,6%, nel regno Unito persino il 3,4%. Ancora più interessante il dato se si considera non in funzione del prodotto interno lordo ma rispetto al totale delle imposte.
In altre parole: quanto pesano le tasse sulla casa sull’insieme di quelle da pagare.
Per noi, un “misero” 3,4% contro un ben più sostanzioso 11,8% che grava sui cittadini.
Alle prese però, va detto, con una pressione fiscale più bassa della nostra.
Al netto di tutte le valutazioni, almeno una buona notizia c’è.
I più tartassati d’Europa sul fronte delle imposte sulla casa non siamo noi.

(da “Huffingtonpost”)

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RENZI DICE “BASTA TASSE” MA COSTRINGE I SINDACI AD ALZARLE

Aprile 5th, 2015 Riccardo Fucile

NARDELLA, MARINO E DE MAGISTRIS GUIDANO LA RIVOLTA DEI COMUNI PER I TAGLI… IL SOLITO RENZI CHE SI FA BELLO CON I SOLDI DEGLI ALTRI

Rivolta dei Comuni italiani contro i tagli.
A guidare la protesta, ironia della sorte, è proprio il successore di Matteo Renzi alla guida del Comune di Firenze, Dario Nardella, che per primo ha fatto sentire la sua voce per i maxi tagli da parte dello Stato alle città  metropolitane.
Con lui anche Ignazio Marino, sindaco di Roma, e Luigi De Magistris, primo cittadino di Napoli.
Loro tre, insieme al presidente dell’Anci, Piero Fassino, terranno un vertice a Roma giovedì prossimo, alla vigilia del varo del Def che prevede ulteriori tagli e razionalizzazioni nel trasporto e nelle aziende per i rifiuti.
Se dovranno ulteriormente tirare la cinghia, saranno inevitabili nuove tasse locali, proprio mentre il Governo sbandiera l’intenzione di non aumentare la pressione fiscale e, anzi, di ridurla.
I sindaci chiedono un riparto più equilibrato dei tagli.
Sul tavolo del Governo ci sono i criteri di ripartizione della sforbiciata da 2,2 miliardi di euro prevista dalla manovra, che deve essere distribuita fra 8 mila municipi italiani. Secondo i sindaci di Firenze, Roma e Napoli, le loro amministrazioni si trovano a dover sostenere oltre la metà  del peso dei tagli destinati alle città  metropolitane – ben 178 milioni (di cui 26 milioni Firenze, 87,2 Roma, 65,8 Napoli) su un totale di 256 milioni.
Protestano tuttavia anche i sindaci dei piccolissimi Comuni, perchè penalizzati dai criteri demografici che in 2000 amministrazioni porterebbe a tagli incrementati dal 20 al 100 per cento.
“Rischiano il default centinaia di enti” spiega Massimo Castelli, responsabile dei piccoli Comuni presso l’Anci.
Già  giovedì scorso il sindaco di Firenze, Dario Nardella, aveva ammesso che il taglio da 26 milioni di euro alla città  metropolitana di Firenze “ci porterà  a mettere le mani sulla pressione fiscale a livello metropolitano e territoriale”.
“Francamente- spiega il sindaco che è anche coordinatore delle città  metropolitane dell’Anci- non so come riusciremo a sopportare un taglio del 23%. Qualunque azienda con un taglio al budget di un quarto non sarebbe in grado di sopravvivere”.
“Misure insopportabili” dice Ignazio Marino alla Repubblica, proponendo al Governo di “concordare insieme strade alternative per effettuare i tagli alla spesa pubblica”.
Per Roma i tagli, pari a 87 milioni nel 2015, aumenterebbero fino a 175 milioni nel 2016 e a 262 milioni nel 2017, “5 volte superiori a quelli imposti a Milano, 4 volte quelli imposti a Torino. Non voglio scatenare assurde guerre fra poveri, ma mi limito a segnalare un paradosso”.
Finora “siamo riusciti a risparmiare senza tagliare i servizi, ma in queste condizioni non è più possibile farlo. E se tagliamo servizi e mettiamo nuove tasse – aggiunge – siamo poi noi sindaci che dobbiamo andare a metterci la faccia di fronte ai cittadini”. Marino propone misure alternative, come “una tassa di 1 o 2 euro sui transiti aeroportuali”.
Più duri i toni di Luigi De Magistris, che parla di “Governo irresponsabile” e di manovre “irragionevoli”.
“Hanno messo in bilancio un risparmio di un miliardo e ora per le incongruenze delle loro manovre finanziarie fanno pagare ai cittadini un prezzo troppo alto. Questi tagli andranno a toccare un terzo del Paese”. Per il sindaco di Napoli, intervistato dalla Repubblica, “sembra di stare davanti a due-tre sarti della finanza che fanno tagli irresponsabili, ma io credo che dietro questa deriva sartoriale ci siano delle manine politiche che vogliono colpire aree strategiche del Paese. C’è una riforma appena nata, quella delle città  metropolitane, e invece di mettere in campo ogni iniziativa per sostenere queste macro aree urbane – sottolinea -, gli si spezzano le gambe sul nascere, per giunta con un criterio di distribuzione dei tagli assolutamente illogico”.

(da Huffingtonpost”)

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L’AQUILA: L’AMORE NATO IN TENDOPOLI TRA MASSIMILIANO E SUSANNA, VOLONTARIA PARTITA DA PADOVA

Aprile 5th, 2015 Riccardo Fucile

L’ITALIA DELLA SOLIDARIETA’ DOVE I SENTIMENTI TROVANO ANCORA CITTADINANZA

Se non ci fosse stato il terremoto del 6 aprile 2009 Susanna e Massimiliano non si sarebbero conosciuti, amati, fidanzati e promessi sposi per il 18 luglio prossimo all’Aquila.
Soprattutto, oggi non sarebbero i genitori di due bellissimi bimbi: Samuele, due anni, e Martina, un mese e mezzo.
“Prima che arrivi un terzo figlio, abbiamo deciso di sposarci a luglio” spiega Massimiliano.
“Questa sera saremo alla fiaccolata per ricordare le vittime e la tragedia che è accaduta a tutti noi – prosegue -. La prospettiva la vediamo molto difficile, viviamo nella speranza che la città  possa rinascere. Per noi e per i nostri figli”.
Lei, studentessa milanese da anni a Padova per diventare psicologa; lui, aquilano, consulente del lavoro.
Si sono incontrati nel capoluogo proprio per la drammatica situazione causata dal sisma di sei anni fa: Susanna arriva nella città  devastata come volontaria dell’associazione “Psicologi per i popoli”, per prestare soccorso agli aquilani scioccati dal sisma.
Nella tendopoli della frazione aquilana di Bagno in località  “Lilletta” Massimiliano ha trovato ricovero nelle ore immediatamente successive alla tragedia.
La scintilla scatta in una festa per l’ultimo giorno in tendopoli “quando – racconta la psicologa – Massimiliano mi ha presa in braccio, un ragazzo per scherzare ci ha spinti e siamo finiti nella piscinetta piena d’acqua che era stata allestita vicino alle tende”. “Da quel momento sono cominciati i nostri incontri in giro per l’Italia. Ci siamo visti ad Ancona, Pescara, Firenze, Lucca, ovviamente Padova, dove – dice Massimiliano – la raggiungevo quasi ogni fine settimana. Viaggi e date che, per il nostro primo anniversario, ho fatto incidere su una torta gigante a forma di libro dal peso di cinque chili”.
Susanna si stabilisce all’Aquila nel 2011 quando la coppia comincia a progettare di sposarsi, ma arrivano prima Samuele, due anni e un mese e poi Martina, un mese e mezzo.
“Quando l’ho conosciuto ho pensato: ma che bel papà ! Lo vedevo sempre circondato dai bambini del campo, pensavo che ci fossero i suoi figli tra loro, solo dopo ho capito che li faceva divertire talmente tanto che gli stavano tutti attorno”.
“Io mi sono detto (è il turno di Massimiliano): ma che bella psicologa che mi è venuta a salvare!”.
“Organizzare un matrimonio a distanza e con due bimbi piccoli è una follia. Abbiamo già  sperimentato il battesimo di Samuele, organizzato da qui e fatto a Milano, ed è stato difficilissimo”.
Poi Susanna parla della sua scelta di stabilirsi all’Aquila, dopo essere vissuta a Milano e Padova.
“In Veneto ero abituata a vivere in centro, non prendevo mai la macchina e mi spostavo facilmente. Qui è diverso, viviamo in periferia e muoversi è difficile”. “Appena si potrà  – conclude Massimiliano – vorremmo comprare una casa in centro, all’Aquila, così da poterci muovere più liberamente e in modo che Susanna possa ritrovare la stessa dimensione di Padova”.

(da “Huffingtonpost“)

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L’AQUILA, E’ LA NOTTE DELLA MEMORIA: MIGLIAIA DI FIACCOLE IN CENTRO

Aprile 5th, 2015 Riccardo Fucile

SEI ANNI DOPO LA CITTA’ RICORDA LE 309 VITTIME IN UN CENTRO ANCORA SPENTO E DEVASTATO

Sei anni, 2.190 giorni.
Un tempo infinito che, però, nel cuore degli aquilani, che la notte del 6 aprile 2009 hanno visto le loro vite stravolte dal sisma, non pare essere mai passato.
E oggi, quando tutta la cittadinanza si riunisce per ricordare le 309 persone morte sotto le macerie, quel dolore si sente più forte: si vede sui volti di quanti, sfidando la temperatura non ancora primaverile, hanno deciso di unirsi ai Comitati Familiari Vittime, per partecipare, come ogni anno da quella notte, alla fiaccolata del ricordo.
Si parte alle 22 da via XX Settembre, al bivio per la stazione, per arrivare in Piazza Duomo intorno a mezzanotte.
Il cuore della città , piena di cantieri, ma ancora priva di vita, si riempie di aquilani.
Ma non solo: tante persone arrivano anche da paesi vicini e da altre zone per unirsi alla commozione.
Dopo la lettura dei 309 nomi, la messa celebrata dall’arcivescovo metropolita Giuseppe Petrocchi precederà  la veglia di preghiera.
Poi, alle 3.32, ora del terremoto, la campana della chiesa di Santa Maria del Suffragio batterà  309 rintocchi.
Per chi, come noi, seguì la vicenda con decine di articoli di denuncia dei ritardi e delle inadempienze politiche, quasi unici a destra, una ulteriore occasione per ricordare con affetto il popolo aquilano, la sua sofferenza e la sua voglia di giustizia e di riscatto.

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