Aprile 7th, 2015 Riccardo Fucile
SIMONE VOLEVA FUGGIRE IN TUNISIA… IL MANAGER PENTITO METTE NEI GUAI LA COOP, ALTRI 30 APPALTI NEL MIRINO
«Ho chiamato te che sei potentissimo e supremo…». Ora si scopre che lo adulavano così al telefono, perfino per ottenere una sua intercessione per una nomina, tanto all’Ama di Roma quanto in Regione Campania.
E lui, Francesco Simone, ex capo delle Relazioni istituzionali della coop modenese Cpl Concordia, il facoltoso manager accusato di aver messo in piedi il consolidato sistema corrutivo scoperto una settimana fa dalla procura di Napoli con il blitz che ha travolto Ischia, si schermiva e avvertiva: «Se ci intercettano, arrestano te e me».
Era pronto a scappare in Tunisia, Simone.
«In Italia siamo ascoltati fin nel buco del culo», si lamentava.
Aveva già trovato casa in nord Africa. E ora il “potentissimo” sta parlando dal carcere.
Dopo l’apertura di un nuovo filone che coinvolge l’ex parlamentare (An, e poi Fli) Luigi Muro – sui lavori di metanizzazione nel’isola di Procida – altri interrogatori sarebbero fissati per le prossime ore.
Simone avrebbe riempito decine di pagine con circostanze e nomi, dinanzi ai pm Henry John Woodcock, Celeste Carrano e Giuseppina Loreto.
Svelando agli inquirenti l’esistenza un vero e proprio «protocollo ben consolidato» che serviva a truccare le gare, da nord a sud.
Era il perno, Simone, di una fitta rete di rapporti con eccellenti politicio-istituzionali: «Al riguardo – scrivono i carabinieri nel gennaio 2014 – egli riesce ad avere un canale preferenziale sia con il segretario Pd Matteo Renzi, sia con Luca Lotti e Dario Nardella».
Ed era presente sui mercati esteri: dal business fotovoltaico a Cuba agli interessi «per il pomodoro» in Albania, passando per la costruzione «di un centro commerciale» in Mauritania. Si attendono sviluppi già in questa settimana.
“CI SPIANO, NON SI LAVORA PIÙ”
Francesco Simone parla al telefono con Andrea Acerbi, in una delle intercettazioni più recenti. È il 16 febbraio 2015, annotano i carabinieri del Noe: «I due parlano delle possibilità di investimento in nord Africa e della rete relazionale di primissimo livello di Simone, che rappresenta ad Acerbi l’importanza del viaggio da fare» di lì a otto giorni, «e lascia intendere di averla sotto controllo (la gara, ndr ) e di essere in grado di potergliela fare aggiudicare.
Per i carabinieri, «Simone cerca di essere prudente, poi fortunatamente si lascia andare lasciando chiaramente intendere l’illecita natura dell’operazione riguardo il bando di gara (cajer de charge).
“Prima che esca il cajer de charge non è una cosa molto lecita…”. I due poi si lamentano – si legge – del fatto che in Italia non si può più lavorare.
E Simone dice di esser d’accordo con la moglie per trasferirsi in Tunisia: “Siamo ascoltati fin nel buco del culo… È diventato reato in questo paese portare a casa due fette di pane. Le aziende italiane, cioè che cazzo, e allora io mia moglie dice trasferiamoci in Tunisia».
In un altro colloquio, con una donna di un’agenzia a Tunisi, dice: «Io sono innamorato della Tunisia, c’ho cinque figli e sto guardando un appartamento molto bello a Cartagine, a Le Castel de Cartagine ».
I FONDI DALLA TUNISIA
Sono almeno trenta gli appalti nel mirino.
A Simone verrà chiesto conto innanzitutto degli appalti in cui la Cpl Concordia avrebbe adottato “il protocollo”: non mazzette avvolte nei giornali, ma consulenze mirate a parenti di ammini-stratori, o quote societarie poi arricchite da plusvalenze. Uno scenario che fa tremare esponenti politici e istituzionali di varie regioni.
È depositato il “quadro” di tutti gli appalti su cui si concentrano le attenzioni degli inquirenti, oltre alla vicenda di Ischia, così come disegnato dall’ingegner Giulio Lancia, prima “gola profonda” dell’indagine.
Ad esempio, i lavori «Consip/ Cns, provincia di Caserta; Consip/ Cns, provincia di Napoli; Consip/Cns, Seconda Università di Napoli; Consip/Cns Salerno; e ancora Asl di Salerno, ospedali di Vallo della Lucania, Nocera Inferiore e Pagani».
E poi ci sono i fondi neri della Tunisia attraverso la società Tunita.
Da un’intercettazione di Simone con un “socio”, i carabinieri sintetizzano: «I due sembrano aver snocciolato i ter- mini dell’accordo: 180mila euro l’anno, divisi in 45mila euro trimestrali…
Simone poi specifica che per il success fee si deve fare un contratto di management con cui si richiede una ulteriore percentuale del 5 per cento. Puoi chiedere anche il 20…».
LA SECONDA VITA DI DEMITRY
La telefonata è dell’aprile 2013, tra Simone e Giuseppe Incarnato, manager già indagato tre mesi fa con l’ex deputato mastelliano Tommaso Barbato per una vicenda di presunto voto di scambio con l’ex onorevole del Psi Geppino Demitry.
Incarnato: «Domani ci sei tu a Roma?». Simone: «No, a Perugia sono, dimmi Giuseppe». Incarnato: «No, perchè ti volevo parlare… Vedi se puoi aiutare Stefano Commini con l’Ama.. Sta sta puntando a fare l’amministratore delegato, è in pole position… Mi sono detto: fammi chiamare il potentissimo, il supremo». Simone: «Ma quale potentissimo. Se mi intercettano, ci arrestano a te e me». In un’altra conversazione, tra Simone, e Nicola De Vecchi, presidente di varie società di smaltimento, «si parla del settore industriale della depurazione e della gestione fanghi».
Nell’occasione – registrano i militari del Noe – Simone precisa che per il futuro l’ex onorevole Giuseppe Demitry farà da trait d’union.
Conchita Sannino
(da “La Repubblica”)
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Aprile 7th, 2015 Riccardo Fucile
“I SOLDI ORA CI SONO: STANZIATI 6,2 MILIARDI”… MA ESISTONO SOLO SULLA CARTA: PER IL 2015 ZERO EURO
Matteo Renzi, beato lui, vive nel migliore dei mondi possibile. 
È un premier Candido, se così si può dire. La ripresa, l’aumento degli occupati, l’Expo che “è un miracolo”, le grandi opere che faranno ripartire il Paese.
Un allievo di Pangloss, non c’è dubbio, cui non può ovviamente mancare il confronto col terremoto: nel libro di Voltaire era quello di Lisbona del 1755, per Renzi è L’Aquila 2009, sei anni ieri.
“Dopo troppe promesse, siamo passati all’azione. I soldi adesso ci sono: spenderli bene è un dovere”, ha scritto su Facebook.
Una breve panoramica della situazione dovrebbe restituire il lettore al realismo.
I finanziamenti previsti: miliardi a pioggia
Ha scritto ieri Renzi: “Nel primo anno del nostro governo abbiamo messo alcuni punti cardine: la certezza e la programmazione di risorse per il medio lungo periodo (5,1 miliardi nella legge di Stabilità per il 2015); l’accelerazione nelle assegnazioni per l’edilizia privata (1,13 miliardi di euro deliberati dal Cipe a febbraio)” eccetera.
Il premier non mente, eppure non dice nemmeno la verità .
Procediamo con ordine.
Dice il Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe): dal 2009 a oggi sono stati stanziati 7,2 miliardi in varie tranche.
L’ultima — quella citata da Renzi — è del 26 febbraio: 1,12 miliardi, 800 milioni per la sola città de L’Aquila, di cosiddetti “residui”, cioè fondi non spesi nel quinquennio scorso.
Quanto ai 5,1 miliardi della Finanziaria di Renzi, sono ripartiti così: 200 milioni nel 2015; 900 del 2016; 1,1 miliardi nel 2017, 2,9 miliardi nel 2018 e 2019.
La realtà : zero euro nel 2015, 165 milioni in meno nel 2014
I conti veri sono un po’ diversi.
Intanto i soldi della legge di Stabilità esistono solo sulle tabelle (la E, per la precisione) pubblicate in Gazzetta Ufficiale: per oltre tre miliardi su cinque peraltro — quelli dal 2018 in poi — si tratta di parole, un’intenzione senza finanziamento sottostante.
Gli altri dovranno comunque essere trovati prima di finire in Abruzzo.
Prendiamo dalla commissione Bilancio comunale i numeri che riguardano L’Aquila da quando Renzi è a Palazzo Chigi.
Nel 2014 erano stati stanziati in tutto 652 milioni e ne sono arrivati solo 487: insomma, mancano 165 milioni.
Nel 2015, invece, il Cipe ha già deliberato finanziamenti per la ricostruzione per 478 milioni.
Quanti ne ha incassati il comune? Zero.
Quanto agli 800 milioni del Cipe — di cui Renzi s’è vantato ieri anche se li hanno stanziati i governi precedenti — c’è un problema: comprendono pure i fondi non ancora arrivati e pure il buco del 2014.
I soldi nuovi, insomma, sarebbero al massimo 157 milioni.
Tra delibera e versamento dei soldi, per di più, passano circa sei mesi: in pratica arriveranno a fine anno.
Spiega Giustino Masciocco, presidente della commissione Bilancio del Comune: “Noi, sulla base delle previsioni, elaboriamo le pratiche e le mettiamo in un elenco, ma assegnamo effettivamente solo il 46% del costo della ricostruzione: se devo rifare un palazzo da 2 milioni, noi diamo 900 mila euro per iniziare, il resto quando facciamo i controlli a fine lavori. Se lo Stato non manda i soldi, noi non li diamo e i lavori non partono”.
Anche sulle cifre complessive dei fondi arrivati in Abruzzo dal 2009 i due rendiconti non collimano: i 7,2 miliardi del Cipe, per dire, in loco diventano quattro.
E poi c’è la beffa della Tasi/Imu: nel 2014 hanno fatto pagare l’imposta pure sugli immobili inagibili; nel 2015 è arrivato l’esonero, ma la copertura è di 500 mila euro. Peccato che il gettito fosse 2 milioni: il resto lo mette il Comune o gli aquilani.
Disorganizzazione a Roma, poco personale nel cratere
Il problema vero, comunque, non sono (solo) i soldi: “È la continuità dei finanziamenti il tema: puoi darci anche meno soldi, ma devi darceli senza interruzioni invece ci troviamo con buchi di 6-12 mesi”, dice ancora Musciocco.
E poi c’è l’organizzazione.
A settembre scorso, per dire, s’è dissolta l’intera catena di comando romana della ricostruzione.
Via Paolo Aielli, direttore dell’Ufficio Speciale per la Ricostruzione de L’Aquila (Usra), mandato al poligrafico dello Stato. Via Aldo Mancurti, capo della struttura tecnica di missione che si occupava di questo, che non è stato prorogato.
Pure il sottosegretario abruzzese Giovanni Legnini, che al Tesoro aveva la delega su L’Aquila, se n’è andato al Csm e ci sono voluti cinque mesi prima che arrivasse Paola De Micheli.
L’altro problema, che assilla il sindaco Massimo Cialente, è il personale.
Tra i vari protocolli e uffici speciali lavoravano 320 persone: 128 sono state assunte dopo il “concorsone” di Fabrizio Barca, altri 50 sono rimasti con contratti precari, il resto non è stato rinnovato.
Risultato: pratiche e lavori a rilento.
La situazione dopo sei anni è questa: i nuovi quartieri de L’Aquila sono ricostruiti all’80%, dentro le mura siamo al 10%, nel cuore del centro al 3%, nelle frazioni a zero come in molti paesi limitrofi.
Carlo Di Foggia e Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 7th, 2015 Riccardo Fucile
ORA BERLUSCONI TEME IL DISASTRO… E SCOPPIA ANCHE LA LITE SUL SIMBOLO
La sgangherata marcia di avvicinamento di Forza Italia alle regionali si arricchisce di un nuovo miracolo alla rovescia: il patto tra due nemici giurati come Raffaele Fitto e Angelino Alfano per sostenere in Puglia Francesco Schittulli.
Tutto in chiave antiberlusconiana, per isolare l’ex Cavaliere. Il quale intanto, dal rifugio sardo di Villa Certosa, cede alla rassegnazione.
E si sfoga: «Le elezioni saranno un disastro, lo so. E d’altra parte cosa aspettarsi? Siamo in mano a gente come Fitto. Da giugno svecchiamo FI. E ricostruiamo il centrodestra».
Fosse facile. Manca ancora la sentenza di fine pena del Tribunale di sorveglianza, per dire.
Senza, non si sente ancora pienamente libero di esprimersi, nè può tornare in possesso del passaporto e volare in qualsiasi momento ad Antigua.
A due o tre tappe elettorali, comunque, si concederà : in Liguria per Giovanni Toti, in Veneto, forse in Campania.
Proprio lì Alfano rimanda l’accordo con Stefano Caldoro. Lo sottoscriverà entro l’11 aprile, a meno che il Pd non sostituisca De Luca per allearsi con il Ncd.
Berlusconi resterà a Porto Rotondo fino a domani, in compagnia di Francesca Pascale, del suo cerchio magico (Debora Bergamini, Maria Rosaria Rossi, Toti) e della figlia Marina.
Tra relax e passeggiate c’è comunque il tempo per discutere di Italicum («siamo contrari, e se gli piace tanto Verdini se lo voti con i suoi») e affrontare la grana pugliese, dove il quadro è desolante: il ras locale di Ncd Massimo Cassano (in teoria in rotta con Fitto) ha scaricato il commissario azzurro Luigi Vitali, facendo saltare un tavolo convocato per oggi.
Forza Italia si ritrova così senza alleati. E senza candidati, visto che Adriana Poli Bortone si è già sfilata e l’ex fittiano Francesco Paolo Sisto tentenna.
L’incubo di non superare lo sbarramento dell’8%, restando così fuori dal consiglio regionale, è concreto.
Per questo, i fedelissimi consigliano a Berlusconi di cedere alle richieste dei fittiani, sostenendo Schittulli. Suonerebbe però come una resa.
C’è un altro spettro che tormenta di Vitali. Da tempo il capo dei frondisti mette in dubbio la legittimazione della tesoriera Rossi a disporre del simbolo azzurro.
E prepara una sconveniente battaglia legale per azzoppare quel che resta di FI
Nel deserto di motivazioni spicca però una data, cerchiata in rosso: il 23 aprile.
Quel giorno si apre a Milano un vertice Ppe per l’Expo. Berlusconi intende partecipare.
Come perdere l’occasione di guardare negli occhi i leader europei che da tempo gli hanno voltato le spalle?
Tommaso Ciriaco e Giuliano Foschini
(da “La Repubblica”)
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Aprile 7th, 2015 Riccardo Fucile
L’ANNUNCIO DI SALA, MA AL MINISTERO RISULTANO SOLO 13 MILA VISTI DA PECHINO
Quasi 9 milioni di biglietti venduti, 5,5 milioni all’estero e ben 1 milione in Cina. 
Per il commissario Giuseppe Sala si tratta di un record, mai un’esposizione universale aveva raggiunto dati di prevendita così alti prima dell’apertura.
Le previsioni di afflusso di turisti raccontano però un’altra storia.
Secondo i dati del ministero degli Affari esteri, tra gennaio e marzo 2015 la rete dei consolati e delle ambasciate italiane all’estero ha trattato 346.056 pratiche di visto, il 16,8 per cento in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno
Il dato cinese è in effetti in aumento: 87.839 visti nei primi tre mesi dell’anno rispetto ai 74.237 rilasciati nello stesso periodo dell’anno precedente: sono 13.602 visti in più.
È un dato che va preso con qualche cautela poichè, come spiegano al ministero, il visto si può richiedere al massimo con tre mesi di anticipo rispetto alla partenza (solo da febbraio inoltrato quindi si possono ipotizzare le prime richieste legate all’Expo).
Il volume di visti sembra comunque smentire la ressa all’acquisto di biglietti per l’esposizione. Per credere che un milione di cinesi sia corso a comprare i biglietti prima ancora di aver ottenuto il visto ci vuole insomma una buona dose d’ottimismo.
La realtà è che i numeri sbandierati da Expo si riferiscono per lo più a biglietti piazzati a tour operator e broker, i quali devono poi cercare di rivenderli al pubblico.
Che al momento non sembra entusiasta
Del resto, nonostante i 50 e passa milioni spesi finora in comunicazione, l’Italia non ha brillato nella comunicazione dell’esposizione verso il Paese asiatico.
Nessuna indicazione in lingua: il portale internet in mandarino lanciato nel 2010 è “in manutenzione” da più di un anno; il sito realizzato dal ministero per i Beni culturali e il turismo, dall’agghiacciante nome “verybello”, è solo in italiano e inglese; senza nemmeno un ideogramma è pure il portale principale dell’Ente nazionale per la promozione turistica, “italia.it  ”
Una conferma dello scarso entusiasmo che ha raccolto finora in Cina l’evento che dovrebbe mostrare il meglio dell’Italia è l’analisi fatta da Wonderful Expo, il sito turistico ufficiale di Expo 2015 (in collaborazione con un’agenzia di comunicazione digitale con sede in Cina), su più di 330 mila conversazioni sui social media e altre fonti utili per capire il grado di conoscenza e interesse del pubblico online cinese verso Expo 2015 e le connesse destinazioni turistiche.
Ne verrebbe fuori che l’interesse è assai scarso, l’Italia è dietro alla Francia, che genera 1,4 volte più prenotazioni e oltre 2 volte più interesse e, come meta gastronomica, addirittura anche dietro all’Australia, che la supera di 1,9 volte per le prenotazioni , grazie all’immagine della cucina australiana sostenuta da una recente campagna globale costata 40 milioni di dollari australiani.
Del resto, che al di là dei proclami la ressa per Expo 2015 non ci fosse l’avevano già constato gli albergatori.
“Noi siamo ottimisti, ma la situazione degli alberghi è tale che sembra che Expo non ci sia”, ha detto il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca, a margine di un convegno di Confcommercio il 28 marzo scorso
Expo dovrebbe ripagare gran parte dei costi di gestione dell’esposizione con i ricavi dalla vendita dei 24 milioni di biglietti ipotizzati dal management.
I costi di gestione previsti sono di 800 mila euro: è chiaro che se i biglietti venduti saranno molti meno, questo sancirebbe l’Expoflop, oltre che un aggravio di spesa per chi paga le tasse.
Gianni Barbacetto e Marco Maroni
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 6th, 2015 Riccardo Fucile
AVREBBE LIBERATO IL POSTO PER GRATTERI… E DE LUCA NON MOLLA
Nella complessa partita a scacchi tra regionali, rimpasto di governo, alleanze nel centro destra e agenda di governo, la pausa pasquale ha portato qualche schiarita.
La prima mossa si chiama Andrea Orlando, il ministro guardasigilli buttato nell’arena campana con un doppio obiettivo: da una parte rompere l’asse tra il governatore in carica, l’azzurro Stefano Caldoro, e Ncd di Alfano che rischia la scissione in tre parti; dall’altra togliere dall’agone un’altra fonte di imbarazzo nel Pd che si chiama Vincenzo De Luca, l’ex sindaco di Salerno stravotato alle primarie e però condannato in primo grado e quindi destinato, in caso di vittoria, a dimettersi dopo un minuto.
Il ministro Orlando ha letto nei giorni scorsi vari retroscena che lo riguardavano e lo mettevano in una casella piuttosto che in un’altra.
In questi giorni di pausa, parlando con i suoi collaboratori, ha provveduto a chiarire alcuni punti.
Il primo: “Io non mi candido a governatore da nessuna parte, meno che mai in Campania. Se proprio avessi dovuto fare una scelta del genere, avrei certo preso in considerazione la Liguria dove, tra l’altro, partivo da un consenso della base piuttosto forte”.
Un consenso, sia detto per inciso, molto più alto di quello della candidata attuale Raffaella Paita, pupilla dell’ex governatore Burlando che, secondo i sondaggi, non sembra far impazzire il popolo del Pd mentre strizzerebbe l’occhio a Ncd e Fi orfani di Scajola.
Paita, tra l’altro, se la dovrà vedere con Giovanni Toti.
Detto questo, Orlando ha chiarito con i suoi collaboratori che il suo compito è “portare fino in fondo la riforma della giustizia”.
Percorso faticoso, pieno di insidie ma che comincia a dare qualche frutto. Si pensi all’anticorruzione e alla riforma della prescrizione che hanno avuto il primo via libera del Parlamento (Senato la prima, Camera la seconda) e dovrebbero avviarsi verso letture definitive nel prossimo mese.
L’idea di piazzare Orlando in Campania è balenata in testa al premier Renzi che, una decina di giorni fa (come aveva scritto L’Huffington Post), aveva anche convocato De Luca a palazzo Chigi nel tentativo di dissuaderlo dalla candidatura folle, causa legge Severino, in Campania.
Lo stesso De Luca però avrebbe fatto saltare i piani di Renzi.
“Voglio proprio vedere – avrebbe detto con tono di sfida il candidato governatore – come fai a farmi ritirare con tutti i voti che ho preso”.
Lo schema di Renzi prevede Orlando al posto di De Luca nel tentativo, anche, di costringere Ncd a non allearsi con Caldoro e FI e quindi spezzare anche in Campania, come già in Veneto, il vincolo del centrodestra.
Quella di Orlando, secondo palazzo Chigi, non sarebbe una candidatura dall’alto ma “una conseguenza logica” del fatto che Orlando seppe portare in fondo benissimo il mandato di commissario del Pd quando nel 2011 Bersani lo inviò a riparare i guasti dell’ennesimo pasticciaccio primarie.
Il punto è, come il Guardasigilli ha ribadito in questi giorni di riposo, che lui resta “a fare il ministro”.
Una sottolineatura destinata, oltre a Renzi, anche alle orecchie del vice procuratore di Reggio Calabria Nicola Gratteri che, come molti ricorderanno, nel febbraio 2014 non divenne ministro solo perchè l’allora presidente Giorgio Napolitano invitò il premier a riflettere un attimo sopra quella scelta. Gratteri, convinto di fare il ministro, restò a fare il procuratore antimafia (che sa fare benissimo) e ottenne da palazzo Chigi l’incarico di redigere un nuovo codice antimafia.
Il testo ha preso forma, contiene riorganizzazioni e tagli importanti quello quello della Dia.
Di recente ha allargato il contributo anche alle intercettazioni contro la cui pubblicazione Gratteri prevede il nuovo reato di pubblicazione arbitraria.
Non c’è dubbio che l’attivismo normativo di Gratteri sommato ai presunti piani del premier, abbiano indotto più di un Giovane Turco (la corrente di Orlando che sta in maggioranza ma ricorda sempre di avere un peso) a mettere le mani avanti rispetto al fatto che possa prendere corpo davvero l’idea di un clamoroso coinvolgimento di Orlando nella partita delle regionali.
A scanso di equivoci il Guardasigilli pianta bandierine sulla giustizia. Incassa il via libera alle riforme, seppure perfettibile, e ribadisce che “le intercettazioni saranno materia da discutere insieme con il disegno di legge sulla riforma del processo penale”.
Anzi, di più, “saranno proprio le intercettazioni a fare da volano alla riforma del penale necessaria per dare tempi certi al processo”.
Nessuno stralcio, quindi. Nessuna fuga in avanti come invece chiede Ncd.
Il partito di Angelino Alfano spinge anche per modificare la riforma della prescrizione già approvata dalla Camera ed ora all’esame del Senato e chiede un intervento sulla disciplina delle intercettazioni.
Da verificare tempi e modalità di approvazione delle norme anticorruzione, in arrivo a Montecitorio dopo essere state licenziate da palazzo Madama.
La partita a scacchi resta complessa. Ma un punto fermo c’è: “Orlando resta al suo posto”.
Senza se. E senza ma.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 6th, 2015 Riccardo Fucile
SE LO ESPELLE TRENTA DEPUTATI SE NA VANNO CON LUI, FORZA ITALIA SI SFASCIA E FITTO LO PORTA IN TRIBUNALE PERCHE’ LO STATUTO NON LO CONSENTE
Forza Italia è ormai pronta a una nuova scissione, l’ennesima se si torna con la memoria ai tempi
del Pdl e delle clamorose rotture di Fini e Alfano.
Il terreno dello scontro questa volta è la Puglia dove il candidato del partito, Francesco Schittulli, è passato con il ribelle Raffaele Fitto. Che in pubblico spara a pallettoni contro Berlusconi, ma in privato frena i suoi: «Per ora non usciamo, semmai saranno loro che dovranno buttarci fuori».
L’ennesimo, e forse ultimo, capitolo della guerriglia con l’ex proconsole pugliese rovina a Berlusconi l’atteso ritorno dopo la condanna nel buen retiro di Villa Certosa, costringendolo per tutta la giornata a lavorare sulle prossime mosse, senza escludere l’espulsione di Fitto.
Decisione che provocherebbe un vero terremoto nel partito. Lo sa Giovanni Toti, che auspica: «Medieremo fino all’ultimo».
Con la cacciata di Fitto, infatti, i gruppi parlamentari azzurri franerebbero, si parla di una trentina tra deputati e senatori pronti a uscire.
Senza contare che ci sono altre di dissenso, a partire da quella di Verdini, che a quel punto potrebbero a loro volta abbandonare Forza Italia.
Eppure la scissione sembra inevitabile.
A cinquanta giorni dalle amministrative Berlusconi non ha un candidato in Puglia.
Se è vero che punta tutto su Veneto, Liguria, Umbria e Campania, non può permettersi di sparire dal tacco d’Italia.
Già , perchè Fitto vuole che Schittulli, sostenuto anche da Ncd e Fdi, corra sotto le insegne azzurre.
E quando l’ombra di Berlusconi, Mariarosaria Rossi, sbarcherà a Bari per formare nuove liste forziste a sostegno di un nuovo candidato (si ragiona sul commissario di Fi Luigi Vitali, sull’ex fittiano tornato all’ovile Paolo Francesco Sisto o su Adriana Poli Bortone), Fitto aprirà «la battaglia legale» sostenendo che la tesoriera di Fi non ha il diritto di forzare la mano.
Una strategia con la quale l’ex governatore pugliese mira a mantenere il simbolo azzurro sulle sue liste emarginando Berlusconi nella regione.
Un’onta per l’ex Cavaliere, che finirebbe mezzo detronizzato
Non a caso Fitto ha dichiarato in pubblico che «il partito è senza regole, senza una seria e credibile linea politica, con dirigenti privi di qualunque legittimazione democratica.
Ma davvero pensiamo che le liste possano essere fatte e disfatte dalla senatrice Rossi?».
Berlusconi a Porto Rotondo schiuma rabbia. Giusto venerdì aveva fatto appello di unità , ma Fitto lo ha clamorosamente ignorato.
«Non può fare una lista contro di me da dentro Forza Italia », era lo sfogo dell’ex premier, «di fatto è già fuori dal partito”
Dunque la resa dei conti appare ormai inevitabile, dopodichè Berlusconi, se resisterà al richiamo della villa di Antigua (a breve riavrà il passaporto), si butterà in campagna elettorale e nel rinnovamento di un partito che vuole più fresco e giovane.
E ovviamente più berlusconiano.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 6th, 2015 Riccardo Fucile
SIMONE AI MAGISTRATI: “L’EPOCA DELLA MAZZETTA È FINITA, ADESSO SI FA COSàŒ”…. AVVISO DI GARANZIA ANCHE PER L’EX PARLAMENTARE AN LUIGI MURO
Francesco Simone lo ha detto chiaro ai magistrati di Napoli che lo interrogavano venerdì in carcere alla presenza del suo avvocato Maria Teresa Napolitano: “L’epoca delle mazzette è finita. Oggi per addolcire i pubblici amministratori le società , come ha fatto la Cpl Concordia a Ischia, usano le consulenze”.
Alla Cpl i pm Henry John Woodcock, Celestina Carrano e Giuseppina Loreto contestano una convenzione da 165 mila euro all’anno con l’hotel del padre del sindaco Ferrandino e le consulenze legali al fratello avvocato, Massimo Ferrandino.
Ha parlato a lungo, Simone, con i magistrati nell’interrogatorio di garanzia.
Provato dall’esperienza del carcere di Poggioreale e deluso per essere stato scaricato dalla Cpl Concordia nel 2014, dopo le perquisizioni e l’uscita delle prime notizie, Simone aveva voglia di togliersi qualche sassolino dalla scarpa.
L’interrogatorio è segreto ma i contenuti filtrano per sommi capi.
“Va bene, Simone, lei dice che oggi si usano le consulenze, le società di servizi e i subappalti ai familiari e amici degli amministratori locali — hanno cercato di stringere i pm — ma ci può fare un esempio?”.
E Simone: “Portatemi l’elenco degli appalti vinti da Cpl Concordia e l’elenco delle consulenze, dei subappalti e delle società create nei Comuni interessati e potrò essere d’aiuto”.
Ai pm Simone ha decritto il protocollo usato nella pratica da Cpl Concordia, per addolcire le amministrazioni.
Ai magistrati non interessava la teoria ma il caso concreto. Simone ha fatto un nome: Procida.
Secondo l’ex responsabile relazioni istituzionali di Cpl Concordia, l’ex sindaco ed ex deputato di An Luigi Muro sarebbe stato utilizzato anche per i suoi legami con l’attuale sindaco, allo scopo di ottenere le autorizzazioni necessarie dal Comune per fare la metanizzazione dell’isola.
A Muro sarebbe stata riservata una piccola quota tra il 10 e il 20 per cento di una società costituita ad hoc dalla Cpl Concordia.
Una tecnica già sperimentata: la coop crea una società di scopo con gli amici o familiari dei pubblici decisori e le quote aumentano vertiginosamente quando l’appalto viene assegnato o si sbloccano i finanziamenti pubblici.
Simone avrebbe sentito parlare Luigi Muro con il presidente della Cpl Roberto Casari e ha riferito quello che avrebbe sentito dire. Risultato: Ischia non è più un’isola ma almeno un arcipelago.
L’ex sindaco di Procida Luigi Muro ieri si è visto consegnare dai carabinieri della compagnia locale guidata dal capitano Andrea Centrella un bell’avviso di garanzia. Muro, è un ex socialista che vive a Procida dove è entrato in Consiglio comunale nel 1984 senza mai uscirne.
Dopo l’adesione ad An diventa un fedelissimo di Pinuccio Tatarella e si fa eleggere con 10 mila preferenze alla Regione nel 2005.
Nel 2011 subentra come deputato e aderisce a Fli di Fini e Bocchino.
Ora è solo presidente del Consiglio comunale di Procida. Muro è indagato per corruzione e sempre per le parole di Simone sono indagati anche l’ex presidente della coop Roberto Cesari e Nicola Verrini, ex responsabile di area per Lazio, Campania e Sardegna
In realtà dall’arcipelago napoletano l’indagine potrebbe allargarsi ben presto alla penisola.
Ovviamente i magistrati sono consapevoli del rischio di estendere troppo il raggio della loro azione:seicontrattiaiparentidel sindaco Tizio e se tutte le società partecipate da un amico o familiare dell’assessore Caio, realizzate da Cpl Concordia nella miriade di paesi in cui la coop rossa ha operato devono essere considerati corruzione, il rischio è che poi al processo nulla sia considerata corruzione dai giudici, nemmeno gli episodi contestati a Ischia della convenzione e della consulenzaaiparentidelsindaco Ferrandino.
Nell’interrogatorio di garanzia, il responsabile delle relazioni istituzionali della Cpl, arrestato lunedì, ha parlato anche della fondazione Italianieuropei di Massimo D’Alema e di quella creata nel 2009 dal sottosegretario alla presidenza Marco Minniti e poi abbandonata nel 2013 alla nomina a Palazzo Chigi: la fondazione Icsa.
Mentre su quest’ultima ha sostanzialmente ammesso che ci potesse essere un interesse da parte di Cpl a ottenere qualche favore in cambio della quota associativa pagata ogni anno di 20 mila euro, Simone su D’Alema è sembrato ai pm molto più cauto nell’interrogatorio che nelle telefonate intercettate: ha glissato sulla conversazione intercettata nella quale dice che Italianieuropei va finanziata anche perchè D’Alema è uno “che mette le mani nella merda” e potrebbe diventare un commissario europeo. “La fondazione di D’Alema è una delle poche che svolge una vera attività di ricerca e non la finanziavamo per avere qualcosa in cambio”, si è giustificato Simone.
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 6th, 2015 Riccardo Fucile
“TENERLA APERTA COSTA PIU’ DI TENERLA CHIUSA: NON SOLO NON PAGA IL DEBITO CON LE BANCHE, MA NEANCHE I COSTI DI GESTIONE”
A certificare il flop mancavano solo i numeri ufficiali. E quelli di Brebemi non lasciano dubbi. 
La direttissima Milano-Brescia ha registrato nel 2014 un rosso di 35,4 milioni di euro. Mentre il numero medio di veicoli transitati ha superato di poco i 14mila al giorno, molti meno dei 60mila previsti a regime in fase di progetto.
Le difficoltà dell’autostrada che corre parallela all’A4 erano note, ma dal bilancio approvato a inizio marzo dal cda salta fuori che i costi operativi, più di 14,2 milioni di euro, hanno superato i ricavi da pedaggio (11,7 milioni).
Un dato “drammatico”, secondo il responsabile Trasporti di Legambiente Lombardia Dario Balotta: “Significa che Brebemi non solo non paga il debito mostruoso con le banche, ma nemmeno il costo di gestione. Significa che tenerla aperta costa più che tenerla chiusa”.
La perdita di 35,4 milioni — si legge nella relazione di bilancio — è “più elevata di circa 8,1 milioni rispetto alle stime della società ”.
I conti in rosso sono “conseguenza della fase di avvio. Tale fase ha infatti rilevato una contrazione dei flussi di traffico rispetto alle previsioni iniziali in considerazione sia del mutato quadro macroeconomico che del diverso scenario infrastrutturale di riferimento”. Sui costi non legati alla gestione operativa pesano soprattutto gli interessi sui prestiti necessari alla costruzione dell’autostrada, per un indebitamento finanziario netto che supera 1,5 milioni.
I numeri di bilancio, che non sono stati diffusi dalla Brebemi ma sono trapelati sulle pagine bresciane del Corriere della Sera, confermano dunque i problemi della società , tra i cui soci ci sono Intesa Sanpaolo e gruppo Gavio.
Per riequilibrare il piano finanziario Regione Lombardia ha già previsto uno stanziamento di 60 milioni di euro, mentre altri 300 dovrebbero arrivare dal governo, sempre che il Cipe dia l’ok.
Tali provvedimenti, per i quali Balotta parla di “accanimento terapeutico”, sono motivati dalla necessità di coprire i buchi di un’opera fatta passare dal presidente della società Francesco Bettoni come “realizzata senza un euro pubblico”, nonostante fin dall’inizio gran parte dei finanziamenti fossero arrivati da Cassa depositi e prestiti e da Banca europea degli investimenti, entrambe pubbliche.
A incidere sui ricavi deludenti è stato il passaggio di auto e tir sotto le aspettative. Dall’inaugurazione del 23 luglio fino a fine anno sono entrati in autostrada 2,3 milioni di veicoli, il 78% dei quali mezzi leggeri.
La media è di poco superiore ai 14mila veicoli al giorno, mentre sono 8mila i ‘veicoli teorici’, ovvero il numero di veicoli che teoricamente percorrono l’intera tratta, pagando l’intero pedaggio.
Il picco di chilometri percorsi è stato toccato ad ottobre (17,6 milioni), un dato che è andato addirittura a diminuire a novembre (16,9 milioni di chilometri) e a dicembre (16,6).
Secondo i vertici della società le cose miglioreranno quando verranno completate la tangenziale est esterna di Milano e la corda molle, che consentiranno un maggiore afflusso di vetture sulla Brebemi.
Nulla secondo Balotta sarà però in grado di risollevare le sorti di un’autostrada che è “in coma irreversibile. In una situazione normale, i revisori dei conti non dovrebbero certificare il bilancio e dovrebbero accompagnare la società al default. Ma le banche non vogliono che muoia perchè non ci sarebbero eredi a pagare il debito. Quindi la
tengono in vita a spese pubbliche sperando in un miracolo, sempre a spese pubbliche”.
Luigi Franco
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 6th, 2015 Riccardo Fucile
LE CRITICHE: MOLTE PERSONE SPENDERANNO TUTTO E RESTERANNO POVERE DA VECCHIE
Prendi i soldi e scappa.
È quello che da oggi nel Regno Unito possono fare migliaia di lavoratori grazie all’entrata in vigore di una controversa riforma delle pensioni.
Ciascun lavoratore con 55 anni di età potrà ritirare tutto il montante dei contributi previdenziali annui da lui versati nella propria carriera.
Un quarto del montante sarà esentasse mentre i restanti tre quarti saranno sottoposti alla tassazione ordinaria.
In Gran Bretagna consensi e critiche. Perchè chi ritira tutti i propri contributi non avrà più diritto a una pensione pubblica.
Il governo confida nella misura come uno strumento per attivare la spesa delle famiglie, con l’auspicio che sia indirizzata soprattutto agli investimenti e dia un ulteriore impulso alla crescita economica.
Invece i critici della riforma sostengono che i lavoratori che incasseranno tutto e subito correranno il rischio di trovarsi completamente spiantati in età avanzata.
Non tutti spenderanno i loro contributi pensionistici per investimenti con cui mantenersi durante la vecchiaia, ma in tanti li useranno semplicemente per pagarsi una fuoriserie o una vacanza di lusso; comunque, non per trovarsi meglio da vecchi. Perchè i britannici sono un po’ spendaccioni, e tantissimi sono molto indebitati: se usano il «fieno per la cascina» per pagare i debiti contratti da giovani, domandano i dubbiosi, come si manterranno quando non avranno più uno stipendio una volta lasciato o perso il lavoro, e nessuna pensione da vecchi?
Il primo a chiedere indietro i suoi contributi al Tesoro di Sua Maestà britannica è stato, proprio stamattina, un ragioniere di 57 anni del Devon.
Michael Dunn ha deciso di utilizzare quei soldi, di cui evidentemente non ritiene di aver bisogno quando sarà vecchio, per pagare il restauro del tetto della chiesa del suo paesino.
Ma in tanti pensano di ritirare i propri contributi per finanziarsi una nuova vita all’estero, preferibilmente in Paesi con un clima più mite o dove l’economia sta registrando un boom, come l’Australia, la Nuova Zelanda e il Sud Est asiatico.
Il governo invita i lavoratori a «riflettere bene e a non agire d’istinto»: anche perchè se tutti decidessero di ritirare il «malloppo» la tenuta il sistema previdenziale britannico potrebbe essere messa a rischio.
Luigi Grassia
(da “La Stampa”)
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