Gennaio 25th, 2016 Riccardo Fucile
“RAMMARICATO PROFONDAMENTE, INVOCO LA COMPRENSIONE DI TUTTI”: L’IPOCRITA NOTA PER NON ESSERE CACCIATO
Don Angelo, il parroco di Arnasco che durante i funerali non ha benedetto la salma Aicha
Bellamoudden, la donna marocchina morta nel crollo della sua casa, ora chiede scusa.
Questa mattina alle undici ha incontrato il vescovo coadiutore della diocesi di Albenga-Imperia, monsignor Guglielmo Borghetti e la Curia ha emesso un comunicato ufficiale dove si spiega che don Angelo Chizzolini “e’ rammaricato profondamente che la decisione del vescovo per un gesto di apertura e piena solidarietà umana e cristiana sia diventata l’occasione per far divampare sentimenti di divisione e polemica. Consapevole che il suo comportamento durante la liturgia delle esequie ha ferito la sensibilità di molti – prosegue la nota – don Chizzolini chiede pubblicamente scusa, se ne dispiace profondamente e invoca la comprensione di tutti, pronto a dimostrare con i fatti i suoi più intimi sentimenti di apertura e tolleranza. I tempi sono difficili e tutti abbiamo bisogno di serenità , comprensione e stima reciproca. I valori del dialogo pacifico e della convivenza civile impongono di non esacerbare gli animi.”
Nell’incontro in Curia monsignor Borghetti aveva chiesto a don Angelo “chiarimenti sulla questione che ha suscitato tanto clamore nella stampa locale e nazionale e nell’opinione pubblica.”
E don Chizzolini, come recita il comunicato ufficiale, “ha spiegato ordinatamente come sono andate le cose dal giorno stesso della tragedia che ha colpito il caro paese di Arnasco; ha dichiarato la sua piena adesione alla scelta operata dal vescovo di concedere la presenza nella Chiesa Parrocchiale della salma della signora Aicha Bellamoudden, vittima della tragedia, per le esequie celebrate in rito cattolico.
Quindi chiede scusa pubblicamente.
Fino alla prossima esibizione.
(da agenzie)
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Gennaio 25th, 2016 Riccardo Fucile
FALSATA ANCHE LA CARTELLA CLINICA
Nuovi particolari, emersi dalle dichiarazioni di una testimone, sono stati resi noti sulla morte Giovanna Fatello, la bambina di 10 anni entrata nella sala operatoria della clinica romana Villa Mafalda la mattina del 29 marzo 2014 per un intervento di timpanoplastica.
Nonostante si trattasse di un’operazione di routine la piccola non sopravvisse all’intervento e inizialmente si attribuì la causa a una malformazione, un problema legato alle allergie.
Valentina Leoni e Matteo Fatello, genitori di Giovanna, non si sono però dati pace, dal momento che loro figlia “era perfettamente sana” e i particolari emersi dall’inchiesta hanno dipinto un quadro diverso da quello inizialmente ipotizzato.
Maria Rollo, una delle testimoni chiave, sorella della titolare del bar interno alla Casa di cura, scrive il Messaggero, avrebbe raccontato alla polizia che l’anestetista di Giovanna, subito dopo l’ingresso in sala operatoria della piccola, si sarebbe recato al bar bevendo un caffè in compagnia di due amiche per circa mezz’ora. Una tesi che sarebbe confermata dall’analisi del pm.
Si legge sul Messaggero: “La morte avveniva dopo l’allontanamento ingiustificato dell’anestesista Dauri e in presenza di un altro anestesista non componente dell’equipe operatoria, il dottor Francesco Santilli, che non gestiva correttamente le vie aeree della paziente mediante l’apparato per anestesia Drager Fabius, non monitorava l’efficienza della ventilazione meccanica dopo averla avviata e non verificava visivamente lo stato di Giovanna Fatello per rilevare tempestivamente un eventuale stato di cianosi della pelle e delle mucose, indicativo di difetti di ossigenazione e di ventilazione, derivandone un arresto cardiaco in asistolia conseguita e progressiva ipossia per un tempo di alcuni minuti, tra le ore 9,40 e le ore 9,50”.
Non solo. Sempre secondo il Messaggero il pm ritiene che la cartella clinica fosse stata falsata, con un’errata ora del decesso, e che la macchina per l’ossigenazione non fosse perfettamente funzionante.
La testimonianza di Maria Rollo aggiunge un tassello importante alla ricostruzione della vicenda.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 25th, 2016 Riccardo Fucile
I FINANZIAMENTI DICHIARATI PER LA CAMPAGNA ELETTORALE SONO POCHI…TRA IMMOBILIARISTI, COSTRUTTORI E LOBBY VARIE… A DESTRA CHI HA FINANZIATO GASPARRI, BOCCHINO, SALTAMARTINI E LA MELONI
Nemmeno le campagne elettorali sono più quelle di una volta. Sono lontani i tempi in cui un signore delle preferenze come Pier Ferdinando Casini, nel lontano 1992 e con una Democrazia cristiana a un passo dell’abisso, riusciva a raccogliere quasi mezzo miliardo di vecchie lire (e 50 mila voti, secondo a Bologna solo ad Achille Occhetto). Davvero una bella somma se si considera che, secondo i parametri Istat, quella cifra ammonterebbe oggi a 400 mila euro.
Fra disaffezione crescente, portafogli sgonfiati dalla crisi e liste bloccate del Porcellum, l’ultima campagna elettorale è stata assai spartana: stando ai rendiconti depositati, gli eletti al Parlamento avrebbero ricevuto dai privati appena 3 milioni.
In realtà , stando ai dati della Tesoreria della Camera, sono molti di più.
Anche perchè solo 7 parlamentari su 10 hanno depositato il consuntivo come impone la legge e, di questi, il 41 per cento ha affermato di non aver ricevuto contributi. Disamore o meno, non tutti i candidati sono stati snobbati dagli elettori. Al contrario, una piccola pattuglia è riuscita a raccogliere cifre ragguardevoli, come mostra questa elaborazione dell’Espresso realizzata sulla base di dati Openpolis e di Montecitorio.
VIVA GLI SPOSETTI
Il candidato più sostenuto economicamente, con oltre 262 mila euro, è stato il senatore Pd Ugo Sposetti (che poi ne ha girati 40 mila al partito), per anni tesoriere dei Democratici di sinistra e attualmente dell’omonima Fondazione che amministra il milionario patrimonio immobiliare appartenuto al Pci e poi passato alla Quercia. L’assegno più sostanzioso (50 mila euro) lo ha staccato la Pca, una società di brokeraggio dei fratelli Gavio, i costruttori piemontesi poi divenuti anche re delle autostrade del Nord-ovest grazie alle concessioni ottenute.
Altri 38 mila euro (8 mila per la stampa di materiale elettorale) sono arrivati invece dalla Federazione italiana tabaccai (Fit), che rappresenta gli interessi dei rivenditori di generi di monopolio e, come specifica sul suo sito , “segue con attenzione l’attività dei due rami del Parlamento e del governo”.
La Fit, dal canto suo, ha erogato anche 10 mila euro al finiano (non eletto) Italo Bocchino.
Fra i finanziatori di Sposetti, con 10 mila euro, c’è pure la Cpl Concordia, la coop modenese coinvolta nell’inchiesta sulle presunte tangenti per la metanizzazione dell’isola d’Ischia. Stessa cifra è arrivata anche dalla Milano 90 del costruttore Sergio Scarpellini, da cui la Camera affitta (a suon di milioni) i vari palazzi Marini che ospitano gli uffici degli onorevoli.
CARO CANDIDATO
Vari nomi noti si ritrovano anche tra i finanziatori del presidente della commissione Difesa del Senato, Nicola Latorre, secondo in graduatoria con 225 mila euro.
E particolarmente amato dagli immobiliaristi, a scorrere l’elenco dei sostenitori.
A cominciare dai 50 mila euro della holding Sorgente group, attiva nella finanza immobiliare e proprietaria, fra l’altro, della Galleria Alberto Sordi, a due passi da Palazzo Chigi e Montecitorio.
E ancora: 15mila euro dal gruppo Cepu e 30 mila dall’Isvafim dell’imprenditore napoletano Alfredo Romeo (concessionario della manutenzione e gestione del patrimonio pubblico in molte città ), altrettanti dalla Colonna prima (pure questa una società immobiliare) e dal gruppo Navarra costruzioni (che ha erogato15 mila euro anche a Giorgia Meloni, un gradino fuori dalla top ten con quasi 60 mila euro raccolti).
Come Sposetti, anche Latorre dopo le elezioni ha versato 40 mila euro al partito. Probabilmente la parte restante dei contributi privati ricevuti.
Assai più “pop” la campagna elettorale di Enrico Letta, che ha potuto contare su molte sottoscrizioni da mille e duemila euro. Totale: 116 mila euro.
Dopo il voto, divenuto presidente del Consiglio, parte dei fondi raccolti e presumibilmente avanzati sono stati versati al partito (45 mila euro), mentre altri 47 mila euro sono andati all’associazione 360 , uno dei think tank a lui riconducibili.
Il più generoso con Letta è stato Francesco Merloni, l’imprenditore fondatore della Indesit (con 35 mila euro). E nei mesi scorsi l’ex premier ha ricambiando, omaggiando l’imprenditore con la sua presenza alla festa per i suoi 90 anni .
Fra i tanti contributi, nell’elenco figurano anche 15 mila del patron dell’acciaieria Foroni e i 10 mila della Inergia spa, che ha realizzato e gestisce una dozzina di impianti eolici in Puglia.
FRA RINNOVABILI E MATTONI
E proprio le rinnovabili appaiono anche nella lista di contributi elettorali del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti che – travolto dal tonfo dell’Udc – non è riuscito a essere eletto malgrado i 90 mila euro raccolti.
Ma il destino, ora che si occupa anche di green economy, lo ha portato comunque sulla strada di uno dei suoi principali finanziatori (con 20 mila euro): la Seci, colosso del gruppo Maccaferri, che ha in piedi un progetto da mezzo miliardo per trasformare i vecchi zuccherifici Eridania in produttori di energia da biomasse .
Un nome, quello della società per azioni, che ritorna (con 30 mila euro) anche fra i supporter di un altro parlamentare bolognese della top ten: Luigi Marino, eletto con Monti e ora passato proprio con Ncd-Udc.
Buona parte del denaro ricevuto da Maurizio Gasparri è arrivato invece dalla Telit Communications (25 mila euro), da cui nel 2006 fu nominato amministratore non esecutivo un anno e mezzo dopo aver smesso i panni di ministro delle Comunicazioni. E ancora: l’Immobiliare Vittadello (15 mila), la società di produzione Albatross Entertainment (15 mila), oltre a 5 mila a testa da Federfarma e Delta Petroli.
Come mostrano i casi di Sposetti e Latorre, il mattone resta comunque il ramo più attivo nei finanziamenti alla politica.
Erogazioni da questo campo spuntano infatti anche per la leghista Barbara Saltamartini. Per lei, 10 mila euro dalla Stile costruzioni, che nella capitale ha realizzato due hotel Hilton e uno degli Sheraton.
A guidarla, Luigi Rebecchini, figlio del sindaco della grande espansione (e cementificazione) di Roma negli anni ’50.
A favore dell’alfaniano Mario Dalla Tor vanno annoverati i 20 mila della Secis (ristrutturazione di immobili), i 15mila della Rossi Renzo Costruzioni e i 10 mila dell’armatore Giancarlo Zacchello, in passato presidente dell’autorità portuale della Laguna.
E IO PAGO
Fra chi ce l’ha fatta e ora siede in Parlamento, tuttavia, non c’è solo chi prende. Ma pure chi dà . Di tasca propria. E le cifre, anche in questo caso, sono ragguardevoli.
L’ex ministro Ignazio La Russa, ad esempio, ha speso quasi 79 mila euro per la campagna elettorale. Tanto denaro si giustifica anche con gli eventi politici: l’addio al Pdl assieme a Giorgia Meloni e l’incognita delle urne dopo il varo di Fratelli d’Italia.
A seguire, con poco meno di 60 mila euro, Ilaria Borletti Buitoni, nominata sottosegretario alla Cultura in quota montiana da Letta e confermata da Renzi.
Ma si tratta di una inezia, a ben vedere: in campagna elettorale la manager ha staccato a favore di Scelta civica un mega-assegno da 710 mila euro. Un record, tanto da valerle il primato.
Paolo Fantauzzi
(da “L’Espresso”)
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Gennaio 25th, 2016 Riccardo Fucile
“VIAGGIO STORICO” DEL LEADER IRANIANO: VEDRA’ MATTARELLA, RENZI E PAPA FRANCESCO
Il viaggio in Italia e in Francia “avviene dopo l’accordo sul nucleare e la fine delle sanzioni, e quindi
arriva in un momento storico”.
A dirlo, lasciando Teheran per volare a Roma, è lo stesso presidente iraniano Hassan Rohani, che incontrerà oggi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il premier Matteo Renzi.
“Vogliamo trarre massimo profitto per lo sviluppo del Paese e l’occupazione dei giovani, rafforzando la cooperazione economica e facilitando gli investimenti delle società italiane e francesi”, ha sottolineato il capo dello Stato, citato dalla tv iraniana. Accompagnato da una foltissima delegazione — 120 tra imprenditori e dirigenti delle aziende pubbliche e sei ministri – Rohani ha annunciato la firma di “documenti importanti, road map a medio e lungo termine con Italia e Francia”.
Secondo indiscrezioni riportate dal Financial Times, a Roma saranno siglati accordi per 17 miliardi di dollari, mentre in Francia verrà suggellato il patto per l’acquisto di 114 airbus.
Del bottino italiano, Saipem dovrebbe fare la parte del leone – è attesa un’intesa da 5 miliardi — ma affari d’oro sono in vista anche per Ferrovie dello Stato, Danieli, Condotte, Gavio e Fincantieri.
La cifra complessiva di 17 miliardi sarà raggiunta anche grazie ad alcuni accordi “al buio”, vale a dire settori e opere in cui il governo iraniano si impegna a chiudere appalti con aziende italiane.
L’agenda di Rohani prevede prima un incontro con Mattarella attorno alle 12, seguito da un pranzo al Quirinale (rigorosamente senza vino).
Nel pomeriggio il presidente iraniano vedrà Renzi; seguirà una cena con vista sui Fori. Martedì mattina Rohani interverrà al forum Italia-Iran organizzato da Confindustria e Ice insieme all’ambasciata iraniana. Alle 11 sarà ricevuto da Papa Francesco in Vaticano.
Mercoledì mattina la visita in Italia si concluderà con una conferenza stampa. Atteso anche un incontro con l’ad dell’Eni, Claudio De Scalzi.
Pur non potendo prescindere dai grandi temi politici, la visita a Roma del presidente iraniano sarà soprattutto focalizzata sul rilancio della cooperazione tra i due paesi. Non solo petrolio ed energia, ma anche trasporti, infrastrutture, costruzioni.
Dopo la fine delle sanzioni contro Teheran, infatti, Roma guarda con interesse al grande mercato persiano e non vuole perdere l’opportunità di ritornare il primo partner commerciale dell’Iran.
L’obiettivo è riportare l’interscambio con l’Iran ai livelli del 2010, ovvero a 7 miliardi di euro, e l’export a 2,5 miliardi entro il 2018. Una cifra che nel 2014 è scesa a 1,596 miliardi (con un saldo positivo per l’Italia di 714 milioni). Si prevede, inoltre, che il sistema bancario iraniano possa rientrare nel sistema Swift entro uno-due mesi, permettendo così il ritorno delle normali transazioni finanziarie internazionali finora impedite dalle sanzioni.
Il settore economicamente più rilevante è ovviamente quello del petrolio.
L’Eni ha in Iran una presenza importante dal 1957 ma le sanzioni hanno di fatto bloccato ogni sviluppo.
Ora si attende una revisione del sistema contrattuale e una soluzione, che appare ormai vicina, sugli 800 milioni di arretrati dovuti dalla compagnia statale Nioc. In ogni caso, in autunno è già stata firmata una bozza di memorandum di intesa per l’espansione della cooperazione bilaterale nel campo delle perforazioni petrolifere con la National Iranian Drilling Company.
Vicino sembra anche un accordo per il recupero dei crediti di Sace, esposta per circa 1 miliardo nei confronti della banca centrale iraniana.
Ma a scaldare i motori è anche tutto il settore delle costruzioni per la manutenzione e l’ampliamento di molte infrastrutture nel Paese, dalle autostrade ai porti e soprattutto quello delle ferrovie.
L’Iran programma investimenti infrastrutturali per 15 miliardi di dollari, aperti anche alle iniziative italiane. In ballo la costruzione dell’ammodernamento della rete ferroviaria e della costruzione di una linea di alta velocità con aziende italiane a fare capofila del progetto.
Si parla in particolare della tratta tra Teheran e Mashad e dell’alta velocità tra Teheran e Qom. Sempre su questo fronte, dopo la missione italiana a novembre, si sarebbero aperte altre opportunità tra Fs e ferrovie iraniane con progetti in collaborazione in paesi terzi. Al centro dell’attenzione anche lo sviluppo delle strade, testimoniato dal recente incontro italo-iraniano all’Ance di Roma, presenti Anas e grandi gruppi come Astalli, Impregilo e Salini.
Come spiega Alberto Negri sul Sole24Ore, per Roma è fondamentale essere in “pole position” nella corsa al tesoro iraniano.
“Secondo l’Economist, nei prossimi dieci anni il Pil iraniano potrebbe superare quello di sauditi e turchi. Le potenzialità sono enormi: è il secondo Paese al mondo per le riserve di gas, il quarto per quelle di petrolio, possiede un apparato industriale che produce la maggior parte delle auto del Medio Oriente, è il più importante produttore d’acciaio e venta un settore tecnologico tra i più avanzati della regione che si aspetta ovviamente di fare un salto ulteriore con la fine delle sanzioni”.
Con Mattarella e con Renzi il leader iraniano affronterà anche i principali dossier del Medio Oriente, dalla guerra in Siria alla situazione incandescente nel Golfo Persico, fino al pericolo del terrorismo islamista.
Ai temi della politica estera è dedicato l’incontro, previsto per martedì alla Farnesina, tra il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e il suo omologo iraniano Javad Zarif.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 25th, 2016 Riccardo Fucile
MENO MALE CHE NESSUNO SI ERA MAI ACCORTO DELLE INFILTRAZIONI DELLA MALAVITA NEL COMUNE CINQUESTELLE
Prima minacciato, poi aggredito con una mazza da baseball.
È successo al presidente della squadra calcistica giovanile di Quarto, il comune al centro della vicenda prima giudiziaria sulle infiltrazioni dalla camorra, e poi politica conclusasi con le dimissioni del sindaco Rosa Capuozzo, espulsa dal Movimento 5 Stelle.
Domenico «Nico» Sarnataro, 18 anni, è il presidente della società sportiva Virtus Social Quarto Santa Maria, che milita in terza categoria.
Sullo sfondo, la vicenda della gestione dello stadio Giarrusso: il campo, di proprietà del Comune, fino alla fine dello scorso campionato era stato affidato al team Quarto per la legalità , nato dopo che il presidente della precedente compagine, l’A.s.d Quarto, Castrese Paragliola, era finito in carcere con una condanna a 10 anni.
La società era prima stata sequestrata e confiscata dalla Procura, per poi essere affidata al presidente dell’associazione antiracket Luigi Cuomo.
Per tre anni l’attività era proseguita, fino a quando a fine di luglio 2015 la società era stata messa in liquidazione a causa di 12mila euro di debiti con il Comune proprio relativi all’affitto dello stadio.
Da allora l’amministrazione aveva deciso di gestire direttamente la struttura dello stadio Giarrusso.
La Virtus Social Quarto, presieduta da Nicola Sarnataro, nata in parrocchia, all’insegna – si leggeva nel comunicato del mese di agosto – dei valori di serietà e correttezza e attorno alla quale è nato anche un progetto sociale, gioca nello stadio «conteso» ma si allena presso una struttura privata, dal momento che il regolamento per l’utilizzo dello stadio non è ancora stato pubblicato.
Nella struttura però si allena il Quartograd, che alla fine dello scorso mese di dicembre era finito al centro della bufera per un triangolare a cui avevano partecipato quelle che in paese vengono chiamate le «Vecchie glorie».
Ovvero i giocatori della squadra che aveva vinto nel campionato di Eccellenza nella stagione 2006-2007. Quella presieduta proprio da Paragliola.
E infatti sugli spalti c’era anche il figlio Sabbatino.
«Lo sport può salvare i ragazzi dalla malavita» aveva detto in un’intervista Sarnataro, dall’età di 14 anni attivo al fianco di numerose associazioni tra cui Libera .
Dall’inizio del campionato però, ha raccontato ai carabinieri lo stesso presidente, erano iniziate le prime minacce contro squadra e giocatori.
Su Facebook, poi fogli lasciati negli spogliatoi. Fino alla violenza: venerdì il 18enne stava tornando a casa a piedi quando è stato avvicinato da uno scooter con a bordo due persone.
Uno di loro è sceso e l’ha colpito con una mazza da baseball per poi gridare – come si legge su Il Mattino – «Uomo di merda così impari».
Il ragazzo, visito in ospedale, guarirà in sette giorni, e ha presentato una nuova denuncia ai carabinieri.
«Tutto ciò ci lascia sgomenti e senza parole – si legge in un comunicato del Comune – L’Amministrazione comunale esprime la più sentita vicinanza al giovane Nico Sarnataro con l’augurio per lui e per tutta la città di un veloce riscontro della magistratura».
Annalisa Grandi
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 25th, 2016 Riccardo Fucile
CHIEDONO CONVOCAZIONE A ROMA PRESSO IL MINISTERO
L’Ilva di Cornigliano occupata, il traffico del Ponente di Genova bloccato per la manifestazione dei
lavoratori di Fiom e Fialms in difesa dell’Accordo di Programma. “Questa mattina abbiamo fatto l’assemblea generale di tutti i lavoratori – spiega Bruno Manganaro, segretario generale Fiom Genova – e abbiamo deciso di fare assemblea permanente a tempo indeterminato, bloccando gli impianti. Attualmente l’azienda è completamente ferma, i lavoratori sono in strada. La nostra richiesta è semplice: vogliamo una trattativa vera con il Governo sul processo di vendita. A Genova il Governo sta mettendo in discussione l’accordo di programma, rifiuta di incontrarci, mette in discussione gli impianti, lo stabilimento, i lavoratori genovesi. È una presa in giro, e non ne vogliamo parlare solo con i tecnici, vogliamo un incontro politico. Con il Ministero, la Presidenza del Consiglio, il Governo, per mettere in chiaro che la vendita sarebbe un problema vero, e va rispettato l’accordo”
L’assemblea dei lavoratori dell’Ilva convocata questa mattina da Fiom e Failms ha deciso l’occupazione della fabbrica per alzata di mano.
I lavoratori sono scesi in strada e hanno occupato la rotonda che si trova tra via Guido Rossa e il terminal Spinelli a Cornigliano con due grandi mezzi. Sono stati incendiati alcuni copertoni e un cassonetto è stato rovesciato in strada. Il traffico è stato bloccato.
Poi il corteo si è mosso in direzione della stazione, che si trova a poche centinaia di metri dallo stabilimento. Alla manifestazione non prendono parte Fim-Cisl e Uilm, che hanno preso le distanze dalla scelta di Fiom e Failms.
“Ci vuole una vera convocazione per l’incontro a Roma, non una data su una mail” ha detto il segretario Fiom Bruno Manganaro. L’intenzione è di non riprendere il lavoro finchè non sarà garantito che all’incontro – fissato per il 4 febbraio – partecipi anche il ministro Federica Guidi, titolare dello Sviluppo Economico, o Giuliano Poletti, ministro del Lavoro.
Al momento il traffico è fermo all’altezza della rotonda di via Guido Rossa, ma un gruppetto di manifestanti ha occupato anche via Cornigliano e dato fuoco a cassette della frutta e altri rifiuti trovati accanto ai cassonetti.
Nelle intenzioni dei manifestanti anche lo stop alla stazione ferroviaria e al casello autostradale di Genova-Aeroporto, al momento bloccata in entrata e in uscita. Pesanti le ripercussioni sul traffico da e per il ponente.
“Pensiamo che il governo abbia dato uno schiaffo alla città di Genova oltre che ai lavoratori dell’Ilva – ha aggiunto Manganaro – Il governo vuole superare lo scoglio del 10 febbraio senza intimorire i privati con l’accordo di programma di Cornigliano. Il governo senza dichiararlo sta strappando l’accordo di programma, per questo dobbiamo alzare la voce per difendere reddito, posti di lavoro e stabilimento”.
(da agenzie)
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Gennaio 24th, 2016 Riccardo Fucile
DAL CENTRALISMO DECISIONISTA DI RUINI AL DECENTRAMENTO AUTONOMISTA DI FRANCESCO… SI FRONTEGGIANO LE VISIONI DI BAGNASCO E GALANTINO
Più che un “Family” a questo punto si annuncia un “D” DAY. Una conta e una resa dei conti. Tra la Chiesa e le sue diverse anime, all’interno. E tra i vescovi e l’universo arcobaleno, all’esterno. Passando dalla mediazione diplomatica e trasversale a una discussione dialettica e frontale, senza ombrelli e triangolazioni di sorta: “Il dialogo con le istituzioni è un compito vostro e non è facile”.
Già , non è facile. Con tre anni di ritardo sulla sterzata, e strigliata, di Bergoglio, del 23 maggio 2013, la CEI misura il guado e intraprende il pellegrinaggio più arduo della sua storia, mentre il Papa, nel discorso alla Rota Romana, interviene a dirimere qualsivoglia esitazione e a imprimere una ulteriore accelerazione: avanti tutta.
Il dado è tratto e non ci si può tirare indietro.
Dal centralismo decisionista di Ruini, autoritario eppure autorevole, al decentramento autonomista di Francesco, creativo però impulsivo, cercando nel frattempo di non perdere terreno, nell’interregno del tandem Bagnasco – Galantino.
Insomma scuola guida e prove tecniche di transizione, a bordo di una vettura dai comandi doppi e nella curva, sempre più stretta, del dibattito parlamentare sulle unioni civili.
Politicamente parlando si tratta di una duplice acrobazia. Confronto in piazza e piazze a confronto.
Un salto mortale che sabato 30 gennaio atterra senza rete nell’arena del Circo Massimo e corre seriamente il rischio di farsi male: come accadde lo scorso 20 giugno, quando il pittore spagnolo Kiko Argà¼ello, carismatico capo dei neocatecumenali, sanzionò pubblicamente il segretario dei vescovi, davanti a un esercito di centomila seguaci, armati di biberon e carrozzine, scatenando all’istante un consenso entusiastico e incassando all’indomani la censura ecclesiastica, con tanto di nota ufficiale. Mai udito prima sotto il cielo di Roma.
Niente a che vedere con il debutto del 2007, quando il copione era scritto in anticipo e il lieto fine compreso nel biglietto d’invito.
Questa volta il Consiglio Permanente della CEI, vale a dire lo stato maggiore, chiamato a imbastire una strategia, somiglia piuttosto a un direttivo del PD vecchia maniera, dove i verdetti restano appesi e aperti a sorprese, con ampio margine d’improvvisazione.
Per il diletto dei cronisti e nel dilemma dei protagonisti, che rispondono al nome di Angelo Bagnasco da Genova e Nunzio Galantino da Cerignola.
I francesi non esiterebbero a definirla “drà’le de cohabitation”, ossia una coabitazione un po’pazza: tra un presidente conservatore, che interpreta tuttavia il sentimento della base, formatasi nel verbo dei precedenti pontificati, e un segretario progressista, imposto dal Papa rivoluzionario e preposto a sovvertire i rapporti di forza, mediante una infornata di nuove nomine.
Bagnasco è un ammiraglio di lungo corso, campione di gerarchie liguri che hanno raggiunto il culmine dell’egemonia nell’era di Ratzinger.
Una classe dirigente che oggi rifiuta di ammainare bandiera e manifesta sorprendenti abilità manovriere. Emulo del concittadino Andrea Doria nella capacità , e disinvoltura, di tessere nuove alleanze, volgendo in suo favore gli spifferi delle sacre stanze. Figuriamoci se si tratta di una ventata come quella del discorso alla Rota: “Non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione”.
Monsignor Galantino è invece un nostromo dai modi energici, saldamente insediato in plancia.
Padrone ormai assoluto della sala macchine, dall’ufficio centrale ai media ecclesiali, ma non ancora dell’equipaggio, arruolato nelle liste della vecchia gestione.
Ragion per cui, memore dei suoi studi antropologici, tende a modificare non solo il profilo ideologico, ma sociologico dell’episcopato, pescando tra i parroci di periferia e facendoli promuovere nelle sedi che contano.
Cresciuto sotto il segno dello scudo crociato, con ascendente falce e martello, da padre democristiano e nella contrada che dette i natali a Di Vittorio, il segretario CEI conduce tenace la marcia dei peones, da un capo all’altro della penisola, ridistribuendo zucchetti di eccellenza e zone d’influenza, con l’ingresso ai piani alti Corrado Lorefice e Matteo Zuppi, nuovi arcivescovi di Palermo e di Bologna, preti di strada e new entries del consiglio.
Per contro, e in risposta, l’aristocratico Bagnasco spariglia il tavolo, riscoprendosi democratico e appellandosi al laicato, dalla fanteria mobile del cammino neocatecumenale a quella immobile delle sentinelle della vita, che Galantino liquidò sbrigativo, con dalemiano sarcasmo. “ll dialogo con le istituzioni è un compito vostro!”.
L’Italia non sarà una priorità dei successori di Pietro, come in passato, ma rimane pur sempre un primato della Chiesa. Un ormeggio sicuro al quale un figlio di emigranti, navigatore degli oceani, non pensa di rinunciare, dopo il naufragio del referendum irlandese.
Mentre nel fronte laico e tra i suoi profeti si sta facendo strada un dubbio amletico: che Bergoglio in fondo non sia così liberal come vuol sembrare, persino a se stesso. Sociale e socialista, dove nessun pontefice si era spinto, questo sì. Ma meno aperturista e innovatore di come viene dipinto.
Che il Papa gesuita, venuto dai confini del mondo, non intenda cioè superare il confine della dottrina. Più simile a Peron che al Cardinale Martini. Pronto a disfarsi della mozzetta e a confondersi con il popolo.
Descamisado tra le gente, tirando sassi alle finestre del palazzo. Ma indisponibile a spogliarsi dell’habitus fidei e a pagare il prezzo, indispensabile, del compromesso, per rivestire i costumi del nostro tempo e celebrare il connubio con la modernità .
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 24th, 2016 Riccardo Fucile
E’ ATTIVISTA DI AMNESTY: “ALLAH NON VUOLE DIFFERENZE”
In piazza, a Milano, c’era anche Wajahat Abbas Kazmi. 30 anni, sceneggiatore, attivista di Amnesty,
da 10 vive a Bergamo, ma è cresciuto in Pakistan. Ed è musulmano. Suona strano? Non per lui, che ha lanciato una campagna mondiale per rompere pregiudizi e tabù sull’Islam e l’omosessualità , con un hasthtag su sfondo arcobaleno: “Allah loves equality”.
Allah ama l’uguaglianza. Ma le comunità islamiche hanno aderito al Family Day.
«Dopo gli attentati di Parigi sono stato molto contento nel vedere i musulmani scendere in piazza al grido di “Not in my name”, per difendere l’Islam e contro il terrorismo. Ma subito ho realizzato che nessuno invece parla mai dei diritti Lgbt tra gli islamici. Ho pensato ai tanti amici, gay, lesbiche e transgender, che in Pakistan vivono di nascosto, come se non esistessero. Li ho contattati per la mia campagna, ma nessuno ha voluto metterci la faccia. Li capisco. Io vivo qui, loro lì e rischiano la vita. Così l’ho fatto io, a nome di tutti, al massimo verranno a uccidere me».
Ma lei è gay?
«Preferirei non rispondere, e sa perchè? Perchè penso non si debba essere omosessuali per parlare a favore dei diritti dei gay. Basta essere umani. E senza le unioni civili l’Italia dimostrerebbe di non avere umanità , sarebbe come il Pakistan».
In Pakistan è prevista la pena di morte per i gay, come in altri otto Paesi islamici. Qui no.
«E’ vero. La gente omosessuale in Pakistan vive nell’assoluta discriminazione ogni giorno, ma anche in Italia le discriminazioni si fanno sentire».
Ha ricevuto minacce?
«Tante. Ma anche tanti incoraggiamenti da gay musulmani in giro per il mondo».
Come vive un gay in Pakistan?
«Si costruisce una falsa identità . I gay si sposano con le donne per copertura, le lesbiche con gli uomini. Invece i transgender vivono proprio senza identità . Non hanno nemmeno i documenti, vengono picchiati, insultati nei posti pubblici. Noi li chiamiamo hijra. I genitori non li mandano a scuola e sia in India sia in Pakistan vengono usati per ballare nei matrimoni. Il motivo principale di quest’atteggiamento è che la popolazione musulmana pensa che le relazioni omosessuali siano vietate dalla religione».
In effetti la maggior parte delle interpretazioni delle sure e la sharia, la legge islamica, proibiscono i rapporti omosessuali, perchè li considerano atti contro Dio.
«Dio è la luce del sole che illumina ugualmente uomini e donne. Siamo noi a creare le differenze. Nel Corano si parla di transgender o bisex? Non mi pare. Da secoli ognuno lo traduce adattandolo ai propri bisogni. Ma nel libro sacro c’è scritto chiaramente: “Nessun essere umano deve essere assoggettato da un altro essere umano”. Allah ama l’uguaglianza».
Ricorda una condanna a morte per omosessualità in Pakistan?
«In Pakistan no, ma sono certo che se vai da un imam e gli dici che sei gay, ti uccidono. Ricordo invece esecuzioni in Iran. Laggiù ti permettono di scegliere: di diventare una donna, se sei passivo, di sposarti, se invece sei attivo. Democratici, eh?».
Ilario Lombardo
(da “La Stampa”)
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Gennaio 24th, 2016 Riccardo Fucile
CINQUE RAGAZZINE DI BRESCIA SI PROSTITUIVANO CON UOMINI CONTATTATI GRAZIE A PROFILI SOCIAL… VENGONO DA FAMIGLIE SENZA PROBLEMI ECONOMICI
La 15enne ha lasciato gli agenti della polizia di Brescia senza parole.
Non ha negato, anzi, ha confessato tutto in modo disinibito.
Come se fosse naturale: «Se magari volevo un paio di jeans nuovi mi proponevo al primo che mi metteva gli occhi addosso. Ero sempre pronta a un rapporto sessuale».
Dopo l’inchiesta che ha portato a smantellare un giro di prostituzione minorile maschile arrestando un untore sieropositivo che infettava le vittime con il virus Hiv per «vendicarsi» della malattia contratta, un nuovo caso di degrado giovanile scuote la provincia di Brescia. Protagoniste cinque ragazze tra i 15 e i 16 anni cresciute in contesti senza alcun problema economico.
Compagne di scuola, amiche di vita, baby squillo per pagarsi l’aperitivo o l’uscita del sabato sera.
Si vendevano a uomini di tutto il nord Italia per dieci, venti, trenta euro a seconda della prestazione sessuale richiesta.
Non solo: per incrementare il fatturato le ragazzine si prostituivano in cambio di ricariche telefoniche da cinque euro anche ai compagni di scuola, un istituto professionale della città , a tal punto che il preside era arrivato a far presidiare dai bidelli i bagni.
Tutto è partito da una madre che, insospettita dai rientri a notte fonda della figlia, in due casi accompagnata da un 70enne (che sembra uscirne pulito), si è informata sulle prestazioni scolastiche.
In aula la giovane ci andava pochissimo e la mamma, con sospetti sempre più forti, si è rivolta alla Polizia Provinciale di Brescia.
«Credo che mia figlia si prostituisca», il succo.
Gli agenti hanno ricostruito l’intera vicenda con non poche difficoltà : all’inizio le cinque baby squillo si servivano di un 30enne bresciano come intermediario, poi, avevano iniziato a gestire da sole il proprio giro.
Non usavano le normali chiamate del telefono ma contattavano i clienti con profili falsi creati ad hoc sui social network: il giro arrivava fino a Bergamo, Mantova, Torino e Milano, gli incontri si tenevano sopratutto nei parcheggi del centro commerciale Freccia Rossa di Brescia.
La giovane, figlia di genitori separati e sentita dagli agenti, ha confessato la sua attività in modo disinibito e, nonostante le smentite delle altre ragazze coinvolte, l’attività investigativa è proseguita e resta tuttora da chiarire se le giovani fossero coordinate da qualche figura adulta o, come sembra, tenessero il proprio giro di clientela in modo autonomo.
Il primo indagato è un 45enne di Brescia accusato di induzione e sfruttamento della prostituzione minorile, sembra che aiutasse le ragazzine a adescare uomini adulti e più facoltosi: è stato l’unico cliente a contattare le baby squillo con il telefono.
(da “il Corriere della Sera”)
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