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COME TRAVAGLIO DISTORCE LA VERITA’ SULLA CLASSIFICA DI REPORTER SANS FRONTIERES

Aprile 27th, 2017 Riccardo Fucile

E ALLA FINE DA’ RAGIONE A RSF, MA E’ TROPPO IMPEGNATO A DIFENDERE GRILLO PER ACCORGERSENE

Oggi Marco Travaglio è riuscito a confezionare un editoriale che è un piccolo capolavoro.
Dal momento che il direttore del Fatto Quotidiano si è assunto l’arduo compito di essere il difensore d’ufficio di Beppe Grillo e del MoVimento 5 Stelle oggi gli è toccato attaccare Reporter sans frontieres per rispondere alle accuse rivolte a Grillo e al M5S.
Lo ha fatto nel modo più prevedibile: ovvero accusando Rsf di aver raccontato fake news sul conto del partito di Grillo e dei suoi rapporti con i giornalisti.
L’editoriale di Travaglio arriva giusto in tempo per fare il coro a quanto scritto da Grillo ieri sul blog.
Anzi, per certi versi è la parafrasi di quello che ha scritto il Capo Politico del MoVimento. Quasi che Grillo sia il ghost writer di Travaglio (oppure è il contrario?). Già  il fatto che l’Italia abbia risalito 25 posizioni nella classifica piazzandosi al 52° posto costituisce uno smacco per Travaglio.
Il celebre giornalista ora non potrà  più presentarsi come l’unico giornalista libero in un Paese “al 77° posto nella classifica della libertà  di stampa”.
Poco male, perchè se la classifica — che ha tutti i problemi che conosciamo — certifica che la situazione italiana è migliorata basta dire che quelli di Rfs raccontano balle.
Se ieri Grillo scriveva che Reporter sans frontieres era stata contattata “dai direttori dei giornali per cambiare la classifica” per Travaglio “Reporter Sans Frontières si è bevuta la fake news secondo cui in Italia la libertà  di stampa è minacciata da Grillo”. Curiosamente anche nel 2015 Rfs citava il MoVimento 5 Stelle tra i fattori che limitavano la libertà  di stampa in Italia, ma l’anno scorso Travaglio evidentemente era distratto.
Seguendo con precisione lo schema tracciato da Grllo sul blog Travaglio passa ad enumerare le numerose fake news delle quali è stato vittima il M5S.
La tesi è semplice: può un partito spesso accusato ingiustamente dai giornali “di regime” al tempo stesso costituire un rischio alla libertà  di stampa?
Per essere più chiaro Travaglio cita ad esempio la vicenda dell’incontro tra Raffaele Marra e Luigi Di Maio. Dimenticando di dire però che a raccontare il fatto fu proprio Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano.
E che dire di quando il 27 gennaio 2017 Travaglio preso dall’ansia di difendere la Raggi raccontò che i Poteri Forti volevano far fuori la sindaca di Roma “per poter fare le Olimpiadi a Roma”? Una balla, direbbe lui.
Naturalmente il trucco qui è far credere che Reporter sans frontieres misuri la qualità  dell’informazione quando in realtà  il rapporto si occupa d’altro.
Reporter sans Frontieres invece analizza, senza criteri di rilevazione assoluti, lo stato della libertà  per i giornalisti di fare il proprio lavoro.
La classifica va presa con le pinze perchè il punteggio non viene assegnato in maniera uniforme e si basa sulla percezione che ne hanno i referenti della Ong.
Le fake news, che pure sono un problema e che vengono spesso diffuse da portavoce pentastellati, non vengono prese in considerazione.
Dall’editoriale di Travaglio dobbiamo quindi togliere tutta la considerazione sulle “balle” contro il M5S. Cosa resta?
Restano queste righe nelle quali il direttore del Fatto, dopo aver acussato Rfs di aver abboccato alle fake news ci dice che sì, qualche problema con i giornalisti il M5S ce l’ha.
Curiosamente si tratta delle stesse considerazioni che ha fatto Reporter sans frontieres laddove scrive: “il livello di violenza contro i giornalisti (intimidazioni verbali e fisiche, provocazioni e minacce) è allarmante, soprattutto nel momento in cui politici come Beppe Grillo, del Movimento Cinque Stelle non esitano a fare pubblicamente i nomi dei giornalisti che a loro non piacciono”.
Ed è questo il capolavoro di Travaglio, riuscire a dire la verità  sul M5S facendo finta che Rfs abbia detto una balla.
Reporter sans frontieres non dice che “è tutta colpa di Grillo”, ma che l’atteggiamento di Grillo e del M5S nei confronti della stampa è dello stesso tipo di quello adottato da Donald Trump nei confronti di alcuni media “sgraditi”.
Fa piacere che Travaglio se ne sia accorto, in fondo bastava leggere l’analisi di Reporter sans frontieres per capirlo.
Ma Travaglio ha preferito leggere il post di Grillo.

(da “NextQuotidiano”)

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LA LEGA ESPELLE GENTILINI, IL PRIMO SINDACO SCERIFFO D’ITALIA

Aprile 27th, 2017 Riccardo Fucile

LUI REPLICA: “ME NE SBATTO, NON HO NULLA A CHE FARE CON QUESTI POLTRONISTI, APPARTENGO ALLA LEGA DELLE ORIGINI”

Ripudiato dalla Lega Nord, cacciato dopo vent’anni di militanza. Chi poteva immaginare un destino così crudele per Giancarlo Gentilini, ex sindaco di Treviso, il primo a portare sul petto la stella di sceriffo accanto alla fascia tricolore.
Ora il suo partito lo allontana a causa delle dichiarazioni fatte alla “Tribuna di Treviso” sulle nomine pilotate in una società .
E a 87 anni suonati è costretto a ingoiare il rospo di un’espulsione su pubblica piazza. “Io me ne sbatto. Sono un leghista del 1994, non ho niente a che fare con questi qua”.   Il gergo è come sempre colorito. Il piglio autoritario. Dalla sua ha l’esperienza e, dice, i consensi della gente.
Nel 1997, da sindaco, fece togliere le panchine davanti alla stazione ferroviaria perchè durante il giorno le utilizzavano gli extracomunitari. È stato forse il primo sindaco-sceriffo d’Italia, innamorato della tolleranza zero e di quella Lega dura e pura a cui ha giurato fede eterna. Il nome e la fama di Giancarlo Gentilini hanno oltrepassato ben presto i confini della sua terra, la Marca trevigiana. Erano i primi rigurgiti di populismo. Nel bene o nel male era diventato un simbolo per il Carroccio. “La mia Lega era un movimento che guardava più alle città  e a cittadini, non certo alle poltrone”.
Il punto, per Genty, è proprio questo. Stanco di assistere in silenzio alla guerra intestina al Carroccio per la guida di Ascopiave (società  quotata in borsa che realizza e gestisce impianti di gas metano), è uscito allo scoperto e non si è risparmiato. “Sono schifato”, è stato il suo commento, dopo aver dipinto alcune nuove leve della Lega trevigiana come persone legate più che altro alla poltrona.
La critica   ha finito per mettere in discussione la gestione del segretario regionale Toni Da Re e di quello provinciale Dimitri Coin. Quest’ultimo lo ha detto senza mezzi termini: “D’ora in poi Giancarlo Gentilini è fuori”.
Ciò significa che   la lista presente nel Consiglio Comunale di Treviso a nome Gentilini non sarà  più   d’appoggio alla Lega Nord.
Non si tratta di un’espulsione vera e propria solo perchè la segreteria provinciale non può praticarla. Avendo più di 10 anni di appartenenza al partito, un eventuale “cartellino rosso” spetta solo alla segreteria federale. Che chiaramente è stata informata.
“Questa non è più la Lega rivoluzionaria che nel 1994 ha sbaragliato tutti gli avversari. Questo è solo un partito che mira a collezionare cariche dorate. Me ne sbatto della loro espulsione. Gli auguro i successi che ho avuto io”, continua Gentilini come un ariete. “In tutti questi anni di carriera mi avevano proposto la Regione e anche il Parlamento europeo ma ho sempre rifiutato perchè il mio interesse principale sono i cittadini. Io amo i miei cittadini e li ho sempre difesi da tutto e da tutti”.
Nato il 3 agosto 1929 a Vittorio Veneto, è stato sindaco di Treviso la prima volta dal 1994 al 1998. Poi la riconferma dal 1998 al 2003. Non potendosi ricandidare come sindaco per la terza volta consecutiva, è stato eletto consigliere comunale (con oltre 3 mila preferenze) e ha ricoperto la carica di vicesindaco dal 2003 al 2013 (con sindaco Gian Paolo Gobbo).
Il suo mandato è una crociata perenne contro immigrati e clandestini. Erano gli anni in cui cominciava a montare la rabbia nei confronti del diverso. Gentilini il suo popolo lo infiammava così: “Voglio la rivoluzione contro chi vuole aprire le moschee e i centri islamici. Qui ci sono anche le gerarchie ecclesiastiche che dicono “lasciate anche loro pregare”. No! Vadano a pregare nei deserti. Aprirò una fabbrica di tappeti e regaleremo i tappeti ma che vadano nei deserti”.
Ne aveva anche per gli omosessuali: “Darò immediatamente disposizioni alla mia comandante (dei vigili) affinchè faccia pulizia etnica dei culattoni. I culattoni devono andare in altri capoluoghi di regione che sono disposti ad accoglierli. Qui a Treviso non c’è nessuna possibilità  per culattoni o simili”. La gente applaudiva, l’odio cresceva. Nel 2013 una nuova candidatura a primo cittadino, pure con qualche allusione al ventennio mussoliniano.
Tuttavia, il successo sperato non c’è stato e il centrosinistra con Giovanni Manildo ha messo la sua bandierina nella roccaforte leghista. Ora il Carroccio si prepara ad affrontare la prova delle urne del prossimo anno, stavolta pare senza Gentilini. “Vedremo cosa ne pensano i cittadini” sghignazza beffardo lo sceriffo di Treviso.

(da “La Repubblica”)

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FALSO DOSSIER CONTRO DE VITO NELLA GUERRA INTERNA AL M5S, ALMENO DUE INDAGATI

Aprile 27th, 2017 Riccardo Fucile

IL PM: CALUNNIATO DE VITO… FU ACCUSATO DAI SUOI COLLEGHI   RAGGI, FRONGIA E STEFANO

Ha ora un’ipotesi di reato – la calunnia – e almeno due indagati, il fascicolo aperto a fine gennaio dalla Procura di Roma per il presunto dossieraggio ai danni dell’attuale presidente dell’assemblea capitolina Marcello De Vito. All’inizio del 2016 “fatto fuori” dalla corsa per le Comunarie indette dal M5S per individuare il candidato sindaco della capitale, sulla base di un’accusa – aver trafficato su una licenza edilizia – poi rivelatisi del tutto falsa.
Accelera dunque l’inchiesta sul “processo” interno, ordito con prove fasulle dagli ex colleghi di De Vito in consiglio comunale, avviato dopo l’esposto presentato l’estate scorsa dal senatore di centrodestra Andrea Augello. Furono infatti Virginia Raggi, Daniele Frongia ed Enrico Stefà no – i primi due all’epoca in gara contro il candidato cinquestelle che, più di un anno fa, partiva favorito nella consultazione fra gli iscritti – a sollevare il sospetto che lo sfidante sostenuto dalla deputata Roberta Lombardi avesse commesso un abuso d’ufficio nel corso del suo mandato in Campidoglio.
A provarlo non solo la ricostruzione dei fatti dipanatisi tra fine 2015 e gennaio 2016, ma pure le chat dei consiglieri comunali e municipali in cui, alla vigilia del voto online, De Vito venne definito “inaffidabile come candidato sindaco”. La colpa? Essersi avvalso qualche mese prima, il 19 marzo, del potere concesso a tutti i consiglieri comunali (lo stesso esercitato per ottenere i famosi scontrini di Ignazio Marino) per avere dagli uffici capitolini “tutte le notizie e le informazioni in loro possesso, utili all’espletamento del proprio mandato”.
Nel caso di specie, aveva compiuto un accesso agli atti – su richiesta, si chiarirà  in seguito, di Paolo Morricone, avvocato del M5S in Regione – per verificare se un presunto condono in un seminterrato della zona Aurelia fosse stato autorizzato dietro il rilascio di una mazzetta. “Ragazzi scusate, ma per verificare il pagamento di una mazzetta fai un accesso agli atti? E perchè non vai dalla polizia?”, commentò sarcastica Raggi in chat. Un’accusa peraltro già  sostenuta il 28 dicembre 2015 durante la riunione organizzata dai soliti tre con gli eletti municipali, all’insaputa di De Vito medesimo.
A suffragare l’ipotesi della Procura, tuttavia, c’è un elemento considerato decisivo. Il 7 gennaio 2016 l’ancora ignaro “imputato” viene convocato – insieme a Raggi, Frongia e Stefà no – alla Camera.
Alla presenza dei deputati Alessandro Di Battista e Carla Ruocco (allora membri del direttorio, poi sciolto), di Roberta Lombardi, Paola Taverna ed Enrico Baroni, con i capi della Comunicazione Rocco Casalino e Ilaria Loquenzi a far da supervisori, i tre colleghi accusano “Marcello” di abuso d’ufficio, esibendo il parere di un autorevole legale. Daniele Frongia, che però successivamente negherà  questa circostanza, addirittura lo sventolerà , senza però dire – di fronte alle insistenze di un De Vito visibilmente scosso e incredulo – quale avvocato lo aveva redatto. Uscito da Montecitorio, lui torna a casa per cercare tutti i documenti che provino la sua estraneità .
Li trova e, quella stessa sera, scrive una mail in cui non solo spiega che “l’accesso agli atti è stato correttamente richiesto per le motivazioni di cui alla mail di Paolo Morricone, nostro avvocato regionale, che riporto di seguito (e che allego)”, ma chiede, visto che “la vicenda è molto grave”, di “valutare ciò che si è verificato oggi nei miei confronti, alla luce delle accuse che mi sono state mosse”. Ma ormai il danno è fatto.
Grazie all’operazione di discredito e, pure, alle defezioni strategiche (Frongia si ritirerà  dalla corsa per far confluire i suoi voti su Raggi), l’avvocata grillina vincerà  le Comunarie e diventerà  poi il primo sindaco donna di Roma.
Nonostante le proteste di Lombardi e Taverna, la quale addirittura in una mail partita per sbaglio definirà  quella riunione come “uno squallido tribunale speciale”.
“Tribunale speciale” che, però, proprio perchè allestito alla Camera e non in una sede di partito, con i parlamentari nell’esercizio delle loro funzioni e dunque in qualità  di pubblici ufficiali (come più volte stabilito dalla Cassazione penale), invera l’ipotesi di calunnia ai danni di De Vito. Calunnia che ricorre quando viene incolpato di un reato una persona di cui si conosce l’innocenza, o quando si simuli a carico di quest’ultima le tracce di un reato. Esattamente ciò che è accaduto all’attuale presidente dell’Aula Giulio Cesare in quei torbidi mesi di veleni e guerre interne al M5S.
“Non ci sono indagati per calunnia nell’inchiesta sul presunto dossieraggio ai danni dell’attuale presidente dell’assemblea capitolina Marcello De Vito, fatto fuori sulla base di false accuse all’inizio del 2016 dalla corsa per le Comunarie indette dal Movimento Cinque Stelle per la scelta del candidato sindaco”.

(da “La Repubblica”)

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GASDOTTO TAP, BLITZ NELLA NOTTE DELLA POLIZIA CON LE RUSPE, MINNITI ORDINA LA CARICA DEI CAVALLEGGERI

Aprile 27th, 2017 Riccardo Fucile

MINNITI NON TROVA IGOR DA UN MESE, MA MOSTRA I MUSCOLI CON CHI DIFENDE IL TERRITORIO… ZONA MILITARIZZATA

ll cantiere per la realizzazione del gasdotto Tap a Melendugno (che porterà  in Italia il gas dell’Azerbaijan) è stato militarizzato prima dell’alba: intorno alle 9 si erano già  conclusi senza incidenti i lavori per la messa in sicurezza di 43 ulivi.
Le forze dell’ordine si sono concentrate a Lecce poco dopo la mezzanotte e hanno raggiunto in massa località  San Basilio, dove da 42 giorni è attivo un presidio di manifestanti contro la realizzazione dell’infrastruttura.
Una cinquantina di attivisti sono stati bloccati all’interno del terreno privato, di fronte all’ingresso del cantiere, che era stato trasformato in presidio.
Immediato è scattato il tam tam sui social network e altre decine di persone hanno raggiunto la zona per dare forza alla protesta.
Per liberare le strade interpoderali di accesso al cantiere dalle barricate innalzate dai manifestanti nei giorni scorsi, sono state utilizzate delle ruspe e poi istituiti posti di blocco agli accessi, che hanno impedito l’arrivo in massa di manifestanti.
La zona della protesta è stata raggiunta a piedi attraverso la pineta e le campagne.
Il blitz è giunto inaspettato, poichè nei giorni scorsi sembrava essere stata siglata una tregua tra la multinazionale Trans Adriatic Pipeline e il Comune di Melendugno, in relazione alla possibilità  di mettere in sicurezza i 43 ulivi rimasti nell’area di cantiere. In totale erano 211 gli alberi da espiantare in questa prima fase di lavori (2.000 per la realizzazione complessiva) e, secondo gli impegni della società , tutti saranno ripiantati al loro posto a interventi conclusi.
Il cantiere di Melendugno è stato aperto il 17 marzo e le attività  delle ditte incaricate da Tap di espiantare gli ulivi e trasferirli in un sito di stoccaggio sono state ostacolate da continue manifestazioni.
Nei giorni 21, 28 e 29 marzo le forze dell’ordine hanno forzato i blocchi dei manifestanti, che cercavano di bloccare l’ingresso dei mezzi nel cantiere. Il primo aprile sono stati invece famiglie e bambini a impedire il passaggio dei camion.
A seguire il Tar Lazio aveva accolto una richiesta di sospensiva dei lavori da parte della Regione ma, dopo la tregua di Pasqua, è stato lo stesso Tribunale anministrativo a dare definitivamente il via libera alla conclusione degli interventi di espianto. Tap aveva comunque manifestato la disponibilità  a non stare gli ultimi 43 alberi dal cantiere, mettendoli in sicurezza in dei grandi vasi e, per effettuare questi lavori, è stato disposto di militarizzare l’area per consentire l’accesso a due gru e cinque camion nonche agli operai.
Il Movimento No Tap ritiene infatti che gli ulivi che devono rimanere a San Basilio debbano essere mantenuti nella terra per evitarne la morte.
L’Osservatorio fitosanitario regionale, invece, dopo il sopralluogo del 24 aprile, ha certificato la possibilità  di spostare le piante in vasi di tre metri, che sono stati posizionati in fondo al cantiere.
Proprio all’osservatorio fitosanitario è stata indirizzata una lettera del sindaco di Melendugno, Marco Poti, che ha chiesto un urgente sopralluogo dei tecnici nel sito di stoccaggio di Masseria del Capitano (dove erano già  stati portati 157 alberi) “per verificare le condizioni di salute degli ulivi”.
Il primo cittadino per la prima volta non ha partecipato alle manifestazioni davanti al cantiere: “Non sono andato perchè qualcuno ha voluto mettere in difficoltà  le istituzioni di questo Paese, cercando di mettere i sindaci contro la popolazione che vuole manifestare”.
“Con dispiacere abbiamo visto di nuovo centinaia di uomini delle forze dell’ordine che hanno fatto servizio di sicurezza a una società  straniera – ha aggiunto Potì – e requisito un pezzetto del mio territorio. Non so se chi ha responsabilità  politiche, i ministri dll’Interno e dello Sviluppo, si rende conto che un’opera del genere non può essere fatta contro il volere della popolazione”.

(da “La Repubblica”)

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CAOS M5S GENOVA, L’ULTIMO ROUND IN AULA

Aprile 27th, 2017 Riccardo Fucile

E CASSIMATIS PENSA A UNA LISTA AUTONOMA COME ESTREMA RATIO

Due udienze cruciali nello spazio di pochi giorni; il candidato fedelissimo di Beppe Grillo, Luca Pirondini, che presenta il programma e rivendica la titolarità  esclusiva sul simbolo; la prof ribelle Marika Cassimatis, al momento riabilitata dai giudici, che pensa a una lista autonoma e valuta la possibilità  d’una diffida per bloccare l’avversario.
La nebbia che da settimane avvolge il percorso del Movimento cinque stelle verso le elezioni comunali di Genova, si diraderà  nello spazio di due settimane massimo, registrando un paio di passaggi clou a palazzo di giustizia fra domani e mercoledì.
Ma intanto Pirondini lancia il sito della sua campagna e il simbolo pentastellato è in bella vista: «Gli altri candidati nascondono i segni dei partiti, noi lo mettiamo in primo piano».
L’orchestrale sa quanto il suo percorso sia stato accidentato finora; ma dopo il silenzio gioca allo scoperto: «I magistrati non si sono espressi su chi debba essere il candidato sindaco. Siccome Cassimatis e due esponenti della sua lista sono stati sospesi (da Grillo, ndr) solo io ho i requisiti».
Poi giustifica l’ingerenza del capo sul voto locale: «Il M5S si è preso la responsabilità  di dire che l’11 giugno, a Genova, ci saranno soltanto persone che condividono pienamente il suo progetto». E annuncia d’essere pronto a firmare un contratto (stile Virginia Raggi a Roma) con tanto di penale se dovesse “tradire” la linea.
Cassimatis, al momento rimessa in sella dalle toghe ma non da Beppe, non ci sta e annuncia una reazione che svelerà  oggi. Gli attivisti a lei più vicini parlano della possibilità  d’una candidatura con una lista indipendente.
Lo sviluppo degli scenari politici è tuttavia vincolato ai passaggi giudiziari.
Fra ventiquattr’ore sarà  discusso un ricorso urgente presentato da cinque potenziali consiglieri della lista Pirondini, che chiedono alla magistratura civile di annullare tout-court le “comunarie” del 14 marzo scorso: quelle, per intenderci, vinte dalla movimentista Cassimatis, stoppate unilateralmente da Grillo insieme alla candidatura dell’insegnante, e seguite dalla ratifica della corsa di Pirondini in precedenza secondo classificato.
Le consultazioni, dicono adesso gli ultrà  dello stesso Pirondini, vanno cestinate a prescindere da vincitori e i vinti, poichè convocate con insufficiente preavviso.
La rivendicazione giudiziaria ha un fine (molto) politico.
Perchè nel momento in cui il giudice l’accogliesse, imploderebbe di riflesso la prima vittoria in tribunale di Cassimatis e il candidato non risulterebbe più individuato con le primarie, ma semplicemente “nominato” da Grillo.
Pirondini, in pubblico, dice di non essere coinvolto in quest’iniziativa, sorta di opzione zero per radere al suolo le chance della professoressa.
«È un’idea di cinque candidati della mia lista, ma io ho già  i requisiti».
Non mancano i paradossi: per rappresentare il Movimento, i cinque hanno dovuto preparare formalmente un ricorso «contro» il Movimento stesso, avendo questo convocato le tribolate comunarie.
Non solo: Cassimatis ha comunque titolo a partecipare e domani potrebbe a sua volta comparire in aula.
A distanza di pochi giorni (mercoledì 3 maggio), nuovo round. Stavolta si discute il «reclamo» di Beppe Grillo contro la precedente riabilitazione della prof, la cui vittoria alle primarie online – senza che il magistrato si fosse pronunciato sulla validità  “generale” della consultazione – era stata ritenuta regolare con un verdetto del 10 aprile.
Dopo le due udienze, nello spazio di pochi giorni arriveranno le sentenze. Se le comunarie sono irregolari in toto, Cassimatis è fuori dal Movimento, può creare una sua lista ma non ha carte da giocare sul simbolo.
Se le comunarie sono valide, allora diventa cruciale il secondo troncone, in cui viene stabilito chi ne è il legittimo vincitore. Fino ad allora, sul campo politico, si può solo giocare a rimpiattino fra accelerazioni e frenate.

(da “il Secolo XIX”)

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