Maggio 19th, 2019 Riccardo Fucile
LA RISPOSTA DELLA SENATRICE DISSIDENTE DEL M5S ALLE MINISTRA LEGHISTA PER GLI AFFARI REGIONALI
Parla chiaro contro la Lega la senatrice ‘dissidente’ del M5s Paola Nugnes, che afferma: “se come dice la Stefani – la ministra per gli Affari regionali e le autonomie Erika Stefani, Lega, che ha rilasciato un’intervista alla Stampa – ‘senza autonomia questo governo non ha più senso’, vuol dire, come ritengo da tempo, che l’unico obiettivo di questo governo era far realizzare le autonomie ad un partito del Nord”
La Nugnes sottolinea che la Lega Nord “travestito per l’occasione da governo nazionale, mettendo la trattativa in mano ad una ministra veneta leghista, tratta con un governatore veneto leghista la secessione dei ricchi’ e spaccare l’Italia”
(da agenzie)
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Maggio 19th, 2019 Riccardo Fucile
CHIUDIAMO I PORTI AI DISPERATI, LI SPALANCHIAMO AI CARGO SAUDITI CARICHI DI BOMBE CHE UCCIDONO PERSONE INNOCENTI IN YEMEN
Fermiamo le navi che portano gli uomini. E facciamo attraccare le navi cariche di armi
(che uccidono i civili).
Chiudiamo i nostri porti ai disperati che ci chiedono aiuto e li spalanchiamo a chi porta soldi. E’ la nuda verità . Non è un’opinione, una presa di posizione politica. Sono fatti. Questo siamo diventati.
A volte la cosa più difficile è essere onesti con se stessi. Accade nella nostra vita personale, ma anche nell’esistenza collettiva di un Paese.
L’Italia sta male, ma invece di provare a correggersi se la prende con gli altri. E’ un nostro antico difetto: colpa dei migranti, dell’Europa, degli ‘zingari’.
Non colpa della corruzione, della mafia, dell’evasione fiscale che dipendono da noi.
Mai che si tenti un esame di coscienza. Ma poi arriva un momento che ti trovi davanti all’evidenza. Proprio come oggi.
E allora non puoi più voltarti dall’altra parte, sei messo di fronte all’immagine di te stesso.
Il destino ha voluto che fossero proprio le navi, i porti a ricordarci cosa siamo diventati. Da una parte le navi delle ong che vagano per il Mediterraneo e non riescono a sbarcare il loro carico umano: donne, bambini, disperati. Come fossero bombe.
Mentre i cargo sauditi che le bombe le portano davvero dovrebbero attraccare indisturbati. Insomma: i poveracci no, i soldi sì.
A volte ci vogliono simboli per capire. Proprio le navi, noi che siamo sempre stati un ‘popolo di poeti e navigatori’, di emigranti.
Proprio i porti, che ci ricordano il nostro passato di esploratori aperti al mondo, alla scoperta e al confronto.
Lunedì a Genova dovrebbe approdare la Bahri Yanbu. Dicono le autorità : non caricherà armi. Che pena, questa distinzione che vorrebbe salvarci la coscienza: non importa se trasporta armi, l’importante è che (stavolta) non gliele abbiamo date noi.
Sì, chiudiamo gli occhi, facciamo finta di non sapere che questi cargo portano cannoni e bombe per una guerra nella Yemen, un paese meraviglioso ridotto alla disperazione.
Dove migliaia di civili muoiono da anni, dove mezzo milione di persone vive in zone a portata di tiro dei cannoni europei e americani.
Ma chissà che qualcosa in noi non si risvegli. Che non ci ricordi chi siamo. Proprio a Genova, città che talvolta definiamo disincantata, attaccata ai soldi.
Ma che nella sua storia ha mostrato invece una grande anima
Genova ferita dal crollo del ponte Morandi, ma ancora viva. I camalli hanno protestato, lunedì faranno un presidio. Decine di associazioni cattoliche — dalle Acli e Libera — si sono unite a loro. Chissà che non si arrivi, come in Francia, a respingere la Yanbu.
Del resto lo diceva anche il poeta, Eugenio Montale, lui pure genovese. Ecco forse ci voleva questa nave carica di morte per ricordarci “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 19th, 2019 Riccardo Fucile
DIVERSI SOSTENITORI DELLA BREXIT SONO STATI IMBRATTATI DAL FRULLATO DURANTE I COMIZI… LA RISPOSTA DEL BURGER KING: “NOI CONTINUIAMO A VENDERLI”
In Italia la protesta popolare assume la forma di striscioni e selfie con sorpresa, nel Regno Unito invece quella dei milkshake.
In diverse occasioni infatti politici Ukip e pro-Brexit sono stati contestati durante i loro comizi o le loro apparizioni pubbliche proprio utilizzando il frullato del McDonald’s, tanto che ad Edimburgo ne è stata provvisoriamente vietata la vendita.
Non c’è due senza tre, a meno che non intervengano le forze dell’ordine.
La nuova forma di contestazione nel Regno Unito, sopratutto durante le campagne per le elezioni europee, passa attraverso le casse del McDonald’s.
Sono già due i politici che si sono visti lanciare addosso un milkshake acquistato nella famosa catena di fast-food. La prima vittima è stata il candidato di Ukip Carl Benjamin, poi è venuto il turno di Tommy Robinson. Per evitare che ci fosse un terzo episodio, stavolta contro Nigel Farage, la polizia ha deciso di tagliare il problema alla fonte.
Il leader politico pro Brexit Nigel Farage era infatti uno degli ospiti d’onore di una manifestazione elettorale ad Edinburgo, in Scozia, durante il Corn Exchange di venerdì.
A meno di 200 metri però c’era un McDonald’s.
Per evitare il ripetersi di quanto accaduto con i candidato Ukip nei giorni precedenti, la polizia ha chiesto alristorante di fast food di sospendere la vendita dei Milkshake.
Sulle vetrine i dipendenti hanno quindi appeso dei fogli in cui vi era scritto «Non venderemo frullati o gelato stasera. Ciò è dovuto a una richiesta della polizia in relazione ai recenti eventi».
(da agenzie)
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Maggio 19th, 2019 Riccardo Fucile
PERDITA DI 1.150.196 EURO AL GIORNO
Qualche tempo fa Alitalia comprò pagine e pagine di giornali per segnalare che aveva
migliorato di molto la puntualità dei suoi voli tanto da diventare “prima al mondo per puntualità ”.
Purtroppo per ragioni di spazio (…) nella pubblicità non si segnalava quanto costasse agli italiani la puntualità di Alitalia, visto che per raggiungere quei meravigliosi risultati si stava impiegando (come da 30 anni a questa parte) denaro pubblico.
Ettore Livini su Repubblica rimedia alla piccola dimenticanza di via della Magliana e segnala che attualmente la società vola in profondo rosso e brucia sul fronte operativo 330 mila euro al giorno, che sommati ad ammortamenti e interessi sul prestito ponte garantito dallo Stato portano le perdite quotidiane a quota 1,1 milioni: nel dettaglio 1.150.196 euro ogni 24 ore:
Alitalia viaggia ancora controcorrente: il modello di business — concentrato sul breve e medio raggio — non funziona, i prezzi del carburante sono saliti di quasi 100 milioni. E ogni 24 ore di decolli e atterraggi nelle casse della società entrano 8,4 milioni ma ne escono (a livello di perdite nette) circa 9,5.
La spunta voce per voce nasconde diverse sorprese.
Il costo degli stipendi del personale ad esempio, contrariamente a quanto si pensi, pesa solo per il 17% delle uscite totali (1,6 milioni al giorno) ed è in linea con quello dei concorrenti.
La bolletta più salata è quella del carburante — cifra condizionata dalla variabile indipendente del prezzo del greggio — costato nel 2018 2,2 milioni ogni giorno, 100 mila euro in più rispetto al prezzo del pieno del 2017. Somma che quest’anno dovrebbe essere simile.
Alitalia ha chiuso il 2018 con una perdita operativa di 121 milioni di euro. Molto meglio dei 282 dell’anno precedente, ma una cifra che non fotografa per intero il buco della compagnia: a completare il bilancio ci sono gli ammortamenti (le rate di spese annue per contabilizzare gli investimenti più importanti come gli aerei) pari nel 2017 in media 53 milioni a trimestre — 580 mila euro al giorno — e gli interessi.
Solo quelli sul prestito ponte sono 252 mila euro ogni 24 ore. Cifre che non vanno a mangiarsi per ora la liquidità del gruppo — in cassa c’erano a fine febbraio 483 milioni più circa 190 di depositi — ma che fanno parte integrante del buco della società e finiranno in mano o ai nuovi acquirenti (improbabile) o ai liquidatori della bad-company che resterà dopo la cessione.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 18th, 2019 Riccardo Fucile
NONOSTANTE LE TRUPPE CAMMELLATE, IN PIAZZA POCHE MIGLIAIA DI PERSONE , UN DECIMO DEL PREVISTO… UN SALVINI INSICURO RISPOLVERA IL ROSARIO E INVOCA “L’IMMACOLATO CUORE DI MARIA”, FORSE PENSAVA A REGINA COELI, IL CARCERE ROMANO
Avrebbero dovuto essere in centomila, e invece erano di meno, molti di meno, appena alcune migliaia, a differenza di quanto aveva annunciato (e sperato) Salvini.
Nonostante le truppe cammellate da molte regioni (basti vedere gli striscioni che indicavano la provenienza) qualcosa non ha funzionato e non certo nell’organizzazione.
Gli ospiti erano di sicuro richiamo per i sovranisti ex padani: da Marine Le Pen all’olandese ossigenato Geert Wilders ai tedeschi dell’Afd, per non parlare dei leader estremisti del gruppo di Visegrad (ma senza Orban), fino ai leader dell’estrema destra austriaca beccati con le mani nella marmellata dei finanziamenti russi da Der Spiegel.
Eppure Salvini, rispetto alla partecipazione popolare nella stessa piazza di un anno fa, ha perso 4 presenze su 5.
Al di là delle corbellerie che ha detto in tono peraltro dimesso e insicuro (non è andato a braccio ma ha letto) come si spiega il flop?
Proviamo a individuare alcune sicure cause:
1) La gente si sta accorgendo che molte sue promesse non sono state mantenute e comincia ad accostarlo a Di Maio.
2) Gli italiani sono stanchi delle continue liti del governo e molti leghisti del Nord non vedono di buon occhio la scelta di Salvini di continuare l’alleanza con il M5S
3) Gli scandali stanno travolgendo il partito (i 49 milioni, i casi Siri e Rixi, il sindaco di Legnano, ecc)
4) La vicinanza di Salvini a gruppi di fascisti da avanspettacolo allontana i moderati e quegli elettori provenienti da sinistra presi in prestito dai grillini
5) La protesta contro Salvini sta prendendo campo e si sta organizzando in modo spontaneo in tutte le città . Lui non è un oratore (ripete sempre le stesse cose): essere contestato ovunque fa venire meno la balla del “60 milioni di italiani sono con me” e reagisce polemizzando in modo ridicolo con i contestatori nelle piazze. Ma così trasmette il messaggio che una grossa parte di italiani lo giudica per quello che è.
6) L’elettore borghese leghista che pensa ai quattrini se sente odore che possono volare sprangate si defila, non è certo uno che si espone per difendere un’ideale che non ha.
Se c’e’ in giro un clima di contestazione, la maggioranza se ne sta a casa e tanti saluti al Capitone, meglio passare il tempo a contare i soldi nel materasso.
Va bene essere razzisti, ma se poi finisci denunciato o rischi di prendere due schiaffoni meglio limitarsi a fare il leone da tastiera, questa è la filosofia di base.
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Maggio 18th, 2019 Riccardo Fucile
SILENZIATI I MEDIA A COLPI DI LEGGI, INTIMIDAZIONI E OPERAZIONI FINANZIARIE… ECCO COSA POTREBBE ACCADERE ANCHE IN ITALIA
Budapest. I tram qui arrivano in orario. Il capolinea del tram 17 è nel quartiere Obuda,
che dall’isola Margherita si estende fino alla periferia della città . A pochi minuti dal capolinea c’è la sede della televisione e della radio nazionale, la Mtva.
È una grande struttura moderna, composta da più palazzi, ci sono grandi vetrate riflettenti che la rendono luminosa nonostante il sole stia già tramontando.
Di fronte a questa struttura, la notte tra il 16 e 17 dicembre 2018 e poi nei giorni a seguire, si è svolta un’imponente manifestazione contro la Tv di Stato, accusata di travisare la realtà e non informare i cittadini.
“Eravamo diverse migliaia, la lunga strada di fronte alla sede della televisione era gremita. Urlavamo: ‘Non saremo schiavi! Non saremo schiavi! E ‘Non siamo invisibili!’”, racconta a TPI Lili, una giovane ragazza di Budapest.
Le ultime due settimane del dicembre 2018 sono un momento caldo per l’Ungheria. Quasi un milione di persone si riversa in strada per protestare contro l’imminente approvazione della cosiddetta “legge schiavitù”, che aumenta le ore di straordinario per il lavoratori dipendenti e ne ritarda i pagamenti fino a tre anni.
I manifestanti si accorgono che la televisione pubblica sta sottostimando la portata della manifestazione e così, quella notte tra il 16 e il 17 dicembre, le strade intorno alla sede della Tv di Stato vengono invase.
“La televisione parlava delle proteste concentrandosi su due cose: la violenza dei manifestanti e la sporcizia che stavano lasciando in strada, nient’altro. Era assurdo”.
Lili ha 28 anni, è nata e cresciuta a Budapest e lavora per un’agenzia pubblicitaria. È una ragazza dai modi molto gentili e ha i capelli dai riflessi azzurri. Tra qualche mese partirà per l’Inghilterra e non pensa di tornare più.
“La mattina del 17 dicembre mi sono svegliata presto, stavo bevendo un caffè, sul cellulare ho iniziato a leggere quello che stava succedendo di fronte alla Mtva. Dopo poco ho aperto un live streaming: il personale della sicurezza stava buttando fuori alcuni parlamentari che erano entrati nell’edificio la notte prima. Mi sono detta: non è possibile”.
Durante la manifestazione alcuni deputati dell’opposizione, che per loro diritto possono entrare in tutti i gli edifici pubblici, attraversano le diverse file di poliziotti in assetto antisommossa e, una volta entrati nell’edificio, aspettano per ore un rappresentante della Tv, che però non si presenta.
Vogliono leggere alcune rivendicazioni, ma non gli viene consentito. Verso le prime ore della mattina vengono sbattuti fuori dall’edificio dalla security.
Lili continua: “In quel momento, guardando quelle immagini, ho capito che nulla di buono sarebbe potuto venire da questo paese. Mentre mi preparavo per andare a manifestare, ho detto a me stessa: o queste proteste porteranno a qualcosa di grande, qualcosa che cambierà la situazione, o me ne andrò. Oggi so che me ne andrò. Io non sono la prima e non sarò l’ultima”.
“In Ungheria — prosegue — abbiamo un detto: ‘L’ultimo che se ne va, sbatterà la porta’”. Secondo Reporter Without Borders, un’organizzazione non governativa che promuove e difende la libertà di stampa, la situazione dell’Ungheria è preoccupante per via della crescente concentrazione dei media in mano ad oligarchi vicini al Primo Ministro Viktor Orban.
Il World Press Freedom Index, pubblicato nel 2019 dall’organizzazione, colloca l’Ungheria all’ultima posizione tra i paesi dell’Unione europea e all’87esima su 180 paesi nel mondo, dopo Perù e Sierra Leone.
“La proprietà dei media ungheresi, in modo crescente, sta continuando a concentrarsi nelle mani di oligarchi alleati con il Primo Ministro ultra nazionalista Viktor Orban”. E ancora: “Il più importante organo di stampa — la Nèpszabadsà¡g — ha dovuto chiudere”.
Nel 2010 Viktor Orban sale al potere e da allora, con il suo partito Fidesz, domina la politica del paese. Dal 2013 al 2019 l’indice di libertà di stampa dello Stato ha perso 31 posizioni, passando dalla 56esima all’87esima.
Il 12 settembre 2018 il Parlamento Europeo ha avviato una procedura di infrazione nei confronti dell’Ungheria, accusata di violare lo stato di diritto. Il timore è che il paese stia mettendo a rischio l’indipendenza della giustizia e la libertà di stampa.
Cosa sta succedendo in Ungheria? Prova a spiegarlo a TPI Richard Stock, amministratore delegato di Klubradio, una delle più ascoltate a Budapest.
“Quando abbiamo iniziato, nel 2001, Klubradio esisteva già . Noi l’abbiamo comprata e trasformato lo stile in un talk- news, l’80 per cento del nostro palinsesto era dedicato a cronaca e politica. Era una cosa unica in Ungheria e questo ci ha dato molta popolarità ”.
Klubradio diventa rapidamente una delle più ascoltate. Nel 2010 contava più di 500mila ascoltatori su una popolazione di 10 milioni di abitanti.
“Poi nel 2010, quando Fidesz ha vinto le elezioni, le cose sono cambiate. Prima di tutto a cambiare sono state le regole. Il controllo delle autorità che vigilano sui media è passato dall’essere parlamentare, all’essere di fatto governativo”.
A luglio del 2010, uno dei primi interventi del nuovo governo è l’istituzione della National Media and Infocommunications Authority (Nmhh), con il compito di supervisionare il settore delle telecomunicazioni.
Nel dicembre dello stesso anno viene emanata una legge con la quale si stabilisce che il diritto di determinare il vincitore di gare d’appalto per frequenze radiofoniche e televisive spetta al Media Council, l’organo direttivo della Nmhh.
La legge stabilisce che i membri del Media Council siano nominati dal Parlamento, con una maggioranza di almeno due terzi. Fidesz ha più dei due terzi dei parlamentari e quindi il diritto di controllare l’intero consiglio direttivo dell’autorità che regola e vigila i media.
“Nel 2011 scadeva la nostra licenza e quindi abbiamo fatto richiesta per continuare a trasmettere sulla nostra frequenza. Le nuove regole però non ci favorivano. Obbligavano a dedicare tre quarti della programmazione all’intrattenimento e solo un quarto all’informazione. Per una radio come la nostra che ospitava dibattiti politici era impossibile. A concorrere per la nostra frequenza spuntò poi una compagnia sconosciuta, fondata nel 2011, con un capitale di soli tremila euro e una programmazione quasi inesistente. Vinsero loro e presero la nostra frequenza”.
Stock non ha dubbi: “Era solo uno strumento per farci fuori”. Dopo aver perso la gara Klubradio denuncia il caso in tribunale. Lo scandalo è troppo evidente e la battaglia di Klubradio rimbalza per le testate di tutta Europa.
Dopo questa prima causa, vinta, Klubradio ne vince altre due, sempre con l’autorità nazionale delle telecomunicazioni. “Il sistema giudiziario funziona e le nostre battaglie vinte ne sono la dimostrazione, ma purtroppo dal gennaio 2020 le cose non andranno più così”.
Stock fa una lunga pausa, poi continua: “Da pochi mesi è stata approvata una nuova riforma costituzionale che cambierà anche il sistema giudiziario. Verrà istituita una corte di giustizia per casi speciali, in cui i giudici saranno nominati direttamente dal ministro della Giustizia e quindi dal governo. Questa corte sarà titolata a trattare tutti i casi giudiziari contro la Media and Infocommunications Authority” .
Stock accenna un sorriso amaro. “La nostra licenza scadrà nel febbraio 2021 e dovremo procedere al rinnovo. Se l’Autorità delle comunicazioni deciderà di ostacolarci noi ci appelleremo nuovamente alla corte di giustizia, ma questa volta sarà una corte diversa, anch’essa in mano governativa. Il 2021 forse è l’anno in cui Klubradio chiuderà ”.
Nel 2021 una delle più importanti radio del paese rischierà di chiudere, ma non è una novità . La Nèpszabadsà¡g, letteralmente “Voce del popolo” ha chiuso l’8 ottobre del 2016.
“Non potevo crederci, non era possibile! Non puoi immaginarti che in un paese europeo il principale giornale di opposizione possa chiudere!” dice a TPI Pèter PetÅ’, uno dei più importanti giornalisti che lavoravano alla Nèpszabadsà¡g.
“Ci dissero che ci avrebbero trasferito in un altro ufficio e per questo avevamo preparato le nostre cose. La mattina dell’8 ottobre, mentre ci stavamo recando negli uffici della nuova redazione, ci hanno comunicato che il giornale chiudeva per problemi finanziari e di non presentarci alla nuova sede della redazione”.
Quella mattina i giornalisti scoprono che improvvisamente il giornale chiudeva. Le loro e-mail aziendali vengono bloccate. Il sito internet del giornale viene oscurato.
“Nel 2014 il gruppo editoriale che possedeva la Nèpszabadsà¡g, la Mediaworks, è stato comprato da un imprenditore, Heinrich Pecina, un austriaco che in Ungheria non aveva mai avuto a che fare con il settore dei media. Quell’uomo aveva una missione per conto di Fidesz, comprare il giornale per poi chiuderlo in cambio di favori commerciali, ma noi questo lo capimmo solo troppo tardi” dice PetÅ’.
A 19 giorni dalla chiusura del giornale, la Mediaworks nomina il nuovo amministratore delegato, Gà¡bor Liszkay, un uomo vicinissimo al primo ministro Victor Orbà¡n.
“È lui che poi ha ‘finito’ il lavoro, che ha chiuso le ultime pratiche, e sappiamo che è lui ad aver pianificato le modalità per la chiusura del giornale. Adesso la Mediawork nelle sue mani sta attraendo a sè sempre più testate ed è il fulcro della neonata Central European press and Media Foundation”.
L’istituto a cui PetÅ’ fa riferimento viene fondato nel settembre 2018 e include quasi 500 organi di informazione, tra giornali, televisioni, radio e compagnie pubblicitarie in mano agli oligarchi più vicini a Fidesz.
Le motivazioni ufficiali sono “promuovere quelle attività dei media ungheresi che servono a rafforzare la coscienza nazionale ungherese”.
“Un’istituzione del genere, secondo le nostre leggi sulla concorrenza non potrebbe essere legale, perchè è una concentrazione di media troppo grande che copre quasi il 24 per cento dell’intero mercato, ma il governo l’ha dichiarata un’istituzione di “importanza strategica nazionale” e da allora è praticamente intoccabile”.
A parlare a TPI è Attila Bà¡torfy, un giornalista investigativo che lavora per Atlatszo, giornale specializzato in inchieste. Bà¡torfy ha studiato a fondo il sistema che in Ungheria permette al governo di controllare il settore dei media.
“La Media Authority — dice — si avvale di un metodo che noi chiamiamo ‘regolamentazione fluida’. Produce dei regolamenti poco stringenti, che per essere applicati richiedono un’interpretazione che è la stessa Autorità a fornire, di volta in volta, e sempre a favore del governo. Qualche mese fa ad esempio l’Ungheria è stata invasa da poster raffiguranti le facce ghignanti di Juncker e Soros su cui era scritto: ‘Anche tu hai il diritto di sapere cosa Bruxelles si sta preparando a fare!’”.
I poster si riferivano alla procedura di infrazione aperta da Bruxelles. “L’autorità dei media ha catalogato quei poster come semplice ‘informazione di interesse pubblico’, ti rendi conto? Juncker e Soros ghignanti sono informazione di interesse pubblico in Ungheria”.
Non è finita qui. Bà¡torfy prende il computer e inizia a mostrare delle infografiche sull’incremento dei finanziamenti governativi ai media. Finanziamenti indiretti per comprare spazi pubblicitari per “informazioni pubbliche”.
Informazione pubblica qui equivale a propaganda, sostiene Bà¡torfy. Secondo i dati di Atlatszo nel 2006 tra i primi 25 gruppi editoriali che ricevevano questo tipo di finanziamento solo 8 erano considerati vicini al governo.
Nel 2018 tra i primi 25 gruppi finanziati 22 sono alleati con Fidesz e solo 3 sono gli indipendenti. “Qui lo Stato agisce sul mercato dei media in modo del tutto arbitrario” dice Bà¡torfy “ma la strategia di Fidesz prevede che questo tipo di finanziamenti, in modo minore, arrivi anche ad alcuni media indipendenti. Se una di queste compagnie ‘si comporta male’ può bloccare i fondi e metterli in crisi. È un’altra forma di controllo”.
L’Hvg, il principale settimanale del Paese, autorevole come un Economist dell’Est, il 25 aprile esce con una copertina in cui denuncia: “Messi al bando dai cartelloni pubblicitari. La censura è tra noi”. La compagnia pubblicitaria che da quarant’anni lavorava con Hvg ha interrotto i rapporti con la rivista.
Solo una settimana prima Hvg usciva con una copertina in cui veniva ritratta la moglie di Antal Rogan, capo del gabinetto di Orban, coinvolta in uno scandalo della pubblica amministrazione. Tutti i manifesti che annunciavano la nuova copertina sono scomparsi dalle colonnine della pubblicità nel giro di pochi giorni.
In Ungheria tutto accade dalla sera alla mattina, come per la Nèpszabadsà¡g.
(da TPI)
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Maggio 18th, 2019 Riccardo Fucile
VOTO A META’ SETTEMBRE, SOVRANISTI FUORI DAL GOVERNO
Alla vigilia delle elezioni europee, l’Austria precipita nella crisi di governo.
Dopo una giornata convulsa, il cancelliere Sebastian Kurz (Oevp) ha chiesto “elezioni anticipate il prima possibilke”. Il presidente della Repubblica Alexander Van der Bellen ha confermato che si andrà al voto; secondo la maggior parte degli osservatori a metà settembre.
La pietra dello scandalo è il vicecancelliere Heinz-Christian Strache (Fpà¶). Che ha annunciato le sue dimissioni sia dal governo sia dalla leadership del partito di ultradestra dopo la pubblicazione di un video in cui promette favori a una presunta ereditiera russa vicina a Putin.
Anche l’altro esponente del partito che compare nel video svelato da Spiegel e Sà¼ddeutsche Zeitung, il capogruppo Johannes Gudenius ha annunciato il passo indietro.
In serata il cancelliere Sebastian Kurz, in una conferenza stampa, annuncia: “Ho chiesto al presidente della Repubblica di convocare il prima possibile elezioni anticipate. Quando è troppo, è troppo. Non ci sono alternative – ha aggiunto – con la Fpoe una collaborazione è impossibile, i socialdemocratici non condividono le nostre posizioni e gli altri partiti sono troppo piccoli”.
E il presidente austriaco Alexander Van der Bellen, stigmatizzando “l’intollerabile mancanza di rispetto ai cittadini” nella vicenda che ha portato in modo traumatico il Paese alla crisi di governo, ha annunciato elezioni anticipate, senza però indicare una data.
“Voglio lavorare per l’Austria senza scandali”, ha spiegato prima Kurz. “In questi due anni – ha proseguito – ho dovuto mandare giù molto, anche se non ho sempre preso pubblicamente parola, per portare avanti le riforme”.
Kurz ha citato gli sconfinamenti di alcuni esponenti del suo partner di coalizione Fpoe verso l’estrema destra e gli ambiente xenofobi.
Nel video di sette ore Strache e Gudenius promettevano alla presunta nipote di un oligarca vicino al Cremlino giganteschi favori – anche illegali come appalti truccati – in cambio della promessa di centinaia di milioni di euro per la campagna elettorale.
Tra l’altro nel video incriminato l’ex vice-cancelliere Strache dice anche di voler boicottare l’imprenditore austriaco e bolzanino d’adozione Hans Peter Haselsteiner. Alla presunta oligarca russa con cui parla a Ibiza, Strache consiglia “di fondare una società come la Strabag”, ovvero l’azienda di Haselsteiner, gigante dell’asfalto a livello europeo. “Quando sarò al governo – aggiunge Strache – non voglio più avere a che fare con Haselsteiner e voi avrete i suoi appalti”.
(da agenzie)
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Maggio 18th, 2019 Riccardo Fucile
CINQUECENTO PERSONE IN PIAZZA A CONTESTARE… IL SACERDOTE: “IL MIO E’ UN GESTO DI PROTESTA, INIZIATIVA CONTRO I VALORI DI QUESTA CITTA'”
Le campane della chiesa di Nostra Signora della Salute alla Spezia hanno suonato “a
morto” durante la presentazione di un libro edito da AltaForte, la casa editrice “espulsa” dal Salone del Libro di Torino perchè vicino a CasaPound, che si sta svolgendo a pochi metri in una sala pubblica intitolata a un antifascista.
Il parroco don Francesco Vannini ha confermato che si è trattato di “un gesto di protesta.
“Oggi è morto quello spirito che ha pervaso questa città per moltissimi anni. Ho partecipato a diversi incontri di quartiere per l’utilizzo di quella sala, non era questo l’uso che tutti i partecipanti avevano in mente. E poi, non vedo il senso di spostare da una sala pubblica a un’altra la presentazione”.
In questa chiesa, ha detto il prete, “c’è uno spazio che durante la guerra serviva per salvare le persone in difficoltà : soldati inglesi, partigiani e famiglie, ma anche famiglie fasciste che rischiavano il linciaggio dopo la Liberazione.,”.
Inoltre la chiesa di Nostra Signora della Salute è un luogo simbolo anche perchè “al suo interno – ha detto don Francesco – vive la memoria di don Antonio Mori, parroco dell’epoca che nel 1944 fu arrestato perchè contrario al regime fascista”.
Non è stato l’unico, don Vannini, a protestare. Oltre cinquecento persone sono scese in piazza alla Spezia per manifestare contro l’autorizzazione concessa dal Comune alla presentazione del libro.
(da agenzie)
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Maggio 18th, 2019 Riccardo Fucile
“LI ABBIAMO COLPITI A CASO PERCHE’ ERANO NERI” … IL PREMIER: “CANAGLIE, NON RAPPRESENTANO I VALORI DEL NOSTRO PAESE”… E’ IL FRUTTO DI CHI HA FOMENTATO LA FOGNA RAZZISTA
Malta è sotto shock. Sono due militari gli autori del primo omicidio a sfondo razziale sull’isola che peraltro fa dell’accoglienza una delle sue prime risorse economiche e si fa vanto di essere da 4 anni in testa alla classifica europea per il rispetto dei diritti umani verso la comunità Lgbti.
L’episodio risale al 6 aprile quando tre rifugiati vennero presi di mira a colpi di arma da fuoco da un’ auto in corsa in Triq tal-Gebel, una strada di campagna che collega il centro aperto di raccolta di Hal Far e la località di Birzebbuga, nel sud dell’isola di Malta.
Una striscia di asfalto che i migranti percorrono a piedi per raggiungere negozi e servizi e che già in passato era stato teatro di episodi di intolleranza.
Una delle tre vittime, l’ivoriano Lassana Cisse Soulaymane, 42 anni, fu uccisa sul colpo. Le altre due, un 22enne della Guinea ed un 28enne del Gambia, rimasero ferite. Un raid che a molti ha ricordato i fatti di Macerata. Il 27 aprile migranti e attivisti diedero vita a una manifestazione cui prese parte anche la ex presidente della repubblica maltese Marie Louise Coleiro Preca per chiedere verità e giustizia per l’omicidio.
“Li abbiamo colpiti a caso, perchè erano neri”, avrebbe confessato di uno degli arrestati. Secondo fonti citate dai media maltesi, i due arrestati sarebbero anche collegati al ferimento di un minorenne del Ciad che nel febbraio scorso fu volontariamente travolto da un’auto il cui conducente si dette alla fuga sulla stessa strada.
I due soldati “non rappresentano i valori delle forze armate maltesi”, ha commentato il premier Joseph Muscat, annunciando che “è in corso un’inchiesta interna, condotta con gli altri servizi di sicurezza, per stabilire se sono isolati, canaglie individuali, o facciano parte di qualcosa di più ampio”.
Mentre il presidente della repubblica, George Vella, ha presentato le sue condoglianze alla folta comunità di migranti affermando che “questo atto non riflette i sentimenti del popolo di Malta e Gozo” e invitando ad una profonda riflessione collettiva sul futuro di quella che dovrà inevitabilmente essere una società “multietnica, multiculturale e tollerante”.
(da agenzie)
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