Maggio 14th, 2019 Riccardo Fucile
GENOVA: SULLA PAGINA FB DI UN GRUPPO SEDICENTE NEOFASCISTA PIOVONO INSULTI: “BASTARDO, INFAME, ZECCA COMUNISTA”… LA SUA COLPA? COLLOCARE I PROFUGHI IN CENTRI DI ACCOGLIENZA… CONTESTATO IL REATO DI DIFFAMAZIONE AGGRAVATA DELLA DISCRIMINAZIONE RAZZIALE
La Digos di Genova ha denunciato due persone per diffamazione aggravata dal mezzo stampa, con l’aggravante della discriminazione razziale, per aver attaccato con pesanti insulti sulla pagina facebook del movimento neofascista Azione frontale Genova Don Giacomo Martino, responsabile dell’ufficio Migrantes della Curia, attaccato per aver riaperto il centro di prima accoglienza di Villa Ines a Molassana.
Il prete, che ieri si è detto disposto a incontrare chi lo ha insultato e al momento ha deciso di non sporgere querela, è stato definito fra l’altro “infame”, “bastardo” zecca comunista”.
Intanto continuano ad arrivare le manifestazioni di solidarietà da parte della società civile per Don Martino, e anche dalle formazioni politiche e associative della città .
(da agenzie)
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Maggio 14th, 2019 Riccardo Fucile
HA PARTECIPATO A 211 EVENTI ELETTORALI E INCONTRI NON ISTITUZIONALI… MA CHI COMANDA AL POSTO SUO?
Al Viminale gira una battuta feroce, tra i dirigenti. «Incontrare il ministro? Si fa prima con
VinciSalvini, sperando che sia lui a richiamare…», dicono sottovoce, molto sottovoce. L’allusione è al concorso lanciato sui social dalla “Bestia”, la sua corazzata della comunicazione, che mette in palio la possibilità di prendere un caffè con il Capitano, Matteo Salvini.
Ministro nei ritagli di tempo, a giudicare dalle presenze effettive al Viminale e a Bruxelles. Dall’inizio dell’anno ad oggi, di giorni interi al ministero ne ha trascorsi appena 12, che diventano 17 se aggiungiamo – con una certa dose di ottimismo – cinque giorni in cui non si capisce bene dove sia stato.
Nello stesso periodo, però, si è lanciato in un tour che nemmeno una rockstar: 211 tappe, tra eventi pubblici, comizi, cene elettorali, feste della Lega. Su e giù per l’Italia. Trasportato, talvolta, da aerei ed elicotteri della Polizia.
Eppure quando la scrivania che fu di Giolitti era occupata da Angelino Alfano, contemporaneamente vicepremier, ministro, capo di un partito e parlamentare, Salvini produceva quantità industriali di indignati tweet al curaro.
Di questo tenore qui, per intenderci: «Oggi Alfano parla di legge elettorale, di Renzi, di articolo 18. Peccato che sia pagato per occuparsi di sicurezza e immigrazione. Alfano dimettiti» (29 luglio 2014).
Ora che è lui a essere vicepremier, ministro, capo di un partito e parlamentare, appare ovunque. Tranne che al Viminale.
Il tour permanente
L’esordio del 2019 è stato, in questo, esemplare. Il primo gennaio è a Bormio in ferie, ma trova il tempo per improvvisare un’arringa in piazza.
Il 2 gennaio fa una diretta Facebook in cui annuncia il suo imminente ritorno al lavoro.
Il 3 invece è ancora a Bormio, a bere un Bombardino.
Il 4 rientra, ma mica a Roma. Lungo la strada per il Viminale si perde per due giorni in Abruzzo, terra che incidentalmente stava per affrontare le elezioni Regionali. E dove Salvini visita il mercato di Chieti, incontra gente all’auditorium Cianfarani, passeggia su Corso Umberto a Pescara, si sposta a Montesilvano al Palacongressi, poi a Teramo e al mercato dell’Epifania all’Aquila. Tra migliaia di selfie e dieci comizi, riesce a incastrare un breve Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza in prefettura a Pescara.
Il 6 cala su Roma, ma passa la mattinata in centro a stringere mani, cercando invano di raggiungere la piazza di San Pietro («era troppa la gente che mi fermava per salutarmi», dirà ). Nel pomeriggio eccolo finalmente alla sua scrivania, per l’ennesima diretta Facebook. Che accompagna, con sprezzo del pericolo, al seguente messaggio: «Operativo anche oggi dal Viminale».
Alto tasso di assenteismo
Abbiamo ricostruito giorno per giorno l’agenda del ministro dell’Interno, incrociando gli appuntamenti segnalati sulla sua pagina ufficiale di Facebook, le notizie delle agenzie stampa, le cronache dei giornali locali, le interviste in tv, le foto postate.
Di giorni interi passati a lavorare al Viminale ne risultano pochi: il 5 marzo, per esempio, quando ospita il vicepremier libico Maiteeq, o il 19, quando convoca un tavolo per trovare il modo di bloccare la Mare Jonio, oppure, più di recente, l’8 maggio, quando inanella una serie di incontri diplomatici.
In altri 22 giorni, Salvini ha fatto il ministro part time: al Viminale, ma per poche ore, consapevole che per la carica politica non esiste un registro degli ingressi.
In sintesi, nel 2019 è stato fuori 95 giorni su 134, e quasi mai per missioni o cerimonie istituzionali. Un tasso di “assenteismo” del 70 per cento
L’esempio dei predecessori
Il vero ministro dell’Interno italiano si chiama sì Matteo, ma di cognome fa Piantedosi. È il prefetto che Salvini ha voluto a capo del Gabinetto, e al quale ha delegato il comando. Salvo poi impartire, telefonicamente, direttive che un apparato così articolato e vitale per il bioritmo di una nazione, quale è appunto il Viminale, fatica a tradurre in provvedimenti. Il prefetto in pensione Mario Morcone è stato il capo di Gabinetto di Marco Minniti quando era ministro, e non ci gira attorno: «Il confronto costante con i cinque capi Dipartimento è essenziale per il funzionamento della macchina. Se il capo non c’è mai, il lavoro rallenta. Minniti arrivava in ufficio alle 8.30 e se ne andava la sera. Nicola Mancino si presentava in ufficio alle 7, prima della donna di servizio, e lei si metteva a urlare perchè non riusciva a pulire la stanza».
Non è colore, questo. È sostanza.
Il ministro dell’Interno, infatti, è il solo che può firmare l’autorizzazione a intercettazioni preventive, in caso di indagini di mafia e terrorismo. Deve essere fisicamente al Viminale, per farlo tempestivamente.
Per ragioni di sicurezza deve poter utilizzare la linea telefonica interna e criptata, che collega il suo ufficio a quello del premier e dei vertici dei servizi segreti.
Salvini non può farlo, se si trova all’inaugurazione del Vinitaly a Verona (7 aprile), al Salone del Mobile a Rho (9 aprile), alla mostra “I tesori della Ca’ Granda” a Milano (25 marzo), alla fiera delle armi a Vicenza (9 febbraio), a distribuire volantini della Lega in Corso Vercelli a Milano (12 gennaio), al cantiere navale di Monfalcone (28 febbraio), alla serata dell’Accademia amici del pizzocchero a Sondrio (10 marzo).
Quei forfait che pesano
È ovunque, e mai dove dovrebbe essere. A Bruxelles ha disertato cinque dei sei Consigli Giustizia e Affari Interni in cui si è discusso di immigrazione (a fargli da supplente è il sottosegretario Molteni).
Il 7 dicembre è stata la notte della tragedia della discoteca di Corinaldo, la mattina dopo non ha voluto annullare la sua presenza alla festa leghista in piazza del Popolo, arrivando a Corinaldo solo in tarda serata.
Il 13 aprile il maresciallo Vincenzo Di Gennaro viene assassinato per strada a Cagnano Varano, nel Foggiano, ma Salvini non va sul posto: è all’Eur a guardare la Formula E.
Il pomeriggio del 3 maggio, quando a Napoli sparano in centro e feriscono la piccola Noemi, il ministro si trova a Ferrara su un palco a parlare di Europee. Si presenta a Napoli con tre giorni di ritardo, dopo i comizi programmati in Toscana e in Umbria. E una visita a Pietrelcina. «Sono qui anche per pregare per Noemi», dice ai giornalisti.
Il trucco delle trasferte
Un ministro dell’Interno non ha l’obbligo di stare sempre in ufficio. Può e deve recarsi sul territorio ogniqualvolta la sicurezza pubblica lo richieda, in quanto testimone primo della presenza dello Stato, cruciale in quelle aree tradizionalmente ad alta densità mafiosa dove l’Anti-Stato aspira a diventare legge.
Però, scorrendo l’agenda di Salvini e i Comitati provinciali da lui presenziati nel 2019 (Pescara, Cagliari, Bergamo, Napoli, Genova) si intravede piuttosto la scusa per trovarsi là dove a breve si apriranno le urne.
Quindi la giustificazione per spostarsi con elicotteri e aerei della Polizia di Stato, come ha fatto lo scorso 25 aprile in Sicilia: dall’aeroporto di Punta Raisi è stato portato a Corleone, per l’inaugurazione del commissariato. Il resto dei due giorni della trasferta siciliana l’ha passato a fare campagna elettorale.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 14th, 2019 Riccardo Fucile
“SE LE PERSONE RISCHIANO COMPORTAMENTI INUMANI NON HA RILEVANZA IL CASO DI RIFIUTO DELLO STATUS DI RIFUGIATO”… CROLLA IL CASTELLO DI CARTE TAROCCATE DI SALVINI
“Fintanto che il cittadino di un Paese Extra-ue o un apolide abbia un fondato timore di essere perseguitato nel suo Paese di origine o di residenza, questa persona dev’essere qualificata come rifugiato ai sensi della direttiva e della convenzione di Ginevra e ciò indipendentemente dal fatto che lo status di rifugiato ai sensi della direttiva le sia stato formalmente riconosciuto”. Lo ha stabilito oggi la Corte di Giustizia dell’Ue.
Qualsiasi cittadino, la cui vita è a rischio per tortura o altri trattamenti inumani vietati dalla Convenzione di Ginevra nel suo Paese d’origine, non può essere quindi rimandato indietro, anche se gliè stato rifiutato o revocato tale status.
I giudici di Lussemburgo hanno quindi riconfermato la validità delle disposizioni previste dalla direttiva sui rifugiati del 2011.
In caso di revoca dello status per reati commessi, si perdono sì alcuni benefici, ma la direttiva non permette il rimpatrio.
La Corte precisa che “una persona, avente lo status di rifugiato, deve assolutamente disporre dei diritti sanciti dalla convenzione di Ginevra ai quali la direttiva fa espresso riferimento nel contesto della revoca e del diniego del riconoscimento dello status di rifugiato per i suddetti motivi, nonche’ dei diritti previsti da tale convenzione il cui godimento esige non una residenza regolare, bensì la semplice presenza fisica del rifugiato nel territorio dello stato ospitante”.
La Corte Ue in sostanza ha stabilito che il diritto dell’Unione riconosce ai rifugiati interessati una protezione internazionale più ampia di quella assicurata dalla Convenzione di Ginevra. Di fatto, la revoca dello status di rifugiato, quando c’è un rischio per la persona in questione, fa perdere alcuni benefici previsti dalla direttiva, ma non permette il rimpatrio.
Il caso era stato sollevato da un cittadino ivoriano e uno congolese, nonchè una persona di origini cecene, che si sono visti revocare lo status di rifugiato o negare il riconoscimento in Belgio e Repubblica Ceca, perchè considerati una minaccia alla sicurezza o condannati per un reato particolarmente grave per la comunità dello Stato membro ospitante.
(da agenzie)
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Maggio 14th, 2019 Riccardo Fucile
ACEA AVEVA STACCATO LA CORRENTE TRE ANNI FA, DOPO POCHE ORE QUALCUNO HA FATTO UN ALLACCIO ABUSIVO E NESSUNO NE HA CONTESTATO L’ILLEGALITA’
Ci sono morosi e morosi. Ad esempio ci sono quelli del palazzo di via Santa Croce in
Gerusalemme 55, a cui viene staccata la corrente finchè non interviene l’elemosiniere del Papa il quale a sua volta finisce sotto inchiesta.
E poi ci sono i morosi di via Napoleone III, ovvero la sede di Casapound. Anche lì c’è un debito pari a 330mila euro con pignoramento che risale al 14 settembre 2018, visto che il palazzo è attaccato alla rete e il distacco senza sgombero appare problematico.
L’Acea ci ha infatti provato tre anni fa.
Racconta Lorenzo D’Albergo su Repubblica che con i tecnici sono andati con tanto di polizia e hanno portato a termine l’operazione. Che è durata poco però:
Via la luce a CasaPound. Morosa, certo. Ma anche testarda. La testuggine fascista, infatti, non restò a guardare. Nel giro di poche ore la situazione tornò alla normalità : corrente riallacciata, senza versare un centesimo nelle casse della partecipata del Comune. Da quel momento in poi, i tecnici di Acea ci hanno riprovato in più di un’occasione. Ma senza fortuna
Troppo forte l’opposizione dei residenti che occupano lo stabile di proprietà del Demanio dal 26 dicembre 2003. Troppo pericoloso provare a riavvicinarsi al palazzone alle spalle della stazione Termini senza il supporto delle forze dell’ordine. Meglio praticare le vie legali e affidarsi al tribunale civile. Così hanno deciso i vertici della multiutility che hanno già chiesto e ottenuto due decreti ingiuntivi. Un doppio colpo che ha permesso all’azienda di procedere con il piano B: la speranza quella di poter mettere le mani sugli eventuali crediti che CasaPound ha o potrebbe avere nei confronti di altri soggetti, pubblici o privati.
Secondo la legge i potenziali debitori della formazione di ultradestra dovrebbero girare le somme direttamente alla multiutility. Ma finora Acea non ha incassato niente.
(da agenzie)
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Maggio 14th, 2019 Riccardo Fucile
LI HA PRESI A PUGNI IN FACCIA E MESSI IN FUGA
Un ragazzo di origini nigeriane, richiedente asilo in Italia, ha salvato un intero Ufficio Postale e le persone che erano al suo interno, sventando una rapina. Succede ad Ortelle, in provincia di Lecce, Puglia.
I due rapinatori sono entrati intorno a mezzogiorno di lunedì 13 maggio nello stabile armati di coltello e pistola, ma a fermarli è stato il ragazzo nigeriano, anche lui in fila allo sportello postale.
Per prendere più soldi possibili, i due ladri avevano cominciato a puntare la pistola contro gli impiegati e contro i cittadini in coda.
Inizialmente il ragazzo era uscito per chiamare aiuto, ma comprendendo che la situazione stava degenerando è intervenuto direttamente, sferrando un pugno in faccia a mani nude ai due malviventi armati.
Nessuna paura per il richiedente asilo, nemmeno di fronte alle minacce dei due rapinatori di premere il grilletto della pistola.
Dopo la scazzottata, i malviventi sono scappati via, ma sono riusciti a portarsi dietro solo 200 euro di bottino.
Nell’ufficio postale sono poi arrivati i carabinieri della stazione di Poggiardo e gli agenti delle volanti di polizia del commissariato di Otranto, che svolgeranno le indagini.
Il ragazzo nigeriano è stato ringraziato dalla comunità locale.
(da agenzie)
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Maggio 14th, 2019 Riccardo Fucile
LA SENTENZA DEL TRIBUNALE DI VENEZIA: “IL RIMPATRIO SAREBBE UN DANNO SPROPORZIONATO ALLA SUA VITA PRIVATA”
Un giovane ragazzo del Mali potrà restare in Italia, non perchè ha i requisiti per ottenere lo
status da rifugiato ma perchè si è integrato talmente bene che se dovesse essere rimpatriato si arrecherebbe un “danno sproporzionato alla sua vita privata”.
Lo ha deciso il tribunale di Venezia che ha accolto il ricorso di un ragazzo africano che nel 2017 si era visto respingere dalla commissione territoriale di Verona la richiesta di riconoscimento della protezione internazionale.
Il giudice spiega che il ricorrente non può essere considerato un rifugiato perchè non è “oggetto di persecuzione per razza, religione o appartenenza a un determinato gruppo sociale” e aggiunge che “nè in altro modo le circostanze fanno emergere la sussistenza di un danno grave in caso di rientro in Mali, cioè il rischio verosimile di essere sottoposto a pena capitale o a trattamenti inumani o degradanti”.
Ma secondo il tribunale di Venezia lo straniero “ha dato prova di una perfetta padronanza della lingua italiana e per ciò stesso di una seria capacità d’inserimento”.
Non solo. “Ha dimostrato – continua il giudice – di essere occupato a tempo pieno in molteplici attività lavorative, dalla vigilanza al lavoro in ristorazione e in agricoltura, di aver frequentato e concluso la scuola secondaria, oltre allo svolgimento di volontariato e di essere in procinto di acquisire la patente”. Elementi che impediscono l’allontamento del giovane per “non arrecare un danno sproporzionato alla sua vita privata”
(da agenzie)
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Maggio 14th, 2019 Riccardo Fucile
IL POST PUBBLICATO SULLA PAGINA “MOVIMENTO DEL CAMBIAMENTO” E CONDIVISA DA MOLTI SOSTENITORI M5S… POI E’ STATA RIMOSSA
Migliaia di persone invadono le strade di Bari. Una folla oceanica immortalata dall’alto del lungomare Nazario Sauro del capoluogo pugliese.
Tutti con il naso all’insù, a guardare il passaggio delle frecce tricolore. È il pomeriggio dell’8 maggio, giorno di San Nicola, patrono cittadino.
Qualcuno però ha avuto l’idea di spacciarla per la folla accorsa al comizio di Luigi Di Maio. Il leader del Movimento 5 Stelle è stato sì in visita a Bari, ma il 12 maggio e all’interno di un hotel.
Ma la pagina Facebook “Movimento del Cambiamento”, forse con fare ironico, ha deciso di pubblicare la foto.
La didascalia recita: “Baresi che scendono in piazza per ascoltare ed elogiare Luigi Di Maio e tutto il Movimento 5 Stelle; fosse così saremo la nazione migliore del mondo”. Ma non è assolutamente così. Quelli sono i cittadini accorsi sul lungomare per lo spettacolare show delle frecce.
In poco tempo, però, la fake news si diffonde e più di qualcuno ci crede veramente. Come ad esempio i componenti del M5S di Bellaria a Rimini che ripostano la fotografia, corredata del commento: “Il vento del cambiamento scende in piazza, vota M5S”.
Poco importa che gli utenti segnalino che la foto riproduca in realtà il lungomare di Bari stracolmo durante la festa patronale di San Nicola: in tanti continuano a credere che sia la partecipazione al comizio di Di Maio. Dopo qualche ora il post è stato rimosso.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 14th, 2019 Riccardo Fucile
L’INTERDITTIVA DELLA PREFETTURA A UNA SOCIETA’ DI NAPOLI: “PRIVA DI TITOLI O ESPERIENZE, LEGAMI CON PREGIUDICATI”
La Dia , Direzione investigativa antimafia di Genova sta notificando un’interdittiva antimafia,
emessa dal Prefetto, nei confronti dell’impresa TECNODEM S.r.l. Unipersonale con sede in Napoli, impegnata nelle attività connesse alla ricostruzione del “ponte Morandi”, ritenuta permeabile ed esposta al pericolo di infiltrazione della criminalità organizzata di tipo mafioso.
La clamorosa notizia arriva poche settimane dopo i primi accessi e relativi controlli al maxi cantiere per la demolizione e la ricostruzione del Morandi.
La TECNODEM, che si occupa di demolizione industriale di materiale ferroso, a febbraio scorso è stata inserita tra le ditte sub-appaltatrici per la demolizione e la bonifica degli impianti tecnologici, per una cifra pari a cento mila euro. Il committente è la FRATELLI OMINI S.p.a..
“Amministratrice e socio unico della TECNODEM S.r.l. – sottolinea in un comunciato la Dia – è MARIGLIANO Consiglia, priva di titoli o esperienze professionali di settore, è consuocera di VARLESE Ferdinando, pluripregiudicato 65enne di Napoli e domiciliato a Rapallo, dipendente della TECNODEM S.r.l..”
E ancora si legge nella nota: “Tra le condanne riportate dal VARLESE, emerge la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Napoli nel 1986 per associazione a delinquere. Tra i coimputati vi erano soggetti affiliati al clan “MISSO-MAZZARELLA-SARNO”, già appartenente all’organizzazione camorristica denominata “Nuova Famiglia”, i cui boss di riferimento erano ZAZA Michele e suo nipote MAZZARELLA Ciro.
Altra sentenza rilevante è quella della Corte d’Appello di Napoli del 2006 per estorsione tentata in concorso, con l’aggravante di aver commesso il fatto con modalità “mafiose”, da cui si evincono in maniera circostanziata i legami di VARLESE con il sodalizio camorristico “D’AMICO”, cui risulta legato da rapporti di parentela”.
Alla luce di tali accertamenti svolti dalla DIA, la Prefettura di Genova ha ritenuto che “il complesso degli elementi di permeabilità criminale fosse tale da porre l’impresa in una condizione di potenziale asservimento – o comunque di condizionamento – rispetto alle iniziative della criminalità organizzata di stampo camorristico”.
L’attività odierna si inserisce nel quadro delle “Disposizioni urgenti per la città di Genova”, che ha individuato la DIA come punto di snodo di tutti gli accertamenti antimafia. Fino ad oggi, infatti, sono stati eseguiti controlli, con la collaborazione delle Forze di polizia territoriali, su 92 società e 4.062 persone fisiche impegnate nella ricostruzione del “ponte Morandi”.
(da agenzie)
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Maggio 14th, 2019 Riccardo Fucile
CONTRORDINE DEL VIMINALE: STA RIVELANDOSI UN BOOMERANG PER SALVINI, MEGLIO NON INTERVENIRE
La buffonata delle forze dell’ordine che rimuovono gli striscioni contro Salvini potrebbe essere finita.
Dopo l’incredibile episodio di Brembate, ciliegina sulla torta di altre sceneggiate in giro per l’Italia, il Viminale comincia a temere il boomerang elettorale e decide di intervenire in queste situazioni solo se c’è un pericolo imminente.
A scriverlo è oggi Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, che racconta come all’inizio della vicenda al ministero dell’Interno hanno invocato le regole«sullo svolgimento delle adunanze elettorali», lo stesso capo della polizia Franco Gabrielli in un’intervista al Corriere della Sera ha ricordato come «per i comizi elettorali ci fosse addirittura una norma posta a garanzia del loro svolgimento senza provocazioni di sorta». Ora però la situazione sta rapidamente cambiando:
Ma esaminando quanto accaduto negli ultimi giorni ci si è resi conto che la rimozione delle scritte rischiava di trasformarsi in una vera e propria interferenza, anche perchè si è avuta la sensazione che in alcuni casi la decisione del funzionario di polizia potesse essere stata presa proprio per compiacere il ministro. E così si è deciso, sia pur senza formalizzare al momento alcun atto, di richiamare i questori ad esaminare con attenzione la situazione che si crea durante i comizi e disporre la rimozione dello striscione soltanto quando causa un pericolo reale.
E dunque se si tratta di insulti al partito o alla persona va bene l’ordine di toglierlo, ma se invece si tratta di contestazione generica, meglio astenersi. Anche su questo Gabrielli era stato esplicito, e proprio questo è stato ribadito nelle ultime ore: «Quando si verificano situazioni di potenziale turbativa, spetta al funzionario in strada fare le valutazioni del caso ed evitare che possano provocare conseguenze».
Si noti come nel pezzo si sostiene che gli insulti “al partito” o “alla persona” non vadano bene, ma il concetto di insulto è talmente grande che questa norma invece permette di intervenire sempre e comunque: scrivere che “Questa lega è una vergogna” — come è successo in alcune piazze del Sud — è un insulto o no? Parrebbe invece una critica politica. Però le forze dell’ordine nell’occasione sono intervenute.
E allora? Che si fa, li si punisce come quelli che strappano il telefono dalle mani dei manifestanti?
Si tratta evidentemente del bizzarro tentativo di metterci una pezza del quale fa parte anche la surreale intervista di Franco Gabrielli al Corriere della Sera: lì il capo della polizia ha infatti sostenuto che Salvini si metta le divise della polizia per un “gesto d’attenzione” nei confronti delle forze dell’ordine. E non quindi per campagna elettorale come è evidente anche a un cieco.
E ancora: ma se le regole sono queste e lo sono da sempre, come si sostiene nell’articolo, perchè ieri è stato tolto lo striscione “Non sei benvenuto” a Brembate? Lì dov’è l’insulto?
(da “NextQuotidiano”)
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