Gennaio 10th, 2020 Riccardo Fucile
I NOMI: MAIETTA E CALANDRINI (FDI) E ADINOLFI (LEGA) COLORO CHE AVREBBERO RICEVUTO L’APPOGGIO DEI CLAN… GLI ACCUSATI NEGANO
Agostino Riccardo è un ex esponente del clan dei Di Silvio (imparentati con i Casamonica), arrestato nel 2018 nell’ambito dell’inchiesta Alba Pontina sulla mafia sinti di Latina che il 12 giugno del 2018 portò all’arresto di una ventina di membri del clan.
Da tempo Riccardo collabora con i magistrati, in particolare facendo rivelazioni sui rapporti tra la politica e i clan della zona. Lo scorso aprile Clemente Pistilli su Repubblica riportava una delle dichiarazioni del pentito riguardo alla spartizione tra i clan per la campagna elettorale: «Abbiamo operato l’affissione dei manifesti il giorno prima delle elezioni contravvenendo al divieto. In tal modo, il giorno dopo a Terracina e a Latina, dove avevamo il partito Noi con Salvini, le città erano tappezzate dei manifesti dei candidati che sponsorizzavamo».
Qualche giorno fa il pentito durante un’udienza ha fatto i nomi dei politici che sarebbero stati aiutati dai Di Silvio, fino ad ora coperti da omissis.
«Ci hanno pagato per comprare voti, e ci hanno pagato sapendo bene quali erano i nostri metodi» ha dichiarato Riccardo. I partiti quindi non si sarebbero serviti della criminalità di origine nomade solo per l’attacchinaggio dei manifesti elettorali ma anche per garantirsi pacchetti di voti.
Ad esempio in occasione delle elezioni regionali del 2013 Riccardo sostiene che 500 voti provenienti dalla curva del Latina Calcio sarebbero stati “dirottati”- su richiesta dell’allora patron Pasquale Maietta — sull’ex PdL e ora senatore di Fratelli d’Italia Nicola Calandrini. Quei voti, secondo la ricostruzione del pentito, sarebbero dovuti andare a Gina Cetrone (ora con Cambiamo! di Giovanni Toti) ma Maietta decise di spostarli Calandrini.
Da parte sua Calandrini invece nega di aver mai chiesto voti ai tifosi del Latina o di aver mai avuto incontri con loro.
Al Messaggero l’esponente del partito di Giorgia Meloni ha dichiarato «Se Maietta ha chiesto voti per un collega dello stesso partito non credo sia un’ipotesi di reato. Di certo io non l’ho mai saputo nè ho incontrato gente strana, io queste persone non le ho mai conosciute».
E proprio Maietta — eletto alla Camera nel 2013 per Fratelli d’Italia — è secondo il pentito Riccardo uno dei politici che si sarebbero avvalsi dell’aiuto dei clan: «La mia prima campagna elettorale abbiamo fatto diventare noi Travali [un altro clan NdR] a Pasquale Maietta assessore al comune di Latina. Fu candidato e prese mille voti».
Riccardo ha poi rivelato che alle elezioni politiche del 2013 gli uomini del clan avrebbero minacciato l’attuale vicepresidente della Camera dei Deputati Fabio Rampelli (sempre di FdI) che era secondo in lista nel suo collegio al fine di fargli optare per un’altra circoscrizione al fine di consentire , secondo il pentito, l’elezione di Maietta (che era terzo in lista dopo Rampelli e Meloni) al Parlamento.
Il deputato Rampelli nega di aver mai subito intimidazioni da parte di Riccardo o che ci siano state pressioni di alcun tipo dopo la sua elezione.
Ma secondo Agostino Riccardo i clan non aiutarono solo gli esponenti di Fratelli d’Italia. Il pentito ha tirato in ballo anche la Lega e il partito di Salvini Noi con Salvini.
È la storia dell’attacchinaggio dei manifesti. Il nome è quello di Matteo Adinolfi, attualmente eurodeputato della Lega e ex AN e già coordinatore provinciale del Carroccio a Latina.
Secondo Riccardo alle elezioni comunali del 2016 l’organizzazione portò al leghista «sia visualizzazione che voti. Prese 500 voti». Sempre stando alle dichiarazioni del pentito a pagare per la campagna di Adinolfi sarebbe stato l’imprenditore Raffaele Del Prete, del quale l’europarlamentare era commercialista.
Gia nell’aprile scorso era venuto fuori il nome di Adinolfi e di Del Prete. Secondo Riccardo fu proprio l’imprenditore a contrattare con lui l’attacchinaggio dei manifesti e l’acquisto dei voti, che sarebbero stati pagati 100-150 euro l’uno.
Il pentito aveva anche rivelato che alcuni esponenti del clan di cui faceva parte avrebbero partecipato allo spoglio nella «sede della lista elettorale Noi con Salvini».
Il nome di Del Prete era emerso anche nelle rivelazioni del primo pentito dell’inchiesta Alba Pontina: Renato Pugliese.
Pugliese parlando di Del Prete aveva dichiarato agli inquirenti «abbiamo fatto anche la campagna di Noi con Salvini che ci pagava… perchè se avessero vinto le elezioni, l’appalto sui rifiuti sarebbe andato verosimilmente tutto alla sua impresa».
L’onorevole Adinolfi ha però nettamente smentito di aver avuto alcun rapporto con Riccardo e anche di aver organizzato l’affissione dei manifesti elettorali durante quella campagna: «attacchinaggio per me non ne hanno fatto di certo, io non ho fatto i manifesti elettorali nel 2016, ho solo affittato una vela e messo un cartellone a Borgo Piave. Per quanto riguarda i manifesti di Noi per Salvini non ero il segretario del partito e non ne so nulla» ha dichiarato al Messaggero.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 10th, 2020 Riccardo Fucile
E’ FINITA LA PACCHIA CHE COSTAVA AGLI ITALIANI 700.000 EURO L’ANNO PER ASSICURARE AGLI AMICI UNO STIPENDIO
Pesavano i costi della Bestia sul Viminale targato Matteo Salvini. Lo staff dell’ex ministro
dell’Interno, tra collaboratori a vario titolo e team della comunicazione, era arrivato a costare, per le casse dello Stato, oltre 700mila euro all’anno.
Una spesa che è stata praticamente ridotta allo stretto indispensabile dall’attuale titolare del Viminale, la potentina Luciana Lamorgese. Il nuovo ministro dell’Interno ha dato vita a un nuovo corso che porterà , alla fine dell’anno solare, a un risparmio di 560mila euro, grazie allo staff Lamorgese.
Del resto, è noto che la nuova ministra dell’Interno abbia impresso una svolta a livello di comunicazione. La sua è molto più snella e meno politicizzata rispetto a quella del predecessore che, tra dirette sui social network e post virali, aveva bisogno di essere maggiormente curata. Per questo, Matteo Salvini si circondava — e si circonda tutt’ora, solo che a sue spese — di uno staff imponente composto da diverse persone. All’epoca, della squadra, facevano parte il team leader Luca Morisi e, tra gli altri, anche il figlio di Marcello Foa, attuale presidente della Rai.
Luciana Lamorgese, invece, è il ministro senza social. L’Espresso, in un’inchiesta che andrà in edicola domenica prossima e che è stata anticipata in queste ore, ha quantificato il risparmio di questo low profile da parte dell’attuale titolare del dicastero dell’Interno. Lamorgese si affida ai canali di comunicazione tradizionali, comunicati stampa e note ufficiali: forse è per questo che i numeri dei risultati ottenuti, ad esempio, sul fronte dell’immigrazione non sono così ridondanti come quelli che Matteo Salvini ci ricordava ogni due/tre post su Facebook, Twitter e Instagram.
Oltre ai funzionari interni, il ministro Lamorgese può contare su una segreteria particolare e su una segreteria tecnica con persone assunte dall’esterno, in base a un rapporto fiduciario. I membri di questi due uffici che fanno direttamente capo alla Lamorgese sono in numero ridotto rispetto a quello dello staff di Salvini e comportano, di conseguenza, dei costi inferiori. Arrivando a far spendere allo Stato 4/5 in meno di un anno fa.
(da agenzie)
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Gennaio 10th, 2020 Riccardo Fucile
GIORNATE DECISIVE PER L’INCHIESTA …SI INDAGA PER CORRUZIONE INTERNAZIONALE
Nuovi file audio delle telefonate registrate nel cellulare di Gianluca Meranda al vaglio dei magistrati. L’inchiesta milanese sull’ex braccio destro di Matteo Salvini, Gianluca Savoini, prosegue con nuovi spunti per gli investigatori che in questi giorni stanno ascoltando le telefonate registrate dall’avvocato Meranda al cellulare tramite un’applicazione telefonica: tra queste i militari della Guardia di Finanza stanno cercando quelle che in qualche modo possono riguardare la famosa trattativa del Metropol in cui Meranda, Savoini e Francesco Vannucci parlavano con tre russi per concludere una compravendita di petrolio con l’obiettivo di utilizzare una parte dei soldi per finanziare la campagna elettorale della Lega per le Europee. In procura c’è il massimo riserbo su quali siano gli interlocutori con cui Meranda avrebbe parlato in quei mesi al telefono e delle cui voci è rimasta traccia sullo smartphone dell’avvocato.
Sono giorni di fermento per l’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e portata avanti dai pm Sergio Spadaro, Donata Costa e Gaetano Ruta. Giovedì pomeriggio i pm che indagano con l’ipotesi di corruzione internazionale hanno sentito per ore una nuova testimone: si tratta di una donna di origini russe, alta, dai capelli lunghi e scuri, molto elegante. La donna è stata ascoltata alla presenza di due dei sostituti procuratori e con i militari della Guardia di Finanza: il verbale della donna è stato secretato dai pm e anche in questo caso c’è il massimo riserbo su quale sia la sua indentità e il suo ruolo in una vicenda che anche dal punto di vista giudiziario non si è mai fermata. E’ di metà dicembre il pronunciamento della Cassazione che ha ribadito quanto già stabilito dal Tribunale del Riesame, ovvero che i sequestri di cellulari e altro materiale fatti a Savoini erano legittimi e che la conversazione registrata al Metropol è autentica.
L’inchiesta, emersa a luglio, ha al centro la presunta trattativa che avrebbe avuto lo scopo di rimpinguare con 65 milioni di dollari le casse della Lega: tutto si basa sull’audio registrato da uno dei partecipanti a quell’incontro del 18 ottobre 2018, file di cui erano venuti in possesso due giornalisti dell’Espresso che avevano dato la notizia in esclusiva a febbraio. A quell’incontro all’hotel Metropol di Mosca erano presenti Savoini (anche ex portavoce di Matteo Salvini), l’avvocato Gianluca Meranda e l’ex bancario Francesco Vannucci (anche loro indagati per corruzione internazionale) oltre a tre russi, tra cui Ilya Andreevich Yakunin e Andrey Yuryevich Kharchenko. Uomini vicini all’ideologo di estrema destra Aleksandr Dugin e a Vladimir Pligin, un politico vicino al presidente Vladimir Putin.
(da agenzie)
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Gennaio 10th, 2020 Riccardo Fucile
RAGGIUNTO IL NUMERO NECESSARIO, SONO 71 DI CUI 6 DELLA LEGA… CONTRADDIZIONE PALESE DELLA LEGA CHE IN AULA VOTO’ A FAVORE DEL TAGLIO
Raggiunto e superato il numero minimo di 64 firme per presentare il quesito del referendum
contro il taglio dei parlamentari. Lo si apprende da fonti parlamentari, secondo cui, nelle ultime ore, sarebbe arrivato un sostanzioso appoggio anche da parte di senatori leghisti, non solo gli ex M5S ma anche esponenti doc del Carroccio.
Domenica scade anche il termine per la raccolta firme tra i parlamentari: dopo il ritiro di quattro eletti di Forza Italia di area Carfagna, sono arrivate le nuove sottoscrizioni tra i senatori.
Ale 15 la presentazione delle firme in Cassazione. “Mi interessa che si possa svolgere nel Paese la consultazione. Alla fine hano firmato tutti i gruppi parlamentari”, ha spiegato il senatore azzurro Andrea Cangini.
Tra i nuovi arrivi i forzisti Roberta Toffanin e Dario Damiani, vicini a Silvio Berlusconi, irritato per l’iniziativa di Carfagna e sollecitato da Salvini perchè richiamasse all’ordine i suoi parlamentari.
Tra i nuovi firmatari vi sono poi sei senatori leghisti. E c’è già anche chi guiderà il Comitato per il no: è la Fondazione Luigi Einaudi che ha anche promosso la raccolta delle firme tra i parlamentari. Il coordinamento nazionale dei comitati noiNO, contrari alla riforma approvata dal Parlamento, sarà presentato in una conferenza martedì prossimo nella sala stampa della Camera dei Deputati, con i costituzionalisti e i parlamentari che aderiscono alla campagna.
E sulla raccolta firma c’è il Movimento 5 Stelle che attacca la Lega: “Non hanno resistito alla voglia di tenersi strette le poltrone e a quanto pare è arrivato ‘l’aiutinò della Lega” nella raccolta delle firme per il referendum sulla riforma sul taglio dei parlamentari – dicono fonti grilline -. Non vediamo l’ora di dare il via alla campagna referendaria per spiegare ai cittadini che ci sono parlamentari che vorrebbero bloccare questo taglio, fermando così il risparmio di circa 300mila euro al giorno per gli italiani che produrrebbe l’eliminazione di 345 poltrone”.
Federico D’Incà , ministro 5S per i Rapporti con il Parlamento, su Twitter scrive: “Se si farà il referendum sulla legge per il taglio dei parlamentari sono convinto che i cittadini saranno dalla nostra parte. Certo è curioso che a volerlo adesso siano quelli che l’hanno approvata. In situazioni normali sarebbe contraddizione, per certa politica è consuetudine”.
Per Mara Carfagna “quello sul taglio dei parlamentari è un referendum salva-poltrone. È un vero e proprio trucchetto, che ha come unico obiettivo quello di costringere gli italiani a eleggere nuovamente mille parlamentari, anzichè seicento. Per questo ai colleghi senatori che mi hanno chiesto un parere ho detto: non prestatevi a un giochino di Palazzo che screditerà la politica, squalificherà Forza Italia, resusciterà il populismo”.
Intanto il senatore 5S Mario Michele Giarrusso via Facebook fa sapere di aver ritirato in mattinata la sua firma dalla richiesta di referendum: “La mia posizione è stata strumentalizzata da alcuni e travisata da altri. Rimango dell’idea che dare la parola ai cittadini con un referendum confermativo senza quorum- aggiunge-, è una scelta in linea con la nostra storia di impegno per la democrazia diretta. Purtroppo però, queste argomentazioni, non sono state nè recepite e nè tantomeno comprese. Sciacalli invece si sono subito tuffati nella polemica, solo per gettare fango, senza ritegno alcuno. A me dispiace av
er lasciato la bandiera della democrazia diretta, nelle mani di chi non la merita. Peccato”. E anche due dem hanno ritirato le loro firme: sono Francesco Verducci e Vincenzo D’Arienzo. In una nota i due sentaori del Pd scrivono: “Consideriamo un risultato politico importante, per niente scontato, aver raggiunto un accordo che impegna le forze di governo ad approvare una nuova legge elettorale proporzionale ed il deposito del conseguente disegno di legge. Introdurre il proporzionale è l’unico modo per salvaguardare la rappresentanza politica e sociale che è alla base della nostra democrazia rappresentantiva e per evitare il rischio di pesanti distorsioni dovuto al taglio dei parlamentari”.
(da agenzie)
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Gennaio 10th, 2020 Riccardo Fucile
MA LA GIORNATA E’ ANCORA LUNGA
In campagna elettorale il rischio di cadere in gaffe è molto elevato. I toni si esacerbano, la contesa si fa difficile e per essere al passo (o per superare) il contendente di turno, si commettono strafalcioni.
E nelle ultime settimane la candidata del Centrodestra (che rappresenterà in Emilia-Romagna la Lega, FdI e Forza Italia) è inciampata diverse volte.
L’ultima è visibile su Facebook, nella categoria eventi: Lucia Borgonzoni a Bologna nel tardo pomeriggio di ieri (giovedì 9 gennaio alle 18.30), ma la fotografia utilizzata era di Ferrara.
Un errore geografico che non ha nulla a che vedere con il precedente, quando la parlamentare della Lega, intervistata da Un Giorno Da Pecora (Su Rai Radio1), aveva detto che l’Emilia-Romagna confinava con il Trentino.
Diciamo che, questa volta, la gaffe social è stata più sfumata: una fotografia random di Lucia Borgonzoni per annunciare l’evento di Bologna, ma con alle spalle la città di Ferrara.
I social media manager che curano il profilo Facebook della candidata del Centrodestra — ed esponente della Lega — hanno sicuramente utilizzato una foto stock per sponsorizzare l’evento, non curandosi della luogo in cui è stata scattata in realtà quella immagine.
E come fatto anche nei giorni scorsi, il candidato del Centrosinistra (presidente uscente della Regione Emilia-Romagna) continua a sottolineare gli errori che si palesano durante la campagna elettorale di Lucia Borgonzoni. Ieri, per esempio, le ha ricordato come due sue proposte di legge — di cui aveva parlato a Cento — esistessero già da anni.
(da agenzie)
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Gennaio 10th, 2020 Riccardo Fucile
L’ESILARANTE INTERVISTA A PIAZZA PULITA: PER UN ALTRO ELETTORE DELLA LEGA IL CANDIDATO DEL CENTRODESTRA E’ ADDIRITTURA BONACCINI
Un capitano, c’è solo un capitano. A forza di ripetere questo motto — trasferito dagli stadi alla
contesa politica — si è persa la razionalità dei fatti.
I partiti, anche se si tende sempre a negarlo, sono sempre più personali: si vota l’uomo di spicco, quasi mai le idee.
E così accade che in Emilia-Romagna ci siano persone che non sono a conoscenza neanche del nome della candidata del Carroccio alla poltrona di presidente della Regione, arrivando perfino a confonderla con il suo avversario.
L’intervista dell’elettore leghista confuso è andata in onda giovedì sera a Piazzapulita, su La7.
Insomma, ascoltando quelle poche parole catturate dal microfono dell’inviata della trasmissione di Corrado Formigli, appare evidente che non si voti più (se mai sia stato fatto) un progetto politico, un’idea o un programma. La preferenza elettorale, ormai, va alla persona. Ma Salvini in Emilia-Romagna non è candidato, anche se il numero enorme di comizi sembra dire quasi il contrario. Ed è forse per questo motivo che l’elettore leghista appare confuso.
E a dargli una mano in questo caos c’è anche il suo vicino che, nel corso dell’intervista, prova a dargli qualche suggerimento, mostrando vaste lacune. Parte da lui, infatti, il nome di Stefano Bonaccini indicato come candidato della Lega in Emilia-Romagna.
Poi la confusione prosegue anche sul cognome di Lucia Borgonzoni che, dopo una lunga ‘trattativa’, diventa ‘Bergonzoni’.
L’elettore leghista intervistato da La7, dunque, sembra essere nella confusione più totale. Tutto ciò evidenzia come ci sia una latitanza di un reale progetto politico del Carroccio in Emilia-Romagna, ma gli elettori — innamorati persi di Salvini — proseguono dritti senza considerare queste ‘mancanze’.
Anche perchè, come confessano i due intervistati, non hanno idea di chi sia Lucia Borgonzoni, non l’hanno mai vista
(da agenzie)
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Gennaio 10th, 2020 Riccardo Fucile
NON SAREBBE MAI TROPPO PRESTO… MA LUI SMENTISCE
Un passo indietro per Luigi Di Maio e una guida collegiale con gli altri big del MoVimento 5 Stelle pronto a sostituirlo.
Il Fatto Quotidiano, che non è di certo un giornale ostile ai grillini, oggi apre la prima pagina con la notizia della possibilità sempre più concreta dell’addio alla guida del M5S per l’attuale Capo Politico e ministro degli Esteri. Un cambio che potrebbe addirittura arrivare prima delle elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria, dove i grillini rischiano un altro flop.
Secondo Luca De Carolis la data scelta per l’annuncio è tra il 20 e il 21 gennaio, ovvero non appena saranno eletti i famosi facilitatori regionali. L’addio a pochi giorni dal voto consentirebbe al Capo Politico di non doversi assumere la responsabilità di un’altra sconfitta e di non essere ritenuto responsabile del confronto tra i voti presi quasi due anni fa alle elezioni politiche e quelli presi oggi.
“Lo vogliono spingere verso la porta”conferma un dimaiamo. E il capo è davvero vicinissimo a quel passo di lato di cui aveva parlato per la prima volta pochi giorni fa il Foglio, datandolo per la fine di febbraio.
Il suo staff aveva smentito tutto poche ore dopo. E ieri sera ambienti vicini al ministro, sentiti dal Fatto, hanno nuovamente negato (“falso”). Ma la strada del 33enne di Pomigliano d’Arco dovrebbe essere davvero quella, confermano al Fatto più fonti qualificate.
E porta all’addio al ruolo di capo politico che si era dato con Statuto nel dicembre 2017, con la benedizione di Davide Casaleggio e il sì pragmatico di Grillo (e la ratifica degli iscritti sul web). Una carica della durata di cinque anni, rinnovabile per un altro mandato.
Prima dell’addio Di Maio però vuole decidere l’organigramma del partito. Nei suoi piani, gli iscritti dovrebbero votare un elenco da cui poi sarà lui, ancora capo, a scegliere i nomi finali.
Ma molti big contestano questa soluzione, come il vicepresidente del Parlamento europeo, Fabio Massimo Castaldo (“Così l’elezione è un processo calato dall’alto”).
D’altro canto proprio ieri alcuni senatori del MoVimento 5 Stelle hanno presentato un documento per la costituzione di un organismo collegiale. Chi ha partecipato alla stesura del testo spiega che le richieste “non sono negoziabili” e che verranno avanzate anche nei prossimi giorni. E che ieri ci sarebbe stato comunque un contatto pure con i vertici pentastellati.
“Deve essere un contributo al Movimento, non creare frizioni nella maggioranza e nel governo”, riferisce un senatore, “noi andremo avanti, non ci fermeremo”.
“Il M5S dovrà essere guidato da un organismo collegiale democraticamente eletto”, recita il documento. Di fatto l’intenzione è quella di far passare il principio che non vale più solo uno, devono valere tutti. Ed è un riferimento non solo legato al capo politico M5s Di Maio di cui si riconoscono i risultati, ma pure a Grillo, secondo quanto viene spiegato. L’obiettivo sarebbe quello di far sì che a quest’ultimo si riconosca il ruolo di padre storico o di presidente onorario, ma non più la figura del garante che puo’ da solo prendere decisioni a nome degli altri. Un passaggio che poi all’ultimo sarebbe stato eliminato.
“Portiamo avanti un principio di vera democrazia”, sostiene un altro esponente pentastellato. Non c’è stata una raccolta firme ma in tanti hanno manifestato la volontà di aderire, viene sottolineato. Su alcuni passaggi si registra un ampio consenso.
Nel documento si punta a sfilare Rousseau dal controllo di Casaleggio per restituirlo al Movimento.
Si propone un confronto con le forze progressiste, un comitato di garanti sulle rendicontazioni (dal 1 gennaio 2020 si potrà restituire con un regime forfettario) e si punta a mettere fine ai dl, pur ribadendo che non c’è alcuna intenzione di mettere in fibrillazione la maggioranza e l’esecutivo.
Intanto il Movimento 5 stelle è scosso da altri due abbandoni alla Camera dei deputati. Lasciano De Toma e Rachele Silvestri, mentre un altro deputato, Rossini, sarebbe stato convinto all’ultimo ad evitare di andare nel Misto. Entrambi i fuoriusciti da M5s dovrebbero convergere in ‘Eco’, il soggetto politico che l’ex ministro dell’Istruzione Fioramonti si appresta a costituire e che guarda soprattutto all’Europa, mentre Paragone ha promosso un appuntamento per il 17 gennaio a Catania: “Rimettiamoci in Movimento”.
Secondo De Carolis le indiscrezioni raccontano che Di Maio lascerebbe anche il ruolo di capo delegazione dei 5Stelle nell’esecutivo Conte. Facendo posto al ministro dello Sviluppo economico, l’ex capogruppo in Senato, Stefano Patuanelli: stimato dai parlamentari e da Conte, in ottimi rapporti sia con Grillo che con Casaleggio. Ma il vero nodo sarà l’avvenire del M5S.
E il primo passo dopo le dimissioni, da Statuto, sarebbe l’arrivo di un reggente, ossia del membro più anziano del Comitato di garanzia (l’organo di appello del Movimento). Ossia il viceministro all’Interno Vito Crimi, storicamente vicino ai Casaleggio.
Ma dopo di lui? “Adesso serve finalmente un organo collegiale”, insiste una fonte. Una segreteria politica, quella che Di Maio ha sempre respinto come un calice troppo amaro. Anche se c’è un problema: Grillo, che ha sempre definito fallimentare l’esperienza del Direttorio, l’organo a cinque creato quando Gianroberto Casaleggio era ancora in vita. “Ma non c’è altra strada”, ripetono dal M5S. Però come e con chi comporlo?
Proprio Grillo, il Garante, avrà un ruolo fondamentale. Perchè per abolire la figura del capo politico è necessario cambiare lo Statuto. E non sarà indolore. Poi, ovviamente, bisognerà decidere chi inserire: ammesso che Grillo e Casaleggio non cerchino un altro capo. Ma al momento nessuno lo vede.
Alessandro Di Battista, di nuovo in rapporti gelidi con Di Maio dopo l’espulsione di quel Gianluigi Paragone a lui vicino, è in Iran. Roberto Fico è il presidente della Camera. E altre opzioni hanno carenza di carisma o di consenso interno (se non entrambe). Però è un nodo che va sciolto in fretta.
La soluzione è semplice e fatta in casa: Giuseppe Conte.
ore 9,18: “Smentiamo quanto riportato quest’oggi da ‘Il Fatto Quotidiano’, in un articolo a firma Luca De Carolis, in merito alle dimissioni da capo politico del MoVimento 5 Stelle di Luigi Di Maio. Una narrazione, con tanto di fantomatica data delle dimissioni, che appare decisamente surreale. Un retroscena che riporterebbe il pensiero di svariate ‘fonti’ interpellate che sembrano però fare il tifo per una certa narrazione, quando nel pezzo alle fonti dirette viene riservato mezza riga di smentita”.
Così lo staff del capo politico dl M5S, Luigi Di Maio. “Appare anche singolare la scelta di aprire il giornale con questo falso retroscena quando lo stesso Di Maio in queste ore è impegnato in importanti dossier di politica estera, come la Libia, di forte interessa nazionale e che interessano la sicurezza del nostro Paese. È un fatto gravissimo, che ci sorprende”, sottolineano dall’entourage di Di Maio.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 10th, 2020 Riccardo Fucile
“QUALCUNO VUOLE ANDARE A VOTARE A BREVE CON MILLE SEGGI IN PALIO, NOI NON CI PRESTIAMO”
Ieri alcuni parlamentari hanno ritirato le loro firme dalla richiesta di referendum sul taglio dei
parlamentari, di fatto bloccandone la possibilità di consegnarle in Cassazione per la proclamazione della consultazioni.
A quanto pare, la Lega ha cominciato ad attivarsi per trovare altri volontari per sostituirli, a dispetto dei tanti voti a favore del taglio da parte del Carroccio in Parlamento.
Ma soprattutto, spiega oggi Emanuele Lauria su Repubblica, la mossa sarebbe il primo atto della costituzione di un nucleo di “responsabili” provenienti da Forza Italia che potrebbero puntellare il governo Conte:
È stato, nei fatti, il debutto dei “responsabili” di Conte. Ovvero il primo atto di sostegno a un governo che teme un voto in primavera da parte di un pezzo dell’opposizione: segnatamente da parte di quella frangia di Forza Italia che ha aderito a “Voce libera”, l’associazione fondata da Mara Carfagna che ormai si può definire composta da dissidenti ufficiali di Forza Italia.
L’accelerazione è avvenuta nella mattinata di ieri, con un giro di telefonate che ha coinvolto l’ex ministra e un gruppo di parlamentari della sua corrente: fra questi Franco Dal Mas, Massimo Mallegni, Laura Stabile e Barbara Masini, che poi sono andati fisicamente a ritirare le firme sulla richiesta di referendum sul taglio dei parlamentari.
Con un’idea precisa esplicitata da Mallegni, senatore toscano: «Noi, in partenza, eravamo animati da puro spirito referendario. Con il passare dei giorni, e soprattutto delle ore, abbiamo sentito puzza di morto: molti sostenitori del referendum si sono spesi solo per far sì che si torni a votare con mille seggi in palio. Una presa in giro». Nel centrodestra, da quel momento, è stato il caos.
Perchè a tutti è stato sin troppo chiaro che dal gruppo forzista di Palazzo Madama si stava calando un ponte levatorio verso la maggioranza.
Con la prospettiva, in tempi non troppo lunghi, di una spaccatura e della formazione di una componente autonoma disposta a dare una mano all’esecutivo giallo-rosso.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 10th, 2020 Riccardo Fucile
LA DECISIONE PREVISTA IL 13 GENNAIO, LA PETIZIONE DELLE CANTINE… TANTE PICCOLE AZIENDA RISCHIANO LA CHIUSURA
L’anno bisestile si annuncia davvero tragico per il vino italiano – ed europeo in generale – con dazi americani sul valore di ingresso delle bottiglie che potrebbero schizzare fino al 100%. Lo ha deciso il 12 dicembre scorso l’amministrazione del presidente Donald Trump in seguito a uno scontro iniziato in autunno con la Francia di Macron che ha colpito formaggi e Champagne.
Disputa partita da altri settori – aerospaziale e servizi digitali – e che è finita sulle tavole a stelle e strisce amanti del cibo e del vino europei.
La decisione è fissata per il 13 gennaio, ma è da prima del Natale che molti importatori americani hanno bloccato gli ordini presso le cantine del nostro Paese, nell’attesa che la situazione si sblocchi, in un senso o in un altro.
A ottobre c’era già stato un innalzamento delle tariffe del 25% su oltre 100 prodotti, coinvolgendo in particolare Francia, Germania, Spagna e Inghilterra (con l’Italia colpita sui formaggi, ma non sul vino).
Il contenzioso che ha portato allo scontro è stata l’accusa di supporto alle rispettive industrie aeronautiche, e in particolare alla statunitense Boeing e all’europea Airbus (il cui consorzio vede impegnati i paesi sopra citati).
La WTO, l’Organizzazione mondiale del commercio, ha condannato la UE per finanziamenti incompatibili con le regole dell’organizzazione stessa. Risultato, Trump ha diritto a riscuotere 7,5 miliardi di dollari in dazi sui prodotti europei.
Una politica di rappresaglia, su ciò vi sono pochi dubbi, ma a ogni azione segue una reazione e qualcosa si sta muovendo, non solo tra i produttori, ma soprattutto tra quanti importano e distribuiscono le etichette europee negli Stati Uniti, ovvero quelli che rischiano di più con una forte riduzione dei posti di lavoro e la chiusura di tante imprese dalle dimensioni medio-piccole e spesso a conduzione familiare.
L’associazione nazionale dei commercianti di vino, la NAWR sta chiedendo a tutti – consumatori compresi – di firmare una petizione, mentre è interessante andare a leggere gli addetti al settore — distributori, sommelier, venditori, ristoratori – che partecipano al sito governativo Regulation.gov del Dipartimento del Commercio americano (Ustr) lasciando commenti sulle pagine dedicate alle controversie sugli aeromobili.
I venti di guerra, per ora commerciali, mentre soffiano quelli inquietanti della geopolitica, sono arrivati anche in Italia. In realtà piuttosto in sordina e al momento posizioni ufficiali da parte degli organi competenti non ve ne sono.
A muoversi per primi sono stati alcuni produttori della Fivi, la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, che hanno lanciato un appello sulla piattaforma Change.org indirizzato al Ministro delle Politiche Agricole Teresa Bellanova, al Commissario dell’unione Europea per l’Agricoltura Janusz Wojciechowski e al presidente del Parlamento Europeo David Sassoli. Un grido di aiuto che ha raccolto firme tra quanti vogliono difendere il vino e chi lavora nel settore.
Tra le più attive dei primi cento firmatari c’è Marilena Barbera, vignaiola siciliana con azienda a Menfi: “Molti di noi – spiega la produttrice – hanno già ricevuto mail dai propri importatori per bloccare gli ordini di dicembre che sarebbero stati sdoganati a fine gennaio. Immaginiamo che questi ordini non vengano confermati. Cosa ce ne faremo di queste bottiglie? Parliamo di un miliardo e settecento milioni di vino ogni anno, dovremo trovare mercati alternativi e decidere a che prezzo venderlo. Mi conviene più tenerlo in cantina o applicare degli sconti? Quanto di questo vino potrebbe finire nella grande distribuzione o in canali paralleli a prezzi ridicoli, mettendo in difficoltà enoteche e facendo perdere valore alle denominazioni? Saremo costretti a farci una lotta intestina con prezzi concorrenziali, perchè solo in questo modo puoi andare a saturare un mercato nuovo”.
La petizione, che ha raccolto 5mila firme, punta soprattutto a sensibilizzare l’opinione pubblica italiana che appare alquanto silente. “Sono sorpreso dal numero di colleghi che mi hanno chiamato per avere informazioni: sono del tutto ignari di quanto sta accadendo”. A parlare è Gianluca Morino che con la sua azienda Cascina Garatina produce vino nel Monferrato. Non addebita tanto la colpa ai vignaioli, quanto alla mancanza di informazione sia a livello istituzionale che mediatico.
“Questa petizione – continua il produttore – è nata da una domanda che ci siamo fatti, ovvero: che sta facendo l’Unione Europea? Ho letto di proposte assurde, come quella di dazi compensatori che vadano a colpire prodotti americani come il ketchup. Ma a chi giova questa escalation di offensive e controffensive? Noi puntiamo non solo alla non applicazione del 100% dei dazi, ma anche all’abolizione della misura introdotta l’ottobre scorso con tariffe al 25%. Gli USA rappresentano il paese con la più vasta offerta di vini al mondo, con questa ennesima guerra daziaria si rischia di renderlo un prodotto sempre più elitario, spingendo il consumatore medio-alto – per intenderci quello che spende tra i 15 e i 20 dollari per una bottiglia – a spostarsi su altri generi di bevande”.
In effetti tra le motivazioni che avrebbero spinto l’amministrazione Trump a minacciare l’offensiva, potrebbe esserci anche quella del voler avvantaggiare produttori di birra e di bibite gasate. Di certo si sa che a inizio dicembre è scattata la tregua tra Stati Uniti e Cina, firmatari di un’intesa provvisoria per la sospensione reciproca delle imposte di ingresso, coi cinesi che si impegnano ad aumentare quasi del doppio l’import agroalimentare dagli USA. Nell’elenco delle firme compaiono tanti bei nomi della viticoltura italiana, ma nessun brand famoso.
Marilena Barbera se lo spiega così: “Credo siano su una posizione attendista o preferiscono spostare la loro protesta direttamente in America, facendo lobby con le associazioni di categoria”.
Che è poi quello che sta facendo la Uiv, ad esempio. L’Unione Italiana Vini ha investito in una campagna social in coordinamento con i propri importatori verso i consumatori americani e gli operatori della filiera affinchè partecipino alla consultazione pubblica. Lettera morta invece è rimasta la mail che Matilde Poggi, presidentessa Fivi, ha inviato il 20 dicembre scorso all’attenzione del commissario Ue Wojciechowski: “Ci siamo mossi come Cevi (confederazione Europea Vignaioli Indipendenti) perchè siamo convinti che ci sia, da parte del Presidente Trump, la volontà precisa di scompaginare il settore agroalimentare – e non solo – europeo con il metodo dei dazi a carosello, che vanno a colpire un gruppo di paesi alla volta e in maniera periodica, destabilizzando e indebolendo la nostra economia”. Parlando di vino, il valore di quello europeo negli Stati Uniti ammonta a 28 miliardi di dollari e se sono quasi cinque quelli che vengono restituiti in Europa a titolo di etichette Usa, l’85% rimane nell’economia degli States sostenendo migliaia di posti di lavoro. Entro pochi mesi, a febbraio, tutto questo potrebbe svanire perchè gli importatori smetterebbero semplicemente di acquistare vino europeo.
Secondo alcuni importatori, effetti negativi si sentiranno anche sul mercato dei vini americani
“È esattamente quello che accadrà con dazi al 100%”. Niccolò degli Innocenti è il sales manager di Vias per la catena Metro di New York, una società di importazione e distribuzione che fattura intorno ai 40 milioni di dollari l’anno: “Stiamo ragionando con i nostri produttori su un’eventuale innalzamento dei dazi al 25% e in tal caso ci divideremo gli oneri dei costi in più per non penalizzare il consumatore, ma ciò può essere preso in considerazione solo per un periodo limitato di tempo. Altri scenari non sono ammissibili”. Realtà altrettanto agguerrita ma più piccola – e di conseguenza assai preoccupata – è quella di Giuseppe Lo Cascio, proprietario della società Selezioni Varietali, che rappresenta alcune delle migliori cantine del nostro Paese: “Questa è una situazione che non ha precedenti e in attesa di capirci qualcosa, le società più piccole come la nostra non stanno inserendo nuove aziende nel portfolio. I distributori di qualità inoltre hanno sempre in catalogo vini americani ed europei e non avere più margine sui secondi significa affossare anche la vendita dei primi. Se questo aumento vertiginoso delle tariffe dovesse andare in porto, verrà penalizzata la varietà dell’offerta, rendendo il nostro settore molto più conservativo”.
(da “La Repubblica”)
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