Destra di Popolo.net

TOGHE AL VOTO PER ELEGGERE L’ANM

Ottobre 18th, 2020 Riccardo Fucile

SFIDA TRA AREA E MAGISTRATURA INDIPENDENTE

Una magistratura compromessa dal caso Palamara. A sanare la quale non può certo bastare la radiazione dell’ex pm. Un Csm profondamente diviso sul caso Davigo, per il quale domani in Consiglio è il giorno decisivo. Le correnti delle toghe divenute simbolo di trattative sotto banco per ottenere un posto ambito anzichè luoghi di dibattito ideale e giuridico.
È in questo mare magnum che cadono le elezioni per il nuovo parlamentino dell’Associazione nazionale magistrati, per tutti l’Anm. Con il rischio, agitato da più parti,   che una corrente – la conservatrice Magistratura indipendente, per anni (ma c’è chi dice tuttora) feudo del deputato renziano Cosimo Maria Ferri – decida di spaccare il sindacato unitario dei giudici per mettersi per conto suo, forte di un’alleanza con un gruppo di fuoriusciti dalla centrista Unità  per la costituzione, per tutti Unicost. E di una possibile alleanza con la neonata ArticoloCentouno, il cui leader, Andrea Reale, giudice a Ragusa, aveva già  tentato nel 2012 con Proposta B di scalare l’Anm con risultati assai modesti (fu eletto solo lui). Ma i tempi sono cambiati, e la sua battaglia per sorteggiare il Csm potrebbe portargli più consensi di allora.
La prima elezione online
Per 36 posti corrono in 155. Divisi in 5 liste. Voteranno – da oggi a martedì – per rinnovare il “parlamentino” del sindacato dei giudici. Sarà  l’Anm del “dopo Palamara”. Tant’è che, a parte un caso (per giunta con una citazione indiretta), non c’è alcun nome in corsa che ricorra nelle ben note chat dell’ex pm in cui decine di colleghi si raccomandavano per avere i posti migliori dal Csm. I 7.100 magistrati che si sono iscritti per votare lo faranno – per la prima volta nella loro storia – online, da casa o dall’ufficio. L’avevano deciso già  a maggio dopo un doppio rinvio dovuto al Covid. Ci sono state resistenze, perchè la scadenza naturale sarebbe caduta a marzo. C’è chi voleva votare subito. E con il metodo tradizionale. Ma ha prevalso la prudenza e anche la voglia di sperimentare un voto online che se non fosse stato deciso oggi avrebbe creato difficoltà .
Chi sfida chi
Non ci sono nomi che bucano il video nelle liste, e forse questo potrebbe spiegare perchè le elezioni siano passate complessivamente sotto silenzio. O forse – Covid e disastri economici e politici a parte – proprio il caso Palamara ha gettato un’ombra su tutta la magistratura. L’ha messa nell’angolo. Ha rotto per sempre il cristallo della trasparenza. Adesso anche i giudici   sono visti come tutti gli altri, come i politici, occupati a spartirsi i posti tipo manuale Cencelli. Forse peggio. L’iter sbrigativo che, sia l’Anm che il Csm, hanno attuato per liberarsi di Luca Palamara, ha accreditato l’idea che la polvere sia stata messa in tutta fretta sotto il tappeto chiudendo la questione, almeno per Palamara, il prima possibile. Del resto, la stessa Anm ha liquidato il caso in un paio di giornate. La prima, a luglio, per votarne l’espulsione. La seconda, il 19 settembre, per ascoltarlo e criticarlo subito dopo, per poi confermare la misura presa. Tutto davanti soltanto a un centinaio di colleghi. Pochi per una faccenda del genere. Ma era un sabato, il giorno dopo si votava per il referendum sul taglio dei parlamentari, e c’era il Covid.
Le cinque liste
Alle ultime elezioni – era il 18 marzo 2016 – vinse Unicost con 2.522 voti di lista. Seguita da Area che ne prese 1.836. Al terzo posto Magistratura indipendente con 1.589 e ultima Autonomia e indipendenza con 1.271, alla sua prima uscita dopo la rottura di Davigo con Mi, e che registrava però il successo personale dell’ex pm di Mani pulite con 1.041 voti. Si parlò allora di vittoria dei centristi e di sconfitta di Area. Davigo vinse, tant’è che diventò presidente dell’Anm per tutto il primo anno. Seguì una rotazione automatica che certo non ha giovato al prestigio dell’Anm, fu la volta di Francesco Minisci di Unicost, di Eugenio Albamonte di Area. Poi arrivò Pasquale Grasso di Mi, ma anche il caso Palamara che portò alle dimissione di Grasso, “colpevole” di non aver preso subito le distanze dai suoi. Nuova giunta allora, con il presidente di Area Lucca Poniz. Che si ricandida di nuovo. Non senza polemiche.
La galassia di Area
Stavolta non c’è un Davigo in corsa. Nel senso che è inutile cercare nomi super famosi tra chi si candida. Tra i 35 di Area, la corrente in cui è tuttora aperta la dinamica tra chi è iscritto a Magistratura democratica, e chi lo è alla sola Area, nata come un cartello che ha unito nelle sfide elettorali Md e il Movimento per la Giustizia, il magistrato più noto è Giuseppe Santalucia, oggi consigliere in Cassazione, ma già  capo dell’ufficio legislativo del ministero della Giustizia. C’è Poniz, il presidente uscente, la cui candidatura ha creato più di un nervosismo con gli altri gruppi. Erano già  nell’Anm Silvia Albano, giudice del tribunale di Roma, e Giovanni Tedesco, presidente di sezione al tribunale di Napoli. Paola Cameran, sostituto procuratore generale a Venezia, aveva già  corso in autunno per le suppletive del Csm.
Tra i volti che hanno la storia di Md ecco Stefano Celli, pm a Rimini, Giorgio Falcone, pm a Padova, di cui non si contano gli interventi nella mailing list. Corre anche Rocco Gustavo Maruotti, il pm di Rieti che ha indagato sul terremoto ad Amatrice e si è commosso alla lettura della sentenza. Carlo Marsella invece è napoletano ma lavora a Palermo, da pm ha indagato sul latitante Matteo Messina Denaro e ora è un sostituto procuratore generale. Modestino Villani, oggi presidente di sezione di tribunale a Torino, è stato protagonista con Mario Suriano e Antonello Ardituro, entrambi oggi in Area, di un’importante scissione da Unicost quando nacque Articolo3.
La crisi di Unicost
Unità  per la Costituzione soffre, ovviamente, il caso Palamara. E subisce anche una scissione. Se ne vanno i dissidenti che fondano il Movimento per la Costituzione che decide invece di fare cartello con Magistratura indipendente. Mentre Unicost è alle prese con un’assemblea costituente in cui 80 magistrati riscrivono lo statuto, gli scopi e le modalità  per stare insieme. Non si ricandida il segretario uscente Giuliano Caputo, pm a Napoli, mentre lo fa Alfonso Scermino, giudice al tribunale di Salerno. Corre Silvia Giorgi, che è stata segretaria del Csm.
Un nome di punta è quello di Giacomo Ebner, che da via Arenula, dove seguiva la giustizia minorile, ha chiesto il rientro al tribunale di Roma. Ha inventato, quando era presidente dell”Anm romana, “la notte bianca per la legalità ”, con i tribunali aperti agli studenti.   In corsa Ettore Cardinali, pm a Bari, dove ha seguito l’inchiesta sul naufragio della nave Norman Atlantic con 31 morti. Mentre è di Napoli, dov’è stato pm, ed è procuratore aggiunto a Torre Annunziata Pierpaolo Filippelli, che ha sequestrato il palazzo Fienga, roccaforte del clan Gionta, e ha arrestato la cosiddetta “dama bianca” di Berlusconi.
Le mire di Magistratura indipendente
L’ex – o a detta di alcuni – la tuttora corrente di Ferri, punta a conquistare il posto egemone che è stato di Unicost. E non solo si allea con il Movimento per la Costituzione composto dai dissidenti di Unicost, che entrano in lista mantenendo però la loro sigla, ma ospita anche altri transfughi della corrente di cui Palamara era l’uomo più ricercato. Con Antonio Sangermano –   che oggi è il campo della procura per i minorenni di Firenze, ma è stato pm a Prato, ma soprattutto a Milano dove era il pm del caso Ruby insieme a Ilda Boccassini – ci sono l’ex segretario della corrente Enrico Giacomo Infante, pm a Foggia, Luca Nania, giudice al tribunale di Lamezia Terme.
Ma nella lista di Mi si contano altri esponenti di Unicost, come Salvatore Casciaro, Giovanna Leboroni, procuratore del tribunale per i minori di Ancona, Ilaria Perinu, pm a Milano,   Maria Cristina Ribera, pm a Napoli e impegnata nell’indagine sui rifiuti, Ugo Scavuzzo, presidente di sezione del tribunale di Patti, che aveva fatto parte della giunta di Minisci. Nome di rilievo quello di Giuseppe Spadaro, calabrese, presidente del tribunale dei minori di Bologna, uscito del tutto indenne dall’ispezione del Guardasigilli Alfonso Bonafede dopo i fatti di Bibbiano. Tra i candidati di Mi c’è anche Riccardo Crucioli, giudice del tribunale di Genova, che è fratello di Mattia Crucioli, senatore di M5S.
A&I senza Davigo
È ovviamente tutta in salita la sfida di Autonomia e indipendenza. Innanzitutto senza Davigo che nel 2016, come nel 2018 al Csm, era il candidato di richiamo. Per di più con il rischio che proprio domani il Csm gli voti contro e lo faccia decadere. Nell’ordine del giorno per la seduta di lunedì c’è già  la proposta contro Davigo della consigliera di Mi Loredana Miccichè che sposa in toto la tesi dell’Avvocatura dello Stato sul pensionamento definitivo di Davigo anche dal Csm in quanto non più magistrato, ma toga in pensione.
La gara è affidata ad Aldo Morgigni, giudice della Corte di appello di Roma, che è già  stato consigliere togato del Csm, a Cesare Bonamartini, giudice del tribunale di Brescia, vice segretario nell’ultimo governo dell’Anm. In lista Giuseppe Dentamaro, il pm di Bari che aveva fatto arrestare per ricettazione la giornalista Angela Balenzano, poi assolta dal tribunale, per aver pubblicato i verbali delle escort nel processo a Berlusconi. In lista anche un ex Unicost come Camillo Falvo, procuratore di Vibo Valentia. E Roberta Licci, pm a Lecce, che ha fatto arrestare per corruzione i colleghi Michele Nardi e Antonio Savasta di Trani.
La nuova sfida di Andrea Real
Nel 2012, con Proposta B, era stato un flop, ma adesso Andrea Reale ci riprova. La sua – Articolo Centouno – è la lista più corta, 18 nomi in tutto. C’è lui, c’è Giuliano Castiglia, giudice a Palermo, c’è Maria Angioni, giudice del lavoro a Sassari. Togheblogspot lancia i temi della loro campagna, il sorteggio per il Csm, la rotazione dei dirigenti, l’abolizione dell’immunità  per i componenti del Csm, ma soprattutto una commissione d’inchiesta sul caso Palamara che vada oltre quella che considerano una giustizia domestica. Ovviamente sono anche perchè Davigo lasci il Csm.

(da agenzie)

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CRISANTI: “ANCHE ARCURI ORA VUOLE 300.000 TAMPONI AL GIORNO? NON ABBIAMO I MEZZI, CI SI DOVEVA PENSARE PRIMA”

Ottobre 18th, 2020 Riccardo Fucile

“MANCANO I LABORATORI PER ANALIZZARLI E I COSTI SAREBBERO PAZZESCHI”

Crisanti era stato il primo a chiedere, e poi a presentare al governo, un piano da 300mila tamponi al giorno. Ma non a queste condizioni, spiega a Open
Il commissario straordinario per l’emergenza Coronavirus in Italia, Domenico Arcuri, secondo quanto si apprende, ha detto nel corso dell’incontro con le Regioni che il governo è pronto a «ricominciare gli acquisti centralizzati di tamponi, reagenti e test antigenici per arrivare a 200mila tamponi molecolari al giorno e 100mila test rapidi antigenici al giorno». Insomma, l’obiettivo è quello di passare dagli attuali 150-165mila tamponi ai 300mila complessivi al giorno. Uno sforzo non di poco conto che, però, lascia senza parole il professore dell’università  di Padova Andrea Crisanti.
«Bisognava potenziare i laboratori»
«In questo momento non ci sono le macchine per processare 300mila tamponi al giorno. Tutto questo tra l’altro avrebbe dei costi pazzeschi», ci spiega. «Sono demoralizzato da questo approccio che ritengo non degno di un Paese civile» aggiunge. Era stato proprio Crisanti, anche sulle pagine di Open, a lanciare l’appello al governo per aumentare il numero di tamponi, fino a 3-400mila al giorno. E così aveva presentato un piano al governo da 250-300mila tamponi: «Sì ma io dicevo di potenziare i laboratori, bisognava attuare quel piano fin da subito, non adesso. Ci vogliono mesi. Non basta ordinare dei tamponi per risolvere il problema»
Il tracciamento dei positivi non sta funzionando
Intanto il tracciamento dei positivi non sta andando per niente bene. A dirlo è stato Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute, secondo cui le Asl «non sono più in grado di tracciare i contagi, quindi la strategia di contenimento non sta funzionando». Il motivo sarebbe da ricercare nel «mancato o ritardato rafforzamento dei dipartimenti di prevenzione anche a causa del basso numero di medici igienisti a disposizione». Proprio ieri il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha fatto sapere di «non essere più in grado di tracciare i nuovi positivi con il contact tracing». I numeri sono troppo alti, anche grazie all’aumento dei tamponi, e gli operatori che si occupano di andare a scovare tutti i contatti che i positivi hanno avuto nei giorni precedenti sono pochi.
I problemi con l’app Immuni
A questo si aggiunge il malfunzionamento di Immuni dove, in alcuni casi, non vengono caricati i codici dei positivi. Come conferma a Open il fisico Giorgio Sestili, in auto-isolamento dopo aver cenato con un amico, poi risultato positivo. Entrambi avevano scaricato l’app Immuni ma «la Asl non è riuscita a caricare il codice del paziente risultato positivo». «La verità  è che la situazione ci è sfuggita di mano, le Asl si stanno perdendo tantissimi casi, pazienti liberi di circolare e dunque di infettare. Non siamo più in grado di tracciarli bene» ha spiegato Sestili.

(da Open)

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SPIEGATECI PERCHE’ GLI ESPERTI CHE MINIMIZZAVANO IL VIRUS ORA IMPERVERSANO IN TV

Ottobre 18th, 2020 Riccardo Fucile

INVECE CHE RENDERE CONTO DELLE LORO DICHIARAZIONI, ORA VANNO IN TV A SOSTENERE L’OPPOSTO

Il virus non è morto, anzi, purtroppo per noi è in ottima salute: sfondati i 10mila positivi con 150mila tamponi, 55 deceduti, 4.343 ricoverati in più di cui 52 in terapia intensiva.
Stanno benissimo però anche quelli che nei mesi scorsi vedevano psicotici e allarmisti dappertutto, quelli che ci avvisavano che ormai era tutto alle spalle e che addirittura si innervosivano se qualcuno provava a chiedere un po’ di precauzione in vista dell’autunno. Fu Alberto Zangrillo, primario del San Raffaele, che lo scorso 31 maggio ci annunciò nel corso del programma Mezz’ora in più che “il virus clinicamente non esiste più”.
Zangrillo poi provò a correggere il tiro, certo, ma rimane lo studio del San Raffaele di Milano che parlava (a maggio) di “pochi pazienti e tutti con sintomi lievi” dovuti al fatto che il virus aveva perso la propria capacità  replicativa e che risultava essere “enormemente” indebolita rispetto a quella registrata a marzo. “Ha ragione il mio amico Alberto Zangrillo: clinicamente il Covid-19 non c’è più, è morto, ho più degenti con infezioni batteriche”, disse Paolo Navalesi, direttore dell’Istituto di Anestesia e Rianimazione dell’Azienda ospedaliera di Padova e della Scuola di specialità , che si espresse anche sul futuro: “In base all’esperienza maturata in questi tre mesi, posso dire che se siamo riusciti ad affrontare in pochi giorni un’emergenza completamente sconosciuta, oggi saremmo in grado di rispondere nel giro di qualche ora, perciò mi sento tranquillo”.
“Chi parla di seconda ondata fa terrorismo”, disse ad agosto Matteo Bassetti, direttore della Clinica malattie infettive dell’Ospedale San Martino di Genova, che parlò addirittura di una “psicosi per una malattia ormai sotto controllo“.
Sempre Bassetti lo scorso 9 settembre ci assicurava anche che in Campania non c’era “nessuna seconda ondata” ma semplicemente una “coda, peraltro prevedibile”. Eh, già . “Non ci sarà  la seconda ondata” diceva anche Giorgio Palù, professore emerito di microbiologia e virologia dell’Università  di Padova e già  presidente della Società  europea di virologia.
“Non ci sarà  una seconda ondata, l’autunno sarà  come adesso, il virus si sta adattando all’uomo, magari farà  un ping pong con il pipistrello, cioè ce lo ripasseremo tra specie, ma non se ne andrà  fino al vaccino”, disse il 6 agosto Massimo Clementi, professore ordinario di virologia al San Raffaele.
E ora? Ora quegli stessi “esperti” che hanno minimizzato e hanno addirittura deriso chi temeva l’autunno tornano a essere considerati “affidabili” e a imperversare nei media.
Ma siamo sicuri che non sia il caso di chiedere conto delle dichiarazioni che sono state rilasciate? Almeno un accenno di spiegazioni, basterebbe anche solo un “sì, scusate, mi sono sbagliato”. No?
Ora teneteli bene a mente perchè saranno quelli che cominceranno a strepitare contro il governo per le mancate misure.
Scommettiamo?

(da TPI)

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LA FOLLIA DEI TIFOSI DI INTER E MILAN ASSEMBRATI

Ottobre 18th, 2020 Riccardo Fucile

PREGLIASCO: “UNA SCIOCCHEZZA, METTONO A RISCHIO LA COMUNITA'”

“Comportamenti incongrui che comportano dei rischi per la comunità ”. È il commento del virologo Fabrizio Pregliasco, raggiunto da Fanpage.it, sui comportamenti dei tifosi di Inter e Milan che si sono radunati fuori dallo stadio per salutare il passaggio delle due squadre prima del Derby. Per il direttore sanitario del Galeazzi è “una sciocchezza” e “un comportamento che espone inutilmente a dei rischi”.
Gli assembramenti dei tifosi di Inter e Milan che hanno atteso le squadre fuori dallo stadio di San Siro prima del Derby sono “una sciocchezza” e “un comportamento che abbassa la guardia ed espone inutilmente a dei rischi”. Così il virologo Fabrizio Pregliasco, docente dell’università  Statale e direttore sanitario del Galeazzi di Milano, raggiunto da Fanpage.it commenta il comportamento dei sostenitori delle squadre milanesi, che non potendo entrare al Meazza si sono radunati per le strade.
“È la stessa situazione delle scuole, tutto procede ed è sicuro per i ragazzi stare a scuola, ma ciò che avviene fuori in attesa o nel resto dei momenti è un problema”, sottolinea il virologo. “Sicuramente sono comportamenti incongrui che comportano dei rischi per la comunità  perchè è da questa sequenza di azioni, da questa serie di contatti, che deriva l’emergenza che si sta attuando in questo periodo. Una grande quota di casi che si realizzano in famiglia per situazioni ludiche e non necessarie”.
I tifosi hanno voluto sostenere le squadre e hanno dato vita a cortei, in moto, per le due squadre. Almeno un migliaio di tifosi dell’Inter erano schierati ai lati della strada e hanno accolto la squadra di Conte. Pregliasco ricorda che sono proprio i contagi in ambiti ludici a mettere in difficoltà  il sistema sanitario. “In questo periodo non possiamo limitare del tutto i contatti, perchè ci sono due cose fondamentali come il lavoro o meglio la gran parte del lavoro, perchè il comparto del lavoro potrebbe ricevere un’ulteriore mazzata”.
In questa situazione, quindi, è necessario il massimo senso di responsabilità : “Siamo in una situazione che, se lasciata a sè, rischia di farci arrivare in un mese in una situazione di lockdown che nessuno vuole ripetere”, avverte il virologo.

(da Open)

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CRISANTI, IL VIROLOGO ERETICO CHE NON LE MANDA A DIRE

Ottobre 18th, 2020 Riccardo Fucile

RITRATTO DEL PROF CHE HA DETTO TANTE VERITA’ PRIMA DEGLI ALTRI

“Contro il Covid bisogna trasgredire”. E ancora: “Ho violato le regole e ho fatto bene”. Se c’è uno che nei mesi pandemici non le ha mai mandate a dire, questo è Andrea Crisanti, parassitologo di professione, virologo per elezione, eretico per acclamazione. Tipo tosto, spesso in anticipo, modalità  suo malgrado grillo parlante.
Parole fuori dai denti.
Alla politica, al suo ex governatore, agli esperti suoi colleghi, al “baraccone da smontare e rifare” dell’Oms, al governo e al suo comitato tecnico scientifico con cui ha provato invano a collaborare.
Alla “vergognosa” Lombardia, che ha osato candidarsi a ospitare il G20 della Salute della von der Leyen, “dopo aver sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare”.
Non c’è livello politico o tecnico che il 66enne professore romano con famiglia e vita pre-Covid a Londra, non abbia incrociato e ridotto in molecole di dimensioni pari a quelle studiate all’Imperial College per venti anni.
Lì, si trattava di interferire con il tasso riproduttivo delle temibili Anopheles gambiae attraverso zanzare geneticamente modificate per ridurne la capacità  di trasmettere malattie infettive come la malaria.
Qui, di penetrare il rumore di fondo, il chiacchiericcio tecnico-politico quotidiano su un evento epidemico, tanto misterioso quanto popolare, sulla bocca di tutti. Di violentarne le prassi e i protocolli, come a Vo’ Euganeo, dove si è messo fare tamponi agli asintomatici, evitando il peggio. “Se mi adattavo al gregge il Veneto sarebbe andato in rotta di collisione con il virus, come Lombardia e Piemonte”.
Trasgredire, violare i protocolli, osare. E dire l’indicibile. In tempi più schietti e meno riflessivi di questi, uno così lo avrebbero accompagnato su una catasta di legna e avrebbero appiccato il fuoco. E lui, col suo fare mite e diretto da monaco medievale, avrebbe approfittato del tragitto per dire l’ultima delle cose che avremmo voglia di sentire: “Credo che un lockdown a Natale sia nell’ordine delle cose”. Come proferito nel più contemporaneo studio tv di Rainews 24.
Già , il lockdown, la parola proibita. Il non detto che circolava velenoso e carsico nei corridoi ministeriali e governativi. L’impronunciabile seconda chiusura, inaccettabile per i detentori del consenso e per il Paese, che ancora deve riprendersi dagli effetti della prima.
Che poi nemmeno gli interminabili 69 giorni di marzo-aprile erano andati giù al direttore del laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’Università  di Padova che avrebbe preferito chiudere immediatamente solo la Lombardia e successivamente, “mettere in sicurezza il resto d’Italia”. Ma non in maniera generalizzata, bensì, attaccando i piccoli focolai che c’erano e spegnerli subito. Insomma, il governo ha peccato di troppa cautela. Se fosse quel celebre ciclista sarebbe tutto sbagliato, tutto da rifare.
Per non parlare del dopo, della cosiddetta fase 2. La riapertura di maggio? “Mancano tracciamenti e controlli, non è stata organizzata”. E ancora: “Si è scelto di seguire le spinte economiche, non quelle medico-scientifiche”. E ad agosto era tutto uno scagliarsi contro chi, anche nella comunità  scientifica, iniziava a minimizzare la potenza del virus, “troppi errori e messaggi sbagliati, presto avremo mille infetti al giorno”. Delle discoteche affollate non si capacitava proprio, “non solo andrebbero chiuse, ma proprio non dovevano aprire”. Del sole in tasca di Zangrillo, potendo, avrebbe fatto cenere
Un florilegio di anatemi che, forti dell’autorevolezza del modello Vo’, talvolta andavano a segno. Tanto che il governo al professore dei tamponi, arrivava a chiedergli aiuto e un massiccio piano dei test per affrontare la seconda ondata con le scuole aperte.
Eccola, la proposta. 400mila tamponi al giorno per contrastare la diffusione del maledetto Covid-19. Non proprio una passeggiata per il sistema italiano che si sarebbe trovato a quadruplicare su scala nazionale la capacità  di testare sintomatici e non. Piano di cinque pagine, con “modalità  e costi inferiori a quanto speso finora”, appoggiato anche da Massimo Galli, l’infettivologo dall’ormai celebre pessimismo cosmico del Sacco di Milano. Piano consegnato a un ministro e un viceministro, sottoposto al Cts, ma di fatto, per ora, inapplicato. Anzi, a sentir Crisanti, ignorato: “Abbiamo perso quattro mesi preziosi e ora piangiamo”.
“Se i contagi salgono si perde il controllo”, è il mantra del professore, che non riesce a darsi pace. In attesa del vaccino, servono test di massa e tracciamento. Persino l’ex presidente Bce Mario Draghi lo ha dichiarato. “Un messaggio importante da parte sua, l’ho appreso con piacere”. E a chi gli contesta la difficile applicazione su vasta scala di un successo locale, replica che una città  non è mai completamente infetta, ci sono anche lì dei cluster, delle piccole Vo’. “Il modello può essere applicato al raggruppamento urbano, al quartiere, al gruppo di case. Ma bisogna andare a fare indagini e sorveglianza attiva”. Insomma, inamovibile.
Inevitabilmente si torna in Veneto. Regione, a suo dire, più preparata di altre a un’emergenza pandemica. Dove regna da anni un altro virus, quello del Nilo Occidentale, e quindi “in qualche modo nel territorio avevamo le competenze per capire cos’è un’epidemia”. Le altre Regioni no: “Hanno avuto il lusso di non averne da 60-70 anni”.
Inevitabilmente si arriva allo scontro con Luca Zaia, il governatore che dopo averne beneficiato, fino alla trionfante rielezione, ha tradito il modello. Uno dei pochi che lo ha anche attaccato per la troppa tv, ha riaperto cinema e discoteche e ne ha minimizzato i meriti.
“Sa cos’è successo?”- raccontava Crisanti a chi gliene chiedeva conto   – “C’è stato un cambio totale di politica della Regione”. Per colpa di “quattro polemiche, tutto è cambiato. Le esigenze politiche hanno prevalso sulle indicazioni della scienza”. Risultato: a luglio indice del contagio in risalita, offensiva contro i consiglieri più ascoltati a Palazzo Balbi, dimissioni dal Comitato scientifico della Regione. E sulla conferma a governatore: “Ha vinto grazie a me, da solo avrebbe combinato un disastro”.
D’altro canto, figuriamoci se aveva problemi a dirne quattro al novello doge, uno che non si è fatto scrupoli di bombardare il celeste impero. La Cina di Xi “che ha mentito sull’inizio della pandemia, sul numero dei casi, sulla mortalità  e sugli asintomatici. Una totale mancanza di trasparenza”. Con un temperamento e una popolarità  di tal fatta, non potevano mancare le lusinghe della politica. È saltata solo in extremis la candidatura alle suppletive per un seggio in Senato, frutto di un accordo tra 5 stelle e il partito democratico, in cui il “liberal senza casa, attento alla giustizia sociale”, trova “un punto di riferimento”. Poco male, magari — come ha anticipato — tra cinque anni si candida.
Nel transitorio, godiamoci il suo status di battitore libero e accontentiamoci della sua franchezza, ora che ci attende una nuova stagione di sacrifici, provvedimenti discutibili, chiusure e Dpcm. Certi che al cospetto dell’educazione sentimentale all’emergenza che il premier Conte e il suo governo sembrano nuovamente propinarci, il Crisanti, da bravo eretico, tornerà  a sbuffare. Perchè già  nella prima ondata, “bisognava dire la verità  fin dall’inizio, e non quindici giorni alla volta”, e non trattare “gli italiani come ragazzini”. Che le fiamme non lo divorino.

(da Open)

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MASSIMO GIANNINI DALLA TERAPIA INTENSIVA: “SE VOGLIAMO CONTENERE IL VIRUS DOBBIAMO CEDERE QUOTE DI LIBERTA'”

Ottobre 18th, 2020 Riccardo Fucile

DALL’OSPEDALE IN CUI E’ RICOVERATO: “SUPERLAVORO DEL PERSONALE E AUMENTO DEI RICOVERATI”

“Mi racconto solo per spiegare quelle poche cose che vedo e capisco”
Il direttore de La Stampa, Massimo Giannini, torna a parlare della sua esperienza da malato di Covid, ricoverato da due settimane dopo aver contratto il virus ed essere stato per cinque giorni in terapia intensiva. In un editoriale accorato, dal titolo “Ma un giorno questo dolore ci sarà  utile”, in cui attacca premettendo “Scusate se riparlo di me”, il giornalista riporta un dato che ben descrive l’aumento dei contagi: “Quando sono entrato in questa terapia intensiva, cinque giorni fa, eravamo 16, per lo più ultrasessantenni. Oggi siamo 54, in prevalenza 50/55enni. A parte me e una decina di più fortunati, sono tutti in condizioni assai gravi: sedati, intubati, pronati”.
Giannini descrive il superlavoro di medici e infermieri, la malattia data da un virus “infido” che ha un solo scopo “riprodursi, riprodursi, riprodursi”. E poi constata, amaro: “Ci siamo dimenticati di tutto. Le bare di Bergamo, i vecchi morenti nelle Rsa…” e punta il dito contro “il solito scaricabarile italiano. Dove tutti ci crediamo assolti e invece siamo tutti coinvolti”.
Il direttore de La Stampa analizza le disfunzioni di un sistema che non ha saputo o non ha voluto prepararsi a una ripresa dei contagi, racconta lo smarrimento dei medici ospedalieri e la difficoltà  dei cittadini nel ricevere assistenza e risposte adeguate. Infine afferma “Se vogliamo contenere il virus, dobbiamo cedere quote di libertà ” E conclude: “‘Andrà  tutto bene’ non può essere solo speranza. Deve essere soprattutto volontà “.

(da agenzie)

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PIEMONTE, BUFERA SULL’ASSESSORE LEGHISTA ALLA SANITA’ CHE VA IN VIAGGIO DI NOZZE NELLA SETTIMANA PIU’ CRITICA DELL’EPIDEMIA

Ottobre 18th, 2020 Riccardo Fucile

VA IN LUNA DI MIELE IN SICILIA MENTRE IL PIEMONTE HA 1.000 CONTAGIATI AL GIORNO

La Lega vuole vedere Luigi Icardi, e non per farsi raccontare come è andato il viaggio di nozze. Domani, o al massimo martedì, l’assessore alla sanità  della giunta Cirio incontrerà  il gruppo regionale del suo partito, dopo la settimana trascorsa in Sicilia per festeggiare le nozze.
La scelta, quella di allontanarsi dalla barca proprio nella settimana finora peggiore sul fronte della crescita dei contagi, con il sistema che torna in piena emergenza, è stata molto criticata dalle opposizioni, ma non è piaciuta nemmeno ai leghisti che, però, esattamente come quando Icardi era finito nel mezzo della bufera durante la fase più acuta dell’emergenza Covid, blindano il loro assessore, smentendo qualsiasi ipotesi.
D’altra parte il centrodestra non avrebbe alcuna convenienza a immolare Icardi: la sua sostituzione darebbe infatti l’idea che a essere sconfessata sia tutta la gestione dell’emergenza coronavirus. Su cui però, anche nella maggioranza, si è riaperto lo scontro.
E sono tornati tesi i rapporti tra Icardi e il presidente Cirio, che non ha gradito il turismo matrimoniale del suo assessore, non per il merito ma per il periodo scelto per allontanarsi, e da giorni chiede conto del perchè in Piemonte per settimane si sono fatti pochi tamponi, a fronte delle reali possibilità  dei laboratori in campo, compresi le due maxi strutture di La Loggia e Novara che finora hanno lavorato a mezzo regime.
Fino a quando i numeri erano bassi il Piemonte poteva, con la potenza di fuoco messa in campo per analizzare i test, ambire a scalare almeno di qualche posizione la classifica che in questi mesi l’ha visto tra le regioni meno solerti.
Il tempo perso, e ora il boom dei contagi che costringono il sistema sanitario a dirottare i tamponi sui casi sintomatici per non intasare i laboratori, archiviano a tempo indeterminato quella chances. Non solo.
Tornano già  all’ordine del giorno le segnalazioni di malati mai contattati dal Sisp, di attese lunghe per i tamponi che ogni tanto arrivano quando già  è terminata la quarantena.
Anche l’incontro di venerdì pomeriggio tra Cirio e i direttori delle Asl — doveva essere il punto settimanale di routine — si è trasformato in una non stop di tre ore, durante la quale il presidente ha verificato che il sistema ha bisogno di più di qualche aggiustamento. E che è tempo che l’assessore torni.

(da agenzie)

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ACCORDO GOVERNO-REGIONI: RISTORANTI CHIUSI ALLE 24, STRETTA SOLO NELLA ZONE A RISCHIO

Ottobre 18th, 2020 Riccardo Fucile

 DIDATTICA A DISTANZA PER LE SCUOLE SUPERIORI A ROTAZIONE

“Ristoranti chiusi a mezzanotte, consumo al tavolo dalle 18, stop ai bar alle 21e palestre aperte”.
Sono queste le richieste avanzate oggi dai governatori delle Regioni durante il vertice convocato questa mattina dal ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, per affrontare il tema delle nuove misure anti-Covid che stasera il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte illustererà  in conferenza stampa.
E proprio sull’orario dei ristoranti sembrerebbe esserci l’accordo. mentre i bar potrebbero fermarsi già  a partire dalle 21.
“Per quanto riguarda bar e ristorazione andrebbe confermata l’attuale previsione per la chiusura delle attività  alle 24, specificando che la successiva apertura non puo’ avvenire prima delle ore 5”, ha annunciato il presidente dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini. “Riteniamo – ha proseguito – si possa invece valutare una misura che consenta dopo le ore 18 il solo consumo al tavolo per contenere le situazioni di assembramento legate alle movida. Va inoltre realizzata – ha aggiunto – un’azione contestuale di contenimento gli assembramenti nei luoghi pubblici rafforzando fortemente i controlli, che non possono perù essere affidati alla sola polizia locale. Sotto questo profilo può essere valutata anche una misura di sospensione per sagre, feste e fiere di paese”.
Tra le proposte delle Regioni ora al vaglio del governo ci sarebbe anche una “stretta localizzata per le zone della movida”.
L’orario anticipato di chiusura dei locali alle 22 o alle 23 potrebbe   essere applicato solo in alcuni quartieri di quelle città    dove il contagio è più elevato o in altre zone dove è maggiore il rischio di assembramento, come i luoghi della movida e i centri storici. Richieste che il governo pare sia intenzionato ad accettare.
“Le Regioni hanno proposto   di non chiudere le palestre, hanno confermato la richiesta di chiusura dei locali alle 24, di coinvolgere i medici di famiglia nei tamponi rapidi (come già  succede in Liguria) e di svolgere i test salivari in farmacia. Proposte di buonsenso che speriamo vengano accolte”, ha fatto sapere su Twitter il governatore della Liguria, Giovanni Toti.
Rispetto alla scuola, la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, come già  ribadito oggi nell’intervista a Repubblica, nel corso della riunione ha insistito: “La scuola resta in presenza perchè è fondamentale per tutti, dai più piccoli all’ultimo anno del secondo grado”. E anche i governatori delle Regioni si sono mostrati favorevoli alla didattica in presenza, cosa che al momento non avviene in Campania, dove il presidente Vincenzo De Luca ha imposto chiusura delle scuole e le lezioni a distanza.
Per quanto riguarda le scuole superiori, sembrerebbe esserci un accordo con le Regioni sullo scaglionamento degli ingressi degli studenti e la didattica a distanza a rotazione. Per alleggerire i trasporti bisognerebbe differenziare anche gli orari di entrata e uscita dagli uffici dei lavoratori. E la ministra dei Trasporti, Paola De Micheli, ha annunciato: “Da parte nostra c’è massima disponibilità . Ci sono già  1.628 bus turistici in circolazione e siamo disponibili a potenziare il sistema del trasporto pubblico locale”.
Ma il presidente Bonaccini ha replicato che “a fronte di un lavoro molto positivo fatto negli ultimi due mesi, col potenziamento delle linee e delle corse, si tratta di riorganizzare laddove possibile i tempi dei servizi e delle città  per alleggerire i numeri in alcuni orari di punta. Per questo abbiamo proposto al governo – spiega -di estendere ovunque possibile il ricorso allo smart working, fino al 70%, a partire dalla pubblica amministrazione per i lavoratori non impegnati nella gestione delle emergenze”.
“Su scuola, università  e trasporti le proposte di Regioni ed enti locali sono di buon senso e vanno nella direzione auspicata da tutti noi per tutelare al massimo salute, attività  scolastiche e universitarie e funzionamento delle nostre città . Chi vive le complessità  quotidiane dei territori merita il massimo dell’ascolto”, ha precisato il ministro degi Affari regionali, Francesco Boccia.

(da agenzie)

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