Dicembre 12th, 2020 Riccardo Fucile
COMUNQUE SE SALVINI VUOLE FARSI 15 ANNI DI GALERA IN COMPAGNIA NESSUN PROBLEMA… LA TESI DIFENSIVA DIVENTA UNA AMMISSIONE DI COLPA DA PARTE DI CUOR DI LEONE CHE INVECE DI MOSTRARE IL PETTO MOSTRA LA SCHIENA, IN FUGA COME SEMPRE
Si incrociano i casi Open Arms e Gregoretti anche nell’udienza di oggi a Catania, dove l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini risponde di sequestro di persona per il mancato sbarco dei migranti dalla nave Gregoretti.
La legale del politico, l’avvocato Giulia Bongiorno, incalza l’allora ministro ai Trasporti, Danilo Toninelli, sostenendo la tesi di una condivisione e compattezza nelle scelte da parte del governo; che insomma Salvini non decise da solo.
Tesi ovviamente contestata da Toninelli: “La linea del governo era di fare interessare gli altri Stati europei al collocamento dei migranti. Ma ogni sbarco era un caso a parte”, ha detto l’ex ministro. “E’ in corso un tentativo di addossare su di me, sul ministro ai Trasporti, una scelta, che è solo del ministro dell’Interno. E’ stabilito dalle norme che per l’assegnazione del porto sicuro c’è un mandato unico al ministro dell’Interno che è il responsabile. Stiamo assistendo, invece, al tentativo di scaricare tutto sul ministero dei Trasporti, da parte di un uomo che diceva di difendere i confini italiani, che era l’uomo forte al governo”.
“Ci sono le leggi nazionali e internazionali – ha aggiunto – che spiegano che l’assistenza in mare spetta al ministero dei Trasporti, ma l’assegnazione del porto per lo sbarco è responsabilità unica al Viminale”.
(da agenzie)
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Dicembre 12th, 2020 Riccardo Fucile
LE REGIONI SONO DIVENTATE PALCOSCENICO PER SHOW POLITICI, LE LEGGI SONO FATTE PER ESSERE RISPETTATE
La storia è molto semplice: il presidente dell’Abruzzo, ha voluto fare una forzatura nel nome della
demagogia bolsonariana che contraddistingue i sovranisti.
Di fronte a questa azioni sconsiderata il governo ha, come era doveroso, fatto partire le mosse legali e ha vinto.
Quindi di chi è la colpa? Di chi ha violato le disposizioni o di chi ha bloccato le violazioni?
Ma la capetta di Fdi, sempre più impegnata nel testa a testa con Salvini su chi la spara più grossa, insiste.
“Cialtroni al Governo. Ieri il Tar ha accolto l’insensato ricorso di Conte, Speranza e Boccia contro l’ordinanza del presidente della Regione Abruzzo Marsilio, che ordinava il passaggio da zona rossa ad arancione, ignorando le drammatiche conseguenze che la follia di queste scelte avrà sui cittadini, le famiglie e le imprese abruzzesi.”. Lo dichiara il presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni.
Resta una domanda: se il ricorso era così insensato perchè il Tar ha dato ragione al governo e non al sovranista?
(da agenzie
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Dicembre 12th, 2020 Riccardo Fucile
“IL RACKET E’ UN CRIMINE, MA PAGARE IL PIZZO E’ PEGGIO DI UN CRIMINE, E’ UN ERRORE”
Era già accaduto alla fine del mese di ottobre, in occasione del Dpcm dell’epoca. Ma questo passò in cavalleria, superato dallo scorrere degli eventi.
Per questo motivo l’editoriale pubblicato oggi su Il Fatto Quotidiano è un evento più unico che raro: Marco Travaglio dice che Conte sbaglia. E no, non parla dell’allenatore dell’Inter, ma proprio del Presidente del Consiglio. Il casus belli è il passo indietro (per il momento solo nelle intenzioni, non ancora effettivo) sugli spostamenti tra Comuni nei giorni delle feste di Natale.
Allo stato attuale delle cose, l’ipotesi di cancellare il divieto di spostamenti tra Comuni a Natale, Santo Stefano e Capodanno è solo sulla carta. Il capo del governo, infatti, ha rilanciato un’apertura che — però — ha trovato molte barriere all’interno dell’esecutivo. Anche gli esperti del Comitato Tecnico-Scientifico hanno espresso perplessità , per usare un eufemismo. Sta di fatto che l’argomento dovrebbe essere discusso e deciso nei prossimi giorni (anche perchè il Natale è prossimo), anche con un passaggio in Parlamento.
Insomma, tutto è ancora in cantiere. Ma Travaglio dice che Conte sbaglia per tre motivi: «Uno vitale, gli altri due futili. Quello vitale riguarda il sicuro aumento di morti e contagi a causa di quella concessione demagogica».
Insomma, secondo il direttore de Il Fatto Quotidiano, la mossa del Presidente del Consiglio è intrisa di demagogia. Ma non finisce qui: «I motivi futili sono politici. Primo: un premier che fissa una regola, la spiega agli italiani e poi la cambia in corsa mentre la gente si organizza per rispettarla, perde credibilità e si espone agli strali dei professionisti del ‘Covid governo ladro’ quando la curva risalirà . Secondo: dà l’impressione di piegarsi ai diktat di chi lo sta ricattando».
E proprio su quest’ultimo aspetto Marco Travaglio utilizza dei termini che sono poco consoni alla situazione e che rimandano ad altre situazioni e condizioni: «Il racket è un crimine, ma pagare il pizzo è peggio di un crimine: è un errore». Termini e concetti che non hanno bisogno di spiegazioni, con allusioni alquanto evidenti.
(da agenzie)
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Dicembre 12th, 2020 Riccardo Fucile
AVEVA PIXELLATO GLI SCHERMI DELLA WEBCAM… UN DANNO DI IMMAGINE ENORME
Il presidente della Cervino spa si è dimesso. Il passo indietro di Matteo Zanetti, che ora attende la
decisione del cda, arriva dopo l’ultima polemica che ha investito il comprensorio sciistico valdostano: l’oscuramento ( che la società ha spiegato prima con un guasto poi con una necessità di tutelare la privacy dei lavoratori) di parte dello schermo della webcam degli impianti che riprende il piazzale alla partenza della seggiovia di Plan Maison, dove si affollavano gli sciatori (“solo atleti”, aveva assicurato più volte la società ) in attesa di salire verso le piste.
Quell’episodio, dopo le code alle biglietterie di fine ottobre, nel primo giorno di riapertura della stazione di sci, avevano imbarazzato la Cervino spa ma anche la Regione.
Ieri in una conferenza stampa l’assessore regionale ai Trasporti Luigi Bertschy ha parlato di “un danno di immagine importante alla località e alla regione”.
E’ iniziata con una lunga coda alle biglietterie la stagione sciistica sulle piste di Breuil Cervinia. Tutti indossano la mascherina e chi l’ha dimenticata ne riceve una dalla società che gestisce gli impianti. Ma sulla funivia che sale a Plan Maison e poi a Plateau Rosa l’ammassamento è assicurato, così come non c’è distanziamento nella fila che sale alle casse degli impianti. Lo si vede nelle fotografie pubblicate dagli utenti sui social: sulla funivia che porta gli sciatori a Plan Maison non vi era alcun distanziamento personale: le cabine partivano con la capienza massima. Le immagini hanno suscitato molte polemiche. Le vigenti disposizioni in Val d’Aosta prevedono d’altronde la capacità totale su funivie, cabinovie e seggiovie.
Nella prima giornata sulla neve sono stati oltre duemila gli skipass venduti nel comprensorio del Cervino Ski Paradise. “Il protocollo è stato rispettato da tutti gli sciatori, che hanno dimostrato di conoscere le regole divulgate già da parecchi giorni – spiegano dalla società che ha pubblicato sui social le immagini dell’avvio della stazione – la coda alle biglietterie è stata gestita in sicurezza all’aria aperta grazie anche alla collaborazione delle forze dell’ordine”.
Per smaltire più in fretta il serpentone di gente in attesa sono state aperte tutte le undici biglietterie e le casse automatiche del consorzio Cervino Turismo. “Raccomandiamo di acquistare lo skipass giornaliero preferibilmente online, ricordando che è sempre possibile farlo dal giorno precedente”, spiega l’azienda. La bella giornata di sole ha favorito gli appassionati che non si sono fatti frenare dalle norme anticontagio.
“Sugli impianti non si sono riscontrate code, così come sulle piste, dove il distanziamento è naturale – commenta ancora la società . Giusto gli impianti di risalita più a valle hanno visto qualche affollamento in più, risolto in pochi minuti senza grossi intoppi”.
Era stato lo stesso Bertschy a sollecitare una risposta dell’azienda dopo la polemica delle web cam. “La webcam riposizionata sul tetto dello Chalet che ospita il controllore dell’impianto richiedeva un lavoro di oscuramento di parte delle immagini, in quanto la privacy da una parte e il rispetto dello statuto dei lavoratori dall’altra ci impongono di non rendere riconoscibili le persone e di non monitorare chi lavora per Cervino SpA nell’adempimento dei suoi doveri”, era stata la spiegazione dell’azienda.
“Abbiamo rappresentato la nostra insoddisfazione e la nostra attenzione per quello che ancora deve succedere, perchè il 7 gennaio inizierà la stagione – ha spiegato ancora l’assessore regionale – Il nostro è stato un richiamo forte a quello che è successo il giorno dell’apertura e a quello che è successo in questi giorni. Abbiamo ribadito la necessità da parte di tutti di prenderci delle responsabilità in un momento in cui stiamo creando le condizioni per lo sci e non possiamo permetterci di incorrere in difficoltà di questo genere che creano i problemi che tutti abbiamo visto su ogni media e quotidiano nazionale. A livello politico – conclude – non potevamo che rappresentare che questo abbia creato dei problemi”.
L’intenzione di Zanetti era nota da alcuni giorni dopo la riunione d’urgenza del cda di mercoledì ma le dimissioni del presidente sono state rassegnate soltanto ieri. Nei prossimi giorni potrebbero esserci ulteriori sviluppi perchè potrebbe essere sostituito l’intero cda della Cervino spa, arrivato ormai a fine mandato.
“A seguito degli incontri richiesti da parte della Regione Valle d’Aosta e Finaosta spa ai membri del consiglio di amministrazione della società Cervino spa è emerso il venir meno della fiducia tra Regione e intero cda – scrive l’ex presidente in una nota – Al fine di minimizzare l’impatto di questa situazione sulla società che rappresento, ritenendo utile il prosieguo dell’attività del consiglio di amministrazione esistente, ritengo opportuno farmi carico della totale responsabilità di quanto è capitato e di dover rassegnare le dimissioni”.
“Ringrazio – prosegue Zanetti – tutti i dipendenti della società Cervino spa che, seppur in un così breve, ma sicuramente intenso, periodo di collaborazione, non hanno mai perso occasione per dimostrarmi stima e appoggio: essi rappresentano le fondamenta e la forza su cui si basa la Cervino spa, società solida e fortemente presente sul territorio. Ringrazio anche i membri del cda e il collegio sindacale per le continue condivisioni e il sostegno riservatomi in questo periodo di eccezionale difficoltà , certo di poter fare tesoro dell’esperienza maturata in questo periodo di presidenza, breve ma sicuramente particolare”.
(da agenzie)
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Dicembre 12th, 2020 Riccardo Fucile
DOMENICO BATTAGLIA SUCCEDE A CRESCENZIO SEPE, NOMINATO NEL 2006.. L’ENNESIMA SCELTA CORAGGIOSA DI UN GRANDE PONTEFICE
Oggi nomina per Domenico Battaglia. Un prete di strada a Donnaregina. Il vescovo che solo 8 mesi fa tuonava contro il capitalismo selvaggio e quei potenti messi a nudo dal virus, che sapevano “vivere solo per se stessi e per il loro denaro”, guiderà la Chiesa di Napoli, la capitale del Sud impoverita dalla crisi.
L’annuncio, come di rito, oggi a mezzogiorno: contemporaneamente in Vaticano, alla Curia partenopea e nel Palazzo episcopale di Cerreto Sannita.
E’ infatti Domenico Battaglia, 57 anni, vescovo della diocesi beneventana, il successore di Crescenzo Sepe al vertice di Largo Donnaregina.
Già quasi un anno fa, nel gennaio 2020, si diceva in Vaticano che Papa Francesco stesse pensando a lui, dopo un incontro tra loro, e che lo ritenesse il giusto successore del cardinale Sepe. Un pastore giovane, nominato vescovo da Bergoglio nel 2016, profondamente proiettato nella vicinanza ai fratelli più fragili e, insieme, noto per la sua solida spiritualità e l’ancoraggio alla radicalità del Vangelo.
Poi, l’esplosione della pandemia e la drammatica crisi anche economica e sociale – che ha impegnato non poco le diocesi su tutto il territorio nazionale – aveva fatalmente rallentato tutte le procedure di rito che portano alle nomine.
L’indiscrezione girava dunque da mesi, “Repubblica” ne parlò a giugno, ora è arrivata la conferma del cambio nel Palazzo napoletano. Sepe lascia dopo 16 anni: fu nominato nel maggio 2006 da Benedetto XVI.
Nato il 20 gennaio 1963 a Satriano, provincia e arcidiocesi di Catanzaro, Domenico Battaglia – che per molti dei suoi amici calabrese è rimasto solo don Mimmo – ha svolto gli studi filosofico-teologici nel Seminario “San Pio X” di Catanzaro. Ordinato sacerdote il 6 febbraio 1988, è stato Rettore del Seminario Liceale di Catanzaro, parroco della Madonna del Carmine a Catanzaro, Direttore dell’Ufficio Diocesano per la “Cooperazione Missionaria tra le Chiese”.
Dal 2000 al 2006 è stato Vicepresidente della Fondazione Betania di Catanzaro (opera diocesana di assistenza-carità ) e fino al 2015 ha ricoperto l’incarico di Presidente nazionale della Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche.
E’ il 24 giugno del 2016 quando Papa Francesco lo nomina vescovo a Cerreto Sannita, Telese e Sant’Agata de’ Goti in sostituzione di Michele De Rosa, che aveva raggiunto i limiti d’età . Proprio come Sepe, cui però il pontefice aveva concesso più dei 24 mesi di proroga come si usa, spesso, con i titolari di grandi diocesi.
Conosciuto come il “prete degli ultimi”, il vescovo Battaglia è amico di don Luigi Ciotti, e con don Virginio Colmegna, altro simbolo della Chiesa che sta tra i dimenticati, ha scritto “I poveri hanno sempre ragione”, testimonianza di due pastori che onorano la loro scelta di vita e di fede essendo presenti tra le sofferenze e l’emarginazione di chi è rimasto indietro. L’immagine di una Chiesa di costante e quotidiana prossimità , che a Napoli conta presenze forti oltre che carismatiche, sacerdoti che hanno fatto della loro missione tra gli invisibili la cifra dell’impegno spirituale e della militanza sociale.
Lo scorso aprile, da vescovo a Cerreto, aveva colpito la sua importante lettera pastorale sulle conseguenze del coronavirus. Un’emergenza, scriveva Battaglia, che “ha messo a nudo la fragilità di questo nostro mondo, l’inconsistenza di ciò in cui pensavamo di aver trovato la chiave risolutiva di tutti i nostri problemi, la gracilità di quell’economia, che sia a livello locale, sia a livello globale, è stata ritenuta l’unica meta ed è stata vista e osannata come l’unica via, che al di fuori di ogni regola, porta l’umanità verso la felicità sulla terra”.
E aveva rilevato come ormai il Covid-19 avesse provocato sofferenza, e messo tutti in esilio a casa propria, “anche i manager e i detentori delle grandi finanziarie internazionali, quelle che vedono oggi morire migliaia di uomini e pur tremando per il futuro dei propri profitti, non vogliono allargare i cordoni della borsa. Non lo sanno fare: hanno finora vissuto solo per se stessi e per il loro denaro. La statua d’oro è preziosa ma dura e insensibile come il loro cuore”.
Battaglia trova una città che lo aspetta con ansia. Che pur tra mille e gravi contraddizioni, unisce alla sua fede un culto popolare diffuso trasversalmente, tra ceti e territori.
Oggi alle 12 sono convocati in Curia come prevede il rito tutti i consultori, i vicari, i decani e i direttori degli uffici della Curia. Formalmente decadono tutte le cariche tranne quelle dei parroci e si attende l’insediamento del nuovo vescovo, che potrà avvenire entro due mesi, ma è possibile che i tempi siano molto più stretti. Benvenuto, vescovo: il suo nome, nella città che rischia l’indolenza con la scusa dell’attesa del miracolo, è già un buon programma.
(da agenzie)
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Dicembre 12th, 2020 Riccardo Fucile
CABRINI, TARDELLI, ALTOBELLI, COLLOVATI, ORIALI, ANTOGNONI, PAOLO CONTI ACCOMPAGNANO IL FERETRO
Si è concluso il funerale di Paolo Rossi. Nel Duomo di Santa Maria Annunciata a Vicenza i
campioni del mondo del 1982, Tardelli, Cabrini, Altobelli, Collovati, Oriali, Antognoni, hanno trasportato la bara di Pablito, che trascinò l’Italia coi sei gol nell’ultima fase del torneo in Spagna.
Presenti anche Bruno Conti, Paolo Maldini, Roberto Baggio, il presidente Figc Gravina, tra le corone di fiori anche quella dell’Uefa. Tutta la città si è stretta attorno alla moglie Federica Cappelletti, alle figlie Maria Vittoria e Sofia Elena, ad Alessandro figlio della prima moglie Simonetta.
All’interno del Duomo sulla bara è stata poggiata la maglia azzurra numero 20. A officiare la cerimonia funebre don Pierangelo Ruaro. Antonio Cabrini ha preso la parola per ricordare “il fratello che ho perso. Abbiamo condiviso emozioni che hanno stravolto la nostra vita, insieme abbiamo sconfitto le delusioni, sempre rialzandoci e guardando avanti. Siamo stati parte di un gruppo, del nostro gruppo. Non credevo che ti saresti allontanato così presto, ti vedo ancora mentre ti infili una caramella in bocca senza farti notare con la velocità che avevi in area. Già mi manchi, mi mancano le tue battute, i tuoi stupidi scherzi, le tue improvvisate, il tuo sorriso. Se sono quello che sono è anche grazie a te, stammi vicino come io sarò vicino alla tua famiglia”.
Ancora i campioni del Mundial hanno trasportato il feretro al termine della cerimonia, ma stavolta accanto a Cabrini, Antognoni, Gentile, Conti, c’era il figlio Alessandro. Applausi all’uscita del Duomo.
Antognoni ha parlato di quel che Rossi “ha trasmesso a tutte le generazioni venute dopo l’82. Lui ci ha portato sul tetto del mondo, perdiamo non solo un compagno, una persona squisita sotto tutti i punti di vista. Spero che non abbia sofferto troppo, anche se purtroppo mi dicono che l’ultimo periodo sia stato molto duro”.
La moglie Federica ha spiegato la condivisione di un dolore privato con tutta la gente colpita dalla scomparsa di un campione: “In questi giorni abbiamo ricevuto attestati di affetto incredibili, commoventi. Mi auguro che Paolo possa aver visto tutto questo affetto. Sento dolore, ricordare certe cose fa male, però è giusto così: Paolo era della gente, che tutti lo ricordino anche nella sua fase di profonda sofferenza. Lui non si è mai risparmiato, amava il lavoro che faceva, apprezzava tutti voi giornalisti. Era giusto dare a tutti, Paolo mi ha insegnato ad affrontare la vita col sorriso e io sono quello che lui mi ha insegnato”.
Fulvio Collovati prima della cerimonia ha ricordato il compagno di squadra: “Federica mi ha scritto dandomi la notizia, ha detto che lui era molto legato a noi. Si è raccomandata di non dimenticarlo, ma come si fa a dimenticarlo? Non volevo crederci, mi si è spezzato il cuore. Era un amico, un fratello, solare, capace di alzare il Pallone d’oro e il giorno dopo di prendere un caffè con chiunque. Sapeva di essere un simbolo, ma non lo faceva pesare. Quando siamo stati in Libano dal generale Angioni, per i soldati i più popolari erano lui e Pertini. Eppure continuava a comportarsi come un giocatore del Vicenza, del Como, del Perugia. Se sono campione del mondo è in gran parte grazie a lui. Nel campionato di oggi farebbe 30 gol”.
“Spillo” Altobelli: “Abbiamo una chat in cui ci sentiamo tutti i giorni, ma Paolo non lo sentivamo più. Ho messo delle foto sue per cercare di farlo intervenire, ma non ha risposto. Ho chiesto di chiamare la moglie per capire se era arrabbiato con noi. Marco (Tardelli, ndr) ha detto che era un periodo così, che presto lui sarebbe tornato, ma poi abbiamo sentito voci non belle: purtroppo erano vere. Avrei voluto essere lì a tenergli la mano. Lui arrivava sempre prima di me in area, sentiva più di me il gol, il pallone passava sempre dove c’era lui”.
“Lui è stato il mio eroe quando ha vinto il mondiale del 1982 e io ero un ragazzo di 14 anni” ha ricordato Paolo Maldini. Poi è stato un esempio come compagno di squadra al Milan nel 1985, dove era così gentile di riaccompagnarmi a casa in macchina dopo l’allenamento perchè io non avevo la patente”.
(da agenzie)
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Dicembre 12th, 2020 Riccardo Fucile
LA POLIZIA: “AGGRESSIONE PREMEDITATA A SFONDO RAZZISTA”… E’ IL FRUTTO DELL’ODIO SOVRANISTA
Un ferito in serie condizioni, sei giovani manifestanti con ferite lievi ricoverati in ospedale: è il primo bilancio di quella che la polizia di New York considera “un’aggressione premeditata”, con ogni probabilità a sfondo razzista.
Due donne – la madre 52enne e la figlia di 29 anni – sono state fermate e vengono interrogate dai detective del New York Police Department.
Una guidava, l’altra era al suo fianco sul veicolo che ha investito un gruppo di manifestanti legati al movimento anti-razzista Black Lives Matter. L’aggressione è avvenuta nel quartiere East Side di Mid-Manhattan, all’incrocio tra la 39esima Strada e la Terza Avenue, poco dopo le ore 16 locali (le 22 italiane).
“L’auto si è avventata su di noi invadendo la pista ciclabile, ho fatto appena in tempo a saltare di lato per schivarla, sei miei compagni non ce l’hanno fatta”, ha detto un giovane nero intervistato dalla rete tv locale NY1.
Con lui c’erano alcune decine di manifestanti. L’occasione della loro protesta: dimostrare solidarietà con lo sciopero della fame che ha per protagonisti alcuni immigrati senza documenti detenuti nel centro dell’Immigration and Customs Enforcement di Bergen County, New Jersey.
Le manifestazioni di Black Lives Matter hanno invaso molte città d’America per protestare contro le violenze della polizia contro gli afroamericani. Accadde durante la presidenza di Barack Obama, in particolare dopo i fatti di Ferguson, Missouri. L’ultima ondata di proteste è dilagata invece nel giugno di quest’anno dopo l’uccisione di George Floyd a Minneapolis, fine maggio. Non sono mancate le tensioni violente con milizie di destra e gruppi di suprematisti bianchi. New York è una delle roccaforti del movimento anti-razzista.
(da agenzie)
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Dicembre 12th, 2020 Riccardo Fucile
CRESCE LA FRUSTAZIONE NEI SEGUACI DEL CRIMINALE
Monta la rabbia dei trumpiani dopo il no della Corte Suprema alla causa presentata dal Texas
contro Pennsylvania, Georgia, Michigan e Wisconsin. E se a livello giuridico non c’erano dubbi che la questione sollevata dall’Attorney General del Texas, Ken Paxton, non avrebbe avuto alcun effetto, sul mondo MAGA (Make America Great Again) il no dei nove giudici ha avuto l’effetto di uno schiaffo inatteso.
Un effetto dimostrato da uno dei migliaia di tweet scritti da sostenitori del presidente uscente, nel quale l’autore chiede di “licenziare i tre giudici nominati da Trump” in questi quattro anni perchè “non sono venuti in soccorso di Trump”.
La rabbia dei trumpiani corre sui social, un ululato di disperazione e rabbia tanto forte, quanto profondo è il silenzio del presidente uscente che, secondo vari report giornalistici, dopo aver saputo della sconfitta si sarebbe rifiutato di partecipare alla festa di Natale organizzata alla Casa Bianca.
Una reazione stizzita e di rabbia sorda, mentre il suo avvocato Rudy Giuliani continuava la sua opera di intrattenimento mediatico annunciando a Newsmax che il presidente uscente era già pronto a portare avanti altre cause dopo il no della Corte Suprema.
Sulla rete però la reazione è meno calcolata e più sanguigna, con accuse alla Corte Suprema di essere un ente marcio come CIA, FBI e tutte le altre agenzia che, in un modo o nell’altro non si sono sottomesse al volere di Trump agendo invece come in ogni democrazia liberale.
E così si arriva ai militari, visti come l’ultima speranza dei fedelissimi del presidente uscente, l’ultimo bastione contro la vittoria di Biden, che avrebbe pur sempre vinto con oltre 7 milioni di voti di margine, 74 grandi elettori in più e più di 50 casi in tribunale.
Una vittoria netta, che i continui tentativi di Trump di sovvertire il risultato, non hanno fatto altro che rendere ancora più grossa, netta e riconosciuta nel mondo che segue la realtà e non vive nelle bolle di OAN e Newsmax o Parler, dove ormai si parla apertamente di secessione, colpo di Stato (come se quello che sta tentando Trump da oltre un mese non lo fosse) e di chissà cos’altro visto che otto persone in Michigan erano pronte a rapire la governatrice Gretchen Whitmer per alcune restrizioni anti Covid, e qui si denuncia il presunto “furto di un’elezione” e si prospetta la “distruzione degli Stati Uniti”.
Una retorica usata e coltivata da Trump, che adesso cammina sulle proprie gambe.
(da agenzie)
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Dicembre 12th, 2020 Riccardo Fucile
NONOSTANTE I GIUDICI FOSSERO 6 REPUBBLICANI E SOLO 3 DEMOCRATICI, NON HANNO AVALLATO IL GOLPE
E’ la pietra tombale sulle ultime illusioni (vere o finte) di Donald Trump di ribaltare con ricorsi giudiziari la vittoria di Joe Biden. Com’era previsto, la Corte suprema boccia il ricorso presentato dallo Stato del Texas, roccaforte repubblicana, per contestare i risultati già certificati in favore del democratico da altri quattro Stati.
E’ significativo che neppure i giudici più conservatori – in un tribunale costituzionale sbilanciato a destra, con sei repubblicani contro tre democratici – abbiano voluto dare spazio al tentativo estremo e improbabile del Texas.
La manovra di quello Stato era apparsa inconsistente fin dall’inizio: il sistema elettorale Usa è regolato da ogni Stato e proprio la destra ha sempre difeso questa prerogativa costituzionale dei poteri locali.
Perciò la stessa cultura giuridica dei giudici più conservatori ha impedito di prendere in considerazione questa “ingerenza” del Texas nelle procedure elettorali di altri Stati.
Con questa bocciatura della Corte suprema, la strada è definitivamente spianata per l’ultima scadenza istituzionale: questo lunedì 14 il Collegio elettorale prenderà atto dei risultati certificati dai 50 Stati e proclamerà formalmente Biden come il prossimo presidente degli Stati Uniti.
E’ il passaggio istituzionale che spiana la strada verso l’Inauguration Day, l’insediamento alla Casa Bianca di Biden il 20 gennaio.
Che cosa farà Trump, ora che ha perso ogni speranza? Ma aveva davvero sperato di ribaltare per vie giudiziarie un risultato incontestabile, facendo leva sul ruolo locale dei repubblicani in diversi Stati vinti da Biden?
E’ vero che Trump ha costruito la sua controversa carriera da immobiliarista su battaglie legali spregiudicate, ma per lui negare la “concessione della vittoria” ha altri significati.
Anzitutto Trump si è costruito un personaggio che non può ammettere l’epiteto infamante di “loser”, perdente, con cui lui licenziava i concorrenti bocciati nel suo reality-tv The Apprentice.
Inoltre negare la legittimità di Biden può essere funzionale al disegno politico di ricandidarsi nel 2024. Trump passerebbe i prossimi quattro anni a rilanciare la falsa leggenda di un’elezione truccata e rubata.
Lui stesso preparò il lancio della sua candidatura nel 2015 cavalcando un’altra falsa leggenda, quella su Barack Obama nato in Africa quindi ineleggibile.
Anche quello era un modo per contestare la legittimità di un presidente regolarmente eletto.
(da agenzie)
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