Gennaio 9th, 2021 Riccardo Fucile
A PALERMO L’UDIENZA PRELIMINARE PER DECIDERE SE RINVIARE O PROSCIOGLIERE IL LEADER LEGHISTA ACCUSATO DI SEQUESTRO DI PERSONA E RIFIUTO DI ATTI D’UFFICIO
“151 persone, 21 giorni di attesa, 40 persone evacuate per fragilità fisiche e psichiche. Un rapporto dettagliato di Emergency su condizioni psicologiche a bordo. Qualcuno deve rispondere di tutto questo, ci auguriamo che sia fatta giustizia”.
Così su Twitter l’ong Open Arms, mentre è in corso a Palermo l’udienza del processo all’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini.
Il gup di Palermo, Lorenzo Jannelli, ha dato il via all’udienza preliminare per decidere se rinviare o prosciogliere Matteo Salvini, chiamato a rispondere dell’accusa di sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio per il caso “Open Arms”: la nave dell’ong spagnola con oltre 100 migranti salvati nel canale di Sicilia a cui, nell’agosto 2019, fu negato un “place of safety” in Italia per oltre sette giorni.
L’ex ministro degli Interni è arrivato al bunker dell’Ucciardone – blindato come non mai – senza rilasciare dichiarazioni. Con lui, in aula, il difensore di fiducia, l’avvocato Giulia Buongiorno. L’accusa è rappresentato dal procuratore della Repubblica, Francesco Lo Voi , dall’aggiunto Marzia Sabella e dal sostituto Calogero Ferrara.
Sarebbero oltre dieci le parti civili che si costituiranno: oltre a 5 migranti (che oggi vivono in Germania), anche la ong “Open Arms”, il suo fondatore, Oscar Camps, la ong “Mediterranea”, l’Arci Sicilia e l’associazione “AccoglieRete”.
L’area in cui sorge il carcere dell’Ucciardone di Palermo è blindata. All’esterno dell’aula bunker, infatti, un cordone massiccio delle forze dell’ordine monitora l’accesso con la chiusura al traffico di via Remo Sandron e il tratto finale di via Duca della Verdura
Intanto all’esterno, a poca distanza dall’ingresso transennato del carcere, è in corso un presidio pacifico di attivisti e associazioni, alcune decine di persone, che hanno posizionato sulla cancellata alcuni striscioni con scritte come “Palermo per l’accoglienza e la solidarietà ” e “Processo all’odio”. “Non è un processo qualsiasi – ha detto Fausta Ferruzza del Forum antirazzista – non a caso l’abbiamo ribattezzato ‘processo all’odiò perchè l’ex ministro Salvini ha posto sotto sequestro in alto mare decine di persone che chiedevano aiuto. Noi impediremo che questo si ripeta perchè crediamo che l’Europa debba rispettare i diritti umani fino in fondo”.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 9th, 2021 Riccardo Fucile
LE MILIZIE EVERSIVE SI SPACCANO SUI SOCIAL TRA L’ORGOGLIO PER L’ASSALTO, LA DELUSIONE PER IL COMPORTAMENTO DI TRUMP E IL DINIEGO: “IL MOVIMENTO E’ PIU’ FORTE DI TRUMP”
«Ha appena detto che i patrioti che hanno preso il Campidoglio la pagheranno. Smettetela di pensare
che tutto dipenda lui. Dipende da TE, da me, da tutti noi in questo Paese e con le nostre libertà . Non fate le pecore. Pensate con la vostra testa. Trump ha appiccato il fuoco e poi se n’è andato, lasciandoci a gestire i resti carbonizzati».
Sono passate poche ore dal video in cui Donald Trump si dice «indignato per la violenza, l’illegalità e il caos» dell’assalto al Congresso.
Sul social che ha accolto l’estrema destra, Parler, il leader dei Proud Boys Enrique Tarrio dà voce alla delusione di molti: Trump li ha abbandonati nel mezzo di una battaglia che lui stesso li aveva incitati a combattere.
«Non potrei essere più d’accordo. Quando la situazione si è fatta seria, ci ha mandati a casa. Non ha declassificato documenti, appena ha vinto ha rinunciato ad arrestare Hillary Clinton. Salviamo Dio e il Paese!», gli fa eco l’utente PatriotParty24. Anche sul forum 4chan, tanti si sentono traditi: «Wow, è un pugno nello stomaco»; «Sono sotto shock. Mi sento svuotato».
Dove c’è rabbia c’è rissa. Uno se la prende con Tarrio perchè non ha partecipato di persona all’assalto, essendo stato arrestato lunedì scorso e poi bandito da Washington: «Vaffanculo, hai fatto in modo di farti arrestare per una sciocchezza così da avere una scusa per non essere con noi a fare il tuo dovere patriottico. Sei scappato con la coda tra le gambe! Nessun ordine del tribunale avrebbe impedito a me di esserci. Non sei un patriota, sei un codardo».
C’è poi chi è ancora al primo stadio del lutto: il diniego. Circola la teoria che il video del pentimento di Trump sia un falso oppure che abbia solo preso tempo. «Ti sbagli, non è finita per Trump, Qualcosa di grosso sta per accadere. Il male non prevarrà ».
Siti della destra come Breitbart e Daily Caller scelgono una copertura cauta, forse condizionati dalla fetta del partito che ora incolpa Trump non solo per l’assalto al Congresso ma anche per la sconfitta elettorale.
C’è poi la linea del deputato della Florida Matt Gaetz o dell’ex candidata alla vicepresidenza Sarah Palin: ripetere che l’assalto sarebbe stato in realtà compiuto da attivisti di Antifa travestiti. Ma queste tesi fanno infuriare alcuni dei veri rivoltosi che sono orgogliosi e convinti di aver condotto un’impresa eroica: «Fa male vedere gente dare ad Antifa la gloria».
Arriva il tweet del senatore texano Ted Cruz: fino a poche ore prima ha osteggiato la conferma della vittoria di Joe Biden, dopo la morte del poliziotto ferito nella sommossa parla di «attacco terroristico». Su Parler questa «indignazione ipocrita» viene accolta con disprezzo: «Non abbiamo fatto niente di peggio rispetto a Black Lives Matter», commenta il collettivo che gestisce il profilo Murder the Media (uccidi i media).
Il loro mondo si è capovolto. La destra è quella che risponde «Blue Lives Matter» (blu come le divise degli agenti) agli slogan di Black Lives Matter. «Una cosa che ho capito durante l’assalto al Congresso –racconta su Twitter Elijah Shaffer, reporter conservatore diThe Blaze che era sul posto – è che c’è una crescita esponenziale del risentimento verso la polizia nella destra conservatrice, dovuta anche al fatto che in questi mesi gli agenti hanno applicato i lockdown anti-Covid. Strano vedere le cose capovolgersi». Ricercati dalle autorità , timorosi di essere inseriti in una no-fly list, licenziati o sospesi al lavoro (sta succedendo anche questo), ora i rivoltosi rischiano 10 anni di carcere per vandalismo o distruzione di monumenti e statue, a causa di un ordine esecutivo approvato in estate proprio dal loro presidente durante le manifestazioni di Black Lives Matter.
Dove sfocerà la rabbia? «Il movimento è più grande di Trump», ripete il Proud Boy Tarrio. «La Repubblica è morta – scrive qualcuno–. Il nostro voto non ha più senso. Il popolo è schiavo dei despoti che occupano il Congresso, illegittimi e traditori come i loro sgherri al governo. Possiamo ancora fermarli, ma lo spiraglio si sta chiudendo». «Sì – replica un altro – l’unico rimedio è la guerra».
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 9th, 2021 Riccardo Fucile
DOPO FACEBOOK ANCHE TWITTER DECIDE DI BLOCCARE IL CRIMINALE SERIALE
L’account twitter di Donald Trump è stato sospeso in modo definitivo dal social network con la motivazione del “rischio di nuove istigazioni alla violenza”
La decisione sarebbe stata assunta dopo “un’attenta verifica dei tweet recenti” pubblicati sul profilo personale del presidente uscente
Giovedì l’ex first lady Michelle Obama aveva chiesto alle società tecnologiche della Silicon valley di contrastare quelli che aveva definito i “comportamenti mostruosi” di Trump.
In settimana prime restrizioni all’attività social del presidente uscente erano state poste da Twitter, Facebook e Instagram dopo l’assalto dei sostenitori del presidente uscente al congresso a Washington.
Dopo la sospensione del suo account, Trump ha fatto sapere di stare valutando la “possibilità di creare in futuro una propria piattaforma”, alternativa a Twitter.
A muoversi contro il presidente uscente è stata anche la speaker della camera dei rappresentanti, Nancy Pelosi. La dirigente democratica ha annunciato un’iniziativa per un impeachment di Trump da avviare prima dell’insediamento di Joe Biden, previsto il 20 gennaio.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2021 Riccardo Fucile
“LA COLPA SARA’ ANCHE LA RIAPERTURA DELLE SCUOLE”
“La tendenza non è incoraggiante: i decessi e le terapie intensive sono l’elemento più pregnante. Non
sono particolarmente ottimista», spiega a Open il virologo e direttore sanitario dell’istituto Galeazzi di Milano e presidente dell’Anpas, Fabrizio Pregliasco, commentando la situazione epidemica di oggi, 7 gennaio.
Professore, qual è la situazione di oggi?
«Non incoraggiante. Quello che si capisce, a una prima lettura dei dati, è che siamo davanti a una tendenza verso un peggioramento. I casi continuano a veleggiare sui 18-20 mila al giorno, con un tasso di mortalità troppo alta. Ma non solo».
Cioè?
«C’è una salita nei ricoverati con sintomi, nelle terapie intensive. Poi meno tamponi, tasso di positività più alto. Se vedremo gli effetti positivi — sempre ce ne siano — degli ultimi provvedimenti, non sarà prima della metà del mese».
A questo proposito, cosa prevede?
«Io dico che un’onda ce la prendiamo, se non come la seconda ondata, qualcosa di simile arriverà , e andrà a incrementare ulteriormente il numero dei nuovi casi».
Cosa significa un peggioramento nel breve termine?
«Significa dover far fronte ad altre restrizioni. Viviamo ancora in un limbo fino al 15. La tendenza non è incoraggiante: i decessi e le terapie intensive sono l’elemento più pregnante».
Come vede la riapertura degli impianti sciistici il 18 gennaio?
«In maniera pessimista. Ecco, io eviterei».
E la scuola?
«La scuola, che ha già ripreso per alcuni, inciderà di sicuro su una possibile recrudescenza del virus. Mi aspetto che le prefetture lavorino per evitare il più possibile il dilagare del contagio».
Quanto ai provvedimenti varati dal governo, pensa si potesse fare di più?
«Non esiste il manuale perfetto d’istruzioni, si va a tentoni. Certo è che una serrata nazionale, a Natale, sarebbe stata più efficace».
(da Open)
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Gennaio 8th, 2021 Riccardo Fucile
IL DIRETTORE DEL GIORNALE: “I FATTI DI WASHINGTON COME IL MURO DI BERLINO PER IL COMUNISMO”
Alessandro Sallusti, nel suo editoriale di oggi sul “Giornale” lei scrive che il 6 gennaio 2021 sta al sovranismo come il 9 novembre 1989 sta al comunismo. L’assalto dei sostenitori di Trump a Capitol Hill politicamente paragonabile alla caduta del Muro di Berlino. E’, insomma, il momento della verità ?
Sì, lo considero uno spartiacque. Non solo per gli Usa ma per il sovranismo europeo e italiano, che esiste in forme e misure diverse. Adesso, come il comunismo dopo la fine della DDR, dovrà cambiare parola d’ordine, strategie e prospettive. Magari persino il nome, come è corso fare il Pci.
Non se ne sono accorti tutti un po’ tardi? Atlanta, Minneapolis, Saint Louis: le violenze – contro i neri – c’erano già state.
Finchè la barca va, di rado ci si fanno domande. Trump ha preso una massa di 74 milioni di voti: un americano su due o non ha visto cosa faceva o non si è spaventato. A me non è simpatico, ma leggendolo solo con occhi europei non si spiega il fenomeno del trumpismo. E darlo per morto sarebbe un abbaglio: se vorrà diventare interlocutore del mondo dovrà evolversi, cambiare.
Complicato intravvedere un’evoluzione migliorativa di Trump all’orizzonte…
Forse dovranno sostituire proprio Tump. Non sarebbe la prima volta che il fondatore deve farsi da parte per garantire la sopravvivenza della sua creatura.
“Non vorremmo ritrovarci il Parlamento occupato da matti in camicia nero-verde” è un’espressione molto forte. Soprattutto se riferita aglie elettori dei trentennali compagni di strada di Forza Italia. C’è un pezzo di opposizione anti-democratica?
No, sarebbe sbagliato dire che è un pezzo importante dell’opposizione. Tutti i movimenti radicali a sinistra come a destra hanno all’interno o nei paraggi delle frange estreme. E c’è il rischio che esse, pur essendo marginali, sfuggano di mano. Tenerle sotto l’ombrello rischia di offrire giustificazione politica e culturale a quella che è semplice frustrazione o follia.
Fatte le debite proporzioni, per carità , ma poche settimane fa durante l’ostruzionismo hard della Lega sui Decreti Sicurezza sono finiti in infermeria un commesso e un questore con la spalla slogata… dove comincia il rischio che la situazione sfugga di mano?
Condivido che portare la violenza verbale e fisica dentro il Parlamento rischia di provocare un effetto emulativo: se ci si picchia in aula, figurarsi in piazza. E’ molto pericoloso. Attenzione però a non considerare il trumpismo l’origine di tutti i mali: tra l’assalto dei cittadini al palazzo come a Washington, e l’assalto del palazzo ai cittadini come a Pechino, trovo più pericolo il secondo.
Berlusconi è l’unico dei tre leader del centrodestra ad aver condannato con nettezza il comportamento di Trump. L’impressione è che i destinatari del messaggio siano (anche) Salvini e Meloni. Tentativo di riportare le pecorelle all’ovile liberale o prove di governo di unità nazionale?
Più che il tentativo, è il percorso per riportare Forza Italia dove deve stare. Si è pensato che all’interno di una grande coalizione di centrodestra, il cui capo teorico è Salvini perchè ha più voti, si potesse “spostare” il Dna forzista sulla linea sovranista. Ma significherebbe la morte di quel partito. L’Italia ha bisogno di un punto di equilibrio che tra Salvini e Meloni non si trova. E un punto di equilibrio per definizione sta in mezzo a qualcosa. Se sarà in una coalizione di centrodestra o per dare a qualcos’altro un’identità liberale, lo vedremo nelle prossime ore.
Quindi, il Cavaliere potrebbe separare il proprio destino dagli attuali alleati?
Berlusconi non sa fare opposizione e non gli interessa. E i destini si sono già separati in passato, quando lui ha sostenuto il governo Monti oppure Salvini si è alleato con i Cinquestelle. Non lo troverei pazzesco. Sarebbe più pericoloso, invece, se lo strappo non fosse consensuale, almeno formalmente.
Quella del 6 gennaio negli Usa è violenza ai limiti del golpe, e non ha paragoni in Italia. Berlusconi evocando il riconteggio delle schede del 2006 ricorda di non avere “mai considerato l’ipotesi di ostacolare il funzionamento delle istituzioni”. Nel 2013, però, 150 parlamentari del Pdl hanno marciato fino al Palazzo di Giustizia di Milano. E le leggi ad personam, fino al voto su Ruby “nipote di Mubarak” hanno avuto un impatto sulle elezioni…
Queste cose sono accadute. E dire che sono accadute contro la volontà di Berlusconi non sarebbe credibile, per quanto possa testimoniare di persona che della marcia milanese avrebbe fatto volentieri a meno. Qui però si entra in un campo diverso, dove bisogna decidere se è nato prima l’uovo o la gallina. E’ stato eccesso di legittima difesa o eccesso di accanimento giudiziario da parte dei magistrati? Almeno la domanda bisogna porsela.
Il suo editoriale cita anche Lincoln (peraltro Repubblicano) e Martin Luther King. Ha ricevuto gli apprezzamenti di qualche leghista o meloniano?
No, ma credo che la maggior parte della gente non conosca la reale importanza di Martin Luther King nella storia dei diritti civili americani.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 8th, 2021 Riccardo Fucile
LA IGNOBILE SCENEGGIATA DELLA MASCHERINA CON IL VOLTO DEL MAGISTRATO UCCISO DALLA MAFIA
Uno che strumentalizza tutto: Salvini in via D’Amelio? Una passerella come sempre. Vendendo quelle
immagini mi viene da vomitare, ma uno sciacallo come lui non può fare altro che sciacallaggio”.
Le parole di Salvatore Borsellino, fratello del giudice antimafia Paolo, in merito alle polemiche legate alla presenza del leader della Lega, Matteo Salvini, in via D’Amelio sul luogo dell’eccidio, con indosso una mascherina con il volto del magistrato.
Borsellino punta il dito non solo “sull’uso strumentale della mascherina” fatto dal ‘Capitano’, ma anche sulla sua presenza di Matteo Salvini in via D’Amelio.
“Vorrei ricordare le dichiarazioni precedenti fatte da Salvini quando non aveva mire elettorali sulla Sicilia e parlava di terroni. Vorrei ricordagli che mio fratello era palermitano e, quindi un terrone. Non capisco cosa va a fare in via D’Amelio, se non un atto di sciacallaggio – dice – Non bisogna dimenticare che a Natale è andato a distribuire pacchi dono ai bisognosi, con un fotografo dietro che lo ritraeva. Fa tutto a scopo di propaganda”.
(da agenzie)
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Gennaio 8th, 2021 Riccardo Fucile
DAI VACCINI ALL’INCHIESTA SU FONTANA.. LA MORATTI NON HA COMPETENZE SPECIFICHE
L’avvocato, berlusconiano di ferro, sostituito dalla manager Letizia Moratti. Entrambi non hanno competenze in ambito medico, e tutto fa pensare che i problemi cronici della salute pubblica in Lombardia non saranno risolti con un semplice cambio di assessore
Giulio Gallera se ne va dalla giunta lombarda. Ma non basterà rimuovere l’assessore alla Sanità per cancellare i problemi del sistema sanitario della Regione italiana più colpita dal Coronavirus.
La Lombardia ha vissuto una Caporetto etica, politica e amministrativa, con inchieste giudiziarie e giornalistiche che hanno rivelato una gestione poco limpida della salute pubblica, voce di bilancio che assorbe 20 dei 25 miliardi di euro annuali delle casse regionali.
Ma se l’attacco a sorpresa della pandemia può giustificare il caos dello scorso febbraio, è da marzo che i generali del centrodestra lombardo non riescono a impartire l’ordine della ritirata. La linea del Piave, dietro la quale il modello sanitario lombardo potrà rifondarsi, questa volta prestando attenzione agli ospedali pubblici, alla medicina territoriale, all’organizzazione preventiva e non di emergenza, appare ancora lontanissima.
La nomina di Letizia Moratti come successore dell’avvocato Gallera (oltre che come vicepresidente) è una foglia di fico che non può coprire le criticità che il Covid ha scoperchiato nel 2020, ma che derivano da anni di politiche sanitarie poco oculate. L’ultima di una lunga serie di gaffe di Gallera, «Abbiamo medici e infermieri che hanno 50 giorni di ferie arretrate. Non li faccio rientrare in servizio per un vaccino nei giorni di festa», è soltanto l’ennesimo errore comunicativo. Che, in realtà , è stato utilizzato a mo’ di barricata per distogliere le attenzioni dalle inefficienze del modello lombardo.
«Non era questo il momento di cercare il capro espiatorio e fare speculazioni politiche», dichiara Lidia Decembrino, dottoressa e membro della segreteria regionale di Forza Italia con delega alla Sanità . «Gallera si è impegnato molto. Come in tutte le situazioni di emergenza, ci può essere qualche sbavatura. Ma la sanità lombarda resta un’eccellenza proprio perchè ha resistito all’urto della pandemia, riorganizzandosi rapidamente, mentre sui media e nell’agone politico il Covid è diventato il pretesto di un attacco ingiusto». Decembrino rimarca «l’esperienza straordinaria» dell’ospedale in Fiera, «che ha garantito nuovi posti letto. E siamo una delle regioni che hanno avuto il numero di morti inferiori nella sanità ».
Sulla riorganizzazione della sanità lombarda in tempi di emergenza, invece, non appare affatto convinta Paola Pedrini, medico e segretario regionale di Fimmg Lombardia: «La realtà è che mancano le persone in assessorato. Sono d’accordo quando si dice che non è solo colpa di Gallera, perchè è tutto il Welfare a essere carente di personale in Regione».
Pedrini fa un confronto con l’Emilia-Romagna: «Lì ci sono quasi 40 persone che si occupano di cure primarie nell’assessorato, mentre in Regione Lombardia sono appena quattro». La scarsità di personale sembrerebbe uno dei principali problemi che costringe la giunta ad agire sempre in ritardo, «comportandosi come se l’emergenza fosse costante, cronica».
Il primo tassello di un rapporto insalubre tra politica e sanità lo svela la vicenda di Alzano Lombardo e Nembro. I due piccoli comuni della provincia di Bergamo nei quali, a inizio marzo, il Coronavirus si diffondeva e diffondeva morte a velocità inaudite. Alla stregua di quanto fatto con i dieci paesi del Lodigiano e con Vo’ Euganeo, il Comitato tecnico scientifico propose la zona rossa la sera dello scorso tre marzo. Il governatore Attilio Fontana e Gallera rimisero la scelta nelle mani dell’esecutivo, che optò, dopo alcuni giorni, l’8 marzo, per una zona arancione estesa a tutta la Lombardia.
«In effetti la zona rossa potevamo farla anche noi» ammise un mese più tardi lo stesso Gallera, messo a tacere da Fontana così: «È un ottimo assessore, ma come giurista un po’ meno». Il problema è che sia governo centrale che Regione, in quel momento, non risposero al principio costituzionale della leale collaborazione tra le istituzioni dello Stato. E per non perdere l’appoggio del tessuto economico, «un cinismo imbarazzante per ottenere i voti di Confindustria» afferma il consigliere di opposizione in Lombardia Michele Usuelli, non è stata data priorità alla salute dei cittadini. «C’è sempre solo il calcolo del beneficio elettorale».
I vaccini antinfluenzali e le gare deserte
Risale a quei primi mesi dell’anno un’altra criticità che si riverbera tutt’oggi sulla risposta lombarda alla pandemia. La carenza di vaccini antinfluenzali. In quest’anno, la Regione ha fatto dieci gare d’appalto, alcune andate deserte per le ragioni più svariate, altre indette erroneamente e cancellate dalla stessa centrale unica d’acquisto. Nel frattempo, gli enti sanitari di tutto il mondo si accaparravano le dosi dei vaccini presenti sul mercato. E questo lo sa anche uno studente di economia del primo anno: diminuendo le quantità disponibili di un bene, aumenta anche il prezzo.
Così, per acquistare le dosi del farmaco biologico contro l’influenza, necessario per evitare che i malati influenzali si sommino a quelli di Covid-19 e intasino gli ospedali, la Regione si è rivolta ad aziende che non avevano tutte le certificazioni necessarie per poter vendere i vaccini nel mercato italiano ed europeo. «La mancanza di pianificazione fa si che si decida in deroga, in emergenza, e quindi si arriva a contattare la casa farmaceutica indiana», denota Usuelli. La Lombardia è arrivata a pagare gli stessi vaccini acquistati dal Veneto, ambedue le Regioni amministrate dalla Lega, al triplo del prezzo.
Per la dottoressa Pedrini, «c’è stata una sottovalutazione dell’importanza della vaccinazione antinfluenzale e si è ignorato che la domanda di vaccini sarebbe aumentata a livello europeo». Su questo punto, anche Decembrino, Forza Italia, ammette che «qualcosa nella macchina burocratica si è inceppato». Ma attribuisce le responsabilità al contesto emergenziale che «comunque non ha impedito che la copertura fosse garantita a tutti, soprattutto in età pediatrica». Dalla scarsità di antinfluenzali, tuttavia, si è ingenerato un panico organizzativo, dimenticato solo per un’altra incombente campagna vaccinale: quella per il Sars-CoV-2.
Il ritardo sui vaccini anti-Covid
È per una — finale — dichiarazione sulla vaccinazione anti-Covid, partita a rilento in Lombardia, che Gallera è stato scaricato dal centrodestra lombardo. Un ritardo che si palesa nei numeri pubblicati sul sito di presidenza del Consiglio, ministero della Salute e Commissario per l’emergenza. Alle 18 del 6 gennaio, la regione più colpita di Italia, la Lombardia, è quintultima per percentuale di dosi inoculate: il 17,8% di quelle ricevute in totale. In questo caso, il medico Usuelli difende Gallera, diventato il capro espiatorio «della mancata organizzazione che coinvolge tutti i membri della giunta».
Mentre da Palazzo Lombardia provano a scaricare le responsabilità del ritardo sul piano di vaccinazione nazionale, il viceministro dell’Economia Antonio Misiani sostiene che «se la Regione a guida leghista, che aveva già combinato disastri con la vaccinazione antinfluenzale, non è in grado di attuare quella contro il Coronavirus, è giusto che subentri lo Stato esercitando i poteri sostitutivi. La salute dei lombardi è troppo importante per continuare a lasciarla in mano a chi ha fallito».
«Attenderei la fine della campagna vaccinale per vedere i risultati definitivi», replica Decembrino, «siamo vittime dell’ennesimo tiro a bersaglio e a pagarne le conseguenze sono proprio i cittadini lombardi. Certo, ci sono stati errori e ritardi anche qui da noi, ma sono figli dell’emergenza: anche a livello nazionale, ad esempio, si è scoperta la mancanza del piano pandemico preteso dall’Oms».
Per Pedrini, invece, il problema non è tanto la partenza in ritardo, quanto «l’ammontare di dosi disponibili: sono insufficienti per vaccinare nei tempi giusti e raggiungere un’immunità significativa nella popolazione lombarda»
Le debolezze strutturali: gli ospedali piccoli e non collegati
Le Regioni giustificano la loro esistenza — almeno dal punto di vista del bilancio — perchè devono amministrare la sanità . «Ma gli ospedali funzionano come pacchetti di voti», denuncia Usuelli. «Abbiamo più reparti ospedalieri che campanili in Lombardia». Le parole del consigliere trovano una manifestazione nel caso di Varese, dove ci sono tre pronto soccorso in nove chilometri quadrati, «tutti e tre piccoli e che, per questo, lavorano male». Il consigliere regionale fa un parallelismo con la sanità in Calabria, dove si trovano 18 ospedali pubblici chiusi «perchè i decisori politici dovevano costruirli vicino a casa. Nel corso degli anni si sono costruiti presidi ospedalieri seguendo logiche di collegio elettorale, non di necessità del territorio».
La Lombardia, ad esempio, abbonda di reparti di cardiochirurgia: «Sono 24. È la stessa dinamica di Crotone, dove l’ospedale ha 800 posti letto, ma meno di 250 in funzione. Milano e Reggio Calabria sono meno distanti di quanto una certa politica voglia far credere». In Lombardia scarseggiano reparti grandi che, generalmente funzionano bene perchè accumulano più know how sulle malattie meno comuni. Sono svilite le reti di connessione tra i grandi e i piccoli centri territoriali, che dovrebbero gestire i casi meno gravi o ricevere i pazienti per la fase di recupero dopo le cure intensive negli ospedali maggiori.
La proliferazione dei privati
Una delle questioni più controverse del modello lombardo riguarda il moltiplicarsi di presidi ospedalieri privati che, di fatto, costituiscono in molti casi l’unica alternativa possibile per curare determinate patologie o evitare liste di attesa lunghissime. Il meccanismo che si è reiterato negli ultimi anni è estremamente semplice: un privato decide di aprire una struttura ospedaliera, si fa accreditare dal sistema sanitario nazionale i reparti più remunerativi senza rispondere, invece, all’esigenza di diversificazione di cui necessità la sanità su un territorio. Così proliferano posti letto in oncologia, più redditizia, e scarseggiano posti letto in geriatria, meno soddisfacente dal punto di vista economico.
«Anche l’accreditamento delle strutture private risponde spesso a una logica di voti di scambio», incalza Usuelli. «Abbiamo tutti gli strumenti scientifici per sapere quanti posti letto servono per ogni patologia al fine di assicurare la cura a tutti i lombardi. Invece, accreditiamo ai privati i posti di oncologia, senza verificare che ce ne siano di sufficienti per altri tipi di malattie». Quanti medici e operatori sanitari servono in Lombardia? Quanto deve essere grande un reparto per funzionare bene? «Sono domande per le quali abbiamo una risposta scientifica. Ma non è corrisposta negli ultimi decenni un’azione politica. E se le Regioni, che spendono la maggior parte del bilancio per la sanità , non rispondono a queste domande, allora ha senso abolirle».
Per Decembrino, invece, «la coesistenza di pubblico e privato non fa altro che aumentare l’offerta. Tant’è che non vengono curati solo i lombardi nei nostri ospedali, ma attiriamo pazienti da tutta Italia. Nelle altre Regioni questa attrattività non c’è, e per la sanità lombarda deve essere un vanto». La dottoressa, direttrice in pediatria a Vigevano, sottolinea che «l’eccellenza della sanità lombarda si basa proprio sulla forte collaborazione tra pubblico e privato. Per me, il presupposto essenziale di ogni sistema sanitario, dev’essere il diritto di scelta del paziente. Ognuno deve poter decidere da chi farsi curare e in quale struttura».
La medicina territoriale
In Lombardia ci sono nove Ats e ognuna agisce a modo suo. Manca un’unica agenzia regionale che sia responsabile della pianificazione e della gestione della sanità su tutto il territorio. Molti ospedali, anzichè essere pensati per servire il proprio territorio di riferimento, sono strutture monospecialistiche, a vocazione verticale. Si è impoverita, invece, la rete di ospedali generalisti referenti dei singoli territorio. Il professor Giuseppe Remuzzi dell’istituto Mario Negri propone per la Lombardia il recupero del concetto dei distretti, unità ospedaliere a cui fanno riferimento nuclei di 60 mila abitanti. Ogni distretto dovrebbe avere un suo manager che si occupa di far funzionare la sanità territoriale e di fare da collegamento con l’hub centrale. Secondo l’idea del professore, tot distretti dovrebbero afferire a grandi ospedali.
I distretti, poi, dovrebbero sviluppare al proprio interno poliambulatori che riuniscono i medici di medicina generale del territorio, così da farli lavorare in èquipe. «Il concetto del medico di base, solo nel suo studiolo, che è il pontefice massimo della salute dei suoi pazienti, è un concetto arcaico», sottolinea Usuelli. «I medici di base dovrebbero lavorare in consorzio nelle cosiddette case della salute: si offre ai cittadini un servizio spalmato su una fascia oraria più ampia, con team di infermieri e segretari che aiutano i medici a gestire il lavoro. E, nei poliambulatori, si potrebbero sfruttare macchinari rx, laboratori di analisi, strumenti che un singolo medico di famiglia non può possedere».
Decembrino considera che le difficoltà della medicina di base sono un tema nazionale, non imputabili alla sola Lombardia. «L’attenzione al territorio, effettivamente, non è stata sufficiente: la pandemia ci ha colti di sorpresa», e auspica che le prossime riforme in ambito sanitario potenzino questo aspetto della sanità pubblica. Più dura Pedrini, che ravvisa proprio nei pochi investimenti e nella scarsa attenzione alla medicina territoriale «il più grande errore che ci ha esposto agli effetti devastanti del Covid». Pedrini ritiene ricorda che «all’inizio della pandemia, i medici di base hanno dovuto faticare per avere i Dpi necessari, adesso non è cambiato nulla con i vaccini: sono medici di serie B rispetto a quelli degli ospedali». In sintesi, lo sbaglio è stato aver puntato troppo sugli ospedali, quando il vero filtro era il territorio.
Le debolezze politiche: la parabola di Gallera
Doveva essere schierato come candidato sindaco di Milano: l’avvocato di 51 anni, assessore al Welfare della Lombardia, aveva raggiunto l’acme della popolarità durante la prima fase della pandemia. Tutti vedevano il berlusconiano di ferro come pedina ideale del centrodestra da schierare nel 2021 contro il sindaco uscente Beppe Sala. Nel caos iniziale della pandemia, era il volto onnipresente che rappresentava la risposta lombarda all’emergenza sanitaria. La sua ubiquità , in tv e sui social, si è rivelata però un’arma a doppio taglio: con l’affievolirsi della frenesia delle prime settimane, sono venute a galla tutte le dèfaillance di un amministratore che, a prescindere dalle competenze politiche, nella comunicazione e nella gestione della sanità ha fallito.
Si è detto delle problematiche strutturali della salute pubblica lombarda, imputabili a decenni di decisioni scellerate. Se Gallera non fosse stato così predisposto ed esposto all’attenzione mediatica, sarebbe stato più complicato per i suoi detrattori imputargli i disastri relativi alla sanità .
Invece, con la sua sconsiderata spiegazione dell’Rt uguale a 0,51, «Questo vuol dire che non è così semplice trovare due persone nello stesso momento infette per infettare me», o con la dichiarazione sulla sanità di classe, «Gli ospedali privati vanno ringraziati perchè hanno aperto le loro terapie intensive e le loro stanze lussuose ai pazienti ordinari», l’avvocato ha reso manifesta la sua inadeguatezza in ambito medico e comunicativo. E non si può non citare l’inosservanza del Dpcm di domenica 6 dicembre, quando l’assessore, senza mascherina, è uscito dal suo Comune di residenza per fare una corsa con alcuni amici, violando due prescrizioni della zona arancione. «Non ho fatto caso ad alcun cartello che segnalasse il confine comunale», si è difeso.
La mancanza di medici in giunta
Un’altra verità all’origine del caos nella sanità lombarda è l’assenza di competenze mediche nella giunta. Non c’è nessuno tra gli assessori a essersi laureato in Medicina, a fronte di una spesa pubblica annuale da investire sulla salute dei cittadini pari a 20 miliardi. Con il Coronavirus, i cittadini hanno capito che Regione vuol dire sanità : è la competenza più importante affidata dalla Costituzione a questa istituzione e, non a caso, i bilanci delle amministrazioni sono assorbiti quasi in toto dal tema salute pubblica. «Le coalizioni che si presentano alle elezioni dovranno raccontare ai cittadini come costruire una sanità che risponda alle esigenze dei cittadini», rimarca Usuelli.
«Dicevano che nella fase, due o tre che sia, nulla sarebbe stato più come prima — aggiunge il medico e consigliere di opposizione -. Invece, con la terza ondata di contagi alle porte, Fontana manda via un avvocato che di sanità non capiva nulla e chiama una manager che di sanità non sa nulla». La percezione della società sull’importanza della sanità pubblica è cambiata, «perchè si sono evolute le richieste dei cittadini con lo scoppiare della pandemia — conclude Usuelli -, ma questa destra legaiola dà priorità a cercare una figura di Forza Italia per non alterare gli equilibri politici piuttosto che pensare ai bisogni dei cittadini».
Le inchieste giudiziarie
Infine, una questione spinosa che accompagnerà il presidente Fontana a prescindere dalla dipartita di Gallera è quella relativa alle inchieste giudiziarie. Se i 5,3 milioni di euro ereditati dalla madre su un conto bancario svizzero non c’entrano nulla con il Coronavirus, per quanto riguarda la pandemia il governatore ha due fronti aperti. Da un lato, anche se non risulta indagato, le chat del suo cellulare sono state acquisite dagli inquirenti che investigano sull’accordo tra la multinazionale farmaceutica Diasorin e l’ospedale San Matteo di Pavia. Dall’altro, il pm che sta lavorando all’inchiesta sui 75mila camici forniti alla Regione dalla Dama Spa, società del cognato di Fontana, ha parlato di «diffuso coinvolgimento del governatore».
La fornitura, trasformata in donazione quando è emerso il conflitto di interessi — la moglie di Fontana possiede il 10% delle quote di Dama Spa -, ha comportato l’inserimento nel registro degli indagati dell presidente, con l’ipotesi di reato di frode nelle pubbliche forniture. Il nodo sta tutto nella mancanza di pianificazione che porta gli amministratori della cosa pubblica ad agire in deroga a causa delle emergenze che si susseguono. «I 20 miliardi spesi per la sanità lombarda — conclude Usuelli — vengono organizzati in una delibera annuale decisa univocamente dalla giunta, senza passaggi democratici e in via emergenziale». Il piano quinquennale socio-sanitario della Regione Lombardia che, tra le altre cose, ha al suo interno le direttive per la fornitura di dispositivi medici agli ospedali, è scaduto dal 2014.
(da Open)
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Gennaio 8th, 2021 Riccardo Fucile
ORA TEME DI ESSERE INCRIMINATO PER ISTIGAZIONE ALLA RIVOLTA E STUDIA LA GRAZIA PREVENTIVA MA I COSTITUZIONALISTI DICONO CHE NON PUO’
Il presidente-re Lear, sempre più isolato nei suoi ultimi giorni alla Casa Bianca, sarebbe tornato a
parlare di auto-graziarsi.
Lo scrive il New York Times, citando le solite «persone a conoscenza della discussione». Trump è convinto di poterlo fare, e da tempo va ventilando anche pubblicamente l’ipotesi.
Ma non ci sono precedenti, e i costituzionalisti sono estremamente scettici sulla legalità di una simile mossa.
Nelle scorse settimane qualcuno aveva ipotizzato che Trump avrebbe potuto dimettersi in modo che gli subentrasse il vicepresidente Pence e fosse lui a graziarlo come fece Ford con Nixon.
Ma i rapporti tra il commander in chief e il suo vice, dopo l’assalto di mercoledì sei gennaio al Congresso, sembrano irrimediabilmente compromessi.
Cosa rischia per i fatti di Washington
Il mezzo passo indietro di Trump con le dichiarazioni sulla necessità di una pacifica transizione sarebbe stato dettato dalle pressioni dei pochi uomini rimasti al suo fianco, in particolare dal consigliere legale della Casa Bianca Pat Cipollone, il quale gli avrebbe fatto presente che rischia l’incriminazione per istigazione alla rivolta.
È vero che Trump non era fisicamente con gli uomini e le donne che hanno fatto irruzione al Congresso, ma le sue parole nel comizio di pochi minuti prima dell’assalto – «Marceremo fino al Campidoglio» suonano come delle istruzioni precise.
Più grave ancora sarebbe se si provasse che l’intera operazione era stata pensata e pianificata. Il procuratore federale di Washington D.C., Michael R. Sherwin, in una conferenza stampa giovedì ha detto che la procura «sta esaminando tutti gli attori, non solo le persone che sono entrate nell’edificio».
A rischio processo Trump lo è anche per la telefonata, pubblicata per primo dal Washington Post, in cui insiste con il segretario di Stato della Georgia affinchè trovi gli 11.780 voti «che ci mancano per vincere le elezioni in Georgia».
L’autoperdono, se arrivasse e se fosse giudicato costituzionale, lo salverebbe da queste eventuali incriminazioni ed altre che potrebbero aprirsi seguendo i filoni lasciati aperti dal superprocuratore Robert Mueller durante il Russiagate.
Non lo metterebbero al riparo invece – nè lui nè i figli Ivanka (e il marito Jared Kushner), Donald Jr. ed Eric che pure vorrebbe graziare preventivamente – dalle molte inchieste statali che pendono sulla sua testa e sulla Trump organization.
I «perdoni» concessi finora
Amici e sodali, parenti e contractor condannati per una strage di civili in Iraq. Finora Donald Trump ha concesso il «presidential pardon» una settantina di volte: 60 dei beneficiari sono persone che hanno contatti personali con lui o l’hanno aiutato a perseguire i suoi obiettivi politici, secondo una ricerca di Jack Goldsmith, professore della Harvard Law School. Non è certo la prima volta nella Storia che l’utilizzo di questo delicato potere concesso al presidente dalla Costituzione solleva aspre polemiche: era successo con la grazia concessa da Bill Clinton al finanziere fuggitivo Marc Rich e a Gerald Ford che aveva «perdonato» il suo predecessore Richard Nixon, ma la quantità di amici con gravi condanne lasciati liberi da Trump alza il livello di allarme.
Da dove deriva e cosa prevede questo potere?
È inscritto nella Costituzione e deriva dal potere dei re inglesi di compiere degli atti di clemenza nei confronti di condannati. Una grazia presidenziale significa che reati federali (non statali quindi) commessi o che il soggetto potrebbe aver commesso vengono condonati. Non cancella il reato dalla fedina penale, ma, oltre alla pena, elimina le conseguenze che comporta, come i limiti al diritto di voto o all’acquisto di armi. George Washington usò questo diritto presidenziale con un gruppo di contadini che avevano guidato la cosiddetta «Whiskey Rebellion». Oltre alla grazia il presidente può commutare la sentenza, come fece per esempio Barack Obama con Chelsea Manning, accusata di aver passato documenti riservati a Wikileaks e condannata a 35 anni di carcere.
Come si riceve un «presidential pardon»
Solitamente una grazia la si chiede, facendo domanda attraverso il dipartimento di Giustizia, ma un presidente può anche concederla a proprio piacimento, e pare sia questo che sta facendo Trump nelle ultime settimane della sua presidenza (Joe Biden, dichiarato presidente eletto dai grandi elettori il 14 dicembre scorso, si insedierà il 20 gennaio).
Come si sono comportati gli altri presidenti?
Tra grazie e commutazioni della pena Trump ha esercitato il suo potere meno di cento volte, il numero più basso dalla presidenza McKinley (1897-1901). Obama, nell’arco però di otto anni, aveva concesso 212 grazie e 1715 commutazioni della pena. La differenza, oltre che nel numero, sta nel fatto che Obama come la maggior parte dei presidenti prima di lui, aveva interpretato questo potere presidenziale non in modo personale ma per cancellare sentenze discusse o che rappresentavano alcune delle ingiustizie endemiche del sistema giudiziario americano, come quelle eccessivamente severe per possesso di droga nei confronti di imputati afroamericani o latini.
Un altro modo di usare la grazia in passato è stato per sanare alcune delle ferite del Paese, come quando Jimmy Carter decise di perdonare i giovani che erano scappati dagli Stati Uniti per evitare il servizio militare in Vietnam.
Tempo di una riforma
È ora per il presidente eletto Joe Biden –ha scritto dopo l’ultima tornata di perdoni di Trump il comitato editoriale del New York Times, di «re-immaginare questo importantissimo e lungamente abusato potere e farlo funzionare per come i padri fondatori lo avevano inteso: come contrappeso a procedimenti giudiziari ingiusti e sentenze eccessive. Se c’è mai stato un momento per riformare il sistema, è adesso. La decennale crisi carceraria americana ha gettato milioni di persone dietro le sbarre, molte delle quali scontano pene enormemente sproporzionate».
Il dilemma di Biden
Un auto-perdono di Trump metterebbe ulteriore pressione su Biden, che forse preferirebbe evitare processi al predecessore nella speranza di guarire le ferite del Paese, affinchè indaghi su eventuali abusi di potere commessi dal suo predecessore. «Solo un tribunale può invalidare un self-pardon, e può farlo solo se l’amministrazione Biden cita in giudizio Trump», ha spiegato Goldsmith al New York Times .
Altri abusi di potere commessi da Trump riguardano le azioni degli legali del presidente, che secondo alcune ricostruzioni allusero alla possibilità di una grazia con gli avvocati di Paul Manafort quando l’ex responsabile della campagna del presidente, «perdonato» alla vigilia di Natale, stava valutando se collaborare o no con i procuratori (cosa che poi non fece).
(da il Corriere della Sera)
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Gennaio 8th, 2021 Riccardo Fucile
ALLA RADIO PUBBLICA UNGHERESE “METTE IN GUARDIA” DALLE INGERENZE NEGLI AFFARI AMERICANI
Non c’era da meravigliarsi che Viktor Orban non condannasse Donald Trump per l’assalto di Capitol Hill. Anzi, il presidente ungherese segue la scuola di Giorgia Meloni, e si limita a dichiarare: “Non ci piace essere giudicati, quindi non giudichiamo gli altri Paesi”.
Nel corso di un’intervista alla radio pubblica ungherese Orban, tra i rari sostenitori di Trump all’interno dell’Ue, ha messo in guardia dalle “ingerenze” negli affari americani, distinguendosi dalle tante condanne internazionali piovute sulla Casa Bianca.
“Non dovremmo interferire con quello che sta succedendo in America – ha chiarito – Siamo sicuri che riusciranno a risolvere i loro problemi”.
(da agenzie)
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