Destra di Popolo.net

IL MURALE DEDICATO A UN BABY RAPINATORE UCCISO

Febbraio 22nd, 2021 Riccardo Fucile

NAPOLI STA PERDENDO IL CONFINE TRA CRIMINE E LEGALITA’

Napoli è una sorta di “acceleratore”, meraviglioso e folle, nel quale i sentimenti umani si esprimono in condizioni estreme. Ma a volte la velocità  è tale, che la città  sbanda: come nel caso del murale dedicato al baby rapinatore Ugo Russo, freddato da un carabiniere durante un tentativo di rapina.
Un murale che in qualche modo sembra avallare l’intero sistema sociale (e criminale) che quel ragazzo ha mandato a morire, indicando in lui non una vittima di quel sistema stesso, ma del carabiniere che gli ha sparato. Cioè dello Stato.
Gli abitanti del quartiere che ospita l’opera hanno raccolto un migliaio di firme di artisti, scrittori, intellettuali, persino ex magistrati che, sostenuti dal Sindaco, la difendono.
Ma il Prefetto ha ordinato di cancellarla, e un’altra Napoli reclama il diritto a esprimere il proprio punto di vista: “Sabato 27 febbraio”, anticipa a TPI Francesco Emilio Borrelli, consigliere regionale di Europa Verde, da anni impegnato in una lotta senza quartiere all’illegalità , “dedicheremo due iniziative all’unica vera vittima della notte in cui fu ucciso il rapinatore quindicenne Ugo Russo: Irina, vittima di femminicidio, morta mentre amici e parenti di Russo sfasciavano il pronto soccorso dell’ospedale Pellegrini di Napoli”.
Alla manifestazione parteciperà  anche Eduardo Di Napoli, il giovane barista a cui il racket incendiò il bar per non essersi piegato. “Dopo aver annunciato di voler pagare le spese dei danni arrecati”, continua Borrelli, “gli autori del bestiale raid si sono tirati indietro, forse i soldi servivano per realizzare altri omaggi abusivi alla criminalità ”. In queste parole terribili, “omaggi abusivi alla criminalità ”, si sintetizza il dramma di una città  che sembra aver perso ogni riferimento.
La cronaca continua a raccontare di una gioventù bruciata e violenta, di pestaggi, aggressioni, omicidi con protagonisti adolescenti. L’ombra di comportamenti criminali che viaggiano veloci sui social, si allunga sulla quotidianità  perduta di una generazione senza regole. Eppure la tutela delle ragioni di chi delinque, sembra destinata sistematicamente a prevalere su quella di chi il crimine invece lo subisce.
Fin quasi a procurare, nel sentire comune della gente, la rassegnata sensazione di una involontaria ma micidiale collusione fra uno Stato imbelle e incapace, e una criminalità  sempre più impunita e arrogante. Ed ecco che la città , invece di unirsi, si spacca. Napoli è una “ciudad sin ley”, scriveva qualche tempo fa un quotidiano spagnolo, ma il vero problema sembra la rimozione collettiva che i napoletani attuano dei loro problemi.
Le coltellate sul lungomare di sabato scorso, quando altri adolescenti si sono affrontati all’ultimo sangue in pieno giorno, è l’ennesimo episodio finito nelle pagine di una cronaca monotona. E tutto viene diluito dal grande nemico di questa città : una narrativa autocommiserativa che impedisce di vedere la realtà , e per la quale il Nord Italia sarebbe costantemente impegnato in una sorta di complotto antinapoletano.
Infatti, mentre Gomorra trionfa, non manca chi fa campagne di sensibilizzazione per sostituire alla statua di Garibaldi, quella di Totò… “Porteremo dei fiori sulla panchina rossa dedicata a Irina”, continuano Borrelli e Di Napoli, “e ringrazieremo i medici con tutto il personale sanitario, ricordando tutte le persone scomparse a causa della criminalità  organizzata, le sole a cui dovrebbero essere dedicati gli omaggi pubblici. Alle 13 saremo alla caserma dei Carabinieri ‘Pastrengo’ per fare un lungo applauso a tutti gli uomini delle Forze dell’ordine che si sacrificano per la nostra terra. Caserma che fu presa d’assalto a colpi di pistola sempre dagli amici e dai parenti di Ugo Russo, quelle stesse persone che adesso scendono in piazza per sostenere la realizzazione dei murales criminali”.
“Chiediamo supporto alla Napoli vera, alla gente perbene, quella che ripudia il modello sociale delinquenziale e abbraccia quello della civiltà  e dell’onestà . Ma è bene sottolineare che non si tratta di qualcosa in contrapposizione alla manifestazione organizzata per salvare il murale di Ugo Russo. Anzi, noi con quel modo di pensare non c’entriamo nulla e troviamo inaccettabile che una parte della nostra città  elevi come modello culturale i rapinatori o addirittura idolatri un boss come Cutolo. Noi siamo per la legalità , sempre e lo vogliamo ribadire pubblicamente”.
Già , “la gente perbene”, invoca Borrelli. E ce n’è tanta, sicuramente la stragrande maggioranza: ma che non fa notizia. Gente che crede nelle Forze dell’Ordine e odia la camorra, ma che resta impantanata nell’incapacità  di ritrovare, anche sul piano civile, quello slancio che la contraddistingue in altri campi. Napoli è fucina di letteratura, domina la scena della fiction italiana, è grembo inesauribile di idee, ma poi quasi tutto si perde nell’ossessiva lotta al cosiddetto “sputtanapoli”, la teoria che vorrebbe appunto la città  eterna vittima di un complotto universale.
Il che, occasionalmente, intendiamoci, può anche accadere. E accade. Ma che non può e non deve mai diventare assolutorio delle proprie secolari e conclamate “colpe”. “Il problema non è se murale e serie televisive, tipo Gomorra”, spiega ancora a TPI Francesco Bellofatto, docente di Prevenzione del Cyberbullismo, Università  Suor Orsola Benincasa di Napoli, e co-autore di libri sul tema, come ‘Lo scarto’ e ‘La mia paranza’, “propaghino modelli violenti, ma l’assenza di un mediatore, e la Scuola, da sola, non basta, in grado di sviluppare una capacità  critica nei giovani, tale da permettergli di distinguere il confine tra finzione e realtà , tra il bene e il male”.
“La realtà  cittadina è molto più complessa rispetto alla visione di chi liquida frettolosamente questi fenomeni, facendone un distinguo pericoloso dalla criminalità  organizzata, ben radicata in tutti i quartieri e nei principali centri dell’area metropolitana. La risposta delle istituzioni è debole. Manca un dialogo con la società  civile. Il problema delle baby gang ci riguarda tutti. Perchè ormai il linguaggio della violenza ha contaminato anche ambiti che con la camorra nulla c’entrano”.
I principi del recupero sociale di chi delinque sono sacri. Lo Stato non può diventare un giustiziere. Ma il maternalismo oltranzista della retorica che respinge l’esistenza stessa del male, che assolve il giovane in quanto tale, che assicura impunità  a chi ha spezzato un’altra giovane vita, e abbandona nella solitudine e nel dolore i suoi cari, rischia di corrodere il concetto stesso di legalità , e di cancellare ogni confine fra lecito e illecito, trascinando Napoli in un caos senza ritorno.
Un caos che annuncia, come aveva intuito con molti anni di anticipo Giorgio Bocca, quello in cui l’intero Paese rischia presto di venirsi a trovare.

(da Tpi)

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RISTORI, ECCO DOVE SONO ANDATI I CONTRIBUTI DELLO STATO: LOMBARDIA IN TESTA, A COMMERCIO E RISTORAZIONE LA CIFRA MAGGIORE

Febbraio 22nd, 2021 Riccardo Fucile

LA MAPPA DEI 6,6 MILIARDI GIA’ ELARGITI, IN ATTESA DI UN’ALTRA VALANGA DI 10 MILIARDI A CHI SI LAMENTA SEMPRE… CONTRIBUTI PARI AL 20% DEL FATTURATO, OVVERO CIRCA ALLA META’ DEGLI UTILI E CASSA INTEGRAZIONE AI DIPENDENTI, OLTRE A TASSE SOSPESE

Dai 930 milioni di euro arrivati al commercio al dettaglio, scendendo ai 630 della ristorazione per arrivare ai 13 delle imprese di assicurazione.
Oltre 1,2 miliardi in Lombardia, meno di 30 milioni in Molise e 15 in Valle d’Aosta.
Ecco dove sono andati i contributi a fondo perduto che il governo ha stanziato con il decreto Rilancio e l’Agenzia delle Entrate ha versato in media in 15 giorni sui conti correnti delle imprese che hanno perso fatturato a causa del Covid.
Il governo Draghi in questi giorni dovrà  scaricare a terra la rivoluzione copernicana dei Ristori, lasciando i criteri fin qui adoperati e che hanno portato in media a contribuire per il 20% del fatturato perso.
La guida è stata il danno subito nell’aprile 2020 rispetto all’anno precedente da parte delle categorie toccate dal lockdown e dalle chiusure a zone.
La nuova via da intraprendere per orientare (almeno) 10 miliardi dei 32 di nuovo deficit è quella di vagliare chi è stato colpito indipendentemente da codici di attività  e aiutarlo coprendone i costi fissi. Un punto di partenza della nuova operazione resta verificare quanto già  fatto per vedere dove andare a operare correttivi.
Alle imprese sono arrivati poco più di 10 miliardi in 3,3 milioni di pagamenti. A questo supporto si potrebbe aggiungere il sollievo dato dai 14 miliardi di scadenze fiscali messe nel congelatore, che offre ossigeno in momenti di tensione sulla liquidità .
Il grosso dei contributi risale al decreto Rilancio: 6,6 miliardi frazionati in quasi 2,4 milioni di pagamenti effettuati alla fine di dicembre. Su questa fetta importante di sussidi è possibile estrarre dai dati dell’Agenzia guidata da Ernesto Maria Ruffini uno spacchettamento per tipologia di attività  e territorio.
La Lombardia guida la classifica dei ristori con 1,2 miliardi (421 a Milano, 176 a Brescia e 146 a Bergamo), seguita dal Veneto a 678, poi Emilia Romagna a 636 e Toscana a 563. I 532 milioni del Lazio sono andati quasi tutti (407) a Roma.
Tra le imprese, il commercio al dettaglio registra la cifra più alta seguito da quello all’ingrosso (670 milioni) e dalle attività  della ristorazione (630). Poi lavori di costruzione specializzati (528), coltivazioni agricole (379) e costruzione di edifici (331).
L’indicazione è parziale, come detto, perchè non considera le cifre erogate con i successivi decreti Ristori e che portano il totale dei contributi a quota 10 miliardi.
Ma è un quadro indicativo se si considera che quasi 3 miliardi dei successivi Ristori sono stati erogati su base automatica (ovvero a chi aveva già  fatto richiesta del primo aiuto del dl Rilancio) e poche centinaia di milioni sono arrivati con nuove domande. In pratica, nei successivi ristori molte attività  hanno ricevuto un ‘seguito’ del primo supporto, di fatto non modificando la mappa delle categorie che sono andate in maggiore sofferenza.
In aggiunta, va ricordato che 628 milioni stanziati a seguito delle chiusure di Natale sono andati alla ristorazione e che il contributo “centri storici” ha generato poco meno di 90 milioni di euro.
Insomma, da una parte è ragionevole pensare che ristoranti e bar – che hanno visto rimpinguare il conto dei contributi per aver sofferto la stretta di fine dicembre – abbiano scalato loro malgrado la classifica, per il resto il quadro complessivo dovrebbe esser coerente con quanto emerge dai dati sui primi 6,6 miliardi erogati del decreto Rilancio.

(da agenzie)

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CONGO, IL MONDO SENZA LEGGE DOVE E’ MORTO ATTANASIO

Febbraio 22nd, 2021 Riccardo Fucile

L’AMBASCIATORE E IL CARABINIERE VITTIME DI UNA GUERRA TRA MILIZIE PER IL CONTROLLO DI UN PARADISO MINERARIO

Per il sindaco di Limbiate, Luca Attanasio rimarrà  sempre “un fanciullo immortale”, “una forza della natura”. Carriera diplomatica e impegno umanitario lo avevano portato a ricoprire il ruolo di ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo dal 2017, incarico che ha sempre svolto con consapevolezza e passione. Consapevolezza, come quella con cui, in un’intervista a Vatican News, spiegava l’origine delle violenze nel nord-est; e passione, la stessa che lo aveva spinto a mettersi in viaggio con una delegazione del World Food Programme per visitare una scuola a Rutshuru, a nord di Goma. Con lui, nello stesso mezzo, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista congolese Mustapha Milambo: tutti e tre morti in un attacco su cui la Procura di Roma ha aperto un fascicolo per sequestro di persona con finalità  di terrorismo.
“La Repubblica Italiana è in lutto per questi servitori dello Stato che hanno perso la vita nell’adempimento dei loro doveri professionali in Repubblica Democratica del Congo”, ha dichiarato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha espresso “profondo cordoglio” per le tragiche morti, assicurando che la presidenza del Consiglio sta seguendo con la massima attenzione gli sviluppi in coordinamento con il Ministero degli Affari Esteri.
I carabinieri del Ros, su delega della Procura, partiranno domani alla volta di Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo, per affiancare gli investigatori locali nelle indagini relative alla morte dell’ambasciatore italiano e del carabiniere, che sarebbe dovuto tornare in Italia tra pochi giorni. Orientarsi, in quel dedalo di milizie e gruppi armati che spadroneggiano per il controllo di una delle aree minerarie più ricche del pianeta, non sarà  facile. La Farnesina ha chiesto all’Onu di fornire quanto prima un report dettagliato sull’attacco in cui sarebbero state rapite altre tre persone mentre una quarta sarebbe stata rilasciata. Il capo delle operazioni di pace delle Nazioni Unite, Jean-Pierre Lacroix, ha annunciato che ci sarà  un’indagine sostenuta dalla missione Onu in Congo (Monusco) sull’attacco
Tra le piste più accreditate – secondo fonti inquirenti citate dall’Ansa — è che a sferrare l’attacco siano stati uomini delle Forze Democratiche per la liberazione del Ruanda: il Fdlr-Foca è il principale gruppo residuo di ribelli ruandesi di etnia Hutu, conosciuti per il genocidio in Ruanda. Il governo ha subito puntato il dito in questa direzione, la meno compromettente per le forze di sicurezza nazionali.
Secondo lo US Counter Terrorism Center, le Fdlr sarebbero responsabili di una dozzina di attentati terroristici commessi nel 2009, costati la vita a centinaia di persone nel Congo orientale. In seguito all’azione dell’esercito congolese e dei ranger dell’Istituto Congolese per la Conservazione della Natura (Iccn), a partire dal 2010 le Fdlr hanno rimodulato le loro attività  preferendo quelle che vengono definite “azioni a bassa intensità ”, ma con un’alta resa, specie in termini finanziari. Una nuova strategia che ha raggiunto forse il suo punto massimo nel 2018 quando furono rapiti due turisti inglesi, sempre nel parco nazionale di Virunga, rilasciati dopo due giorni. Nell’aprile del 2020 una sessantina di membri del Fdlr-Foca attaccarono una pattuglia dell’Iccn provocando 17 morti, di cui 12 ranger.
Per il Centro Studi Internazionali, “le ipotesi più concrete conducono a valutare la possibilità  di un attacco di una milizia a scopo intimidatorio verso la missione Monusco oppure di un’azione ostile perpetrata dall’Adf/Stato Islamico in Africa Centrale al fine di proseguire il proprio percorso di crescita e ‘accredito’ internazionale”. Quel che è certo è che la pista di un tentativo di sequestro mirato di un ambasciatore segnerebbe uno scatto finora inedito nelle ambizioni e nell’aggressività  dei gruppi che terrorizzano il Nord e Sud Kivu. Prima d’ora, infatti, nessuna milizia si era mai spinta ad attaccare un target di così alto valore politico. In particolare, riguardo all’Adf/Isis, il CeSi sottolinea che, “sebbene questa branca del Califfato sia una delle più attive e in espansione nel continente (dal Congo fino al Mozambico), ancora le manca un’azione dalla grande eco mediatica e politico-simbolica. In tal senso, l’attacco al convoglio di Monusco rientrerebbe perfettamente in tale strategia”.
Quel che è certo è che l’ambasciatore Attanasio era consapevole di muoversi in un contesto pericoloso e imprevedibile. Anche per questo — riporta l’agenzia Dire — il mese scorso aveva portato a compimento una gara per fornire all’ambasciata di cui era a capo “un’autovettura blindata avente sette posti a sedere e con un livello di blindatura vr6, cig 7864299”. In attesa di poterne disporre, il 43enne, padre di tre figlie e vincitore insieme alla moglie del Premio Internazionale Nassiriya per la Pace, non rinunciava lo stesso a missioni delicate ma considerate “sicure” dalle forze Onu impegnate nel Paese. Attanasio e Iacovacci, infatti, sono stati uccisi mentre viaggiavano a bordo di un convoglio del Pam, il Programma alimentare mondiale dell’Onu. La strada era stata precedentemente controllata e dichiarata sicura per essere percorsa anche “senza scorte di sicurezza”, ha fatto sapere il Programma alimentare mondiale in una nota.
“Prometto al governo italiano che il governo del mio Paese farà  di tutto per scoprire chi c’è dietro questo vile omicidio”, ha garantito la ministra degli Esteri della Repubblica Democratica del Congo, Marie Tumba Nzeza, secondo la quale il convoglio è caduto in un’imboscata. Per le autorità  del vicinissimo parco nazionale di Virunga, si sarebbe trattato di un tentativo di rapimento. Anzi, stando a quanto riferito dal governatore congolese del Nord Kivu, Carly Nzanzu Kasivita, veicoli del convoglio del diplomatico sono stati presi in ostaggio e scortati nella boscaglia.
È nella foresta, ai bordi del parco Unesco in cui vive un quarto dei gorilla di montagna del mondo, che secondo le prime ricostruzioni sarebbero stati colpiti a morte l’ambasciatore e il carabiniere: Iacovacci è morto sul colpo; Attanasio è stato portato di corsa all’ospedale della missione Onu a Goma, ma non c’è stato niente da fare.
Oggi la tragedia che ha colpito l’Italia ha fatto riaccendere i riflettori su una situazione di instabilità  e violenza permanenti che da decenni affliggono la popolazione locale. “L’area orientale del Congo è sicuramente una delle più travagliate e complesse del continente africano”, spiega ad HuffPost Luca Barana, ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali ed esperto di Africa. “È un’area che da quasi trent’anni conosce un ciclo continuo di violenze, con più conflitti che si sono succeduti sin dalla seconda metà  degli anni Novanta, dopo la caduta del regime dell’allora Zaire, che ha visto il coinvolgimento in più momenti dei Paesi vicini, come Uganda e Ruanda”. Dopo l’accordo di pace del 2003, in realtà  il Paese ha continuato a vivere una situazione di instabilità  e violenza continua con il proliferare di milizie, gruppi armati, signori della guerra. “Ovviamente le prime vittime di questa situazione sono le popolazioni locali, che da decenni vivono in una situazione umanitaria estremamente difficile, una circostanza che finisce per alimentare le fila dei gruppi ribelli che diventano banalmente una fonde di reddito”, osserva Barana. “Non a caso è presente una missione di peace-keeping delle Nazioni Unite, che ha cambiato nome nel corso dei decenni ma che è una presenza fissa nella regione. Goma è uno dei principali centri attorno a cui ruotano le attività  dei gruppi armati”.
Il contesto è quello di un Paese dalle dimensioni immense: tutto il Congo è grande quanto l’Europa occidentale, tra la capitale Kinshasa e Goma ci sono quasi 2.500 chilometri, 50 ore di macchina. “Non è un dato solo puramente geografico: in queste regioni la presenza statale è molto debole, tanto più che parliamo di un Paese dalle istituzioni non così salde proprio perchè vittima di invasioni e continui conflitti, e caratterizzato da una scena politica molto complicata”, osserva il ricercatore Iai. “Non a caso molti dei gruppi armati che si muovono in queste zone sono composti da ribelli, componenti dell’esercito che si staccano avanzando rivendicazioni… è un ciclo che si alimenta anche e soprattutto grazie all’estrema ricchezza di risorse minerarie che caratterizza il Paese”.
Sono proprio queste risorse a fare del Congo un Paese “ricco da morire (letteralmente) e proprietario di uno scandalo geologico”. Nel Paese, infatti, si trova di tutto: coltan, diamanti, cobalto, oro, rame, zinco, argento, carbone, petrolio… “Goma si trova al confine tra le regioni orientali del Nord Kivu e del Sud Kivu: sono aree caratterizzate da una ricchezza naturale e mineraria straordinaria, che ovviamente attira gli interessi di gruppi armati che si combattono tra loro e combattono le autorità  dello Stato per accaparrarsi le risorse. Parliamo in primo luogo di risorse minerarie, a cominciare dal coltan: un minerale fondamentale per la componentistica elettronica degli smartphone. Probabilmente lo smartphone con cui ci stiamo parlando contiene del coltan proveniente da queste aree del Congo, che ne detiene la maggior parte delle riserve mondiali”.
Si tratta di un minerale che viene estratto in condizioni molto difficili, spesso tramite operazioni illegali che vedono il coinvolgimento di gruppi armati, potentati locali e milizie dei Paesi vicini. Durante le guerre in Congo della fine degli anni Novanta, quando le forze ugandesi e ruandesi invasero queste regioni, misteriosamente le esportazioni di coltan esplosero. La porosità  dei confini e la scarsità  dei controlli alimentano il contrabbando, rendendo il puzzle ancora più sfuggente: di fatto, la regione dei Grandi Laghi — che comprende anche Ruanda, Burundi e Uganda — resta un’area che sfugge al controllo di un governo centrale a sua volta impegnato in una fase di transizione politica abbastanza delicata.
Barana ne ricorda a grandi linee gli ultimi sviluppi: “Le elezioni di fine 2018 hanno certificato il passaggio di potere dal presidente storico, Joseph Kabila, il vero uomo forte del Congo, all’attuale Fèlix Tshisekedi. Tra i due ci sarebbe stato un accordo sottobanco per un passaggio di consegne, con Kabila che è rimasto l’uomo ombra alle spalle dell’attuale presidente. Negli ultimi tempi, però, Tshisekedi ha intrapreso una serie di mosse politiche che indicano la volontà  di sganciarsi dal suo predecessore: proprio la scorsa settimana ha nominato un nuovo primo ministro molto vicino a lui, lo scorso anno ha formato una nuova coalizione parlamentare e ha sostituito alcuni giudici della Corte costituzionale. Kabila resta un uomo molto potente, ma ora Tshisekedi sembra volerlo estromettere dalla regia, come suggerisce la nomina a primo ministro di Jean-Michel Sama Lukonde, fatalità  del caso un alto dirigente dell’azienda statale mineraria”. Tutto ritorna sempre allo stesso punto: il tema delle risorse minerarie che fa del Paese uno “scandalo geologico”, troppo attraente per tutti, dai ribelli ruandesi ai seguaci del Califfato africano.

(da “Huffingtonpost”)

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LA POLVERIERA DELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO

Febbraio 22nd, 2021 Riccardo Fucile

L’ASCESA JIHADISTA, I RIBELLI RUANDESI, LA GUERRA PER LE RISORSE

Secondo fonti inquirenti, dietro l’uccisione dell’ambasciatore Attanasio e del carabiniere Iacovacci ci sarebbero le Forze per la Liberazione del Ruanda. Ma il CeSi non esclude il coinvolgimento della milizia Tutsi e dei gruppi salafiti
È un convoglio appartenente alla missione di peacekeeping dell’Onu MONUSCO quello coinvolto oggi in un attacco nella Repubblica Democratica del Congo in cui sono rimasti uccisi l’ambasciatore italiano Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci. La missione, istituita nel 2010, era stata prorogata proprio alla fine del 2020 per un altro anno. Lo scopo era quello di procedere al lento disimpegno dei 12 mila militari e più di 30 mila civili impegnati in una delle aree più instabili del continente.
L’attivismo di Daesh
L’attentato è avvenuto nelle vicinanze della città  di Goma, capitale del North Kivu, regione al confine con il Ruanda, dove hanno trovato rifugio miliziani del gruppo armato ugandese di ispirazione salafita dell’Adf che progettava di trasformare il vicino Uganda in una Repubblica islamica. Inoltre, lo scorso 16 aprile — come fa notare un report dei servizi segreti italiani — l’attacco ad una postazione militare — la caserma di Kamango — è stato rivendicato da Daesh, che ha nell’occasione annunciato la costituzione di una Islamic State Central Africa Province. Il Paese, secondo il monitoraggio degli 007, sconta «un quadro di pronunciata fragilità  sulla cui evoluzione appare ora gravare anche la crescita della violenza di segno jihadista».
Ma a rendere il Paese ancora più vulnerabile — oltre alla presenza di oltre 100 gruppi armati ribelli — è la competizione per lo sfruttamento delle ricchezze (materie prime e minerali). Si stima che ci siano risorse minerarie non sfruttate per il valore di 24 migliaia di miliardi. Il commercio dei minerali — tra cui oro, pietre preziose e minerali per l’industria ad alta tecnologia, come il coltan — permette alle milizie presenti sul territorio di acquistare armi. Per questo, a partire dal 2010 gli Stati Uniti hanno deciso di ridurre l’acquisto di minerali nel paese. Tuttavia, dopo che molte multinazionali hanno smesso del tutto di acquistare minerali dalla RDC, molti minatori si sono trovati senza lavoro, spingendo così molti a unirsi ai gruppi armati per ottenere una fonte di sostentamento.
Oltre 900 mila rifugiati e 4,5 milioni di sfollati interni
Un’instabilità  interna che ha portato la RDC ad avere al momento circa 4,5 milioni di sfollati interni e più di 900 mila rifugiati in altre nazioni. Come fa notare nel suo ultimo report il centro studi CeSi, in questo contesto l’Adf ha proliferato, riuscendo ad agganciare l’universo jihadista dello Stato Islamico. Con la mancanza di solide strutture statali, le organizzazioni jihadiste mirano ad espandere il loro controllo sul territorio. Ed è in questo contesto che «gli attacchi delle milizie etniche contro le Forze Armate congolesi ed il personale sia civile che militare delle Nazioni Unite acquisiscono un significato politico ed economico».
Mentre rimangono da chiarire le dinamiche dell’attacco, secondo fonti inquirenti, la pista più credibile porta agli uomini delle Forze Democratiche per la liberazione del Ruanda. Il Fdlr-Foca è il principale gruppo residuo di ribelli ruandesi di etnia Hutu, conosciuti per il genocidio in Ruanda. E’ questa l’ipotesi prevalente, sebbene non la sola, privilegiata anche dalle forze di polizia e dalle autorità  locali. Il CeSi, da parte sua, cita come possibili responsabili la milizia Tutsi, che si oppone agli Hutu, e l’Adf.

(da Open)

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FRANA PARTE DEL CIMITERO DI CAMOGLI, CENTINAIA DI BARE IN MARE

Febbraio 22nd, 2021 Riccardo Fucile

UN GRUPPO DI OPERAI HA RISCHIATO DI PRECIPITARE, ERANO APPENA PARTITI I LAVORI PARZIALI DI CONSOLIDAMENTO

Dicono gli abitanti di questa parte di riviera, fatta di roccia più che di sabbia, che “ogni cento anni la falesia cambia pelle”, cioè si staccano pareti rocciose che piombano in mare ridisegnando il profilo di questo bellissimo litorale.
Oggi la falesia ha cambiato pelle e lo ha fatto precipitando in mare un costone accompagnato dal   macabro spettacolo di centinaia di bare che galleggiano in acqua. Sono immagini spaventose per due ragioni, quelle che arrivano da Camogli dove oggi è franato il terreno che ospitava una parte del cimitero.
Da un lato è l’ennesima dimostrazione della fragilità  del territorio ligure, anche quello urbano, quello più familiare, frequentato. Dall’altro, appunto, l’angosciante visione delle bare semidistrutte che si schiantano sulla scogliera e poi come rovine di navi naufragate finiscono trasportate verso il porticciolo dalla corrente.
L’allerta
A dare l’allarme sono stati alcuni operai che stavano lavorando alla ristrutturazione di alcuni colombai. Hanno prima sentito un forte rumore poi il terreno ha iniziato a vibrare e in pochi secondi la parete della falesia con alcuni colombai si è staccata ed è precipitata in mare da diverse decine di metri. Il rumore del crollo ai piedi della scogliera è stato avvertito da tutti gli abitanti della zona.
Il cimitero si trova lungo la strada che da Recco raggiunge il paesino. Quello di Camogli è uno dei cimiteri più suggestivi della riviera e sono molte le richieste di persone non residenti che chiedono di esservi seppellite.
Fra i primi ad essere informati il sindaco Francesco Olivari che sta coordinando la messa in sicurezza della zona. Si sta anche verificando se il terreno circostante sia stato interessato dal cedimento soprattutto in funzione delle abitazioni che si trovano poco distanti dal cimitero.Si sta mettendo a punto la strategia migliore per il recupero delle bare finite in mare e quelle rimaste in bilico. Sul posto anche il nucleo specializzato per la prevenzione del rischio biologico della Asl.
Sul posto anche l’assessore alla Protezione civile Giacomo Giampedrone che ha poi partecipato   a una riunione in Comune per decidere il da farsi. La Regione poco tempo fa aveva stanziato 400 mila euro proprio per interventi che riguarderebbero il consolidamento di un parte di terreno di quella zona.
Il sindaco: “Imprevedibile”
“Vicino all’area del crollo – ha spiegato il sindaco – sono in corso lavoro di consolidamento della falesia. Da una prima analisi, ma solo domani potremo fare esami più accurati, emerge che è stato un crollo difficilmente prevedibile e contenibile. Sulla cima di questa falesia c’erano una serie di loculi che sono precipitati”
La Guardia costiera ha sistemato delle barriere in mare per contenere i materiali finiti in acqua e non ancora recuperati.
L’assessore regionale ha spiegato che “al momento sono stati trovati in acqua 10 feretri e non risultano altre bare da recuperare”. Domani sarà  eseguito però un sorvolo con i droni per ricerche più precise e organizzare il recupero delle salme sotto la frana. Prima però sarà  necessario valutare i movimenti della parete rocciosa per operare in sicurezza.
Dopo il crollo della falesia che ospita il cimitero di Camogli circa 200 bare sono finite in mare e la corrente le ha trascinate nel porticciolo della celebre località  rivierasca. Le operazioni di recupero dei vigili del fuoco sono iniziate sotto gli sguardi della popolazione. Nel cimitero c’è stato il sopralluogo degli amministratori, il sindaco Francesco Olivari e l’assessore regionale alla protezione civile Giacomo Giampedrone hanno ispezionato i luoghi con i vigili del fuoco.
Un episodio del genere era accaduto alcuni fa a Nervi   in via Capolungo quando anche in quella occasione una parte del promontorio era crollato di schianto e diverse abitazioni erano rimaste a lungo evacuate in attesa che fra cause giudiziarie e definizione delle responsabilità  partissero i lavori di recupero che per alcuni stabili sono ancora fermi.
I lavori programmati
Che la falesia fosse soggetta a fenomeni di instabilità  era per altro un fatto noto. Pochi mesi fa, a settembre si era aperto un cantiere per “interventi di consolidamento e manutenzione straordinaria della falesia rocciosa sottostante il cimitero comunale” che erano stati finanziati con 400 mila euro dal dipartimento della Protezione civile della Regione Liguria. L’area dei lavori, guardando dal mare la costa, interessava una porzione di terreno leggermente spostata sulla destra rispetto a dove si è verificata la rovinosa frana.
In serata mente era in corso il sopralluogo delle autorità , alcuni residenti sostenevano che da tempo il terreno presentasse i segni di una evidente fragilità  e annunciavano denunce, ma è un fatto che la zona fosse stata interessata da lavori già  conclusi e altri da iniziare.

(da “La Repubblica”)

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FONTI DI POLIZIA IN CONGO: “PORTATI NELLA FORESTA E UCCISI”. “ERANO SENZA SCORTA”

Febbraio 22nd, 2021 Riccardo Fucile

IL COMMANDO DI 6 PERSONE AVREBBE PRIMA ATTACCATO IL CONVOGLIO E UCCISO L’AUTISTA

Sono due, entrambi del Programma alimentare mondiale (Wfo), i veicoli presi di mira oggi nell’attacco nella Repubblica democratica del Congo in cui sono rimasti uccisi l’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e un autista dello stesso Pam.
Lo ha detto il rappresentante aggiunto del segretario generale dell’Onu nel Paese, David McLachlan-Karr, che “condanna con la più grande fermezza” l’episodio. L’attacco è avvenuto a nord-est di Goma.
Il convoglio attaccato in Congo “si stava recando da Goma a visitare il programma di distribuzione di cibo nelle scuole del Wfp a Rutshuru” e viaggiava senza protezione dei caschi blu della missione Onu nel Paese (Monusco), perchè era stato autorizzato il viaggio senza una scorta di sicurezza.
Oltre alle tre vittime – i due italiani, l’ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci, più l’ autista – altri passeggeri sarebbero rimasti feriti.
“Il Wfp lavorerà  con le autorità  nazionali per determinare i dettagli dietro l’attacco, che è avvenuto su una strada che era stata preventivamente dichiarata sicura per viaggi anche senza scorta”, si legge nella nota del Wfp.
Secondo fonti della polizia locali, al vaglio degli inquirenti italiani, l’ambasciatore e il carabiniere sarebbero stati portati nella foresta, dopo la morte dell’autista, e lì uccisi.
Il commando, di 6 persone, avrebbe prima attaccato il convoglio e ucciso l’autista. Gli assalitori avrebbero quindi condotto gli altri nella foresta e, proprio mentre stavano arrivando delle forze locali in soccorso, avrebbero sparato al carabiniere, circostanza nella quale anche l’ambasciatore è morto.
Scattato l’allarme, sul posto si sono diretti una pattuglia dell’Istituto Congolese per la Conservazione della Natura – distante poche centinaia di metri – ed anche alcuni soldati dell’esercito congolese, anch’essi non lontani.
Il resto non è ancora chiaro. Sembra che proprio quando la pattuglia dell’Istituto Congolese per la Conservazione della Natura è entrata in azione, gli aggressori abbiano sparato alla guardia del corpo dell’ambasciatore. Uno dei sopravvissuti, interrogato dalle autorità  locali, avrebbe detto che gli assalitori parlavano tra loro in kinyarwanda e che si rivolgevano agli ostaggi in swahili.
Il fatto che l’ambasciatore viaggiasse con un veicolo non blindato “sarebbe molto grave: bisognerà  verificare le responsabilità  di tutti gli attori coinvolti” afferma all’agenzia Dire Sam Kalambay, analista politico, tra i consiglieri della presidenza congolese. “Le fotografie mostrano vetri infranti, forse a causa dello scambio di colpi d’arma da fuoco seguito all’attacco dei miliziani dopo l’imboscata”. “In quelle zone non si può avere una sola guardia del corpo e con un veicolo che non sia blindato” dice l’analista.
Il ministro degli Esteri della Repubblica democratica del Congo, Mari Tumba Nzeza, ha promesso all’Italia che il Governo congolese “farà  di tutto per scoprire chi c’è alla base dello spregevole omicidio”.   “Una settimana fa era venuto qui, nel mio ufficio, per invitarci a eventi in Italia l’estate prossima”. scrive il ministro degli Esteri su Twitter. “Faccio le condoglianze non solo a mio nome, ma anche a nome del governo congolese al governo italiano per questa perdita immensa”.
Le autorità  congolesi che stanno indagando privilegiano al momento la pista del gruppo ribelle armato “Forze democratiche per la liberazione del Ruanda”, meglio noto con l’acronimo Fdlr-Foca, secondo quanto riferisce France24 citando il governatore della Regione e ricordando che nella stessa zona nel 2018 furono rapiti due turisti britannici. Secondo gli Usa, il gruppo è responsabile di una dozzina di attentati terroristici realizzati nel 2009.

(da “Huffingtonpost”)

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CACCIAMO GOZZINI, MA CHI HA DATO DELL’ORANGO ALLA KYENGE PERCHE’ E’ VICEPRESIDENTE DEL SENATO?

Febbraio 22nd, 2021 Riccardo Fucile

PERCHE’ CHI OGGI GIUSTAMENTE CHIEDE PROVVEDIMENTI CONTRO IL PROFESSORE DI SIENA PER GLI INSULTI ALLA MELONI HA VOTATO PER UN RAZZISTA CONDANNATO A UNA ALTA CARICA DELLO STATO?

Che il professor Gozzini abbia sbagliato e sia indifendibile non c’è dubbio. E sarà  doveroso che l’università  di Siena prenda provvedimenti, cosa che sembra molto più che probabile.
Ma la giusta indignazione di fronte alle parole sconsiderate di uno che ha definito, tra le altre cose, ‘scrofa’ la Meloni è portata avanti da esponenti di partito che non hanno titoli per indignarsi.
Salvini diede della bambola gonfiabile alla Boldrini e non risulta che si sia dimesso da nulla, ma addirittura ha fatto il vice-premier e ministro dell’Interno mentre sui suoi social le avversarie politiche venivano ricoperte di insulti e oscene espressioni sessiste dai suoi fan.
Senza parlare dell’attuale vice-presidente del Senato, Roberto Calderoli, che se ne sta bellamente al suo posto dopo aver dato della scimmia alla ministra del governo Letta colpevole di essere di origine africana.
Per queste frasi c’è stato un processo e Calderoli è stato condannato.
Ora la domanda è una e una sola: se è giusto cacciare chi ha dato della scrofa a Giorgia Meloni non sarebbe giusto cacciare chi ha dato dell’orango a una donna solo perchè nera?
C’è una differenza?
E chi ha voluto e votato Calderoli a una alta carica dello Stato oggi si indigna per le parole di Gozzini?

(da Globalist)

argomento: Razzismo | Commenta »

LA GIUNTA SOVRANISTA DELLA SARDEGNA, IN PIENA PANDEMIA, SI INVENTA I FUNERALI “SOLENNI” PER POLITICI E DIRIGENTI

Febbraio 22nd, 2021 Riccardo Fucile

IN CASO DI SCOMPARSA DI PRESIDENTI, EX PRESIDENTI DELLA REGIONE E ASSESSORI ECCO COSA PREVEDE LA NUOVA DELIBERA

.Non ci saranno d’ora in poi solo i funerali di Stato, ma anche quelli solenni della Regione. Con una delibera, appunto, la giunta Solinas ha reso ufficiale il rito. Il titolo è eloquente: «Disciplina delle esequie».
Lo racconta la Nuova Sardegna.
Cosa prevede in caso di scomparsa (fatti i debiti scongiuri) di presidenti ed ex presidenti della Regione, assessori e personaggi illustri?
La camera ardente sarà  allestita a Villa Devoto, e il feretro sarà  accompagnato dalla funzione fino al cimitero dalla guardia d’onore del servizio di cerimoniale della Presidenza. Ancora: saranno imposte le bandiere a mezz’asta in tutti gli uffici pubblici della Regione e proclamato il lutto pubblico dal giorno della morte fino a quello delle esequie.
In un altro passaggio si legge: «Il protocollo è previsto, come tributo solenne, a tutti coloro che si sono distinti, col loro operato, per il bene e il progresso della Sardegna e di quanti abbiano ricoperto vari e rilevanti incarichi istituzionali in Sardegna».
C’è anche un’altra circostanza ancora più particolare: il decesso del governatore in carica e di sicuro, al momento della firma, Solinas qualche rito magico deve averlo pur compiuto. In questo malaugurato evento «la camera ardente per due giorni sarà  allestita nella sala Giunta “Emilio Lussu”, a Villa Devoto, con guardia d’onore».
Ma perchè nulla sia lasciato al caso: dovranno essere sistemati anche «un tappeto dove posare il feretro, più corona e nastro con la dicitura Il Vicepresidente e la Giunta». Ancora: il Gonfalone listato a lutto e le bandiere, sempre a lutto, della Regione, della Repubblica Italiana e dell’Unione europea».
C’è poi questa precisazione: «La cerimonia funebre dovrà  essere celebrata dal vescovo presidente della Conferenza episcopale se il defunto è cattolico, mentre l’orazione sarà  del vicepresidente della Regione».
Infine, il feretro dovrà  essere ricoperto con la bandiera della Regione fino alla tumulazione. Bandiera che poi sarà  consegnata ai familiari del defunto. Mentre «in caso di decesso di componenti della Giunta in carica, o personaggi illustri, la camera ardente sarà  allestita nella sala Crespellani, o in quella dei Ritratti, sempre a Villa Devoto».

(da “NextQuotidiano”)

argomento: denuncia | Commenta »

DA “ELEZIONI SUBITO” A “IL VOTO PUO’ ATTENDERE”: LA STRANA CONVERSIONE DI LEGA E FORZA ITALIA

Febbraio 22nd, 2021 Riccardo Fucile

INVERSIONE A U ANCHE PER IL PD CHE VUOLE VINCERE LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE

Lo hanno chiesto a gran voce per mesi: che si torni a votare per un nuovo Parlamento. Il centrodestra lo richiede — a varie riprese — da prima dell’inizio della pandemia, e Salvini lo ha continuato a fare fino a pochi settimane fa: “Si è votato ovunque in Europa e nel mondo, e ovunque c’è pandemia. Perchè qui non si può?”
E ora continua a dirlo ancora Giorgia Meloni: “Io sono per ridare la parola agli italiani”. Ma almeno lei è stata sempre coerente con lue sue parole, cosa che non si può dire dell'(ex?) alleato Matteo Salvini, che dopo aver chiesto a gran voce le elezioni per mesi, ora non vuole andare alle urne nei grandi Comuni come Roma, Milano, Napoli Torino, Bologna, Trieste (in primavera). Perchè?
A scrivere un retroscena è Amedeo La Mattina per La Stampa:
Per la Lega un confronto duro in campagna elettorale avrebbe, inevitabilmente, un riflesso politico degli equilibri di governo. Ma soprattutto questo non è il momento giusto per tuffarsi in una campagna elettorale, che sarebbe a bassissima intensità . Niente comizi, nessun incontro in teatri, in luoghi chiusi, nessun contatto diretto con gli elettori. Insomma, quello che è il terreno ideale di Salvini verrebbe tagliato via. Allora meglio rinviare a settembre o a ottobre quando, tutti se lo augurano, saremo fuori dalla fase acuta della pandemia, al termine del piano vaccinale.
Quindi Lega e Forza Italia non vogliono andare a elezioni. Ma quello del centrodestra non è l’unico dietrofront. Anche il Pd — seppure in direzione contraria — ha fatto un’inversione a U. Perchè i democratici invece sono sempre stati dell’avviso che: “Durante una pandemia non è prudente chiamare i cittadini alle urne”. E invece ora vogliono andarci. Primo motivo: le giunte sono alla loro scadenza naturale.
Secondo motivo (sempre La Stampa):
La spiegazione di questa “conversione democratica”, spiegano fonti di Fdi, è dovuta al fatto che il Pd si sia convinto di poter vincere alle comunali di primavera nelle grandi città  come Torino, Milano, Roma, Napoli. Con la conseguenza di poter contare di più nel governo Draghi.

(da “NextQuotidiano”)

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