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LA BRIGATA DI MERCENARI WAGNER DIPENDE DIRETTAMENTE DAL CREMLINO: LO HA AMMESSO IL “CUOCO DI PUTIN” PRIGOZHIN

Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile

ALTRO CHE UOMINI VERDI DI BUONA VOLONTÀ, SONO MERCENARI BELLI E BUONI CHE FANNO IL LAVORO SPORCO CHE LE TRUPPE REGOLARI NON POSSO FARE… IL FONDATORE DELLA BRIGATA WAGNER È DIVENTATO UN MINISTRO-OMBRA MAL SOPPORTATO DAL MINISTRO DELLA DIFESA, SHOIGU

Non che non l’avessimo capito. Solo due giorni fa, dal podio dell’assemblea generale dell’Onu, il colonnello golpista maliano Abdoulaye Maiga era salito a ringraziare pubblicamente i mercenari di Wagner che Putin ha inviato in Africa, «esemplare e fruttuosa collaborazione fra Mali e Russia». E in Siria la stampa araba parla di «vuoto russo», da quando il Cremlino ha richiamatogli uomini di Wagner per spostarli nel Donbass.
E nel Donetsk che domani verrà annesso alla Russia coi finti referendum, nelle acciaierie ucraine Yenakiieve e Steel Works, 500 operai sono stati arruolati a forza e portati ad addestrarsi con gli istruttori di Wagner. Non che non si sapesse. Però a dircelo ieri è stato l’uomo che ha fondato Wagner, Evgeny Prigozhin, 61 anni, il famoso «cuoco di Putin», che per la prima volta l’ha ammesso pubblicamente: i miei soldati, altro che semplici patrioti, altro che omini verdi di buona volontà, sono mercenari bell’e buoni. E dipendono direttamente dal Cremlino.
«E ora, una confessione», ha detto Prigozhin. La domanda gliel’ha fatta un giornalista che s’ era stupito del video circolato giorni fa, dove si vedeva l’amico di Putin arringare un gruppo di detenuti d’un carcere per convincerli a combattere: Evgeny Viktorovic, gli ha chiesto, non neghi più d’essere l’arruolatore per conto del Cremlino? Ebbene, ha ammesso lui, «nel 2014 ho fondato il Gruppo tattico Wagner proprio per poter inviare soldati capaci nel Donbass».
Come andò? «Il primo maggio, nacque il primo gruppo di patrioti. Questi ragazzi hanno difeso i russi dal genocidio, il popolo siriano dagli altri arabi, hanno combattuto i demoni africani e latinoamericani. Sono diventati il pilastro della nostra patria». Un lavoro da imprenditore, lo descrive lui: «Nel 2014 andai nei centri d’addestramento dei nostri cosacchi, per investire soldi e reclutare uomini armati che potessero muoversi rapidi a protezione dei russi. Ma vidi che i cosacchi non funzionavano. Allora formai un gruppo mio, andando in un poligono e rimboccandomi le maniche. Gettai via le vecchie armi, selezionai le persone che potessero aiutarmi. E in poco tempo fummo pronti a liberare l’aeroporto di Lugansk e a cambiare il destino del Donbass».
L’ammissione ha un suo peso. Il legame fra il «cuoco» e Putin dura dai tempi di San Pietroburgo, da quando Prigozhin accoglieva nel suo ristorante il futuro presidente.
In questi otto anni, i due son sempre stati ben attenti a tenere il Cremlino fuori dalle attività di Wagner: a Mosca c’è una sede ufficiale, si pubblicano bandi d’arruolamento, ma ai media finora era vietato nominare il gruppo armato.
Figurarsi indagare. Qualche «cane giornalista» che l’ha fatto, «sputando, cercando elementi negativi, trovando i panni sporchi» (parole di Prigozhin), è morto.
Alle famiglie dei mercenari caduti, il silenzio viene pagato da Putin fino a 50 mila dollari. Le decorazioni sono conferite con cerimonie segrete. E pochi mesi fa, lo Zar negava quel che tutti sanno: che gl’invisibili di Prigozhin fanno ovunque il lavoro sporco che le truppe di Mosca non possono rivelare.
«Se prima facevamo tutti finta che non esistessero – svela Special Task Channel, un blog vicino al Cremlino -, ora è diverso. Loro non sono più indefiniti volontari che combattono. Sono gli uomini di Wagner!». Le sconfitte di queste settimane stanno lasciando ferite. E se il leader ceceno Ramzan Kadyrov contesta la strategia, qualcosa sembra muoversi anche nei palazzi: il responsabile della Difesa, Sergej Shoigu, soffre il ruolo del «cuoco», ormai il ministro-ombra della campagna militare. Prigozhin s’ è conquistato i meriti sul campo, «ho difeso gl’interessi del Paese e protetto gli svantaggiati» dal Centrafrica al Venezuela, dalla Libia alla Crimea, sollevando spesso invidie e sospetti.
All’inizio dell’Operazione speciale – rivela un corrispondente militare russo – i generali moscoviti avevano tagliato fuori i mercenari di Wagner, pensando di prendere Kiev in pochi giorni: «Quando però è iniziata la guerra di trincea, sono dovuti ricorrere» a loro. E anche ora che le cose si complicano, i wagneriani vengono indicati, citati, esaltati. «Sono i primi musicisti della nostra orchestra!», dice un po’ retorico un inviato tv di Rossiya1: chiamati a cambiare spartito
(da il Corriere della Sera)

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SERVIVANO LE ELEZIONI PER SCOPRIRE CHE IL SUD E’ POVERO E SENZA LAVORO

Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile

I FLUSSI ELETTORALI RACCONTANO DUE ITALIE SEMPRE MENO CONCILIABILI: IL NORD VA A DESTRA E UN SUD IMPOVERITO CHE SI E’ AFFIDATO A CONTE (IN ASSENZA DI UNA VERA SINISTRA)… MORALE DELLA FAVA: VOLETE TOGLIERE IL REDDITO DI CITTADINANZA? PORTATE LAVORO E SVILUPPO AL SUD

Chissà se c’entra davvero la maledizione del 1799 per il massacro degli illuministi napoletani, come pensava Raffaele La Capria. O se il suo destino di eterna patria dei lazzari sia solo figlio di miserie tutte contemporanee, senza nobiltà.
Di sicuro, se un cittadino su due non va a votare e, tra chi vota, quattro su dieci si mostrano devoti al sussidio di Stato, Napoli si pone come caso nel caso, vera capitale d’una disunità d’Italia che da domenica mostra qualche linea di faglia più profonda.
Semplificando: pil e sviluppo al Nord, reddito di cittadinanza e assistenza al Sud.
«È la vecchia foto che riappare, con un dettaglio più drammatico: chi può, ormai, scappa dal nostro Meridione», sospira il politologo Mauro Calise. I flussi elettorali raccontano due Paesi sempre meno conciliabili, quasi in «conflitto di nazionalità», avrebbe detto Gramsci poco meno di un secolo fa.
La rimonta pentastellata (dall’estinzione annunciata alla conquista del terzo polo nazionale) ha radici in un Sud spaventato e marginale, con tassi di disaffezione dalle urne patologici in Campania, Sardegna e Calabria (a San Luca d’Aspromonte, record di abbandono della democrazia, ha votato appena il 21%).
Ma proprio a Napoli la remunta da contiana ha la sua fioritura, con un 42% di consenso in città e picchi del 64% in quartieri disagiati come Scampia. «Hanno preso tutti i collegi maggioritari, abbiamo perso undici a zero», dice lo sconfitto Stefano Caldoro, anima e memoria del centrodestra.
Napoli è a sinistra rimpianta per il campo largo, di cui il sindaco Manfredi era stato espressione vincente: e dunque distilla veleni contro il segretario Pd Letta che l’ha archiviato dopo la caduta di Draghi provocata da Conte. Ma è anche la città dove a destra perfino la trionfatrice di domenica, Giorgia Meloni, deve accontentarsi della metà dei consensi nazionali.
«Conte ha usato lo slogan comunicativo di maggior successo, facile, comprensibile e di applicazione immediata: reddito di cittadinanza. S’ è ripreso il partito con parole d’ordine che dovrebbero essere della sinistra», medita Calise.
La rinnovata dialettica Cinque Stelle-Pd pare insomma sovrapporsi alla divisione geografica del voto e all’identità stessa dell’elettorato progressista. «Destra a Nord e sinistra a Sud, se tieni a sinistra anche i Cinque Stelle, ecco la prima spaccatura», riflette Domenico De Masi, sociologo di riferimento del grillismo: «Il Pd non è più di sinistra ma dice di esserlo, i Cinque Stelle sono di sinistra ma non lo dicono: ecco la seconda spaccatura. Ora, non è che a Nord hai 30 milioni di lettori di Adam Smith e al Sud 30 milioni di seguaci di Carlo Marx. Ma a Nord prevale il neoliberismo e il Sud si ritrova a essere keynesiano a sua insaputa. Nelle crisi si riscopre lo Stato. Il reddito di cittadinanza è stato un mood . Ma è un mood mondiale. Non è solo economia, è ideologia, vivaddio».
Ma non appare certo semplice per chi s’ accinge a governare tenere assieme una «Nuova Italia» nella quale (secondo le analisi di Paolo Perulli e Luciano Vittoretto) le élite si sviluppano soprattutto a Nord-Ovest e il Sud presenta una concentrazione massima (al 62%) di «neoplebe», «non più protetta dai sistemi assicurativi e di welfare, mescolata a fenomeni diversi come l’evasione fiscale e il lavoro nero o grigio». Luca Bianchi dice che il caso Napoli «è choccante: si sono allineate un’offerta tutta assistenziale e una domanda altrettanto di basso livello».
Secondo il direttore di Svimez, autore di una preziosa analisi sul «divario di cittadinanza», il modello «da terremoto dell’Irpinia» non riflette una società che sta cambiando e ha elementi di vitalità «che nessuno intercetta». Può derivarne una lettura meno negativa dell’astensionismo meridionale.
Un pragmatico come Antonio D’Amato, presidente della Fondazione Mezzogiorno e già leader degli industriali napoletani, ha pubblicato un anno fa un rapporto che legava lo sviluppo nazionale a quello meridionale, invocando una crescita del tasso di occupazione di almeno 15 punti in dieci anni al Sud. Era il tempo di massima spinta del Pnrr a trazione draghiana. Ora D’Amato rilancia: «Il Nord è saturo, il potenziale di sviluppo è tutto qui». Sostiene però Calise che il problema vero non siano i soldi ma chi li gestisce.
La grande fuga dei giovani cervelli meridionali è ormai inarrestabile, con la sparizione di ciò che lui chiama middle management , quei quadri intermedi che innervano un’azienda: «Come fai a investire al Sud se il middle management è andato altrove? Ti restano solo politiche redistributive». «Sì. Pesa il voto di scambio fatto coi soldi dei contribuenti», ammette D’Amato: «Ma sono anche fallite le politiche di convergenza tra il Sud e il resto del Paese. Regioni come Campania e Puglia sono state inadempienti nell’uso dei fondi strutturali, e hanno aggravato la crisi di civiltà del Sud. Abbiamo il serbatoio di intelligenze più ricco d’Europa.
Ora ci vuole una visione unitaria dello sviluppo italiano se no si fa default. Meloni non ha alternative». L’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà: doveva essere un auspicio quando Mazzini lo scriveva. Da Napoli, tante pagine di storia dopo, pare quasi una minaccia.
(da il Corriere della Sera)

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INIZIA LA PACCHIA, GIORGIA MELONI APPARECCHIA IL TAVOLO DEI POTERI FORTI: ELARGIRA’ CENTINAIA DI NOMINE TRA ENTI E PARTECIPATE

Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile

SENZA CONTARE CHE IN PRIMAVERA 2023 SCADONO I VERTICI DI ENI, ENEL, LEONARDO, POSTE, TERNA, AMCO, CONSIP: GIRANO GIÀ LE PRIME LISTE, CON IL BORSINO DI CHI SALE E CHI SCENDE

Il suo principale pregio, a questo punto, è di essere finita. La più scontata, statica, vacua, povera, campagna elettorale che la storia repubblicana abbia celebrato lascia adesso il posto a una questione che, visto l’andazzo trionfale, è avanzata a passo di leone nel corso delle settimane.
Una questione che occupa i pensieri della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni e, con le dovute proporzioni, del suo cerchio magico o «bunker» (in Fdi c’è chi lo chiama così) e occupa i pensieri della leader assai più di quanto non facciano gli atti della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, le polemiche per i contestatori in piazza, e forse persino la spericolata difesa d’ufficio del premier ungherese Viktor Orbàn (eseguita forse non sapendo la differenza tra una democrazia liberale e una illiberale o, peggio, sapendola benissimo).
Una questione che suona così: adesso il potere come lo distribuisco?
«Ci sono centinaia e centinaia di poltrone da occupare», sussurra tra il preoccupato e il goloso uno dei consiglieri occulti della regina o meglio del re (Meloni si fa chiamare «il presidente di Fdi», vorrebbe fare «il premier» non ama la declinazione al femminile, le parrebbe di essere discriminata). Si stendono dunque liste, a cento nomi si arriva in un attimo.
Di governo, sottogoverno, per la burocrazia, per le partecipate: uno spoils system di tutto rispetto. Anche perché, oltre a tutte le nomine politiche, per la primavera 2023 è previsto un pozzo di nomine generosissimo per la scadenza dei vertici di Eni, Enel, Leonardo, Poste, Terna, Amco, Consip, Consap, Sogin, Enav, giusto a citare i maggiori: oltre cinquecento poltrone da assegnare tramite Tesoro e Cdp, qualcosa di talmente ampio da aver fatto pensare ai maligni, prima dell’estate, che Mario Draghi o chi per lui sarebbe stato disposto ad allungare artatamente di qualche mese il governo al solo fine di poterle decidere.
Ma tant’ è: per il futuro, giusto ad anticipare qualche nome, appare già ben posizionato l’ad Claudio Descalzi, per una riconferma all’Eni, l’ad di Terna Stefano Donnarumma, già visto a Milano alla Conferenza programmatica di FdI in primavera, mentre gira anche il nome di Paolo Gallo di Italgas e dell’ex ceo di Fincantieri Giuseppe Bono.
Andrea Abodi, ad del Credito sportivo, il nome che Meloni aveva fatto per il Comune di Roma, potrebbe andare a Sport e Salute spa o, secondo altri, alla presidenza del Coni. E si potrebbe proseguire, stile Pagine gialle, per chi se le ricorda.
La destra s’ avanza, come mai prima nella storia d’Italia. E il mazzo è in mano a Fratelli d’Italia, mai accaduto sin qui. Bisognerà vedere gli effetti di questa rivoluzione di settembre, di questa Marcia su Chigi.
Già se ne possono indovinare i volti, proviamo a fare dei nomi. Tanti da un giorno all’altro si ritroveranno parecchi amici di cui non sapevano niente, come accadde a Gianni Alemanno quando conquistò il Campidoglio, come alla fine accade sempre, ovunque piombi il potere: compagni di classe e di scuola, compagni di scout e di nuoto, vicini di casa, amici dei genitori, parenti fino al terzo grado.
Attestati di stima e amicizia che cadranno a palate sugli amministratori di oggi: Marco Marsilio in Abruzzo, Francesco Acquaroli governatore delle Marche devastate dal fango, sul sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi.
Le banche d’affari stanno già facendo i conti con il nuovo governo, e puntano il dito sulle tante promesse elettorali (taglio delle tasse) che potrebbero far esplodere i conti pubblici, mentre il Pnrr potrebbe essere rimesso in discussione, con le riforme che rischiano di finire a gambe all’aria.
Insomma Meloni dovrà chiarire abbastanza presto in che senso, come in piazza Duomo a Milano, «la pacchia è finita», posto che come ha fatto notare in un tweet, fra gli altri, Carlo Cottarelli, «nel 2020-21 abbiamo ricevuto 350 mld dalla Bce a altri arrivano, 20 mld dallo Sure, 200 mld dal recovery plan (in parte già incassati) e ci siamo permessi di dire no al Mes».
In effetti che sia finita la pacchia è verosimile, bisognerà vedere chi gestirà l’ingrata fase. Personaggio chiave è dunque il ministro dell’Economia, casella per la quale Meloni sin dall’inizio punta su Fabio Panetta. Banchiere centrale, in Bankitalia dal 1985 fino a diventare direttore generale, carriera con Ciampi, Fazio, Draghi e Visco, politicamente vicino alla destra, abituato a masticare di politica perché suo padre è stato capo di gabinetto di un ministro di Spadolini, sarebbe la persona giusta. Ci sarebbe stato anche un colloquio diretto con Meloni nel mese d’agosto.
Piccolo problema: Panetta aspira a diventare governatore della Banca d’Italia e, come osserva un’alta fonte, «se non fa niente, se resta fermo dove è, lo diventa». È chiaro quindi che servirà, nel caso, un qualche ulteriore alto pressing per smuoverlo: un discorso analogo vale anche per Roberto Cingolani, il ministro alla transizione ecologica che Meloni farebbe di tutto per tenersi, ma che ancora deve essere convinto a rimandare il ritorno al suo mondo, alla sua carriera.
Negli ultimi giorni per le caselle del Mef sono spuntate altre due opzioni: da una parte lo spacchettamento, come ai tempi d’oro di Silvio Berlusconi.
Dall’altra il nome di Domenico Siniscalco, che nei primi anni Duemila si diede la staffetta con Giulio Tremonti. Ecco: se Siniscalco è in ascesa, Tremonti no. Nota è la sua ambizione di tornare a sedere nella poltrona che lo vide superministro: altrettanto improbabile che si realizzi, a meno di non voler fare la mossa più antidraghiana che esista, posto fra l’altro che super-Giulio spende i tre quarti delle sue dichiarazioni in punzecchiamenti all’ex presidente della Bce.
Di qui la sua candidatura con Fratelli d’Italia: una specie di premio di consolazione proprio per poter sventolare il nome di Tremonti senza poi trovarselo in casa.
Un paradossale destino tra la vecchia gloria e la bella statuina che coinvolge anche un altro big delle liste: Marcello Pera. L’ex presidente del Senato, data l’età e le condizioni generali, sarebbe visto meglio come presidente di una qualche bicamerale, se mai si farà.
Per le caselle dell’esecutivo si assiste infatti a questo particolare fenomeno: scarsa disponibilità a mettersi in gioco, viste la difficile prospettiva e la credibilità non esattamente granitica di cui godono Meloni e il suo apparato.
Insomma anche per chi non concorda con i timori alla Bernard-Henry Lévy e per chi non teme la calata dei lanzichenecchi neofascisti sul Palazzo, lanciarsi nell’impresa e rischiare, magari rinunciando a ottime posizioni o offerte di lavoro, è un’opzione non esente da dubbi.
Vale non solo per Panetta o Cingolani. Persino uno come Guido Crosetto, per dire. Cofondatore di Fratelli d’Italia, consigliere ascoltatissimo della principessa (del principe?), indicato per varie caselle di peso tipo flipper (ministro? sottosegretario alla Presidenza?) dovrà tuttavia lasciare la presidenza dell’Aiad, incarico di potere, di prestigio e di remunerazione che ha già preferito a quello in Parlamento. Farlo gli costa.
In compenso, ci sono frotte di «pronti», come da slogan elettorale, magari dopo una lunga attesa. Ci sarà sicuramente un posto per Giovanbattista Fazzolari, l’uomo del programma, il consigliere per le questioni spinose, il fan di soluzioni non lisce come quella del blocco navale. Ci sarà un posto da ministro per Raffaele Fitto, l’uomo che ha aperto le porte dei Conservatori europei e che può con questa occasione concludere il suo dorato esilio di Bruxelles, dopo averci provato invano nel 2019 con la corsa per la Regione Puglia.
Ci sarà per Fabio Rampelli, primo inventore e promotore di Meloni, anche se probabilmente non la presidenza della Regione Lazio che sarebbe stata tra i desiderata del vicepresidente della Camera, appena un gradino sotto quella di sindaco (già negatagli un anno fa).
Del resto questa tendenza a non accontentare più di tanto compagni, fedelissimi e luogotenenti appare abbastanza spiccata in Meloni: ci sarà infatti sicuramente un posto per Francesco Lollobrigida, detto il Cognato, ma a quanto pare nulla di ministeriabile: egli continuerà pare a fare il capogruppo alla Camera. Visto l’andazzo c’è bisogn
Per il governo si preferisce pescare appena fuori: così l’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata si gioca il ritorno alla Farnesina contro l’ambasciatore Stefano Pontecorvo, già Alto rappresentante civile Nato in Afghanistan. Per l’Interno, invano desiderato da Matteo Salvini, ci sono l’ex vicecapo della Polizia Giuseppe Pecoraro, già prefetto di Roma (nominato da Maroni), e l’attuale prefetto di Roma, Matteo Piantedosi, che fu capo di gabinetto e di fatto facente funzioni del ministro quando al Viminale c’era il leghista. Una poltrona importante dovrebbe averla Adolfo Urso, presidente del Copasir, fin troppo accurato in questi giorni nella sua funzione di rassicurazione oltreoceano circa l’affidabilità di Fratelli d’Italia.
Non è ancora chiaro in che mani finirà la Cultura: dopo lo scivolone su Peppa Pig è però assai più probabile che Federico Mollicone finisca a stampare francobolli che non al posto di Dario Franceschini.
Ci sarebbe Luca Ricolfi, editorialista di Repubblica, il quale a sua volta nel partecipare in collegamento alla Conferenza programmatica di Fratelli d’Italia si era però di fatto candidato all’Istruzione. Poi, con questi intellettuali, vai a sapere.
Piacerebbe assai una collocazione per Giovanni Orsina, politologo e docente Luiss, che viene consultato da Meloni per i rinforzi all’identità conservatrice, una per Luigi Di Gregorio, docente di Scienze politiche all’Università della Tuscia, che viene ascoltato con discrezione per le questioni di campaign management e comunicazione.
Cerca un ruolo Riccardo Pugnalin, già socialista e forzista, ex Sky italia, poi Vodafone, che ora dà consigli sulle nomine.
Anche Francesco Filini, il coordinatore Ufficio studi FdI, dovrebbe accedere a un ruolo meno invisibile. Gli intellò della destra del resto non sono tanti. Resta ascoltatissimo Angelo Mellone, che si dice sia pure il ghost writer di Io sono Giorgia. Non manca mai Alessandro Giuli, editorialista di Libero e ormai anche volto tv.
Ci saranno sicuramente i volti che aleggiano sulla Rai da tempo immemore: il direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano, quello di Rainews24 Paolo Petrecca. E Giampaolo Rossi, l’ideologo del manifesto dei conservatori, che già si sente talmente in parte da raccontare come sarà la Rai di destra guidata da lui («faremo gli stati generali della tv pubblica») e da offrire consigli sui prossimi palinsesti via comoda intervista sul Foglio: «In questi giorni sto guardando una fiction spagnola molto divertente e coraggiosa. È ambientata durante la guerra civile, ma franchisti e repubblicani si alleano per combattere contro una invasione di zombie», racconta. Bellissima idea, davvero: ancora non è cominciato niente e già sembra di stare in un film di Nanni Moretti.
(da l’Espresso)

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DOPO AVERE PER ANNI ATTACCATO LA LOTTIZZAZIONE DELLA RAI, FRATELLI D’ITALIA NON VEDE L’ORA DI METTERE LE MANI SULLE NOMINE

Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile

DESTINATO AL TG1 IL MILITANTE SANGIULIANO, ATTUALE DIRETTORE DEL TG2 DOVE APPRODEREBBE, IN QUOTA LEGA, LA DIRETTRICE DI ISORADIO ANGELA MARIELLA… IL VICEDIRETTORE DEL TG1 NICOLA RAO POTREBBE PRENDERE, A RADIO E GR1, IL POSTO DI ANDREA VIANELLO, DIROTTATO A ISORADIO – DOVREBBE TORNARE IL RUOLO DI DG CORPORATE, QUI IN POLE C’È ROBERTO SERGIO, CHE LIBEREREBBE LA POLTRONA DI DIRETTORE DI RAI RADIO PER IL SUO VICE ALESSANDRO ZUCCA

E’ vero che con il Parlamento ancora da insediare, l’incarico da ricevere e il governo da formare, la Rai non è al momento la priorità per Giorgia Meloni, ma ciò che è accaduto nel day after elettorale, con lo sciopero della sigla sindacale Snap che ha fatto saltare una serie di programmi, di cui molti di approfondimento giornalistico, ha acceso i fari su Viale Mazzini. Senza contare che, come da tradizione, i nuovi assetti politico-istituzionali dovranno rispecchiarsi anche in quelli di Viale Mazzini, al momento troppo sbilanciati a sinistra.
Ed è proprio un riequilibrio che il centrodestra unito chiederà presto a Fuortes, il quale sa che la sua conferma o meno dipenderà proprio da quanto vorrà o potrà concedere.
Innanzitutto il Tg1 da sempre appannaggio del partito di maggioranza relativa, quindi Fratelli d’Italia, che non vede l’ora di mettere al timone Gennaro Sangiuliano, attuale direttore del Tg2 dove approderebbe, in quota Lega, la direttrice di Isoradio Angela Mariella.
Al Tg 3, storica enclave rossa, non rischia al momento Mario Orfeo, che però potrebbe presto prendere il posto di Di Bella all’Approfondimento, quando quest’ultimo lascerà l’azienda per andare in pensione.
L’attuale vicedirettore del Tg1 Nicola Rao potrebbe prendere a Radio e Gr 1 il posto di Andrea Vianello, dirottato invece a Isoradio. Sono in discussione le direzioni del Daytime e di Rai Fiction, affidate al momento a Sima Sala e Maria Pia Ammirati, ma al momento non vi sono certezze.
Dovrebbe inoltre tornare il ruolo di direttore generale Corporate, qui in pole posizione c’è Roberto Sergio, che libererebbe la sua poltrona di direttore di Rai Radio per il suo vice Alessandro Zucca. Il centrodestra vuole anche valorizzare e mantenere nel suo alveo Rai Com che, secondo il piano industriale dovrebbe invece essere smantellata.
E Giampaolo Rossi? L’uomo che in molti vedono già sulla poltrona di Fuortes? I soliti bene informati lo vedono al governo, come Sottosegretario alle Comunicazioni o, in alternativa, coinvolto in operazioni strategiche e culturali con sguardo sempre puntato sulla Rai.
(da Dagoreport)

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IL CANDIDATO DI FRATELLI D’ITALIA SOSPESO PERCHE’ INNEGGIAVA A HITLER E’ STATO ELETTO

Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile

VEDIAMO SE ORA VIENE ESPULSO O REINTEGRATO TRA QUALCHE MESE… MA FIDANZA E’ SEMPRE IN FDI, VERO MELONI?

Arrivano i primi grattacapi per Giorgia Meloni e il suo partito. Il successo alle elezioni politiche è stato schiacciante e adesso gli elementi che collegano Fratelli d’Italia al fascismo diventano per ovvi motivi sempre più scomodi.
In questo senso, una delle faccende più spinose è quella di Calogero Pisano, responsabile provinciale del partito di Giorgia Meloni ad Agrigento ed eletto nel collegio uninominale della città in Sicilia, regione in cui FdI ha conquistato ben 14 dei 18 seggi a disposizione.
Il nome di Pisano aveva fatto molto discutere proprio qualche giorno prima del voto a seguito della pubblicazione di alcuni suoi vecchi post da parte del quotidiano Repubblica. Si trattava di frasi scritte da Pisano tra il 2014 e il 2016 in cui, tra le altre cose, il meloniano inneggiava a Hitler, a Mussolini e ai camerati, rivendicando la tradizione e gli ideali fascisti della sua comunità politica.
Il caso di Calogero Pisano e la sospensione: cosa farà ora Fratelli d’Italia?
Il 19 settembre, dopo la diffusione di quei post, FdI aveva deciso di sospendere Pisano da ogni incarico e di deferirlo al collegio di garanzia del partito. Tra l’altro, il meloniano aveva parlato di quella sospensione come di un provvedimento solo di facciata: “Questa, tra virgolette, sospensione è dovuta solo al fatto di questo post e quindi abbiamo dovuto prendere le distanze e anche io mi sono dovuto sospendere solo per questi 2/3 giorni, fino a quando non arriviamo alle elezioni. Quindi state tranquilli che resta in carica (la candidatura, ndr) e siamo sempre più forti di prima”, aveva detto cercando di rassicurare i suoi elettori.
Ma oggi, dopo il voto, è tornato sulla questione il commissario regionale di FdI Giampiero Cannella, spiegando che Pisano “al momento non è un deputato” del partito e che il neo-parlamentare “resterà sospeso finché non si riunirà la Commissione nazionale di garanzia”.
In merito alle dimissioni di Pisano, Cannella ha dichiarato all’Agi che si tratta di “un tema nazionale e non regionale” chiarendo di non sapere “se il partito glielo abbia chiesto o meno”.
Il 13 ottobre si riuniranno le nuove Camere e il deputato eletto ad Agrigento si presenterà ovviamente a Montecitorio: entro quella data FdI dovrà decidere se espellerlo o reintegrarlo dopo la sospensione.
E c’è già che parla di ingiustizia ai danni di Pisano, dato che il meloniano Romano La Russa, accusato di aver fatto il saluto fascista in un’occasione pubblica, è stato invece tutelato e difeso (quasi paradossalmente) dal partito.
(da agenzie)

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“TASSARE I PIU’ RICCHI CONTRO IL CARO-BOLLETTE”: NON LO DICE UN PERICOLOSO “COMUNISTA”, STAVOLTA LO DICE LA BCE

Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile

IL CAPO ECONOMISTA PHILIP LANE: “I GOVERNI DOVREBBERO SOSTENERE IL REDDITO E I CONSUMI”

Tassare i più ricchi per far pesare meno il caro energia sulle fasce più deboli della popolazione. Il suggerimento arriva dal capo economista della Bce, Philip Lane, intervistato da Der Standard.
“Lo shock energetico che stiamo vivendo è enorme. Sono le persone più povere della nostra società ad essere maggiormente colpite. Dal punto di vista dell’equità, ma anche da una prospettiva macroeconomica”, ha affermato Lane, “i governi dovrebbero sostenere il reddito e i consumi delle famiglie e delle imprese che stanno soffrendo di più. La questione principale è se parte di questo sostegno debba essere finanziato da aumenti delle tasse per coloro che stanno meglio. Questo potrebbe assumere la forma di un aumento delle imposte sui redditi più alti o sulle industrie e le imprese che restano altamente redditizie nonostante lo shock energetico. Se si sostiene chi ne ha bisogno attraverso un aumento delle tasse, l’effetto sull’inflazione è minore rispetto all’aumento del deficit”.
La Bce prevede che “l’inflazione diminuirà significativamente nel 2023, con ulteriori diminuzioni nel 2024”, ha proseguito nell’intervista, “ci sarà un certo recupero salariale nel tempo, in modo che il tenore di vita ricominci a migliorare”.
La premessa per Lane è che “quest’anno spenderemo circa il cinque per cento del reddito dell’area dell’euro per le importazioni nette di energia. In precedenza, questa cifra era di circa l’uno per cento. Dovremo sopportare quell’onere collettivamente. Il tenore di vita cadrà a causa delle bollette energetiche. Questo rende le persone più povere e per molti sembrerà una recessione. Il motivo è che in Europa importiamo così tanta della nostra energia. E’ diverso negli Stati Uniti, che producono molta energia, quindi ci sono vincitori e vinti a causa degli alti prezzi dell’energia”.
(da agenzie)

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IL TOTO-MINISTRI DEL NUOVO GOVERNO MELONI: ALTRO CHE RINNOVAMENTO, TORNANO VECCHI TROMBONI

Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile

BOIARDI DI STATO, CERCHIO MAGICO E MUSEO DELLE CERE… IN VIALE DELL’ASTRONOMIA (SEDE DI CONFINDUSTRIA) POSSONO STARE SERENI

Dopo la vittoria alle elezioni la premier Giorgia Meloni si prepara a varare il nuovo governo a maggioranza di centrodestra. Il percorso di formazione di solito occupa un tempo che va dalle 4 alle 12 settimane. Secondo la Costituzione le nuove camere si riuniranno entro venti giorni dal voto. Ma la convocazione è già fissata per il 13 ottobre.
Ecco quindi che la deadline per il nuovo esecutivo si può fissare per la fine di ottobre. Ma già da ora cominciano le trattative per il totoministri. Anche perché Sergio Mattarella vuole fare in fretta: con la scadenza della legge di bilancio vuole far partire le consultazioni tra il 15 e il 17. Per conferire poi a Meloni l’incarico “con riserva” e aspettare il suo scioglimento il prima possibile. Intanto Mario Draghi prepara la successione.
Le telefonate
Ieri, mentre Fratelli d’Italia festeggiava la vittoria, Meloni ha avuto contatti con Draghi. Non è la prima volta che accade: i retroscena dei giornali hanno raccontato a più riprese di telefonate tra i due. I primi contatti risalgono all’epoca della crisi di governo. Poi l’interlocuzione è andata avanti, così come quella con gli altri leader politici. Anche in vista del passaggio di consegne ormai imminente. E della volontà dell’attuale premier di non impegnare risorse in provvedimenti da attuare con il suo governo. Perché su questo SuperMario è stato chiaro: gli impegni economici, compresi gli impegni da 40 miliardi da trovare in 100 giorni, saranno appannaggio del nuovo esecutivo. Per il quale sono già cominciate le trattative.
Come quella sul ministero dell’Economia. Per il quale spunta l’ipotesi spacchettamento. Il Messaggero infatti scrive oggi che anche la nuova premier sta considerando l’ipotesi di dividere le Finanze pubbliche dall’Economia. Come si propone dai tempi in cui i due ministeri furono accorpati. Per il Mef si fa da tempo il nome di Fabio Panetta. Attuale membro del board della Banca Centrale Europea, Panetta aveva accarezzato l’idea di succedere a Ignazio Visco, il cui mandato in via Nazionale scade nel 2023. Ora dovrà decidere se preferire un incarico politico a Palazzo Koch. L’alternativa è Domenico Siniscalco. Ha fatto il ministro nel governo Berlusconi sostituendo Giulio Tremonti. Nel caso di un pacchetto, potrebbe finire al Tesoro. Dove c’è però anche la concorrenza di Maurizio Leo, attuale responsabile economico di Fdi.
Difesa, Esteri, Interni, Mef: i quattro ministeri chiave
C’è da scommettere che per i quattro ministeri-chiave ci sarà un’interlocuzione con Mattarella. I primi due, con la guerra in Ucraina, sono sotto osservazione. Per misurare la fedeltà all’Alleanza Atlantica della nuova premier. Due sono i nomi più gettonati per la Farnesina: quello di Antonio Tajani di Forza Italia. E quello di Elisabetta Belloni, capo del Dis. In salita anche le quotazioni dell’ambasciatore Stefano Pontecorvo. Mentre per la Difesa si fanno i nomi di Adolfo Urso del Copasir ed Edmondo Cirielli.
Per gli interni c’è sempre l’autocandidatura di Matteo Salvini. Che ha anche suggerito il nome di Giulia Bongiorno per la Giustizia. Ma i brutti risultati della Lega potrebbero aprire una Notte dei Lunghi Coltelli nel partito. Consigliando al Capitano un passo indietro.
Nel caso al Viminale potrebbe andare Matteo Piantedosi, attuale prefetto di Roma ed ex Capo di Gabinetto del Capitano. Ma in corsa, scrive La Stampa, c’è anche l’appena eletto (con FdI) ex prefetto Giuseppe Pecoraro.
Un altro nome per via Arenula è quello di Carlo Nordio. Mentre come sottosegretari alla presidenza del Consiglio circolano i nomi di Guido Crosetto, Francesco Lollobrigida e Giovanbattista Fazzolari. Gli ultimi due potrebbero prendere la delega ai servizi segreti.
L’ex presidente di Confindustria Antonio D’Amato potrebbe diventare ministro dello Sviluppo Economico. Fabio Rampelli potrebbe andare alle Infrastrutture e ai Trasporti. Da dove gestirebbe il dossier Ita Airways. Si parla anche di Raffaele Fitto agli Affari Ue e dell’ex governatore siciliano Nello Musumeci al Sud.
I poteri di Mattarella nella scelta dei ministri
Francesco Lollobrigida è un altro candidato credibile per i Trasporti, secondo quanto scrive il Corriere della Sera. Anche Giancarlo Giorgetti potrebbe essere un papabile per la Lega. Mentre Anna Maria Bernini di Forza Italia è candidata all’Istruzione.
Intanto c’è chi paventa la possibilità di trovare un altro nome “sgradito” al Quirinale nella lista dei ministri. Successe nel 2018, quando il governo gialloverde designò come ministro dell’Economia il professor Paolo Savona. All’epoca una giovane Meloni criticò la scelta di Salvini e Di Maio, che spostarono su un’altra casella – quella degli Affari Ue – il ministro contestato.
D’altro canto il presidente della Repubblica ha voce in capitolo nella formalizzazione dei ministri. Come spiega con chiarezza l’articolo 92 della Costituzione: «Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri». Dopo il giuramento e il primo consiglio dei ministri preceduto dal rito della campanella il governo dovrà presentarsi alla Camera e al Senato per ottenere la fiducia. Poi inizierà ufficialmente l’era di Meloni premier.
(da agenzie)

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GLI UNDER 35 HANNO PREMIATO I PICCOLI PARTITI

Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile

FDI SOLO AL 22%, CROLLA AL 15% NELLA FASCIA 18.25 ANNI… DIRITTI E AMBIENTE L’AGO DELLA BILANCIA PER I PIU’ GIOVANI: VERDI-SINISTRA AL 7%

Erano quelli su cui puntavano molti partiti per far crescere i numeri dell’affluenza e per consolidare il proprio risultato elettorale. A conti fatti, non solo hanno disertato le urne al pari degli altri ma hanno anche dato un segnale ai grandi schieramenti, preferendo spesso e volentieri orientarsi su formazioni “alternative” ma forse più in linea con le loro istanze.
È questa la lezione che si può ricavare, all’indomani delle “politiche” del 25 settembre, dal voto dei più giovani. Ad analizzarli, due interessanti studi effettuati dall’istituto di ricerca Swg e da YouTrend.
La partecipazione è tale e quale a quella degli adulti
Infatti, come evidenzia il nostro portale Skuola.net – che all’interno delle ricerche ha isolato il comportamento elettorale delle ragazze e dei ragazzi – nella fascia d’età 18-34 anni il dato sull’astensionismo è praticamente in linea con quello complessivo.
Anzi, secondo Swg, è stato leggermente superiore, arrivando al 37% (+1% rispetto al dato generale). Questo nonostante, per una buona fetta di loro (grosso modo quelli tra i 18 e i 22 anni), si trattava del primo appuntamento con le urne per una tornata nazionale.
I voti degli under 35 non premiano i grandi partiti
Ma il fatto che la campagna elettorale non sia riuscita a convincere gran parte del segmento più “anziano” della Generazione Z e di quello più “giovane” dei Millennials lo dimostra anche la distribuzione del voto di quanti, al contrario, hanno voluto dire la loro.
Sempre secondo Swg, quasi nessuno tra i partiti che hanno avuto la maggiore esposizione mediatica durante le scorse settimane può dirsi soddisfatto.
Un esempio su tutti: tra i 18-34enni, Fratelli d’Italia, pur confermandosi al primo posto, arretra di ben 4 punti percentuale scendendo dal 26% (dato complessivo) a un più modesto 22% (e nella fascia 18-25, secondo YouTrend, crolla al 15%).
Stessa sorte, seppur con cadute più lievi, per le altre due componenti della coalizione di centrodestra che entreranno in Parlamento, anch’esse bocciate dagli under 35: Forza Italia non va oltre il 5% (-3% rispetto al dato generale dell’8%), la Lega scende ulteriormente fino all’8% (-1% rispetto al dato generale del 9% circa).
Gli altri, però, hanno poco di che sorridere. Non solo perché sconfitti. Tra i “big 6”, il riscontro migliore (se così si può dire) lo ha avuto l’alleanza Azione-Italia Viva (il cosiddetto Terzo Polo), che ha fatto breccia nel 10% dell’elettorato più giovane (+2% rispetto al dato generale).
Mentre Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, alla vigilia del voto accreditati tra i partiti col maggior potere d’attrazione tra i ragazzi, riescono a fatica a ribadire il rendimento generale, attestandosi rispettivamente al 19% e al 15%.
Forse, solo un’analisi focalizzata su un target ancora più giovane ci racconterebbe una storia diversa.
Sopra la media italiana i voti dei giovani ai piccoli partiti
Ma allora, dove sono andati a finire i consensi delle nuove generazioni? Verso l’unica compagine che, secondo le analisi a caldo, è stata capace di insidiare, in questa fascia d’età, la leadership di Fratelli d’Italia: come detto, il partito delle “alternative”.
Infatti, oltre 1 giovane elettore su 5 (più precisamente il 21%, con un +6% rispetto al dato medio) pare abbia scelto di dare la propria preferenza a liste minori, spesso esterne alle coalizioni. Quali, nello specifico? Qui viene in soccorso soprattutto lo studio YouTrend.
Sorprendente, ad esempio, è il risultato del Partito Comunista che passa dallo 0,26% nazionale all’1,7% tra i 18-25enni.
Anche se il vero boom è da attribuire soprattutto all’accoppiata Sinistra Italiana-Verdi, che sfondano quota 7% (doppiando il 3,5% complessivo). Non a caso la forza che ha spinto di più sui temi dell’ambiente e dei diritti, particolarmente cari ai ragazzi.
(da agenzie)

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DIRITTO ALL’ABORTO, IN REGIONE LIGURIA IL CENTRODESTRA SI SPACCA, FDI NON VOTA A FAVORE, FORZA ITALIA, LEGA E TOTI SI’

Settembre 27th, 2022 Riccardo Fucile

IL DOCUMENTO IMPEGNAVA LA GIUNTA A GARANTIRE LA SCELTA “SENZA DIFFICOLTA’ NELL’ACCESSO ALLE STRUTTURE”

Nella votazione di un ordine del giorno sul «diritto delle donne di scegliere l’interruzione volontaria di gravidanza» Fratelli d’Italia si astiene e il centrodestra si divide.
Succede nel Consiglio regionale della Liguria durante il quale il Partito democratico ha deciso di presentare un documento sul tema dell’aborto. Il testo è stato approvato con 21 voti favorevoli e oltre al Pd hanno votato M5S, Lista Sansa, Lista Toti, Lega e Forza Italia.
I tre consiglieri del partito di Giorgia Meloni si sono astenuti non intervenendo al dibattito. Sei consiglieri tra centrodestra e centrosinistra erano fuori dall’aula al momento del voto.
Nel testo presentato dal consigliere Roberto Arboscello del Pd si stabilisce l’impegno della Giunta presieduta da Giovanni Toti «a garantire alle donne che decidono di non portare a termine una gravidanza in Liguria di effettuare questa scelta senza dover superare alcuna difficoltà nell’accesso alle strutture che effettuano l’interruzione». La responsabilità stabilita è anche quella di sostenere «nelle sedi più opportune la richiesta del Parlamento europeo di inserire il diritto all’aborto legale e sicuro nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea».
La denuncia più urgente da parte del consigliere democratico Arboscello è stata la forte disparità di accesso alle strutture per l’interruzione di gravidanza nel territorio della Liguria.
A replicare lo stesso presidente di regione Giovanni Toti con delega alla Sanità: «Sono 9 le strutture sanitarie per l’interruzione di gravidanza attive in Liguria e garantiscono il pieno rispetto della legge 194», ha detto. «Sono stati 2.007 gli aborti in Liguria nel 2021. A livello regionale il personale sanitario è pienamente sufficiente ad assicurare il servizio: i medici obiettori sono 64 su 123, gli anestesisti obiettori sono 67 su 204».
Le ombre sulle posizioni di FdI sull’aborto
Il tema dell’aborto è stato uno degli argomenti più citati durante la campagna elettorale delle politiche italiane. In particolare il partito di Giorgia Meloni è stato spesso accusato dai sostenitori del diritto all’interruzione di gravidanza di voler negare una libertà conquistata. Fino a poche ore fa e dopo la vittoria di Fdi e del centrodestra alle urne, il tema ha continuato ad essere al centro del dibattito persino con l’intervento della sorella di Meloni: ««Hanno detto che Giorgia è contro la legge 194 sull’aborto, ma non è vero. Lei è dalla parte delle donne e dei diritti acquisiti», ha ribadito.
La stessa presidente di partito durante gli ultimi giorni di campagna elettorale aveva più volte voluto chiarire la sua posizione in merito: «Io non ho mai detto che voglio modificare la 194, ma ho detto che voglio applicarla: vorrei aggiungere diritti, vorrei che le donne che si trovano nelle condizioni di abortire perché non hanno alternative, magari per ragioni economiche, magari perché pensavano che sarebbero rimaste sole, possano avare quella alternativa».
A pochi giorni dal voto che ha segnato il grande successo di Fratelli d’Italia, i rappresentanti regionali della Liguria però hanno deciso di astenersi su un documento di difesa della libertà delle donne di scegliere per l’interruzione di gravidanza.
(da agenzie)

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