Luglio 5th, 2023 Riccardo Fucile
5 MILIONI DI ITALIANI RIMARRANNO ESCLUSI DAL VOTO
Una legge utile a poter affermare di aver fatto qualcosa, ma
che di fatto continuerà a negare il diritto di voto a quasi cinque milioni di italiani durante l’appuntamento elettorale più atteso, quello delle elezioni politiche.
Ieri 4 luglio, infatti, la Camera dei Deputati ha approvato la legge delega “in materia di esercizio del diritto di voto per i fuori sede”. In caso di conferma da parte del Senato, il governo avrà a disposizione 18 mesi per formulare uno o più decreti legislativi. Ma la maggioranza ha bocciato la proposta di estendere il voto ai fuorisede anche alle elezioni politiche, una decisione la cui logica andrà spiegata.
Con la nuova legge, quindi, un siciliano che studia o lavora a Milano (o viceversa), potrà votare nella città nella quale vive per le elezioni europee o per i referendum, ma continuerà a dover fare oltre mille chilometri per tornare nella città di residenza se vorrà votare per la composizione del Parlamento italiano. Quella dei fuorisede è una condizione che interessa circa 4,9 milioni di elettori, oltre il 10% del corpo elettorale complessivo.
Il muro eretto dalla maggioranza a Montecitorio ha fatto discutere sia per l’incoerenza nei confronti di promesse più o meno recenti sia per l’urgenza del tema, che così “disciplinato” non rispetta le disposizioni della Costituzione, in particolare gli articoli 48 e 3.
Quest’ultimo cita uno dei cardini dell’ordinamento italiano: il concetto di uguaglianza sostanziale, non rispettata al momento del voto. Sono infatti 4,9 milioni gli italiani fuori sede che per esercitare un proprio diritto devono affrontare una spesa in più (parzialmente rimborsata) rispetto ai connazionali che studiano o lavorano nei pressi del comune di residenza. A ciò si aggiunge l’incongruenza con il trattamento riservato agli italiani all’estero, come evidenziato in Aula da Filippo Zaratti di Sinistra Italiana: «Non si capisce perché il voto per corrispondenza sia possibile per chi vive a Buenos Aires e a Montevideo ma non per chi vive a Milano».
La questione del voto dei fuori sede rappresenta uno degli elefanti nella stanza della Repubblica italiana, sin dalla sua nascita nel 1946. In vista delle elezioni dello scorso settembre ne ricordavamo l’importanza e l’urgenza, dal momento che gli elettori fuori sede in Italia sono 4,9 milioni, circa tre volte la popolazione di Malta e Cipro messi insieme, gli unici due Paesi europei che – oltre a Roma – non consentono il voto al di fuori del comune di residenza.
La legge approvata ieri dalla Camera, che delega il governo a creare delle norme sulla materia (i cosiddetti decreti legislativi), non dovrebbe essere stravolta in Senato, il quale si esprimerà nei prossimi giorni. Così, entro 18 mesi l’Italia dovrebbe avere la propria legge sui fuori sede, tutelandoli a metà. Vista la mancata copertura alle elezioni politiche, la prima applicazione della norma dovrebbe avvenire nel 2029, in occasioni del rinnovo del Parlamento europeo.
(da lindipendente.online)
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Luglio 5th, 2023 Riccardo Fucile
PARLA VERA POLITKOVSKAJA, LA FIGLIA DELLA REPORTER UCCISA NEL 2006
“Rivedo la storia di mia madre chi critica il potere di Kadyrov viene messo a tacere”. Così Vera Politkovskaja, figlia della reporter russa uccisa nel 2006 Anna Politkovskaja, scrive sulle pagine di Repubblica per commentare la vicenda della cronista della Novaya Gazeta, Elena Milashina, e dell’avvocato Aleksandr Nemov, aggrediti ieri in Cecenia da un gruppo di uomini col volto coperto e ora tornati a Mosca dove sono stati ricoverati in ospedale.
La reporter, considerata l’erede di Anna Politkovskaya, è stata brutalmente picchiata nella mattina di ieri al suo arrivo a Grozny. Gli aggressori, secondo l’avvocato Nemov, hanno minacciato di sparargli, puntando loro una pistola alla tempia. Milashina – a cui come forma di umiliazione sono stati rasati i capelli ed è stata cosparsa di antisettico verde – ha riportato diverse dita rotte, ed è svenuta ripetutamente. I due erano volati a Grozny per assistere al verdetto della madre di due attivisti ceceni perseguitati dal regime di Ramzan Kadyrov: Zarema Musayeva è stata rapita dalle forze di sicurezza cecene a Nizhny Novgorod nel gennaio 2022, come ostaggio in cambio dei figli. In Cecenia, però, è stato istruito un processo a suo carico per aggressione contro un agente di polizia locale. Musaeva è stata condannata ieri a cinque anni e mezzo di carcere.
A proposito del processo, Vera Politkovskaja scrive:
“Va da sé che è stato montato a scopi politici: non troppo tempo fa lo stesso Kadyrov aveva definito terroristi sia la donna che i restanti membri della sua famiglia. ‘Il futuro di quella famigliola sarà finire in carcere o sotto terra’, aveva sentenziato Kadyrov, parlando dei parenti dell’incriminata.
«Finché sarà vivo anche solo un ceceno, la sua famiglia non potrà godersi la vita in pace, da quanto è infangato l’onore di ogni singolo membro del nostro popolo». Lo stesso trattamento lo aveva riservato a Milashina, arrivando a definirla ‘subumana’. Elena si occupa di Cecenia ormai da molto tempo e, di fatto, è l’unica giornalista in Russia che, in seguito alla morte di mia madre Anna Politkovskaja, aveva deciso di lavorare in quella zona, malgrado gli enormi rischi”.
La figlia della giornalista uccisa parla di “ennesimo caso di rappresaglia nei confronti di chi si permette di criticare l’autorità di Kadyrov fosse diventato l’oggetto del suo lavoro di giornalista. Va anche ricordato che in Cecenia, al fine di esercitare pressione sugli oppositori, è pratica comune rifarsi sui loro parenti. Soprattutto muovendo accuse penali totalmente inventate”. Poi afferma che l’episodio che ha coinvolto Elena Milashina e Aleksandr Nemov “ha inaspettatamente causato una reazione deflagrante sui media russi”.
“Alcuni deputati della Duma, funzionari e altri colletti bianchi hanno cominciato a inondare la rete di commenti sull’accaduto usando toni estremamente accusatori. Il portavoce del presidente russo Dmitrij Peskov è intervenuto immediatamente per comunicare che Putin era stato subito informato dei fatti. Quando hanno chiesto al Cremlino di commentare l’episodio, Peskov ha affermato che si tratta di ‘una gravissima aggressione, a cui occorre rispondere con provvedimenti decisi e su cui bisogna indagare’.
Nel frattempo l’ombudsman ceceno Mansur Soltaev, invece, ha preferito parlare di ‘atti diversivi e provocatori ai danni della Repubblica cecena’. Non è una novità. I colpevoli sono, come sempre, i nemici della Cecenia. E, di conseguenza, i nemici di tutta la Russia”.
Kadyrov, spiega la giornalista per ora ha preferito tacere e non rilasciare dichiarazioni mentre il capo del Comitato investigativo della Russia, Aleksandr Bastrykin, ha dato incarico al suo omologo ceceno di appurare i fatti di Grozny e di stilare un rapporto, ma non di promuovere una causa penale.
Vera Politkovskaja specifica: “Bisogna comunque ricordare che la Cecenia oggi è uno Stato nello Stato, che continua a osservare costumi medievali e in cui le leggi della Russia, di cui la Cecenia fa parte, semplicemente non vengono applicate. Può essere considerato normale il fatto che una delle regioni di un Paese enorme possa vivere secondo leggi e regole proprie? Così stanno le cose ormai da tanti anni. Inoltre la Cecenia e il suo capo, Ramzan Kadyrov, ricevono regolari e cospicui finanziamenti provenienti dal bilancio federale. Ma nessuno che si lamenti. Mentre l’esercito regolare russo distrugge l’Ucraina e bombarda la sua popolazione, i rappresentanti dell’’amichevole’ popolo ceceno picchiano le donne per strada, umiliandole. Perché è di questo che si tratta: il capo rasato è sinonimo di enorme umiliazione per la cultura cecena”.
Elena Milashina da anni scrive di Cecenia per la prestigiosa rivista Novaya Gazeta, la stessa per la quale scriveva Anna Politkovskaya, la giornalista assassinata nel 2006 che sulle pagine del periodico denunciava la deriva autoritaria del governo di Putin e gli abusi delle forze russe in Cecenia. Milashina denuncia i soprusi commessi dal regime di Ramzan Kadyrov, il luogotenente di Putin in questo angolo del Caucaso russo. Fu proprio lei qualche anno fa ad accusare la polizia cecena di arrestare in massa, detenere illegalmente, torturare e in alcuni casi persino uccidere persone che ritenevano omosessuali. Il Cremlino ha definito l’attacco di ieri “molto grave” e ha promesso “risposte energiche”. “Ho dato istruzioni ai servizi competenti di fare ogni sforzo per identificare gli aggressori”, ha detto Kadyrov, già accusato di gravissime violazioni dei diritti umani. Nel febbraio dell’anno scorso però Novaya Gazeta mandò Milashina all’estero per motivi di sicurezza dopo che proprio Kadyrov definì “terroristi” lei e un attivista aggiungendo una chiara minaccia: “Abbiamo sempre eliminato i terroristi e i loro complici”. La reporter inoltre tre anni fa fu picchiata nella hall di un albergo di Grozny da un gruppo di 15 persone tra uomini e donne. A rendere ancora più grave questo nuovo terribile attacco è una frase che, secondo l’ong per la difesa dei diritti umani Memorial, gli assalitori avrebbero urlato a Milashina e Nemov mentre li picchiavano brutalmente: “Siete stati avvisati. Uscite di qua e non scrivete niente”.
(da Huffingtonpost)
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Luglio 5th, 2023 Riccardo Fucile
I TERMINI DELLA SEGRETAZIONE DEGLI INDAGATI NELL’INCHIESTA SU VISIBILIA SONO SCADUTI DA TEMPO: BASTAVA CHE I LEGALI DELLA MINISTRA FACESSERO RICHIESTA DI ATTESTAZIONE RECENTE MA NON L’HANNO FATTA: FORSE PERCHE’ SAPEVANO CHE SAREBBE RISULTATA INDAGATA?
Manca una data certa nella difesa di Daniela Santanché, che in
Senato ha garantito di non essere indagata, assicurando di non avere ricevuto un avviso di garanzia e che i suoi legali le hanno assicurato che non è oggetto di una inchiesta penale. Perché senza la data della richiesta alla procura di Milano – in base all’art. 335 del codice di procedura penale- non c’è alcuna prova certa che il ministro del Turismo non sia indagato ad oggi.
Secondo quanto risulta a Open, infatti, quella richiesta di attestazione è stata effettivamente presentata alla procura di Milano dai legali della Santanché, ma ormai sei mesi fa. Potrebbe attestare assai poco se l’iscrizione a modello 21 del registro delle notizie di reato fosse stata segretata, come è assai probabile nella fase iniziale di una indagine che riguarda anche società e titoli quotati in borsa.
Il segreto sulla eventuale iscrizione a modello 21, però, non può durare più di tre mesi e non può essere rinnovato. Passati quei 90 giorni quindi, proprio facendo richiesta di attestazione in base all’art. 335 c.p.p., il diretto interessato può sapere anche prima dell’avviso di conclusione delle indagini (che lo attesterebbe) se risulta indagato anche senza avere ricevuto avviso di garanzia. Ed è proprio una attestazione recente che manca per potere credere senza ombra di dubbio in quel che ha detto in Senato la Santanché. Al momento lei potrebbe essere indagata e non saperlo, non avendolo chiesto nei tempi giusti.
Da settimane però i legali della Santanché hanno avuto più incontri con la procura di Milano oltre che con il tribunale civile in cui si sta cercando di scongiurare il fallimento di Visibilia srl e di altra società del gruppo. Conoscono su cosa si stanno concentrando i sospetti dei pm che hanno proceduto anche a una acquisizione formale della documentazione cartacea amministrativa nella sede di Visibilia. È innegabile che ci sia una indagine penale sulla vicenda, ed è ovvio che le scritture contabili contestate non si scrivono da sé, per cui qualche indagato agli atti deve pure esistere. Per escludere – come ha fatto la Santanché – che non sia lei l’indagata bisognerebbe produrre quella attestazione con data recente. Ma non è stato fatto, quindi al momento manca la prova contraria a quanto scritto da Il Domani, che assicura che la Santanché è appunto iscritta a modello 21 del registro delle notizie di reato.
(da Open)
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Luglio 5th, 2023 Riccardo Fucile
QUANDO ERA ALL’OPPOSIZIONE URLAVA PER FAR DIMETTERE BOSCHI, LOTTI, GUIDI, CANCELLIERI E AZZOLINA… ORA CHE GOVERNA PROTEGGE L’INDIFENDIBILE SANTANCHE’
“Le dimissioni da ministro sarebbero un gesto importante e significativo, un forte segnale di rispetto verso le Istituzioni”. Parola di Giorgia Meloni che non usa mezzi termini precisando comunque di essere “certa della sua buona fede” ma “un atto di responsabilità dopo quanto è accaduto è auspicabile”. La presidente del Consiglio però non sta parlando di Daniela Santanchè.
Queste frasi sono datate 20 giugno 2013: Meloni, da presidente dei deputati di FdI, interveniva per chiedere le dimissioni di Josefa Idem, ministra alle Pari opportunità del governo Letta, al centro di una bufera dopo un accertamento disposto dal Comune di Ravenna che le contestava l’Ici non pagata per quattro anni e irregolarità edilizie.
Fatti sicuramente meno rilevanti di quelli che riguardano oggi Santanchè: ma per Meloni necessitavano di un “atto di responsabilità”. Addirittura anche la stessa Santanchè interveniva per chiedere a Letta di “sostituire la ministra”. Josefa Idem si dimetterà poco dopo.
Questo non è l’unico caso di un esponente del governo coinvolto in scandali o vicende giudiziarie, al quale Meloni ha chiesto di rimettere l’incarico.
C’è per esempio Federica Guidi, ministra dello Sviluppo economico nel governo Renzi. Negli atti dell’inchiesta sul petrolio in Basilicata dell’aprile 2016, vengono depositate alcune intercettazioni nelle quali Guidi (non indagata) informa il compagno, Gianluca Gemelli (poi archiviato), dei progressi di un emendamento che potrebbe favorirlo. “Un caso abbastanza inquietante”, lo definisce Meloni per la quale, dopo le “doverose” dimissioni di Guidi, “tutto il governo” dovrebbe “andare a casa perché in eterno conflitto di interessi”.
Meloni è dura. Lo sarà anche con altri ministri che però non si dimettono. È il caso di Annamaria Cancellieri: ministra della Giustizia finita, nel novembre 2013, nella vicenda Ligresti per le sue telefonate ai familiari del costruttore. “Obiettivamente il suo comportamento è stato totalmente inopportuno, credo che il ministro non abbia più la possibilità di avere un mandato pieno”, dice Meloni annunciando il suo voto a favore della mozione di sfiducia (poi bocciata) presentata dal M5S. Come nel 2017 con il ministro dello Sport Luca Lotti coinvolto nell’inchiesta Consip. “Io voterei la mozione di sfiducia, ma la farei a tutto il governo”, lo sfogo di Meloni.
Stesso periodo, altro attacco. “Lo scandalo delle banche popolari è una sorta di bignami del renzismo”, accusa nel dicembre 2015 Meloni alla Camera, nell’annunciare il voto di sfiducia contro la ministra delle Riforme Maria Elena Boschi dopo il decreto “salva banche” dove figurava anche Banca Etruria, di cui il padre di Boschi era vicepresidente al momento del commissariamento. Più recente la sfuriata contro Lucia Azzolina, ministra dell’Istruzione M5S accusata da Repubblica di aver copiato parte della propria tesi: “Sarebbe inammissibile – è la nota del partito – Un ministro non può copiare, non può avere nel suo palmares una così grave irregolarità. Azzolina venga in Parlamento a spiegare”.
Il “rispetto verso le Istituzioni” viene però accantonato quando sono protagonisti rappresentanti di destra. Come Nunzia De Girolamo e Maurizio Lupi.
La prima, alle Politiche agricole con Letta, si dimette nel gennaio 2014 dopo lo scandalo delle nomine all’Asl di Benevento dove non è indagata, ma presente in alcune intercettazioni. Lupi, citato più volte nelle carte dell’inchiesta “Grandi opere”, lascia a marzo 2015 le Infrastrutture. “Si è dimesso pur non essendo indagato e ha avuto la stessa sorte di De Girolamo – commenta Meloni – entrambi sacrificati da Ncd per non mettere in discussione il governo e l’alleanza col Pd”.
Nel maggio del 2019, infine, la leader di FdI difende Armando Siri poco prima che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, gli revochi l’incarico di sottosegretario perché indagato per corruzione: “Non ci sono gli elementi per farlo dimettere”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Luglio 5th, 2023 Riccardo Fucile
LA COMMISSIONE EUROPEA CONTRO L’ABOLIZIONE DELL’ABUSO D’UFFICIO PFROPOSTO DA NORDIO
L’abolizione dell’abuso d’ufficio contenuta nella riforma della
giustizia presentata dal guardasigilli Carlo Nordio comprometterà la lotta alla corruzione. Non lo dicono gli oppositori politici del governo di centrodestra ma la Commissione Europea nel Rapporto sulla Stato di diritto. “È stata presentata una proposta di legge che mira ad abrogare il reato di abuso di ufficio pubblico e a limitare la portata del reato di traffico di influenze: queste modifiche depenalizzerebbero importanti forme di corruzione e potrebbero compromettere l’efficace individuazione e lotta alla corruzione”, annotano gli analisti di Bruxelles.
“Servono garanzie per i reporter – Nel rapporto la commissione aggiunge che il disegno di legge Nordio “propone inoltre modifiche a diverse altre disposizioni del codice di procedura penale in materia di carcerazione preventiva, possibilità di appello contro le assoluzioni nonché tecniche investigative speciali. Le autorità giudiziarie stanno seguendo da vicino gli sviluppi di questa riforma e il potenziale impatto sulle indagini, sui procedimenti giudiziari e sui giudizi di determinate pratiche di corruzione come il commercio di influenza o l’abuso d’ufficio. La società civile ha espresso alcune preoccupazioni riguardo a questi cambiamenti e al loro possibile impatto per combattere efficacemente la corruzione“. Insomma la riforma Nordio viene bocciata senza appello in Europa. Nonostante non sia neanche entrata in vigore. Ma non solo. Nella relazione Bruxelles chiede anche al nostro Paese di “proseguire il processo legislativo per riformare e introdurre garanzie per il regime di diffamazione, la protezione del segreto professionale e delle fonti giornalistiche, tenendo conto degli standard europei sulla protezione dei giornalisti“. Inoltre è necessario “proseguire gli sforzi per creare un’istituzione nazionale per i diritti umani, tenendo conto dei Principi di Parigi delle Nazioni Unite”.
“Introdurre norme complete su conflitti d’interesse”
Nel rapporto l’Ue sprona inoltre l’Italia ad “adottare norme complete sui conflitti di interesse e sulla regolamentazione delle attività di lobbying per istituire un registro operativo delle attività di lobbying, che includa un’impronta legislativa”. Nella relazione si chiede poi a Roma di “affrontare in modo efficace e rapido la pratica di incanalare le donazioni attraverso fondazioni e associazioni politiche e introdurre un registro elettronico unico per le informazioni sui finanziamenti ai partiti e alle campagne elettorale”. Gli analisti europei riconoscono comunque che “sono stati compiuti alcuni progressi nell’adozione di una legislazione completa sui conflitti di interesse”. E ricordano che “il Rapporto sullo Stato di diritto del 2022 ha raccomandato all’Italia di adottare norme complete sul conflitto di interessi. Gli sforzi precedenti per adottare una legislazione completa sui conflitti di interesse per i titolari di cariche politiche, compresi i parlamentari, si sono arenati nel corso degli anni”.
“Progressi nella digitalizzazione”
Non ci sono solo note completamente negative. Bruxelles, comunque, riconosce all’Italia di aver compiuti “progressi significativi nel proseguire gli sforzi per migliorare ulteriormente il livello di digitalizzazione del sistema giudiziario, in particolare per i tribunali penali e le procure; e progressi significativi nel potenziamento della digitalizzazione e dell’interconnessione dei registri, migliorando così le operazioni di polizia e delle procure contro la corruzione ad alto livello”. E’ quanto si legge nel rapporto sulla stato di diritto 2023, pubblicato oggi dalla Commissione europea. Ora l’Ue raccomanda di “proseguire gli sforzi per migliorare ulteriormente il livello di digitalizzazione dei tribunali penali e delle procure”.
(da agenzie)
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Luglio 5th, 2023 Riccardo Fucile
TUTTO E’ INIZIATO IN CONCOMITANZA CON LO SCOPPIO DELLA GUERRA IN UCRAINA. E DA ALLORA QUESTO TOURBILLON DI DENARO (DI CUI NON SI CONOSCE LA DESTINAZIONE) “NON È MAI FINITO” – SULLA VICENDA SI MUOVONO COPASIR E SERVIZI SEGRETI… “SONO STATI USATI PER DESTABILIZZARE LA COLLOCAZIONE INTERNAZIONALE DELL’ITALIA?”
Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica sta per attivarsi su uno strano giro di fondi gestiti dall’Ambasciata russa a Roma. Un caso di cui si stanno occupando l’Uif, l’Unità di antiriciclaggio, ma anche i servizi segreti. Sebbene il Copasir mantenga il più stretto riserbo, fonti qualificate della maggioranza confermano l’esistenza del dossier e la volontà di esaminarlo «a breve e nella sede opportuna».
La vicenda risale alla prima metà dello scorso anno, a seguito di «movimentazioni sospette» rilevate sui tre conti correnti dell’ufficio diplomatico russo: uno dei conti opera in valuta, gli altri due in euro. Il passaggio di danaro da un conto all’altro fece scattare l’allarme alla Uif e la struttura che lavora presso la Banca d’Italia iniziò a trasmettere una serie di «segnalazioni».
In un report del 5 gennaio 2023, per esempio, vengono descritte alcune di queste operazioni. Tra ottobre e novembre del 2022, 400 mila dollari americani depositati sul conto in valuta transitarono su uno dei conti in euro. E da quel conto furono poi operati «cinque prelievi in contante per un valore complessivo di 410 mila euro». Il mese dopo una società di security consegnò all’Ambasciata della Federazione russa «seimila banconote da cento euro».
Insomma, in novanta giorni l’ufficio diplomatico russo a Roma aveva mosso un milione di euro in contanti, cifra che si andava ad aggiungere ai fondi prelevati in precedenza. È vero che le sanzioni hanno ridotto le modalità di trasferimento dei soldi per le istituzioni moscovite, «tuttavia — sottolineò l’Uif — importi così elevati rendono sospetta la movimentazione».
Non si conosce la destinazione del denaro, ma c’è un motivo se l’intelligence italiana prese a seguire con attenzione la vicenda: il giro di soldi era iniziato in concomitanza con lo scoppio della guerra in Ucraina. E da allora «non è mai finito», secondo un’informazione dei servizi.
Talvolta il flusso di contanti è stato «molto sostenuto»: un fatto quasi quotidiano. E c’è il sospetto che questa liquidità non sia servita solo per le «attività regolari e giornaliere» dell’ambasciata. Non è dato sapere come si sia sviluppata l’indagine dell’Antiriciclaggio italiana, che da mesi condivide le informazioni con le Financial Intelligence Unit estere.
Quando il dossier sarà esaminato dal Parlamento, l’attivazione del Copasir consentirà di svolgere audizioni, richieste di informative e produzione di atti, secondo le rigide regole del Comitato che opera in totale riservatezza. E che già qualche mese fa aveva messo in programma di «verificare le informazioni».
D’altronde c’è una forte sensibilità sull’argomento, per le note modalità con cui il regime russo cerca «anelli deboli» nei Paesi occidentali. In Inghilterra da qualche giorno tiene banco il «caso Farage»: il principale sostenitore della Brexit è sospettato di aver ricevuto mezzo milione di sterline da Mosca, e si è visto bloccare i conti bancari nonostante abbia respinto l’accusa. In Italia il senatore Borghi di Italia Viva chiede l’intervento della premier, con una interrogazione nella quale evidenzia «l’attivismo» di Putin in Italia negli ultimi anni.
Borghi chiede al governo se sia a conoscenza del caso e quali iniziative intenda adottare per «accertare la regolarità» del flusso finanziario e per «impedire trasferimenti di denaro illecito nel nostro Paese, col chiaro intento di destabilizzare la collocazione internazionale dell’Italia». Per il resto basterebbe capire se i soldi sono serviti solo per la spesa al supermercato.
(da Il Corriere della Sera)
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Luglio 5th, 2023 Riccardo Fucile
IL DISPREZZO DELLE MASSE DI UNA PLETORA DI SFIGATI
Dice Sgarbi, eccezionalmente senza scurrilità isteriche: «A
personaggi di buona ma non eccelsa qualità come Fiorello e Amadeus non si può consentire di irridere Morgan, spirito nobile e grande musicista».
A parte che polemizzare seriamente con una gag di Fiorello è un atto di comicità involontaria, le parole di Sgarbi ci rivelano come gli intellettuali di destra nutrano lo stesso disprezzo per i gusti delle masse che caratterizza quelli di sinistra.
Criticano i radical chic di Capalbio, ma solo perché vorrebbero essere considerati come loro, e soprattutto da loro.
Seguendo il cliché lamentoso che invece è una esclusiva dei pensatori destrorsi (questa legione di fenomeni incompresi che inonda tv e giornali da decenni), Sgarbi ritiene un sopruso che a scegliere le canzonette di Sanremo sia chiamato Amadeus, un disc-jockey che si occupa di canzonette da tutta la vita, anziché un musicista colto e raffinato come Morgan.
Anche il maestro Muti non è poi così male, eppure nessuno si sognerebbe di fargli dirigere il traffico del Festival, né lui si è mai sentito discriminato per questo. Ma per Sgarbi ogni occasione è buona per distribuire patenti di qualità e definire mediocre, «capra» o «sfigato» chi dissente.
«Non esistono anime mediocri. Potrai risultare mediocre nelle tue aspirazioni e realizzazioni personali, ma la maniera in cui si manifesta la tua mediocrità crea un picco unico e irripetibile». (James Hillman, psicanalista junghiano).
Uno «sfigato» anche lui.
(da il Corriere della Sera)
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Luglio 5th, 2023 Riccardo Fucile
NELLA SUA LETTERA DI SCUSE PROVA A RABBONIRE I GIUDICI, VISTO CHE RISCHIA DAI 2 AI 5 ANNI E UNA MULTA FINO AI 15 MILA EURO, MA RIESCE A PEGGIORARE SOLO LA SITUAZIONE (PENSAVA CHE IL COLOSSEO FOSSE UN FAST FOOD?)
Lo sfregiatore si pente. Ma il mea culpa del turista che ha aggredito il Colosseo, incidendo con una chiave nel marmo il suo nome e quello della sua fidanzata, per dimostrare al mondo che “Ivan+Hayley 23” si amano, nella sua lettera di scuse alla Procura di Roma, al Sindaco e al Comune ha sfregiato di nuovo il buon senso e ha applicato il vandalismo anche alla propria intelligenza che palesemente non abbonda.
Una missiva surreale quella firmata, dopo circa due settimane dalla bravata ai danni dell’Anfiteatro Flavio, da Ivan Danailov, trentunenne di origini bulgare residente in Inghilterra. «Consapevole della gravità del gesto commesso – scrive – desidero con queste righe rivolgere le mie più sentite e oneste scuse agli italiani e a tutto il mondo per il danno arrecato a un bene che, di fatto, è patrimonio dell’intera umanità».
E cerca una carezza «in particolare» di Gualtieri e del Campidoglio per il pentimento di cui sopra. Loro sì che «con dedizione, cura, sacrificio custodiscono l’inestimabile valore storico e artistico del Colosseo». Mentre lui confessa e si autoassolve nel passo più esilarante di questa lettera che suscita il dubbio “ma ci fa o ci è” e fornisce contemporaneamente la risposta che è la seconda:
«Ammetto con profondissimo imbarazzo che solo in seguito a quanto incresciosamente accaduto ho appreso dell’antichità del monumento». Può esistere al mondo uno che non sa che cos’è il Colosseo?
Se esiste, questo è il Danailov e una grande Capitale, con tanti problemi che ha, deve pure fronteggiare un tipo così e altri turisti stranieri che, come lui, già in passato hanno sfregiato i monumenti romani (compreso il Colosseo), tornandosene poi a casa impuniti.
Il bizzarro mea culpa ma l’ignoranza non va colpevolizzata (il che non è vero se l’ignoranza diventa colposa come in questo caso) è l’assurda morale della lettera.
Vuole rabbonire i giudici il trentunenne inglese, visto che la sua bravata gli può costare da 2 a 5 anni di reclusione e una multa tra i 2.500 e i 15.000 euro.
(da il Messaggero)
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Luglio 5th, 2023 Riccardo Fucile
L’OSSESSIONE NOBILIARE DI POVERI CRISTI
Rientra certamente tra le libertà della persona, specie se si è
addirittura il fidanzato di una ministra (Santanché) scrivere sul proprio biglietto da visita siffatto nome: Dimitri Kunz D’Asburgo Lorena Piast Bielitz Bielice Belluno Spalia Rasponi Spinelli Romano Principe Dimitri Miesko Leopoldo.
Ma rientra inevitabilmente tra le libertà della persona anche farci sopra due poderose risate. E trarne la conclusione, per certi versi rassicurante, che in Italia non stiamo vivendo una nuova era fascista, non la stanca prosecuzione di quella repubblicana, nessuna post-storia e nemmeno (anche se presto qualcuno lo teorizzerà) una New History: siamo sempre e per sempre nell’Evo di Totò.
Siamo sceneggiati da Age e Scarpelli. Da Castellano e Pipolo, che scrissero, per altro, uno dei film più acuti sul fascismo, “Il federale” di Luciano Salce: è sempre la commedia che ci rappresenta in modo compiuto. E nel caso che in conclusione delle varie inchieste in corso sulla signora ministra l’imputazione più significativa rimanesse il nome del fidanzato, non ci sarebbe da stupirsi.
La smania di apparire grossi in un Paese piccoletto, il “lei non sa chi sono io”, l’ossessione nobiliare di normali cristi che si vergognano, chissà mai perché, di chiamarsi Gino, sono immutabili nei secoli. E sono il motore della nostra storia sociale.
Perfino Totò, che era Totò, si chiamava, o diceva di chiamarsi, Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio. Il giorno che ogni nostro singolo avo pezzente, migrante, contadino, lavandaia, operaia, soldato peserà, nel nostro sentirci italiani, come un titolo di nobiltà, saremo diventati un Paese serio. Dunque mai.
Per la cronaca: gli Asburgo negano ogni legame di parentela con costui. Attendiamo chiarimenti anche dagli Spinelli e soprattutto dai Rasponi.
(da La Repubblica)
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