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TRIDICO: “MI CANDIDO CAPOLISTA AL SUD PER IL M5S”

Febbraio 7th, 2024 Riccardo Fucile

“L’ALTERNATIVA AI SOVRANISTI SI COSTRUISCE CON IL PD”

Pasquale Tridico, 48 anni, economista, ex presidente dell’Inps, ha deciso di candidarsi in Europa con il Movimento Cinque Stelle. Schierato a sinistra, è convinto che il futuro del Pd e dei 5S sia quello di far «fronte comune per un’alternativa di governo alle destre».
Dunque il dado è tratto…
«Sì, ho accettato la proposta di Conte, sarò capolista nel collegio del Sud. Sono contento e emozionato. È il mio il battesimo politico».
Si iscrive ai Cinque Stelle?
«Intanto mi candido come indipendente e ho accettato di guidare la scuola di formazione politica del Movimento, poi si vedrà…».
Una scuola di formazione politica, la Frattocchie grillina…
«È una cosa seria, lezioni universitarie. Un incarico a cui tengo moltissimo, perché dalla formazione nascono non solo le classi dirigenti ma nascono anche le idee. Ho cercato di coinvolgere eccellenze, persone indipendenti. Partiamo il 15 di febbraio».
Mi faccia quattro nomi di docenti?
«Chiara Saraceno, la sociologa più attenta alle diseguaglianze, Mario Tozzi per la transizione ecologica, l’ex assessore di Veltroni e Marino, Marco Causi sull’amministrazione pubblica, l’ambasciatore Piero Benassi sull’Europae. Sarà una scuola di impronta progressista».
Sono giorni difficili tra Pd e Cinque Stelle. Conte ha detto che il Pd ha una linea bellicista, dal Nazareno rispondono che lui non sceglie tra Biden e Trump. Esiste una strada per la costruzione dell’alternativa?
«Lo dico sinceramente, io sono sicuro che questa possibilità ci sia. I temi convergenti sono tanti, soprattutto sull’economia. Del resto mi sembra che in Sardegna si sia raggiunto l’accordo, così come in Umbria».
È l’ottimismo della volontà?
«Ma no, l’importante è lasciare stare il passato, con tutte le sue differenze. Se parliamo della prospettiva futura si troveranno molto più convergenze e spianeremo la strada spianata per creare un fronte comune contro questa destra».
Si potrebbe immaginare un contratto di programma, come si fa in Germania?
«Oddio, se parliamo di contratto a me viene in mente quello tra Lega e Movimento del 2018, durato solo un anno visto che le differenze erano enormi. Quel modello ricorda un fallimento mentre io sono certo che, dopo le Europee, arriverà il tempo giusto per le convergenze, quando cominceremo a confrontarci più concretamente sui temi».
Su cosa è più facile l’accordo?
«Parlo del mio campo, l’economia. Crediamo tutti che la crescita sia legata alla lotta alle diseguaglianze. Storicamente le società europee avanzate sono cresciute perché la classe media aumentava continuamente i salari e si riduceva il gap di diseguaglianza. Oggi accade l’opposto: secondo Banca d’Italia il 5% della società ha aumentato negli ultimi anni la sua a quota di reddito dal 40 al 47%, mentre il 50% della società ha visto una diminuzione della ricchezza dall’8 al 7%. Questo non solo è intollerabile sul piano morale, ma comprime i consumi, porta a una scarsa crescita e alla stagnazione».
Vi obietteranno che prima di pensare a redistribuirla, la ricchezza va creata…
«Ridurre la povertà e far ripartire i salari serve anche a creare ricchezza. L’obiettivo principale di una classe politica progressista deve essere proprio quello di riattivare la crescita riducendo le diseguaglianze. E su questo penso Pd e Cinque Stelle abbiano tutte le carte in regola per marciare nella stessa direzione».
Come ha ricordato Ezio Mauro su questo giornale, se non si condivide una stessa linea in politica estera non può esistere una coalizione di governo. Oggi tra Pd e 5S non si vede una posizione in comune, dall’Ucraina al Medio Oriente…
«La convergenza possibile la dobbiamo cercare all’interno delle politiche dell’Unione europea, dove M5S e Pd stanno quasi sempre dalla stessa parte, senza dimenticare che il M5S votò la Commissione di Ursula von der Leyen».
Il punto di attrito più forte resta quello sulla guerra in Ucraina…
«Si, ma attenzione: in Italia la posizione pacifista c’è sempre stata, ha la sua dignità, è fortemente radicata nel campo della sinistra. Lo abbiamo visto in passato, con le critiche all’intervento Nato in Jugoslavia all’invasione Usa in Iraq. Non stiamo parlando di atteggiamenti estremistici, che vanno criticati e isolati, ma della posizione persino degli ultimi Pontefici, compreso quello attuale. Mia moglie è ucraina, io sono filo ucraino, questa invasione russa l’ho vissuta con grande sofferennza anche personale, ma una forza progressista deve sempre mantenere un’orizzonte alternativo alla guerra»
Finora i 5s hanno bussato a diverse porte senza trovare ospitalità: a quale gruppo dovrebbero unirsi in Europa?
«Penso che la naturale collocazione del Movimento siano i Verdi. E sono sicuro che si approderà lì, anche se qualcuno ancora ostacola questo processo».
Intanto il M5S ha votato contro il Mes in Parlamento. Non sembra tanto europeista.
«Ha fatto bene, il Mes a questo punto, per come è fatto, rischia di essere un ostacolo a una maggiore integrazione europea. Noi invece proponiamo di portare al 5% il bilancio dell’Ue, ora inchiodato a un ridicolo 1% del Pil dei 27. E poi dovremmo fare come gli Stati Uniti con l’Inflation reduction act, un gigantesco piano di investimenti pubblici che stanno trainando la transizione green. Per fare questo dobbiamo trasformare la Bei in una Best, una Banca europea per la sostenibilità e la transizione».
Conte quando l’ha conosciuto?
«Qualche mese prima delle elezioni del 2018, quando eravamo entrambi nella squadra di governo del Movimento 5 stelle. Io ero indicato per il lavoro, lui per la Funzione Pubblica».
I suoi detrattori dicano che sia un uomo spregiudicato, capace di essere indifferentemente di destra o di sinistra. È così?
«Niente di più falso. La nostra prima chiacchierata, pensi un po’, fu su Keynes, l’economista che ha lasciato l’impronta più duratura sulla cultura progressista. Le politiche del governo Conte, dal superbonus, al blocco dei licenziamenti fino al reddito di cittadinanza, sono state politiche keynesiane».
Un giudizio su Elly Schlein?
“È la persona giusta per riportare al Pd quanti se ne sono andati”.
Stefano Feltri ha scritto che potrebbe essere proprio lei il nuovo Prodi, il federatore tra Pd e 5S.
«Quell’articolo mi ha divertito, ma io davvero penso solo a far bene per i prossimi cinque anni in Europa, sempre se sarò eletto s’intende».
(da repubblica.it)

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RAI COLDIRETTI, UN INTERO PALINSESTO INVASO DA TUTOR, CUOCHI, GIARDINIERI DELL’ASSOCIAZIONE DI PRANDINI

Febbraio 7th, 2024 Riccardo Fucile

DAI “FATTI VOSTRI” A “UNO MATTINA” FINO AI PROGRAMMI DI SALUTE… ECCO COME IL FUTURO CANDIDATO ALLE EUROPEE DI FDI HA COSTRUITO L’EGEMONIA GIALLA NELLA TV DI STATO

Tingeranno di giallo pure il cavallo Rai. Un intero palinsesto sembra il loro gazebo, Viale Mazzini la loro fattoria. E’ Rai Coldiretti. A “Unomattina” hanno distaccato l’esperto di cicoria Coldiretti; ai “Fatti vostri” c’è il tutor del verde Coldiretti.
Se l’argomento è la pera, la parola passa a Daniele Taffon, che, insieme a Tiberio Timperi, vi suggerisce il buon radicchio. E’ il titolare della rubrica “Spesa amica”, ma sempre di Coldiretti, l’associazione che come dice il presidente Prandini, a “Geo”, su Rai 3, vanta un milione e mezzo di iscritti e che ha come obiettivo “piegare le nostre istituzioni rispetto a distonie”. Sono più agguerriti dei venditori di bibbie.
La mattina della Rai? Sembra il villaggio della Coldiretti. Purtroppo pure il pomeriggio e i Tg. Il 29 gennaio a “Geo”, la conduttrice Sveva Sagramola aveva come ospite Stefania Grandinetti, che “è la cuoca contadina di Coldiretti”. Il 25 gennaio, sempre a “Geo”, si festeggiava la rielezione di Prandini, ospite in studio. Il 22 gennaio, ai “Fatti vostri”, su Rai2, è il turno di Taffon, tutor spesa Coldiretti, mentre a “Unomattina”, dall’amico di Coldiretti, il conduttore Massimiliano Ossini (era sul palco, al villaggio Coldiretti, il 14 ottobre 2023, ospite Giorgia Meloni) parliamo d’olio con Nicola Di Noia, che non poteva che essere il responsabile olio Coldiretti. Il 19 gennaio, sempre ai “Fatti Vostri”, la zappetta della Coldiretti pianta garofanini. Il 17 gennaio, a preparare polenta fritta ci pensa invece l’altra cuoca contadina, Elisa Mignani, naturalmente di Coldiretti. A dire la verità, pure nel programma di salute “Check Up”, si trova un esperto di Coldiretti, quello economico, perché quando si parla di miele, dice la conduttrice Luana Ravegnini, “non possiamo che parlare delle api”, ma chi ci parla di tutto? Lorenzo Bazzana che è responsabile economico di … avete capito. Ma è mai possibile che in tutta Italia, in Rai, solo la Coldiretti si occupi di uova, carciofi, stalle, miele, trattori? E infatti non è possibile. Il problema è che, per dirla alla Meloni, la Coldiretti ha costruito l’egemonia televisiva. E la difende. Oggi l’Osservatorio di Pavia dovrebbe monitorare la Rai Coldiretti. Le poche volte che la Rai ha invitato agricoltori non (Col)diretti, ha chiesto, prima di tutto, a questa schiuma della terra, di togliersi le spillette, i foulard, tutta l’armatura che alla Coldiretti è consentito esibire. Ma Coldiretti non è forse un brand? E non è forse un soggetto associativo, politico ed economico? La Rai si è mai chiesta l’effetto di questi inviti? E perché, lo racconta chi lavora in Rai, quando viene invitato un associato di un’altra categoria, Coldiretti storce il muso? C’è un lotto di terra Rai che la Coldiretti custodisce gelosamente, ed è quella diretta da Angelo Mellone, il Cechov di FdI, il direttore Rai del day time, che da quando è stato nominato direttore, ci ammalia con le sue “Linee”. Era agosto, in Commissione di Vigilanza, e Mellone spiegava che la moltiplicazione di questi programmi si giustifica con la necessità di raccontare “le varie Italie”. Sono tutte trasmissioni dove pascolano le caprette di Coldiretti ma poi Coldiretti, che si trova benissimo nell’agriturismo Rai, ricambia il favore invitando i “bucolici Rai”, i direttori, giornalisti, alle sue giornate. Il 20 settembre del 2023, in occasione dell’Assemblea Coldiretti Donne impresa, tra gli ospiti c’erano Mellone-Cechov e Ossini di “Unomattina”. Quanti sono infine gli artisti Coldiretti in Rai? Ne ha più Prandini di Beppe Caschetto e Lucio Presta, gli agenti delle star televisive. Ai “Fatti Vostri” ne ha almeno cinque. La star è Bazzana che si divide come Amadeus. Ci sarebbero poi i tg Rai, i Tgr, dove Coldiretti spadroneggia perché ha capito, è questa la chiave, che il giornalismo non è altro che un mestiere decaduto, offeso, finale, e che un giornalista, anche volendo, non avrà mai tempo di trovare il pastore con trenta vacche, in Lucania, che rischia di chiudere o gli ultimi dati su quanto pandoro gli italiani hanno consumato nel 2024 (chi li verifica questi dati?). Ci pensa Coldiretti, che spedisce schede, contatti. Per quale ragione un caporedattore Rai non dovrebbe benedire Coldiretti, che fa il lavoro al posto suo (un lavoro sempre meno remunerato, aggredito) e concludere “se lo dice Coldiretti”? E’ con questo metodo che Coldiretti ha venduto alla Rai, la parola “territorio” come Bibbia. Oggi sarebbe capace di fare credere che pure Gesù, il pastore, non era altro che uno dei tanti iscritti alla Coldiretti.
(da ilfoglio.it)

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MONTAIGNER, PUTIN, CATENO DE LUCA MA ANCHE GIORGIA MELONI: ECCO I PUNTI DI RIFERIMENTO DEI LEADER DEI TRATTORI

Febbraio 7th, 2024 Riccardo Fucile

UNO E’ CONSIGLIERE COMUNALE DI FRATELLI D’ITALIA, QUALCHE GUAIO CON FISCO E CAMBIALI

Ora è il primo a proporsi per salire giovedì 8 febbraio sul palco del teatro Ariston durante il Festival di Sanremo. Quattro anni fa però Danilo Caivani, ex Forcone e ora leader della protesta dei trattori alla guida del Cra (Comitato agricoltori traditi) invitava i suoi seguaci a boicottare la manifestazione canora. «Io non guardo il Festival di Sanremo», postava Calvani, «perché chi vomita odio sugli italiani non deve salire sul palco del Festival pagato dagli italiani». Ce l’aveva con la partecipazione già annunciata da Amadeus di Rula Jebreal che avrebbe letto poi un monologo.
No vax convinto, filorusso, fan di Vannacci ma non di Salvini: ecco l’ex forcone Calvani – classe 1962 – fra tutti i leader della protesta di questi giorni è fra i più noti perché già alla testa dei forconi qualche anno fa. Agricoltore di Latina, la sua famiglia ha però venduto l’azienda agricola in cui si è fatto le ossa, che qualche anno dopo il passaggio delle consegne è stata in gran parte distrutta da un incendio doloso. Cancellate dal registro delle imprese anche tutte le altre di cui l’ex forcone è stato socio (una coltivava ortaggi, meloni e tuberi). Da anni fa soprattutto battaglie politiche, con le quali ha cavalcato tutti i temi cari ai populisti. No vax e no green pass, nei mesi ha fulminato gran parte dei virologi, da Roberto Burioni a Matteo Bassetti. Fan al contrario di Luc Montagnier e del medico italiano Giuseppe De Donno, convinto di avere trovato una cura alternativa per il Covid e poi morto suicida nel 2021. Calvani è stato in prima linea contro gli aiuti dell’Italia all’Ucraina, mostrando di avere una certa simpatia per la Russia di Vladimir Putin. Nemico dei giornalisti (più volte ha postato un cartello scritto a mano su cui era scritto «In Italia si vendono più giornalisti che giornali»), e pure di papa Francesco che non riconosce, sostenendo che il «suo Papa» resta Joseph Ratzinger. Complottista anche sulla fine di Giovanni Paolo I, che secondo lui sarebbe stato ucciso dalla massoneria che stava combattendo. Fan sfegatato di Alessandro Meluzzi e del procuratore Nicola Gratteri, negli ultimi tempi Calvani era sembrato folgorato pure dal generale Roberto Vannacci. Ma non di Matteo Salvini, che secondo lui ha abbandonato le vere battaglie sull’agricoltura. Lo deride in un fontomontaggio così: «Ogni epoca ha il suo Badoglio»…
Mariano il forcone che poi si è candidato con Cateno De Luca
Nel gruppo di testa della protesta di questi giorni c’è anche un’altra vecchia conoscenza come Mariano Ferro, fondatore del Popolo dei forconi con cui si era candidato senza successo nel 2012 alle regionali in Sicilia. La politica è sempre stata la sua passione e infatti nel 2022 ha riprovato a candidarsi sempre alle regionali, questa volta nella lista che supportava Cateno De Luca. Ha fatto la sua campagna elettorale tutta contro l’ex governatore siciliano di Fratelli di Italia, Nello Musumeci, che addirittura secondo lui sarebbe stato «l’inganno più grande avuto nella storia della politica siciliana». Ferro aveva registrato una impresa familiare poi cancellata e per 12 anni ha guidato da presidente una coop agricola, la Linea Verde ad Avola, in provincia di Siracusa. L’impresa però nel 2010 è stata sciolta «per atto dell’autorità».
Gli altri leader: dal pastore sardo al fratello di Italia al toscano fan di Vasco Rossi
A sentire i diretti interessati il movimento di protesta non ha veri e propri leader, ma davanti alle telecamere e in testa alle rivolte territoriali sono finiti sempre gli stessi.
C’è Roberto Congia, pastore di pecore e capre in Sardegna, a Sanluri, su tre terreni che per qualche tempo ha pignorato Equitalia (poi il debito è stato saldato). Congia è alla guida di Mps, che non è una banca ma il Movimento dei pastori sardi che furono al centro della rivolta sulle quote latte .
In Lombardia invece il leader è Davide Pedrotti, socio ad Asola, in provincia di Mantova, di due società agricole con i suoi famigliari.
In Veneto invece il personaggio più noto è Giorgio Bissoli, che è alla testa del movimento Azione rurale. Anche lui fa politica, ed è militante di Fratelli di Italia con cui si è candidato alle elezioni comunali di Cerea, piccolo comune in provincia di Verona. Ce l’ha fatta, ed è consigliere comunale per altro in maggioranza, visto che il sindaco appartiene al suo stesso schieramento.
In Toscana c’è invece la testa del Movimento riscatto agricolo, e il personaggio di punta è Salvatore Fais, ragazzo di Poggibonsi (classe 1993) che sembra un fotomodello e fa il pastore con le pecore lavorando poi il formaggio nell’azienda agricola di mamma e papà, la Fais e Serra. Ha avuto qualche problema con il fisco in passato per sei cambiali da 500 euro non onorate, ma poi la cosa si è chiusa. Ci tiene a fare sapere che né lui né il suo movimento sono politicizzati. Ora è alle porte di Roma e vorrebbe tanto essere ricevuto da Giorgia Meloni. Si capisce che non gli piace affatto Calvani, mentre dai suoi profili social è ben chiaro come il suo vero mito sia Vasco Rossi.
(da Open)

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UN PLEBISCITO CONTRO BIGON: NON E’ PIU’ VICE SEGRETARIA DEL PD A VERONA DOPO IL SUO “NO” SUL FINE VITA

Febbraio 7th, 2024 Riccardo Fucile

L’ESPONENTE DEM CON LA SUA ASTENSIONE HA FATTO NAUFRAGARE IL PROGETTO DI LEGGE IN REGIONE

Anna Maria Bigon, la consigliera regionale del Partito democratico che con la sua astensione ha fatto naufragare il progetto di legge sul fine vita in Consiglio regionale del Veneto, non è più vice segretaria del Pd di Verona.
Una mozione approvata con un solo voto contrario dalla direzione scaligera ha di fatto confermato il provvedimento deciso dal segretario veronese Franco Bonfante. Un provvedimento che venne subito criticato sia dalla segreteria regionale che da quella nazionale Elly Schlein che si è detta “rattristata”.
Il 16 gennaio scorso il consiglio regionale del Veneto aveva voluto esprimersi – su volontà anche del presidente Zaia- sulla proposta di legge dell’associazione Coscioni che riprende la sentenza della Corte costituzionale in tema di fine vita. Si trattava di dare una cornice medico assistenziale a una prestazione sanitaria che già viene erogata, fissando quindi tempi certi e procedure precise.
Il governatore Luca Zaia e una buona parte della Lega che fa riferimento alla sua corrente hanno votato a favore, mentre Fratelli d’Italia e Forza Italia si sono espressi contro. Decisivo è stato il voto di Anna Maria Bigon del Pd, che era stata invitata dai suoi a uscire per abbassare il quorum e far quindi passare per un solo voto la legge.
Dopo una decina di giorni da quel voto il segretario veronese del Pd Franco Bonfante ha portato nel consiglio del direttivo la sua decisione. «Non credo nelle sanzioni disciplinari, anche perché si trattava di scelte politiche» aveva detto Bonfanti nella sua relazione aggiungendo che non si trattava di contrapposizioni tra laici e cattolici. La direzione del Pd veronese di lunedì sera era stata convocata per mettere ai voti le due posizioni contrapposte. Il risultato (46 voti a favore, 2 astenuti e 1 contrario) è stato un plebiscito per Bonfante e quindi per la revoca del mandato a Bigon. Nella sua relazione Bonfanti premette che divorzio e aborto e unioni civili sono conquiste sociali «di cui dobbiamo essere orgogliosi» e sottolinea l’importanza del suicidio assistito, la cosiddetta “buona morte”. Poi parla di un’occasioen persa poiché la proposta regionale affossata in consiglio veneto «era unpasso avanti rispetto al vuoto attuale». C’erano anche opportunità politiche, secondo Bonfanti: «il calcio di rigore a porta vuota a nostro favore si è tramutato in un autogoal, che credo non abbia precedenti nella storia legislativa veneta del Pd».
(da agenzie)

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IL GOVERNO DANESE PENSA DI RENDERE OBBLIGATORIO IL SERVIZIO MILITARE ANCHE PER LE DONNE

Febbraio 7th, 2024 Riccardo Fucile

L’INIZIATIVA E’ STATA LODATA DALLE FEMMINISTE INFASTIDITE DALLA DISPARITA’ DI TRATTAMENTO: “SE SI VUOLE CREARE UN AMBIENTE DI LAVORO MODERNO, SERVE LA PARITÀ DI CONDIZIONI”

Il governo danese sta esaminando una nuova formulazione più robusta per il servizio militare e nella riforma si discute della possibilità o meno di includere le donne nel servizio di leva.
Attualmente, in Danimarca, solo gli uomini sono tenuti a sottoporsi ai test per l’ammissione, mentre le donne non hanno l’obbligo di prestare servizio militare, al quale possono prendere parte su base volontaria.
In Norvegia e in Svezia, sia uomini che donne sono chiamati a sottoporsi ai test per il servizio militare, mentre in Finlandia rimane obbligatorio solo per gli uomini.
In Danimarca, si discute da tempo della possibilità di obbligare anche le donne al servizio militare, ma in una recente intervista alla rete di servizio pubblico danese, DR, l’attuale ministro della difesa, Troels Lund Poulsen, non ha fornito una risposta definitiva alla domanda sulla sua posizione in merito: “È una bella domanda. Vi dirò cosa penso e qual è la posizione del Partito Liberale quando presenterò il mio modello finale,” ha dichiarato il ministro che ha spiegato come all’interno del governo di coalizione ci siano opinioni contrastanti in merito.
Le donne danesi hanno l’opportunità di prendere parte al servizio militare dal 1998 e dal 2015 vengono invitate per posta, ricordando loro l’opportunità di servire ma senza alcun obbligo. Nel 2023, il 25% di coloro che hanno svolto il servizio militare in Danimarca erano donne, ma se venisse attuata la riforma, la percentuale aumenterebbe.
Il fatto che donne e uomini siano trattati in modo diverso nel Paese scandinavo infastidisce diverse ragazze: “La cosa ci infastidisce molto perché vediamo molti vantaggi nella coscrizione femminile. In Svezia e Norvegia avviene già da sei anni” ha dichiarato Sandra Thorshauge a DR. “Se si vuole creare un ambiente di lavoro moderno, uomini e donne devono essere impiegati a parità di condizioni,” ha concluso.
(da agenzie)

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E’ GUERRA APERTA TRA JOHN ELKANN E GIORGIA MELONI: AGLI ATTACCHI DELLA DUCETTA SULLE RICHIESTE DI STELLANTIS, L’EREDE FIAT RISPONDE MOLLANDO UN PESANTISSIMO SCHIAFFO: SCENDE A ROMA, SCAVALCA IL GOVERNO DUCIONI E INCONTRA SERGIO MATTARELLA

Febbraio 6th, 2024 Riccardo Fucile

DI PARLARE CON “IO SO’ GIORGIA” SE N’E’ FREGATO: A ROMA INCONTRA ANCHE GIORGETTI, L’AMBASCIATORE USA IN ITALIA, IL CAPO DELL’ARMA DEI CARABINIERI TEO LUZI E IL GOVERNATORE BANKITALIA PANETTA

E’ guerra aperta tra John Elkann e Giorgia Meloni. Lo scontro durissimo tra il gruppo automobilistico Stellantis e il governo Ducioni, che si è consumato sugli incentivi per la produzione di auto elettriche e sulla tenuta occupazionale degli stabilimenti italiani, ormai è deflagrato.
Nei giorni scorsi, visto anche l’innalzamento della tensione con botta e risposta tra l’ad di Stellantis, il tosto portoghese Carlos Tavares, che ha minacciato la chiusura degli stabilimenti, e Giorgia Meloni che ha replicato da Tokyo (“L’amministratore delegato di una grande società sappia che gli incentivi di un governo non possono essere rivolti a un’azienda nello specifico”), l’entourage più fidato ha espresso la sua preoccupazione a di John Elkann.
I consiglieri dell’Ingegnere hanno evidenziato le ripercussioni negative di questa “guerra” con l’esecutivo. Un primo colpo, ad esempio, si è registrato sui conti del gruppo Gedi, dopo il taglio della pubblicità operato dalle aziende partecipate di Stato per la linea editoriale anti-governativa sia di “Repubblica” che della “Stampa” .
Il consiglio che è arrivato alle orecchie di Yaki è stato quello di prendere in considerazione una de-escalation nella sfida a distanza con il governo. “Ingegnere”, gli hanno sussurrato, “ma ci conviene?”.
John Elkann è stato tranchant e ha mollato uno sganassone (simbolico) ai suoi pavidi consiglieri: “Si continua così, la linea non si cambia”. E poi si è attivato per mollare un calcione alla Ducetta, bypassandola, incontrando a Roma il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il ministro dell’Economia Giorgetti.
Un segnale di ostilità inequivocabile: con te, cara Reginetta della Garbatella, dei piani di Stellantis per l’Italia non parlo. Un guanto di sfida senza precedenti lanciato da un imprenditore al capo del governo.
Infatti, Elkann non ha mai voluto incontrare “Io so’ Giorgia” da quando quest’ultima si è insediata a Palazzo Chigi (invece il nipote di Gianni Agnelli si mobilitò e venne a Roma per incontrare Mario Draghi).
Elkann, nel suo tour sotto il Cupolone, non si è fatto mancare niente: ha incontrato anche l’ambasciatore Usa in Italia Jack Markell, il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Teo Luzi e il Governatore di Bankitalia Fabio Panetta.
Incontri ad altissimo livello, un giro dei “poteri forti”, che hanno mandato fuori di testa il “cerchio tragico” di Palazzo Chigi: da Fazzolari in giù, l’inner circle meloniano ha visto nella mossa romana di John Elkann (e ha visto bene, stavolta) un tentativo di scavalcare e delegittimare la premier, anche sbeffeggiandola con l’incontro con il Presidente della Repubblica.
Basta leggere l’Ansa: “Gli incontri, programmati da tempo, hanno offerto l’occasione per fare il punto sulle attività italiane del gruppo. Elkann ha ribadito l’impegno per realizzare i progetti industriali in atto e per le attività di comune interesse oggetto del tavolo al Mimit”. Ecco: Mattarella ed Elkann hanno parlato di Stellantis: ora immaginate il volto della Ducetta che si vede sfilare dal Quirinale ciò che considera di sua assoluta pertinenza. Peggio dei fuorionda di Giambruno.
Comunque, nella guerra a distanza tra Yaki e Giorgia chi rischia di uscire con le ossa rotte è l’Italia. Senza un piano industriale e una visione chiara del futuro dell’automotive, la concorrenza cinese delle auto elettriche a basso costo rischia di spazzare via molti posti di lavoro tra gli stabilimenti di Mirafiori, Pomigliano e Cassino.
Francia e Germania hanno elargito incentivi per le auto elettriche per difendere la produzione interna e rallentare l’aggressione dei propri mercati da parte delle aziende di Pechino. La Melona che farà? Farà chiudere Pomigliano e Cassino, così Elkann impara a non far cambiare la linea politica dei suoi giornali?
(da Dagoreport)

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IL PADRE DI ILARIA SALIS: “DALLO STATO NON CI ASPETTIAMO PIÙ NULLA, CI È STATO NEGATO TUTTO”

Febbraio 6th, 2024 Riccardo Fucile

IL LEGALE DELLA 39ENNE DETENUTA A BUDAPEST ANNUNCIA: “SIAMO PRONTI A FARE UN’ALTRA ISTANZA PER CHIEDERE I DOMICILIARI”

“Dallo Stato non ci aspettiamo più nulla, non abbiamo attese particolari, ci è stato negato tutto e ora dobbiamo continuare a cercare autonomamente delle soluzioni”: è quanto ha detto all’ANSA Roberto Salis, il padre di Ilaria Salis, la 39enne detenuta da circa un anno a Budapest con l’accusa di aver aggredito due militanti neonazisti, dopo l’incontro avvenuto ieri a Roma con i ministri Antonio Tajani e Carlo Nordio.
“Ho sentito Ilaria – aggiunge – sperava di avere buone notizie e ci è rimasta male. È molto delusa e un po’ agitata”. Per quanto riguarda i domiciliari in Ungheria “è un’ipotesi che non piace a nessuno ma vedremo”.
“Siamo pronti a fare un’altra istanza” per chiedere i domiciliari, “sperando che la magistratura questa volta non la rifiuti”. Lo dice all’ANSA l’avvocato ungherese di Ilaria Salis, Gyorgy Magyarto.
“Ilaria è un’antifascista fiera che non vuole darsi alla fuga e il giudice può essere convinto in questo senso”, ha aggiunto precisando che “i domiciliari a Budapest, dal punto di vista del lavoro della difesa, sarebbero la soluzione migliore” in un processo che si preannuncia lungo, con la prossima udienza a fine maggio e la successiva non prima di “settembre”.
L’avvocato, che sostiene la difesa nel processo alla Corte municipale di Budapest, ha spiegato di capire i motivi dell’imputata, della famiglia e dei legali italiani, per farla tornare in Italia ma, secondo lui, una sorveglianza cautelare ai domiciliari nel suo Paese renderebbe più difficile il lavoro della difesa.
“Sarebbe meglio cercare una dimora sicura a Budapest, accettata come tale dalla magistratura e dalla polizia ungheresi, con la garanzia di un braccialetto elettronico contro ‘il pericolo di fuga’ – motivazione che ha portato al rifiuto delle precedenti richieste di domiciliari”, ha aggiunto precisando che tale soluzione “può assicurare un contatto continuo con i difensori”.
Il legale ha poi confermato che Salis, su insistenza della difesa, sta iniziando a ricevere il materiale probatorio tradotto in italiano ma – ha puntualizzato – “c’è ancora un lungo lavoro” da fare.
(da agenzie)

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PREMIERATO? BOCCIATO: IL NUOVO TESTO, SU CUI LA MAGGIORANZA HA TROVATO L’ACCORDO (GIUSTO IN TEMPO PER LE EUROPEE), FA VENIRE L’ORTICARIA AI COSTITUZIONALISTI

Febbraio 6th, 2024 Riccardo Fucile

“IL QUIRINALE È ANCORA PIÙ INDEBOLITO, E LA VITA DEL PARLAMENTO È NELLE MANI DEL PREMIER”… CON LA NUOVA FORMULAZIONE, CHE FA INCAZZARE ANCHE MARCELLO PERA (ELETTO CON FDI), È PREVISTO LO SCIOGLIMENTO AUTOMATICO DELLE CAMERA IN CASO DI SFIDUCIA… GIULIANO URBANI: “FORMULA GREZZA CHE NON HA FUTURO”

Giuliano Urbani, politico e politologo, già ministro, tra i fondatori di Forza Italia, 86 anni, gran parte dei quali dedicati a studiare e analizzare i partiti e le istituzioni. È convinto che una riforma dello Stato che dia stabilità ai governi sia necessaria, anzi indispensabile.
Ma così no, così non è che un ballon d’essai , fragile e sballottato dalle correnti. E, usando un’altra immagine, il professore pensa che un cambiamento della forma dello Stato così concepita non potrebbe che «finire a Patrasso», corruzione popolare del biblico «Ire ad patres», cioè, andare a raggiungere gli antenati, risolversi in nulla, morire.
Ma intanto, professore, il premierato sta prendendo forma.
«La proposta al momento non è che uno scheletro, una formula grezza che non credo abbia futuro, non in questa forma».
Cosa non la convince?
«La riforma dello Stato è un tema importantissimo e delicato, da maneggiare con cura.
Scelte come questa devono essere condivise. Non dico necessariamente in ogni dettaglio Ma lo spirito deve essere comune. Altrimenti vengono magari approvate da una maggioranza, Ma poi alla fine non reggono alla prova dei fatti, non funzionano».
Molto si discute sul rapporto tra il capo dello Stato e un premier eletto dal popolo.
«È evidente che così si riducono i poteri del presidente della Repubblica. Bisogna discuterne. E invece non se ne parla, si dice che non sarà un problema, mentre rispondere così non è che una rimozione del problema».
Si propone anche un premio di maggioranza.
«Ecco, questa è la bomba atomica. Io penso che in qualche forma andrebbe previsto, ma non è uno scoglio da poco. È evidente che sulle regole del gioco sia necessario un accordo».
Servirebbe il ballottaggio se nessuno superasse nelle urne il 50 per cento?
«È possibile, è un’altra cosa su cui ragionare».
E il tema della «staffetta» in caso di sfiducia?
«Sta dentro il tema del ruolo e delle funzioni del Parlamento, altra questione da affrontare. La verità è che bisogna negoziare: non è una parolaccia, è indispensabile».
Con la riforma approvata Mattarella si dovrebbe dimettere?§«Conto che a nessuno venga in mente un’assurdità simile».
(da Corriere della Sera)

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GLI AGRICOLTORI STANNO ALL’UE COME I TASSISTI ALL’ITALIA: ALLA FINE L’HANNO SEMPRE VINTA E NESSUNO HA IL CORAGGIO DI FARLA FINITA CON I RICATTI

Febbraio 6th, 2024 Riccardo Fucile

URSULA VON DER LEYEN RITIRA LA PROPOSTA “SUR”, CHE MIRAVA A RIDURRE DEL 50% L’USO DI PESTICIDI NEL SETTORE AGRICOLO ENTRO IL 2030… VIVREMO IN UN MONDO SEMPRE PIU’ DI MERDA, MA L’IMPORTANTE E’ NON DISPIACERE ALLA LOBBY DEGLI AGRICOLTORI CHE ORMAI GUADAGNANO PIU’ DAI CONTRIBUTI EUROPEI CHE A COLTIVARE LA TERRA

Un altro pezzo del Green deal e della strategia Farm to fork è stato sacrificato da Ursula von der Leyen sull’altare della collera rurale. La presidente della Commissione ha annunciato davanti al Parlamento europeo il ritiro della proposta “Sur”, che mira a ridurre del 50 per cento l’uso di pesticidi nel settore agricolo entro il 2030. L’annuncio è cosmetico.
La proposta, contestata dall’industria dei pesticidi e dalle grandi lobby agricole, era già stata rigettata dal Parlamento europeo ed era in stallo nei negoziati tra i governi al Parlamento europeo. Ma l’annuncio è altamente simbolico. Di fronte alle proteste degli agricoltori, a quattro mesi dalle elezioni europee, von der Leyen ha scelto di rinunciare agli obiettivi più ambiziosi del Green deal, anche a costo di compromettere la promessa di azzerare le emissioni nette dell’Ue entro il 2050.
Il ritiro arriva dopo il lancio del Dialogo strategico sul futuro dell’agricoltura, il nuovo rinvio dell’introduzione obbligo di mettere a riposo il 4 per cento dei terreni coltivabili, l’introduzione di salvaguardie per limitare le importazioni di prodotti agricoli dall’Ucraina, la sospensione di fatto dei negoziati sull’accordo di libero scambio con il Mercosur e la promessa di una proposta entro fine mese per ridurre il carico amministrativo degli agricoltori.
Questo pomeriggio la Commissione presenterà gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 per il 2040: un taglio del 90 per cento rispetto ai valori del 1990. Le emissioni del settore agricolo ammontano al 14,3 per cento del totale nell’Ue. L’agricoltura è stata sostanzialmente risparmiata dai sacrifici e dagli investimenti necessari a realizzare l’obiettivo di tagliare del 55 per cento le emissioni entro il 2030.
Ma gli agricoltori saranno nuovamente risparmiati dalla proposta di oggi della Commissione. Dai documenti che saranno adottati dal collegio presieduto da von der Leyen sono scomparsi i riferimenti a una riduzione del 30 per cento delle emissioni di metano, azoto e altri gas legati all’agricoltura. Nelle bozze originarie, il settore agricolo era considerato come “una delle aree fondamentali per ridurre le emissioni di gas a effetto serra entro il 2040”.
(da agenzie)

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