Settembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
INTERVISTA A JOHN FOREMAN, ANALISTA DI CHATHAM HOUSE ED EX UFFICIALE DELLA MARINA DA GUERRA BRITANNICA
John Foreman, al tempo attaché militare all’ambasciata del Regno Unito, racconta a
Fanpage.it: “Ci allarmavano il suo voler riallacciare rapporti cordiali con le forze armate russe, e le simpatie politiche. La affinità con Putin e l’ego gli impedirono di capire che Mosca avrebbe invaso l’Ucraina”.
Aveva posizioni “preoccupanti” sulla Russia, per i diplomatici di altri Paesi NATO. Ed “era esplicito nella sua nostalgia per il ventennio fascista”. Quando divenne attaché militare all’ambasciata d’Italia a Mosca, l’attuale leader di Futuro Nazionale forse non vedeva ancora il mondo al contrario, ma aveva già idee vannacciane su parecchie cose, spiega a Fanpage.it un suo collega di allora. John Foreman, l’ufficiale della Marina da guerra britannica che ricopriva all’ambasciata del Regno Unito lo stesso ruolo che Vannacci aveva alla nostra, strinse rapporti di lavoro e sociali abbastanza stretti da conoscerlo bene. Dopo l’adrenalina dei periodi passati nei reparti d’élite dell’esercito italiano, al comando del 9° Reggimento d’assalto paracadutisti Col Moschin e della Brigata Folgore, la pacatezza di Villa Berg, sede della nostra diplomazia nella capitale russa, dovette sembrargli una specie di paradiso. E le persone che incontrava nel suo ufficio, al numero 5 di Denezhny pereulok, due passi dalla Nony Arbat, cuore della città, erano ben diverse dalla “feccia” conosciuta durante i combattimenti in Iraq, in Afghanistan, in Libia, in Somalia e in Bosnia. Vannacci era rilassato. E parlava con i colleghi stranieri senza le cautele che il suo incarico in teoria prevede.
John Foreman attualmente è un ascoltato analista di Chatham House, il think tank londinese di politica estera. Ufficialmente irreperibile perché in vacanza, ci risponde brevemente al telefono.
Comandante Foreman, il Vannacci che lei ha conosciuto a Mosca corrisponde al “cavallo di Troia” di Putin descritto dal report dell’ERCF, l’ European Council on Foreign Relations, poi ripreso dal Financial Times?
Non credo che sia un “candidato manchuriano” (in gergo diplomatico-militare: un politico o funzionario segretamente controllato o manipolato da una potenza straniera, ndr). Ma di sicuro era un “fellow traveler” del Cremlino. Simpatizzava per la politica di Mosca.
Un “utile idiota”, per dirla con Lenin – se mai l’ha detta?
Aveva affinità con il concetto politico dell’uomo forte. Era un ammiratore del potere statale. Era l’espressione di quel tipo di militari italiani convinti che non dovremmo essere in conflitto con la Russia, ma che la Russia dovrebbe essere un partner. Il loro atteggiamento era: “Lasciamoci il passato alle spalle”.
La forza del capo e dello Stato sono cardini dell’attuale sistema di potere in Russia e di tutti i regimi autoritari e totalitari. Vannacci, quando era a Mosca, ha mai esplicitato visioni nostalgiche del fascismo storico italiano?
Oh, non le nascondeva affatto.
E lei, come attaché militare di un Paese NATO, non si preoccupava per queste posizioni del suo omologo all’ambasciata d’Italia?
Sì, certo. In particolare, ero allarmato perché lui aveva come obiettivo quello di creare rapporti militari cordiali con i russi. E trovai allarmante anche la sua analisi superficiale e sbagliata nel 2022, prima della guerra (Vannacci escludeva la possibilità che la Russia invadesse l’Ucraina,ndr).
Perché, secondo lei, sbagliò così di brutto?
La sua affinità con la Russia e con il regime, la sua scarsa comprensione del più ampio contesto storico e, forse, la considerazione che aveva di sé e il suo ego gli impedirono di formulare una valutazione corretta.
In che senso il suo ego gli proibiva di valutare i fatti correttamente?
Con Roberto, è una questione di carattere e capacità di giudizio. Agiscono in parallelo.
Può elaborare?
Preferisco farlo con più calma, in un altro momento. Comunque, Roberto Vannacci è una figura per certi versi autoritaria. Si può cogliere la sua affinità con il pugno di ferro di Putin e con la narrazione del Cremlino secondo cui Putin avrebbe riportato disciplina e ordine.
Il Vannacci di allora era pro-Italia fino in fondo, come dice oggi? O aveva adottato un concezione degli interessi italiani che di fatto era utile al Cremlino?
La sua posizione era “prima l’Italia”.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
PIU’ IRRIDUCIBILE DELLA MALASORTE, ANZICHE’ ASCOLTARE I CO-FONDATORI DI FDI, LA RUSSA E CROSETTO, L’UNDERDOG PREFERISCE CIRCONDARSI DALL’AFFETTO DEL SUO CIRCOLETTO DELLA GARBATELLA… SA CHE L’ARMATA BRANCA-MELONI NON PUO’ REGGERE FINO A OTTOBRE 2027, OCCORRE ANTICIPARE IL VOTO AD APRILE, LASCIANDO LE COMUNALI A GIUGNO – MA MATTARELLA VUOLE L’ELECTION-DAY A CUI SI OPPONE LA MELONI, TERRORIZZATA DALL’EFFETTO TRAINO DI UN FILOTTO DEL CENTROSINISTRA
Giorgia Meloni è entrata in modalità “Cattivissima me”. Di fronte ai guai e ai turbamenti che affollano la sua cofana bionda, si prepara ad armarsi e a non lasciare prigionieri.
Domani, con il comizio a Bari per festeggiare il record di longevità del suo Governo, calzato l’elmetto, coltello tra i denti, inizia ufficialmente la campagna elettorale per tentare di uscire dal pantano in cui si è infilata la “Thatcher della Garbatella”.
Eppure per quattro anni la Ducetta ha navigato in acque tranquillissime: grazie a un’opposizione di quelle pippe al sugo di Schlein e Conte, è andata avanti noncurante della crisi economica e delle guerre, riuscendo con il suo linguaggio retorico da “donna der popolo” ad anestetizzare gli italiani.
Poi, improvvisamente, qualcosa è cambiato: il 22 e 23 marzo, la vittoria del “No” al referendum sulla giustizia, ha fatto saltare il tappo. E tutto è iniziato ad andare storto: è arrivato il “vaffa” di Trump, il caos con la riforma elettorale, le liti con gli alleati, le bollette alle stelle.
La barca di Giorgia Meloni ha iniziato a prendere acqua, con intorno i suoi due alleati che annaspano. Matteo Salvini è ormai un leader senza base: commissariato dai “nordisti” che chiedono la sua testa, rincuorato da una ridotta di fedelissimi con pochi voti, sta traghettando la Lega verso il baratro, dopo aver regalato a Roberto Vannacci un ascensore verso l’Europarlamento e la legittimità politica.
Se Salvini piange, Tajani non ride: il ”magggiordono” preferito di casa Meloni è osteggiato dal corpaccione del suo partito, con gli “azionisti di maggioranza” di Forza Italia, Marina e Pier Silvio Berlusconi, che da mesi chiedono inutilmente un rinnovamento che non arriva.
Entrambi i partiti sono ormai superati nei sondaggi da Futuro Nazionale, e senza le truppe vannacciane per il centrodestra si mette male alle elezioni: anche con il “Melonellum”, raggiungere la soglia del 42%, per ottenere il premio di maggioranza, sarebbe possibile solo con il generale putiniano.
La situazione è da allarme rosso, e Giorgia Meloni l’ha capito. La Ducetta non intende rassegnarsi alla disperazione, piuttosto si prepara a rispolverare la cazzimma di un tempo e a lottare colpo su colpo. Il guaio – per lei -, è che si circonda dall’affetto dei suoi cari della Garbatella e non si fida delle poche voci sagge dei due co-fondatori del suo partito, La Russa e Crosetto, che di politica si intendono.
La prova la si è avuta in questi giorni, con la gestione imbarazzante del caso “Report”. L’ad della Rai, Giampaolo Rossi, ha sempre agito “su commissione”. L’ex filosofo di Colle Oppio si è sempre coordinato con i vertici meloniani, avendo un filo diretto con la Fiamma Magica di Fazzolari, Arianna e Scurti, (non con Mantovano).
È da attribuire quindi alla gang del Colle Oppio la scelta scellerata di togliere la conduzione di “Report” a Sigfrido Ranucci, dando al giornalista quello che cercava dall’inizio, ovvero la scusa per trasformarsi in martire.
Quei geni dei meloniani hanno così tirato fuori dal cilindro il nome di Giulia Presutti, riuscendo nel miracolo: riunire la redazione di “Report” e ricompattare la squadra della trasmissione, che si era frantumata tra invidie personali, ansie da prime donne e vendette incrociate.
Della questione “Report” non sarebbe stato informato il direttore del Tg1, Gian Marco Chiocci, ma sarebbe tutta farina del sacco dell’asse Rossi-Palazzo Chigi.
Giorgia Meloni si è fidata della fiamma magica, eppure gli avvertimenti non le sono mancati. A suggerirle nemmeno troppo velatamente che “rimuovere” Ranucci fosse una cazzata, ci aveva pensato il più arguto (politicamente) dei suoi colleghi di partito: Ignazio La Russa.
Domenica scorsa il mai paludato presidente del Senato, dalla sua Sicilia, ha insistito: “Io ho detto tenetelo Ranucci perché qualunque inchiesta di Report adesso tutti capiranno che è una bufala, che Dio ce lo conservi”.
Come ‘Gnazio, anche l’altro cofondatore di Fratelli d’Italia, Guido Crosetto, è scettico sulla “epurazione” dell’amico “fraterno” di Valter Lavitola. Non a caso, due giorni fa con un tweet ha addirittura manifestato solidarietà a Sigfrido Ranucci: “Valgono, per me, nei confronti del caso Report e di Ranucci, le stesse riflessioni che ho sempre fatto nei confronti di chiunque. Sono disgustato dalle continue violazioni del segreto investigativo e dalla pubblicazione di intercettazioni e chat che, per legge, non dovrebbero essere pubblicate. Lo considero un vulnus alla Costituzione e alla democrazia”.
Crosetto ha poi aggiunto: “Allo stesso tempo, difendo il diritto di non essere giudicati moralisticamente solo sulla base delle persone che si frequentano. Sono e rimango garantista. E continuerò a considerare una barbarie inaccettabile questo modo di fare informazione e di celebrare processi nelle piazze mediatiche. Anche quando a subirlo è qualcuno che, in passato, di quella stessa barbarie è stato spesso interprete…”
Parole che hanno ricevuto un plauso dello stesso giornalista, e che forniscono un’ulteriore prova della distanza tra Crosetto e i vecchi camerati che occupano Palazzo Chigi. Sia lo “Shrek di Cuneo” che il siculo-milanese La Russa sono visti dal trio Fazzo-Scurti-Arianna come degli estranei, non appartenendo al gruppetto romano-laziale della “fogna” di Colle Oppio. Al massimo, La Russa viene chiamato “spurio” (non autentico), e Crosetto “abusivo”, in quanto democristiano.
Al bailamme Rai si aggiunge il caos totale sulla legge elettorale: i meloniani di rito romano sostengono che l’emendamento di Marcello Pera sul ballottaggio, infatti, sia stato “consigliato” proprio da Ignazio La Russa, cosa che avrebbe fatto sgranare gli occhioni a Giorgia Meloni. Incazzatissima con l’amico di Danielona Santanchè, la Ducetta è agitata anche perché sa che il Governo potrebbe non reggere al mancato passaggio dello “Stabilicum” a Palazzo Madama, il prossimo 15 settembre.
L’idea condivisa e sussurrata nei palazzi romani è che i vertici di Fratelli d’Italia siano convinti che, al 60-70%, si andrà a votare ad aprile.
Quello che non contemplano è che non è il Governo a decidere quando si vota, ma il presidente della Repubblica. E Sergio Mattarella non è affatto convinto che sia la scelta giusta spendere milioni di euro per due tornate elettorali.
Nella situazione economica drammatica in cui si trova il Paese (tra benzina a 2,5 euro al litro, bollette alle stelle e stipendi da paese del terzo mondo), sarebbe un messaggio pessimo per i cittadini, già con le palle piene della politica e per i costi della “Casta”.
Per il capo dello Stato, la soluzione si chiama “Election day”: una data unica, meglio a giugno, quando scadono i sindaci di Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna. Meloni si oppone: essendo cinque città governate dalla sinistra, ad alto rischio sconfitta per il centrodestra, teme l’effetto traino. Meglio dunque separare i due voti e non portarsi dietro il marchio della “perdente”
(da Dagoreport)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
IN UN PAESE IN CUI C’E’ SEMPRE PIU’ BISOGNO DI ASSISTENZA DOMESTICA, IL PERSONALE INIZIA A SCARSEGGIARE… SPESSO SONO I FAMILIARI A DOVERSI FARE CARICO DEI PARENTI ANZIANI
L’Italia è un Paese sempre più anziano, ma mentre aumenta il numero delle persone che
hanno bisogno di assistenza, diminuiscono quelle disponibili a lavorare come badanti. L’aumento della speranza di vita e un tasso di fecondità tra i più bassi al mondo hanno contribuito a rendere la struttura della popolazione italiana particolarmente anziana. Sono circa 8,8 milioni le persone che vivono sole, e il 55,2% di queste ha più di 60 anni. Per molte famiglie trovare una persona a cui affidare la cura di un genitore o di un parente anziano è quindi diventato sempre più difficile. Questo perché anche i badanti stanno invecchiando e, parallelamente, diminuiscono di numero. Il risultato è che sempre più persone finiscono per occuparsi direttamente dei propri familiari, trasformando il lavoro di cura in un secondo impegno quotidiano.
Vivere da soli e il rischio delle emergenze
Vivere da soli può diventare particolarmente complicato con l’avanzare dell’età, soprattutto quando un incidente o un problema di salute rende necessario un aiuto immediato. Secondo un’indagine del Censis condotta su oltre 2.300 famiglie che impiegano lavoratori domestici, la principale preoccupazione è proprio la mancanza di assistenza in caso di emergenza, indicata dal 50,5% degli intervistati. Al 31,6% preoccupano invece la solitudine e la mancanza di una rete di relazioni su cui poter contare. Ci sono poi le difficoltà legate alla gestione della vita quotidiana, dalle faccende domestiche alla preparazione dei pasti, fino alle pratiche burocratiche che sempre più spesso devono essere svolte online.
Le badanti sono sempre meno e sempre più anziane
Nel 2025, secondo i dati Inps, erano 412.863 i contribuenti attivi come badanti. Si tratta di un settore composto in larga parte da lavoratrici straniere, soprattutto provenienti dall’Europa dell’Est, da cui arriva circa il 40% della forza lavoro, mentre America Latina, Asia e Medio Oriente rappresentano le altre zone più rappresentate. A preoccupare è soprattutto l’età della forza lavoro, nel 2025 la fascia più numerosa era quella tra i 55 e i 59 anni, che rappresentava il 18,8% del totale. Gli over 60 erano invece il 27,2%. Un dato che mostra come anche chi oggi garantisce gran parte dell’assistenza agli anziani si avvicina piano piano all’età della pensione.
Trovare una badante è sempre più difficile
La difficoltà nel trovare personale non riguarda soltanto l’età dei lavoratori. Il lavoro domestico continua infatti a perdere occupati regolari. Secondo l’analisi dell’Osservatorio Inps, tra il 2016 e il 2025 il numero di badanti registrati è diminuito in gran parte del Paese. In media, le province italiane hanno perso il 9,6% degli addetti regolari nell’ultimo decennio, mentre in alcune zone la contrazione ha superato il 20%. A rendere meno attrattivo il settore contribuiscono anche le condizioni di lavoro. Molte badanti lavorano circa 50 ore alla settimana, ma i guadagni restano bassi rispetto alla mole di ore lavorate. Secondo l’Inps, per più della metà di chi svolge questo mestiere l’entrata mensile effettiva non supera gli 800 euro lordi. E anche quando una famiglia riesce a trovare una badante, non è detto che il rapporto duri. Secondo i dati di Elderlink, una famiglia su tre si dichiara insoddisfatta della scelta effettuata. Le difficoltà emergono spesso già nei primi mesi: il 27,9% dei contratti viene chiuso entro lo stesso anno e oltre il 12% non arriva nemmeno al primo mese.
Quando la cura diventa un secondo lavoro
Di fronte alla difficoltà di trovare assistenza, molte persone che vivono sole fanno affidamento su familiari e amici. Secondo i dati raccolti dall’Associazione sindacale nazionale dei datori di lavoro domestico, è la soluzione scelta dal 43,9% delle famiglie, percentuale che sale al 57,6% tra gli over 75. Secondo l’Istat sarebbero oltre 12 milioni i caregiver, coabitanti e non, che si occupano di accompagnare e fare compagnia ai propri cari, fornire assistenza sanitaria, aiutare un adulto nelle attività quotidiane, gestire pratiche burocratiche, occuparsi delle faccende domestiche e preparare i pasti. Il problema è che quasi il 90% degli intervistati ritiene che, occuparsi di un familiare limiti il tempo disponibile per il lavoro o per altre attività personali. La percezione è ancora più forte tra le donne, con il 93,4%, rispetto all’82,9% degli uomini.
(da Open)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
LE CRITICHE AI SUOI: “TANTO VALEVA TENERLO LI'”
Giorgia Meloni è furiosa anche stavolta. E’ quello che scrive il Fatto Quotidiano a proposito della conclusione (per ora) della vicenda di Sigfrido Ranucci. « Tanto valeva tenere lì Ranucci, così ne hanno fatto un martire», è il senso delle parole ai collaboratori.
Il dossier Rai lo segue per lei Giovambattista Fazzolari. Mentre sono pessimi i rapporti con l’amministratore delegato scelto da FdI Giampaolo Rossi. E stavolta le critiche non risparmiano nemmeno il direttore dell’Approfondimento Paolo Corsini.
Meloni non si capacita del fallimento della nomina di Giulia Presutti. Prima portata avanti e poi costretta a un passo indietro (verrà compensata con una nuova conduzione). Mentre le inchieste della trasmissione hanno spesso preso di mira FdI e il centrodestra. Ignazio La Russa e la sua dinasty, i saluti romani dei giovani di FdI, il padre della stessa premier e Gennaro Sangiuliano sono le ferite che ancora bruciano di più.
Negli anni del governo Meloni si è tentato di cancellare le repliche estive di Report e si è spostata la trasmissione dal lunedì alla domenica sera. Sempre con esiti nulli se l’intenzione era di mettere in difficoltà il programma.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
SU DI LEI PESANO I FALLIMENTI SU AUTONOMIA, PREMIERATO E GIUSTIZIA
Bari caput mundi meloniano. Tutto è pronto per la giornata campale di celebrazione del
governo più longevo della storia repubblicana: lo slogan è “governo più stabile, Italia più forte”, sono attesi settanta pullman da tutta Italia, la taranta è già nelle casse e i panzerotti pronti a friggere per nutrire gli elettori con un tocco di orgoglio locale. Le anticipazioni della vigilia fissano l’arrivo di Giorgia Meloni sul palco alle 19.30, quando la temperatura sarà più mite e il pubblico caricato dall’attesa. La premier ha preparato un intervento di circa un’ora e mezza, in cui dismetterà i panni della donna di Stato per rinfilare quelli della leader politica, tra rivendicazioni di quanto fatto e promesse per il futuro su welfare e sicurezza, fondamentali in vista della campagna elettorale.
Eppure, all’elenco dei successi che Meloni snocciolerà sul palco, una voce sarà necessariamente assente e, per paradosso, è proprio quella su cui nel 2022 la neo presidente del consiglio aveva investito di più. La leader potrà puntare sui numeri dell’occupazione in crescita, la quasi uscita dalla procedura di infrazione, lo standing internazionale e la lotta all’immigrazione clandestina, ma a mancare sarà la parola «riforme».
Il trittico era una dichiarazione d’intenti: presidenzialismo, autonomia e giustizia. Le tre riforme erano considerate fondamentali per ammodernare l’infrastruttura istituzionale del paese secondo il disegno del centrodestra, tutte e tre sono deragliate nonostante i numeri della maggioranza.
L’Italia di Meloni non sa qual è il suo posto nel mondo
Le riforme mancate
Quella del presidenzialismo – la «madre di tutte le riforme» secondo la retorica meloniana – è finita su un binario morto nonostante il passaggio in prima lettura al Senato, nel 2024. La riforma che doveva caratterizzare il mandato di Meloni ha cambiato molte volte natura, passando dal presidenzialismo al premierato, scontrandosi con le difficoltà della procedura di approvazione aggravata necessaria ai disegni di legge costituzionale. Più la premier si è ostinata a portarla avanti, più i ritocchi hanno pasticciato il testo fino a renderlo un Frankenstein indigeribile anche per i sostenitori più indefessi. Un barlume di quell’impostazione è finito nella proposta di legge elettorale, anche questa impallinata dagli emendamenti e con un percorso ancora molto accidentato. Il testo, infatti, prevede l’indicazione del premier sulla scheda elettorale, ma questa sorta di premierato di fatto rischia di diventare uno dei punti di incostituzionalità, visto che in un sistema parlamentare la prerogativa di indicare il presidente del Consiglio spetta al Quirinale. Se anche la legge passasse, la soddisfazione rimarrebbe magra rispetto ai sogni di riforma costituzionale vagheggiati a inizio legislatura.
Quanto alla riforma dell’autonomia, che è anche la più invisa all’impostazione centralista di Fratelli d’Italia, per paradosso anche l’unica ad essere andata in porto almeno formalmente. La legge – ordinaria e dunque approvata con procedura ordinaria – è stata infatti smontata da una sentenza della Corte costituzionale che ne ha evidenziato i profili incostituzionali, rendendola di fatto inattuabile nei suoi connotati più rilevanti. Qualche scampolo è rimasto, tanto che le regioni di centrodestra soprattutto a guida leghista si sono affrettate a sottoscrivere le poche intese devolutive possibili. Tuttavia la realtà poco o nulla somiglia al mito autonomista della Lega. E, a microfoni spenti, proprio questo stop viene considerato per paradosso una vittoria secondo i più realisti tra i dirigenti di Meloni.
Il referendum
L’ultimo fallimento ha riguardato la riforma costituzionale della giustizia e probabilmente è anche quello che – pur inconsciamente – determinerà il tono del comizio di Meloni. La drammatica sconfitta al referendum di marzo, infatti, è stata il vero passaggio che ha concluso politicamente l’esperienza del governo Meloni 1. Quella sconfitta col 46 per cento, infatti, ha dato alla premier la misura del suo non essere più (o di non essere mai stata davvero) maggioranza nel paese e ha infranto l’illusione di una luna di miele infinita con gli italiani. L’enorme investimento che l’esecutivo aveva fatto sul referendum ha determinato lo speculare peso psicologico della mancata vittoria.
Non a caso, sul fronte della giustizia, tutte le altre riforme minori si sono fermate: quella sulle intercettazioni galleggia in parlamento, ferma è anche la vagheggiata riforma del codice di procedura penale. Comprensibile che Meloni non voglia tornare su un terreno che ha scoperto essere minato. Tuttavia, il peso del referendum è stato ben maggiore di quello di una riforma mancata, che per altro non era nemmeno in cima alla lista delle priorità della premier. La sfida era massima: modificare la Costituzione repubblicana, in faccia alle forze di opposizione che ancora attaccavano il governo per i silenzi sul fascismo. Anche per questo la sconfitta ha fatto così male, insinuando in Meloni il dubbio che la sua maggioranza non basti. Non a caso da quel momento in poi i suoi dirigenti sono tornati insistentemente a parlare di riforma della legge elettorale, depositando poco dopo una proposta in parlamento.
Meloni salirà sul palco carica del suo successo di longevità, ma anche con i demoni di quel 46 per cento e il grande non detto delle tre riforme mancate. Dalla sua gente prenderà lo slancio per aprire di fatto una campagna elettorale di cui però non si conosce ancora la durata, visto che una data del voto ancora non c’è. Col rischio, per questo, che il governo abbia ancora molti lunghi mesi di logorio da attraversare. Il primo scoglio, il 15 settembre, sarà a palazzo Madama proprio con la legge elettorale, che rischia di aggiungersi all’elenco delle fallite riforme di sistema.
(da editorialedomani.it)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
ANCHE LA RACCOLTA FUNGHI GENERA OVERTOURISM DA BOLETO
Agli habitat naturali favorevoli alla crescita dei funghi se ne sono aggiunti due nuovi: Instagram e Facebook, che in questi giorni pullulano di porcini single (se molto grossi), ammucchiati e anche in formazione coreografica, tipo Frecce Tricolori. Laddove forti temporali hanno annaffiato il terreno surriscaldato i boleti abbondano, ma il tradizionale riserbo dei raccoglitori, che piuttosto di condividere i loro luoghi erano disposti a fingersi morti, ha ceduto di fronte all’ossessione dilagante di condividere in rete ogni singolo istante della giornata (prima o poi anche i “key moments” al cesso saranno trendy).
Ed ecco le immagini di caterve di funghi, cestini rigurgitanti, a volte decine di chili, alla faccia dei limiti di legge; spesso complete dell’indicazione del luogo di raccolta. Pare che in alcune vallate liguri si rischi l’effetto Roccaraso, migliaia di cercatori sedotti dai post sui social che rastrellano boschi e crinali. Overtourism da boleto, da finferlo e da ovolo, non se ne sentiva il bisogno e soprattutto non ne sentivano il bisogno boschi e sottoboschi, che non amano farsi calpestare dalle folle.
L’unica speranza è che fungaioli di vecchia scuola, gelosi dei loro segreti, diventino hacker e disseminino i social di fake per dirottare le orde con cestino. “Ragazzi, non avete idea di quanti porcini ho trovato stamattina all’Idroscalo!”. “Questa amanita cesarea gigante è stata raccolta nell’area cani vicina a piazzale Mazzini a Roma. Correte, ce n’è ancora un sacco!”. “Nell’autogrill di Firenze Nord c’è una buttata pazzesca di funghi, alcuni già trifolati”.
Il fine giustifica i mezzi.
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
SU LAVORO, SANITA’ E TASSE APPENA IL 24% DEGLI ITALIANI GIUDICA POSITIVAMENTE IL GOVERNO MELONI
Bocciature pesanti su energia, sanità e tasse. Su nessuno dei nove temi proposti i giudizi positivi raggiungono la maggioranza. Il tema in cui il governo ottiene il risultato migliore è la politica estera e il ruolo internazionale dell’Italia (33% positivi, 52% negativi, 15% non sa), seguita da immigrazione (27% positivi, 63% negativi) ed economia e crescita (26%-63%).
Su lavoro e salari (24%-65%), sicurezza (24%-68%) e giustizia (22%-67%) i positivi sono poco sopra un quinto. Le bocciature più nette riguardano i temi che toccano direttamente il portafoglio: sanità (20% positivi, 72% negativi), tasse (18%-72%) e soprattutto costo dell’energia e delle bollette, dove i positivi si fermano al 16% contro il 76% di negativi (49% “molto negativo”).
Le crepe raggiungono anche l’elettorato di governo. Fra gli elettori FdI il consenso è altissimo su immigrazione (84%), politica estera (84%) ed economia (79%), ma scende al 57% sulle tasse e sull’energia i negativi (49%) superano i positivi (41%). Fra gli elettori di FI, Lega e Noi Moderati i positivi sono maggioritari su politica estera (81%), economia, lavoro, immigrazione e sanità, mentre su tasse (43%-57%) ed energia (37%-62%) prevalgono i negativi.
Fra gli elettori di Futuro Nazionale il giudizio è negativo su tutti i temi tranne la politica estera (47%-51%, quasi in parità), con punte di bocciatura sulla sanità (80% negativi) e sull’energia (65%) (basi campionarie ridotte).
Governo più longevo della Repubblica: per il 59% contano i risultati non la durata
Di fronte al record di longevità del governo Meloni, che supera il secondo governo Berlusconi, il 59% degli italiani ritiene che la durata in sé non conti e che contino i risultati ottenuti, mentre il 30% giudica positivo il fatto che un governo duri a lungo dopo tanti anni di instabilità; l’11% non si esprime. L’apprezzamento per la stabilità è un tratto quasi esclusivo dell’elettorato FdI (90%). Fra gli elettori di FI, Lega e Noi Moderati le due opinioni si dividono (50% stabilità, 39% risultati), mentre fra quelli di Futuro Nazionale prevale la lettura “contano i risultati” (46% contro 36%). Nel campo largo la stabilità in sé non è considerata un valore da circa 9 elettori su 10 (86% Pd, 91% M5S).
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
CAMPO LARGO AVANTI DI 4 PUNTI SUL CENTRODESTRA SENZA VANNACCI… PD INCALZA FDI, CROLLA LA LEGA AI MINIMI STORICI
Anche il sondaggio di Youtrend per Sky TG24 conferma il sorpasso di Futuro Nazionale su Forza Italia, segna il M5S in recupero, mentre cala l’area del non voto. Fratelli d’Italia si conferma primo partito al 26,5% (+0,1% rispetto al 22 luglio). Il Partito democratico sale al 22,2% (+0,3%) e il distacco fra i due si attesta a 4,3 punti. Il Movimento 5 Stelle registra la crescita più consistente della rilevazione e risale al 12,6% (+1,1%), recuperando il terreno perso nelle ultime settimane di luglio.
Cosa succede invece nel centrodestra? Nella coalizione si compie il sorpasso che le rilevazioni di luglio avevano preannunciato: Futuro Nazionale di Roberto Vannacci sale al 7,9% (+0,3%) e supera Forza Italia, che scende al 7,1% (-0,8%), diventando la quarta forza nazionale. La Lega arretra al 4,4% (-0,5%) e Noi Moderati è allo 0,9% (+0,1%). La maggioranza di governo (FdI, FI, Lega, NM) si ferma al 38,9% (-1,1%); includendo Futuro Nazionale, l’intera area di centrodestra vale il 46,8%.
A sinistra Alleanza Verdi-Sinistra scende al 5,8% (-1%). Il campo Largo (Pd, M5S, Avs, Italia Viva) si attesta complessivamente al 43%, sopra la maggioranza di governo di 4 punti ma sotto il centrodestra allargato a Fv.
Nell’area centrista Azione sale al 3,9% (+0,2%), Italia Viva al 2,4% (+0,3%), mentre +Europa scende all’1,6% (-0,3%); il Partito Liberaldemocratico è all’1,3% e la lista Ora all’1,1%. L’area degli indecisi e astenuti torna a calare sensibilmente, al 33,6% (-4,4%), riassorbendo buona parte del calo di affluenza registrato a fine luglio.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
“SI VA NELLA DIREZIONE SBAGLIATA”…I PIU’ CRITICI SONO I GIOVANI
È il giorno dei festeggiamenti del governo Meloni a Bari per il record di “longevità”. Ma
rispetto alle aspettative di quattro anni fa, quando l’esecutivo si è insediato nell’ottobre 2022, secondo il sondaggio di Youtrend per Sky TG24, alla domanda se l’Italia sia andata nella direzione giusta o sbagliata, il 53% risponde “direzione sbagliata” e il 31% “direzione giusta”, con il 16% di indecisi.
Il giudizio ricalca le differenze politiche (97% “direzione giusta” fra gli elettori FdI, 88% “direzione sbagliata” fra quelli Pd) mentre gli elettori di Futuro Nazionale si dividono (57% “direzione giusta”, 41% “direzione sbagliata”). Il segmento più critico è quello dei 18-34enni (60% “direzione sbagliata”), quello meno critico gli over 50 (44% “direzione sbagliata” fra i 50-64enni).
Non solo. Il 39% degli italiani giudica il lavoro del governo peggiore di quanto si aspettasse, il 26% in linea con le attese, l’11% migliore; il 17% dichiara di non avere avuto aspettative particolari e il 7% non si esprime.
Dalla rilevazione emerge anche che fra gli elettori FdI il 38% ritiene che il governo abbia fatto meglio del previsto e il 49% in linea; fra quelli di Futuro Nazionale prevale invece la delusione, con il 47% che indica “peggio di quanto mi aspettavo” (base campionaria ridotta).
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »