Settembre 30th, 2026 Riccardo Fucile
IL PRANZO A ROMA TRA ANDREA STROPPA E IL FONDATORE DEL M5S
A pranzo per due ore, uno di fronte all’altro, a parlare di tecnologia, di intelligenza artificiale e, chissà, di politica. Tra Beppe Grillo e Andrea Stroppa è scoccata una scintilla di simpatia. Uno, il fondatore del Movimento 5 stelle, defenestrato da Giuseppe Conte, desideroso di riprendersi il simbolo e non ancora sazio di esperimenti politici. L’altro, esperto di informatica, in passato nello staff che curava la sicurezza di Twitter (oggi X), considerato il referente in Italia di Elon Musk. C’erano già stati dei contatti e delle affettuosità online: tra post sul blog grillino per lodare Musk e post su X di Stroppa che celebrava il Movimento delle origini. Pare che lo stesso patron di Tesla e SpaceX sia molto interessato alle idee del fondatore del M5s.
Dunque, appuntamento nel solito hotel dove alloggia Grillo quando viene a Roma (il comico era arrivato lunedì per partecipare al ricevimento all’ambasciata cinese), al tavolo anche gli ex parlamentari M5s Marco Bella, Elio Lannutti e Luca Carabetta. «Di cosa abbiamo parlato? Di tutto – spiega Bella -. Di acqua pubblica, rinnovabili e governo delle città». Ma si sta intavolando una collaborazione, volta a sviluppare un nuovo progetto politico? «Mai dire mai, non mettiamo limiti alla provvidenza – risponde Lannutti -. Stroppa è una brava persona e Grillo è un genio».
La suggestione segue le indiscrezioni uscite in concomitanza con la partecipazione del comico al podcast di Fedez, una decina di giorni fa, quando si era parlato di un’associazione rivolta ai giovani e basata sull’intelligenza artificiale. Difficile capire quanto ci sia di vero. Ma solo una settimana fa, ospite di un convegno, Stroppa si è espresso in questi termini: «La politica ripete che deve governare l’intelligenza artificiale. Io propongo il contrario: usiamo l’intelligenza artificiale per controllare la politica». E poi su X ha scritto: «L’intelligenza artificiale non è senza rischi, ma dobbiamo smetterla di vivere nella paura. L’Italia ha ancora una finestra aperta, ma è veramente piccola. Se ci affacciamo, si vedono ancora le stelle»
(da la Stampa)
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Settembre 30th, 2026 Riccardo Fucile
A NAPOLI L’EVENTO PER I 90 ANNI POSTUMI DIVENTA UNA FESTA DI CORRENTE… CRESCE IL DISSENSO NEL PARTITO
Ieri sera a Napoli, alla festa per i novant’anni postumi del Cavaliere che Forza Italia ha
allestito alla Mostra d’Oltre Mare come un musical sull’eternità di Silvio Berlusconi, sono comparsi Cristina D’Avena e Maurizio Belpietro, Albano e Bruno Vespa, e poi deputati e senatori in processione davanti a un murale dove ciascuno aveva scelto il proprio Silvio. Il festeggiato era dappertutto. Stava in cartone a grandezza naturale e sui banner, abbracciato a Putin e a Bush, seduto accanto a Obama e alla Merkel. Dice Francesca Pascale, senza mezzi termini, lei che è ancora vicina a Marina Berlusconi: “Un baraccone indecoroso. Usano il nome Berlusconi come gli pare e piace, abusando dell’educazione della famiglia che non dice nulla”. Antonio Tajani, che aveva impegni istituzionali, si è fatto vedere soltanto in video dopo la torta, una torta monumentale su cui il caramello aveva immortalato Silvio nell’atto di spolverare la sedia di Marco Travaglio, come in quella celebre sera da Michele Santoro. Ed è lì, mentre il festeggiato glassato ripuliva la seggiola del nemico (e spalla teatrale), che da Bruxelles è spuntato sullo schermo il volto di Tajani, il segretario videocollegato e remoto, acceso all’ultimo come l’ultima candelina. In mattinata, sulla Stampa, a Francesco Malfetano, Tajani aveva detto che la famiglia Berlusconi gli è sempre vicina, anche se dentro Forza Italia “c’è chi semina zizzania”. La zizzania, dunque. Antica malapianta che ha un nome latino da fiaschetteria, Lolium temulentum, “loglio ubriacante”, e una malizia vegetale che la tiene in vita da duemila anni, perché i suoi chicchi somigliano talmente a quelli del grano che per estirparla bisognerebbe rinunciare al pane. “Mi intendo di agronomia, dia retta: mai seminare zizzania perché ostacola le coltivazioni sane”, dice Francesco Battistoni, senatore e amicissimo di Tajani. E Maurizio Gasparri: “Non so esattamente a chi si riferisse Tajani, ma c’è chi inventa contrasti nella speranza che si realizzino”. Tuttavia, ieri sera, a Napoli, a una festa la cui paternità era attribuita a Tajani per interposto Fulvio Martusciello, mancavano quasi tutti i parlamentari vicini ai Berlusconi. Ed ecco la zizzania. Chi semina e chi forse miete.
E sarà certo un caso, avranno tutti avuto altri impegni (come il sottosegretario Valentino Valentini che era con Marina a Villa La Certosa), ma ieri, a Napoli, alla festa organizzata da Martusciello, che è compare di Tajani, mancavano Giorgio Mulé, il ministro Paolo Zangrillo, Alessandro Cattaneo, Debora Bergamini, Paolo Emilio Russo, Rita Dalla Chiesa, Licia Ronzulli, Matilde Siracusano, Maria Elisabetta Casellati, Patrizia Marrocco, Roberto Occhiuto… e insomma quasi tutto il gruppo che frequenta Milano e Segrate, casa Berlusconi. Dice uno di loro, pregando l’anonimato: “Non era una festa di partito. Ma un ritrovo di corrente. Perché questo è Tajani. Un capo corrente”. Cattiverie. Malizie. Anzi: zizzania? “E’ da settimane che Tajani usa parole fuori dalla logica”, sorride allora Francesca Pascale. “Come quando ha citato Mao con ‘colpirne uno per educarne cento’ o come quando, due settimane fa, ha parlato di ‘disertori’ dentro Forza Italia. Ora dice ‘zizzania’. E non si sa se è un’espressione evangelica o soltanto infantile. Chiama ‘zizzania’ la legittima espressione di un dissenso che non è solo estetico, ma è politico, e non viene solo dalla famiglia Berlusconi, ma dai dirigenti di Forza Italia, dagli eletti, dagli iscritti”. Il resto è cronaca di fine estate. Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, avverte sul Foglio che il partito non può giocare a Monopoli, fermo tre giri, e che il segretario Tajani dovrebbe ascoltare di più i Berlusconi. Paolo Zangrillo, ministro della Pubblica amministrazione, sempre sul Foglio, ha spiegato a Luca Roberto che Forza Italia con Tajani non è più una monarchia illuminata.
In Campania i dissidenti chiamano “farsa” il congresso di Martusciello, alleato di Tajani, e lo trascinano davanti ai probiviri. E lunedì a Reggio Calabria è diventato deputato Fabio Roscioli, avvocato della famiglia Berlusconi e candidato di Occhiuto, due settimane dopo che Tajani aveva ammonito che fare il deputato non deve essere un obiettivo. Fino alle parole di Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, appena pochi giorni fa: “Oggi credo che sia giusto che Antonio condivida il nostro movimento anche con le forze più giovani”. Di questo passo Tajani sta per essere trasformato nel capro espiatorio, la vittima su cui vengono caricati tutti i peccati della comunità, compresa la festa postuma per il Cavaliere, e la cui uccisione (o spedizione nel deserto) serve a far ritrovare l’unità al gruppo. Un rito antico e di inconsapevole gravità cannibalesca. Chi ama i classici ricorderà inoltre che in primavera quattordici senatori su venti avevano congedato il capogruppo Gasparri, sostenuto da Tajani, per sostituirlo con Stefania Craxi, figlia di Bettino e amica d’infanzia di Marina. Nel Vangelo di Matteo a seminare la zizzania è il nemico, di notte, mentre gli altri dormono. E con la stessa discrezione notturna, a sentire Tajani, qualcuno la sparge adesso in Forza Italia. Dice Raffaele Nevi, deputato spiritoso, uno di quelli che a Tajani vuole bene: “La zizzania è la risorsa di chi non affonda il colpo”. Perché la zizzania, a guardarla bene – ed è forse questo che intendeva Tajani, uomo dall’apparenza mite ma capace di insospettabili risorse – è l’arma di chi non ha armi. E’ il vorrei ma non posso della politica, il coltello che si ferma a metà della lama, lo strumento di chi detesta il capo senza la forza o più semplicemente i voti per rovesciarlo. Chi può colpire colpisce, gli altri mugugnano. “Cioè seminano zizzania”, dice Gasparri. Il che significa che la zizzania in sé fa pochi danni. Stordisce, annebbia la vista, provoca emicranie, proprio come il loglio dei botanici, ma raramente abbatte. Vale piuttosto come termometro, e quello di Tajani segna febbre. Il ministro degli Esteri avrebbe forse voglia di scrollarsi tutto di dosso e fare come Matteo Salvini, che ieri ha annunciato il congresso nazionale della Lega per il 24 e 25 ottobre. E infatti allude, Tajani. Il guaio è che non può. La famiglia di Salvini sono i militanti, gente che si tessera, vota, applaude e all’occorrenza fischia, mentre la famiglia di Tajani è una famiglia vera, con un cognome che sul simbolo del partito campeggia più grande del simbolo stesso. Marina e Pier Silvio ai congressi non si candidano, ma il nome del partito lo posseggono per legato testamentario. E allora a ciascuno la sua erba cattiva. Il padrone della parabola suggerisce di non sradicarla. Il falò è rinviato alla mietitura (Matteo 13,29). Si spera solo che rimanga del grano
(da Il Foglio)
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Settembre 30th, 2026 Riccardo Fucile
SOLO L’11% SI DICHIARA FAVOREVOLE ALLA CACCIA
Come voterebbero gli italiani se il centrodestra approvasse il DDL Caccia? E se invece non lo
approvasse? L’indagine Ipsos Doxa* lo ha simulato nel terzo capitolo dell’Osservatorio sulla biodiversità e sulla rappresentanza politica di Fondazione Capellino.
Il risultato è espresso come “saldo elettorale”. Il saldo mette insieme due movimenti rispetto alle attuali intenzioni di voto:
gli elettori che il centrodestra potrebbe perdere, verso altri partiti o verso l’astensione;
gli indecisi e gli astenuti che potrebbero orientarsi verso il centrodestra o verso le opposizioni.
I due scenari danno questi risultati:
se il DDL venisse approvato, il saldo stimato sarebbe di circa 560 mila voti a favore delle opposizioni (−560.160);
se il DDL non venisse approvato, il saldo stimato sarebbe di segno opposto, ma contenuto: +89.730 voti a favore del centrodestra.
SODDISFATTI E DELUSI NEI DUE SCENARI
Tra gli elettori di centrodestra, così come tra indecisi e astenuti, la mancata approvazione del DDL Caccia raccoglierebbe più consensi della sua approvazione.
gli elettori di centrodestra è stato chiesto come reagirebbero se il partito che intendono votare approvasse la riforma, oppure se decidesse di non approvarla:
in caso di approvazione, sarebbe soddisfatto il 21% e deluso il 38%;
in caso di mancata approvazione, sarebbe soddisfatto il 42% e deluso il 18%.
Agli indecisi e agli astenuti la stessa domanda è stata posta riferita alla coalizione di centrodestra:
in caso di approvazione, sarebbe soddisfatto il 9% e deluso il 43%. Tra i delusi, il 14% sarebbe un po’ deluso e il 29% molto deluso, al punto da poter votare una coalizione che si è opposta alla riforma;
in caso di mancata approvazione, sarebbe soddisfatto il 37% e deluso il 13%.
QUANTI ELETTORI DI CENTRODESTRA CAMBIEREBBERO VOTO
Il DDL Caccia rischia di far perdere al centrodestra più elettori se venisse approvato che se non venisse approvato.
Se il DDL venisse approvato:
363.390 elettori di centrodestra (il 2,9%) dichiarano che certamente non voterebbero più il proprio partito: non andrebbero a votare, voterebbero scheda bianca o nulla, oppure sceglierebbero un partito contrario alla riforma;
altri 451.780 (il 3,6%) hanno dubbi e potrebbero fare lo stesso.
Anche non approvare la riforma avrebbe un costo:
66.480 elettori (lo 0,5%) lascerebbero certamente il proprio partito, per non votare o per scegliere una lista favorevole a norme meno restrittive sulla caccia;
245.670 (il 2,0%) hanno dubbi e potrebbero farlo.
In altre parole, se il DDL Caccia venisse approvato, il numero di elettori di centrodestra che dichiarano con certezza di non votare più il proprio partito sarebbe oltre cinque volte superiore rispetto allo scenario di mancata approvazione.
COME SI COMPONE IL SALDO SE IL DDL VIENE APPROVATO
Fratelli d’Italia: −141.940 voti
Forza Italia e Noi Moderati: −126.300
Futuro Nazionale: −101.360
Lega: −42.270
Indecisi e astenuti: −148.300. È la differenza tra i 352.170 che potrebbero orientarsi verso le opposizioni e i 203.880 che potrebbero orientarsi verso il centrodestra.
Totale: −560.160**
Il saldo non è la semplice somma di chi lascerebbe e di chi potrebbe lasciare. Il modello Ipsos Doxa pesa ogni risposta in base a quanto è netta l’intenzione di cambiare e alla direzione dello spostamento.*** Per questo i voti che i partiti della coalizione perderebbero secondo il saldo (411.870) sono più di quelli persi con certezza (363.390), ma molto meno della somma di persi certi e a rischio.
UN ELETTORATO PIÙ ARTICOLATO DI QUANTO SI PENSI
Tre elettori di centrodestra su quattro (75%) ritengono importante la tutela dell’ambiente e della biodiversità e pensano che si debba fare di più. Sulla caccia, invece, l’analisi Ipsos Doxa mostra un elettorato articolato in cinque gruppi:
l’11% è favorevole alla caccia. Il valore più alto si registra in Futuro Nazionale (14%); nella Lega sono il 9%;
il 30% ha una posizione pragmatica e considera la caccia uno strumento per regolare le specie selvatiche invasive;
il 39% chiede una maggiore tutela della fauna, con regole adeguate;
il 14% considera il tema poco importante;
il 6% è del tutto contrario alla caccia.
Questi gruppi descrivono le diverse posizioni sulla caccia, mentre il 75% misura l’importanza attribuita alla tutela dell’ambiente e della biodiversità: sono quindi dati che fotografano aspetti diversi dello stesso elettorato.
Anche le reazioni agli scenari sul DDL non ricalcano necessariamente questi cinque gruppi: nella scelta di voto pesano infatti la fedeltà al proprio partito e l’importanza attribuita al tema. Per questo la quota di elettori che sarebbe soddisfatta o delusa dall’approvazione della riforma non coincide automaticamente con quella dei favorevoli o dei contrari alla caccia.
«Il dato che ci ha colpito di più non è solo quanti voti si potrebbero perdere, ma dove», afferma Pier Giovanni Capellino, cofondatore e Presidente di Fondazione Capellino «il centrodestra rischierebbe di allontanare una parte dei propri elettori e, insieme, una parte di quegli indecisi che potrebbe invece convincere. È una simulazione, non una previsione, e va letta come tale. Ma suggerisce che sulla fauna selvatica il Paese sia più attento di quanto si tenda a pensare. La biodiversità non ha colore politico: appartiene a tutti».
Fondazione Capellino ha scelto di rendere pubblici i dati dell’Osservatorio non per sostituirsi alla politica nelle sue decisioni. Lo fa per portare nel dibattito la voce delle persone e per ricordare che quelle decisioni riguardano un bene comune.
(da comunicato stampa)
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Settembre 30th, 2026 Riccardo Fucile
“SE DEVO ESSERE ‘LICENZIATO’ DA CAPOGRUPPO DELLA LEGA, SPERIAMO SIA ALMENO PER GIUSTA CAUSA. ALTRIMENTI C’È IL RISCHIO DEL REINTEGRO” … I FUTURI PROGETTI CON L’ALTRO “RIBELLE”, IL PRESIDENTE DELLA REGIONE LOMBARDIA FONTANA: “SONO CONVINTO E DETERMINATO A LANCIARE IL NOSTRO MOVIMENTO. CI RIUSCIREMO”
“Se ho paura di esser espulso dopo il Congresso? “Non ho paura di nulla, Salvini ha sempre
detto ‘male non fare, paura non avere’, e io mi rifaccio a quello”. A parlare, ospite di Rai Radio1, a Un Giorno da Pecora, è il capogruppo al Senato della Lega Massimiliano Romeo, intervistato da Giorgio Lauro e Nancy Brilli.
“Se devo essere ‘licenziato’ da capogruppo della Lega, speriamo sia almeno per giusta causa. Altrimenti c’è il rischio del reintegro…”, ha ironizzato il senatore a Radio1.
Alle vostre critiche Salvini ha risposto convocando, ad ottobre, il congresso del partito. “Sicuramente questa è un’abile mossa politica ma in un momento così delicato serve un coinvolgimento maggiore della base”.
Lei ha definito questa scelta un ‘trappolone’. Come mai? “Coi delegati della volta precedente, che lo hanno eletto all’unanimità, senza il coinvolgimento della militanza, secondo me chiunque si volesse candidare sostanzialmente non avrebbe nessuna chance”. Vi hanno definito ‘ribelli’.
Siete d’accordo? “Spiace che ci abbiano dato questa etichetta, io e altri, come il governatore Fontana, abbiamo fatto delle semplici proposte per rilanciare la Lega, come il concetto di squadra”. In questi mesi ha mai pensato di uscire dalla Lega? “Non ci ho pensato, assolutamente – ha concluso Romeo a Un Giorno da Pecora -, sono convinto e determinato a lanciare il nostro movimento. Sono convinto che ci riusciremo”.
(da agenzie)
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Settembre 30th, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO TRA DUE ANNI APPENDERÀ LA TOGA AL CHIODO, I SUOI PROGETTI DI VITA LO PORTERANNO ALTROVE. FORSE NELL’AZIENDA AGRICOLA DI FAMIGLIA, ANCHE SE A LUI NON DISPIACE FARE L’OSPITE IN TV
Cosa farà Nicola Gratteri? È la domanda che serpeggia nel pubblico di DataPolis, il Festival della cittadinanza digitale andato in scena a Bagheria, vicino Palermo.
La lezione contro le mafie del magistrato calabrese è stato uno dei momenti di maggiore partecipazione. Non è una novità. Alla presentazione dei suoi libri, il procuratore capo di Napoli riesce a radunare migliaia di persone, soprattutto nel Mezzogiorno.
Recentemente In tv, ospite di Lilli Gruber, a “Otto e Mezzo”, è sembrato il più agguerrito avversario del centrodestra, quasi un candidato natale alla leadership del campo largo (“La maggioranza ha fatto riforme quasi inutili perché non si possono applicare”).
La battaglia condotta in prima linea sul referendum per il No alla separazione delle carriere e alla riforma del Csm ha fatto schizzare in alto l’indice di popolarità attirandogli pure qualche frecciata (Calenda disse dopo il trionfo del No: “La linea al centrosinistra adesso la daranno Gratteri e la Cgil”).
A Bagheria Gratteri non perde l’occasione di pungere il ministro Nordio secondo cui bisogna tornare a fare gli appostamenti: “Mi dispiace sempre, ma non c’è incontro in cui non debba contraddire il nostro ministro della Giustizia, che è una persona buona e simpatica, però ogni volta devo parlarne male. Il ministro ha detto tante cose, tra cui il fatto che i mafiosi non parlano al telefono.
Guardate, in un’indagine abbiamo sequestrato 3 milioni e 200 mila euro in contanti trovati in una casa, nascosti sotto un piatto doccia, e li abbiamo trovati attraverso le intercettazioni. Quindi non è vero che i mafiosi non parlano più al telefono. Certo, se il Ministro si aspetta che uno dica “cara, stasera non torno a casa perché devo andare ad ammazzare un tizio”, questa telefonata non la sentiremo mai. Però i mafiosi sanno comunicare con un linguaggio criptico, e sta alla nostra intelligenza decifrarlo per arrivare poi alle banconote dentro casa”
A quanto risulta a Dagospia, il procuratore di Napoli continua a escludere un suo impegno in politica. In tanti glielo hanno chiesto (e continuano a chiederglielo). Ma quando tra due anni appenderà la toga al chiodo, i suoi progetti di vita lo porteranno altrove. Forse nell’azienda agricola di famiglia, sicuramente a scrivere libri, anche se a lui non dispiace fare l’ospite in tv. Alla festa del “Fatto Quotidiano” ha confessato: “Posso rubare il mestiere a Travaglio in televisione”. A guardare le ultime ospitate, quasi sempre su “La 7”, l’idea di un contratto con Cairo non è poi così peregrina…
Si è chiusa a Bagheria la terza edizione di DataPolis 2026, il festival promosso da Net Politics dedicato al rapporto tra dati, informazione e cittadinanza. Tra gli interventi che hanno segnato il festival, particolare risonanza ha avuto la lectio magistralis del direttore generale dell’ISTAT, Michele Camisasca, che ha ripercorso cento anni di statistica ufficiale al servizio delle politiche pubbliche.
L’astronauta dell’ESA Luca Parmitano ha portato la prospettiva dello spazio nel dialogo su dati, Terra e sostenibilità ambientale, mentre il climatologo Luca Mercalli ha aperto la giornata conclusiva con una riflessione sulle prospettive mediterranee del cambiamento A completare il quadro degli appuntamenti più seguiti, la serata con Chiara Francini, condotta da Federico Ruffo
(da agenzie)
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Settembre 30th, 2026 Riccardo Fucile
“VOGLIONO PRIVARCI DELLA CAPACITÀ BASILARE DI PENSARE, PER DELEGARLA A UNA MACCHINA, CHE POI CI RIVENDONO”… IL SUO PROGRAMMA E’ QUELLO DI RIPRENDERSI IL PAESE ARRIVANDO DA SINISTRA
Dice Alexandria Ocasio-Cortez: «Quanto accade negli Usa sotto Trump non avviene per caso.
È organizzato dall’elite ricca, che ha dichiarato la guerra di classe contro i lavoratori americani». Così svanisce l’illusione che la giovane leader dell’ala socialista dei Democratici abbia deciso di moderare le sue idee, per riposizionarsi verso il centro in vista della possibile candidatura alla Casa Bianca o al Senato.
È vero che ha ripudiato come «folle» la cultura “Woke 1”, ma per il resto il programma resta riprendersi il Paese arrivando da sinistra, nella convinzione che là ci siano spazio e consensi per la risposta progressista al trumpismo.
All’ingresso ci sono i tavolini di Democratic Socialists of America per attirare tesserati. Sul palco la accolgono le attiviste Mina Petrova e Zoe Reisman, intonando la canzone Palestina libera dal fiume al mare, ossia cancellando Israele, e augurando «lunga vita all’intifada degli studenti».
Alexandria non fa una piega e attacca: «Un fatto orribile è avvenuto nella vostra università. Una studentessa ha accusato sette ragazzi di averla drogata con la ketamina e violentata in gruppo. Sapete come ha risposto Cornell? Due li ha espulsi, ma agli altri cinque per punizione ha fatto scrivere un tema. Arrestano gli studenti per le proteste contro Gaza, ma a cinque stupratori danno la laurea dell’Ivy League!
Questa cultura dello stupro deve finire, è un atto di guerra. L’America è stanca della sua leadership corrotta». Saya Taylor domanda se dietro ci sia un disegno: «Certo. Contano sul nostro silenzio, ma dobbiamo imparare dal movimento per i diritti civili e rispondere con una disciplinata disobbedienza civile».
Uno studente chiede del clima: «Siamo già in emergenza, ma l’elite vuole appropriarsi delle risorse di tutti e consumarle». Come accade con i data center: «Questa però è una grande opportunità per noi.
Quando con il senatore Bernie Sanders ho proposta la moratoria mi hanno dato della matta, ma venendo qui, nei distretti che votano Trump, ho visto una marea di cartelli contro i data center nel loro giardino. Andate a bussare a quelle case, perché i repubblicani non lo fanno: se si sentiranno ascoltati su questo tema che li tocca da vicino poi magari vi daranno retta pure sul resto».
E l’Ice? «Ci sono due livelli di risposta. Il primo è organizzare la resistenza. Da quando Trump è entrato in carica sapevamo che avrebbe fatto razzie. Non di criminali o stupratori, perché altrimenti il primo sarebbe stato lui, ma persone normali da rapire per riempire le prigioni, gestite a scopo di lucro dai suoi amici. Bisogna informare il popolo dei suoi diritti e se gli agenti non hanno un mandato di arresto resistere. Il secondo livello è legislativo: dobbiamo abolire l’Ice, che viola la Costituzione. L’Ice è Palantir, sorveglianza, riconoscimento facciale. Verranno a prendevi, qualunque sia il vostro status, per chiudervi in questi buchi neri che violano la legge».
Ma l’emergenza non si ferma qui: «Il movimento che guida la disuguaglianza è digitale, siamo diventati gli algoritmi dei miliardari. Seminano più divisione possibile, per tenerci sotto controllo. Ma noi siamo più di loro, dobbiamo combattere questa battaglia di persona, usare la fisicità e organizzare la resistenza con la presenza».
L’Intelligenza artificiale è parte del progetto: «È il più grande furto di proprietà intellettuale mai avvenuto nella storia, perché non pagano articoli e libri con cui l’addestrano.
E Poi Sam Altman di Open AI lo ha detto: vogliono farne una utility, tipo l’elettricità. Vogliono privarci della capacità basilare di pensare, per delegarla a una macchina, che poi ci rivendono». Ne va del nostro futuro, oltre che della privacy: «Stanno costruendo profili su ciascuno di noi, fin dalla nascita. Anzi, dal momento in cui una donna resta incinta». Forse neppure gli studenti socialisti si aspettavano tanta veemenza. Ora devono decidere se questa è la loro battaglia.
(da Repubblica)
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Settembre 30th, 2026 Riccardo Fucile
LA VIOLAZIONE HA INTERESSATO I DATI DI 2,76 MILIONI DI PERSONE VIVE E 294MILA DECEDUTE – IL GOVERNO È PREOCCUPATO PER LE POSSIBILI RIPERCUSSIONI PER LA SICUREZZA NAZIONALE: I FILE INCLUDEVANO DETTAGLI SULLE MANSIONI SVOLTE DAL PERSONALE
Il database del personale del Pentagono è stato violato da utenti non autorizzati, esponendo informazioni sensibili appartenenti a un’enorme fetta di personale militare, inclusi i numeri di previdenza sociale e dettagli sui ruoli ricoperti.Lo riporta Abc News, citando un funzionario della difesa statunitense, secondo cui la violazione ha interessato 2,76 milioni di persone viventi e altre 294.000 decedute.
La portata e la delicatezza delle informazioni esposte potrebbero sollevare preoccupazioni per la sicurezza nazionale, soprattutto perché i file includevano dettagli sulle mansioni svolte da personale militare e civile. “Tra ottobre 2025 e luglio 2026, un piccolo numero di utenti non autorizzati ha avuto accesso non autorizzato a informazioni personali all’interno del sistema informativo del Defense Manpower Data Center (Dmdc).
Non appena scoperta la vulnerabilità, il Dmdc ha provveduto immediatamente a porvi rimedio”, ha dichiarato il funzionario. Il Defense Manpower Data Center funge da uno dei principali archivi del Pentagono per i dati del personale e contiene informazioni su militari in servizio attivo e di riserva, dipendenti civili, appaltatori, pensionati, veterani e familiari di militari. L’agenzia gestisce oltre 60 milioni di fascicoli personali.
(da agenzie)
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Settembre 30th, 2026 Riccardo Fucile
BAR, GRANDE NEMICO DEL PREMIER DELLO STATO EBRAICO, HA ANNUNCIATO CHE SPORGERÀ DENUNCIA PER DIFFAMAZIONE, DOPO CHE NETANYAHU L’HA ACCUSATO DI NON AVERLO AVVERTITO DELL’IMMINENTE ATTENTATO – PURE LA TV PUBBLICA ISRAELIANA, “KAN NEWS”, SBUGIARDA IL PRIMO MINISTRO
L’ex direttore dello Shin Bet Ronen Bar ha annunciato che sporgerà denuncia per
diffamazione contro Benjamin Netanyahu per aver affermato oggi che l’allora capo dei servizi segreti era a conoscenza della minaccia di un attentato nella notte tra il 6 e il 7 ottobre, ma scelse di non informare il primo ministro.
In una dichiarazione Bar chiede inoltre la pubblicazione di documenti e testimonianze sulle informazioni fornite a Netanyahu prima del 7 ottobre 2023. Bar ha affermato di aver avvertito Netanyahu di “un disastro imminente di proporzioni senza precedenti, e che il primo ministro ha ignorato questi avvertimenti”.
La tv pubblica israeliana Kan News smentisce il premier in relazione alle accuse lanciate contro l’ex capo dello Shin Bet Ronen Bar che, secondo un post lanciato nel pomeriggio dall’ufficio di Netanyahu, “la notte del 7 ottobre ebbe numerose conversazioni con l’allora capo di stato maggiore Herzi Halevi e con il capo dell’intelligence militare Aharon Haliva, durante le quali discussero di tutti gli indicatori e segnali d’allarme” da Gaza.
Kan ha tirato fuori l’inchiesta militare condotta sulle prove e sugli eventi di quella notte e presentata ai vertici politici, secondo la quale l’ex capo dello Shin Bet Ronen Bar e l’ex capo di stato maggiore Herzi Halevi non si sarebbero parlati nemmeno una volta la notte prima del massacro del 7 ottobre”.
Non solo: “Secondo l’inchiesta, quella notte la comunicazione avvenne tra i capi delle rispettive segreterie. Fu il capo della segreteria del capo dello Shin Bet a fare in modo che il capo di stato maggiore venisse svegliato durante la notte precedente al massacro”.
Una fonte che ricopriva un incarico di alto livello nel settore della sicurezza al momento del massacro, parlando con Kan News, ha definito la vicenda “un’incitazione contro i vertici delle organizzazioni di sicurezza. Il primo ministro sa che si tratta di una dichiarazione falsa”.
(da agenzie)
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Settembre 30th, 2026 Riccardo Fucile
PER IL DEPUTATO DEM JAMIE RASKIN, LA PUBBLICITÀ “POTREBBE COSTITUIRE UN GRAVE REATO DI FURTO E APPROPRIAZIONE INDEBITA DI BENI PUBBLICI A FINI DI CAMPAGNA ELETTORALE” …LA CASA BIANCA SE NE FREGA DELLE POLEMICHE E DEFINISCE LO SPOT UN “ANNUNCIO DI PUBBLICA UTILITÀ”
Bufera su Donald Trump per lo spot elettorale pagato con i fondi dei contribuenti. A criticare il presidente è il suo stesso partito. “E’ un bello spot. Mi piace il messaggio ma non dovrebbe essere pagato dai contribuenti”, ha detto il leader dei conservatori in Senato John Thune.
Una condanna dura è arrivata anche dal senatore John Cornyn, secondo il quale non c’è alcun dubbio sul fatto che i contribuenti non dovrebbero pagare. “Non preoccupatevi, usare denaro pubblico per una campagna pubblicitaria del presidente è stato fatto in passato ed è completamente legale… in una repubblica delle banane”, ironizza il deputato conservatore Thomas Massie.
Lo spot “potrebbe costituire un grave reato di furto e appropriazione indebita di beni pubblici a fini di campagna elettorale”, ha aggiunto il deputato democratico Jamie Raskin. La Casa Bianca ha difeso lo spot definendolo un annuncio di servizio pubblico. “Questi annunci di pubblica utilità hanno lo scopo di ricordare agli americani di amare il loro paese e di capire cosa lo rende degno di essere difeso”, ha messo in evidenza.
(da agenzie)
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