Novembre 6th, 2012 Riccardo Fucile
A ROMA E’ GUERRA TRA CINQUESTELLE E LA TRASMISSIONE DI VIANELLO
All ‘inizio i due militanti del Movimento 5stelle si avvicinano con aria costernata: «Scusi
signorina…. Noi, con lei, non possiamo più parlare. Ci siamo accorti in ritardo che c’era una segnalazione su Agorà …. Ci è arrivata la segnalazione che voi siete nella lista di quelli con cui noi non possiamo più parlare».
La giornalista del programma di Rai3 all ‘inizio è incredula, pensa a un errore: «Che segnalazione? È uno sbaglio?».
Risposta: «Nessun errore. La notizia è arrivata attraverso la nostra rete, via cellulare. Non l’autorizziamo più a mandare in onda la nostra immagine e la nostra voce».
Roma, ore 17.30, piazza Quadrata.
Ad ascoltare queste parole — incredula — c’è Cecilia Carpio, inviata di Agorà .
La giornalista del programma di Andrea Vianello ha appena terminato l’intervista a due militanti (un marito e una moglie, 40-50enni, in principio molto cordiali) del movimento di Beppe Grillo.
I due sono perfettamente consenzienti. Quando questo accade non ci sono polemiche o problemi, apparentemente è tutto tranquillo.
Le parole dei due su alleanze e su Grillo sono sì sbarazzine, ma perfettamente nella norma di opinioni scanzonate.
Poco dopo, invece, accade di tutto: telecamere assediate, perentorie richieste di ritrattazione, addirittura la comunicazione di una «black list grillina» sui giornalisti con cui si può parlare o no, diffide a mettere in onda.
Doveva essere una normale intervista, diventa una guerra di carta bollata, e di nuovo va in crisi il rapporto fra la televisione e partiti, fra il Movimento 5 stelle e il desiderio del suo leader di tenere i militanti lontani da ogni telecamera.
Agorà ha deciso di mandare in onda tutto, lo stesso.
Soprattutto perchè quello che fa passare i militanti del M5s dalla disponibilità alla ritrattazione è l’arrivo al banchetto di Edoardo Ceccarelli, il più anziano del gruppo.
Il «dirigente» si arrabbia, prima di tutto con i due militanti. Dice loro: «Le regole sono regole, bisogna rispettarle! Voi con loro non dovevate parlare».
La Carpio obietta: «Ma l’hanno fatto a titolo personale ».Ceccarelli ribatte: «No, l’hanno fatto dal banchetto del Movimento!».
A questo punto l’uomo che ha parlato ci ripensa: «Non mi ero accorto che ci fosse già questa segnalazione sulle vostre telecamere: devo chiedervi di non mandare in onda nulla».
La giornalista prova a discutere. Ceccarelli si attacca al telefono. E quando torna si accorge (Caso Favia docet ) che la telecamera del programma di Rai3 sta ancora registrando.
Si arrabbia: «Adesso chiamo l’avvocato e mi faccio dire cosa devo fare!». Risultato: tre mail per la redattrice di Agorà e una formale diffida: «Non autorizziamo la trasmissione delle suddette immagini, altrimenti saremo costretti ad adire a vie legali».
Prima domanda: ma cosa avevano detto i due militanti in quella intervista?
Due opinioni sui nodi caldi: «La battuta sul punto G? Era di cattivo gusto, ma rientra nel personaggio di Grillo», aveva detto uno di loro.
E l’alleanza con Di Pietro? «È una mossa politica — aveva aggiunto l’altro — potrebbe anche funzionare. L’importante è che da eletti faremo cose per i cittadini e non per Di Pietro» .
Il bello di questo paradossale pomeriggio, oltre alle due interviste, è che in quella «lista nera» di programmi ostili, senza saperlo, l’inviata di Agorà c’era finita solo pochi minuti prima.
Era andata ad un riunione del coordinamento dei portavoce del Lazio M5s sulle candidature.
La notizia era normalmente reperibile su internet, sul sito del movimento. Ma non il luogo e l’ora, al punto che alcuni militanti si erano lamentati in rete: «È una riunione carbonara».
L’inviata di Agorà , grazie ad una fonte, era arrivata nel luogo della riunione e aveva chiesto di filmare: «Nessun problema», le avevano risposto. Poi scesa nella sala (45 persone) cambio di marcia:«Non possiamo parlare, se ci mandi in onda ti quereliamo».
Oppure: «Non siamo autorizzati a parlare ci sono problemi tecnici e politici. Nessuno di noi ha l’autorizzazione a parlare a nome del M5s. Non ci mettere nei guai!».
La Carpio se ne va per chiudere il servizio al famoso banchetto di Piazza Quadrata. Essendo un luogo pubblico, pensa, non dovrebbero esserci problemi. Invece tutto salta. I ragazzi dell ‘assemblea avevano detto: «Metteremo tutti i video on line».
Ma poi i video sul sito non appaiono, e la responsabile dei rapporti con la stampa, Ilaria, non risponde più al telefono.
Domani si finirà in tribunale?
È il terzo atto di una guerra ormai dichiarata fra Grillo e la tv.
Dopo il caso Favia e il caso Salsi, il caso Roma pone un piccolo grande problema di libertà : come, e chi, decide chi parla e chi no?
Giorgio Del Re
argomento: Grillo, RAI | Commenta »
Novembre 6th, 2012 Riccardo Fucile
A RISCHIO 15 TV LOCALI LOMBARDE… COSTI, DIGITALE E FREQUENZE: “BOCCIATA LA QUALITA”
Fine delle trasmissioni per Telereporter e Telecampione. Da oggi le due emittenti della syndication nazionale Odeon, controllata dal gruppo Profit, cessano le attività . Addio tg e programmi per due canali storici del «telecomando lombardo» e addio posto di lavoro per 56 dipendenti su 97, tra giornalisti e tecnici.
«Per Natale, come regalo, riceveremo il licenziamento», dice Teresa Mastrandrea, rappresentante sindacale.
Un epilogo che rischia di riproporsi entro fine anno anche per altre tv locali della nostra regione, con una quindicina delle 35 piccole televisioni della Lombardia che corrono il pericolo di spegnere per sempre le telecamere.
Le cause? Crisi del mercato pubblicitario (-20% nel 2012); crollo dei contributi pubblici (da 150 a 60 milioni di euro l’anno), massicci investimenti tecnologici per il passaggio dall’analogico al digitale terrestre (in media 1,5 milioni di euro).
Un grido d’allarme aggravato poi dal nuovo bando per le frequenze, che penalizza le micro tv e concede incentivi per la rottamazione dei ripetitori.
Una leva quest’ultima che a Odeon hanno subito sfruttato: spegnendo una serie di impianti, incasseranno dallo Stato complessivi 22 milioni di euro di bonus.
Una manna per il gruppo Profit, in crisi dal 2009, e che lo ha spinto a far scorrere i titoli di coda per Telereporter (nata nel 1977) e Telecampione (classe 1980).
Altre tv, però, tremano in Lombardia.
A provocare le scosse è soprattutto la riassegnazione delle frequenze, dopo che i canali dal 61 al 69 dovranno essere ceduti alle compagnie telefoniche.
Una cessione che allo Stato frutterà introiti per 4 miliardi di euro e che permetterà di erogare incentivi alle tv che decidono di non andare più in onda.
Ma a minare il futuro delle televisioni regionali sono anche i criteri stessi per aggiudicarsi le frequenze, che tendono a favorire le emittenti che hanno un maggior bacino d’utenza.
«Non si premiano nè la qualità dell’informazione nè il merito imprenditoriale, ma soltanto l’estensione del segnale. Ecco perchè questo bando è una lotteria», dice Katia Sala, direttore di Teleunica di Lecco e Sondrio.
Pubblicità e finanziamenti pubblici in caduta libera completano il quadro critico.
Un panorama al centro del mirino sia al Pirellone nei mesi scorsi, sia qualche giorno fa a Palazzo Marino. Enrico Mandelli, direttore di 7 Gold: «Il moltiplicarsi di canali ha portato Rai e Mediaset a offrire spazi per gli spot a prezzi stracciati, con la conseguenza che i nostri investitori sono fuggiti da loro».
Fabio Ravezzani, direttore di Telelombardia e Antennatre: «Replicare i fatturati d’oro degli anni 80 è impossibile. Però la situazione attuale è allarmante, soprattutto perchè nè lo Stato, nè gli enti locali erogano più fondi».
Pesano sui bilanci gli investimenti sostenuti il cosiddetto switch-off: «Per il passaggio dall’analogico al digitale – spiega Gianni Visnadi, direttore di Telenova – abbiamo speso 4 milioni di euro e aperto allo stesso tempo altri due canali, ma senza ricevere nessun aiuto economico».
Paolo Marelli
argomento: televisione | Commenta »
Novembre 6th, 2012 Riccardo Fucile
L’APPELLO DELLA PRESIDENTE DEL FONDO AMBIENTE ITALIANO A UMBERTO AMBROSOLI PERCHE’ ACCETTI L’OFFERTA DEL CENTROSINISTRA A CANDIDARSI
L’ultima chiamata arriva da Giulia Maria Crespi, la paladina del Fai con magnifico palazzo
in Corso Venezia, coscienza critica dei salotti ambrosiani e già azionista di controllo del Corriere della Sera nei turbolenti anni Settanta.
«Caro Umberto Ambrosoli ripensaci e candidati al Pirellone», ha sibilato la zarina durante il commiato dell’amica architetto Gae Aulenti, altra esponente storica della mitica società civile milanese appena scomparsa.
In mancanza di nomi politici forti, capaci di produrre discontinuità nei confronti del quasi ventennio di potere formigoniano, ecco che torna forte il pressing sul figlio dell’eroe borghese.
L’avvocato Umberto due settimane fa aveva declinato l’offerta a candidarsi avanzata da un centrosinistra lombardo che brancola nel buio, spiazzato dalla rotta del Celeste e del centrodestra che implode nella sua Regione vetrina.
Diciassette anni di opposizione e nemmeno un candidato autorevole, innovativo, con un progetto di Lombardia futura in testa pronto a scendere in campo, coltivato nella dura stagione dell’egemonia bossian/berlusconiana. Ambrosoli è tentato ma alla fine dice “no grazie, non c’è tempo per costruire un progetto politico vincente e alternativo”.
Dopo il niet che avrebbe messo tutti d’accordo, politica e mondi civici, in casa centrosinistra parte la ridda di voci, nomi e mezzi nomi (Civati, Pizzul, Guerini, Biscardini, Fedrighini, Cavalli, Zamponi), tentativi di candidature unitarie, abbozzi di primarie più o meno vere e competitive.
La solita melina tra correnti interne da cui non potrà che uscire una candidatura debole, dimezzata, partorita col bilancino della mediazione.
Il risultato è che a 40 giorni dalle primarie, nella vertigine del momento, in questi giorni è tornata fuori l’idea Ambrosoli.
Chi ci riprova sono i mondi che già lo avevano lanciato un mese fa. In primis quel fronte coagulatosi intorno alla lista arancione per Pisapia sindaco capeggiata dall’assessore Franco D’Alfonso, che pesca in ambienti vicini a personalità come Marco Vitale e Piero Bassetti, ad ex esponenti tempratisi nell’esperienza pre e post tangentopoli del circolo Società Civile fondato da Nando Dalla Chiesa e, soprattutto, in quel plotone di imprenditori innovativi, banchieri moderni, primari di ospedale, giovani professori, professionisti e consulenti che nella Milano post fordista rappresenta l’evoluzione del Gran Borghese novecentesco e che l’anno scorso ha voltato le spalle a Letizia Moratti mandando a palazzo Marino l’avvocato arancione.
Proprio Pisapia è (stato) il primo grande sponsor dell’operazione Ambrosoli (lo ha voluto nel comitato anti mafia del Comune), ha provato a convincerlo (invano) con l’idea di proiettare su scala regionale il modello della Milano arancione, civismo e politica insieme.
Certo la regione, con la complessità delle partite iva pedemontane e del margine alpino non è la metropoli dei ceti professionali e del voto di opinione, però è indubbio che quella è la strada da battere, fa capire un sociologo attento come Aldo Bononi, ieri sul Corriere: «contro il disincanto dei ceti produttivi, l’unica discontinuità possibile può arrivare da un candidato civico…».
Un vento così forte che, persino nel centrodestra, l’eventuale candidatura di Gabriele Albertini porterebbe il segno di una discontinuità dal governo amico, immaginando di correre con una propria lista civica staccata dal Pdl.
«E’ il fallimento della politica che produce domanda di società civile», chiosa Bonomi.
Ancora un paio di giorni, e si capirà se il pressing bis su Ambrosoli avrà successo.
E se Albertini, dall’altra parte, avrà davvero il coraggio di rompere con il suo vecchio mondo, abbracciando la mitica società civile.
Marco Alfieri
(da “La Stampa“)
argomento: elezioni | Commenta »