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IL GOVERNO DEGLI ANNUNCI: C’E’ IL “DECRETO DEL FARE” MA NON CI SONO I SOLDI, IMU E IVA ANCORA RINVIATE

Giugno 12th, 2013 Riccardo Fucile

IL PREMIER LETTA PROMETTE UN PIANO PER IL LAVORO DEI GIOVANI, MA IL PDL E’ IN RIVOLTA PER LA CASA

Per il governo è arrivato il momento del fare. Fare quel che si può, per la precisione, cioè poco. In Consiglio dei ministri questa settimana dovrebbe arrivare un ddl di semplificazioni, l’ennesimo: si lavora sulle certificazioni ambientali e sui permessi per gli ambulanti, sulla liberalizzazione dei cinema e l’abolizione di alcuni obblighi burocratici, sui soliti parrucchieri e il solito cambio di residenza (stavolta con annessa tassazione sui rifiuti), più altro ancora.
Roba forse utile sul lungo periodo — quando non si riveli una deregulation pericolosa, come fu per le “libere trivelle” in mare di Corrado Passera — ma senza alcuna speranza di innescare un percorso di crescita nel breve.
Roba, soprattutto, a costo zero.
Per vedere un po’ di soldi, ma pochi, bisognerà  aspettare probabilmente la settimana prossima, quando arriverà  in Consiglio un decreto sul lavoro che stanzia un miliardo in tre anni per l’occupazione giovanile: in pratica si tratta di non far pagare tasse e contributi sui nuovi contratti a tempo determinato per almeno un paio d’anni.
A quel punto Enrico Letta chiederà  al Consiglio europeo di fine giugno di dirottare a questo fine altri fondi comunitari destinati ai paesi con alti tassi disoccupazione (programma “Youth guarantee”).
Nello stesso decreto dovrebbero trovare posto anche alcune modifiche alla legge Fornero per rendere meno ingessati e burocratici i contratti atipici.
Il problema, al di là  dell’eseguità  dei fondi finora recuperati, è che le imprese assumono quando vendono i loro prodotti e in questo momento, specialmente in Italia, il problema è proprio l’abisso in cui sono finiti i consumi privati (e pure quelli pubblici tra mancati pagamenti ai fornitori e tagli di spesa).
Per tutto il resto, il premier s’affida al tempo, che — dicono — guarisce ogni ferita, e aspetta. Sulle modifiche all’Imu e l’aumento dell’Iva, ha spiegato ieri mattina in un vertice di maggioranza, “ci atterremo al programma”.
Quale sia nessuno lo sa, tanto è vero che ognuno ha interpretato quelle parole come gli faceva più comodo, ma tant’è.
Se, per dire, il Pdl dà  per scontata l’abolizione dell’imposta sulla prima casa e lo stop all’aumento di quella sul valore aggiunto (che scatta il 1 luglio), per l’esecutivo la faccenda è un po’ meno scontata: sull’Iva, fanno sapere da palazzo Chigi, Letta in Parlamento disse solo “faremo tutto il possibile per evitare l’aumento”.
Autotraduzione: “Ci proviamo, ma non è nel programma”.
Succede quando si mette un guardiano dei conti proveniente da Bankitalia al Tesoro.
Anche sull’Imu, ieri, Fabrizio Saccomanni ha continuato a parlare di “rimodulazione” dell’imposta facendo perdere le staffe ai berlusconiani.
Renato Brunetta, per dire, uscendo dall’incontro di palazzo Chigi ha puntato deciso sul ministro dell’Economia: “E’ un tecnico e farebbe bene ad attenersi alle indicazioni della maggioranza. Quindi, quanto meno parla e meglio è” (parole simili sono arrivate anche da altri).
In sostanza, l’ala belligerante del Pdl s’è convinta che il “programma” di Letta è rinviare tutto fin che si può, stare immobili fino alla tempesta prossima ventura (ieri sono tornate piccole tensioni sugli spread) e poi governare col paravento dell’emergenza. Alla Monti.
Se si danno per scontati i vincoli di bilancio imposti dall’Ue, infatti, Saccomanni ha tutte le ragioni e anche qualcuna in più.
La recessione accumulata finora è assai più alta di quella prevista dal governo per il 2013 (e andrà  peggiorando), conseguentemente la dinamica delle entrate apre buchi sempre più consistenti nella fantasmagoria del governo tecnico salvatore del bilancio pubblico: “Dall’anno scorso — ha messo a verbale ieri il direttore del Dipartimento delle Finanze del Tesoro, Fabrizia Lapecorella — il gettito Iva è precipitato in maniera indecorosa, con flessioni drammatiche per il settore auto e per l’edilizia”.
In sostanza, l’Italia virtuosa che tiene il rapporto deficit/Pil sotto il 3% ha occupato lo spazio di un fine primavera piovoso: volendo tenere conto che ci sono ancora spese correnti da finanziare per il 2013 (un pezzo di Cig, le missioni militari all’estero da settembre, il rinnovo dei precari della P.A. da luglio), è evidente che non basterà  spostare qualche cifra sul bilancio per sistemare tutto e fare pure contento il Pdl su Imu e Iva.
Commenti dal ministro dell’Economia? Nessuno.
Intervistato dal Tg2, ieri sera, è riuscito a non dire pressochè nulla: “Ci stiamo lavorando, manterremo gli impegni, abbiamo già  fatto tanto” e via così.
Col che si dimostra che l’ex giovane democristiano Letta applica alla lettera la lezione di Giulio Andreotti: “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.

Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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BERLUSCONI ACCELERA: “ENTRO LUGLIO LANCIO IL NUOVO PARTITO”

Giugno 12th, 2013 Riccardo Fucile

LA DELUSIONE DI ALFANO E DEI COLONNELLI PER ESSERE STATI TENUTI ALL’OSCURO

Sono gli ultimi giorni del Pdl, uscito a pezzi dalle amministrative e ora sull’orlo di una crisi di nervi.
Sul partito sta per abbattersi il ciclone Berlusconi.
A luglio la rivoluzione annunciata – il nuovo “predellino” – sarà  compiuta.
«Si cambia tutto, non ha più senso tenerlo in piedi così» ripete il Cavaliere alla vigilia del suo rientro di oggi a Roma.
In serata vertice quasi obbligato a Palazzo Grazioli coi dirigenti usciti malconci dalle elezioni romane e da quelle nel resto d’Italia.
Malconci ma malmostosi perchè tenuti all’oscuro del ritorno a Forza Italia messo a punto ad Arcore.
Per nulla convinti, da Cicchitto a Gasparri a tanti altri, della svolta movimentista. Ma il dado è tratto. Il capo ha preferito parlarne ieri pomeriggio a Villa San Martino con Daniela Santanchè, piuttosto che il giorno prima con il giovane sindaco “formattatore” di Pavia Alessandro Cattaneo.
A Roma i suoi brancolano nel buio.
Il nome sarà  spazzato via, come il capo desiderava da almeno un anno.
Addio Pdl, ancora aperta l’opzione di un ritorno tout courta Forza Italia.
Di certo, saranno azzerati tutti i coordinatori regionali e locali, che pessima prova hanno dato non solo nelle ultime amministrative, salvo poche eccezioni.
E poi partito «snello », come viene ripetuto, finanziamenti privati da fund raising,abbandono della sede di via dell’Umiltà  da fine giugno e trasferimento nei vicini, più piccoli e meno costosi locali di Piazza San Lorenzo in Lucina.
Sono alcune delle indiscrezioni filtrate per una rivoluzione che in realtà  sarà  molto più ampia.
E che – chi conosce bene il Cavaliere non ne fa mistero – potrebbe essere preludio di un ritorno a breve alle urne, se da qui a fine anno la situazione dovesse precipitare per lui dal punto di vista giudiziario.
Per adesso la linea resta quella del «nessun fallo di reazione» e delle difesa dell’esecutivo.
Ma fino a quando?
Silvio Berlusconi ha poca voglia di aprire dibattiti interni. Torna d’umore nero da Arcore, preoccupato e piuttosto concentrato – raccontano – sui delicati pronunciamenti che lo attendono nelle aule di giustizia da qui alla fine del mese: dalla Consulta il 19 giugno sul legittimo impedimento alla sentenza Ruby del 24 a Milano.
Questa sera ai dirigenti che lo andranno a trovare a Grazioli per un primo vertice e poi domani sera alla cena prevista con i quattro ministri e i (pochi) governatori Pdl, il leader si limiterà  a prendere tempo, ad accennare al da farsi, a ribadire la necessità  di «cambiare tutto».
Il restyling però è rinviato alle prossime settimane, fine mese o primi di luglio.
Ieri sera il segretario Angelino Alfano ha convocato in via dell’Umiltà  lo stato maggiore del partito per fare il punto dopo la disfatta nei Comuni e alla vigilia del ritorno del capo.
Tutto è sospeso.
«Ho consegnato insieme a Verdini e Capezzone questo nuovo modello di partito – racconta la Santanchè, che oggi rientrerà  a Roma col presidente – Posso solo dire che a giorni sarà  Berlusconi a comunicarlo».
Tracce poi da un’altra fedelissima come il sottosegretario Michaela Biancofiore: «Credo che il Pdl debba restare così e che accanto debba anche nascere Forza Italia. È tempo di rottamare, ma non il nostro leader: il cambiamento nel centrodestra non può essere rappresentato da Cicchitto».
Sulla stessa linea “forzista” Giancarlo Galan. È benzina che fa esplodere un mezzo incendio. Basta ascoltare Fabrizio Cicchitto: «La definizione di un modello di partito non può essere realizzata attraverso un’operazione del tutto verticistica, senza alcun confronto collegiale e collettivo».
E Gasparri contro la svolta movimentista: «Non serve un partito leggero. Serve un partito radicato».
Invano Sandro Bondi prova a frenare invitando a «smettiamola una volta per tutte con la pantomima dei falchi e delle colombe, la nostra debolezza non è l’attuale dirigenza del partito ». Ma tutto ormai sta per saltare per aria. Alimentando ancor più l’insofferenza e la voglia di azzerare da parte dell’ex premier.
«Ho incontrato Berlusconi ad Arcore e non l’ho trovato adirato: era consapevole della sconfitta, imputandola principalmente all’astensionismo » raccontava ieri a Omnibus il sindaco pidiellino di Pavia Alessandro Cattaneo.
Sarà  tra i protagonisti della svolta movimentista anche se per il momento glissa: «Il presidente ha in testa la ricostruzione del partito, perchè ormai qualche dirigente è un po’ spremuto».
A Roma in tanti già  tremano.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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INTERVISTA ALLA CINQUESTELLE GAMBARO: “HO CERCATO GRILLO, NON MI HAI MAI RISPOSTO”

Giugno 12th, 2013 Riccardo Fucile

LA SENATRICE NON TORNA INDIETRO: “I SUOI POST VIOLENTI CI FANNO MALE, MI SONO SCOCCIATA E QUELLO CHE DOVEVO DIRE L’HO DETTO ANCHE IN ASSEMBLEA, TUTTI LO SAPEVANO”

“Mi sono scocciata di questi post violenti di Grillo”. Non è ancora arrivata la scomunica ufficiale di Beppe Grillo, ma la senatrice Adele Gambaro ha già  sfidato il Capo in diretta televisiva.
Cammina nervosamente verso l’Aula del Senato.
Lì, seduta tra colleghi che per un po’ fanno finta di nulla, leggerà  il post con il quale il leader la invita a togliere il disturbo.
Non distoglie mai lo sguardo, che resta immobile a fissare i banchi della Presidenza. Tormenta un foglio di carta, sussurra di tanto in tanto qualcosa alla vicina di banco. Da come risponde prima di varcare la soglia dell’emiciclo, però, sembra avere già  chiaro come finirà .
Di certo, non arretra di un millimetro e rivendica quanto consegnato alle telecamere di Sky.
Senatrice, sta pensando di rettificare?
“Cosa devo rettificare? Ho detto quello che penso. E non rettifico cose che penso”.
Ha detto cose pesanti contro il leader unico del movimento. L’ha sfidato. E per di più dal piccolo schermo.
“Io mi sono scocciata di questi post violenti di Grillo che ci fanno solo del male”.
In che senso? Dov’è che sbaglia?
“Ci ha lasciato qui, in Parlamento, da soli. Lui deve capire che noi siamo qui da soli a rispondere di tutto”.
Scusi ma non ha provato a sentirlo? Una chiamata, magari.

“Mi sono fatta dare il numero di Grillo. Ho cercato di chiamarlo. Ho tentato più volte.
Niente, non mi ha mai risposto”.
C’è chi obietterà : poteva lamentarsi in assemblea.
“Le cose che avevo da dire le ho dette. Ho parlato in assemblea e nel forum. Tutti sapevano”.
E il risultato elettorale delle Comunali?
“Due comuni al M5s non sono un successo, ma una dèbà¢cle elettorale. Inoltre ci sono percentuali molto basse”.
State pagando colpe del leader?
“Stiamo pagando i toni e la comunicazione di Beppe Grillo, i suoi post minacciosi, soprattutto quelli contro il Parlamento. Mi chiedo come possa parlare male del Parlamento se qui non lo abbiamo mai visto. Lo invito a scrivere meno e osservare di più. Il problema del Movimento è Beppe Grillo”.

Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)

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ROMA, ADDIO DESTRA AMORALE

Giugno 12th, 2013 Riccardo Fucile

LA SCONFITTA DI ALEMANNO È QUELLA DEGLI EX MISSINI AL GUINZAGLIO DI BERLUSCONI

L’onda lunga della questione morale è un argomento-tabù nei tempi delle larghe intese, e infatti nessuno ne ha parlato nei fluviali commenti all’esito delle amministrative.
Ma è in quella direzione che va cercata la prima causa del disastro della destra, la destra degli sceriffi che si è confusa coi delinquenti, la destra “legge e ordine” finita a fabbricare regole ad personam, la destra sociale, infine, quella romana, che ha sposato troppe volte la causa dei prepotenti e dei furbi e ha sbriciolato la sua vantata diversità  etica tra cubiste assunte senza concorso e Suv comprati coi soldi pubblici (“Mi era indispensabile, nella Smart non c’entravo”, come ebbe a dire Fiorito).
Il giornalismo copia-incolla si è ritrovato d’accordo nel celebrare i funerali del ventennio di potere di questa destra fissandone la data d’inizio nel novembre ’93, con l’endorsement di Berlusconi a favore della candidatura di Fini al Campidoglio.
La fine, ovviamente, viene indicata nel voto di domenica scorsa.
È una tesi molto amata dal Cavaliere, che adora conferirsi il potere di fare e disfare fortune politiche, ma del tutto immemore dei fatti.
L’ascesa della destra, l’accensione dei riflettori (e del consenso) sul quel partitino fuori dai giochi che era il Msi, comincia qualche mese prima del pronunciamento di Silvio, con una manifestazione contro la corruzione a Montecitorio, quando i giovani missini scendono in piazza indossando magliette con la scritta “Arrendetevi, siete circondati”.
Ci furono una trentina di denunce per quella protesta, e molte perquisizioni a caccia delle t-shirt incriminate.
Si accesero i riflettori su una formazione politica mai contaminata dagli scandali.
I sondaggi si impennarono, dando inizio a una storica avanzata elettorale.
Vent’anni dopo, nel marzo scorso, lo stesso slogan, nello stesso posto, è stato usato dai dimostranti grillini.
E i vari Alemanno, La Russa, le Meloni, i Matteoli, si sono trovati dall’altra parte della barricata, come i Craxi e i Forlani di un tempo, a difendere il fortino assediato della cattiva politica.
Ecco, se proprio si vuole cercare l’Alfa e l’Omega della destra, meglio fissarla lì, nello scarto fra quelle due manifestazioni e nella mutazione genetica che esse rivelano.
Da censori del malaffare a coimputati.
Da paladini dei deboli a sodali dei prepotenti.
Da interpreti del desiderio di cambiamento a custodi di un tempio in rovina.
Una pessima fine, che il voto romano ha soltanto formalizzato.
Fa ridere, adesso, leggere le analisi di Bondi o della Biancofiore, che attribuiscono al basso tasso di berlusconismo di Alemanno e degli altri la sconfitta elettorale, ripetendo la favoletta del Giornale e di Libero: “Se non c’è in campo lui, si perde”.
In realtà  è successo il contrario.
La destra ha pagato tutto insieme il conto della fedeltà  canina al padrone e ai suoi imitatori di minor rango.
Una serie di cambiali che si sono accumulate nel tempo, una a una, e sono andate all’incasso tutte insieme.
Le sparate sull’“eroe Mangano” di Dell’Utri, la crema “Genescienze” da 200 euro a barattolo di Formigoni, le risate al telefono della cricca del terremoto, i massaggi di Bertolaso al Salaria Village, Miccichè che vuole cambiare nome all’aeroporto Falcone e Borsellino perchè “deprime i turisti”, i rolex rubati di Papa, i cannoli di Salvatore Cuffaro, le ostriche sbandierate da Er Batman come una conquista politica (“Senza di me in Ciociaria conoscevano solo il tonno in scatola”).
L’antropologia arraffona e prepotente dei parvenu del berlusconismo ha demolito pezzo a pezzo la mitologica “diversità  della destra” e disgustato chi si riconosceva in altri modelli.
Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.
E siccome sei come gli altri, non ti voterò mai più.
Sul blog e nei commenti sui social network degli ex-elettori alemanniani, ieri, era tutto un rincorrersi di orgogliose rivendicazioni di astensionismo: “Ho il voltastomaco”, “Non posso riconoscermi nella destra del voto ad personam”, “Imparino la lezione e poi ne riparliamo”, fino alla più amara delle citazioni postata da un vecchio militante, una canzone di Francesco De Gregori: “Ciambellano del nulla, avanzo di segreteria, ti ricordi com’eri quando cercavi una sistemazione?”.
Già , chissà  se si ricordano.
Di sicuro, se hanno memoria di quel che era la destra “prima”, non possono dirlo.
Mai come adesso quel che resta della ex-An è materialmente dipendente dal berlusconismo.
A Roma, ma non solo, c’è una generazione intera di ex in cerca di collocazione.
La nomina della moglie dell’ex sindaco, Isabella Rauti, a consigliere di Alfano al Viminale è la punta di un iceberg di piccoli e grandi assalti a quel che resta della diligenza del potere.
Una destra che fino a un anno fa aveva tre ministeri, dieci sottosegretariati, il governo di Roma e del Lazio, una pletora di assessorati regionali, per non parlare delle città , degli enti, delle authority, delle fondazioni, adesso non ha più nulla.
Nella Capitale, Alemanno porta solo se stesso in Consiglio: nessuno dei suoi amici di corrente è stato eletto.
Gli ex-An, che vent’anni fa diedero il “bollino di garanzia” al berlusconismo, conferendo al miliardario amico di Craxi la reputazione di una tradizione politica magari criticabile ma sicuramente onesta, sono diventati vuoto a perdere.
Da Arcore si annuncia la fine del Pdl e il ritorno al modello Forza Italia.
“No Silvio, no party”, titola Il Giornale, e il messaggio è molto chiaro, molto amaro: per voi, ragazzi, la festa finisce qui.

Flavia Perina

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RENZI A FIRENZE? UNA MACCHINA DA GUERRA, MA SOLO DELLA PROPAGANDA

Giugno 11th, 2013 Riccardo Fucile

UN LIBRO LA RACCONTA: CHE COSA HA REALIZZATO RENZI IN 10 ANNI DI GOVERNO TRA PROVINCIA E COMUNE? MOLTE INIZIATIVE MEDIATICHE MA POCA SOSTANZA

Poteri forti, parte quarta. In scena c’è la Firenze che conta, la Firenze che decide.
E sotto i riflettori ancora lui, Matteo Renzi, il politico giovane che ormai giovanissimo non è più, ma che da sempre è pronto per un’investitura nazionale.
E’ lo scout di Rignano sull’Arno, che comunica e sponsorizza un giorno sì e l’altro pure la “sua” Firenze, il personaggio chiave del libro inchiesta del giornalista fiorentino Duccio Tronci dal titolo “Chi comanda Firenze”, edito da Castelvecchi.
E’ il ragazzo di periferia che ha fatto la sua fortuna arrivando nei posti che contano — prima alla guida dell’ex Margherita, poi della Provincia e infine del Comune del capoluogo toscano — per lanciarsi nel ruolo del leader salvatore, fino ad essere accolto come l’unica speranza di una politica ridotta a brandelli.
Acclamato dal centrodestra e da quel che resta della sinistra sotto il segno della “rottamazione”, l’esponente del Pd viene raccontato da un cronista che per anni lo ha seguito ogni giorno raccontando la cronaca locale, seguendo la sua corsa, tutta in salita, non priva di scivoloni.
Tronci parla di un Renzi che, fin dai primi passi, si dedica a sfornare eventi di grande rilevanza mediatica che “prosciugano le casse della Provincia, ma procurano al suo presidente una notorietà  che varca i confini entro cui si era mosso fino ad allora”.
Ed è questo, secondo l’autore, l’obiettivo perseguito dall’ex rottamatore fin da tempi non sospetti: arrivare in alto puntando tutto sulla visibilità , e coinvolgendo negli eventi esperti enogastronomi, scrittori, musicisti anche di fama, “per chiari intenti di propaganda”.
“Non è un caso — si legge nel testo parlando di Renzi nelle vesti di presidente della Provincia — che tutto ciò sia avvenuto grazie alla diffusione affidata a una società  voluta e ideata dallo stesso Renzi. È Florence Multimedia, partecipata al 100% dalla Provincia di Firenze e quindi controllata direttamente dal suo presidente. L’organismo diventa operativo nel 2006 e un anno dopo ingloba anche l’ufficio stampa della Provincia, rivoluzionato nella struttura e nel modo di operare. Una vera e propria macchina da guerra per la comunicazione, in grado di produrre raffiche di comunicati stampa e una web tv capace di condizionare il sistema di informazione sul territorio. Florence Multimedia produce così anche effetti indiretti: molti soldi finiscono nelle casse delle concessionarie di pubblicità  dei quotidiani. Con tutti i conflitti fra informazione e strumenti a pagamento che questo comporta. Tant’è che per i media non accondiscendenti i rubinetti vengono chiusi”.
Nel volume non si dimenticano nemmeno le inchieste che hanno caratterizzato la città  sotto la guida del suo predecessore, Leonardo Domenici, nè i legami dei “poteri forti” con il Monte dei Paschi e il Pd, i rapporti con la Baldassini Tognozzi Pontello di Riccardo Fusi, finita sotto inchiesta per le Grandi Opere, e “il sistema delle Cooperative” che “mettono le mani” anche su un’altra opera: l’Alta Velocità .
Dopo il racconto dell’elezione a sindaco di Renzi che, al grido di “O vinco le primarie o torno a lavorare”, polverizza la concorrenza, Tronci si sofferma su una delle ombre che hanno avvolto la sua carriera: le cosiddette “assunzioni a chiamata”, per le quali era già  arrivata una condanna della Corte dei Conti quando il rottamatore guidava la Provincia.
Il sistema è lo stesso anche in Comune: solo nella prima metà  del suo mandato si contavano decine e decine di assunzioni del genere.
“Il personale portato dal sindaco —racconta l’autore — è andato ad aggiungersi ai circa 5mila dipendenti già  in forza all’Amministrazione comunale e peserà  sulle casse pubbliche, secondo le stime dei sindacati, oltre 20 milioni di euro in più”.
Andando a scorrere i nomi ci si accorge che gran parte di loro sono tutt’altro che volti nuovi.
Tronci ricorda alcuni ex assessori comunali, come Simone Tani e Lucia De Siervo (sorella di Luigi De Siervo, manager della Rai, e figlia di Ugo De Siervo, ex presidente della Corte Costituzionale), oltre a Bruno Cavini, suo portavoce e personaggio chiave, per anni, della Dc.
Molti gli ex collaboratori di Renzi quando presiedeva la Provincia, come l’ex capo di Gabinetto Giovanni Palumbo, finito a Palazzo Vecchio.
Il sistema-Renzi, secondo Tronci si basa anche sulle amicizie e sul “ricompensare” i fedelissimi con posti chiave nelle società  partecipate.
E’ il caso di Marco Carrai, presidente dell’aeroporto di Firenze, che “si è guadagnato la posizione di amministratore delegato di Firenze Parcheggi in quota Mps” e che viene definito “l’uomo della finanza”.
E’ la persona, infatti, che avrebbe voluto fortemente Jacopo Mazzei all’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.
Lo stesso Carrai, poi, entrò a far parte del Cda dell’Ente Cassa. Carrai siede anche in altri Cda, ricorda Tronci, “come quello di un’altra istituzione cittadina, il Gabinetto Vieusseux”.
La sua presenza è significativa anche per essere passato sulla poltrona della Holden srl, che vanta la scuola per scrittori Holden di Alessandro Baricco, schierato politicamente con Renzi.
E poi c’è la Enecom, azienda attiva nel settore delle rinnovabili, che vanta ottimi rapporti con Fiat (le sue tecnologie sono state sviluppate nei centri di ricerca del Lingotto).
Società , questa, controllata dalla Eneco Spa, presieduta da Giorgio Moretti, presidente di un’altra partecipata ancora, la Quadrifoglio, che gestisce i rifiuti a Firenze”.
Decine di intrecci sviscerati in questo libro denuncia dove, uno dopo l’altro, spuntano membri di municipalizzate legati al sindaco da amicizia e interessi politici.
Legami strettissimi, fonti di risorse e consensi, che portano Renzi ad essere definito, non a caso, il “golden boy del Pd”.

Sara Frangini
(da “il Fatto Quotidiano“)

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FONDI EUROPEI? IL GOVERNO VUOLE DIROTTARLI SULL’OCCUPAZIONE GIOVANILE

Giugno 11th, 2013 Riccardo Fucile

L’ITALIA E’ RIUSCITA A SPENDERE SOLO 19,7 MILIARDI DEI 49,5 STANZIATI DALLA UE PER IL PERIODO 2007-2013

Dai fondi strutturali europei non spesi o spesi male possono venire parte delle risorse che il governo sta affannosamente cercando per rilanciare l’occupazione dei giovani.
Lo ha confermato ieri il ministro per la Coesione territoriale, Carlo Trigilia, in occasione del monitoraggio al 31 maggio scorso sui fondi Ue: «Occorre procedere il più rapidamente possibile, con uno sforzo straordinario e con la collaborazione di tutte le amministrazioni a una riprogrammazione delle risorse non ancora spese, secondo le priorità  che il governo si è dato, a partire dalle misure per affrontare il problema della disoccupazione giovanile».
Per ora il ministro non dice quanti soldi potrebbero essere dirottati da voci inutili di spesa a impieghi più produttivi, ma, se si tiene conto che ci sono ancora 30 miliardi di euro che tra risorse europee (circa 17 miliardi ) e cofinanziamenti nazionali (circa 13 miliardi) devono essere spesi entro la fine del 2015, si capisce che i margini di manovra sono importanti.
Del resto, già  il predecessore di Trigilia, Fabrizio Barca, ha deciso nel breve spazio di vita del governo Monti due riprogrammazioni dei fondi Ue, che hanno spostato ben 6,4 miliardi di euro.
Secondo i dati del monitoraggio diffusi ieri, l’Italia ha speso finora 19,7 miliardi dei 49,5 complessivamente stanziati dai due fondi europei Fse (Fondo sociale europeo) e Fesr (Fondo europeo di sviluppo regionale) per il periodo 2007-2013 (le somme vanno impegnate entro il 2013, ma per spenderle ci sono due anni in più).
Di questa cinquantina di miliardi 27,9 sono a carico dell’Unione Europea e il resto (21,6 miliardi) dei fondi nazionali.
I quasi 20 miliardi spesi finora equivalgono al 40% del totale, un livello che rispetta il livello minimo del 38% fissato dall’Ue, ma non basta certo a assicurare che i restanti 30 miliardi saranno spesi e, soprattutto, spesi bene.
In particolare nel Mezzogiorno, dove la spesa si è fermata, al 31 maggio, al 35,7%.
Si tratta ora, spiegano i collaboratori di Trigilia, di guardare bene nei singoli programmi di spesa per trovare quelli più inefficienti e chiedere poi a Bruxelles di dirottare le risorse su impieghi più utili.
Attualmente questa enorme massa di denaro fatta di fondi Ue e cofinanziamenti nazionali è suddivisa su ben 52 programmi: regionali, interregionali e nazionali.
In 35 casi l’ammontare delle spese certificate finora ha superato il target fissato dall’Ue, in 11 è rimasto entro la soglia di tolleranza mentre in 6 casi non ha raggiunto il livello minimo.
Il caso più rilevante è proprio quello del «programma nazionale su ricerca e competitività » che concentra in 4 regioni — Puglia, Calabria, Sicilia e Campania — circa 6 miliardi di euro nel periodo 2007-2013, gestiti dai ministeri dell’Istruzione e dello Sviluppo, a sostegno di attività  di ricerca, innovazione, potenziamento infrastrutturale e creazione d’imprese.
Finora sono stati spesi solo 1,8 miliardi, 260 milioni in meno del minimo richiesto.
Ci sono poi altri ritardi che riguardano due piani regionali del Lazio, uno del Piemonte e due piani interregionali.
Complessivamente il ritardo riguarda fondi per quasi mezzo miliardo.
Fatta la ricognizione, il ministro proporrà  a Bruxelles, al massimo entro settembre, la riprogrammazione delle risorse.
Con una priorità : l’occupazione giovanile.

Enrico Marro
(da “il Corriere della Sera“)

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ZINGARETTI SEMPRE PIU’ TENTATO DALLA CORSA PER LA GUIDA DEL PARTITO

Giugno 11th, 2013 Riccardo Fucile

LO STOP DI D’ALEMA ALLE REGOLE ANTI RENZI

Massimo D’Alema ormai si tiene ben lontano dalle beghe del Pd.
Va alle riunioni di Direzione sempre più di rado e non interviene più da lunga data. Con una buona dose di civetteria sostiene di preferire altre occupazioni: la Fondazione Italianieuropei, i convegni dei socialisti sparsi per il mondo, la vendita delle prime bottiglie del «suo» vino.
Ma in realtà , l’ex presidente del Consiglio continua a tenere un occhio attento sul Partito democratico.
E ultimamente lo ha messo in allarme l’atteggiamento del fronte anti-renziano, che sta tentando di cambiare regole, statuto, norme per sbarrare la strada al sindaco di Firenze. «Non inventiamoci problemi inesistenti, non mettiamoci alla ricerca del cavillo: il nostro elettorato non ci capirebbe, e avrebbe ragione».
Perchè impazzire per riscrivere il codice interno del Pd al solo fine di stabilire che da ora in poi segretario e candidato premier non devono coincidere? Già , perchè?
La domanda è retorica e, ovviamente, D’Alema ha già  la risposta: è il modo per dissuadere Renzi e convincerlo a lasciar perdere la corsa alla leadership del partito.
Ma non funziona così.
L’ex premier in questo si è convinto che avesse ragione Renzi: così facendo si «allontanano i potenziali elettori».
E c’è un altro argomento, che riguarda sempre questa materia, che infastidisce non poco l’ex presidente del Consiglio.
Si sta parlando dei tentativi dei bersaniani (che ormai rappresentano una corrente armata che si riunisce con regolarità  con il suo leader) di imporre delle regole rigide per l’elezione del segretario.
«La platea che deve eleggere il nuovo leader – è invece l’opinione di D’Alema – deve essere la più larga possibile e il congresso deve essere aperto».
Non a caso Enzo Amendola, astro nascente del dalemismo, neo deputato e neo componente della segreteria di Guglielmo Epifani, nella riunione di ieri del nuovo organismo dirigente ha posto dei problemi proprio su questo fronte
Ciò non significa, ovviamente, che D’Alema abbia già  sposato la candidatura alla segreteria di Renzi.
Però l’ex premier si rende conto che la vittoria del Partito democratico non deve far dimenticare le difficoltà  del Pd.
E in questo senso sarebbe esiziale dare l’impressione che a Largo del Nazareno si pensi solo ad arroccarsi e a cercare di far passare l’ennesimo candidato di apparato.
La strada di Renzi non è spianata.
Anche se ufficialmente lui nega, Nicola Zingaretti è in pista.
Il presidente della regione Lazio ieri ha fatto delle affermazioni che la dicono lunga sulle sue intenzioni future: «Ci vuole una rottamazione democratica dei dirigenti nazionali del partito».
Insomma, non è escluso che a settembre Zingaretti possa presentare la sua candidatura.
Il suo amico e sponsor di una vita Goffredo Bettini dice di tifare per Renzi, ma sono in molti a credere che in realtà  stia pensando di fare con Zingaretti quello che ha fatto con Marino a Roma.
In attesa di capire come finirà  la partita della segreteria nel Pd si analizza il voto amministrativo.
Non tutti al Partito democratico sembrano condividere le convinzioni e l’euforia elettorale del patto di sindacato interno.
Al di là  delle dichiarazioni rilasciate davanti ai taccuini dei cronisti e alle telecamere dei Tg, c’è una fetta del Pd che, pur essendo (ma potrebbe essere altrimenti?) contenta del risultato, valuta i pro e i contro di questo voto amministrativo.
Che viene ritenuto da alcuni renziani «destabilizzante» per il governo, perchè mette Alfano in difficoltà , vista la portata della sconfitta del Pdl.
E le dichiarazioni del vicepremier su Letta sembrano dare ragione a questa lettura.
Ma c’è un altro aspetto del voto su cui, secondo Renzi e i suoi, il Pd dovrebbe «interrogarsi» perchè «l’astensionismo è il vero vincitore di queste elezioni».
Però la convinzione (e la paura) del sindaco è che anche questa volta il partito farà  finta di niente.

Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)

argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »

CELLE AFFOLLATE, LE MISURE: DETENUTI A CASA SEI MESI PRIMA

Giugno 11th, 2013 Riccardo Fucile

PIANO PER 10.000 POSTI NELLE CARCERI, LA STRATEGIA DELLA CANCELLIERI: PROGETTO PER PIANOSA, RADDOPPIA GORGONA

Un decreto legge per limitare gli ingressi in carcere e favorire le uscite di chi sta scontando l’ultima parte della pena.
Apertura di nuove strutture per poter contare su 4.000 posti entro la fine dell’anno.
Il piano carceri messo a punto dal ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri entra nella fase operativa per fronteggiare una situazione drammatica che con l’arrivo del caldo può soltanto peggiorare.
E mira a recuperare in totale almeno 10.000 posti.
Sono i dati forniti dalla stessa Guardasigilli durante la sua audizione al Senato e aggiornati al 15 maggio scorso, a dimostrarlo: quasi 65.891 detenuti, vale a dire circa 20 mila in più rispetto alla capienza, anche se l’associazione Antigone ne calcola almeno 30 mila. In particolare 24.697 sono in attesa di giudizio, 40.118 condannati e 1.176 internati.
Un buon terzo (circa 23 mila) sono stranieri.
Il provvedimento del governo potrebbe alleggerire i penitenziari, ma non sarà  sufficiente.
Per questo si sta valutando anche la riapertura di alcune strutture ormai in disuso.
E in cima alla lista è stata inserita Pianosa, che può ospitare 500 persone.
Già  la prossima settimana Cancellieri potrebbe incontrare il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi per sondarne la disponibilità  e per discutere il raddoppio della capienza di Gorgona.
«Qui non si tratta di migliorare le condizioni – ha ripetuto due giorni fa il ministro durante la festa della polizia penitenziaria – ma di cambiare il sistema, riuscendo a dare piena concretezza al principio secondo cui la pena detentiva deve costituire l’extrema ratio. Il rimedio cui ricorrere quando si rivela impraticabile ogni altra sanzione. La reclusione potrebbe essere limitata ai reati più gravi, mentre per gli altri si dovrebbe fare più ampio ricorso alla detenzione domiciliare e al lavoro di pubblica utilità ».
Il nuovo decreto «svuotacarceri».
Sono proprio queste le linee guida del provvedimento che sarà  portato in consiglio dei ministri entro la fine del mese.
L’obiettivo è evitare il meccanismo delle cosiddette «porte girevoli» con i detenuti che entrano ed escono e, dicono gli esperti, determinano una presenza media in cella di 20 mila persone per soli tre giorni. Il decreto riguarderà  i reati minori, cioè quelli che non destano allarme sociale.
E si muoverà  sul doppio binario
Per quanto riguarda gli ingressi, si renderà  obbligatorio il ricorso alle misure alternative: detenzione domiciliare oppure affidamento in prova, a seconda dei casi. Per chi invece attende di uscire la scelta è portare da 12 a 18 mesi il residuo pena che i condannati in via definitiva potranno scontare a casa.
Calcoli esatti non sono stati ancora completati, ma i tecnici di via Arenula stimano che nei primi mesi saranno migliaia i posti che potranno essere resi disponibili grazie a questo meccanismo.
Il resto dovrà  arrivare con misure specifiche che sono allo studio di due commissioni appena costituite.
Una, guidata dal professor Francesco Palazzo, ordinario di diritto penale presso l’Università  di Firenze, dovrà  mettere a punto le modifiche alla legge in tema di depenalizzazione. L’altra, affidata a Glauco Giostra, componente laico del Csm, si concentrerà  invece sulle misure alternative.
Nuove strutture e padiglioni. Tra due settimane sarà  inaugurato il nuovo carcere di Reggio Calabria che potrà  ospitare fino a 318 detenuti. A metà  luglio sarà  invece la volta di Sassari con una struttura da 465 posti.
Entro la fine dell’anno si interverrà  poi in altre città : Biella con 200 posti, Pavia con 300, Ariano Irpino con altri 300 e Piacenza con 200.
Nei giorni scorsi era stato il capo dello Stato Giorgio Napolitano a ribadire la necessità  di arrivare a un «comune riconoscimento obiettivo della gravità  ed estrema urgenza della questione carceraria, che rientra tra le priorità  di azione del nuovo governo.
Si richiedono ora decisioni non più procrastinabili per il superamento di una realtà  degradante per i detenuti e per la stessa Polizia Penitenziaria».
Il piano messo a punto dall’Italia nella risposta alle sollecitazioni dell’Europa, prevede che entro il 2015 si trovino almeno 12mila nuovi posti per i reclusi, ma anche questo non può bastare.
Il 24 giugno in Parlamento comincerà  la discussione sul provvedimento firmato dall’ex ministro Paola Severino la discussione sulle misure alternative al carcere e la messa alla prova – che sospende il processo per chi rischia condanne inferiori ai quattro anni e opta per un percorso di rieducazione – ma la Lega ha già  ufficializzato il suo ostruzionismo di fronte a quello che definisce «un indulto mascherato» e dunque appare difficile che l’approvazione definitiva possa arrivare in tempi brevi.
Pianosa e le colonie sarde.
Ecco perchè al ministero della Giustizia hanno deciso di intervenire con un decreto che consenta di «regolare» subito entrate e uscite dalle carceri, ma hanno già  avviato le istruttoria per rimettere in funzione strutture che finora erano rimaste inutilizzate. Su Pianosa ci sono svariati nodi da sciogliere, tenuto conto che il Sappe, il maggior sindacato di polizia penitenziaria, ha già  espresso la propria contrarietà , eppure il progetto appare già  in fase avanzata.
Del resto la struttura è in buone condizioni, quindi potrebbe essere resa agibile senza spese eccessive.
Interventi sono stati programmati anche per Gorgona, che già  ospita detenuti-lavoratori.
Quello di incentivare le possibilità  di lavoro per chi si trova dietro le sbarre è uno dei punti chiave per Cancellieri che ha chiesto ai suoi uffici di valutare anche la possibilità  di utilizzare le colonie che si trovano in Sardegna.
Il problema riguarda però gli stanziamenti, visto che già  adesso in molti penitenziari sono stati sospesi i programmi di impiego perchè non ci sono i fondi sufficienti.

Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere della Sera”)

argomento: Giustizia | Commenta »

DISOCCUPATO RICEVE LO SFRATTO, SI BUTTA DALLA FINESTRA E MUORE

Giugno 11th, 2013 Riccardo Fucile

“NESSUNO SARA’ LASCIATO INDIETRO” RIPETE LA POLITICA, MA LA GENTE MUORE NELL’INDIFFERENZA DELLE ISTITUZIONI

Non aveva un lavoro; era costretto a vivere grazie alle pensione di invalidità  del fratello e al vitalizio dell’anziana madre.
Quando l’ufficiale giudiziario gli ha notificato lo sfratto esecutivo è crollato.
Ha aperto la finestra e si è gettato dal terzo piano.
E’ morto a 32 anni, “spinto” dalla disperazione di dover abbandonare la casa tra due giorni.
L’uomo era originario di Uscio, piccolo comune nell’entroterra di Genova, ma viveva a Cairo, nel Savonese, in un palazzo di via Pighini, non distante dalla caserma dei carabinieri di Cairo Montenotte.
Il corpo è finito in un giardino. Inutili i soccorsi.
Il sindaco si difende. Una banale questione amministrativa non gli permetteva di aiutare la famiglia del disoccupato: “E’ una tragedia – spiega il sindaco di Cairo Fulvio Briano – ma l’uomo e la famiglia avevano mantenuto la residenza nel Genovese: per questo motivo il Comune aveva le mani legate perchè possiamo aiutare solo chi è residente. Il problema degli sfratti è davvero difficile anche per i cairesi. E’ un’emergenza sociale senza fine. Proprio questa settimana sono in corso le procedure di sfratto per altre due famiglie che hanno bambini piccoli”.

Il commento del ns. direttore

Ricordiamo i governi precedenti e i loro slogan: “nessuno sarà  lasciato indietro”: in realtà  li hanno lasciati tanto indietro che non si sono neanche più accorti che esistessero.
Invece che preoccuparsi del lavoro che non c’è e della disperazione di milioni di italiani, la politica discute da mesi se restituire o meno 250 euro di media di Imu a chi magari può tranquillamente pagarlo o fa promesse demagogiche sapendo di non poterle mantenere.
La gente muore mentre governo e finta opposizione parlano di riforme elettorali e di diarie, concetti lontani mille miglia dai problemi reali della gente comune e del comune sentire.
Incapaci di assistere chi è allo stremo delle forze, sia esso il piccolo imprenditore o il giovane disoccupato, incapaci di scelte coraggiose, incapaci di dire agli italiani verità  scomode.
Incapaci di dare esempi di vita.
Un italiano su due non va neanche più a votare, due italiani su tre esprimono un atteggiamento di protesta in vario modo.
Un essere umano che si toglie la vita per indigenza dovrebbe suscitare in costoro un minimo   senso di colpa: invece riescono solo a scaricare su altri la loro mancanza di solidarietà  umana, trincerandosi dietro la burocrazia.
Una destra sociale dovrebbe iniziare da qui: da una comunità  nazionale solidale, dal lavoro, dai giovani, da un approccio alla politica come servizio, dalla tutela delle fasce più deboli.
Nella nostra concezione del mondo, un ragazzo di 32 anni ha diritto a vivere.
Non a morire di povertà .

E chi più ha, più deve dare.
E chi ha più responsabilità , più deve fare.

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