Destra di Popolo.net

ASSE BERSANI ED EX POPOLARI: “ABBIANO VINTO NOI, RENZI NON ESAGERI”

Giugno 12th, 2013 Riccardo Fucile

DOCUMENTO DEI BERSANIANI: IL SEGRETARIO VA ELETTO TRA GLI ISCRITTI

Frenare Renzi. O meglio, stoppare la sua corsa verso la segreteria del Partito democratico. Dopo le elezioni amministrative, una parte del Pd fa la prima mossa.
E per farla deve rompere l’asse Bersani-Letta-Franceschini che oggi regge il Pd.
La corrente dell’ex segretario marcia (per il momento) da sola presentando un documento anti-Renzi.
Lo firmano solo i fedelissimi di Bersani: Maurizio Martina in rappresentanza del Nord, Stefano Fassina (Centro) e Alfredo D’Attorre (Sud).
I lettiani stanno a guardare mantenendo una totale neutralità .
Gli ex Ppi, i franceschiniani, non si schierano ma non si sottraggono ad alcune manovre che puntano a rallentare il sindaco. Enrico Letta osserva. Da lontano.
Amico di tutti, schierato con nessuno.
E se il congresso del Partito democratico avrà  candidature contrapposte, cioè se Renzi avrà  uno o più sfidanti, tanto meglio.
Non perchè il premier voglia parteggiare per qualcuno, ma perchè lui avrà  così la possibilità  di ritagliarsi, da Palazzo Chigi, il ruolo di baricentro del Pd.
«Non mi faccio coinvolgere nel congresso», ripete a tutti il Letta.
In nessun modo il presidente del Consiglio ha favorito l’iniziativa del suo amico “Pierluigi”.
Ma l’ipotesi di un candidato alternativo a Renzi (oltre a Gianni Cuperlo, già  in campo da tempo) gli permette nuovi margini di manovra.
L’obiettivo vero resta quello di un patto con il sindaco.
Ma anche questo traguardo è più facile di fronte a una sfida interna al Pd combattuta sul serio. Soprattutto dopo le elezioni ammini-strative.
Che secondo lui hanno rafforzato l’esecutivo delle larghe intese e il suo presidente del Consiglio. In un modo o nell’altro, il futuro segretario del Pd dovrà  fare i conti con Enrico Letta. E viceversa.
Anche i bersaniani sfruttano l’onda del voto per i sindaci.
La scelta di tempo per la presentazione del documento (che verrà  pubblicato oggi online) non è casuale. «Abbiamo vinto noi la sfida dei sindaci. Adesso Matteo non può esagerare».
Non lo è nemmeno il sorriso di Bersani, il suo ritorno alla battaglia politica contro «il personalismo, contro i partiti proprietari ».
In parole povere, contro Renzi.
E contro il nuovo alleato di Renzi: Massimo D’Alema, nemico giurato dell’ex leader del Pd.
I bersaniani non possono rimanere a guardare, non vogliono rimanere stretti nella morsa del dalemiano Cuperlo e dell’avversario delle primarie Renzi. Perciò il documento non basta. Serve un candidato.
Che sarebbe stato individuato in Nicola Zingaretti. Corteggiato a lungo in queste settimane, il governatore del Lazio ha detto no. Per ora.
A Zingaretti guardano in molti.
Un gruppo di deputati giovani e trasversali, da Massimiliano Manfredi a Dario Ginefra, hanno apprezzato le parole del governatore contro le correnti, per un Pd che si ricostruisce sui parlamentati eletti con le primarie.
I Giovani Turchi vogliono giocare fuori dai rigidi schemi delle componenti.
«Siamo liberi di pensare con la nostra testa», dice Matteo Orfini.
La militarizzazione dei bersaniani apre ai “turchi” nuovi orizzonti. Ma la corsa del presidente del Lazio è una chimera.
E allora si ritorna al punto di partenza: c’è Renzi in pista, praticamente senza avversari. Ma i pericoli possono anche non essere in carne e ossa.
Possono nascondersi nelle regole del congresso, come ha denunciato il sindaco. Ieri i renziani sembravano impazziti a Montecitorio.
Vedono grandi manovre sui meccanismi di elezione del segretario.
Sospettano che dietro ci sia Dario Franceschini perchè una regola di cui si vocifera è mutuata dalla Margherita: pesare in maniera diversa il voto degli iscritti e il voto dei cittadini e degli amministratori locali. Insomma, non “una testa un voto”, non primarie aperte.
La prima riunione della commissione per le regole è lunedì.
Con una grana che rischia di spaccarla prima ancora di cominciare.
Il vertice ha deciso di chiamare a presiederla Davide Zoggia, ex braccio destro di Bersani. Una soluzione che piace anche ai franceschiniani.
Ma si ribellano in molti: renziani e giovani turchi, minacciando clamorose dimissioni. La richiesta è semplice: eleggere il presidente.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)

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INTERCETTAZIONI, IL BAVAGLIO DI SORO AI GIORNALI

Giugno 12th, 2013 Riccardo Fucile

L’EX PD: “PROCESSI MEDIATICI, RIVEDERE IL CODICE ETICO”

Stavolta il bavaglio, o la regolamentazione per usare un termine caro a chi confonde la censura con la giustezza, potrebbe funzionare.
Forse perchè l’ex dermatologo Antonello Soro, officiato garante per la privacy, s’inserisce fra i non “divisivi”, scrive a pagina 17 di un’inconsueta relazione annuale, e invoca e annuncia nuove norme per le intercettazioni.
Per chi le raccoglie, la magistratura e per chi le pubblica, i media: “Intendiamo promuovere una riflessione sul possibile aggiornamento del codice dei giornalisti, al fine di coniugare al punto più alto il diritto di cronaca e dignità  della persona”.
Le parole sono morbide, quasi flautate, ma non coprono le ambizioni di Soro: punire di più i cronisti.
“Per tale obiettivo — prosegue — questa potrebbe essere una strada meno divisiva e forse più concludente rispetto alle diverse ipotesi legislative tentate nella scorsa legislatura”.
Lì dove fallirono i vari Saverio Nitto Palma e Angelino Alfano, l’ex capogruppo Pd intravede il trionfo.
Soro ha individuato un doppio piano di azione: vuole sigillare le procure, rendere inaccessibile le telefonate, obbligare a continui e cervellotici cambi di password, a impenetrabili archivi digitali, a diabolici macchinari per rintracciare impronte e beccare il reprobo.
L’Autorità  ha avviato un confronto con cinque procure pescate a campione, l’ufficio tecnico sta per redigere la norma, e il presidente se ne vanta: “Per garantire il più possibile le parti processuali e i terzi coinvolti, unitamente al segreto investigativo, abbiamo avviato un’attività  conoscitiva sulle procedure seguite in materia di intercettazioni dai gestori incaricati e dalle Procure”.
Ma quel che preoccupa Soro, e quello che ha sempre tormentato i politici inciampati al telefono, è la presunta impunità  dei giornalisti.
Eppure le leggi già  esistono: i cronisti non possono pubblicare le intercettazioni ancora protette dal segreto e nemmeno riportare un colloquio integrale sino al secondo grado giudizio.
Pr completare la riforma, Soro ha bisogno di una sponda, di un riflesso disciplinare e così auspica una collaborazione con l’Ordine per inasprire il codice etico.
Soro dedica un lungo paragrafo a una personale lezione di giornalismo: “Sul versante della cronaca giudiziaria, la tendenza, sempre crescente, alla mediatizzazione dei processi rafforza l’esigenza di un’adeguata selezione delle notizie di rilevanza pubblica, da rendere con modalità  rispettose dell’altrui riservatezza e della presunzione d’innocenza”.
Qualsiasi cosa volesse dire, Soro prova a ripeterlo qualche riga dopo: “La pubblicazione di atti di indagine deve rispondere a finalità  di interesse pubblico e non a tensioni voyeuristiche, nella consapevolezza che non tutto ciò che è di interesse pubblico è di pubblico interesse. (…) Bisogna evitare fughe di notizie e quel ‘giornalismo di trascrizione’ che finisce per far scadere la qualità  dell’informazione”. Di più, Soro non dice.
Daniela Santanchè, però, interpreta al volo: “Ci voleva il Garante per la privacy per porre un freno all’uso distorto e inappropriato delle intercettazioni. Va infatti nella giusta direzione l’annuncio di soluzioni e provvedimenti più adeguati, che aumentino lo standard di protezione dei dati trattati e di una revisione del codice dei giornalisti”. Qualche ora più tardi, interviene Franco Siddi (presidente sindacato Fnsi): “Il tema delle intercettazioni non va mai strumentalizzato. No a comportamenti autoritari”.
Il presidente di Montecitorio, Laura Boldrini, nonostante il ruolo istituzionale, è stata più netta: “La tutela della privacy non ostacoli il giornalismo”.
Assieme al futuro, a Soro interessa persino il passato e intima ai giornali di cancellare “dagli archivi notizie non più attuali che l’interessato ritiene pregiudizievole”.

Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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CINQUESTELLE, LA FRONDA SI ALLARGA A 30-40 ELETTI E ORA SI PENSA ALLA SCISSIONE

Giugno 12th, 2013 Riccardo Fucile

GRILLO PROGRAMMA UN NUOVO BLITZ A ROMA PER RIUNIRE I SUOI E TAMPONARE LA DIASPORA

Effetto Titanic. Un iceberg improvviso capace di disgregare il gruppo.
Le parole di Adele Gambaro, ascoltando i parlamentari Cinque Stelle, hanno la forza del colpo che non ti aspetti.
E che potrebbe far vacillare gli equilibri (precari). «Dimessa, tranquilla» sono gli aggettivi più ricorrenti per descrivere la senatrice. Anche per questo le sue parole sono suonate come «un fulmine a ciel sereno», sostiene un collega a Palazzo Madama.
Parole però meditate, al punto che – secondo quanto riferiscono fonti vicine al Movimento – incalzata da alcuni parlamentari per correggere il tiro, Gambaro avrebbe confermato la sua posizione con tenacia.
Tra i Cinque Stelle ci si interroga. Anche sulla reazione di Beppe Grillo.
In serata, il vertice tra senatori «per un confronto, non un processo», indetto per chiarire la direzione dei parlamentari. Si va verso un bivio pericoloso.
Aprire l’iter per l’espulsione potrebbe scoperchiare tutti i malesseri interni al gruppo.
La faglia dei delusi, ossia dei dissidenti ma anche di coloro che sempre più spesso si trovano costretti ad abbozzare una linea che condividono solo in parte, si è allargata.
Da quindici-venti persone in tutto a trenta-quaranta, con stime in ulteriore crescita. Un’accelerazione improvvisa nelle ultime settimane, con motivazioni che, secondo alcuni, si «rispecchiano nella presa di posizione della senatrice»: i post sulle istituzioni, le scelte dettate dai fedelissimi.
Il voto di ieri sul nuovo capogruppo al Senato con i parlamentari divisi in due schieramenti quasi uguali è la prova della ricerca di alternative all’interno del gruppo, diverse da quelle tenute finora. E proprio la scelta di non cambiare potrebbe essere tra le motivazioni che hanno spinto Gambaro – a distanza di qualche manciata di minuti dalla votazione – a fare il suo intervento ai microfoni di Sky.
Ipotesi, solo ipotesi. L’unica certezza, per ora, è che a finire travolta è la comunicazione. «Facciamo una grande fatica per veicolare i nostri discorsi ai contenuti e questi episodi spazzano via tutto il lavoro di giorni in un attimo – sbotta Claudio Messora, responsabile dello staff Cinque Stelle al Senato –. La diretta streaming per l’elezione del capogruppo è stata un successo, ma non se ne parlerà . Se ognuno dice quello che pensa senza seguire una logica di gruppo finiamo solo per essere autolesionisti».
Sul caso Gambaro Messora è secco: «Se gli stessi toni e le stesse battaglie che hanno portato 163 parlamentari nelle istituzioni ora infastidiscono, bisogna chiedersi per quale motivo continuare a stare nel Movimento».
Uscire dal pantano, ora, però, sembra sempre più complesso.
Più probabile che si vada verso una frattura. E un eventuale iter per l’espulsione della senatrice potrebbe essere la classica goccia che fa traboccare il vaso.
In questo caso – immaginano fonti vicine al Movimento – la discussione potrebbe portare allo scoperto un gruppo di persone, un nucleo che si staccherebbe in modo traumatico dando vita, numeri permettendo, a gruppi parlamentari autonomi.
Uno scenario apocalittico per i Cinque Stelle, che molti vorrebbero evitare.
Una soluzione caldeggiata sarebbe quella di dimissioni «volontarie» di Gambaro, seguendo quelle indicazioni che lei stessa aveva posto nel suo curriculum.
«Penso a un parlamentare che nel caso non fosse più in sintonia con il M5S, grazie al quale è stato eletto, la sua base, i suoi principi, semplicemente si debba dimettere», scriveva in vista delle Parlamentarie.
Sei mesi fa e prima di un’esternazione dai toni accesi. Ora per lei e per i parlamentari il dado è tratto. I nodi verranno al pettine presto, in pochi giorni, forse in tempo per il consueto vertice con Grillo, che si dovrebbe tenere nel giro di una settimana.
Una riunione che mai come ora si preannuncia infuocata. Intanto, c’è chi difende il leader: «Queste prese di posizione contro Beppe – dice la deputata Giulia Sarti – non ci fanno che male. Sono un modo di deresponsabilizzarci: i problemi sono nostri, del gruppo, e noi dovremmo essere i primi a volerli risolvere confrontandoci».

Emanuele Buzzi
(da “il Corriere della Sera”)

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“MARONI CI HA DISTRUTTI, DEVE SPARIRE”: TREVISO, LA ROCCAFORTE PERDUTA

Giugno 12th, 2013 Riccardo Fucile

LEGA DILANIATA DA SCANDALI E RISSE

E adesso chi glielo spiega, ai padani, che la Lega vuole «essere il partito egemone del Nord»? La caduta rovinosa di Treviso, che pareva assolutamente inespugnabile, non è solo un trauma.
È l’ultimo candelotto di dinamite che esplode in una polveriera. E dilania in risse omicide un partito un tempo monolitico.
Umberto Bossi era di ottimo umore, un anno e mezzo fa, alla nascita del governo Monti.
E dava di gomito: «Se sono così fessi da mandarci all’opposizione, ci rifacciamo la verginità ». Macchè: era l’inizio di un tormentato percorso di scandali e inchieste giudiziarie, coltellate ed espulsioni, fughe e tracolli elettorali.
E se il Senatur pensava di recuperare, fuori dal governo, il «suo» popolo deluso che già  aveva consegnato alla sinistra il fortilizio di Novara, le «amministrative» della primavera 2012 erano state un disastro.
Nella scia degli scandali del «Trota» e di Francesco Belsito e del fascicolo «the family» e dei diamanti finiti in tasca al senatore Piergiorgio Stiffoni, erano cadute via via Monza, dove la Lega aveva suonato la grancassa «trasferendo» tre ministeri e il paese bergamasco di Mozzo caro a Roberto Calderoli e quello vicentino di Sarego sede del «Parlamento padano» e perfino il borgo natale dell’ Umberto, Cassano Magnago, da vent’anni dominato dal Carroccio e orgoglioso di considerarsi la «Betlemme leghista».
Almeno un leghista però, allora, aveva potuto cantare vittoria: il veronese Flavio Tosi, trionfalmente rieletto al primo turno.
Ma è proprio lui, oggi, a essere al centro delle polemiche intestine. Insieme con quel Bobo Maroni che su di lui aveva puntato e teorizzava appunto «l’egemonia leghista al Nord» ma già  a fine febbraio, pur conquistando la Lombardia, aveva visto il Carroccio uscire col 13% scarso dei voti contro il 26% abbondante delle regionali del 2000.
Ma se è dolorosa la stangata di Brescia, che anni fa vide i primi trionfi bossiani e ora vede il Carroccio ridotto all’8,66%, è nel Veneto che più si nota l’emorragia.
Qui era nata la Liga Veneta del «Leon che magna el teròn».
Qui erano stati eletti, esattamente trent’anni fa, il primo deputato e il primo senatore.
Qui erano stati conquistati i primi comuni.
Qui il partito era arrivato a segnare record inimmaginabili, come a Chiarano, in provincia di Treviso, dove il sindaco Gianpaolo Vallardi si spinse nel 2009 a prendere in gara solitaria, contro una lista che univa destra e sinistra, il 76,6%.
Una maggioranza talmente «bulgara» che gli stessi leghisti ne ridevano chiamando il paese «Chiaranov».
Altri tempi. Persino a «Chiaranov», alle ultime politiche, quello di Alberto da Giussano era solo il quarto partito col 15,1% dopo il Pdl, il MoVimento 5 Stelle e anche il Pd che da quelle parti ha sempre contato come il due di coppe con la briscola a spade.
E intorno a «Chiaranov» sono cadute una cittadella dietro l’altra.
A partire, appunto, dai feudi scaligeri (dunque maroniani) di Flavio Tosi, contro il quale ieri a «La zanzara» di Radio 24 il consigliere regionale veneto Santino Bozza, espulso dalla Lega poche settimane fa, sparava a zero: «Tosi e Maroni devono andare nel centro del lago di Garda, nel punto più profondo, e immergersi più a fondo possibile. Hanno distrutto la Lega, devono sparire, vadano in vacanza in eterno».
Il confronto coi numeri trionfali dell’elezione di Luca Zaia, alle ultime Regionali del 2010, dice tutto.
Aveva 788.581 voti, allora, la Lega. Pari al 35,2%.
Con un vantaggio di oltre 10 punti sul Popolo della Libertà , umiliato dal sorpasso.
Bene: alla Camera, tre mesi fa, mentre il Pdl segnava il contro-sorpasso raddoppiando quasi i voti leghisti, i voti al Carroccio erano precipitati a 310.173 e a una percentuale del 10,8% nella circoscrizione Veneto 1 e 10,3% in quella Veneto 2.
Un disastro.
E un segno inequivocabile della rottura di un rapporto trentennale. Una rottura resa ancora più vistosa, alle ultime Comunali, proprio nelle zone dove più forte, fino alla strafottenza nei confronti degli avversari, pareva il partito.
Come appunto in provincia di Verona, dove la Lega alle Regionali del 2010 aveva preso il 36% e conquistato nel 2012 tra squilli di trombe il Comune capoluogo e oggi si lecca le ferite («La botta per me equivale a quando il Verona fu retrocesso. Spero che noi leghisti ci riprenderemo già  l’anno prossimo, perchè la squadra ci ha messo 11 anni a risalire in serie A», sospira Tosi) rimediate in luoghi ritenuti sicuri come Villafranca, Bussolengo, Sona…
In provincia di Vicenza, Zaia aveva trionfato col 63,4% trascinando la Lega al 38%: tre anni dopo le Comunali del capoluogo hanno visto la padana Manuela Dal Lago sfracellarsi al primo turno contro il democratico Achille Variati e il Carroccio precipitare a un avvilente 4,59%.
Nel Veneziano, dove Francesca Zaccariotto aveva strappato nel 2009, dopo 25 anni, la Provincia alla sinistra e dove il governatore attuale aveva vinto portando il movimento bossiano al 26,1%, c’era in ballo San Donà  di Piave dove proprio la Zaccariotto che gli era stata sindaco aveva il suo punto di forza: una disfatta. Con la Lega giù fino al 5,8%
Ma è a Treviso, come ha sancito coi consueti modi spicci Giancarlo Gentilini identificando il suo personale destino con quello di tutto il movimento e della Padania stessa, che «è finita l’era della Lega e del Pdl».
La città , per i leghisti veneti, valeva quanto Varese per i lumbard. Era la roccaforte. La perfetta «Padanopoli». Imprendibile, come il resto della Marca.
Tre anni fa, alle Regionali, il trevigiano Zaia aveva stravinto in provincia con quasi 66% dei voti, dei quali addirittura il 48,5% (il triplo del Pdl: il triplo!) di segno leghista.
Oggi i militanti telefonano a Radio Padania Libera sfogando la loro rabbia. Hanno perso a Castello di Godego, a Istrana, a Mareno di Piave, a San Biagio di Callanta, a Vedelago…
Un tracollo da panico.
Culminato appunto nella Waterloo della città  capoluogo. Dove il vecchio «Sceriffo» finito sui giornali di tutto il mondo per le sue sparate razziste contro «i zingari» e «i culattoni» e i negri «inseguiti a casa loro dalle gazzelle e dai leoni» è stato annientato.
E la Lega Nord si ritrova, in quella che fu per un ventennio la «sua» città , con due consiglieri su 32. E una quota dell’8,54%.
Lui, il «Genty», è rimasto nel «suo» ufficio in municipio fino a mezzanotte meno un quarto.
Come se volesse restare aggrappato fino all’ultimo a quel suo pezzo di vita.
Quando se n’è andato, dicono, ha spento la luce.

Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera“)

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FINANCIAL TIMES: “LETTA IN LETARGO, IL VOTO LO SPINGA A FARE QUALCOSA”

Giugno 12th, 2013 Riccardo Fucile

“IL PREMIER ITALIANO HA FATTO BEN POCO PER RIMETTERE IN MOTO L’ECONOMIA E NON CAPISCE CHE GOVERNARE COMPORTA SCELTE ANCHE IMPOPOLARI”

Il Financial Times si scaglia contro Enrico Letta.
“Il premier italiano può sorridere, guardando al risultato delle elezioni comunali, con la vittoria del Pd, lo stop di Silvio Berlusconi e il risultato negativo di Beppe Grillo che gela l’avanzata del populismo in Italia”, afferma un editoriale intitolato “La letargia di Letta”.
Ma, aggiunge il quotidiano britannico, “il presidente del Consiglio deve fare buon uso del fatto che gli italiani sembrano aver concesso il beneficio del dubbio al suo governo di larghe intese”.
In realtà , secondo il Financial Times, da quando è stato scelto da Giorgio Napolitano per guidare il governo, Letta “ha fatto molto poco per rimettere in moto l’economia” e in questo momento “il suo programma assomiglia sempre di più a una trilogia impossibile”.
E cioè: “Vuole tagliare le tasse, aumentare la spesa per l’istruzione e, allo stesso tempo, rispettare gli obiettivi sul deficit fissati da Bruxelles”.
Il quotidiano finanziario evidenzia invece che “governare comporta scelte difficili” e impopolari come insegna la “lezione del governo tecnocratico di Mario Monti”, le cui riforme non hanno pagato in termini di consenso popolare, così come è “difficile conciliare le priorità  divergenti dei partiti che sostengono l’esecutivo”.
Inoltre, “c’è il rischio che la coalizione che sorregge Letta non resista se Berlusconi fosse condannato in uno dei suoi processi”.
Ma, conclude il Financial Times, “nessuna giustificazione regge quando le riforme sono così urgenti” e ora che con le ultime amministrative “gli elettori hanno dato spazio a Letta, il premier dovrebbe provare a far ripartire l’Italia”.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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ADELE GAMBARO E’ UNA VETERANA CINQUESTELLE, STAVOLTA NON POSSONO FAR PASSARE UNA DISSIDENTE PER VENDUTA

Giugno 12th, 2013 Riccardo Fucile

MILITANTE DEL MOVIMENTO FIN DALL’INIZIO, LAUREA E MASTER IN RELAZIONI INTERNAZIONALI, TONI PACATI… E’ UNA DELLE IMMAGINI FORTI E STIMATE DEI GRILLINI IN EMILIA

Quarantotto anni, consulente per enti pubblici, è la più anziana delle senatrici emiliane elette a febbraio con il Movimento 5 stelle.
Adele Gambaro, la parlamentare sul punto di essere espulsa per avere definito Beppe Grillo il problema del Movimento 5 stelle, con una laurea e un master in relazioni internazionali in tasca, negli anni Novanta si trasferisce dalla sua Genova a Bologna, dove comincia a collaborare con la Regione per la promozione di progetti dell’Unione europea per le piccole e medie imprese
Al movimento di Grillo aderisce fin dalla nascita, facendosi le ossa in quello che per i 5 stelle è stato il più importante laboratorio politico: Bologna.
Si iscrive al meet up nel 2009, il Movimento è ancora agli esordi e i militanti attivi, quelli che non si perdono nemmeno un’assemblea, si possono contare sulle dita di una mano: “Per me il Movimento è una comunità  di persone che hanno a cuore il benessere di tutti, che ambisce a migliorare la società , a renderla più equa e sostenibile” dice.
Toni pacati e mai sopra le righe, è l’esempio di come spesso i candidati a 5 stelle siano distanti anni luce dai modi di comunicare di Grillo.
Guai confondere Grillo col Movimento, almeno fino a oggi le personalità  e le competenze erano separate.
E lo era anche il modo di fare politica. Con i risultati di febbraio, questi equilibri, sono decisamente scomparsi.
La storia di Gambaro, nella scalata alle istituzioni, inizia nel 2009 quando si candida alle elezioni comunali di Bologna.
Va male però: con il 3,2 % la lista civica a 5 stelle piazza a Palazzo d’Accursio solo un consigliere, Giovanni Favia.
L’anno dopo ci riprova, sempre in lista con Favia, per un posto nell’assemblea regionale. Anche lì non ce la fa.
La sua strada verso le istituzioni si apre solo due anni dopo, con le parlamentarie, le primarie online usate dal Movimento per scegliere i candidati per il Parlamento: con 148 voti si piazza al secondo posto della lista per il Senato, assicurandosi un posto certo a Palazzo Madama.
Pochi giorni prima si dice “consapevole di avere una enorme responsabilità  nei confronti di chi mi voterà , degli iscritti al movimento, di tutti i cittadini italiani e, infine, della mia famiglia”.
Quando indosserà  i panni della senatrice a 5 stelle, assicura, si muoverà  come “un amministratore della cosa pubblica, esecutore delle istanze della cittadinanza, renderà  sempre conto del suo operato a tutti i cittadini, anche attraverso alla rete”, e sarà  pronta dopo 5 anni a lasciare il posto al suo successore.
Ma soprattutto lavorerà  sodo, “studiando e informandosi, così da non arrivare alle sedute impreparata”.
In Senato è componente della commissione permanente Affari esteri ed emigrazione.
Ieri, sulla sua pagina Facebook, la senatrice è stata riempita di insulti.
Qualcuno che le chiede quanto sia stata pagata per questa uscita.
Invece, sul blog di Grillo, la situazione è diversa: non c’è un plebiscito. Assolutamente (e centinaia di commenti sfavorevoli a Grillo sono sistematicamente cancellati…n.d.r.)
Molti sono dalla parte del leader, altri invece chiedono a Grillo di abbassare i toni dello scontro e lo accusano di aver fatto ricorso “alle purghe” contro chi all’interno del Movimento manifesta dissenso.
“Ma non è che la risposta sia sempre buttiamoli fuori dal movimento, Scilipoti, epurazione ecc. ecc — fa notare Giacomo — si può parlare e condividere un pensiero oppure ogni volta che si dice una cosa bisogna aver paura che si venga mandati via dal movimento? ”.
“Cosa ci chiedi poi a fare se sei tu il problema? Vuoi sentire l’eco delle pecore? — chiede ‘Z x Zolfo’ — Queste sono purghe! Nè più nè meno. Epurazione del dissenso”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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INTERVISTA AL SENATORE M5S PEPE: “SIAMO DESTINATI ALL’AUTODISTRUZIONE”

Giugno 12th, 2013 Riccardo Fucile

“SIAMO TROPPO GRILLO-DIPENDENTI, NON DURIAMO UN’ALTRA LEGISLATURA”

Il senatore Bartolomeo Pepe, eletto in Campania, è uno di quelli – per intenderci – che votarono Piero Grasso disubbidendo a Grillo.
«Lo feci per tigna e non mi nascosi, lo dissi subito», rivendica sorseggiando un caffè alla buvette di Palazzo Madama.
Senatore ha sentito cos’ha detto la sua collega Adele Gambaro? Se i 5 Stelle hanno fatto flop alle amministrative la colpa è di Grillo. Il problema è lui.
«In assemblea non lo aveva mai detto, ma i suoi interventi, devo dire, erano sempre molto equilibrati».
Lei condivide le accuse?
«Guardi, dalle mie parti dicono “ogni capa è ‘nu tribunale”. Io invece dico semplicemente che siamo troppo Grillo-dipendenti. E Beppe, anche fisiologicamente non può reggere, non dura un’altra legislatura. Ha quasi 65 anni. Lei ce lo vede a 70 nelle piazze che si incazza ancora? Dureremo una legislatura. Siamo destinati ad autodistruggerci. Ma il fatto che siamo qui significa che abbiamo già  vinto».
Ma Grillo sembra più stressato del solito.
«Non lo dica a me, io mi nutro di stress…»
Anche il M5S dà  segni di nervosismo: i risultati del voto parlano chiaro.
«Le amministrative non sono come le politiche. Dalle mie parti sulle preferenze alle comunali decide ancora la camorra».
Alle vostre assemblee siete sempre meno.
«Ora che il lavoro è iniziato anche nelle commissioni è impensabile passare 3 ore in assemblea. Personalmente ho inventato un sistema: il pallometro».
Sarebbe?
«Ho comprato tre palle di quelle che si accendono e si spengono. Le tengo nel mio studio. Ognuna dura un’ora. Se si accende la terza vado via. Vuol dire che può bastare».

Claudio Marincola
(da “il Messaggero“)

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IL VERO DRAMMA DI GRILLO: IL CROLLO DI UTENTI (E DI UTILI) DEL SUO SITO, ECCO IL GRAFICO DEGLI ULTIMI TRE MESI

Giugno 12th, 2013 Riccardo Fucile

CINQUESTELLE IN CROLLO VERTICALE, NON SOLO DEI VOTI MA SOPRATTUTTO DEGLI UTENTI DEL SUO BLOG

Grillo si scaglia contro Facebook, peccato che il 23% degli utenti del suo sito (e quindi dei suoi utili) provengono proprio da Facebook.
«Attenti a Facebook, ci spiano»: la sparata in un comizio a Cagliari del M5S, movimento che proprio ai social network e alla rete deve la sua fortuna
Grillo contro i social network. «Avete visto Obama? Hanno ammesso che sono anni che spiano milioni di americani.. Lo fanno anche qua. Non usate Facebook, i dati vengono messi in un database.. stiamo attenti.. ai nostri deputati sono entrati nelle mail. Non era mai successo. Hanno alzato il tiro perchè sanno che il Movimento 5 stelle sarà  un problema per l’Europa».
Parole che sorprendono quelle di Grillo, pronunciate ad Assemini, in provincia di Cagliari, e riferite alla bufera che ha investito l’amministrazione Obama per il controllo di dati telefonici e web.
E non importa che proprio sui social network e sulla rete il comico genovese e il suo guru Gianroberto Casaleggio siano riusciti lanciare le Cinque Stelle.
E non tranquillizzano nemmeno le parole di Zuckerberg che ha dichiarato «Facebook non fa e non ha mai fatto parte di programmi per passare informazioni sugli utenti al governo degli Stati Uniti, nè tantomento abbiamo mai concesso l’accesso ai nostri server».
Contrordine, cittadini: «Ora Facebook è il male».
Già  a fine 2011 dal suo blog Grillo si scagliava contro il colosso di Zuckerberg. «Senza iscritti Facebook varrebbe zero. Se io e mio figlio, ad esempio, cancellassimo il profilo, il valore di Facebook diminuirebbe all’istante di 200 dollari. Il capitale sono gli utenti, i loro contenuti e le loro reti di relazione e non la piattaforma, ma Facebook è un mondo chiuso in se stesso nell’universo di Internet, chi vi entra non vi può più uscire», scriveva.
Ad andare giù dunque è anche il lato economico del rapporto, che monetizza la vita degli utenti attraverso immagini, dati e pubblicità  sulle loro bacheche.
E se Grillo proprio su Facebook ha una delle pagine più condivise e cliccate, con oltre 1 milione e 300 mila like, da cui «diffonde il verbo», evidentemente l’amore con la piattaforma non è così ricambiato.
Anche ai suoi parlamentari, in occasione del vertice “segreto” in agriturismo il leader del M5S ha consigliato ai suoi deputati: «Non pubblicate sui social network elementi della vostra vita privata, ma solo l’attività  parlamentare».
Un consiglio dato anche all’indomani delle polemiche per certe esternazioni dei cittadini proprio sulle pagine del social network. E non solo.
Per lanciare le proposte dei Cinque Stelle, negli anni Casaleggio ha incoraggiato l’uso di piattaforme alternative per il dialogo tra pentastallati. Una su tutte MeetUp, diventato uno degli strumenti più usati all’interno del Movimento – oltre al blog – per fare politica.
Mezzi grazie ai quali Casaleggio gestisce la comunicazione delle Cinque Stelle.
Insomma, la sparata di Grillo sorprende abbastanza.
Soprattutto se letta alla luce del fatto che uno dei cardini del Movimento è proprio la e-democracy, la famosa democrazia liquida che fa della rete il mezzo principale di espressione della volontà  dei cittadini.
E soprattutto alla luce del fatto che Casaleggio nei suoi discorsi ha affermato: «Nel 2051 un referendum mondiale via clic cancellerà  la pena di morte, nel 2054 la prima elezione planetaria in Rete farà  nascere un governo chiamato Gaia. Scompariranno partiti politici, ideologie, religioni. «Ogni essere umano sarà  padrone del proprio destino e il sapere collettivo sarà  la nuova politica».
E stupisce anche alla luce delle polemiche nate sulla gestione del blog, sul quale migliaia di utenti si iscrivono ogni giorno per commentare le parole di Grillo.

Marta Serafini

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LA RIVOLTA DEGLI ELETTI CINQUESTELLE CONTRO GRILLO: “L’ESPULSIONE LA STABILIAMO NOI, NON BEPPE”

Giugno 12th, 2013 Riccardo Fucile

GRILLO FURIOSO: “CHI SIETE VOI? SENZA DI ME SARESTE ZERO”… MA DALLA RETE L’ACCUSANO: “SI’ IL PROBLEMA SEI PROPRIO TU”

Il «problema» non è l’uscita a gamba tesa di Grillo, la porta sbattuta in faccia, le urla che rimbombano sul blog.
Il problema al contrario è la calma. I
toni posati, le parole ferme, scandite lucidamente da Adele Gambaro, la senatrice emiliana che senza scomporsi ha spiattellato in faccia al suo leader una verità  che molti suoi colleghi pensano ma non dicono: «Il problema caro Beppe sei tu che insulti mentre noi lavoriamo».
Parole covate dentro, che la Gambaro aveva già  detto in una precedente intervista tra il primo e il secondo turno elettorale quasi ignorata.
PEONES SUL PIEDE DI GUERRA
Che il crepuscolo di Grillo sia già  cominciato lo si legge nelle facce preoccupate dei fedelissimi. «Beppe era furioso, non si teneva, chi siete voi per parlare cosi? Senza di me sareste zero, niente!», riassume lo stato d’animo del capo, Claudio Messora, il responsabile della Comunicazione in Senato.
Si scopre così che l’uscita della Gambaro, all’indomani della dèbacle elettorale, tutto è tranne che un’improvvisata.
Proprio ieri i senatori avevano votato il nuovo capogruppo Nicola Morra. 24 i voti a favore, 22 quelli a Luis Alberto Orellana a cui sono andate le preferenze dei «dialoganti» e due astenuti. Come dire che il gruppo è spaccato, anche se Morra – fortissimamente voluto da Casaleggio – appena eletto si è affrettato a spiegare esattamente il contrario, («toni a volte aspri, l’importante è restare uniti, porteremo dei correttivi»).
Il caso Gambaro? «Raccoglierò tutti gli elementi e poi consulterò gli altri», ha risposto Morra, neanche fosse un detective dinanzi al corpo del reato.
Il risultato del voto, le incomprensioni col capo, il quarto dissidente che si sfila nel giro di pochi giorni. Il Movimento rischia di sfarinarsi molto prima del previsto, durare meno dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini che pure durò un lampo.
«Il maggior merito del M5S in questi primi mesi è stato aver influenzato positivamente le altre forze politiche», prova a rivendicare Vito Crimi.
La toscana Alessandra Bencini minimizza il tonfo siciliano, un crollo con percentuali da prefisso telefonico in capoluoghi come Catania, Siracusa e Messina, dove prima si superava ampiamente il 30%: «Nell’Isola la scheda è ballerina».
E ora? «Sono contraria alle espulsioni» lei prende posizione come Paola Nugnes, del resto.
Ed è una frase assolutoria che si sente dire a molti 5Stelle. «Sarà  l’assemblea a decidere e il web a ratificare», ricorda Laura Bottici.
Ecco, il punto è questo. Che si stia preparando la fronda? Il momento, il minuto, l’ora della scissione? Il casus belli c’è già .
L’espulsione decretata online. Furnari, uno dei fuoriusciti tarantini non ha dubbi, «è una questione di tempo, imploderanno».
NE RESTERANNO 140
L’uscita a gamba tesa della Gambaro ha messo in moto ieri sera l’ennesima assemblea. «Alla fine dei 163 ne resteranno circa 140», calcola uno dello staff.
Grillo e Casaleggio sarebbero già  preparati.
La Rete ribolle: «Sì, Beppe, se vuoi saperlo per me il problema sei stato proprio tu che in passato eri il mio idolo», si legge in rete.
O anche: «Bravo… continua a cacciare chiunque dica qualcosa contro, e tra un po’ non ci sarà  più nessuno…».
Mentre il gruppo dei pasdaran va dritto per la sua strada: «Grillo è patrimonio mondiale dell’umanità , come le Dolomiti», è la carezza del neo presidente alla Vigilanza Rai, Fico. «Abbiamo tanti nemici all’esterno, ma da sempre il vero pericolo è all’interno», dichiara guerra anche il pacioso Alessandro Di Battista.
Per tutti la consegna è del silenzio, ma da ieri anche chi parla poco potrebbe generare sospetti.

Claudio Marincola
(da “il Messaggero“)

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