Destra di Popolo.net

OMBRE, VELENI E SCONTRI DI POTERE: COSI’ L’ANTIMAFIA FINI’ NEL CAOS

Giugno 13th, 2013 Riccardo Fucile

E LE ACCUSE A MESSINEO ORA RISCHIANO DI BLOCCARE LE INCHIESTE

A Palermo, la procura della Repubblica è senza capo.
Anzi, senza quello che per il Consiglio superiore della magistratura era solo un capo sulla carta.
Un procuratore a mezzo servizio, «debole », incapace di guidare uno degli uffici giudiziari più caldi e rognosi d’Italia.
Giù in Sicilia, sta cominciando un’altra estate difficile per la giustizia. E già  si annuncia una rifondazione per quella procura trascinata più volte in passato (per le tante nefandezze compiute dai giudici contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) nel gorgo di sospetti e veleni.
Ma stiamo ai fatti e ricostruiamo cosa esattamente è accaduto, perchè l’organo di autogoverno della magistratura ha deciso di avviare la procedura per «incompatibilità  ambientale» per Francesco Messineo, procuratore capo dal 2006. E i fatti, per la prima commissione del Csm, sono tanti.
Primo fatto. Ha gestito l’ufficio «senza la necessaria indipendenza ».
Secondo. Il procuratore «è stato influenzato dal suo aggiunto Antonio Ingroia».
Terzo fatto. Ha pregiudicato la cattura del boss latitante Matteo Messina Denaro «per un difetto di coordinamento all’interno della procura».
Quarto. Ha invitato «a soprassedere, in attesa di ulteriori acquisizioni all’iscrizione nel registro degli indagati» del dirigente di banca Francesco Maiolini, a lui legato e al quale aveva chiesto e ottenuto «un posto di lavoro per suo figlio».
Quinto fatto. Ha comunicato a quel direttore di banca informazioni sulla sua posizione giudiziaria (questa accusa è stata archiviata propri ieri dalla procura di Caltanissetta in quanto, Messineo, si era limitato a riferire notizie già  in possesso dell’indagato).
Sesto e ultimo fatto. Il capo della procura non «ha sempre seguito», nell’uso dell’istituto dell’astensione, «criteri coerenti e nitidamente individuabili».
Il riferimento del Csm corre ai guai giudiziari di due parenti stretti di Messineo. Uno è suo fratello Mario, processato per la gestione di fondi regionali (assolto in primo grado, prescritto in appello), l’altro è suo cognato Sergio Sacco, schedato mafioso dalla Questura fin dagli anni ’70, in buoni rapporti con i capi della «famiglia » Madonia, sempre «miracolato » nonostante le tante accuse e al momento sotto processo per associazione a delinquere. La lista parla da sola.
Per spiegare l’origine di questo pasticcio che è diventato scandalo, bisogna fare un passo indietro e raccontare come Messineo è arrivato al vertice della procura di Palermo e quali sono le logiche della magistratura italiana.
Giochi di corrente e manovre non sempre comprensibili.
Per evitare che l’attuale procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone (poi nominato a Reggio Calabria) finisse a Palermo, Magistratura Democratica si è sorprendentementemobilitata per sostenere Messineo – che apparteneva a un’altra corrente – nonostante non avesse esperienza di cose di mafia e soprattutto per quei suoi legami familiari che, già  molti anni prima, l’avevano costretto ad allontanarsi da Palermo.
Così, per far fuori Pignatone, hanno puntato tutto su Messineo, un personaggio che non aveva il profilo per occupare quella poltrona.
Così la procura della Repubblica ha avuto un capo «ombra» che per anni è stato Antonio Ingroia.
È lui cheha deciso le grandi scelte di politica giudiziaria di quell’ufficio, è lui che ha avviato l’inchiesta sulla trattativa fra Stato e Cosa Nostra, sempre lui è rimasto riferimento per il pool antimafia fino al giorno in cui si è gettato nell’arena politica.
Il punto centrale delle accuse del Csm contro Messineo resta comunque quello della «dipendenza » dal suo vice.
Si riporta nell’atto di incolpazione: «Ha perso piena libertà  e indipendenza nei confronti del procuratore aggiunto Ingroia e del sostituto Lia Sava (oggi procuratore aggiunto a Caltanissetta ndr)» tanto da subirne «condizionamenti ».
Un’ultima annotazione. Meno di un mese fa, il Tribunale di Milano ha condannato tre giornalisti a 8 mesi di carcere per diffamazione (e senza sospensione della pena) per un articolo dal titolo: «Ridateci Caselli».
Raccontavano del poco peso di Messineo alla procura di Palermo, invocando il ritorno del vecchio capo. Un eccesso di critica pagato caro.
La ricostruzione di questa vicenda non si può chiudere non parlando dell’inchiesta e del processo che è in corso in Sicilia sulla trattativa fra Stato e mafia.
Intanto perchè il procuratore generale della Cassazione ha promosso un’azione disciplinare contro il pm Nino Di Matteo e lo stesso Messineo, il primo per «avere ammesso l’esistenza delle telefonate fra l’ex ministro Mancino e il capo dello Stato», il secondo per «non avere segnalato le violazioni del suo sostituto ».
Poi perchè quel processo è diventato un caso italiano.
Certo che non c’è alcun collegamento fra ciò che sta travolgendo Messineo – anche se il Csm già  in passato aveva insabbiato alcune accuse contro di lui che erano le stesse di oggi – ma c’è chi ipotizza che la tempesta che si sta abbattendo sulla procura porti anche indirettamente, inevitabilmente, conseguenze al dibattimento con quegli imputati eccellenti.
A cominciare dalla competenza territoriale.
Alla prossima udienza sapremo se il processo Stato-mafia resterà  a Palermo o finirà  altrove

Attilio Bolzoni

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IL COLPO DI RISERVA DEL CENTROSINISTRA: UN RIBALTONE CON I DISSIDENTI CINQUESTELLE

Giugno 13th, 2013 Riccardo Fucile

MA BERLUSCONI : “NON FARO’ CADERE LETTA DOPO LA CONSULTA”

«Se anche la Consulta mi desse torto, se anche dovessi essere condannato per Ruby, non farò cadere il governo. Lo so che non aspettano altro».
È da qualche giorno che Berlusconi ripete questo dogma.
Lo ha detto anche ieri sera alla cena di palazzo Grazioli: mai e poi mai farà  cadere il governo Letta. Almeno non in questa fase.
Ma c’è un motivo se il Cavaliere è tanto preoccupato. Ed è lo stesso motivo che spinge Renzi da qualche giorno ad essere più sospettoso e guardingo del solito.
Perchè il tam-tam che corre nel Pdl e rimbalza fino al Pd è quello di un ribaltone in preparazione, un cambio di maggioranza propiziato dallo sfarinamento in corso dei gruppi parlamentari a 5stelle.
Un rimescolamento per sostituire il Pdl con quelli che nel Pd vengono già  definiti «i grillini riformisti» e decretare così la fine delle larghe intese.
Il presupposto sarebbe ovviamente una crisi di governo con la prospettiva di una Letta-bis.
Perchè se c’è un punto fermo in questa legislatura, che tutti danno per scontato, è l’assoluta ostilità  di Giorgio Napolitano a sciogliere le Camere senza che sia stata (almeno) riformata la legge elettorale.
Per questo si dovrebbe varare un nuovo esecutivo e una nuova maggioranza: un «governo del Mattarellum», visto che al primo punto dell’agenda ci sarebbe l’archiviazione del Porcellum e il ritorno al vecchio sistema uninominale maggioritario.
Certo, al momento sono solo suggestioni.
Ma a palazzo Madama, vero fronte delle operazioni, si fanno e si rifanno i conti di quanti potrebbero lasciare Grillo per sostenere un altro governo e mettersi al petto la medaglia di aver archiviato l’era Berlusconi.
Si parla al momento di 12-15 pentastellati, su un gruppo che ne conta 53, pronti a mollare al momento opportuno.
Troppo pochi, ancora, anche se nel Pd si sta lavorando ai fianchi il MoVimento con l’obiettivo di allargare la faglia.
Per arrivare alla maggioranza di 156 senatori servirebbero almeno 20 transfughi, dando per scontato il sostegno dei 21 di Scelta Civica e dei 7 di Sel.
Ma negli ultimi giorni, dopo la batosta delle amministrative e i progetti di spacchettamento del Pdl e ritorno a Forza Italia, nel centrosinistra si guarda anche da quella parte.
Un numero consistente di senatori governativi del Pdl potrebbe infatti staccarsi dal Cavaliere e lavorare a un centro moderato di ispirazione Ppe insieme a Scelta Civica. In questo modo i numeri ci sarebbero per arrivare a fine legislatura.
«Berlusconi ha perso il suo tocco magico – ragiona un senatore del Pdl che non vede l’ora di disfarsi del vecchio leader – e lo dimostrano proprio le ultime elezioni. Non è vero che se non c’è lui perdiamo, basta guardare a Roma: Berlusconi è andato 2 punti sotto Storace e ben 7 punti sotto Alemanno».
Ed è proprio questo il timore di Renzi, che il governo Letta-bis vada avanti, anche se con una maggioranza diversa, e lo confini a palazzo Vecchio per anni.
Benchè il Cavaliere abbia tutto l’interesse, tanto più con le sentenze in arrivo, a restare aggrappato al governo, ci sono due strettoie che potrebbero facilitare l’operazione e portare a un incidente parlamentare.
Il primo collo di bottiglia sono proprio le riforme.
C’è un diffuso scetticismo sul lavoro del comitato dei saggi governativi e sulla capacità  della bicamerale di trasformarlo in un disegno di legge costituzionale. Lo stesso ministro delle riforme, Gaetano Quagliariello ha posto unatimeline invalicabile: «I lavori dovranno essere completati al massimo entro il 15 ottobre».
Altrimenti, ha detto al Foglio, «ne trarrò le conseguenze».
Quattro mesi e si arriva a ottobre. Dove un altro collo di bottiglia, ancora più insidioso, minaccia la coesione della maggioranza di grande coalizione: la legge di stabilità .
Sarà  quello l’ultimo treno per approvare le riforme – dall’Imu a Equitalia, dal lavoro alla restituzione dei 90 miliardi di debiti alle imprese – che giustificano l’esistenza del governo di larghe intese.
«Questo governo – osserva Daniele Capezzone – funziona solo se c’è una situazione “win-win” in cui il Pdl e il Pd ottengono cose concrete, soprattutto sul rilancio dell’economia e sull’occupazione. Altrimenti se il governo galleggia… ».
I puntini di sospensione li ha colmati ieri il Financial Times, accusando il governo di «letargia».
Linda Lanzillotta, vicepresidente montiana del Senato, prevede che una svolta potrebbe arrivare a settembre: «Lo spartiacque vero saranno le elezioni tedesche. Fino ad allora ci sarà  da soffrire, poi ci potrebbero essere dei margini per la crescita». Sempre che nel frattempo ci sia ancora il governo.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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QUANDO BERLUSCONI DISSE AGLI 007: “FARESTE FUORI GHEDDAFI”?

Giugno 13th, 2013 Riccardo Fucile

LA RIVELAZIONE DI UNA FONTE AUTOREVOLE DELLA SICUREZZA: IL CAVALIERE TEMEVA DI ESSERE CONSIDERATO TROPPO FILO-RAàŒS

Nelmezzo della crisi libica il presidente del Consiglio di allora, Silvio Berlusconi, fece una richiesta un po’ irrituale ai servizi segreti guidati allora da Gianni De Gennaro: “Non è che potreste far fuori Gheddafi?”.
Il Fatto Quotidiano lo apprende da una fonte diplomatica autorevole vicina agli ambienti della sicurezza.
E l’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa (Fratelli d’Italia) commenta così: “Non venivano certo a raccontarlo a me, ma è possibile. Berlusconi era preoccupato di trovarsi lui stesso in difficoltà  perchè considerato troppo vicino al leader libico”. Difficile dire se poi ci sia stato un seguito, le cose dei servizi segreti restano, quasi sempre, segrete
Da quanto si può ricostruire, quello di Berlusconi era un tentativo un po’ naà¯f di risolvere una situazione imbarazzante, visto che nel marzo 2011, quando cominciano i bombardamenti della Nato su Tripoli, i ricordi dei vertici romani (con tanto di tenda nel parco di villa Pamphili) tra il Cavaliere e il Colonnello erano ancora freschissimi. Berlusconi ha sempre vissuto con un certo fastidio la fermezza con cui il suo ministro degli Esteri, Franco Frattini, si è subito schierato nel fronte degli interventisti della Nato.
Ma quando le cose sono precipitate ed è diventato chiaro che il potere di Gheddafi stava crollando, Berlusconi deve aver pensato di risolvere la cosa in modo rapido, cercando di riabilitarsi all’ultimo secondo.
L’Italia aveva da poco firmato anche un compromettente trattato di amicizia italo-libico che impegnava il governo a investimenti in Libia e la Banca centrale del Paese aveva mandato due dei suoi fondi di investimento in soccorso di Unicredit.
Al di là  degli affari, però, c’era il rapporto personale, a lungo ostentato, tra Berlusconi e Gheddafi.
Avere un ruolo nella sua eliminazione poteva essere un utile argomento per il Cavaliere che attraversava già  una crisi di legittimità  a livello internazionale (sopravviverà , politicamente, meno di un mese alla morte del raìs).
Ovviamente le cose non sono così semplici, i servizi segreti tendono a non agire direttamente, preferiscono di solito influenzare, indirizzare, procedere “per proxy”, come si dice in gergo, cioè mandare avanti i soggetti che già  operano sul territorio (nel caso specifico i ribelli libici).
Che dietro la morte del leader libico, il 20 ottobre 2011, ci possa essere l’attivismo di spie occidentali però non è un eccesso di complottismo.
Negli ultimi giorni un’inchiesta di Le Monde (integrata da Fausto Biloslavo sul Giornale) ha rivelato un possibile retroscena di quegli eventi: l’allora presidente della Francia, Nicolas Sarkozy, capofila dell’intervento della Nato, era molto preoccupato che emergessero i suoi legami, altrettanto imbarazzanti, con il regime libico.
“Penso che Sarkozy ha un problema di disordine mentale. Ha detto delle cose che possono saltar fuori solo da un pazzo”, disse Gheddafi a Biloslavo del Giornale, che ricorda: “Il Colonnello non riusciva a comprendere come l’ex amico francese, che aveva aiutato con un cospicuo finanziamento (forse 50 milioni di euro) per conquistare l’Eliseo fosse così deciso a pugnalarlo alle spalle”.
Anche Lorenzo Cremonesi, sul Corriere della Sera, ha raccontato a fine 2012 come a Tripoli in tanti sostenessero che dietro la morte di Gheddafi ci fosse un agente francese.
In quei mesi del 2011, complici partite industriali ed economiche (dalle nomine in Bce alla Parmalat al nucleare) i rapporti tra Berlusconi e Sarkozy erano piuttosto stretti.
Chissà  se il Cavaliere è poi riuscito ad avere un ruolo nell’eliminazione del Colonnello.
Probabilmente no, visto che alla morte del dittatore invece che rivendicarne l’eliminazione si limitò a liquidarlo con un semplice: “Sic transit glora mundi”.

Stefano Feltri
(da “il Fatto Quotidiano“)

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“MARONI E TOSI DEVONO SPARIRE, LI PRENDEREMO A CALCI NEL CULO”

Giugno 13th, 2013 Riccardo Fucile

L’EX CONSIGLIERE REGIONALE VENETO BOZZA SPARA A ZERO CONTRO I VERTICI DEL CARROCCIO: “IN VENETO DI QUEI DUE NON NE POSSONO PIU’: DEVONO ANDARE FUORI DAI COGLIONI”….”GENTILINI? ERA MEGLIO SE STAVA A CASA A GIOCARE A BRISCOLA”

“Tosi e Maroni devono andare nel centro del lago di Garda, nel punto più profondo, e immergersi più a fondo possibile. Hanno distrutto la Lega, devono sparire, vadano in vacanza in eterno“. Così Santino Bozza, consigliere regionale in Veneto espulso qualche settimana fa dalla Lega Nord, è intervenuto a “La Zanzara” su Radio 24.
“Li prenderemo a calci in culo — tuona il politico — ma con quegli stivali all’americana che hanno le punte lunghe. Devono andare fuori dai coglioni. Siamo in migliaia qui nel Veneto — continua — che non ne possono più di Tosi e Maroni, il settanta-ottanta per cento dei leghisti. Siamo gasatissimi e siamo in contatto con Bossi per riprenderci la Lega, l’unico leader è lui“.
E aggiunge: “Maroni ha cercato di imitarlo ma è un nanetto, un piccolo nano, vale un due di coppe. Quando lo vedi in tv fa venire il voltastomaco“.
Bozza poi pronuncia una lunga filippica contro Tosi: “La colpa della sconfitta è sua, lui è un pallone gonfiato dai media. Un fascista, uno che non guarda in faccia a nessuno. Bisogna cacciarlo subito”.
E rincara: “A me di Maroni non me ne frega niente. Appartengo sempre alla lega di Bossi, la Lega 1.0. La nostra Lega poteva dare ancora fastidio al potere centrale e l’hanno distrutta”.
Poi il bossiano se la prende anche con Giancarlo Gentilini, sconfitto nel ballottaggio a Treviso: “Doveva stare a casa e farsi delle belle passeggiate e qualche partita a briscola”.

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L’EX MINISTRO BRAMBILLA INDAGATA PER PECULATO E ABUSO D’UFFICIO PER L’USO DI ELICOTTERI DI STATO A FINI PERSONALI

Giugno 13th, 2013 Riccardo Fucile

L’ACCUSA E’ DI PECULATO E ABUSO D’UFFICO… I FATTI RISALGONO AL 2010 E VENNERO DENUNCIATI DAL “FATTO”

Abuso d’ufficio e peculato. Con queste accuse l’ex ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla è stata iscritta nel registro degli indagati.
Sotto la lente della procura di Milano — pm Maria Letizia Mannella — è finito l’uso personale degli elicotteri di Stato da parte dell’ex titolare di Via della Ferratella.
Due in particolare i voli contestati, quelli del 9 dicembre 2009 e del 13 marzo 2010, raccontati nel novembre del 2010 dal Fatto Quotidiano, che ricevute e bilanci alla mano, documentò almeno due spostamenti del ministro effettuati con voli di Stato e procedure particolari senza nessuna “comprovata necessità  istituzionale”.
Elicotteri dei carabinieri per gli spostamenti, autoambulanze e automediche per garantire le condizioni di sicurezza necessarie al volo.
Il tutto per raggiungere, è il caso del 13 marzo, il suo comitato elettorale a Rimini.
Senza contare l’ingente uso di risorse pubbliche: solo nel 2009 il ministro aveva speso 157mila euro in viaggi contro un budget previsto di 27mila.
Nella scorsa legislatura la vicenda era finita anche agli atti di una interrogazione parlamentare degli onorevoli Ferrante e Della Seta che prendeva ampi stralci proprio dall’articolo del Fatto per chiedere conto al ministro delle sue abitudini e oggi ricompare   – come raccontato da Repubblica — nella richiesta di atti che il pm — unico modo per far proseguire le indagini — ha inoltrato al Tribunale dei Ministri.

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IL PIANO B DI GRILLO, SE LE COSE VANNO MALE

Giugno 12th, 2013 Riccardo Fucile

LA RICERCA DI VISIBILITA’ ALL’ESTERO, PREMESSA DI UN TOUR MONDIALE CON CONTRATTI SUI DIRITTI TV…ANCHE UN GRUPPO DIMEZZATO RENDEREBBE SEI MILIONI DI EURO DI UTILI L’ANNO

Grillo non sopporta il dissenso.
Tutto è cominciato con le elezioni politiche, con quel risultato che Grillo non si aspettava e nemmeno desiderava.
Una vittoria piena del Pd con i Cinque stelle tra il 10 e il 15% sarebbe stato per lui il crogiuolo perfetto in cui gridare per i prossimi anni le solite parole d’ordine sulla casta, gli sprechi, la vecchia politica, e alimentare il malessere popolare che c’è, ed ha solide fondamenta nella vita reale.
L’aver difeso a spada tratta invece, con un partito al 24% e un gruppo parlamentare notevole e parzialmente controllabile, la linea dura del o da soli o niente, fino al consenso universale, gli è costato non pochi mal di pancia.
Nel suo blog ha deciso persino di eliminare la funzione «ordina i commenti per gradimento» perchè altrimenti la percezione sarebbe stata addirittura schiacciantemente contro il capo.
La situazione è poi peggiorata con i risultati delle amministrative, dove grazie alle preferenze conta più la persona che la leadership carismatica del capo: consensi dimezzati nei casi migliori e niente ballottaggi, o quasi.
Dati allarmanti soprattutto per i giovani neo-parlamentari che con questi numeri non saranno mai riconfermati.
Al crescere delle critiche alla linea monolitica del capo, sembra aprirsi un fuggi-fuggi estivo, alla ricerca di ospitalità  altrove o in nuovi gruppi che diano qualche chance in più.
Facendo due conti, tutto sommato, un gruppo dimezzato porta comunque in casa Caseleggio circa 6-7 milioni netti e puliti all’anno.
Certo, si potrebbe discutere sul fatto che mentre l’ad di quell’azienda propugna l’azzeramento dei finanziamenti pubblici, poi chiude il suo bilancio da 6 anni a questa parte con l’80% di incassi da soldi pubblici prima dall’Idv e poi dai 5 Stelle.
Ma anche questa è la tipica coerenza italiana.
E sempre facendo due conti, anche con qualche accesso in meno, ma con un pubblico certamente più radicale e fedele alla linea, forse anche il blog di Grillo ne guadagnerebbe in termini di rapporto traffico-incassi.
La prossima scadenza elettorale con cui fare i conti però sono le Europee.
Un anno di tempo per epurare, snellire, fidelizzare, stringere tutti attorno al capo e ai temi da lui proposti.
Chi non è d’accordo vada pure via. Si perchè le elezioni europee sono le più complesse da condurre e vincere. Collegi ampi, con grandi differenze nei territori e nello stesso collegio, in cui conta e molto il radicamento.
In più le elezioni europee si affrontano con le preferenze e non solo con i voti di lista, e allora è importante lanciare per tempo gli uomini giusti.
Ed ecco pochi selezionati andare a lezioni di tv da Grillo e Casaleggio, e presentarsi a raffica in tutti i talk prima luoghi satanici da scomunica per rilanciare il verbo; la formula la solita: uno-a-uno, intervista frontale, niente dibattito e niente contraddittorio. Uno spot insomma.
Da cucire su misura per un rilancio ad hoc su Youtube o sul blog. Grillo punta ancora al 20%.
Ma in caso di ridimensionamento ha già  pronto il piano B. I pezzi ci sono già  tutti.
Il parlare solo con la stampa estera ha dato a Grillo una straordinaria visibilità , sempre sul confine tra leader politico, fenomeno mediatico e guru di una nuova società  globale.
Una terza vita si apre per l’ex-comico genovese, che potrebbe rilanciare il messaggio di un movimento Cinque stelle che «avrebbe potuto» fare la rivoluzione ma i cui eletti «sono stati corrotti dalle stanze del potere» e lui «non ci sta più».
Da mesi ormai cresce il consolidamento delle relazioni con i gruppi Occupy e Indignados di tutta Europa, cui Grillo guarda con fervido interesse come macchina di rilancio, di comunicazione e di organizzazione, e che sarebbero il pubblico ideale per una tournèe mondiale, cui lui stesso comincia ad accennare.
Qualcosa in più di una semplice ipotesi, con le prime probabili date in Spagna, Grecia, Olanda, Danimarca e con uno sbarco anche in America: il tutto ovviamente accompagnato da contratti di ferro sui diritti televisivi.
Forse un nuovo libro accompagnerà  e spiegherà  questa nuova svolta, magari tradotto in più lingue: di certo, ultimamente anche i testi dei suoi discorsi stanno cambiando, almeno rispetto allo Tsunami Tour.
Linfa di nuovi autori? «Che bello quando queste piazze le riempivo sempre a pagamento, che nostalgia…» è frase ricorrente in tutti gli ultimi comizi elettorali a sostegno dei Cinque stelle.

Michele Di Salvo

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MIRACOLO GRILLINO: LA CAPOGRUPPO IN FRIULI SI E’ LAUREATA IN RUSSIA SENZA PARLARE RUSSO

Giugno 12th, 2013 Riccardo Fucile

SUL CURRICULUM DICE DI ESSERSI LAUREATA A SAN PIETROBURGO, POI MESSA ALLE STRETTE AMMETTE: “DI RUSSO CONOSCO SOLO TRE PAROLE”

Elena Bianchi, neo eletta al consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia per il Movimento 5 Stelle, sostiene di essersi laureata a San Pietroburgo, ma interrogata sull’argomento dichiara candidamente di non conoscere “più di tre parole in croce” della lingua di Dostoyevsky.
Udine Today ci dà  notizia della polemica divampata in Rete sulla laurea (presa in Russia) della capogruppo grillina alla Regione Friuli-Venezia Giulia, Elena Bianchi.
Le perplessità  di chi ha curiosato nascono dalle “tempistiche” elencate dalla capogruppo grillina in regione.
Come ha fatto? E come ha trovato il tempo? E quando è successo? La laurea è valida anche in Italia?
Elena Bianchi ha provato rispondere ai quesiti, ma le sue dichiarazioni non hanno convinto.
La “cittadina” sostiene di essere stata una studentessa-lavoratrice e di essersi recentemente laureata a San Pietroburgo.
Le accuse del “popolo della rete”, a cui il Movimento fa sovente riferimento sono chiare.
Per convincere di non aver mentito sul suo curriculum, avrebbe dovuto rispondere ad alcune domande, per esempio, quante volte è andata in Russia?
Dove ha dato gli esami?
Nel programma di studi c’è scritto a chiare lettere che bisogna sapere, condizione indispensabile, il russo parlato e scritto mentre lei afferma di sapere a malapena tre parole: come lo spiega?

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LA GAMBARO NON MOLLA: “IO OFFESA, GRILLO SI SCUSI” E CRIMI L’ABBRACCIA PUBBLICAMENTE

Giugno 12th, 2013 Riccardo Fucile

POI AVVERTE: “SE GRILLO MI MINACCIA LO DENUNCIO”… BECCHI PERDE L’OCCASIONE PER TACERE: “SONO SCORIE”

La dissidente non è intenzionata a mollare. «Non ho assolutamente intenzione di passare al Gruppo Misto. Io sono ancora nel M5S e ci rimango finchè non dovessero decidere di espellermi», annuncia Adele Gambaro al termine della riunione congiunta delle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, a Montecitorio, Beppe Grillo «deve stare attento, non può fare così», ha continuato la senatrice.
«Non è più un uomo qualunque, rappresenta milioni di italiani. Io non ho offeso nessuno e sono stata offesa, pretenderò da lui pubbliche scuse».
E sull’ipotesi di espulsione, che i colleghi senatori – secondo quanto si apprende – non avrebbero intenzione di avallare, la senatrice Gambaro dice: «Non me ne voglio andare perchè i rapporti al gruppo al Senato sono buoni».
Il tutto mentre Grillo dal blog insiste: «Pochi mesi fa, prima di essere eletta, nelle sue dichiarazioni d’intenti Gambaro scriveva: “Penso ad un Parlamentare che nel caso non fosse più in sintonia con il M5S, grazie al quale è stato eletto, la sua base, i suoi principi, semplicemente si debba dimettere”. Cosa è successo in questi mesi? Perchè la senatrice non rispetta quanto promesso “nero su bianco” agli attivisti che le hanno dato fiducia con il voto delle parlamentarie?».
Come dire, insomma: «Gambaro dimettiti».
Parole cui lei risponde inasprendo la sua posizione affermando: «se minaccia lo denuncio». E non solo.
A chi le chiede dei commenti al veleno apparsi sul blog, replica «Far intervenire la Digos? Ne devo parlare con il mio collaboratore che è un avvocato».
Su posizioni più miti nei confronti della collega, è l’ex capogruppo al Senato Vito Crimi. Che dopo un incontro con la Gambaro l’ha abbracciata pubblicamente.
Sul caso della «senatrice ribelle» è intervenuto anche Nicola Morra, nuovo capogruppo al Senato, che ha preso tempo spiegando che «al momento non ci sono in programma riunioni».
Niente espulsione dunque.
«Vorremmo acquisire elementi per conoscere bene e valutare con attenzione».
In serata però sono arrivate anche le dichiarazioni dell’ideologo non ufficiale del Movimento che in un’intervista a un settimanale ha detto: «Sono contrario alle espulsioni, che vadano via loro: sono scorie. Usano l’Ilva come pretesto, però secondo me vanno via per i soldi. Erano gli stessi che volevano tenersi in tasca la diaria».

(da “il Corriere della Sera“)

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LA CARICA DEI SINDACI RENZIANI: “ORA IL PARTITO DEVE DARGLI SPAZIO”

Giugno 12th, 2013 Riccardo Fucile

DA TREVISO AD AFRAGOLA, CON UNA FORTE PRESENZA IN TOSCANA… COME CAMBIA LA MAPPA DEGLI AMMINISTRATORI VICINI AL ROTTAMATORE

Si potrà  dire, come fanno i suoi fan, che è anche merito suo.
O che al contrario è lui, Matteo Renzi, il primo beneficiato da un centrosinistra vincente.
Fatto sta che il voto amministrativo, che spinge ovunque sul podio i sindaci sostenuti dal Pd, è anche il voto che segna l’affacciarsi di un numero sempre maggiore di sindaci renziani.
Vince la sinistra e vince anche il sindaco di Firenze: se due settimane fa Achille Variati ottiene il bis a Vicenza, dal ballottaggio escono adesso Giovanni Manildo a Treviso ed Emilio Del Bono a Brescia.
Escono Simone Uggetti a Lodi e, in Toscana, Bruno Valentini a Siena, che riconquista per un soffio la città  sconvolta dallo scandalo Monte dei Paschi e per prima cosa ringrazia proprio Renzi.
Piccoli Rottamatori crescono.
Sempre in Toscana, terra d’elezione di Renzi, Leonardo Betti sbaraglia il ballottaggio di Viareggio.
A pochi chilometri da Palazzo Vecchio, sede del governo fiorentino, altri due nuovi volti renziani: Alessio Calamandrei ad Impruneta ed Emiliano Fossi a Campi Bisenzio, entrambi eletti al primo colpo.
Così a Gavorrano, nel grossetano, dove ha avuto la meglio Elisabetta Iacomelli.
A San Donà  di Piave si laurea sindaco Andrea Cereser, mentre a Salsomaggiore Terme, dove il sindaco Renzi è andato durante la campagna elettorale, è Filippo Fritelli.
In Liguria Alessio Cavarra espugna Sarzana al primo turno, mentre a Velletri si conferma Fausto Servadio e a Melito, nel napoletano, s’impone Venanzio Carpentieri, ad Afragola Domenico Tuccillo, a Imola Daniele Manca.
Mentre nelle elezioni siciliane, dopo aver concluso il primo turno in testa, a Siracusa va al ballottaggio Giancarlo Garozzo. A Comiso ci andrà  Filippo Spataro.
“Il Pd sta cambiando, arrivano nuovi sindaci”, ha non a caso rivendicato giorni fa lo stesso Renzi.
Che può adesso aggiungere i sindaci 2013 a quelli già  in servizio.
Da Andrea Ballarè, eletto a Novara nel 2011 a Federico Berruti di Savona, anche lui in carica da due anni.
A Forli c’è Roberto Balzani, a Faenza Giovanni Malpezzi, nella città  di Bersani, Piacenza, c’è Paolo Dosi, a Rimini Andrea Gnassi, a Lecco Virginio Brivio, a Belluno Iacopo Massaro, che un anno fa vinse sulla candidata di un Pd che non volle fare le primarie.
E poi ancora Giancarlo Piva a Este, Federico Vantini a San Giovanni Lupatoto, Nicola Garbellini a Canaro.
Mentre a Cernusco sul Naviglio c’è Eugenio Comencini, a Giffoni Paolo Russomando, a Pizzo Calabro Gianluca Callipo, a Villapiana, Roberto Rizzuto, a Recanati Francesco Fiordomo, ad Alghero Stefano Lubrano.
E’ un esercito in costruzione. A cui si può aggiungere la presidente del Friuli-Venezia-Giulia Debora Serracchiani, che condivide molte cose con Renzi.
E perfino il suo vice Sergio Bolzonello, ex sindaco di Pordenone: “C’è un numero crescente di sindaci e amministratori che si schiera con noi, che partendo dall’esperienza del territorio chiede con sempre maggior forza di rinnovare il Pd”, rivendica la deputata Simona Bonafè.
Come dire, che nella sempre più probabile corsa congressuale di Renzi, la carica arriverà  proprio dagli amministratori.
Sono numeri però, quelli dei sindaci renziani, che non trovano riflesso nelle cariche di partito: non un segretario regionale (in Toscana Renzi ha candidato il deputato Dario Parrini) e solo Luca Lotti è entrato come renziano doc nella segreteria di Epifani (enti locali).
Mentre nella commissione congresso figura solo Lorenzo Guerini.
Il sindaco di Firenze può comunque contare sulla sua pattuglia di 53 parlamentari, con cui si tiene in contatto giornalmente: da Matteo Richetti a Roberto Giachetti, da Paolo Gentiloni a Ivan Scalfarotto, da Dario Nardella ed Ernesto Carbone alla stessa Bonafè. Ma la scalata al Pd si organizza anzitutto dai territori.

Massimo Vanni

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