Giugno 9th, 2013 Riccardo Fucile
“OBIETTIVO UN NUOVO MOVIMENTO SENZA GRILLO E CASALEGGIO, PIU’ LIBERO E DI SINISTRA”: PARLA IL VICEPRESIDENTE DELL’ASSEMBLEA SICILIANA
C’è una data precisa per il day after a Cinque stelle: il 9 e il 10 giugno prossimi, quando si eleggeranno sindaci e consiglieri di 141 comuni in Sicilia.
La diaspora del Movimento fondato da Grillo e Casaleggio inizierà a lì.
La previsione è di Antonio Venturino, il vicepresidente dell’Assemblea regionale siciliana, cacciato un mese fa dal movimento di Grillo dopo un’intervista a ‘l’Espresso’.
«Anche in Sicilia saremo sconfitti, o forse dovrei dire saranno, visto che sono stato epurato», prevede Venturino, «perchè si continua con una sequela infinita di errori. In nessun comune siciliano il Movimento ha raggiunto alcun apparentamento con i partiti tradizionali e con le liste civiche locali, dove spesso si trovano persone perbene che hanno programmi analoghi a quelli dei Cinque stelle. La legge elettorale penalizzerà il movimento che ancora una volta dimostra di non saper passare dalla protesta alla proposta».
Grillo l’ha definito un “pezzo di merda”, ma Venturino non si scompone e ribatte: «I meriti di Grillo non sono in discussione. Ma il modello Sicilia non è merito del mio ex leader. Il modello Sicilia era nato per la capacità di quindici parlamentari eletti di dettare i tempi dell’agenda politica al governo Crocetta. In poche settimane abbiamo portato a casa risultati importanti, prima fra tutti l’abolizione delle province in Sicilia. Poi, Grillo e Casaleggio hanno pensato di avere in mano dei pupi, dei pupi siciliani. Ma non era così. La dialettica interna, l’opposizione al modus operandi di Grillo non è tollerata. Così io sono stato epurato, ma è il momento di ripartire».
Infatti, dopo il voto alle amministrative in Sicilia prenderà corpo il progetto di scissione, con la nascita di un movimento che prenderà la stura dal programma dei Cinque Stelle.
Sottotraccia Venturino è al lavoro da alcune settimane: «Non punto a fare il leader di niente e nessuno, ma in questi giorni ho raccolto le voci della base. Molti hanno condiviso il mio punto di vista».
Il vicepresidente siciliano non fa i nomi, ma sostiene che al suo progetto è pronta ad aderire una pattuglia di deputati e senatori grillini.
Anche esponenti di altri partiti sarebbero sul punto di saltare il fosso e passare a quella che definisce nuova “rivoluzione civile”.
L’occhiolino al gruppo capeggiato da Antonio Ingroia?
«Non è proprio così, ma non è una novità confermare il nostro radicamento nell’area di sinistra». Per Venturino, «ci dovremo organizzare con una struttura che ricalchi i partiti, altrimenti sprecheremo l’ennesima chance».
Al vicepresidente del parlamento siciliano tocca dare conto anche delle polemiche sull’indennità che non avrebbe restituito, violando così il regolamento del movimento: «Non avendo argomenti da opporre alla mia richiesta di concretezza, hanno voluto concentrarsi su un fatto che non esiste. Prima di tutto, da mesi sostengo che dobbiamo avere il coraggio di dire che le indennità dei parlamentari non possono essere ridotte in quella misura così drastica. Con 2.500 euro al mese non si può fare politica. Altro nodo spinoso è la rendicontazione pubblica e online: è il modo perfetto per smettere di lavorare e pensare solo a litigare sul web su 100 o 200 euro spesi in più o in meno».
Quanto alla sua indennità di deputato regionale, circa quindicimila euro al mese, dice: «Ogni mese ne verserò più della metà per iniziative di solidarietà di cui lascerò traccia contabile».
Sin dal loro insediamento, i quindici deputati grillini eletti al ‘parlamento’ siciliano avevano deciso di conferire la parte eccedente ai 2.500 euro fissati come tetto massimo per lo stipendio in un fondo regionale per il microcredito.
Che fine hanno fatto quei soldi? Con la legge regionale di bilancio è stato creato un capitolo di spesa, ma le somme versate sino ad oggi sono ancora bloccate nei conti correnti dell’Assemblea regionale siciliana. Serve un regolamento che il parlamento deve ancora licenziare.
Secondo Venturino, «abbiamo raccolto qualche centinaia di migliaia di euro, una somma marginale che non avrà alcun impatto sulle sorti delle piccole e medie imprese siciliana. Insomma, un buco nell’acqua che è stato reso meno ridicolo dalla sensibilità dell’assessore regionale all’Economia Luca Bianchi che ha convinto il governo siciliano a versare 1,5 milioni di euro su quel capitolo di spesa destinato ad aiutare le imprese. E’ la dimostrazione lampante di come la politica, se fatta bene, valga più di mille rendicontazioni online che creano polemiche e mettono a nudo la vita privata dei cittadini».
Piero Messina
(da “l’Espresso“)
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Giugno 9th, 2013 Riccardo Fucile
LE GRANDI MANOVRE ALL’INTERNO DEL PDL TRA FALCHI E COLOMBE
All’ultima cena elettorale per Gianni Alemanno, due settimane fa all’Eur, aveva annunciato
l’arrivo alla Roma dell’allenatore del Milan Massimiliano Allegri.
Falsa promessa (anche quella), Allegri è rimasto con i rossoneri, ma quel che più conta è che a fine serata, dopo essersi esibito nel solito repertorio di canzoni francesi, Silvio Berlusconi era sfinito, zuppo di sudore.
È seguita una ancor più moscia apparizione dell’ex premier sul palco del comizio finale di Alemanno al Colosseo, poi stop, campagna elettorale finita.
Sarà per i risultati deludenti del primo turno, con il Pdl che arranca a Roma, per il sindaco uscente appena il 30 per cento del 50 per cento dei votanti, una miseria, e a Brescia, Treviso, Imperia, perfino a Viterbo, roccaforte della destra.
Sarà che il 2013 è stato finora un anno faticoso. Ma intanto il Campionissimo di Arcore dopo il primo turno è rimasto negli spogliatoi, lasciando ad altri il compito di giocare il secondo tempo dei ballottaggi. Sì, ma a chi? Nel comitato di Alemanno si è affacciato solo Maurizio Gasparri che vive di campagne elettorali. Gli altri dirigenti? Non pervenuti. Mai visto Angelino Alfano, impegnato nel triplice incarico di segretario del Pdl-vicepremier-ministro dell’Interno.
Per forza: il vice-premier Alfano come uomo di governo si era impegnato a non partecipare ai comizi elettorali e ai dibattiti in tv. E ha impedito all’altro Alfano, il segretario del Pdl, di fare campagna per i suoi candidati.
Nessuno se ne sarebbe accorto, forse, se anche Berlusconi non avesse disertato piazze e tv. Concentrato su altri fronti.
Il 19 giugno la Corte costituzionale si pronuncerà sul ricorso presentato dai legali del Cavaliere contro il Tribunale di Milano che ignorò una richiesta di legittimo impedimento avanzata dall’ex premier nel processo per i diritti Mediaset.
Se il ricorso fosse accolto il processo sarebbe riportato all’indietro.
In caso di rigetto, invece, andrebbe avanti rapidamente fino alla sentenza definitiva della Cassazione, in autunno: in appello Berlusconi è stato condannato a quattro anni e cinque di interdizione dai pubblici uffici.
Se la condanna fosse confermata decadrebbe da senatore e non potrebbe presentarsi alle elezioni politiche nè, tantomeno, per la carica di presidente della Repubblica in caso di un’ipotetica riforma semi-presidenziale della Costituzione.
Il 24 giugno, poi, dovrebbe arrivare la sentenza di primo grado del processo che è stato chiamato con il soprannome della co-protagonista, Ruby, ma che è un processo a Berlusconi per concussione e prostituzione minorile.
Clima di resa, l’avvocato-parlamentare Niccolò Ghedini ha paragonato il suo cliente al re francese Luigi XVI, ghigliottinato dai rivoluzionari, il Cavaliere si sente vittima di una sentenza già scritta.
E se le richieste del pm Ilda Boccassini fossero accolte, sia pure in primo grado, scatterebbe una condanna ancor più pesante: sei anni e interdizione perpetua.
Il calendario politico-giudiziario assorbe interamente l’attenzione di Berlusconi, fino a fargli perdere di vista l’esito di un turno elettorale importante come quello del 9-10 giugno.
E preoccupa moltissimo Giorgio Napolitano, coinvolto suo malgrado in prima linea, data l’assoluta certezza del Cavaliere, ribadita in mille occasioni pubbliche e private, che la Consulta sia una longa manus del Quirinale, un organo docile alle indicazioni presidenziali. Un’ossessione.
Nel settembre 2003, rivelano i diari dell’ex presidente Carlo Azeglio Ciampi (appena pubblicati in “Contro scettici e disfattisti”, a cura di Umberto Gentiloni Silveri, Laterza), l’allora premier arrivò a minacciare di non controfirmare il decreto di nomina di tre giudici costituzionali (Tesauro, Cassese, Saulle), «sostenendo», scrive Ciampi, «che le mie nomine dovessero bilanciare un — da lui asserito — squilibrio politico della Corte a sinistra».
Uno scontro istituzionale replicato nel 2009, quando la Consulta a grande maggioranza dichiarò incostituzionale il lodo Alfano, lo scudo salva-processi per le alte cariche dello Stato. Berlusconi la prese malissimo: «I giudici sono stati eletti da tre capi dello Stato di sinistra. E Napolitano si sa da che parte sta».
Da palazzo Grazioli uscirono voci su patti non mantenuti, promesse tradite e altri veleni sul Quirinale. Quel voto sul lodo Alfano segnò tutta la precedente legislatura: lo scontro con Fini, la scissione del Pdl, il collasso.
Oggi lo scenario potrebbe ripetersi.
E un no della Corte a Berlusconi, seguito da una condanna al processo Ruby, potrebbe far deragliare il governo Letta. Anche perchè nel cerchio magico berlusconiano c’è chi lavora per lo show-down.
Il titolo del “Giornale” del 5 giugno suona come una chiamata alle armi: “Pdl a un passo dalla rivolta”.
«Noi non ci staremo a vedere annientata per via giudiziaria in modo baro e barbaro la nostra rappresentanza politica», ha scritto il direttore Alessandro Sallusti: «Mi auguro che nel Pdl la pensino così: meglio un giorno da leoni che mille da servi della sinistra». Nel mirino c’è il ministro-segretario Alfano.
I falchi, l’ala movimentista guidata da Denis Verdini e da Daniela Santanchè, lo accusano di non interessarsi del Pdl da quando ha trovato riparo alla destra di Letta (Enrico).
E non vedono l’ora di scaricare addosso ad Angelino la responsabilità dell’annunciato insuccesso elettorale ai ballottaggi, con la richiesta di dimissioni dalla segreteria.
Ma anche la corrente del Pdl più convinta che il governo Letta vada sostenuto ritiene un errore l’appiattimento del partito su Palazzo Chigi e si prepara a chiedere un cambio: il candidato numero uno alla segreteria al posto di Alfano sarebbe l’ex ministro Raffaele Fitto, defilata Maristella Gelmini, con obiettivi più ambiziosi Mara Carfagna.
Più che il destino di Alfano contano le scelte del Cavaliere.
Lo scorso weekend Verdini, Santanchè e Daniele Capezzone sono stati ospiti di Berlusconi in Sardegna e sono tornati galvanizzati.
Circola di nuovo la parola d’ordine di dodici mesi fa: azzerare il Pdl.
«Sì, perchè è vero che Alfano ha bisogno di tempo e spera che il governo duri per preparare la successione a Berlusconi», spiega un deputato della vecchia guardia: «Ma anche Verdini e la Santanchè che in pubblico si presentano come i berlusconiani duri e puri pensano al dopo-B. : se il governo va troppo avanti saranno tagliati fuori, per difendere il loro potere hanno bisogno che il presidente li guidi in un’altra campagna elettorale, l’ultima. Da anni Berlusconi è la loro maschera».
Al riparo della maschera di Silvio i falchi si stanno organizzando.
L’ultima idea è l’Esercito di Silvio, un gruppo di giovani volontari messi su dall’imprenditore Simone Furlan, uno che di sè dice: «Per Berlusconi sarei pronto a farmi sparare. Il Pdl, invece, non lo ha mai difeso dai processi».
Il gruppo vanta 17 mila iscritti on line, con tanto di regole di arruolamento, reggimenti («Diventa comandante di un reggimento territoriale…»), prepara una manifestazione pro-Cav. per fine giugno, conta sull’appoggio di Michaela Biancofiore che ha spedito sul fronte il suo pupillo, il commissario del Pdl altoatesino Alessandro Bertoldi: «Siamo i termopiliani di Silvio».
Peccato che la Biancofiore sia anche sottosegretaria di quel governo che secondo i pasdaran sta per consegnare Berlusconi ai suoi nemici.
Il sogno è quello di sempre: chiudere il Pdl e rifondare Forza Italia. Un partito leggero dominato dalla coppia Verdini- Santanchè.
«Nelle prossime settimane ci sarà una grande sorpresa», annuncia Daniela: una rivolta fiscale contro uno Stato «che vuole la fucilazione giudiziaria del suo leader».
Per nulla turbata alla prospettiva che il Pdl possa perdere le elezioni amministrative e che il suo leader possa essere condannato all’interdizione. Anzi, quale notizia migliore, per chi vuole chiudere il Pdl, di una catastrofica sconfitta?
Ma anche una sberla ai ballottaggi non basterebbe a convincere Berlusconi che il governo Letta-Alfano va buttato giù e che bisogna tornare al voto.
Serve qualcosa di più forte. Qualcosa che davvero spinga Silvio a combattere l’ultima battaglia.
Una sentenza negativa della Consulta, per esempio. O una condanna per prostituzione.
È così: nel cuore del Pdl c’è chi spera nei giudici di Milano, per dichiarare la guerra totale.
Marco Damilano
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Giugno 9th, 2013 Riccardo Fucile
IL PROGETTO DI TRATTARE RIFIUTI FARMACEUTICI E INDUSTRIALI A CASTELLANZA…I COMITATI DI CITTADINI PROTESTANO, MA LA LEGA CHE ORA COMANDA IN REGIONE NON ESCLUDE UN ACCORDO CON LA ISRAELIANA ELCON
E’ a meno di venti chilometri dalla sede di Expo 2015, dove si discuterà di alimentazione sana, acqua potabile, prevenzione di malattie e stili di vita sostenibili.
Eppure per Castellanza, cittadina al confine tra le province di Varese e Milano, il futuro si gioca molto prima.
Entro un mese Regione Lombardia dovrà decidere se dare il definitivo via libera all’insediamento di un polo industriale pensato per smaltire reflui chimici e farmaceutici. Un’industria che accoglierà ogni anno 175mila tonnellate di rifiuti classificati come “pericolosi” prodotti nel nord Italia (ma il collegamento ferroviario già esistente con un interporto potrebbe allargare gli orizzonti) “restituendo all’ambiente circostante – secondo chi si oppone al progetto — liquidi, fanghi, fumi derivanti dal processo di lavorazione”.
In una zona, quella dell’altomilanese, già provata dalla presenza di inceneritori, discariche, concentrazioni di pm10 tra le più alte del paese. E pure un aeroporto internazionale (Malpensa) che crea non pochi problemi ecologici all’area del Ticino.
A proporre il progetto è Elcon Italy Srl, emanazione della Elcon Recycling, una società israeliana fondata ad Haifa nel 2003, che ha sviluppato una tecnologia per il trattamento e lo smaltimento chimico e fisico dei rifiuti liquidi (pericolosi e non), principalmente scarti di aziende chimiche e farmaceutiche.
Attualmente l’unico impianto esistente è stato realizzato proprio ad Haifa, è funzionante dal 2004.
Ma da allora, in tutto il mondo, la tecnologia proposta (che utilizza enormi volumi di acqua per i processi di raffreddamento) non ha trovato altre applicazioni.
L’area scelta per realizzare l’impianto è quella dell’ex Montedison, già utilizzata negli ultimi vent’anni da altre aziende chimiche.
Elcon propone di utilizzare circa 10mila metri quadrati dei circa 130mila dell’intera area. All’epoca in cui Montedison si insediò in questa zona gli impianti non si trovavano al centro dell’abitato. N
egli anni l’espansione urbanistica ha finito per inglobare il polo chimico in un grande agglomerato di nove comuni (comprese le città di Busto Arsizio e Legnano) che conta 300mila abitanti (una zona classificata “A1″, cioè agglomerato ad alta densità abitativa). A opporsi sono diversi comitati di cittadini che hanno fatto campagne di informazione e raccolto migliaia di firme, convincendo i consigli comunali dei comuni limitrofi a dare parere contrario al progetto: “La valutazione negativa si impone ancor più se si considera che l’impianto si inserisce a ridosso, anzi all’interno, di un centro abitato. Ne è una dimostrazione il fatto che a poche decine di metri si trovano due scuole, due cliniche, una casa di riposo, un cimitero”, si legge nelle osservazioni che il comitato civico “Valle Olona respira” ha presentato in Regione come “controcanto” a quelle di Elcon. Documenti, obiezioni e manifestazioni, come quella indetta poche settimane fa dall’altro comitato, “Assemblea popolare No Elcon“:
QUALI TIPI DI RIFIUTI
Ma quali rifiuti entrerebbero nell’impianto di Castellanza per essere trattati e smaltiti? Nello studio di impatto ambientale curato da Bp Sec per Elcon e presentato a Regione e comuni interessati, viene spiegato il processo industriale dei reflui chimici: “L’impianto previsto ha come capacità massima annuale di trattamento dei rifiuti 175.000 tonnellate l’anno equivalenti a circa 500 al giorno. L’impianto riceverà rifiuti liquidi e solidi portati all’impianto con mezzi pesanti (prevalentemente autobotti). Le acque reflue in entrata possono essere di diversi tipi e derivanti da differenti tipologie di aziende, tipo: acque reflue farmaceutiche, acque reflue chimiche, acque reflue di industrie cosmetiche e di detergenti, acque reflue di industrie chimiche/veterinarie, acidi, basi e acque di lavaggio per la rifinitura e lavorazione di metalli, fanghi”.
Alla fine del documento, in cui Elcon cita l’inquadramento ufficiale dell’area di intervento come A1 (agglomerato urbano) e precisa che si tratta di un’area esente dal vincolo ambientale del d.lgs 42/04 in cui è prevista la tutela dei fiumi, Bp Sec aggiunge un dettaglio che fa capire come il progetto, osteggiato da molti cittadini, non sia così malvisto dalle istituzioni: “Sono già in programma accordi con università del territorio, Liuc di Castellanza, per lo sviluppo di un Centro Ricerche in materia di gestione rifiuti presso l’impianto”.
LE RAGIONI DEL “NO”
La tecnologia utilizzata da Elcon, secondo la relazione redatta dai comitati, “non garantirebbe l’abbattimento degli inquinanti e delle sostanze nocive immesse in atmosfera e in acqua”.
Il volume di reflui che verranno trattati dalla Elcon Italy, secondo quanto dichiarato dalla stessa azienda, sarà di 175 mila tonnellate annue.
Di questi gran parte è costituito da acqua (che dovrà a sua volta essere trattata da un depuratore prima di essere immessa nel fiume Olona), il 10% da residui organici, il rimanente 10% da residui inorganici che si traducono in 30 tonnellate al giorno di fanghi e sali nocivi da avviare allo smaltimento.
“L’incompatibilità con il territorio è evidente”, spiega Stefano Catalano di Valle Olona Respira, che ricorda anche i problemi e i rischi legati alla viabilità : in una zona già congestionata circolerebbero 500 tonnellate al giorno di rifiuti pericolosi su una trentina di mezzi pesanti (secondo quanto dichiarato da Elcon. Almeno il doppio secondo gli ambientalisti) che dovrebbero raggiungere l’area industriale in pieno centro abitato.
LA PARTITA POLITICA: LEGA “ALLA FINESTRA”
L’attesa è tutta per il pronunciamento di Regione Lombardia, che completerà la fase istruttoria l’11 luglio (doveva essere l’11 maggio, ma i tecnici si sono presi altri 90 giorni).
Solo allora si saprà se il progetto è approvato, sospeso o bocciato.
Intanto la politica si muove.
Sì, perchè se a livello locale i comuni interessati si sono schierati contro (anche se proprio nella città destinata a ospitare l’impianto, Castellanza, l’amministrazione si è schierata contro il progetto solo pochi mesi fa , non è ben chiara la linea dei partiti.
E chi si aspetta una Lega Nord sulle barricate come avvenne quando si trattava di ospitare l’immondizia del Sud negli inceneritori lombardi, in questo caso resterà deluso.
Il centrodestra si tiene lontano dalle proteste.
Per questo il consigliere regionale Alessandro Alfieri (Pd) ha presentato una mozione con l’intento dichiarato di stanare eventuali posizioni a favore del nuovo insediamento: “Durante la campagna elettorale per le regionali tutte le forze politiche hanno espresso la loro posizione contraria al progetto. Vogliamo vedere chi veramente è contro e chi invece è a favore. Chiaramente il dubbio che la Lega stia facendo un altro gioco c’è perchè non si è ancora interrotto l’Iter in regione”.
Nella mozione, che verrà discussa martedì 11 giugno, Alfieri mira a impegnare direttamente la Giunta regionale “ad esprimere parere negativo nei confronti della richiesta di autorizzazione avanzata da Elcon”.
Il capogruppo della Lega Nord in Regione Lombardia, Massimiliano Romeo risponde così: “Sul caso Elcon siamo allineati con la posizione dell’amministrazione comunale di Castellanza, che è sostenuta anche dalla Lega”.
Il vicesindaco leghista di Castellanza Luca Galli, il 21 marzo 2012, parlava di “investimento che potrebbe portare grandi vantaggi” .
Romeo non si sbilancia invece sulle voci che attribuiscono al suo partito o ad alcuni suoi esponenti, la volontà di portare in porto il progetto a tutti i costi.
Le “controdeduzioni” del comitato civico, invece, ruotano attorno al rischio ambientale di un’area provata e compromessa: “La giustificazione che l’impianto verrà insediato in una zona già industriale non convince. La semplice equazione che un’area già inquinata debba essere, necessariamente, il luogo maggiormente idoneo all’insediamento di nuove e più pericolose attività contrasta con il diritto dell’uomo a vivere in un ambiente salubre”. Solo dopo l’11 luglio si saprà se a essere considerate attendibili e documentate da Regione Lombardia saranno state le ragioni dei cittadini o quelle dell’aspirante investitore.
Simone Ceriotti e Alessandro Madron
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 9th, 2013 Riccardo Fucile
BERLUSCONI HA AL SUO FIANCO MAGISTRATI DI PESO CHE SI DEDICANO A SALVARLO DAI GUAI
Toghe rosse? No, azzurre. 
Vent’anni di bombardamenti della propaganda berlusconiana su fantomatici complotti dei giudici al servizio dei comunisti (o viceversa) rischiano di far dimenticare il ruolo e l’importanza dei magistrati che sono invece scesi in campo con il centrodestra.
Con le ultime elezioni la pattuglia dei giudici diventati parlamentari si è dimezzata: tra Camera e Senato, l’associazione Openpolis ne ha contati nove (cinque del Pd, tre del Pdl, uno di Scelta Civica), contro i diciassette della precedente legislatura.
Eppure prima e dopo la campagna elettorale si è parlato moltissimo di loro.
Non di tutti, però, solo di alcuni: da Piero Grasso, l’ex procuratore antimafia eletto presidente del Senato con il Pd, ad Antonio Ingroia, il pm di Palermo che dopo la bocciatura politica ora si oppone al trasferimento alla procura di Aosta.
Ma anche il partito di Berlusconi non ha mai smesso di candidare e continua tutt’oggi a portare in parlamento toghe di grande esperienza come l’ex ministro Francesco Nitto Palma e l’ex sottosegretario alla giustizia Giacomo Caliendo.
Rieletti al Senato, hanno già sfornato disegni di legge assai contestati, soprattutto dai magistrati rimasti nei tribunali.
Caliendo si è messo in luce come teorico della riforma che punta a dimezzare le pene per il concorso esterno in associazione mafiosa: una leggina ribattezzata dai critici “salva-Dell’Utri” (e per ora accantonata) per il suo sicuro effetto di evitare la galera al manager fondatore di Forza Italia, ricondannato in appello a sette anni proprio per quel reato.
Nel frattempo Nitto Palma, numero uno del Pdl in Campania, si è fatto notare prima per la scelta di visitare in carcere l’ex sottosegretario Nicola Cosentino, arrestato per camorra, e poi per una raffica di progetti di legge (al momento nove, ma di altri sette è cofirmatario) che hanno fatto rumore: dal rilancio del condono per l’abusivismo edilizio, ai nuovi illeciti disciplinari a geometria variabile per colpire i pm ritenuti politicizzati.
Il bello è che nessuno ha mai accusato loro, i due ex magistrati berlusconiani, di aver fatto politica con indagini e processi, nonostante la delicatezza dei tanti fascicoli trattati. Caliendo, napoletano d’origine, è stato per più di trent’anni giudice e sostituto procuratore generale a Milano e poi in Cassazione, diventando anche capocorrente al Csm: un magistrato ascoltatissimo dal centrodestra (grazie ai buoni rapporti con ex dc come Giuseppe Gargani) ancor prima di entrare in parlamento nel 2008.
Mentre Nitto Palma è stato uno dei pm di punta della procura di Roma, prima di diventare amico di Cesare Previti (l’ex ministro oggi pregiudicato) e sbarcare in parlamento nel 2001, segnalandosi subito per un tentativo di resuscitare l’immunità parlamentare totale. Oggi è il presidente della commissione giustizia del Senato.
Nel lustro 2008-2013, tra i magistrati in aspettativa perchè eletti, il Pd ne schierava 9, il Pdl 7 e i centristi uno.
Oggi alla Camera, stando alle autocertificazioni dei diretti interessati, resistono tre giudici, equamente divisi: Donatella Ferrante del Pd, Stefano Dambruoso di Scelta Civica, Ignazio Abrignani del Pdl.
A ben guardare, però, quest’ultimo non è un magistrato, ma un avvocato civilista siciliano, fedele all’ex ministro Scajola, che faceva anche il giudice tributario.
Al Senato invece il Pd batte il Pdl per quattro a due, con l’ex pm Felice Casson, Anna Finocchiaro, Doris Lo Moro e Piero Grasso, che peraltro si è dimesso dalla magistratura appena candidato.
Le due toghe azzurre in compenso pesano molto: Caliendo e Nitto Palma sono tra i pochissimi in grado di influenzare la linea di Berlusconi sulla giustizia, tema tornato urgente dopo la condanna anche in appello per le maxifrodi fiscali sui diritti tv di Mediaset.
Preziosissimo, per il miliardario di Arcore, è anche il lavoro dei magistrati che entrano nei palazzi come tecnici.
Tra i più in vista c’è il giudice romano in aspettativa Augusta Iannini, chiamata dal 2001 a dirigere il ministero della Giustizia e ora nominata vicepresidente dell’Autorità garante della privacy.
Da sempre ostile ai pm milanesi, per replicare a una puntata di “Report” ha aperto un sito (augustaiannini.it) dove taccia di «maschilismo» chi la etichetta come «moglie di Bruno Vespa» e rivendica i suoi 35 anni di lavoro, portati benissimo, come «giudice imparziale». Qualità dimostrata, per altro, già ai tempi di Tangentopoli, quando chiese di astenersi sulla richiesta di arresto per Gianni Letta e Adriano Galliani, spiegando: «Siamo amici di famiglia».
Ora, nel governissimo di Enrico Letta, brilla la stella di Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia e capocorrente di Magistratura Indipendente, capace di farsi eleggere al Csm da ben 553 magistrati benchè chiacchierato (ma non indagato) per le intercettazioni di Calciopoli, del caso Santoro-Mills e della cosiddetta P3.
Con la nuova legislatura, intanto, il centrosinistra ha detto addio a ex magistrati del livello di Gerardo D’Ambrosio, l’ex procuratore Silvia Della Monica o il giudice- scrittore Gianrico Carofiglio, senza contare gli ex pm che avevano lasciato la toga più di vent’anni fa, come Antonio Di Pietro o Luciano Violante.
Ma anche il centrodestra ha rinunciato a ex magistrati di governo come Franco Frattini e Alfredo Mantovano, avvicinatisi a Monti e non ricandidati.
Per non parlare di uomini di legge come Melchiorre Cirami, l’ex giudice di Agrigento entrato in Parlamento nel ’96 con l’Udc, passato nel ’98 al centrosinistra con l’Udeur e rieletto nel 2001 con il centrodestra dopo il patto Cuffaro-Berlusconi: portano ancora il suo nome la versione originale del “legittimo sospetto” (per fermare i processi, bastava chiederne il trasferimento) e il comma “super-513” (per annientare i verbali d’accusa, bastava far tacere il complice), subito dichiarato incostituzionale.
La fede nel Grande Sud del sottosegretario Gianfranco Miccichè (meno dell’1 per cento a Siracusa) ha tradito anche Roberto Centaro, altra toga azzurra in missione parlamentare dal 1996 al 2013: un presidente della commissione antimafia capace di polemizzare con tutte le procure, oltre che relatore della legge-bavaglio contro le intercettazioni. Incolmabile, poi, il vuoto lasciato da Alfonso Papa, ex pm di Napoli e Roma eletto nel 2008 con il Pdl: nel 2011 è diventato il primo parlamentare, dai tempi dell’esplosivista missino Massimo Abbatangelo, a entrare in carcere perdendo l’immunità .
Tornato libero, Papa ha chiesto di riprendere il lavoro di magistrato, ma per ora resta imputato: in teoria dovrebbe preoccuparlo la condanna patteggiata dal suo coindagato, il piduista per sempre Luigi Bisignani, ma a suo favore gioca ancora il privilegio politico che gli ha garantito la distruzione delle prove più insidiose, le famigerate intercettazioni.
Il corteggiamento delle toghe ad Arcore, del resto, precede addirittura la nascita di Forza Italia.
Correva l’anno 1993, quando Berlusconi riuscì a sfilare al pool Mani Pulite l’allora pm Tiziana Parenti: eletta dopo mille utilissime polemiche sulle tangenti rosse, ora fa l’avvocata ed è vicina al nuovo Psi.
E dopo il trionfo di Forza Italia nel ’94 perfino Di Pietro e Piercamillo Davigo si videro offrire poltrone da ministri nel primo governo Berlusconi, che tre mesi dopo, al culmine delle indagini sulla Fininvest, varò il famoso decreto Biondi (niente carcere per le tangenti).
Da allora Berlusconi gioca soprattutto in difesa: oggi il Pdl schiera 17 avvocati al Senato e 21 alla Camera.
Ma su questo fronte il Pd post-giustizialista non teme i rivali-alleati: ha 9 legali tra i senatori e 37 tra i deputati. In totale nel nuovo parlamento, secondo i dati di Openpolis, si contano ben 105 avvocati, che a differenza dei magistrati possono continuare a fare processi (e incassare parcelle dai clienti) anche mentre hanno il potere di cambiare le leggi
Paolo Biondani
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Giugno 9th, 2013 Riccardo Fucile
LA PRIMA LINEA E I DISSIDENTI, POI SICILIANI E FUORIUSCITI
Cento giorni e poco più nell’occhio del ciclone.
Cento giorni per cominciare a scoperchiare il Parlamento, ad aprirlo «come una scatoletta di tonno», come ha evocato più volte durante i comizi dello Tsunami Tour Beppe Grillo.
Cento giorni per conoscersi e (in parte) dividersi.
La galassia dei parlamentari Cinque Stelle – da cui ieri si sono allontanati volontariamente i primi due deputati (Alessandro Furnari e Vincenza Labriola) – fa i conti con le sue diverse anime e appare sempre più frastagliata.
E diventa quasi imperativo, anche all’interno del gruppo, tracciarne i confini per capirne gli orizzonti, in un momento di svolta.
La squadra dei fedelissimi
Ci sono anzitutto i volti della prima linea, quelli che si sono assunti onori e oneri, come Vito Crimi e Roberta Lombardi: loro a rappresentare il Movimento alle consultazioni da Giorgio Napolitano, loro a gestire la difficile fase dell’ingresso nei palazzi romani.
Crimi e Lombardi incarnano certo l’avanguardia della colonia di «fedelissimi», ossia di attivisti storici vicini alla linea di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio.
All’interno della cerchia ci sono anche gli altri parlamentari – come Laura Castelli e Alessandro Di Battista – presenti (con qualche malumore nel gruppo) al corso tv coordinato settimana scorsa dai due leader, ma anche i volti istituzionali dei Cinque Stelle (il vicepresidente della Camera, Luigi di Maio, il questore al Senato, Laura Bottici, e il presidente della Vigilanza Rai, Roberto Fico).
Un nucleo solido che esercita e ha esercitato (specie nei primi due mesi) un forte peso aggregante nelle scelte.
Il modello meet-up
Decisioni prese sempre a maggioranza, come confermano in modo quasi unanime i parlamentari, «dopo lunghissime discussioni e sempre a tarda sera».
Un modello che è quello del meet-up, il mini gruppo locale che anima le attività dei militanti.
Un modello esportato a Roma con alterne fortune. E che riflette a volte anche gli umori dei gruppi regionali, come i siciliani, nelle diverse conclusioni.
«Queste continue discussioni ci hanno logorato», mormora qualcuno.
Anche perchè le voci della maggioranza sono spesso le stesse. Già all’epoca delle scelte per una possibile alleanza con il Pd c’è chi – come Alessandra Bencini – si era staccato. Ora la situazione si è deteriorata.
La cartina di tornasole è il voto per il successore di Crimi come capogruppo a Palazzo Madama. Nicola Morra, considerato il favorito, indicato anche dal gruppo dei «fedelissimi» è davanti di un soffio a Luis Alberto Orellana, considerato dai più un «dialogante», mediatore tra le posizioni.
Ma soprattutto il dissidente Lorenzo Battista ha raccolto oltre una decina di preferenze, creando un piccolo non esiguo fronte: quasi un quarto dei senatori.
Che si sta coagulando, anche se – analizzano fonti vicine ai parlamentari – «tra loro non c’è una posizione comune su molti temi».
La fronda interna
Nell’ultimo mese, dopo le dure posizioni di Grillo sulla restituzione della diaria, sul caso Rodotà e dopo la sconfitta elettorale, la fronda interna si è allargata.
«Grillo ha usato una mano un po’ troppo impositoria», secondo Tommaso Currò.
Sulla sua linea anche Walter Rizzetto o Adriano Zaccagnini: voci dissenzienti su argomenti sensibili.
«Le posizioni come quelle esposte da Zaccagnini sono il sale della democrazia interna al gruppo – dice il deputato pugliese Giuseppe D’Ambrosio –. Si tratta di normali dinamiche. Noi, al meet-up di Andria, organizziamo periodicamente una serata in cui ci mandiamo a quel paese. Passata quella, tutto prosegue».
Qualcuno, però, a Roma si è allontanato o è stato cacciato, come Marino Mastrangeli, il senatore espulso con votazione via blog.
Isole alla deriva nell’arcipelago dei Cinque Stelle? «C’è stato un problema con il metodo delle Parlamentarie – commenta D’Ambrosio –: bellissimo come sistema per aggirare il Porcellum, ma perfettibile».
A fare da pompiere ci pensa Crimi: «Di volta in volta ci troviamo in accordo o in disaccordo, ma c’è un obiettivo più grande di tutti, quello di creare una rivoluzione culturale, e quello lo abbiamo tutti ben presente».
E poi rilancia: «Forse è ora di guardare cosa abbiamo già fatto».
La presenza sui territori
A scorrere le proposte presentate in Parlamento ci si imbatte in un bouquet di argomenti, compresi molti cavalli di battaglia: reddito di cittadinanza, conflitto di interessi, abolizione del finanziamento pubblico all’editoria, richiesta di istituzione di una commissione parlamentare sul Monte dei Paschi. E non solo.
Anche progetti di legge per traslare le competenze regionali del servizio sanitario nazionale o per la soppressione dei tribunali militari. Ma anche altre iniziative come disposizioni per il contenimento del consumo del suolo e la tutela del paesaggio, per il riconoscimento della medicina omeopatica.
I parlamentari, comunque, non si fermano solo all’Aula. Già oggi saranno a Taranto a una manifestazione sull’Ilva («Saremo oltre una decina», annuncia D’Ambrosio).
Nelle scorse settimane sono stati impegnati in val di Susa, Sardegna, Abruzzo. Una strategia, quella di visite collettive, nei luoghi simbolo delle crociate a Cinque Stelle, che potrebbe anche incrementare nei prossimi mesi per rilanciare il legame con i territori.
Emanuele Buzzi
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 8th, 2013 Riccardo Fucile
LA CLASSIFICA-VERGOGNA DEL NOSTRO PAESE: LE METE PREFERITE SONO KENYA, SANTO DOMINGO, COLOMBIA E BRASILE
Secondol’ultimo rapporto di Ecpat Italia (organizzazione che si batte contro lo sfruttamento
sessuale dei bambini) salta fuori che gli italiani (per lo più uomini) sono ai primi posti come clienti di bambini fatti prostituire in Paesi del Terzo Mondo.
“Se prima in alcuni Paesi eravamo fra le prime 4-5 nazionalità , oggi siamo i più presenti in molti paesi”, spiegano Ecpat e Fiab che hanno lanciato la campagna che partirà domani in 29 città “Un altro viaggio è possibile”, per chiedere che i mondiali di calcio in Brasile siano a “impatto zero sui bambini”.
“Questa tendenza è molto allarmante”, spiega Marco Scarpati, presidente della sezione italiana dell’organizzazione.
“Queste persone non sono pedofili. I pedofili abituali sono il 5 per cento, la maggioranza invece dei turisti sessuali è composta da persone che vanno all’estero per provare un’esperienza trasgressiva”, spiega Scarpati.
L’organizzazione ha stimato che nel mondo ogni anno ci sono un milione di turisti sessuali che rivolgono le loro attenzioni a minori tra i 12 e 14 anni, e a volte anche più piccoli. I turisti che si rivolgono alla prostituzione minorile sono un terzo del totale.
A parlare del rapporto è anche il Daily Telegraph, che indica come le mete preferite dai turisti sessuali italiani siano il Kenya, Santo Domingo, la Colombia e il Brasile.
Il turismo sessuale e la pornografia sono spesso gestiti da reti criminali internazionali e quindi l’unico modo per combatterli è quello di coordinare le attività della polizia a livello internazionale.
Dopo l’Italia i turisti sessuali vengono da Germania, Giappone, Francia, Stati Uniti, Regno Unito e recentemente anche Cina.
Il Kenya è tra i paesi più a rischio: da 10.000 a 15.000 bambine che vivono nelle aree costiere di Malindi, Mombasa, Kalifi e Diani sono coinvolte nella prostituzione occasionale — fino al 30% di tutte le bambine fra i 12 e i 18 anni che vivono in quelle zone.
Fra 2.000 o 3.000 bambine e bambini sono inoltre coinvolti nel mercato del sesso a tempo pieno.
Secondo l’identikit del turista che va in cerca di sesso con minori realizzato da Ecpat l’età media si è abbassata (tra i 20 e i 40 anni); possono essere sposati o single, maschi o femmine (anche se la maggioranza sono maschi) stranieri o locali, ricchi o turisti con budget limitato.
Possono avere un alto livello socio-economico o provenire da un ambiente svantaggiato.
Lo studio distingue i turisti sessuali in tre distinte categorie: quelli occasionali (spesso in quel Paese per lavoro) sono la maggioranza ; poi ci sono i turisti abitudinari che acquistano residenze che abitano in alcuni periodi dell’anno; e i pedofili.
I motivi che inducono un turista sessuale ad andare alla ricerca di sesso da bambini e adolescenti sono diversi: tra questi “l’anonimato e l’impunità ”, ma anche la ricerca di nuove esperienze: classico di un “consumismo sessuale”; la discriminazione che sconfina nel razzismo; la difficoltà nello stabilire rapporti paritari con le donne; la falsa credenza che fare sesso con bambini sia a minor rischio Aids”.
Secondo stime dell’Organizzazione mondiale del turismo ogni anno almeno 3 milioni di persone partono per viaggi a scopo ‘sessuale’.
Un sesto di loro, tra quelli che arrivano in America Latina e nei Caraibi, è a caccia di bambini o adolescenti.
Marta Serafini
(da “il Corriere della Sera“)
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Giugno 8th, 2013 Riccardo Fucile
E L’AUMENTO IVA S’AVVICINA… ADDIO PROMESSE, ALTRO CHE BLOCCO IMU, INCENTIVI ASSUNZIONI E TAGLIO DEL CUNEO FISCALE
Il tempo stringe.
Per evitare che l’Iva aumenti dal 21% al 22% dal prossimo primo luglio restano solo tre settimane.
Ma il governo non ha ancora trovato una soluzione e a Palazzo Chigi prevale il «pessimismo». Il rischio che l’aumento dell’Iva, e quindi dei prezzi, scatti è a questo punto concreto.
Cancellare la decisione presa dal precedente esecutivo costa infatti due miliardi quest’anno e quattro a partire dal prossimo.
Ma per la copertura finanziaria di un intervento del genere il governo non sa come fare. Anche perchè altre necessità incombono.
Eliminare l’Imu sulla prima casa, come assolutamente vuole il Pdl, costa altri 4 miliardi l’anno. E poi, anche senza tener conto della richiesta di un robusto taglio del cuneo fiscale sul lavoro (Confindustria vorrebbe 11 punti in meno), ci sono però gli sgravi sulle assunzioni dei giovani che lo stesso governo ha promesso, per non parlare delle cosiddette spese obbligate, tipo il rifinanziamento delle missioni militari.
Il pessimismo sull’Iva si è rafforzato dopo il vertice di ieri a palazzo Chigi tra il presidente del Consiglio, Enrico Letta, il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, e il nuovo Ragioniere generale dello Stato, Daniele Franco, che hanno fatto il punto sulla situazione dei conti pubblici e sui provvedimenti da prendere per rilanciare la crescita.
A rendere più complicata l’azione del governo c’è anche il contesto sfavorevole sui mercati.
Alcuni segnali degli ultimi giorni consigliano di non abbassare assolutamente la guardia. Qualsiasi errore sul fronte della tenuta dei conti pubblici potrebbe rimettere in moto la speculazione, con esiti imprevedibili.
E il ricordo della terribile estate del 2011, con lo spread impazzito e l’euro in difficoltà , è ancora vivo.
L’improvviso, e per certi versi inspiegabile, balzo dello spread fino a 288 punti negli ultimi giorni (ieri ha chiuso a 265) non è passato inosservato.
La Banca centrale europea guidata da Mario Draghi è stretta tra margini di manovra ridotti (il tasso è già al minimo storico dello 0,5%) e le pressioni di una Germania in piena campagna elettorale, contraria a politiche espansive sospettate di favorire i Paesi, come l’Italia, altamente indebitati.
Ma il fatto è che, in mancanza di una spinta alla domanda, le stesse prospettive di crescita della Germania ne soffrono, come dimostra la revisione al ribasso dell’aumento del prodotto interno lordo (0,3% nel 2013 e 1,5% nel 2014).
Ora, se accanto alla domanda interna, ferma o in ribasso in diversi Paesi europei, frena anche l’export, il quadro non può che peggiorare, anche perchè, pur in presenza di una ripresa negli Stati Uniti, l’euro resta forte nei confronti del dollaro.
In questo quadro le fragilità dell’Italia risaltano, a partire da quelle del sistema bancario sottocapitalizzato e appesantito dalle sofferenze. E le preoccupazioni nel governo aumentano. Si sono create eccessive aspettative, ha ammonito più volte Letta. Come dire che non si può sommare la cancellazione dell’aumento dell’Iva con l’abolizione dell’Imu sulla prima casa, con il taglio delle tasse sul lavoro, con l’ammorbidimento della riforma delle pensioni, con il rilancio delle infrastrutture. Bisogna scegliere.
E in questo momento per Letta la priorità è l’occupazione giovanile.
Ecco perchè cercherà di approvare prima del consiglio europeo di fine giugno il piano per il lavoro, che conterrà una serie di misure a costo zero, l’abbattimento dei vincoli sui contratti a termine e sull’apprendistato, accanto a sgravi contributivi fiscali sull’assunzione a tempo indeterminato dei giovani.
Nel frattempo, il consiglio dei ministri, già la prossima settimana, potrebbe presentare un pacchetto di semplificazioni per le imprese e i cittadini, recuperando la seconda ondata di semplificazioni contenuta nel disegno di legge presentato lo scorso novembre dall’allora ministro Filippo Patroni Griffi, provvedimento caduto con la fine della legislatura.
Sono in preparazione a questo scopo un decreto legge e un disegno di legge.
Tra le norme in arrivo, particolarmente attese dalle imprese, c’è la possibilità per le aziende di abbattere e ricostruire gli immobili strumentali a patto di non cambiarne la volumetria; la semplificazione del Durc, il documento unico di regolarità contributiva (si stabilirà che è sempre acquisito d’ufficio, che vale 180 giorni e che non deve essere richiesto per ogni singolo contratto). Inoltre, dovrebbero essere unificate in un paio di scadenze fisse ogni anno le date degli adempimenti amministrativi, contabili e fiscali che gravano su imprese e famiglie.
Con questo stesso pacchetto dovrebbero arrivare l’obbligo di rilasciare i titoli di studio anche in lingua inglese e l’eliminazione di una serie di certificati, come quello di «sana e robusta costituzione».
Misure sicuramente utili, anche se a costo zero. Ma non certo in grado di dare quella scossa di cui c’è bisogno.
Per questo Letta continua a sperare che il consiglio europeo di fine giugno autorizzi politiche più espansive e che i mercati continuino ad accordare la tregua.
Enrico Marro
(da “Il Corriere della Sera”)
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Giugno 8th, 2013 Riccardo Fucile
LA NOVITA’ E’ CHE NELLA VOTAZIONE PER IL PROSSIMO CAPOGRUPPO AL SENATO POTREBBE PREVALERE IL MODERATO ORELLARA CONTRO MORRA, INDICATO DA GRILLO E CASALEGGIO
Il prossimo a sbattere la porta potrebbe essere Adriano Zaccagnini, ribelle indomito con il
pallino dell’agricoltura.
Ma è l’intera pattuglia parlamentare del Movimento cinque stelle a essere ormai a un passo dall’implosione.
Lo dimostra anche il trattamento riservato ai due deputati tarantini che giovedì hanno detto addio a Beppe Grillo. Investiti, per questo, dallo sdegno dei colleghi parlamentari. Sottoposti, soprattutto, alla gogna della Rete.
Ma mentre altri ribelli valutano la tempistica dello strappo, a fibrillare è anche il gruppo del Senato. Lì, nella quiete apparente di Palazzo Madama, l’ala dialogante del grillismo lavora a un “ribaltone” morbido che potrebbe portare il “moderato” Luis Orellana alla guida del gruppo.
Una svolta, dopo i mesi di reggenza dell’ortodosso Vito Crimi.
Per capire l’aria che tira a Montecitorio è istruttivo ascoltare Laura Castelli, grillina operosa e intransigente: «L’addio di Furnari e Labriola? Chi non si riconosce nel progetto è giusto che vada via. È meglio farlo che rovinare il movimento. E noi per questo dobbiamo essere felici».
Il problema è che il dissenso si allarga a macchia d’olio. Qualcuno potrebbe rompere proprio sulla diaria. Altri “convinti” dal democratico Pippo Civati.
Zaccagnini, intanto, non si nasconde più: «Ho un momento di difficoltà psicologica. Rifletto. Per decidere di andare via è troppo presto. Starò dove troverò serenità ».
Quasi certamente fuori dal M5S. Come lui, anche l’agguerrita pattuglia del Friuli Venezia Giulia, da Walter Rizzetto ad Aris Prodani, è tentata dall’addio.
Senza contare Alessio Tacconi e Tommaso Currò. Poi ci sono quelli che faticano a uscire allo scoperto. E sono parecchi di più.
A Catania, intanto, il M5S inibisce l’uso del logo a due candidati.
A Palazzo Madama, intanto, i senatori più insofferenti si attrezzano.
Per ora non preparano scissioni, piuttosto lavorano sottotraccia per cambiare bruscamente linea politica. Delusi dall’infruttuoso muro contro muro imposto dal quartier generale di Grillo, ripetono che “la politica è dialogo” e sostengono Luis Orellana nel ruolo di capogruppo.
Si scontrerà con Nicola Morra, considerato più in sintonia con la linea ufficiale.
Forse già martedì si terrà il ballottaggio. Ma i “turni preliminari” hanno sorpreso: 19 voti per Morra, 18 per Orellana, 16 per il “dissidente” Battista e 14 per la senatrice Bulgarelli. Un’altra considerata poco ortodossa.
Intanto, ai malpancisti di Montecitorio non è sfuggito il trattamento riservato a Vincenza Labriola e Alessandro Furnari.
Una “gogna” impietosa alimentata dal gruppo grillino della Camera.
«Saranno finalmente liberi di disporre di tutto il denaro spettante — si legge sul blog, sotto la foto dei due transfughi — senza dover più adempiere agli impegni presi». Cioè la rinuncia alla diaria eccedente. Ma non basta. I due tarantini vengono bocciati perchè incapaci di produrre disegni di legge e impegno concreto per l’Ilva.
Labriola e Furnari tentano di difendersi: «Siamo i primi Liberi Cittadini a compiere questo passo ». Una scelta necessaria dopo che «il Movimento ha voltato le spalle» all’Ilva e «il sogno si è trasformato in altro».
Eppure, per la Rete la sentenza è già depositata. Insulti e offese, soprattutto. Qualche minaccia. «Traditori», «vermi », «merde» e «pezzenti» i più gettonati, ma c’è anche chi — come l’utente “Vittorio da Milano” — si spinge oltre: «Spero incontrino presto un tarantino inc…ato che ha votato il M5S».
Ma anche gli ex colleghi non mancano di “salutare” i due deputati.
Il capogruppo Riccardo Nuti li considera lavativi. Per Gianluca Vacca sono «due “parassiti”». Secondo Manlio Di Stefano, invece, faranno «grandi cose laddove le fecero già i Razzi e gli Scilipoti». Nè Castelli si sconvolge per gli attacchi: «Se si rompe il patto fiduciario con l’elettore, la rete è libera di dirti “vaffa…” o “ti amo”».
Insomma, nessuna pietà per chi tradisce.
da (“La Repubblica“)
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Giugno 8th, 2013 Riccardo Fucile
“NON E’ UN EPISODIO DI MALASANITA, A QUALCUNO FA COMODO FARLO PASSARE COSI'”
“Di una cosa sono sicuro: non si è trattato solo di un episodio di malasanità ”. Non ha dubbi Vittorio Fineschi, il consulente di parte che la famiglia Cucchi aveva scelto per far luce nel processo sulle cause della morte di Stefano.
Lo aveva detto in aula e lo ribadisce con convinzione: “Le lesioni sul corpo, in particolare quella alla colonna vertebrale, sono direttamente connesse al decesso”.
Ma i giudici hanno assolto i tre agenti penitenziari e condannato cinque medici per omicidio colposo.
Cucchi sarebbe quindi morto solo per “inanizione” (mancanza di cibo e di acqua).
E questa tesi a Fineschi — professore ordinario di Medicina legale all’Università di Foggia, lunga esperienza nelle aule di tribunale come perito — proprio non va giù: “Non si muore di fame e sete in quattro giorni in un letto di ospedale”.
Professore, che pensa della sentenza?
Lascia ampi margini di dubbio. Il rinvio a giudizio era per abbandono di incapace nei confronti di medici e lesioni volontarie per le guardie, ma nella sentenza le lesioni sono scomparse e i medici sono stati condannati per omicidio colposo. Non soltanto siamo stati smentiti noi consulenti di parte, ma anche i periti del pm.
Quali sono stati i risultati del vostro lavoro, alla luce delle nuove scoperte?
In seguito agli esami da noi richiesti, è emerso un quadro lesivo della colonna vertebrale, delle fratture a livello lombo-sacrale.
Abbiamo ritenuto che queste lesioni fossero difficilmente compatibili con una caduta ma provocate attivamente da altre persone.
E quindi abbiamo interpretato la morte come conseguenza di un problema cardiaco connesso a queste lesioni vertebrali.
Questa nostra ipotesi era stata in parte confermata anche da uno dei periti della Procura, il cardiologo, che ha ammesso che il paziente è andato in brachicardia: un grave rallentamento cardiaco, un riflesso vagale connesso al dolore e alle lesioni fratturative.
A quel punto ci sembrava dimostrata la connessione tra le lesioni e la morte.
Così non è stato per i giudici.
Senza le lesioni Cucchi non sarebbe morto?
Ma davvero credono che in quattro giorni si possa morire di fame e di sete in una camera d’ospedale?
C’è gente che è sopravvissuta a periodi molto più lunghi nei campi di concentramento, è assurdo.
E poi ci sono anche i risultati dell’elettrocardiogramma: le turbe del ritmo cardiaco di cui a un certo punto soffre il Cucchi, in un ragazzo giovane e sano quale era il defunto, si spiegano solo con le lesioni.
Cucchi non aveva alcuna alterazione a livello epatico, polmonare, encefalico.
Nè aveva organi compromessi dalla tossicodipendenza.
Lorenzo Vendemiale
(da” Il Fatto Quotidiano“)
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